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Mondo Rosa, Catanzaro

IL CENTRO regionale antiviolenza “Mondo Rosa”, aperto a Catanzaro l’8 marzo 2012, è diventato un luogo di relazioni tra donne, un luogo di lavoro femminile sulla consapevolezza e presa di coscienza delle donne, vittime della violenza maschile.

Nato da un progetto del Centro calabrese di Solidarietà e dell’Unione dei Comuni del Versante ionico, il Centro è stato finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto, con relativi finanziamenti, è scaduto nel novembre 2014. In questi due anni il Centro, che opera come luogo residenziale per un massimo di 8 donne con figli d’età entro i 3 anni e come sportello 24h/24h, ha svolto un lavoro prezioso e insopprimibile.

Alcuni dati: le donne che l’hanno contattato sono 155, di cui 30 residenziali con 8 bambine e 8 bambini. Di queste il 90% sono italiane e il 10% immigrate. Il 53% sono calabresi, il 22% pugliesi, il 22% siciliane, il 6% laziali. Luogo prevalente della violenza maschile si conferma la famiglia: il marito (54%), il compagno (8%), l’ex compagno (8%), l’ex marito (12%), il fratello (4%), il figlio (4%), uno sconosciuto (8%) e amici (4%). La violenza perpetrata è psicologica (44,4%), fisica (38%), economica (2,90%), sessuale (8,30%), stalking (5,50%).

Isa Mantelli, vicepresidente del Centro calabrese di Solidarietà, Rita Maceri e Maria Francesca Corapi, assistenti sociali, Romina Ranieri e Susy Cardamone psicologhe, sono le donne che abbiamo incontrato per fare con loro il punto della situazione e conoscere la loro esperienza.

Finito il progetto nazionale perché non è subentrata la Regione?

< Perché non esiste a livello regionale un accreditamento per i Centri antiviolenza. Ne esiste solo uno per donne in difficoltà. C’è poi un fondo nazionale, che la Regione non ha ancora ridistribuito.>

Che cosa avete fatto in questi due anni perché intervenisse la Regione?

< Quando abbiamo iniziato questa avventura c’erano già sette Centri antiviolenza gestiti da Associazioni, che funzionavano bene come sportelli. Solo due di loro erano anche residenziali. Questi ricevevano finanziamenti dal fondo per donne in difficoltà. Poi siamo arrivate noi e un altro Centro antiviolenza di Reggio Calabria, finanziato come il nostro. Abbiamo costituito con tutti questi Centri, tranne la Fondazione Roberta Lanzino che non ha voluto starci, un coordinamento regionale e da subito abbiamo posto due problemi: l’accreditamento per i Centri antiviolenza e la creazione di un tavolo tecnico presso l’assessorato ai Servizi Sociali. Ad oggi non si è fatto nulla. Le ex consigliere regionali Tilde Minasi e Gabriella Albano avevano presentato una legge, ma abbiamo dovuto fermarla perché prevedeva fra l’altro l’accoglienza delle donne maltrattate presso famiglie. Il che è inaccettabile. Chi garantirebbe per la loro sicurezza? Vogliamo una legge regionale oppure l’allargamento ai Centri antiviolenza del fondo esistente. In attesa, per non chiudere, andiamo avanti sostenuti dal solo Centro calabrese di Solidarietà.>

Come siete partite?

<Siamo partite con la formazione. Abbiamo adeguato la struttura alle esigenze delle donne e dei bambini che andavamo ad ospitare, sottoscritto una serie di protocolli con vari soggetti pubblici e privati, attivato un numero verde e lo sportello 24h/24h. Negli anni abbiamo continuato il lavoro di sensibilizzazione sul territorio. Il primo colloquio lo abbiamo avuto lo stesso giorno dell’inaugurazione, 8 marzo 2012, e a maggio sono entrate le prime due donne.>

Una donna maltrattata come arriva da voi?

<Arriva tramite i Servizi sociali, la Questura, altre strutture, oppure telefona. Accogliamo anche la donna che si presenta personalmente perché “ in pericolo”. L’unico problema è che dobbiamo avvertire i Servizi Sociali, il Tribunale dei minori se ci sono bambini e la Questura, per la denuncia che la donna deve fare come condizione per restare. Noi le diamo assistenza legale.>

Che tipo di percorso segue la donna che viene da voi?

<C’è un primo periodo di assestamento perché la donna è disorientata. La prima settimana lei e i figli si riposano, dormono. Riconquistano così un minimo di serenità per poi affrontare un percorso. Non è detto che restino qui. Noi l’accogliamo ma poi valutiamo se mandarle altrove per sicurezza. Per esempio abbiamo avuto una donna mandata da Crotone perché lì si temeva che il maltrattante potesse farle del male e un’altra di Catanzaro che abbiamo dovuto mandare a Reggio perché l’uomo era collegato alla ‘ndrangheta e i rischi erano doppi.>

In che cosa consiste il percorso?

<Dopo aver valutato qual è il percorso più giusto, si attiva un progetto individuale in cui la donna ripercorre il suo vissuto di violenza e la spirale della violenza, che inizia subito, dopo due o tre mesi di vita di coppia quando la donna si sente al centro dell’attenzione dell’uomo. E’ allora che appaiono le prime esternazioni di gelosia, che gradualmente portano all’ isolamento, alla svalorizzazione, alla segregazione, all’aggressione fisica e sessuale, alle false rappacificazioni e al ricatto dei figli. Lui comincia col chiederle di non lavorare, e lei rinuncia. Non gli piacciano le sue amiche, la sua famiglia, le chiede di non vederle più, e lei taglia i ponti. Le restringe gli spazi vitali. Via via lei si piega e aderisce completamente alla sua volontà. Pensa che sia una buona strategia per tenerlo calmo, per evitare che esploda la sua violenza. E invece non lo è, perché lui non si accontenta mai. La violenza esploderà perché la minestra è salata o non è salata, è troppo cotta o non è troppo cotta, perché la casa non è in ordine o è troppo in ordine. Insomma lui ha necessità di essere violento perché questa violenza ce l’ha dentro, e chiede di uscire. L’uomo, frustrato sul lavoro o altrove, cerca così di affermarsi sulla donna con la violenza. La donna perde ogni fiducia nelle sue capacità, inizia a sentirsi inadeguata e si sottomette.>

Come aiutate le donne a riappropriarsi di se stesse?

