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UDI invia lettera a Merkel Tusk Juncker Renzi

fatti colonia

Care,

in seguito ai gravi fatti accaduti in Germania a Capodanno,  abbiamo inviato oggi alla Cancelliera Merkel, ai Presidenti del consiglio e della Commissione Europea e al Presidente Matteo Renzi la lettera che vi alleghiamo.

Un caro saluto

Vittoria Tola e il Coordinamento nazionale

 

 

 udi                           Alla Cancelliera Angela Merkel

                                                            Al Presidente Donald Tusk

                                                            Al Presidente Jean-Claude Juncker

                                                            Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi

Le violenze avvenute tra la notte di S. Silvestro e Capodanno 2016 a Colonia e in altre città tedesche hanno provocato indignazione e dolore nelle donne di tutta Europa.

Per tutti i fenomeni riconducibili alla violenza maschile sulle donne, dolore e indignazione sono sentimenti che conosciamo bene. Il femminicidio è un’esperienza che unisce le donne di tutto il mondo, come le unisce la solitudine di fronte ai responsabili istituzionali, che nonostante gli impegni assunti negli organismi internazionali, persistono in un atteggiamento omissivo e parziale.

La Convenzione di Istanbul, fortemente voluta dal Consiglio d’Europa e purtroppo non sottoscritta e ratificata dalla Germania e dalla UE, prescrive interventi non solo di sostegno alle vittime, ma dà indicazioni chiare sul piano squisitamente politico. Su questo, e ciò ci lascia sgomente, la reazione complessiva in sede Europea di fronte al gravissimo attacco subito da centinaia di donne il 31 dicembre 2015, è stata tardiva, imbarazzata e, purtroppo, occasione per dirigere il giusto disgusto per l’accaduto a finalità estranee alle priorità avvertite, ormai storicamente, dalle donne. Prima fra tutte il perseguimento della piena libertà.

Noi crediamo che gli Stati europei, prima ancora di essere inadeguati nell’accoglienza delle persone, siano fortemente in contraddizione, in quanto a dichiarazioni e fatti, di fronte alla prima delle differenze: quella tra donne e uomini.

Lo spirito solidale manifestato di fronte agli attacchi criminali, in più occasioni e coralmente, dai massimi rappresentati degli Stati, dalle comunità religiose di ogni confessione, fino ai massimi esponenti della cultura, è mancato nell’occasione della strage di libertà perpetrata a Capodanno.

Ancora una volta abbiamo visto l’impreparazione, l’incertezza e l’usuale tolleranza verso le espressioni muscolari della dominanza machista.

Noi, pur consapevoli dell’essere tuttora e da sempre in lotta per la nostra liberazione dalla violenza maschile, riteniamo insopportabile che alcuni obiettivi, anche i più parziali, in materia di libertà femminile, conquistati con fatica, siano elusi da paesi autorevoli in Europa e dall’Europa stessa e che queste elusioni costituiscano il segnale allarmante di un disimpegno.

Disimpegno nell’applicazione di norme minime e non negoziabili, come quelle sulla violenza, che bene o male tutti i paesi hanno approvato. Lasciate sulla carta, vengono nominate per diffondere un falso senso comune della parità e, con il linguaggio dei media forti e manipolatori della realtà, si danno per anacronistici i termini che descrivono la condizione imposta alle donne. La violenza sessuata tra le pareti domestiche, nei rapporti di lavoro dipendente, nelle istituzioni scolastiche, viene suggerita come male inarginabile, quella subita per le strade, o nei luoghi del tempo libero dal lavoro e degli impegni quotidiani, come male procurato dalle vittime stesse.

Nelle forze di polizia, nei responsabili politici, è radicata la convinzione che la violenza perpetrata da sconosciuti, da bande criminali o da branchi di maschi di qualunque colore o religione, che da sempre avanzano il diritto di proprietà sulla notte, sia conseguenza di un naturale rischio che le donne si assumono, per quella specie di binomio tanto radicato nella cultura occidentale: rischio-colpa.

La rimozione di uno o più responsabili è non solo insufficiente, ma fuorviante, perché non si sono uditi né visti ripensamenti sul linguaggio e sui modi di porsi verso le cittadine, sia europee che provenienti da altri paesi. Noi ci chiediamo quale sia il tipo di formazione richiesto al mondo dell’informazione, alle forze di polizia e agli operatori dei servizi nel nostro continente.

Teniamo a ricordare, come prescrive la Convenzione di Istanbul, che le donne danneggiate hanno diritto al risarcimento del danno subito, ed è naturale che sia l’amministrazione competente a provvedere, in attesa di una possibile rivalsa sui responsabili. C’è poi un altro risarcimento ed è quello dovuto a tutte le donne presenti nel nostro paese, che consiste nella vera attenzione dei politici alla salvaguardia delle libertà conquistate dal femminismo per tutte.

Il senso di disuguaglianza che noi tutte subiamo dai nostri governi, indipendentemente dal loro colore, ci spinge a dichiararci tutte tedesche e tutte migranti in attesa di giustizia.  

 

UDIUnione Donne in Italia

 

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Alcuni titoli di giornali italiani: Colonia, decine di donne violentate da branco di 1000 islamici … Notte di orrore a Colonia. Stupri di massa a Capodanno

Qualche autorevole giornale fa immediata dietro-antropologia: … Da dove viene il branco di Coloniafra chi arriva vi sono portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per pozzi d’acqua, donne e bestiame. Le conseguenze sono nelle cronache di questi giorni …

La polizia tedesca per giorni tergiversa, appare quasi svogliata, cade qualche testa, tuttora non sono ben definiti i tratti reali e l’estensione del “vergognoso episodio”: … le donne, accompagnate o meno, sono rimaste in balìa di folle di uomini sbronzi …

C’è comunque una tacita conventio: sono loro, loro che … erano organizzati … era premeditato … ll capro espiatorio simbolico ostentato o timidamente indicato come autore delle violenze è l’islamico.

Ma d’altra parte sono le stesse violenze che avvengono durante le ricorrenze dell’Oktoberfest, 7,5 milioni di boccali di birra, Maßkrug da un litro, con una decina di denunce di stupri in media, come rilevano da tempo osservatrici e osservatori. Ma si calcola che possano arrivare fino a 200 e più non denunciati, dal momento che l’articolo 177 del codice penale tedesco richiede l’indagine e l’onere della prova della “resistenza oppositiva” da parte della vittima.

“Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri,” scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Suddeutschen Zeitung. E continuavano, “Se reagisci in modo scontroso, ti danno della ‘troia’ o peggio.” [Vice.com]

Senza minimamente voler attenuare le responsabilità sia individuali che collettive sul piano penale, anche ammettendo la premeditazione come potrebbe dimostrare il frasario offensivo sequestrato a qualche arrestato, il discorso di fondo solo da poche parti è tracciato con forza. Ed è quello di sempre, quello delle “infinite volte” in particolare quando viene inflitta una umiliazione o violenza o morte ad una donna.

È un discorso universale sulla condizione della donna che non ha latitudine, etnia, che da migliaia di anni perseguita le donne: l’assoggettamento, il senso di proprietà fisica e mentale da parte degli uomini. È diffuso in ogni paese, ha radice in ogni mente maschile e purtroppo si auto-semina.

Le democrazie “avanzate” non riescono a mascherare questo dato di fatto. Non si spiega come i paesi scandinavi per esempio siano ai primi posti in Europa per stupro.

“… è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne..”

