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25 Aprile 2014

staffette biellesi in un dormitorio(Staffette biellesi in un dormitorio – foto da la LA RESISTENZA E LE DONNE, più sotto cit.) 

 

Sulle prime pagine dei grandi giornali nazionali campeggiano Renzi e l’ex Cavaliere, abbondano grandi pubblicità a tutta pagina di signore griffate. Meno di un sesto di pagina per Corsera su Resistenza e Costituzione. Il Fatto Q. nell’edizione emiliana pone il tema donne e Resistenza, qualche timido accenno su qualche altro giornale, una o due trattazioni soddisfacenti,  vetriolo e sarcasmo per la stampa gridata.
La Resistenza, come la Costituzione, è una coperta strattonata da più mani nel tentativo di coprirsi in esclusiva o di lacerarla o di farla scomparire.

Cos’è la Resistenza, il 25 Aprile?

Boh … festa … vacanza … du’ palle… E’ ben spiegato in una inchiestina tra i ragazzi di Tor Bella Monica, Piazza Bologna, Quartiere Prati, a Roma capitale, in mezza pagina del Fatto Quotidiano di oggi. Una tundra gelata su cui i nostri ragazzi sono stati abbandonati senza memoria civile.

 

RESISTENZA delle donne

L’UDI – Unione Donne in Italia – [fino al 2003 Unione Donne Italiane] ha la sua storia collegata alla Resistenza, anzi una nascita derivata. Poiché l’Associazione di fatto si forma a guerra appena conclusa, il 1° ottobre 1945, dall’unione delle donne dei Gruppi di Difesa della Donna sorti al nord nel novembre del ’43 e del Comitato per l’Unione Donne Italiane costituitosi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944. Formazioni che, parallelamente e in modi diversi, avevano lottato per la liberazione dagli oppressori e dalla miseria della guerra.
Il ruolo delle donne è stato di primo piano nell’organizzazione del fronte antifascista e antinazista… ma nella storiografia ufficiale le complesse e vaste operazioni delle donne vengono classificate come apporto laterale, complementare, non strutturale né fondamentale. Di conseguenza si è parlato di Resistenza taciuta.

noi donne gennaio '45(NOI DONNE-gennaio 1945)

Nemmeno i movimenti femministi nel complesso hanno sostenuto l’essenzialità e l’importanza dell’opera delle donne nella Resistenza, il cui  ruolo rimase semplice e obbligato sostegno di mariti e famiglia.

Alla Resistenza le donne approdarono inizialmente con una rapida o già presente costruzione intellettuale, oppure con semplicità e spontaneismo poi maturato in coscienza civile. Nel primo caso con una storia personale di antifascismo, nel secondo per solidarietà, dovere, patriottismo, a causa di violenze e lutti subiti o per buon senso.

Le donne agirono non solo per sostenere i propri padri, fratelli, mariti, compagni, figli, ma si mossero anche per una idea politica di libertà e giustizia che comprendeva il proprio percorso di emancipazione e di liberazione dai vincoli di una domesticità obbligata e forse soffocante e anche di indipendenza economica, basti ricordare la catena di massicci scioperi femminili nelle fabbriche.