<Con la consapevolezza di tutto questo. Le donne non è che non si rendono conto che c’è qualcosa che non va nella relazione di coppia, semplicemente hanno difficoltà a voler vedere le cose. E’ un problema di autostima, lavoriamo perciò  sull’autonomia. Già il fatto che si trovino in una casa dove non sono sole, condividono la loro esperienza, riescono a parlare di sé e a dire tutto nei colloqui individuali e di gruppo, che si trovino anche in una famiglia dove partecipano alla gestione della casa, le aiuta ad arrivare da sole a rendersi conto che ce la possono fare. Noi siamo solo di supporto, le decisioni sono delle donne, in tutto. Loro tendono a delegare e noi rifiutiamo per costringerle a dire “io sono un soggetto attivo di un gruppo di relazioni che possono essere con le altre donne, con il mondo che mi circonda, con le operatrici e con i bambini, se ce l’hanno”. E’ difficile, perché sono donne senza autostima.>

Della violenza sessuale subita come ne parlano?

<Questo è uno degli aspetti più difficili. La facilità con cui parlano della violenza psicologica o fisica non ce l’hanno per quella sessuale. Ne parlano con difficoltà. Ci vuole più tempo, quando la relazione è più avanti, si devono sentire a loro agio. Ci si rende conto, però, che quello è un punto cruciale per loro, il più difficile da superare.>

Come vi rendete conto che una donna si sta trasformando?

<Quando le donne arrivano qui sono tutte brutte, anche le più belle, hanno i segni della violenza. Una donna sofferente che ha perduto la possibilità di brillare, piano piano, diventa bella e tu ti accorgi che lì qualcosa è cambiata, perché lo manifesta il suo corpo. Si prende cura di sé per piacersi e non per piacere all’uomo. Si mette la gonna, la maglietta più aderente. Non nascondiamo la fatica e i fallimenti. C’è ancora una forte cultura patriarcale che ci dice come dobbiamo essere noi donne e molte continuano a pensare al principe azzurro.>

Questa esperienza ha trasformato anche voi?

<Qui per tutte noi donne si è costruita una nuova storia. Tutte noi siamo più attente alla svalorizzazione del femminile e siamo diventate più sensibili ad ogni forma di violenza, non la permettiamo più, neppure nelle battute. Ci sentiamo donne guerriere perché non accettiamo la sconfitta, non andiamo in frantumi per questo, ma ricominciamo sempre.>

Dida: Corapi – Ranieri – Cardamone – Maceri – Mantelli

 

1ª Storia

Una giovane donna, con due figli piccoli, si trovava già in un Centro in Sicilia. È dovuta scappare perché il suo compagno girava intorno alla struttura e perciò era in pericolo. È arrivata qui da noi. Abbiamo iniziato il percorso che è durato più di un anno, ma alla fine ce l’ha fatta. Anche i bambini erano molto provati. Una sera – ci ha raccontato la donna – il più grande è scappato da casa per correre dai carabinieri e farli intervenire contro il padre che la stava ammazzando. Dopo questa scena la donna si era rivolta ai Servizi Sociali. Hanno pensato più volte di dividere la madre dai figli e mandarli in strutture diverse. Lei ha sempre combattuto e alla fine ha trovato prima il Centro in Sicilia e poi è arrivata da noi. Era una donna di livello culturale abbastanza basso, veniva da una famiglia totalmente assente, in cui era presente la violenza del padre anche sulla madre. Da noi ha iniziato il percorso di elaborazione della violenza, soprattutto nel suo ruolo di madre. Ha trovato anche dei lavori saltuari e si è fatta una vita “normale”. Ha realizzato cose che desiderava fare da sempre come una passeggiata con i figli, stare con loro, far fare loro la comunione, lavorare. Ha iniziato a relazionarsi anche nel quartiere ed ha incontrato un uomo, di cui ci ha rese partecipi. E’ andata via da sola anche se c’era quest’uomo nella sua vita. Per due mesi ha vissuto con i suoi figli e adesso convive in città con quest’uomo.

2ª Storia

Una giovane donna di 26 anni è arrivata da noi con i suoi figli, piccolini, ed è rimasta solo dieci giorni. Era una ragazza bellissima, si era diplomata ed iscritta all’università, che aveva lasciato dopo aver incontrato il suo compagno. E’ arrivata attraverso un’associazione che ci ha contattato. Prima però era andata in Questura per denunciare la violenza. Il suo convivente l’ aspettava fuori e l’ha inseguita. La sorella, che era con lei, ha telefonato alla Questura, che l’ha accompagnata da noi. Il figlio più grande, quando giocava con il fratellino più piccolo e questo gli prendeva qualche giocattolo, lo afferrava alla gola come “papà faceva con la mamma”. La donna è rimasta dieci giorni e poi è tornata dal suo convivente dicendoci: “non posso stare senza di lui”, “è un ottimo padre”. Si è presa la valigia, i figli e a piedi ha raggiunto la stazione. Dopo un po’ di tempo ci ha fatto sapere che aveva sposato il suo maltrattante.