“Le donne sono discriminate e subordinate non solo sulla base del sesso, ma per altri motivi, come casta, classe, abilità, orientamento sessuale, tradizione e altre realtà che espongono molte di loro a una violenza continua nel corso di tutta la vita, dal grembo materno alla tomba” [Rashida Manjoo, relatrice speciale ONU per la violenza sulle donne, 2012]

L’UDI vuole rivolgere oggi alle personalità politiche di cui sopra non una lezione etica ma un accorato appello perché le cose cambino per quanto nella loro disponibilità.

La struggente voce di Mia Martini canta: Gli uomini non cambiano … No. Devono cambiare.

UDIrc

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mediterranea

 

mediterranea

No al sessismo No al razzismo

A poche settimane di distanza dalla notte di violenze contro le donne in Germania che ha suscitato il dibattito anche sui media italiani, ci sembra interessante proporre un articolo ‘decentrato’ – abbiamo scelto e tradotto l’analisi di una giovane studiosa di scienze sociali, Salimata Sali, originaria del Senegal che vive e lavora in Canada. Si autodefinisce femminista e impegnata sul terreno dei diritti civili.  

Carla Pecis, UDI Catania

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MEDITERRANEA 2016

pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI gennaio 2016

Salimata Sali – Nude o vestite, le donne non sono prede sessuali

Centinaia di donne hanno presentato denuncia alle autorità tedesche per aggressioni sessuali durante la notte di San Silvestro a carico di uomini descritti come “arabi” o “nord-africani”. Il fenomeno di grande impatto è stato messo sotto silenzio per evitare di stigmatizzare o colpevolizzare una determinata componente sociale. È stato un grave errore. Una ingiustizia rimane sempre tale e nominarla non vuol dire generalizzare. È un fatto.

Nessuna sorpresa, sono colpita, non è la prima volta che le violenze contro le donne mi lasciano in uno stato d’animo di pena profonda, dolore profondo che spinge all’azione contro l’ingiustizia. D’altro canto, le aggressioni sessuali commesse in terra tedesca mi riportano verso altri luoghi,soprattutto in Africa nelle zone di guerra o in quelle devastate dalle ingiustizie e dalle diseguaglianze, dove tutte le forme di violenza sono costantemente rivolte contro le donne.

L’esempio più duro che mi umilia mi viene dal Congo. In quell’area assistiamo al totale disimpegno delle autorità locali e della comunità internazionale, assuefatte alla non azione e alla banalizzazione che finisce per normalizzare un fenomeno crudele a cui invece non ci si dovrebbe assuefare. Donne e bambine vivono una vita d’inferno sotto scacco di maschi aggressori e di una società che le rifiuta, che sempre riporta sulle vittime la colpa delle aggressioni sessuali considerandole esseri senza valore, quindi oggetti sporchi da abbandonare, che sono causa della loro stessa mala sorte…

Colpevolizzare le vittime: questa inumana scorciatoia priva di giustizia e partecipazione è stato l’atteggiamento assunto dalla sindaca di Colonia Henriette Reker, che consigliava alle donne “di tenersi ad una certa distanza dagli sconosciuti per proteggersi dalle aggressioni”: no, non sono le donne che devono tenersi alla larga dagli uomini, sconosciuti o conosciuti. Le donne non devono cambiare il loro modo di vestire per non eccitare la libido di uomini incapaci di controllo. No.

Dopo lo choc, la lucidità mi impone di sottolineare alcune evidenti differenze tra la Germania e il Congo. La sofferenza dei migranti non ha lasciato quasi nessuno indifferente. Malgrado la partecipazione umana alcuni hanno presentato la priorità della sicurezza come condizione per l’accoglienza. È una scelta molto razionale. Tuttavia la Germania, che ha dato prova di disponibilità e generosità nei confronti del flusso migratorio rispetto alle altre grandi potenze occidentali, ha trascurato lo scontro di culture e l’esperienza d’ineguaglianza basata sul genere, il sessismo. Lo scontro dei rapporti tra generi è quindi più forte. Di grande portata. Le statistiche parlano di centinaia di aggressioni e non di casi isolati. I presunti colpevoli condividono caratteristiche comuni riferibili al patriarcato, cioè il potere e l’abuso degli uomini sulle donne. Il patriarcato è ingiustizia comune a quasi tutte le società nel corso della storia. L’Occidente non vi è sfuggito. Ma alcune società soprattutto occidentali se ne sono sbarazzate grazie alle lotte femministe e all’affermazione di una domanda di giustizia sociale che ha ancora passi da fare, mentre altre società ancora sono immerse nel patriarcato e lo coltivano con la religione e la cultura È un fatto.

Per governare i problemi aperti dalle migrazioni di massa generate dalle ingiustizie planetarie bisogna riconoscere che l’arrivo di persone provenienti da altre culture, da altri valori e religioni possono creare tensioni. Questo non vuole assolutamente dire che si devono chiudere le porte ai migranti. Ma occorre trovare mezzi efficaci che precedono l’accoglienza e proporre loro un aggiornamento/adeguamento con la popolazione locale sull’eguaglianza dei uomini e donne nella dignità e nei diritti, sulla laicità e la libertà d’espressione. Bisogna riconoscere che i paesi occidentali, con tutti i loro difetti, al loro interno sono avanti sui rapporti di genere. In questo senso sono dei modelli per alcuni paesi come per il mio paese d’origine, il Senegal, ma anche e maggiormente per i paesi islamici. Le statistiche ci dicono che esiste una forte correlazione tra ingiustizie e diseguaglianze nei paesi islamici governati dalla Sharia diversamente che nei paesi laici. È un fatto.

In Occidente le donne hanno abbandonato i ruoli secondari per prendere il loro posto a pieno titolo nella società. La minigonna non sarà barattata con la gonna lunga. I capelli al vento non saranno imprigionati da un velo per un sedicente pudore compiacente con l’atteggiamento degli uomini. Il pudore è nella civiltà, nei rapporti giusti e paritari tra donne e uomini a prescindere dagli abiti che si indossano. Consiste nel rispetto assoluto e incondizionato della donna e del suo corpo, vestito o nudo. Per questo il valore occidentale più invidiabile e degno di essere copiato ovunque sulla terra dove vivono esseri umani è l’eguaglianza in dignità e diritti tra uomini e donne. Non è barattata a fronte di qualsiasi religione, cultura; non si deve piegare, non si piega. Prima di concludere, a quelli che si chiedono perché parlo del Congo rispondo che ho scelto l’occasione di una ingiustizia per denunciare questa e insieme altre che si compiono altrove. Troppe donne nel mondo soffrono di ingiustizie religiose, culturali, sociali, politiche ed economiche. Ci vuole tolleranza zero, bisogna denunciare a piena voce chi aggredisce le donne, essere dalla loro parte senza guardare a fatti particolari che sembrano poter giustificare i comportamenti aggressivi. I colpevoli devono essere individuati e condannati severamente. Devono essere assunte iniziative per prevenire altri abusi e aggressioni. Come le persone, le ingiustizie viaggiano, prendono l’aereo e le navi, entrano in contatto con altre culture e civiltà, con stili di vita completamente diversi. Questo scontro deve farci ricordare e praticare che che l’eguaglianza tra uomini e donne è superiore a tutto.

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

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DUE VIGNETTE

Una vignetta di Charlie Hebdo: per commentare la notte di violenza contro le donne in Germania si riprende la morte sulla spiaggia di Aylan (migrante di 6 anni), e si inserisce in un contesto di ‘uomini’ (?) che rincorrono donne con la bava alla bocca.

Il titolo della vignetta è ‘MIGRANTI’.

La domanda è “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?”

