Archivi categoria: Le madri

Discorso di fine d’anno delle donne della Terra dei Fuochi

mamme terra dei fuochi

L’inferno atomico

[sonoro da 0:32 di Servizio Pubblico 29/12/2013]

Le mamme dei bambini morti di tumore si sono date appuntamento alla casa di Imma. Hanno stampato 150.000 cartoline con le loro facce e le hanno inviate al Papa e al Presidente della Repubblica.

[le mamme]

–          Stanno ignorando completamente …

Ruotolo – Che cosa gli avete chiesto?

–          Aiuto …

–          Aiuto. E il danno … la beffa maggiore è stato poi scoprire che il nostro Presidente a cui abbiamo mandato le cartoline era il primo ad essere informato, perché all’epoca dei verbali di Schiavone [Carmine, il pentito che cominciò nel ’93 a fare le confessioni sul problema dei rifiuti nocivi seppelliti dalla camorra nel napoletano] era Ministro degli Interni.

 –          Io ho perso mio figlio che aveva nove anni e mezzo. Si è ammalato nel 2012 di glioblastoma multifocale e chi sa … il glioblastoma è dovuto a un fattore altamente ambientale.

 –          Mio figlio è morto a otto anni il 30 giugno di quest’anno, si è ammalato di osteosarcoma, tumore dell’osso. Pure a me quando siamo andati in ospedale mi hanno detto che è causato dall’inquinamento.

 –          È un anno e un mese che ho perso la mia Idalia, linfoma non Hodgkin. E anche qua la prima cosa che mi hanno chiesto: – ma dove vivete? Perché noi eravamo a Roma in vacanza, quindi abbiamo fatto questa radiografia per un semplice strappo muscolare. Lei avvertiva un po’ di dolore al costato e ci hanno detto: – ma dove abitate? Io dico a Casalnuovo. – Ma è una zona inquinata? Subito io dico no, là sono tutte campagne, ché nella mia testa l’inquinamento faceva rima con Napoli centro, la zona dove c’era maggiore smog. Perché questi rifiuti dovevano essere smaltiti in modo diverso rispetto ai rifiuti urbani? Perché facevano venire i tumori e le malattie incurabili. Ovviamente se me li trovo nell’acqua, se me li trovo sotto terra e se me li trovo nell’aria … perché comunque questi luoghi venivano appiccati ogni ora. Io ero sempre chiusa col balcone, perché appena aprivo c’era sempre puzza di plastica bruciata … È normale che i miei figli, i loro figli sono stati esposti a duecento agenti cancerogeni rispetto a chi ne ha cinquanta. Ed è ovvio che nei momenti di debolezza, magari per una semplice debolezza del corpo si sono ammalati di cancro. Punto.

–          Noi chiediamo giustizia, come ogni mamma. Come ogni mamma che perde un figlio che è vittima della terra, che è vittima delle istituzioni, che è vittima dello Stato. Perché i nostri figli sono vittime. Noi chiediamo giustizia per il futuro di quelli che verranno, ché qui siamo arrivati a un punto che ti alzi la mattina con un dolore e hai paura, temi … un raffreddore di un figlio, non parlo per me, ma parlo per loro, perché Antonio era il mio unico bambino, parlo per loro che hanno dei figli e devono essere tutelati. Non possono spaventarsi per ogni raffreddore, per un nonnulla. È assurdo vivere così.

Nella sola provincia di Napoli ci sono 4 milioni di eco-balle …

Alle otto del mattino nella chiesa di Caivano un’altra donna si rivolge al governatore della Campania Caldoro che aveva accettato di incontrare la popolazione:

–          Sono Pina, la mamma di Tonia. Mia figlia è morta tre mesi fa. Vuol venire con me all’ospedale per vedere tutti questi bambini? Sono tanti! Penso che si stia perdendo troppo tempo!