Franca Fortunato

[Intervista di Franca Fortunato alle Donne di Mondo Rosa – Quotidiano del Sud 03.02.2015]

 info Mondo Rosa

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Utile / inutile 25 Novembre

Le sculture viventi di Vanessa Beecroft - Lo Spasimo - Palermo
Sculture viventi di Vanessa Beecroft
Siamo all’utile/inutile 25 novembre

Da molti – troppi – anni ricorre il rituale del 25 novembre. A livello simbolico ha la sua necessità, ma di fatto è un richiamo cui si è quasi fatta l’abitudine. Ci siamo inventate di tutto. Estenuanti iniziative di sensibilizzazione, spettacoli, articoli, libri, seminari, conferenze, proteste, cortei, convenzioni con associazioni nazionali ed internazionali, qualche legge laterale. Nessuna ricaduta consistente sui comportamenti, né un segnale decisivo da parte degli organi istituzionali per capire a fondo e incidere sostanzialmente sul fenomeno, se non qualche stretta sul piano repressivo.

Si annovera anche un Festival della violenza

e perfino (letterale):

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne,

“SCARPE ROSSE” – FASHION DINNER PARTY.

 Ore 22:00 APERITIF TRES CHIC.

Ore 24:00 RED PARTY

Atroce.

La mancanza di un osservatorio nazionale ufficiale lascia nell’ombra il problema e dà adito perfino a non riconoscerlo, a negarlo. C’è chi sostiene che non esiste un’emergenza femminicidio, che le cifre sono gonfiate.

Ci sarà pure la retorica della ricorrenza, l’attivismo meccanico o compulsivo ma sostenere che l’uccisione di donne in percentuale si mantiene più o meno stabile nel tempo intorno allo 0,5 per ogni 100 mila abitanti e quindi non desta nessun allarme sociale, è sminuire goffamente e per partito preso [antipatia viscerale per le femministe e per il termine femminicidio “di cui non c’è nessuna necessità”: bastano le leggi esistenti] il problema che è planetario.

Il rapporto Eures rileva la cifra più alta mai avuta in Italia nel 2013 con 179 donne uccise, contro 157 nel 2012 (ANSA). Finalmente con una appropriata definizione “femminicidi del possesso”, almeno per alcune tipologie. Più di metà delle vittime (51,9) aveva denunciato o segnalato, ma inutilmente. Una cosa è certa: il femminicidio è il tragico epilogo di una serie di violenze inferte. La ricerca europea FRA – Agenzia dell’Unione europea per i Diritti Fondamentali -, pubblicata quest’anno, allarga in Europa l’indagine intervistando 42.000 donne e testimonia quanto profondo, radicato ed esteso sia il dramma della violenza sulle donne.

Oggi è da considerare una questione sociale, fra le prime, ed è il punto di approdo di un lungo percorso che parte dalla storia dei rapporti disuguali tra i generi, passa per l’educazione dei bambini, tocca i messaggi mediatici di violenza, sfiora oggi uno stile sociale di relazioni sguaiato e senza rispetto, punta sul possesso e il potere. Queste sono alcune delle radici profonde su cui occorrerebbe intervenire al di là dei provvedimenti repressivi che possono solo arginare e ostacolare forse, e delle iniziative spettacolari che rischiano ormai di monumentalizzare.

Sono dunque diverse le strade: quella dell’imprinting nell’infanzia è da ritenere primaria, solo modo per ostacolarla nell’arco di diverse generazioni, fino all’azzeramento. Forti investimenti nell’educazione. Famiglia e scuole sono la chiave che potrà trasformare la mentalità degli uomini e delle donne e i loro comportamenti: rivedere i libri scolastici, orientare la formazione di genitori, educatori e comunicatori… selezionare i giocattoli… già i giocattoli. I negozi di giocattoli occupano aree enormi da fiere…

Eppure l’attenzione nella selezione dei giochi può fare la differenza nella formazione: di uomini, che da adulti non celebreranno la guerra forse o anche perché da bambini non hanno avuto armi giocattolo; delle donne che non temeranno di esprimere le proprie potenzialità, forse o anche perché da bambine hanno potuto sperimentare diversi modi di giocare che non con bamboline e cucinotti; di adulti e adulte che forse o anche sapranno vivere con gentilezza e rispetto perché da bambini/e hanno imparato a condividere giocattoli e spazi; di persone che forse o anche sapranno rispettarsi nelle proprie differenze di genere, di etnia e cultura, perché da bambini/e hanno imparato che la differenza è un valore…

E’ fondamentale che anche noi donne riconosciamo di avere delle responsabilità dirette o indirette, magari in buona fede, nella persistenza di una formazione diseguale della società. La scuola, soprattutto quella delle prime classi ha un corpo insegnanti quasi tutto femminile, ma proprio in queste scuole oltre che nelle famiglie, paradossalmente possono permanere e replicarsi i modelli di disparità sociale di genere.  Si stimolano magari bambine e bambini a disegnare, cioè a tradurre visivamente una loro idea, ma poi per farli giocare si interrompe questo stimolo formidabile a esprimere con le proprie mani. E’ più comodo portarli in un megatoys dove l’infinita fantasmagoria di colori e oggetti schiaccia e annulla qualsiasi impulso creativo. O mettere loro in mano con largo anticipo sui tempi, i primi oggetti di informatica, ottimi strumenti per il ragionamento, ma inefficaci per i sentimenti e le emozioni. La metodologia didattica, dovrebbe essere  mirata e condivisa su una traccia ministeriale di educazione anche ai sentimenti.