Il nostro commento è: vergognoso, inaccettabile. Lasciate stare i bambini.

 

A distanza di qualche giorno una risposta che condividiamo: una vignetta pubblicata sul blog della regina Rania di Giordania, il 15 gennaio.

La domanda è la stessa: “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?  

La risposta è: “Un ragazzino, uno studente, forse un medico, un padre affettuoso…”

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Mediterranea UDI Catania a cura di Carla Pecis  –  carlapecis@tiscali.it

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Ha pianto Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Aylan, vedendo la vignetta in cui Charlie Hebdo ironizza su chi sarebbe diventato da grande il bambino siriano di tre anni trovato morto a inizio settembre sulla spiaggia turca di Bodrum – un “palpeggiatore” in Germania. “Quando ho visto quell’immagine non ho potuto far altro che piangere”, ha raccontato Abdullah all’agenzia di stampa francese Afp. “La mia famiglia è ancora sotto shock”.  [Huffigton Post]

Davanti alla grande tristezza che la tragedia porta con se e al dolore inconsolabile per chi lo ha vissuto e lo vive, il “cinismo” satirico deve restare in silenzio e trovare altri bersagli. Non può muovere nessun riso o sorriso. Il bambino aveva solo il diritto di continuare a vivere.

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ragazze primavaraba

PARLIAMO DELL’ESITO DELLE ELEZION IN EGITTO :   90 DONNE IN PARLAMENTO

Sono state poche le notizie e pochissimi commenti alle elezioni egiziane che hanno eletto il nuovo Parlamento attraverso un percorso elettorale durato sei mesi – per comprendere cosa sta avvenendo e i possibili sviluppi nella realtà del Paese più importante dell’area araba mediterranea sottolineiamo la novità di una notevole presenza di donne elette e leggiamo un articolo di commento più ampio del direttore del quotidiano Asharaq Al Awsat, Ali Ibrahim ( 12 gennaio  – trad. MC. Minniti)  

Sembra che la politica internazionale sia in certa misura governata dalle suggestioni, a prescindere dai fatti sul terreno e senza tentare di comprendere realmente ciò che sta accadendo. Questa impressione deriva dalla posizione assunta da molti in Occidente rispetto agli sviluppi in Egitto post 30 giugno e la deposizione del governo guidato dai Fratelli Musulmani. Si tratta in parte di un atteggiamento comprensibile alla luce della cultura delle democrazie occidentali che si inquietano per l’intervento dell’esercito nell’arena politica. È stata, dunque, assunta una posizione critica verso gli eventi in Egitto, incomprensibile agli occhi di attori arabi e regionali che non riescono a capirne l’origine riconducibile alla cultura delle democrazie politiche.

Il percorso intrapreso dall’Egitto dopo il 30 giugno presentava elementi complicati da capire in Occidente, tra cui il chiaro sostegno popolare con milioni di persone scese in strada a manifestare contro il governo dei Fratelli Musulmani, l’intervento dell’esercito e poi il periodo di transizione caratterizzato dalla road map incentrata su tre fasi, il tutto sullo sfondo di un’ondata di violenza e atti terroristici il cui primo obiettivo era colpire l’economia, riuscendo a centrare una delle sue arterie più importanti, ovvero il turismo. Il percorso politico, tuttavia, non si è fermato: lo Stato si è rimesso in movimento e sono stati inaugurati nuovi progetti che sono fonte di speranza per il futuro. Il percorso, poi, si è completato con la promulgazione della Costituzione e in seguito con le elezioni presidenziali e infine quelle parlamentari.

L’elezione di questo parlamento è stata piuttosto controversa, dal momento che l’affluenza alle urne non è stata elevata e secondo i numeri diffusi si è attestata intorno a un quarto degli elettori registrati. Si tratta, tuttavia, di milioni di elettori che sono stati chiamati alle urne diverse volte in un lasso temporale limitato, ed è comunque una percentuale che si registra anche in molte democrazie occidentali. L’aspetto più importante di questo Parlamento è che per la prima volta sono entrate a farne parte circa 90 donne, un numero senza precedenti che corrisponde a oltre il 15% dei membri. La maggior parte sono state elette in liste di raggruppamenti politici oppure hanno vinto nelle loro circoscrizioni dopo battaglie elettorali. Si tratta di un grande successo rispetto alle passate elezioni in cui le donne potevano entrare in parlamento solo mediante nomina.

Questa percentuale rispecchia, inoltre, la partecipazione politica della donna egiziana nel percorso del 30 giugno e nella road map che ne è scaturita. La presenza delle donne è stata molto forte sia nelle manifestazioni in strada sia nella partecipazione politica alle votazioni che si sono svolte in diverse fasi della road map, così come nel numero di candidate e nella loro partecipazione alle “battaglie” elettorali. Questo ruolo è stato incoraggiato dallo Stato.

Se guardiamo gli eventi attraverso lenti nere non riusciremo a vedere niente di positivo in tutto ciò che è accaduto e invece non si può ignorare questa presenza femminile nel Parlamento del 30 giugno poiché è da considerarsi un successo storico che compiace il compianto Qasim Amin (giurista dell’Università del Cairo, autore di “I diritti delle donne nell’Islam” in particolare su matrimonio e divorzio, “La liberazione della donna” (1899) – “La donna nuova” (1900). Muore nel 1908.)

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

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I fatti di Colonia, cioè di sempre

foglietto fatti colonia

 

Un foglio con scritte, in arabo e in tedesco, frasi con espliciti riferimenti sessuali è stato ritrovato nelle mani di due sospettati, nell’ambito delle indagini condotte dalla polizia locale sulle violenze della notte di San Silvestro a Colonia. Lo riporta la Bild on line, che pubblica il biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, «voglio scopare», «grandi tette», «ti voglio baciare», «sto scherzando con lei», «io la uccido». (Ansa)-Corsera

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Lo stupro è un’arma di guerra: quella del terrore e quella dichiarata ufficialmente. Lo dice l’ONU

A Colonia contro le donne stupri e molestie. La politica, e la polizia, balbettano.

Di fronte alle azioni terroristiche in Europa, perpetrate nell’ultimo anno con armi convenzionali, evolute o rudimentali, la rivolta civile e la solidarietà, nel continente, sono scattate in modo evidente e senza distinguo di nessun genere. Qui, in Italia, il desiderio di mostrarsi contro è stato più forte del timore di dar sponda a ideologie razziste. È stato possibile: abbiamo assistito anche alla mitigazione delle esternazioni xenofobe e razziste da parte di formazioni, altrimenti, connotate sull’enfatizzazione di questo tipo di pulsioni.

Le strumentalizzazioni nella ricerca di consenso spicciolo, da parte delle forze politiche, hanno ceduto il passo a un atteggiamento consono a un palcoscenico meno angusto dei singoli scenari locali. La certezza che ha unito soggetti tanto differenti è stata ed è fondata sul fatto che “nessuno vuole la guerra in casa”. Il trasporto col quale è sembrato a molti doveroso esprimere solidarietà alle vittime è stato, evidentemente, proporzionale al numero di morti causato da quelle azioni, ma anche innegabilmente, soprattutto da parte delle comunità islamiche, misurato dall’esigenza di prendere le distanze dalla matrice integralista di un movimento politico che si caratterizza per volontà di distruzione e per implicito rifiuto della cultura occidentale, accusata di aver innescato meccanismi violenti nel mondo arabo e mediorientale. Chi, come chi parla, in questi anni, e da sempre, ha espresso una critica forte “all’esportazione della democrazia, si è sentito maggiormente chiamato a esprimere il proprio orrore per quanto avvenuto e, purtroppo, promette ancora di avvenire.