... Il Calzaturificio Borri era diventato un simbolo, un punto di riferimento. Lì c’era la roccaforte delle donne. E i fascisti lo sapevano. Nel marzo del 1944 nella nostra fabbrica, la Borri, irruppe infatti una squadra delle brigate nere. Il fattaccio avvenne così. C’era il solito sciopero per le rivendicazioni economiche. Uno dei padroni aveva radunato tutti i dipendenti, donne e uomini, in uno stanzone al pianterreno della fabbrica, per convincerci a tornare a lavorare. Proprio mentre stava parlando, sono entrati correndo con i mitra spianati una ventina di fascisti della brigata nera. A quel punto noi donne abbiamo invitato i nostri uomini a tornare sul posto di lavoro. Avremmo incrociato noi le braccia. E avremmo preso noi la responsabilità dello sciopero. I fascisti non avrebbero osato prendersela con noi. E infatti non sapevano che cosa fare. Poi ne presero una, la Gemma Milani, e la portarono in carcere, nelle cantine della sede della brigata nera, in piazza Trento e Trieste.
La reazione delle donne della Borri però è stata immediata e ha colto di sorpresa anche gli stessi gerarchi fascisti. Siamo uscite dalla fabbrica in corteo, siamo andate a chiamare le donne delle altre fabbriche che erano in sciopero. Siamo andate tutte a gridare davanti alla caserma della brigata nera. A parlare con noi è uscito il segretario del Fascio, Mazzeranghi. Gli abbiamo detto che avremmo ricominciato a lavorare solo quando avrebbe rilasciato la nostra compagna. All’inizio non ne voleva proprio sapere. Poi invece abbiamo ottenuto che una delegazione di noi potesse far visita alla “prigioniera”. Dormiva sul pagliericcio ma stava bene. La pressione davanti alla casa della brigata nera e lo sciopero sono durati tre giorni. Alla fine Mazzeranghi l’ha lasciata andare ed è tornata in fabbrica.
Testimonianza di Giannina Tosi, Responsabile dei “Gruppi di Difesa della Donna”-Busto Arsizio

donne rimpiazzano  gli uomini nei posti di lavoro

(Le donne rimpiazzano gli uomini nei posti di lavoro – foto archivio l’Unità)

Gli uomini erano alle armi. I luoghi sociali, economici, produttivi, erano affidati ormai prevalentemente alle donne (malgrado il regime avesse curato l’immagine della donna fattrice), responsabilizzate nella gestione e nell’organizzazione di quasi tutto, dalla campagna alla città.

Sul fronte della rivolta di quello schieramento popolare chiamato Resistenza agirono trasversalmente donne di ogni estrazione sociale e credo politico ed età, borghesi ed operaie, contadine e casalinghe, benestanti e non abbienti, colte e meno colte.
Anche grazie a questa presenza varia di figure femminili la Resistenza ha avuto una connotazione di rivolta popolare armata ma anche di vasta struttura capillare, a differenza dei moti risorgimentali in cui operarono quasi esclusivamente grandi donne dell’aristocrazia e dei ceti elevati. Eppure, appena unificata l’Italia risorgimentale, alle dure repressioni sabaude ecco sorgere altre rivolte armate popolari, chiamate brigantaggio, dove le donne ebbero un ruolo analogo di rete protettiva e connettiva per i propri uomini, ma anche di guerriglia attiva: le brigantesse.

I dati riportati dalla fonte nazionale dell’ANPI registrano 35.000 partigiane, 20.000 patriote, di cui 4563 arrestate e torturate, 2900 fucilate, impiccate o cadute in combattimento, 2750 deportate, commissarie di guerra 512, medaglie d’oro 16, d’argento 17.
Ma molte non si fecero avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti. E di molte altre ai margini della lotta clandestina forse non si saprà mai.

La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazifascismo fu, dunque, ampia e si organizzò massimamente in un movimento aperto definito Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti per la Libertà, con 70.000 iscritte, la cui caratteristica era l’unione senza preclusioni, per una grave emergenza e un importante obiettivo da raggiungere.

I GDD, sono stati fondamentali sia per il ruolo organizzativo e logistico della Resistenza che per il sostegno psicologico e materiale ai combattenti, oltre che significativo anche nelle azioni di combattimento, ma come già detto, spesso taciuto e trascurato.

Scrive la storica Anna Bravo: “all’indomani dell’8 settembre 1943 quando migliaia di militari si sbandano sul territorio, a nutrirli, soccorrerli e vestirli in borghese sono le donne dando luogo ad una operazione di salvataggio senza precedenti“. La studiosa conferisce delle specificazioni alla Resistenza con aggettivi che sono in grado di mettere in risalto l’opera straordinaria delle donne.
Oltre alla resistenza armata, scrive di resistenza civile, di resistenza quotidiana, resistenza privata.

 

Resistenza armata – Il 25 aprile il pensiero va ai partigiani e alle partigiane, alla Resistenza combattuta con tutto l’equipaggiamento armato tra le montagne ma anche in città, con conflitti a fuoco come veri atti di guerra, agguati, incursioni, sabotaggi e immancabili atti eroici. E che vede circa 1.000 donne partigiane cadute in battaglia.