***

Qualche anno fa in uno scritto (qui) ragionavamo sulla bambola Barbie, analizzandone la rilevanza sociologica e attribuendole un notevole peso per aver influito sull’immaginario di generazioni di donne. Il giocattolo trasmetteva ideali di bellezza astratta e impossibile, insieme con un’idea di società poggiata sul futile e sull’effimero, grandi leve del consumismo per alimentare se stesso.

Da qualche giorno è entrata in commercio Lammily la bambola anti Barbie, creata dal designer Nickolay Lamm. 17.000 esemplari ordinati in 8 giorni. Un prodotto preconfezionato con intenzioni ingenuamente educative. In realtà una celebrazione commerciale della presunta “normalità” che convoglia ancora una volta verso un ruolo, verso una visione ingabbiata di genere che tollera cellulite e brufolo. Lammily insomma sarebbe una diversamente Barbie…

Le fattezze di Lammily sono più realistiche, le proporzioni meno slanciate e esasperate. Gli accessori applicabili simulano addirittura difetti comuni come acne (accettarla o curarla?) smagliature (a quell’età? Ma con un minimo di educazione fisica e alimentare…) cicatrici (prodotte come? da chi? Gioco che può scivolare nell’horror. Perché no, magari un livido sull’occhio!), i capelli lunghi corvini, gli occhi chiari naturalmente, mica nocciola! E mica strabici, ci mancherebbe! Il politically correct non va oltre certi limiti.

La bambola secondo l’autore, vorrebbe trasmettere il rispetto per il proprio corpo, la sua accettazione, un ideale di bellezza accessibile… portando nell’immaginario fantastico infantile l’apparato medicale infortunistico: il brufolo, il neo, la cellulite, la ferita… che qui valgono come incidente estetico. Senza parlare di dismorfismi e patologie fisiche che fanno quindi bruttezza, stando all’assunto, e chi ne è portatrice non entrerà nel catalogo e non potrà accettare il proprio corpo.

Dunque si sarebbe riparato così il “danno” provocato dalla Barbie (bisogna anche dire che molte bambine sono passate indenni, senza finire anoressiche e che molto dipende dalle situazioni familiari e dalle fragilità individuali)…

Lammily che celebra la bellezza della realtà e la riproduce secondo un modello univoco oggettivo, finisce per creare altro danno stereotipo di traverso perché non stimolando emozioni e immaginazione, atrofizza le capacità creative, non diversamente dalla Barbie. Riproponendo un modello di bellezza sociale pur sempre esteriore, da conquistare per essere accettate socialmente: a quel paese ogni caratteristica personale di forme, colori taglia… o anche handicap. Una celebrazione della presunta “normalità” che convoglia ancora una volta verso un ruolo, verso una visione ingabbiata di genere.

Ai tempi quando la bambola veniva creata in casa con rotoli di stoffa, merletti, gomitoli, con la complicità di mamma e nonna che magari faceva all’uncinetto il giacchettino per la bambola della nipotina… Vederla crescere tra le mani, modificarla, trovare il colore giusto, matite colorate, pennarelli, cartoncino, pongo… per fare oggettini e micro suppellettili, era un momento sensoriale e psichico molto formativo. Ma anche le bambole acquistate, rimanevano pur sempre aderenti al mondo infantile, quel mondo altro rispetto sia al sogno che alla realtà.

La sovrapposizione meccanica dei due mondi è uno stile diffuso. Nei serial televisivi, ma ormai anche in molti film, si raccontano vicende trasponendo per moduli il repertorio della vita quotidiana: litigi famigliari, turpiloqui, tradimenti, amori con o senza eros, vendette. Storie in cui ci identifichiamo. Riconosciamo gesti, vestiti discorsi, linguaggi. Ma questa schematica fotocopia della vita reale senza trasfigurazione di contenuti, priva il pensiero del fondamentale momento riflessivo, interpretativo e poi elaborativo. Così la bambola Lammily, è ancora uno stereotipo mediatico, toglie alle bambine la meraviglia del fantastico e la capacità di scoprire il surreale, il non sense dietro la realtà delle cose, e dunque anche di accogliere altri mondi possibili e impossibili nella sua sfera di crescita.

Presentare a bambini e bambine giochi indifferenziati o differenziati secondo le attitudini, permetterà il racconto creativo della loro esperienza, il piacere del problem solving, delle acquisizioni di abilità (skills) nel senso che un giorno o uomo o donna sapranno risolvere un problema, rispettandone anche le sfaccettature di genere. O uomo o donna sapranno fare ugualmente bene l’astronauta senza meravigliarci. Sta soprattutto a padre e madre. Ma l’apparato ludico indirizza, quello mediatico trasmette e le istituzioni dispongono.

marsia – UDIrc

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Quando una bambina di undici anni dice ti amo, la Corte approva

(disegno di Vasiliki Vourda)

 

DALLA PARTE DELLE  BAMBINE

CHE cosa sta capitando intorno a noi? Dico questo pensando alla sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna a 5 anni di reclusione, inflitta per ben due volte a Pietro Lamberti, 60 anni, impiegato presso i Servizi sociali di Catanzaro, per aver avuto una relazione con una bambina di 11 anni, con la motivazione che c’era “amore” tra i due. Una sentenza incredibile, assurda.

Vorrei fare notare che stiamo parlando di una bambina e di un signore anziano. Davvero un uomo adulto è uguale a una bambina? Davvero avere 11 anni è la stessa cosa che averne 60? Una bambina ha bisogno di difesa, di protezione, di amore. Una bambina di 11 anni è una creatura che sta  ancora crescendo e il suo corpo porta i segni di una sessualità acerba e in boccio. Una bambina è un essere umano da accompagnare nella crescita con rispetto e cura dei suoi sentimenti e delle sue ingenuità.