L’azione concordata tra criminali, che ha portato all’aggressione di massa su centinaia di donne soprattutto a Colonia, ma anche ad Amburgo, Stoccarda, Düsseldorf, non è stata avvertita, invece, dallo schieramento assemblato dopo gli attacchi di Parigi. Le ragioni risiedono nel fatto che la violenza sulle donne anche quando causa la morte delle vittime, è data per scontata nella fisiologia dei processi sociali ed economici: la condanna è un rito che quasi mai provoca profonde ridiscussioni sulle cause politiche che la violenza generano e impongono.

Nel caso di queste aggressioni, un problema è stato quello di prendere parola nella consapevolezza che non sono solo “quegli uomini” a pensare che le donne siano a disposizione contro la loro volontà, ma che lo sono anche altri, cioè coloro che pensano che l’integrazione tra culture possa avvenire nonostante i diritti delle donne. Su questa questione ritorna il vecchio tema dei due tempi: prima i bisogni di tutti e poi quelli delle donne. Nel 1977 Armanda Guiducci pubblicò un saggio dal titolo “la donna non è gente”, documentando gli elementi che delineavano la qualità monosessuata, al maschile, di ciò che si definisce progresso. Da allora le cose, schiavitù lavorativa e sessuale, segregazione culturale, subordinazione politica, hanno preso altri nomi, definizioni che rendono apparentemente dinamica una società rimasta invece ancorata alla convinzione che le donne “vengono dopo”.

L’agire della polizia tedesca ha dimostrato che il terrorismo verso le donne è, infondo, cosa che va tenuta sotto traccia per non disturbare il piano sull’immigrazione.

Tutto sommato sembra che non sia avvenuta una cosa poi tanto grave, anche per alcune donne autorevoli, ansiose di non interrompere l’unità di un movimento umanitario, che, non si sa perché, sarebbe messo alla prova inutilmente su una questione tutto sommato fisiologica.

Se gli stupri e le aggressioni non fossero stati mostrati dai criminali come atto concordato, se fossero avvenuti in modo più “occidentale”, per così dire sul modello “Tusciano”, se ancora si fossero rivolti a donne “non gente” per eccellenza, se fossero stati rivolti a connazionali, o per assurdo (?) a Prostitute immigrate: “se”, varianti che in questo caso non ci sono state. Ciò che poteva generare i soliti crudeli dubbi è stato sconfitto dall’evidenza. Che evidentemente non è bastata perché i toni dimostrano che, per gli stati, prendere consapevolezza di aver fatto sì che l’immigrazione fosse un fatto da uomini e da concordare tra uomini, è durissimo contraddittorio e destabilizzante. Si fa finta di non vedere la variante, cioè il femminicidio, che comunque perpetrato è lo scoglio su cui si arena ogni proposta che non voglia considerarlo come fenomenologia viva e condizionante.

All’indomani di un dramma vissuto nella notte di capodanno da donne libere, fino a alle ricorrenti prove contrarie, la timidezza di quello che ci si ostina a chiamare movimento in Italia è un riconoscimento implicito dei così detti due tempi della democrazia.

L’analisi fatta da un noto sito di controinformazione, pone l’accento sul fatto che sarebbe stato strumentalizzato il fatto, in quanto le donne “veramente stuprate” erano davvero poche: il resto ragazzate. Davvero non è difficile pensare che il pensiero dell’Arcivescovo di Canterbury, “lasciamo che l’ordine familiare sia governato in autonomia dalle singole religioni”, sia un paradigma per la politica occidentale che forse non vede con sfavore l’eventualità di pagare qualche prezzo, se a farlo sono le donne.

Il silenzio sulle violenze sessuate non è solo un costume, non è solo la copertura della connivenza di chi crede che tutto sommato è un alleato dell’ordine chi tiene le donne sotto schiaffo: la politica ne ha fatto moneta di scambio per quanto di analogo è avvenuto da parte dei propri eserciti “nei paesi da liberare”. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che bambine e bambini sono stati (?) violentati e sedotti in cambio di pane.

Non solo l’Italia ma per esempio in Inghilterra è successo che il silenzio abbia coperto la violenza subito da donne e bambine: nello Yorkshire millequattrocento ragazzine schiavizzate sessualmente tra il 1997 e il 2013.

I fatti di Colonia sono un banco di prova, non per la sicurezza ma per la serietà dell’agire politico, per chi della serietà fa una bandiera.

Lo stupro è terrorismo, è guerra: il tacerne la natura, anche quando è dichiarata, è il frutto dell’arroganza verso tutte le donne.

Stefania Cantatore

Napoli 11, 01, 2016

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I fatti di colonia interessano tutti e tutte noi

Quanto accaduto a molte donne in Germania sera di San Silvestro, per opera di uomini in gran parte stranieri – secondo la polizia – di origine “araba” o nordafricana”, interessa tutte e tutti noi. I fatti sono ormai noti, grazie alle testimonianze di tante delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Nella notte di Capodanno, mille uomini a Colonia – ma anche in altre città come Francoforte, Amburgo, Dusseldorf, Bielefeld – centinaia di donne sono state aggredite, derubate, molestate sessualmente e alcune stuprate da un migliaio di uomini ubriachi, davanti alle forze dell’ordine dimostratesi impotenti ed inadeguate ad intervenire e porre fine alle violenze.

Se i 31 uomini arrestati in questi giorni sono rappresentativi dei mille violentatori e molestatori – nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniani, quattro siriani, due tedeschi, uno iracheno, uno degli Stati Uniti – è del tutto evidente che si è trattato di maschi, nient’altro che di maschi che, organizzati in branco, si sono scatenati nella caccia alle donne, per afferrarle, dominarle, terrorizzarle, possederle in quanto preda. Maschi, solo maschi, che incarnano quella cultura della violenza e del dominio, della distruzione e dell’odio da cui molti di loro dicono di voler fuggire. Maschi, solo maschi, non importa la loro nazionalità di origine, la religione che professano, non importa come sono arrivati, se a piedi, nei barconi, in aereo o in treno, non importa se sono richiedenti asilo o uomini stranieri residenti, quello che conta è che sono giovani uomini che – come tanti ogni giorno nella nostra civilissima Europa – si sono sentiti autorizzati a terrorizzare donne considerate a loro disposizione, come alcune di loro hanno raccontato.

“Si sentivano onnipotenti e pensavano di poter fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada”. “ A un certo punto della notte ci siamo trovate circondate da una ventina di uomini. Ci hanno preso per le braccia cercando di separarci e di strapparci i vestiti. Poi hanno provato a toccarci tra le gambe e in altre parti. Alla fine ci hanno derubate di tutto quello che avevamo nelle nostre tasche”. “Cercavamo aiuto. Siamo corse verso le macchine della polizia e non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare la situazione”.

E’ una storia, questa, non nuova purtroppo e che appartiene agli uomini e alla loro cultura, che diventano feroci ovunque, se si uniscono, molti o pochi che siano. Ogni donna almeno una volta ha sperimentato la paura o quantomeno il disagio di trovarsi sola davanti a un gruppo di uomini. Sentimenti che un uomo non ha mai provato davanti a un gruppo di donne.

“L’intera piazza – ha raccontato una delle testimoni – era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio”.