Non sono mancate le vendette e le esecuzioni sommarie anche della parte resistente, ma su questo la storiografia seria farà luce, non certo i compulsivi negazionismi o le saghe ritorsive in escalation.

“Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni.” (Lidia Beccaria Rolfi – Partigiana deportata nel primo gruppo di donne italiane smistate a Ravensbrück – da LA RESISTENZA E LE DONNE – La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Hélène Zago)

 

Resistenza civile – E’ la risposta della società tutta all’opressione nazifascista che “si serve non delle armi, ma di strumenti immateriali come il coraggio morale, la duttilità, l’astuzia, la simulazione e la dissimulazione”. ( A. Bravo).

Franca Lanzone –  anni 25 –  casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 – Il 1° ottobre 1943 si unisce alla Brigata «Colombo», Divisione «Gramsci », svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere -tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il 1° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani. (resistenzaitaliana.it).

 

Resistenza privata interna – Come saldezza mentale e morale contro la deriva della disperazione. (A.B.)

Franca Lanzone scrive:

Caro Mario, sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute. Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre. Franca. Cara mamma,  perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua Franca.

 

Resistenza quotidianaCome sforzo individuale e collettivo per far fronte allo sfacelo della guerra e all’emergenza. (A.B.)

“Erano le donne che dovevano provvedere ai vecchi, ai bambini e, quando potevano, lavoravano. Tieni conto che la guerra bruciava delle enormi risorse, per la popolazione civile c’era sempre meno roba. Mancavano indumenti, legna, carbone, alimenti, sapone… Ed erano sempre più cari! Il peso sulle donne era enorme … Se si veniva a sapere che qualcosa arrivava in qualche negozio, al di fuori della tessera, si andava lì e si facevano chilometri e chilometri per andare a prendere uova, farina, formaggio e fagioli. Io e mia mamma andavamo come tutti gli altri a cercare, a fare ore di coda e di contrattazione con i contadini; alla fine offrivamo in cambio gli orologi, le lenzuola, le stoviglie.Tutte le donne perdevano ore per rivoltare i cappotti e i vestiti, per ridurli da quelli degli adulti per darli ai bambini, per fare pantofole, calze. Io da allora ho sempre odiato le maglie mélange, perché mia mamma disfaceva maglie e poi metteva insieme il bianco e il blu, il bianco e il rosso… E io ho avuto sempre, per anni, queste maglie che adesso odio! La vita delle donne era una vita di tanto lavoro. Occorreva inventiva. Questa era la situazione che ha cambiato il ruolo della donne, ne ha creato la coscienza” (da LA RESISTENZA E LE DONNE,  La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Intervista a Rosetta Molinari di Hélène Zago).

 

Lettera di una diciassettenne

Carissimi, quando riceverete questo mio scritto sarò già lontana. Andrò a… e poi proseguirò per la montagna, andrò coi partigiani. Vi prego di perdonarmi se vi lascio, non pensate che faccia questo a cuor leggero, anch’io prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, è stata una vera lotta tra l’affetto e il dovere e finalmente questo ha vinto. Ha vinto quando ieri sera i fascisti hanno compiuto un altro delitto.
Quei morti mi hanno additato la via da seguire. E ti assicuro babbo che darò la parte migliore di me stessa per questa lotta, che ci condurrà alla vittoria finale. Sono pronta a dare anche la mia vita, se è necessario, come mi hai insegnato tu. Tu mi comprendi, e ne sono certa, e per questo ti prego di assicurare la mamma, che soffrirà molto per questo mio distacco.
Cara mamma una soia cosa ti dico, bisogna essere forti e devi pensare che tutti dobbiamo dare la nostra opera. Io non ho fatto altro che seguire l’esempio di tante mie compagne. Dimostriamo così agli sgherri fascisti cosa sanno fare le ragazze d’Italia. Per il loro ideale sanno affrontare tutte, anche la morte, col sorriso sulle labbra.
Tanti, tanti bacioni dalla vostra figlia Paola.
(Dagli archivi dell’UDI, Noi Donne – numero straordinario – Agosto 1944)

 

“Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi,  c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo … Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. Tina Anselmi.