E’ questo che la madre si aspettava nei confronti di sua figlia da quell’uomo a cui l’aveva affidata e di cui si fidava, forse, perché l’essere anziano, sposato e con figli lo rendeva rassicurante. Una madre ferita che non ha esitato a denunciare l’uomo quando ha capito che cosa aveva fatto alla sua creatura. Come mai la notizia non è arrivata sulle pagine dei maggiori giornali nazionali? Come mai nessun commento è seguito su questo giornale? Se n’è discusso, e molto, invece, su alcuni blog di donne come Sud-de-genere di Doriana Righini e Maschile/Femminile di Marina Terragni. E’ da loro che riprendo il post di Lorella Zanardo, autrice del video “il corpo delle donne”, perché profondamento vero e dice l’essenziale. < L’uomo condannato – lei scrive –  oggi viene riabilitato perché la Cassazione ritiene ci fosse “Amore” tra i due. Amore perché la piccola gli scriveva messaggi d’amore e gli chiedeva   “ma tu mi ami?”>.

Ma, chiede Zanardo <avete bambine di 11 anni? Ne avete conosciute? E allora sapete che a 11 anni, anche se hanno un piccolissimo accenno di seni o si atteggiano a grandi, le bambine a 11 anni sono bambine. Piccole. Sono appena uscite dalla scuola elementare. Sono delle creature innocenti e aperte al mondo, come è giusto che sia (… ). Io credo che la piccola calabrese amasse il signore di 60 anni. Perché no? Posso immaginare come ci si aggrappi a un uomo adulto che si occupa di te, quando la famiglia alle spalle, per ragioni diverse, latita. Amore nel senso più bello: ti amo perché mi vuoi bene, avrà pensato la piccola che chiedeva rassicurazioni a questo signore che si prendeva cura di lei. E se amo dunque mi fido. E se lui che amo mi dice che lo devo toccare, io lo farò. E se lui che amo mi dice di fare delle cose, io le farò. Perché no? Di lui mi fido.>  Zanardo lancia a questo punto un’accorata richiesta: <Ora vi prego di considerare questa vicenda con tutto l’amore possibile per questa bambina. Non serve gridare al mostro. Serve spiegare a questa Italia allo sbando, a questi giudici di un Paese smarrito e feroce verso gli innocenti, cosa significhi essere bambine e bambini (… ) >.

E incalza, < mi riferisco al caso Parioli. Nessun riferimento alle colpe degli adulti. Una cattiveria feroce si riversa sulle bambine: lo vedete? Modelle di 12 anni, soubrette appena maggiorenni col compito di attizzare vecchi corrotti, pubblicità che sfruttano ogni singolo pezzo di carne di corpicini in sviluppo. Il mercato in affanno che dilania le giovanissime, target ambito. E uomini impauriti che abdicano al loro ruolo di padri, per fingere di essere eterni adolescenti. Dalla parte delle bambine.>

Fermiamo questa ferocia. Facciamo capire che c’è una questione che riguarda gli uomini e la loro sessualità nel rapporto con le donne e le bambine. Spostiamo lo sguardo dalle vittime agli uomini violentatori e stupratori. Chiamiamo le cose col loro vero nome, al di là delle sentenze. Diciamo allora che violare il corpo di una bambina di 11 anni, carpire e sfruttare il suo bisogno di amare e di essere amata, è un atto spregevole, uno stupro e una violenza inaccettabili.

Franca Fortunato

(su Quotidiano della Calabria 10.12.2013)

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Fiorella Mannoia scrive alle donne

manifesto doveri sposeDoveri della famiglia cristiana, riprod. stampa del 1895, conservata nel ristorante “Casa Baroni” – Fellicarolo-MO – fonte e notizie radiocittadelcapo   

Vorrei aggiungere a tutte le riflessioni di ieri anche la mia e la voglio indirizzare alle donne. Sorelle, qui sotto ci sono scritte le regole che ci sono state inculcate in centinaia di anni. Sono retaggi duri a morire, circolano nel nostro sangue, nel nostro DNA.

Se vogliamo cambiare la mentalità maschile, dobbiamo cominciare a cambiare anche la nostra, toglierci dalla nostra “mappa genetica” questa vocazione della “crocerossina” quel pensiero malato che ci porta a sperare che “LUI” possa cambiare. Quel “LUI” non cambierà.

Sottomettere una donna (o chiunque) crea dipendenza, innesca, nelle persone vigliacche, una sindrome di onnipotenza difficile da sradicare, permettere anche una sola volta che il nostro compagno alzi una mano su di noi, o che eserciti una qualsiasi violenza anche psicologica ci fa scivolare lentamente in un pozzo dal quale è difficile risalire. Sono i nostri atteggiamenti sottomessi che inducono l’uomo (anche lui vittima degli stessi retaggi culturali che questa foto elenca così bene) a pensare ad una donna come una proprietà, e a non accettare il suo rifiuto.

Il mio invito è a riflettere sui nostri comportamenti. Bisogna scappare a gambe levate da un uomo violento, immediatamente. Invece spesso le donne sopportano, giustificano, perdonano, aspettano, sperano… che qualcosa possa cambiare, che LUI possa cambiare, rendendosi complici di una spirale pericolosa che spesso, troppo spesso, sfocia nelle tragedie che conosciamo. Quando una donna dice no è NO. Punto. Che sia una moglie, o una prostituta non fa differenza. Sradichiamo una volta per tutte le regole qui sotto riportate e non permettiamo a nessuno di toglierci la dignità che ogni essere umano ha diritto di avere. Ma deve partire da noi, dall’educazione che diamo ai nostri figli, una madre sottomessa è un cattivo esempio per i figli, maschi e femmine. Sorelle, riflettiamoci sopra.