E’ la “questione maschile” che mostra il suo volto globalizzato di uomini incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, che sia nelle piazze delle cosiddette “primavere arabe” dove violenze e stupri hanno accompagnato le manifestazioni, dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria all’Iran, o che sia nelle piazze tedesche dove le donne si erano riversate per festeggiare la fine dell’anno. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merker a condannare l’accaduto e a chiedere che i colpevoli vengano individuati e condannati per i ”ripugnanti” crimini commessi, tenendo separata la questione della violenza sul corpo delle donne da quella delle immigrazioni, dove si rende visibile – a Rosarno come a Colonia, al Cara di Mineo come al Centro di Sant’Anna di Crotone – che quando si parla di violenza e di stupri si parla sempre e solo di uomini e non di donne, anche loro straniere ed immigrate.

Non si usino le donne per giustificare, ieri le guerre – come in Afghanistan – oggi le violenze di Capodanno, il proprio odio verso gli stranieri e le straniere. A noi donne, ovunque nel mondo, non resta che continuare sulla nostra strada aperta da altre e non rinunciare mai ad arrabbiarci ed indignarci di fronte a uomini – stranieri o meno – che non vogliono e non sanno cambiare il loro rapporto con il loro corpo delle donne. A quanti di noi, donne e uomini, abbiamo la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, non resta che continuare a lavorare per quel cambio di civiltà delle relazioni tra i sessi affinché gli uomini non temano più la libertà femminile ma capiscano che questa può essere un’occasione anche per loro per liberarsi di quella cultura patriarcale da cui nasce la violenza maschile sul corpo delle donne.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud – 11.01.2016

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Centri antiviolenza: la Legge Regione Calabria n. 20-2007 viene elusa

Calabria, dove sono finiti i soldi per i centri antiviolenza?

Un appello perché la Regione applichi la legge ed eroghi i fondi promessi.

Su GIULIA giornaliste, Giovanna Pezzuoli qualche settimana fa riassumeva una delle condizioni mortificanti che la Regione Calabria non riesce a risparmiare al suo territorio e che riguarda i Centri antiviolenza. Da troppi anni con vari marchingegni, ben chiariti nell’articolo da Antonella Veltri, una delle colonne del Centro Roberta Lanzino di Cosenza, la Regione elude l’impegno dell’ottemperanza alla sua stessa Legge Regionale n. 20 del 2007.

La legge sancisce il diritto alla sicurezza, alla protezione e al sostegno (anche per la prole) per le donne che subiscono violenza “al fine di ripristinare la propria inviolabilità e di riconquistare la propria libertà”. Quei pochissimi centri che potrebbero funzionare sul territorio regionale (e il Centro Lanzino funzionava egregiamente dal 1988) si sono visti tagliare fondi e opportunità, senza dire della assoluta noncuranza delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa.

Le direttive europee in materia di contrasto alla violenza esercitata sulle donne raccomandano la presenza di un Centro antiviolenza ogni 10.000 persone e un Centro di accoglienza ogni 50.000. Pertanto in una città come Reggio dovrebbero esistere circa 20 + 4 centri.

In tutto il Paese al 2011 vi erano 54 Centri rifugio contro i 685 dell’Inghilterra.

È drammatica dunque la condizione di arretratezza in cui versa non solo la Calabria, ma l’intero territorio nazionale lontano dagli standard europei.

Ci siamo interessate assieme ad altre donne e Associazioni, con assemblee, comunicati stampa, istanze dirette, costituendo perfino ad hoc una Rete delle donne Calabresi, già dal settembre 2010 e di seguito …

https://udireggiocalabria.wordpress.com/2010/09/18/rende-la-casa-rifugio-del-centro-antiviolenza-r-lanzino-ha-chiuso/ 

Malgrado le promesse il muro di gomma è assoluto a tutt’oggi.

UDIrc

https://udireggiocalabria.wordpress.com/?s=lanzino

https://udireggiocalabria.wordpress.com/2010/10/12/importante-comunicato-stampa-delle-donne-calabresi-in-rete/

Su change.org manca solo qualche centinaio di firme al SOS lanciato dal Centro Roberta Lnzino, occorre affrettarsi:

PETIZIONE URGENTE DA FIRMARE / Violenza alle donne: la Regione Calabria ignora la legge

Roberta (foto Fondazione R. Lanzino)

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La donna, tutte le donne fuori dalla fabbrica della violenza

Immagine24

 

La guerra non è la guerra, come entità separata nei fatti che accadono sulla terra, ma è un ingranaggio della enorme macchina distruttiva che noi della specie azioniamo sulla terra senza risparmiare nessuna cosa e nessun essere.

È una macchina che dura da migliaia di anni e ce la scambiamo di secolo in secolo, di generazione in generazione, ne sostituiamo i pezzi, la manteniamo pulita ed efficiente per distruggere tutto, soprattutto i sogni delle giovani generazioni.

È una macchina perché è una entità senza anima e senza cuore, senza pensiero, senza affetti, punta a distruggere il futuro, a far ritornare tutto ad un anno zero del dolore e della morte. All’annientamento. Non pensa e soprattutto non ama nessuna cosa o essere. L’hanno azionata sempre gli uomini in modo collettivo e la azionano tuttora. Qualche volta le donne, per lo più in modo individuale.
La macchina distruttiva non agisce solo tra schieramenti militari, ma si materializza diffusamente anche nelle relazioni ordinarie tra le persone compiendo un lavoro che ha un nome: violenza. La potenza che esprime va da un grado elementare che parte dall’insulto della parola, del gesto, che penalmente potrebbe essere nemmeno sanzionabile, ma c’è. Fino al grado massimo, di distruzione e autodistruzione collettiva.
Ma c’è un obiettivo costante verso cui la macchina millenaria della violenza dirige la sua potenza e compie il suo lavoro: le donne. Non necessariamente è un lavoro sanguinario. Va dal pagarle meno degli uomini sul lavoro, ostacolarle nella carriera, ostacolarne la maternità, assoggettarle socialmente e nel nucleo familiare. Non considerarle. Appropriarsene sessualmente, offenderle nel sesso e nell’etnia. La soluzione finale: sopprimerle se non si sottomettono e dopo l’abuso…

Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci invita sempre a riflettere. Ogni anno il fraseggio, gira gira, è scontato per le addette ai lavori e per chi è ben consapevole, ma non è così per moltissimi uomini (e donne) a cui una sola giornata di sensibilizzazione forse apporta e importa poco o nulla. E’ in ogni caso un rito necessario per mantenere alta l’attenzione. Ma non sufficiente.
Per tradizione (ignoranza-disinformazione) per molto tempo si è parlato di raptus e momenti di follia sui giornali, in televisione, persino nelle relazioni di psicologi e sociologi, anche donne. Si sosteneva con convinzione, in più settori culturali e sottoculturali, che si trattava di gelosie o turbe mentali dell’uomo o addirittura di inadempienze della donna.

Ancora perdura qualche formula del delitto passionale. Anche in un Convegno a Reggio, organizzato dalle Pari Opportunità nel 2012 in cui si mescolavano grossolanamente violenza sulle donne e violenza sui bambini, le donne relatrici più o meno sostenute da un noto criminologo parlavano di delitti passionali e patologie.
Oggi è un dato indiscutibile che all’origine della violenza sulle donne ci sia la disparità di potere instaurata storicamente e ufficialmente riconosciuta nella coppia. C’é la persistente gerarchia patriarcale dominante nelle società ricche e povere, con i relativi privilegi. C’è un clima di sopraffazione che soprattutto nei paesi più poveri non viene né ostacolato né conosciuto o denunciato, piuttosto occultato. Di conseguenza in una umanità dispari e a mentalità maschile dominante, sono a rischio sia il riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, non ancora pienamente metabolizzata dall’uomo, sia l’applicazione di sanzioni soprattutto nei paesi più poveri.