 

Queste molteplici sfaccettature, sono in grado di dare il massimo valore all’opera delle donne che comprende tutte le forme di lotta: per la liberazione, ma anche per la sopravvivenza in quelle condizioni durissime. Nell’atto costitutivo dei GGD infatti vi sono punti fondativi come affermazione e rivendicazione di diritti che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro – non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati -possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte. Ecco l’UDI dove e perché nasce.

E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un  proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale.

Il fenomeno della partecipazione delle donne alla Resistenza non è un fatto secondario, di utile contorno quindi. Equivale ad un enorme corpo di ufficiali di collegamento senza il quale le operazioni di liberazione, pur tristi e dolorose, non potevano esplicarsi.
La storia come consuetudine del primato maschile ha sottaciuto pesantemente la portata della gestione e dell’organizzazione che le donne hanno avuto nei due anni di lotta per la liberazione dall’occupazione nazifascista.

Ma…

«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. “Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”». Così racconta Anna Maria Bruzzone in un suo testo.

“La fame, le rinunce, i sacrifici sono continuati per anni. E’ presto svanita l’illusione che con la libertà sarebbero arrivate presto giustizia sociale e benessere. La conquista dei diritti sanciti dalla Costituzione per molti anni è rimasta parola scritta e ci sono volute molte lotte perché quei principi si trasformassero in legge e da legge in realtà. Pensiamo alla parità nel lavoro: solo nel 1960 arrivano le leggi che permettono l’accesso delle donne a tutte le carriere o la parità nelle assunzioni e di retribuzione per lo stesso lavoro”. E così commenta Rosetta Molinari in una lunga intervista di Hélène Zago (cit.).

 

Ci auguriamo  un riconoscimento pieno e condiviso di quanto è dovuto a quelle donne. Per esempio, anche con il semplice aggiustamento dello stesso acronimo dell’ANPI, che pure riserva tanto spazio  all’operato delle donne nella Resistenza. Potrebbe essere rinominato ANPPIAssociazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia. Una simbologia doverosa.

UDIrc, 25 Aprile 2014

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ITALIA /MESSICO/LETTA

 

File:Mexico Italy flag differences.gifFile:Mexico Italy flag differences.gif

Lettera aperta al Presidente del Consiglio Enrico Letta

 

Signor Presidente del Consiglio,

apprendiamo della sua missione in Messico quasi contestualmente alla sua partenza, ma la sappiamo uomo attento e non disperiamo che questa nostra possa ottenere comunque la sua attenzione.

La parola FEMMINICIDIO assunta da lei e dal Governo che presiede in occasione di una discussa legge varata per contrastarlo, ha incominciato il suo percorso contaminando tutto il modo femminile proprio dal Paese nel quale le si trova. Precisamente a Ciudad Juarez.

Ciudad Juarez dove non si è mai fermata la strage che vede a tutt’oggi centinaia di donne uccise e poi buttate in discarica, irriconoscibili e le cui spoglie non vengono di regola consegnate alle famiglie. Femicidio dicono le donne in Messico e denunciano che nell’origine di tanto orrore  siano fortemente coimputati gli interessi commerciali che trasformano le giovani, che costituiscono  la manodopera femminile a basso costo, in fantasmi.

Le giovani donne delle Maquilladoras uccise sono solo una parte di quelle che quotidianamente subiscono violenza fino a volte a morirne, dentro e fuori dalle case, ma rappresentano bene la stretta relazione esistente tra violenze e e businness internazionali che tacciono e tollerano il massacro dei diritti umani in nome del profitto. Gli accordi commerciali (NAFTA) con gli USA sono stati più volte additati come terreno sul quale si fondano lo sfruttamento e l’invisibilità di donne potenziali vittime.

Crediamo davvero che gli accordi commerciali tra Italia e Messico, nel momento in cui il nostro Paese ha preso impegni e firmato e ratificato le convenzioni internazionali contro il femminicidio, non possano essere indifferenti all’ormai notissima vicenda delle donne Messicane.

Contiamo  che lei su questa questione non disperda le parole spese nel nostro paese in più occasioni e ci sembra naturale aspettarci che lei non faccia suo il silenzio del Presidente Obama.