Fiorella Mannoia

doveri spose(estratto Doveri delle spose)

***

Molto apprezzabili le riflessioni e generoso l’appello di Fiorella in occasione del 25 Novembre, e per una causa di civiltà basilare che dovrà quanto prima inondare il mondo. Sono ormai poche le donne che credono di dover obbedire al cliché della sottomissione, tuttavia la pericolosità di alcuni comportamenti maschili, manifesti o nascosti, permane nel nostro paese e nelle aree occidentali e può generare sottomissione, finché a un rifiuto non esplode incontenibile la punizione o la vendetta. E’ impensabile che in Europa, per esempio, si trovino alcuni paesi scandinavi ai primi posti per stupro, la forma più di ogni altra odiosa di sottomissione e annullamento fulmineo della personalità. Comportamenti violenti verso le donne sono abnormi e di massa in altre aree e nei terzi mondi, per il permanere di strutture tribali repressive, politiche o civili-religiose, e per la concezione arcaica del possesso dei beni tra cui era inclusa la donna.

La ribellione e la denuncia sono necessarie. La cosa più problematica è che dopo la denuncia vi sia il pericolo della vendetta senza la necessaria rete di protezione, e il contesto generale è quello delle gravi carenze in termini di prevenzione. Quando le situazioni sono complesse e pericolose, occorre possibilmente una strategia. Uscirne al più presto, chiedere aiuto, non rimanere sole.

E non rimanere sole, isolate, in generale per tutte le donne è un’esigenza in questa prospettiva di dovere estirpare, in casa o fuori casa, le culture offensive o violente contro di loro: unirsi e riunirsi in una partecipazione pubblica, non importa in quale forma associativa, per concorrere a raggiungere questo grado di civiltà dei diritti e dei doveri paritari. Capita di vedere tutte donne in varie sezioni di uffici istituzionali, ma poi il ruolo del capufficio è ininterrottamente maschile, e così il direttore generale, e quello regionale, e il sottosegretario e il ministro, e… il presidente della repubblica.

In questo senso il salto obbligato è quello di compartecipare ai ruoli decisionali e legislativi nella cosa pubblica, inserendo nuovi modelli di pensiero operativo e di analisi e con l’abbandono di quegli schemi maschili di potere che ignorano o ostacolano la dimensione femminile.

Diversamente sarà, come è già, una tela di Penelope.

La riproduzione sopra riportata dei Doveri delle Spose, cui si riferisce Mannoia e che circola in rete, è un corpuscolo, come è nella natura frammentata e frammentaria di fb, non meglio chiarito. Il primo equivoco che si può ingenerare è che fosse una vecchia pagina o stampa, come potrebbero indicare i caratteri, risalente a molti anni fa di Famiglia Cristiana, rivista cattolica.

Si tratta invece di una locandina, come diremmo oggi, stampata in occasione di una predicazione, una catechesi dedicata alla famiglia, tenuta dal 29 giugno al 7 luglio 1895 nella parrocchia di Fellicarolo, una frazione di Fanano in provincia di Modena.

L’intestazione del foglio originario infatti recita: RICORDO DELLA SACRA PREDICAZIONE in apparecchio alla solenne consacrazione della Famiglia cristiana.

La catechesi era stata sistematica e contemplava tutti gli aspetti comportamentali e interrelazionali dei componenti della famiglia, intesa come sacra famiglia di Nazaret, ma che di fatto investiva tutta la società di cui la famiglia era considerata nucleo, e di fatto nella sola componente maschile: i capifamiglia, i dipendenti, i figli maschi erano la struttura operante della società, le donne non avendo nessuna incidenza né come soggetto pubblico né come privato, sottomesse alla potestà maritale o paterna. Il documento oltre che diretto specchio di quella forma religiosa integralista è anche uno spaccato della struttura sociale gerarchica e patriarcale. Un capo assoluto per l’impero, il regno, il principato, il ducato…, un marito a capo della famiglia e del territorio domestico come microimpero. E la signoria era assoluta: dal territorio fisico ai corpi, all’anima, cui badava la chiesa. Facile ottenere obbedienza e sottomissione con l’umiliazione, la tortura, la terribile punizione, l’uccisione, il rogo, materializzazione dell’inferno.

Da allora è cambiato moltissimo per un verso, e sono stati i movimenti di donne a partire da metà Ottocento (l’ultima strega fu arsa all’alba di quel secolo) a portare cambiamenti per la loro parte, a scuotere la piramide societaria e né la parte maschile né la struttura ecclesiastica eorum sponte l’avrebbero mai voluto. Cedere potere è quasi un dolore fisico.

Per un altro verso coesiste ancora un enorme fenomeno carsico maschilista che può andare dalle forme più piccole e inconsapevoli (nessuno è perfetto) fino alle forme più macroscopiche con l’epilogo criminale del femminicidio. Ancora troppa letteratura mediatica celebra e alimenta il sentimento del possedimento d’amore per sempre, piuttosto che il sentimento del rispetto di un amore come legame consapevole nella libertà reciproca, finché potrà durare.

Il compendio della precettistica:

Doveri dei capi di casa

Doveri dei figli e dei dipendenti

Doveri delle spose

Doveri delle madri

Doveri dei mariti

Doveri di padri

Doveri dei giovani

Doveri delle giovani.

E’ evidente l’elencazione dei comandamenti in ordine gerarchico: capi-famiglia / figli e dipendenti; mariti / spose; padri / madri; giovani (maschi) / giovani (donne). Il prospetto-vademecum termina con le esortazioni: OPERA IL BENE / FUGGI IL MALE, con altra serie di precetti e giaculatorie.

A margine destro della riproduzione in verticale è scritto: Riproduzione originale di un’antica stampa conservata presso il ristorante “Casa Baroni” – Fellicarolo (MO) tel… Infatti la riproduzione è esposta in quel ristorante e a notarla è stato uno storico locale, Massimo Turchi.