«Il femminicidio, compiuto spesso dopo stupri e tortura è all’ordine del giorno in Guatemala». Così dice sul manifesto Ana Cofiño, antropologa e femminista di lunga esperienza, fondatrice del mensile La Cuerda.

Ma richiamiamo anche altre violenze estreme che le donne subiscono in aree di guerra per stupro-etnico, in medioriente e Africa e altrove. Si sequestrano per torturarle, schiavizzarle sessualmente, se ne fa compravendita o si uccidono …

Decenni di studio da parte di Comunità internazionali e nazionali (la C. CEDAW adottata dall’ONU nel 1979, Convenzione di Istanbul, il testo NoMore promosso dall’UDI, realizzato e sottoscritto da più di una decina di Associazioni) basterebbero oggi per orientare gli amministratori sulle giuste misure da prendere e sulle strade da percorrere.

Non c’è quasi più niente da studiare. C’è da fare azioni concrete soprattutto nell’ambito dell’educazione, familiare e scolastica, educare al rispetto dei diritti umani e civili di ogni essere vivente e dell’ambiente. C’è da fare prevenzione e tutela nell’ambito delle Istituzioni investendo in cultura, Università, Osservatori, Eventi, Reti e Strutture antiviolenza.

Come è scritto nella Convenzione No More la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:
• nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
• nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
• nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
• nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ma non si dirà mai abbastanza quanto diverse realtà femminili attive, preziose, restino marginali e frammentate con poca forza d’urto nello stabilire strategie comuni e perfino poco amichevoli nel piccolo litigio delle precedenze e delle visibilità.

UDIrc

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E’ Paola che ha liquidato l’egregio dott. MM

Il sessismo nei confronti della figura donna-lavoro è una piaga. Oltre che sui luoghi di lavoro è già in agguato nei colloqui per l’assunzione.

Alcuni tratti particolari sono rivelati dall’Indipendent sulla base di una ricerca della società londinese Thomas Mansfield Solicitors Limited. La società è di fatto un grande studio legale di specialisti nel diritto del lavoro per patrocinio, consulenza, mediazione per tutti i casi come licenziamenti senza giusta causa, discriminazioni, razzismo, molestie sessuali, bullismo, ecc.

Laureate di 20 università britanniche sono state interpellate se volessero condividere le cose più bizzarre e offensive richieste nell’approccio al lavoro.

Molte delle risposte dimostrano quanto il sessismo e le molestie siano vitali sui luoghi di lavoro. Julie Goodway, avvocata presso la società londinese di legali, dichiara all’Indipendent: “Purtroppo le esperienze delle intervistate non sono casi isolati. Ci viene spesso chiesto come rispondere a domande come queste”.

Dice anche come il semplice questionario di tale profilo costituisca molestia sessuale ed è improbabile che le stesse domande vengano poste ai candidati di sesso maschile.

Per esempio:

Come valuta l’eventualità di uscire con un dipendente dell’azienda?

Ha in mente di diventare mamma nei prossimi anni?

Potrebbe truccarsi di più nel caso in cui questo colloquio andasse a buon fine?

Sarebbe in grado di flirtare con i clienti per convincerli?

Soffre di sindrome premestruale?

Quella che segue è l’esperienza di Paola Filippini che ha voluto raccontare la sua esperienza sulla sua pagina fb. Il dottor MM umilia Paola come persona, ma soprattutto come donna e nello stesso istante tutte le donne in quanto donne e persone. L’umiliazione e l’insulto sono lanciati contro la mente e il corpo delle donne di qualsiasi latitudine. Non condividiamo alcune espressioni colorite di Paola, ma comprendiamo e sosteniamo la sua rabbia.

***

(Paola Filippini)

Premetto che ho contato fino a diecimila prima di scrivere queste parole. Ma non riesco a non dirle. E le scrivo qui, per una massima diffusione. Perché tutti devono sapere cosa accade al giorno d’oggi. Vi chiedo di prendervi un paio di minuti per leggere e condividere ciò che mi è successo, perché mi sento offesa e arrabbiata, e tutti, uomini e donne, devono sapere.
E’ SUCCESSO DI NUOVO, ED E’ ORA DI DIRE BASTA.
Questa mattina sono stata convocata per un colloquio di lavoro presso una nota agenzia immobiliare di Mestre che si occupa-anche-di affitti turistici. Sto cercando un lavoretto saltuario per arrotondare perché non sono ancora abbastanza brava e famosa per vivere di sola fotografia, quindi mi sono proposta come hostess per check-in per alloggi turistici, un lavoro che ho già fatto per tanti anni.
Lui, l’egregio Dott. M.M. si presenta all’appuntamento con 30 minuti di ritardo. Non fa niente. Ha una maglia verde lega, ma mi astengo da pregiudizi. Entro nell’agenzia, e dietro di me, sulla porta, un signore che parla poco l’italiano chiede di poter entrare a chiedere un’informazione. Lui, l’egregissimo M.M., lo secca con un “Torna dopo!”. Soppesando il suo grado di educazione e professionalità, lo seguo verso il suo ufficio.
Mi fa accomodare alla sua scrivania, ma non si presenta, non mi da la mano, non si scusa del ritardo, mi da del tu. Questa cosa mi da fastidio, ma anche qui passo oltre.
Prende un foglio prestampato. Questionario Informativo, c’è scritto. Inizia con le domande:
Lui: “la tua data di nascita?”
io:“1-12-87”
Lui:“e quanti anni hai?”
io: “28”
Lui:“dove vivi?”
io: “risiedo a Mestre”
Lui:“..mi serve l’indirizzo preciso”
io: “sono certa di averlo già scritto nel mio C.v.” sorrido educata.
Lui:“mi serve questa informazione di nuovo” (seccato)
io: “va bene, via ***”
Lui:“ok. Stato civile?”
io: “in che senso?” (oh no, sento già lo stomaco chiudersi)
Lui:“sei sposata? Convivi? Hai figli?”
Respiro “E’ necessario che io risponda a questa domanda?”
Lui:“si, è necessario” (si sta agitando)
io: “posso non rispondere”?
Tenetevi forte.
Lui: “Certo. Allora ti puoi anche accomodare fuori, per me il colloquio finisce qui”.
Prende il Questionario Informativo, lo strappa davanti alla mia faccia con fare da vero uomo duro. Si alza, mi apre la porta.
“Non capisco,” dico io “perchè mi sta congedando in questo modo”
Lui: “Perchè tu mi devi rispondere alle domande, e se non mi rispondi il colloquio non può proseguire”
Io: “Non può proseguire il mio colloquio se io non le descrivo la mia situazione famigliare?”
Lui: “esattamente.”
Io: “mi può fornire almeno una spiegazione?” (cerco di insistere)
Lui: “Devo sapere se sei sposata e se hai figli, perché questo determina la tua disponibilità lavorativa”
Io: “mi scusi Dottore, ritengo che la mia disponibilità lavorativa esuli dalla mia condizione privata. Se vuole sapere quanto e quando posso lavorare, mi può semplicemente chiedere qual’è la mia disponibilità oraria”
Lui, ormai furibondo:“Io chiedo quello che mi pare, e se non vuoi rispondere non posso darti il lavoro. Ora te ne puoi anche andare”.
1…2….3……Vabe dai, ormai è fatta. Parto con le mie:
“Posso dirle una cosa? E’ proprio per colpa di persone come lei che questo Paese sta andando a puttane. Perché se a una donna viene chiesto di dichiarare la sua situazione famigliare prima di chiederle quali sono le sue capacità, cosa sa fare e quali sono le sue aspettative lavorative, allora siamo proprio in un mondo di merda. Lei non sa che parlo perfettamente 3 lingue straniere, non sa che questo lavoro l’ho fatto per anni, che ho tanta esperienza e capacità. Lei non me lo ha chiesto. Mi tolga una curiosità, anche ai maschi chiede se hanno figli e se sono sposati quando fa loro un colloquio?”
Lui: “no, ai maschi non lo chiedo. Perché questo è un lavoro che ritengo debbano fare solo le donne”
Io (ormai balba): “Sul serio? Ma lei si sente quando parla?”
A questo punto prendo la porta, ma prima di andarmene gli porgo la mano per salutarlo, professionalmente. Ma lui “no, non ti do la mano”
io: “e perché?”
Lui: “Perchè non voglio darti la mano, buona giornata”.
Sorrido, arrivederci, me ne vado. Torno all’ingresso, e lì, mentre sto per uscire, con gran classe mi urla dalla sua scrivania “spero proprio che troverai un lavoro!!”