 UDI – Unione Donne in Italia

(Coordinamento Nazionale)

Roma, 12 Gennaio 2014

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Incontro a Paestum

Alle donne che hanno convocato l’incontro di Paestum

da Rosangela Pesenti *

Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.

Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.

Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.

Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.

Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il mondo migliore, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.

Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.

E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma tutto questo ovviamente riguarda la scelta che devo fare sull’investimento delle mie tre ghinee.

Perché il reddito arriva o da un onesto lavoro o da oneste eredità (per quanto nessuna eredità sia davvero mai innocente) e per chi non ha la seconda, l’incertezza della prima rende tutto più difficile.

È la condizione della maggioranza, uomini e soprattutto donne, che mai hanno raggiunto in Italia la piena occupazione.

È la condizione di una maggioranza, collocata sui molti gradini di una scala discendente, che vede in fondo chi perde la vita, per inquinamento, per sfruttamento, per incuria, nel mare attraversato con speranza per arrivare nel nostro paese e ricominciare da dove erano collocati i miei genitori: lavoro duro e senza diritti.

Al fondo del fondo, quello in cui non riusciamo davvero a guardare, le donne uccise, solo perché vogliono essere se stesse.

Guardo con orrore e preoccupazione all’erosione del diritto allo studio, che sognavo diventasse diritto alla cultura, alla formazione permanente, mentre mai si è allargato davvero a tutti e tutte, e oggi viene riproposta la ferocia classista dietro la maschera del merito, il sessismo nei contenuti e il razzismo nelle opzioni. Semplifico ovviamente.

Nel disastro economico, che si chiama crisi del capitalismo, l’idea brutale che si evince dalle scelte dei governi, non solo l’ultimo, è quella di un’eugenetica sociale in cui si definisce necessità la salvezza di pochi e la perdita di molte.

Uso la desinenza secondo la logica non sessista ovviamente, dove democraticamente entra in uso quella della maggioranza dei soggetti in questione.

Si è rilanciata la categoria “giovani”, già cara al fascismo, per mascherare la realtà di donne e uomini a cui sono tolti i più elementari diritti: alla casa, ad avere figli, a un lavoro dignitoso, ad avere tempo per sé, alla cultura, alla bellezza, all’aria e all’acqua, a vivere in un territorio non asservito alla cementificazione, a pensare e lavorare per il proprio futuro.

I conti non tornano e l’imbroglio continua ad essere sistema, ma sarebbe un discorso lungo.

Per questo quarant’anni di pratica femminista e di impegno politico con donne mi rendono accorta nelle scelte.

L’uso del denaro, più di ogni altra cosa, racconta ciò che siamo e ciò che vogliamo, perfino oltre le nostre intenzioni.

Metto in fila, ma l’ordine non è per importanza, come per i figli/figlie ti occupi di ognuno in modo diverso e cominci dal più piccolo/a, per ragioni che alle donne non devono essere spiegate.

Dovendo scegliere la prima ghinea è, in questo momento, per il Gruppo Sconfinate, l’ultimo che ho promosso, operante a Romano di Lombardia, dove insieme cerchiamo di costruire dibattito politico facendo conoscere lo sguardo femminista sul mondo.

Ho letto che una donna nota ha dichiarato che le femministe non hanno mai parlato con le donne comuni e mi chiedo se lei abbia mai parlato con una donna comune femminista.

Per la mia esperienza le donne che hanno coscienza di sé sono sempre fuori dal comune e ne conosco molte, purtroppo non lo sono tutte. Per avere coscienza di sé non c’è bisogno di una laurea e nemmeno di avere visibilità mediatica.

Per la seconda ghinea c’è Marea, mi sono detta, l’avventura in cui sono stata coinvolta da Monica Lanfranco e Laura Guidetti, che hanno messo in piedi la rivista più di quindici anni fa, donne resistenti con cui mi trovo a casa ad Altradimora.

Per la terza ghinea c’è l’Udi, un’associazione nata dalle madri della Repubblica la cui storia continua a essere omessa e distorta (sarà un caso?) e i cui progetti politici tendono a essere cancellati anche da molte donne che hanno il potere di raccontare la storia delle donne di questo paese.