I coniugi Fernando e Pina Corsini molti anni fa comprano un vecchio cascinale sull’Appenino tosco-emiliano per farne un ristorante, e nei lavori di ristrutturazione tra i vecchi oggetti agricoli delle soffitte trovano la stampa ingiallita, tutta piegata in un cesto. Fernando, che ha oggi 72 anni, descrive la borgata a più di mille metri sotto il monte Cimone come una piccola comunità di montanari pastori dediti alla transumanza, e che vivevano proprio secondo le regole del foglio ingiallito. L’unica trasgressione per i bisnonni dell’epoca era alzare il gomito la domenica all’osteria.

Sul tritatutto di fb e twitter i commenti crescono a dismisura, ma preoccupano soprattutto molte approvazioni da parte maschile. Qualche insulto a Mannoia, che pensasse solo a cantare, e qualche commento del tipo: le donne non sono di proprietà ma in comodato d’uso, il che non sposta molto i termini e fa vedere quanto vi sia ancora una dotazione mentale di luoghi comuni acriticamente accolta e dura a demolire. Costrette fino allo sfinimento ogni volta a indicarne le radici: il millenario patriarcato (planetario) che non ha religione, le forme istituzionali del potere repressivo che hanno a modello il capo, le religioni che hanno vissuto e vivono di gerarchie maschili da cui la donna storicamente è stata considerata inferiore, impura…  e oggi quelle voci, quei personaggi, quei media e quella comunicazione che perpetuano questo sottofondo.

Eppure al tempo arcaico quando il maschio non sapeva di chi fosse la prole generata, e non era ancora instaurata la proprietà domestica individuale e per clan, la figura della donna era omologa di una divinità portatrice dello stupore della nascita, strettamente legata ai cicli naturali. I gruppi erano paritari pacifici e collaboranti, matrilineari, come dimostrano l’assenza di tracce di guerra o strutture difensive negli insediamenti, le sepolture, i reperti archeologici delle dee madri.

Vigorosa e decisa dunque Fiorella Mannoia.

***

In quanto peccatrice per natura (diaboli ianua) e istigatrice al peccato, anzi origine del peccato primordiale la donna è così descritta da Tertulliano, dottore della Chiesa (De cultu feminarum, 1,1):

«Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione…

Dunque da tenere molto a bada…

(per una riflessione più approfondita e integrata continua a leggere)

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Tosca

Il numero delle vittime è ben oltre la stima ufficiale, lo è sempre stato, e non si tratta solo di chi viene uccisa.

Le ultime vittime, e l’ultima che i medici cercano di salvare, hanno subito violenza mentre il contrasto al femminicidio è diventato termine politico: nel governo, nelle amministrazioni e perfino in alcuni media. Nella convivenza e dentro le  teste delle persone le cose sono cambiate, intanto, in un modo che poco o niente influisce sul pericolo costante che avvolge le vite delle donne e sullo stile di vita di chi è minacciata.

Il femminicidio è diventato un nuovo argomento politico, ma inutilmente per le vittime.

Il femminicidio è ormai anche un banco propagandistico, un altro modo di occupare posti e di distribuirli nella politica, mentre l’ideologia che lo sostiene è però quella arcaica di sempre.

Una spia di questo sono gli spot del governo che differiscono di poco da una maggioranza all’altra e tutti insistono crudelmente sulla millantata presenza di aiuti e possibili difese pubbliche, ma soprattutto sul “coraggio di denunciare”

La querela di parte è un’arma in mano agli assassini e ai torturatori, e le donne ne sanno molto di più di quanto non ne sappiano i governanti, che continuano a celarsi dietro le vittime e alla loro presunta stupidità nel fidarsi “dell’amore”.

Loro ora si chiedono cosa potrebbero dover dire di voler fare, c’è chi lo sa ma nessuno ascolta.

Gli assassini invece ascoltano e si sentono incoraggiati da parole ed immagini che parlano di amore assassino, di delitti sentimentali, ed hanno perfino nelle orecchie una suggestione: quella che per condannare davvero un assassino è necessario che la vittima sia buona e bella. Chi uccide lo fa perché la “cosa femmina” non è per loro più utile, buona, né piacevole, bella. Quella cosa femmina si può sopprimere. Alcuni si uccidono, pochi, molti andranno in galera per poco, “il dolore sarà la loro pena”. Non è vero che il dolore se c’è in questi casi redime, perché gli assassini tornano a picchiare e uccidere.

Le donne che si sono salvate dalla morte durante la violenza, sono salve grazie alla denuncia  di un vicino, di un passante, di un’amica o di un amico. Loro, le vittime, non potevano averlo il coraggio, perché mentre alzavano la testa qualcuno cercava di rompergliela.

Nel 2013 il diritto dice ancora che la violenza sulle donne è un fatto privato, che la vita di una donna è affidata alla beneficenza, alla carità all’arbitrio di un padrone.

La cultura è cambiata, la politica no e neanche la comunicazione.

La giovane donna albanese ridotta in fin di vita “da un  uomo che difendeva la sua donna”, sua amica, non è solo una delle vittime della furia, ma anche dello sfruttamento della prostituzione, vero focolaio di uccisioni, stupri e ritorsioni sui bambini. Nello schiavismo che prostituisce ci sono capi che ti fanno rimanere viva solo se collabori. Dalle prime indagini sembra che la vittima collaborasse a mantenere nel giro la sua amica, e le sue prospettive sembrano divise nella scelta di una morte piuttosto che un’altra. Quella prostituzione che uccide e fa uccidere è la stessa di cui si servono gli uomini che “non picchierebbero mai una donna”.