Mi fermo un momento davanti alla porta. Non rispondo, semplicemente perché non è mio costume urlare alla gente da un ufficio all’altro. Chi mi conosce sa quanto sono Signora. Esco, e faccio un profondo respiro. Ho detto un decimo delle cose che avrei potuto dirgli. Perchè in quei momenti ti senti così male e così offesa che il cervello rallenta per l’incredulità.
E allora: Caro piccolo uomo col maglione verde e il cazzo sicuramente minuscolo, nel tuo bellissimo ufficio hai incorniciato la foto di tua figlia, una graziosa ragazzina di circa 16 anni, che – per ironia della sorte – assomiglia tantissimo a me quando avevo la sua età. Prova a pensare, piccolo uomo con piccolo cervello e grande presunzione, quando un giorno non molto lontano, la tua piccola vergine figliola andrà a fare un colloquio di lavoro, ed incontrerà un piccolo uomo che le chiederà se è sposata, se ha figli, se convive, e che le sue risposte in merito alla sua situazione famigliare determineranno il suo successo lavorativo. Prova a pensare per un momento come può sentirsi una donna, quando le viene fatta una domanda del genere. E’ offensivo, è bruttissimo, è una VIOLENZA. Perchè non importa se hai studiato, se hai lavorato tanti anni, se hai fatto gavetta, se hai un bel C.v.. Importa se hai figli. Perché se li hai, è meglio che tu stia a casa ad allattarli.

Ho scritto questo fatto su facebook, e lo racconterò a tutti. Perché le donne devono sapere che non si devono mai abbassare a queste offese, e gli uomini devono sapere che esistono tanti uomini di merda a questo mondo. Proprio ieri ne parlavo con alcuni colleghi, fatalità oggi mi è successo, di nuovo. Ho perso la possibilità di un lavoro, ma non mi importa niente. Ho salvato la mia dignità, ho mantenuto la mia privacy. La condizione della donna al giorno d’oggi è ancora molto difficile.
Sappiatelo tutti.

Paola Filippini

fotografa

[fonte fb alla sua pagina]

***

Ecco alcune delle norme che il dott. MM straccia sui diritti del lavoro e della persona.

Articolo 3 / Costituzione

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 37 / Costituzione

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione …

art. 8 / Statuto dei Lavoratori

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Art. 2 / Direttiva europea n. 76/207/

1. Ai sensi delle seguenti disposizioni il principio di parità di trattamento implica l’assenza di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, direttamente o indirettamente, in particolare mediante riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia.

Inoltre, il Testo Unico in materia di protezione dei dati personali garantisce il pieno diritto alla riservatezza.

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Mondo Rosa, Catanzaro

IL CENTRO regionale antiviolenza “Mondo Rosa”, aperto a Catanzaro l’8 marzo 2012, è diventato un luogo di relazioni tra donne, un luogo di lavoro femminile sulla consapevolezza e presa di coscienza delle donne, vittime della violenza maschile.

Nato da un progetto del Centro calabrese di Solidarietà e dell’Unione dei Comuni del Versante ionico, il Centro è stato finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto, con relativi finanziamenti, è scaduto nel novembre 2014. In questi due anni il Centro, che opera come luogo residenziale per un massimo di 8 donne con figli d’età entro i 3 anni e come sportello 24h/24h, ha svolto un lavoro prezioso e insopprimibile.

Alcuni dati: le donne che l’hanno contattato sono 155, di cui 30 residenziali con 8 bambine e 8 bambini. Di queste il 90% sono italiane e il 10% immigrate. Il 53% sono calabresi, il 22% pugliesi, il 22% siciliane, il 6% laziali. Luogo prevalente della violenza maschile si conferma la famiglia: il marito (54%), il compagno (8%), l’ex compagno (8%), l’ex marito (12%), il fratello (4%), il figlio (4%), uno sconosciuto (8%) e amici (4%). La violenza perpetrata è psicologica (44,4%), fisica (38%), economica (2,90%), sessuale (8,30%), stalking (5,50%).

Isa Mantelli, vicepresidente del Centro calabrese di Solidarietà, Rita Maceri e Maria Francesca Corapi, assistenti sociali, Romina Ranieri e Susy Cardamone psicologhe, sono le donne che abbiamo incontrato per fare con loro il punto della situazione e conoscere la loro esperienza.

Finito il progetto nazionale perché non è subentrata la Regione?

< Perché non esiste a livello regionale un accreditamento per i Centri antiviolenza. Ne esiste solo uno per donne in difficoltà. C’è poi un fondo nazionale, che la Regione non ha ancora ridistribuito.>

Che cosa avete fatto in questi due anni perché intervenisse la Regione?

< Quando abbiamo iniziato questa avventura c’erano già sette Centri antiviolenza gestiti da Associazioni, che funzionavano bene come sportelli. Solo due di loro erano anche residenziali. Questi ricevevano finanziamenti dal fondo per donne in difficoltà. Poi siamo arrivate noi e un altro Centro antiviolenza di Reggio Calabria, finanziato come il nostro. Abbiamo costituito con tutti questi Centri, tranne la Fondazione Roberta Lanzino che non ha voluto starci, un coordinamento regionale e da subito abbiamo posto due problemi: l’accreditamento per i Centri antiviolenza e la creazione di un tavolo tecnico presso l’assessorato ai Servizi Sociali. Ad oggi non si è fatto nulla. Le ex consigliere regionali Tilde Minasi e Gabriella Albano avevano presentato una legge, ma abbiamo dovuto fermarla perché prevedeva fra l’altro l’accoglienza delle donne maltrattate presso famiglie. Il che è inaccettabile. Chi garantirebbe per la loro sicurezza? Vogliamo una legge regionale oppure l’allargamento ai Centri antiviolenza del fondo esistente. In attesa, per non chiudere, andiamo avanti sostenuti dal solo Centro calabrese di Solidarietà.>

Come siete partite?

<Siamo partite con la formazione. Abbiamo adeguato la struttura alle esigenze delle donne e dei bambini che andavamo ad ospitare, sottoscritto una serie di protocolli con vari soggetti pubblici e privati, attivato un numero verde e lo sportello 24h/24h. Negli anni abbiamo continuato il lavoro di sensibilizzazione sul territorio. Il primo colloquio lo abbiamo avuto lo stesso giorno dell’inaugurazione, 8 marzo 2012, e a maggio sono entrate le prime due donne.>

Una donna maltrattata come arriva da voi?