Come sappiamo la storia non è ciò che accade, ma ciò che si racconta, altrimenti non ci sarebbero le cancellazioni, omissioni e distorsioni che conosciamo rispetto alla metà del genere umano.

Le ghinee sono solo tre perché la chiarezza simbolica mi orienta nelle scelte concrete; in questo caso mi sono chiesta: perché dovrei andare in un luogo a discutere come singola donna se queste tre appartenenze sono così importanti nella mia vita?

Non siamo all’anno zero del femminismo e non lo eravamo nemmeno negli anni Settanta.

Eravamo solo molto ignoranti di tutta la storia politica che ci aveva precedute, di cui l’Udi (oggi Unione donne in Italia), tra l’altro, è un pezzo fondamentale.

Ignoranza nella quale continuano a essere tenute le giovani donne che ci crescono accanto e anche i giovani uomini che hanno pari diritto di conoscere.

Proprio nell’Udi, alla fine degli anni Ottanta, ho affermato che era già cominciata da tempo la vendetta politica del patriarcato sulle donne italiane e questa vendetta avrebbe utilizzato come strumento fondamentale la TV e dietro, in forma più subdola, l’azione dell’area più fondamentalista del cattolicesimo nazionale, al quale si sarebbe accodato il maschilismo dei partiti, sostenuto dalle donne stesse che possono trovare una personale convenienza nel sostegno al patriarcato.

Non so se per caso sia morto nel frattempo perché sono troppo occupata con le macerie e questa storia la scriveranno le nostre nipoti.

Anche qui semplifico, ma cos’è accaduto a noi, e quindi a questo paese, tra la vittoria per la legge 194 e la sconfitta della legge 40?

Alcune amiche mi dicono “vado a Paestum per sentire cosa c’è di nuovo” “Su che cosa?” chiedo io

Chi chiama chi a che cosa?

Come ho scritto l’anno scorso per il 13 febbraio, se ci sono donne che chiamano, per continuare un pezzo di cammino insieme, io ci sono.

Ero a Milano alla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio qualche anno fa (ce la ricordiamo ancora?), ero in piazza a Bergamo il 13 febbraio 2011 rispondendo alla domanda Se non ora quando?

Una boccata d’aria e poi tutto si richiude, resta la visibilità di qualche presa di posizione, spesso sacrosanta, ma modesta sul piano degli obiettivi.

A Siena, a luglio 2011, eravamo duemila, la parola d’ordine era trasversalità per unire il movimento, come se fossimo all’inizio della nostra storia. Gli unici obiettivi trasversali sono a malapena il ripristino parziale di tutele che vergognosamente ci vengono offerte a prezzo della sottrazione dei diritti di cittadinanza.

Non siamo all’anno zero della nostra storia che, tra l’altro, non è una, ma molte e diverse come diverse sono le nostre scelte politiche.

Se il disagio (per usare un eufemismo) resta grande e condiviso, non basta una chiamata generica fondata sull’essere donne.

Per l’8 marzo 1977 l’Unione Donne Italiane, che preparava il suo X Congresso, fece un manifesto molto bello, con la scritta: La mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita.

Di tutte quelle parole l’unica che resta come domanda aperta e inevasa è “organizzazione”.

Più di vent’anni fa, sempre nell’Udi, Lidia Menapace affermò che l’unica forma possibile per mettere insieme il variegato movimento delle donne era una Convenzione: convenire per una comune convenienza, costruendo azioni definite di cui predisporre la fattibilità e verificare l’esito, un patto non generico, ma preciso in cui si dichiarano i soggetti, le mete, le condizioni, i tempi, le risorse che vengono messe a disposizione.

Un luogo nel quale si converge temporaneamente, rendendo visibili le proprie case politiche, appartenenze di gruppo, incarichi istituzionali, per mettere in comune risorse e idee, per un movimento verso qualcosa che non sia solo la verifica della nostra esistenza o la protesta.

Questo paese è tornato indietro, ma nel frattempo in molte siamo andate avanti, mettendo in piedi associazioni, gruppi, servizi, inventandoci luoghi di vita, di lavoro, di sperimentazione, case e archivi, circoli e attività, riviste e scuole.