 Noi speriamo che Tosca viva, anche se un uomo ha fatto di tutto per “punirla” ed ucciderla, ma pensiamo anche alla sua amica che per uscire dalla schiavitù non ha potuto contare su nessun altro che non fosse un uomo capace di uccidere, massacrare e per il quale rappresenta una proprietà.

Se qualcuno pensa ancora che si tratti di condannare e nominare il femminicidio, sbaglia e sbaglia perché da un’altra parte pensa che siano le vittime a dover avere il coraggio, sbaglia magari anche perché pensa la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo, forse solo da legalizzare. Sbaglia perché non vede i legami contraddittori tra le parole che pronuncia  contro l’uccisione di donne e quelle che usa per nominare il loro corpo a pezzi come dal macellaio.

Domani nel piazzale di fronte al Loreto Mare a Napoli ci sarà un sit in alle 18, per Tosca che deve vivere, ma anche per la sua amica perché viva davvero senza protezioni.

UDI di Napoli

Napoli 14 Maggio 2013

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V-Day 14 febbraio 2013

1 billion_vd

1 Billion Rising

Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere

V-DAY 

Non sopporto

di Eve Ensler

Non sopporto lo stupro.

Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.

Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.

Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo. 

Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.

Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.

Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.

Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.

Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.

Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.

Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.

Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.

Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.

Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!

Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.

Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.

Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.

Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.

Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita – distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.

Niente donne, niente futuro, chiaro.

Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico  possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.

Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.

Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?

Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?

Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.

E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.

E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.

E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.

Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.

Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.

Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.

UN MILIARDO DI DONNE.

Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.

Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.

Perchè noi non lo sopportiamo più.

(Uffington Post 11/11/11)

(trad. UDIrc)

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misoginiadi 2013

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(foto Udi Catania)

A loro immagine e somiglianza

Mentre tutto il mondo si interroga con rabbia e sdegno sulle violenze e le torture a cui sono sottoposte le donne indiane da parte di uomini e sulle imponenti manifestazioni di protesta a cui il Governo indiano sembra incapace di dare una risposta, arriva la notizia di un atto gravissimo del Congresso degli Usa a maggioranza repubblicana. il Violence Against Women Act, la legge del 1994, voluta da Bill Clinton e che fino a pochi giorni fa proteggeva le vittime di violenza, non è stato prorogato e gli aiuti per donne stuprate, picchiate o che subivano stalking sono stati aboliti.

Il partito repubblicano prima ha svuotato la legge considerata troppo progressista, infatti per riapprovarla, (scadeva il 31 dicembre 2012)  avevano escluso gli articoli che garantivano protezione a lesbiche, gay e transgender, alle immigrate cui è scaduto il permesso di soggiorno e alle donne che vivono nelle riserve indiane dove, secondo dati federali, tra il 2000 e il 2010 gli stupri sono aumentati del 55%. La violenza maschile è forte e pervasiva negli Stati uniti (come nel resto del mondo) dove ogni giorno tre donne vengono uccise da un familiare. Firmato da Bill Clinton il 13 settembre 1994, il Violence Against Women Act ”ha rafforzato le sanzioni federali contro gli stupratori – si legge sul sito della Casa Bianca -, fatto sì che le vittime, a prescindere dal loro reddito, non siano costrette a sostenere le spese di esami clinici e siano inserite in programmi di protezione, garantito assistenza alle donne sfrattate dalle proprie case in seguito a casi di stalking, violenza o stupro”.

Non solo: il VAWA garantiva alle immigrate clandestine permessi di soggiorno speciali per invogliarle a denunciare i loro aggressori. I risultati c’erano: “Dal 1993 al 2010, il tasso di violenza domestica è calato del 67% – si legge ancora su www.whitehouse.gov – tra il 1993 e il 2007, le donne uccise per mano del partner sono diminuite del 35% e gli uomini uccisi del 46%”.  Provvedimenti seri per affrontare un enorme problema politico e sociale. Ma per i repubblicani si tratta solo di tutele “dettate da interessi politici”. Che in campagna elettorale hanno scatenato polemiche infuocate contro le donne come quella di Todd Akin, deputato del Missouri, che aveva affermato “da quanto ho sentito dai medici, rimanere incinta dopo uno stupro è un fatto decisamente raro” in quanto “in caso di stupro legittimo il corpo femminile può fare in modo di evitare la gravidanza…”. Due mesi dopo  il 24 ottobre il candidato repubblicano al Senato in Indiana, Richard Mourdock, molto vicino al Tea Party, aveva spiegato durante un dibattito che se una donna rimane incinta durante uno stupro “è qualcosa che ha voluto Dio”.

Secondo questa logica è comprensibile perchè non bisogna aiutare le donne che subiscono violenza e maltrattamenti. Al volere di Dio non si può contrapporre il volere dello stato e la difesa dei diritti delle donne. Neanche il fondamentalismo islamico arriva a tanto  ma è una logica che conosciamo bene, infatti, mentre in Italia il caso di Don Corsi, per quanto imbarazzante, non sembra aver smosso più di tanto le gerarchie cattoliche visto che i soliti siti integralisti che fanno apologia del femminicidio e istigazione a delinquere lo propongono come santo subito, sostengono  anche  che il femminicidio è il segno del volere di Dio per rimettere sulla retta via una società distrutta dalla libertà delle donne. Crisi o non crisi i sostenitori e gli epigoni del patriarcato hanno deciso di usare tutte le armi consentite per ridurre le donne a più miti consigli e rimetterle al loro posto o in ogni caso per punirle duramente. Non lasciando nulla di intentato. Se Dio è violento e ci maltratta perché gli uomini dovrebbero essere diversi? Il sospetto è che abbiano creato Dio a loro immagine e somiglianza.

UDI – Unione Donne in Italia, Casa Internazionale Delle Donne   

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