<Arriva tramite i Servizi sociali, la Questura, altre strutture, oppure telefona. Accogliamo anche la donna che si presenta personalmente perché “ in pericolo”. L’unico problema è che dobbiamo avvertire i Servizi Sociali, il Tribunale dei minori se ci sono bambini e la Questura, per la denuncia che la donna deve fare come condizione per restare. Noi le diamo assistenza legale.>

Che tipo di percorso segue la donna che viene da voi?

<C’è un primo periodo di assestamento perché la donna è disorientata. La prima settimana lei e i figli si riposano, dormono. Riconquistano così un minimo di serenità per poi affrontare un percorso. Non è detto che restino qui. Noi l’accogliamo ma poi valutiamo se mandarle altrove per sicurezza. Per esempio abbiamo avuto una donna mandata da Crotone perché lì si temeva che il maltrattante potesse farle del male e un’altra di Catanzaro che abbiamo dovuto mandare a Reggio perché l’uomo era collegato alla ‘ndrangheta e i rischi erano doppi.>

In che cosa consiste il percorso?

<Dopo aver valutato qual è il percorso più giusto, si attiva un progetto individuale in cui la donna ripercorre il suo vissuto di violenza e la spirale della violenza, che inizia subito, dopo due o tre mesi di vita di coppia quando la donna si sente al centro dell’attenzione dell’uomo. E’ allora che appaiono le prime esternazioni di gelosia, che gradualmente portano all’ isolamento, alla svalorizzazione, alla segregazione, all’aggressione fisica e sessuale, alle false rappacificazioni e al ricatto dei figli. Lui comincia col chiederle di non lavorare, e lei rinuncia. Non gli piacciano le sue amiche, la sua famiglia, le chiede di non vederle più, e lei taglia i ponti. Le restringe gli spazi vitali. Via via lei si piega e aderisce completamente alla sua volontà. Pensa che sia una buona strategia per tenerlo calmo, per evitare che esploda la sua violenza. E invece non lo è, perché lui non si accontenta mai. La violenza esploderà perché la minestra è salata o non è salata, è troppo cotta o non è troppo cotta, perché la casa non è in ordine o è troppo in ordine. Insomma lui ha necessità di essere violento perché questa violenza ce l’ha dentro, e chiede di uscire. L’uomo, frustrato sul lavoro o altrove, cerca così di affermarsi sulla donna con la violenza. La donna perde ogni fiducia nelle sue capacità, inizia a sentirsi inadeguata e si sottomette.>

Come aiutate le donne a riappropriarsi di se stesse?

<Con la consapevolezza di tutto questo. Le donne non è che non si rendono conto che c’è qualcosa che non va nella relazione di coppia, semplicemente hanno difficoltà a voler vedere le cose. E’ un problema di autostima, lavoriamo perciò  sull’autonomia. Già il fatto che si trovino in una casa dove non sono sole, condividono la loro esperienza, riescono a parlare di sé e a dire tutto nei colloqui individuali e di gruppo, che si trovino anche in una famiglia dove partecipano alla gestione della casa, le aiuta ad arrivare da sole a rendersi conto che ce la possono fare. Noi siamo solo di supporto, le decisioni sono delle donne, in tutto. Loro tendono a delegare e noi rifiutiamo per costringerle a dire “io sono un soggetto attivo di un gruppo di relazioni che possono essere con le altre donne, con il mondo che mi circonda, con le operatrici e con i bambini, se ce l’hanno”. E’ difficile, perché sono donne senza autostima.>

Della violenza sessuale subita come ne parlano?

<Questo è uno degli aspetti più difficili. La facilità con cui parlano della violenza psicologica o fisica non ce l’hanno per quella sessuale. Ne parlano con difficoltà. Ci vuole più tempo, quando la relazione è più avanti, si devono sentire a loro agio. Ci si rende conto, però, che quello è un punto cruciale per loro, il più difficile da superare.>

Come vi rendete conto che una donna si sta trasformando?

<Quando le donne arrivano qui sono tutte brutte, anche le più belle, hanno i segni della violenza. Una donna sofferente che ha perduto la possibilità di brillare, piano piano, diventa bella e tu ti accorgi che lì qualcosa è cambiata, perché lo manifesta il suo corpo. Si prende cura di sé per piacersi e non per piacere all’uomo. Si mette la gonna, la maglietta più aderente. Non nascondiamo la fatica e i fallimenti. C’è ancora una forte cultura patriarcale che ci dice come dobbiamo essere noi donne e molte continuano a pensare al principe azzurro.>

Questa esperienza ha trasformato anche voi?

<Qui per tutte noi donne si è costruita una nuova storia. Tutte noi siamo più attente alla svalorizzazione del femminile e siamo diventate più sensibili ad ogni forma di violenza, non la permettiamo più, neppure nelle battute. Ci sentiamo donne guerriere perché non accettiamo la sconfitta, non andiamo in frantumi per questo, ma ricominciamo sempre.>

Dida: Corapi – Ranieri – Cardamone – Maceri – Mantelli

 

1ª Storia

Una giovane donna, con due figli piccoli, si trovava già in un Centro in Sicilia. È dovuta scappare perché il suo compagno girava intorno alla struttura e perciò era in pericolo. È arrivata qui da noi. Abbiamo iniziato il percorso che è durato più di un anno, ma alla fine ce l’ha fatta. Anche i bambini erano molto provati. Una sera – ci ha raccontato la donna – il più grande è scappato da casa per correre dai carabinieri e farli intervenire contro il padre che la stava ammazzando. Dopo questa scena la donna si era rivolta ai Servizi Sociali. Hanno pensato più volte di dividere la madre dai figli e mandarli in strutture diverse. Lei ha sempre combattuto e alla fine ha trovato prima il Centro in Sicilia e poi è arrivata da noi. Era una donna di livello culturale abbastanza basso, veniva da una famiglia totalmente assente, in cui era presente la violenza del padre anche sulla madre. Da noi ha iniziato il percorso di elaborazione della violenza, soprattutto nel suo ruolo di madre. Ha trovato anche dei lavori saltuari e si è fatta una vita “normale”. Ha realizzato cose che desiderava fare da sempre come una passeggiata con i figli, stare con loro, far fare loro la comunione, lavorare. Ha iniziato a relazionarsi anche nel quartiere ed ha incontrato un uomo, di cui ci ha rese partecipi. E’ andata via da sola anche se c’era quest’uomo nella sua vita. Per due mesi ha vissuto con i suoi figli e adesso convive in città con quest’uomo.

2ª Storia

Una giovane donna di 26 anni è arrivata da noi con i suoi figli, piccolini, ed è rimasta solo dieci giorni. Era una ragazza bellissima, si era diplomata ed iscritta all’università, che aveva lasciato dopo aver incontrato il suo compagno. E’ arrivata attraverso un’associazione che ci ha contattato. Prima però era andata in Questura per denunciare la violenza. Il suo convivente l’ aspettava fuori e l’ha inseguita. La sorella, che era con lei, ha telefonato alla Questura, che l’ha accompagnata da noi. Il figlio più grande, quando giocava con il fratellino più piccolo e questo gli prendeva qualche giocattolo, lo afferrava alla gola come “papà faceva con la mamma”. La donna è rimasta dieci giorni e poi è tornata dal suo convivente dicendoci: “non posso stare senza di lui”, “è un ottimo padre”. Si è presa la valigia, i figli e a piedi ha raggiunto la stazione. Dopo un po’ di tempo ci ha fatto sapere che aveva sposato il suo maltrattante.

Franca Fortunato

[Intervista di Franca Fortunato alle Donne di Mondo Rosa – Quotidiano del Sud 03.02.2015]

 info Mondo Rosa

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