Dalle piazze degli anni Settanta alcune sono arrivate al Parlamento, altre ad avere responsabilità significative negli enti locali, altre ancora ad una cattedra all’università, ci sono donne imprenditrici e dirigenti in settori importanti della P. A., della sanità, della scuola, ci sono femministe perfino nei partiti. Ancora poche certo, ma abbastanza per mettere in difficoltà la cittadella del potere maschile?

Vediamo ogni giorno i limiti, le difficoltà, le fatiche, le lotte continuamente necessarie, ma nessuna di noi, femminista, è sola, abbiamo tutte case e appartenenze significative.

Perché una chiamata a noi donne e non alle nostre associazioni?

Perché non rendere visibile ciò che abbiamo costruito, ciò che ci sostiene quotidianamente, la storia da cui veniamo, le esperienze politiche che possiamo spendere anche per altre?

Non è in quanto donne che possiamo rispondere, ma solo per ciò che significa per noi essere donne e ciò che abbiamo costruito con le altre fa parte di ciò che siamo.

Siamo capaci di mettere insieme la nostra indignazione, possiamo farlo anche con i nostri patrimoni? La somma delle nostre capacità diventerebbe moltiplicazione delle possibilità.

Per la politica quotidiana ci siamo attrezzate da anni e sappiamo come fare, ma i tempi chiedono una creatività inedita, una discontinuità visibile e fattiva.

Perché non preparare gli Stati generali delle donne in Italia?

Non posso venire a Paestum, nemmeno per la sua straordinaria bellezza, perché in questo momento vorrei che potessimo incontrarci in Lombardia, nel cuore della cementificazione che ha distrutto la pianura più fertile d’Italia, e far nascere un incontro in ogni regione e prima ancora in ogni provincia e prima ancora in ogni paese o quartiere.

Io non posso che continuare da qui, perché solo quando le periferie si muovono un paese cambia davvero.

* del Coordinamento nazionale Unione Donne in Italia

http://www.rosangelapesenti.it

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Per Anna Maria Scarfò lunedì 27/2

Si moltiplicano nelle ultime ore le manifestazioni di solidarietà sui net-work e sui blog nei confronti di Anna Maria Scarfò. L’UDI dalla sede nazionale ha diramato il comunicato stampa che qui leggete e ha esteso a tutte le sue associate la conoscenza del triste episodio che su stampa e media ha avuto finora poco risalto. Saranno presenti all’udienza molte rappresentanze di altri movimenti e associazioni e non solo di donne. E’ importante non lasciare sola Anna Maria. Insieme per costruire civiltà. 

Domani 27/2, lunedì alle 15 al Tribunale di Cinquefrondi (RC) sezione staccata di Palmi, riprende l’udienza nel processo in atto, rimandata dal lunedì scorso perché uno degli avvocati degli imputati non si era presentato. (Vedi post del 20-21/2 più sotto).

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale

COMUNICATO STAMPA

DOMANI UNIONE DONNE IN ITALIA SARA’ CON ANNA MARIA

 L’UDI, Unione Donne in Italia come sempre al fianco delle donne, sarà presente domani, nelle persona della referente di UDI Reggio Calabria, insieme ad altre realtà siciliane e calabresi, all’udienza del processo partito dalle denunce di Anna Maria Scarfò, presso la sezione distaccata del Tribunale di Palmi a Cinquefrondi (RC).

Anna Maria all’età di 13 anni era stata vittima di uno stupro di branco nel suo paese di San Martino di Taurianova (RC) che l’ha poi emarginata, giudicata e marchiata a vita con una sorta di “lettera scarlatta”.

Dopo due anni di violenze Anna Maria ha trovato il coraggio di denunciare i suoi aguzzini per tutelare la sorellina, che rischiava di diventare la seconda vittima. Anna Maria ha oggi 24 anni e vive, si fa per dire, in località protetta avendo subito stalking e minacce.

In quasi dieci anni di processi questa coraggiosa donna è riuscita a far condannare, con sentenza definitiva, sei dei suoi dodici stupratori.

 L’UDI ci sarà, al fianco di Anna Maria.

Le responsabili della sede nazionale 

Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste

 

Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma

Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103

udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org

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vedi un servizio di Chi l’ha visto? di marzo 2010

 

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