***

Vorremmo che gli auguri per un nuovo anno, per una nuova era, sorgessero e arrivassero nel profondo della coscienza di ogni persona, che non fossero soltanto una piacevole formalità. Che ogni discorso, ma soprattutto ogni operato di chi regge le istituzioni, avesse finalmente la determinazione che annunciano le parole.

Non più sofferenze dovute all’indifferenza, alla crudele ignoranza, agli sporchi interessi, alla  politica sporca. Che lo sporco scompaia da ogni rapporto interpersonale. Non più uccisioni di donne (e di uomini), non più guerre, non più fame a un passo dalla nostra casa o nella nostra casa, o nelle case lontane dalla nostra. Non più terra dei fuochi da nessuna parte.

Auguri. 

UDIrc

1 Commento

Archiviato in diritti della persona, Donne a sud, Le madri

Angela Montagna

Angelina Montagna, più nota come Angela Casella e Mamma coraggio, se ne è andata qualche giorno fa. Suo figlio Cesare fu rapito nel gennaio del 1988 dalla mafia calabrese, tenuto segregato sulla montagna dell’Aspromomte locrese e liberato a gennaio del 1990, dopo 743 giorni. Angela sprigiona tutta la sua forza vitale di donna e madre nella decisione di sfidare un intero territorio percorrendolo casa per casa. Si incatena ad una cabina telefonica nel cuore del labirinto mafioso, nel disperato tentativo di cercare solidarietà e affetto tra le donne. Un antichissimo istinto che ha più radici nella parte femminile della specie, nelle società matrilineari, che nella parte maschile spinta a cercare alleanze e complicità nella forza, nell’assoggettamento e nello scontro guerresco. Angela al di là di liturgie ideologiche ha praticato d’istinto quella che può essere chiamata politica dell’incontro e della relazione contro un pericolo mortale, la perdita di un figlio e del suo stato stesso di madre. Franca ce ne offre un ricordo.

   

Angela parla con una donna di Ciminà

 

abbraccia le donne della Locride

 

 si incatena a una cabina telefonica a Platì (foto Ansa)

 

QUANDO nel 1989 Angela Casella venne in Calabria per chiedere la liberazione del proprio figlio, sequestrato dai mafiosi, immediatamente si pensò di definire il suo gesto a partire dal suo ruolo familiare e la si battezzò “mamma coraggio” – come i giornali hanno ricordato in questi giorni in occasione della sua morte. Oggi che Angela è morta, non mi interessa ricordare il fastidio e il disagio, che insieme ad altre, provai di fronte alla retorica dell’eroismo “naturale” di una madre per il proprio figlio di cui grondarono tutti gli interventi e manifestazioni.

Voglio invece ricordarla con la lettera che le inviai quando, per la seconda volta, nel 1992, tornò in Calabria. Tornò come candidata al Senato nel collegio di Lamezia Terme nelle liste della Dc. Allora lei disse che ciò che l’aveva spinta ad accettare la candidatura era stato il suo desiderio di combattere la mafia, non più da madre ma da donna. L’accoglienza che le fu riservata fu ben diversa da quella della prima volta. Anche da parte di donne dell’antimafia. Decisi allora di scriverle.

“Cara Angela Casella, è alla donna, non alla madre, né alla candidata che scrivo, per esprimerle tutta la mia più sincera ammirazione per la sua grande ambizione a voler combattere la mafia, a partire dal suo desiderio. Quando è venuta, la prima volta, in Calabria, in quanto madre, io non ho partecipato alle manifestazioni contro la mafia, né sono venuta ad esternarle la mia solidarietà, non perché non sentissi “pietà” verso la donna, alla quale era stato tolto il figlio, portandola alla disperazione, ma perché ho sentito un grande fastidio per tutto quel “rumore” della stampa, dei partiti, dei sindacati, delle Associazioni antimafia che, ancora una volta, esaltavano il martirio “naturale” di una madre per il proprio figlio. Ho visto, allora, molta retorica e molto spettacolo e sul quel palcoscenico molte donne vi sono salite, le stesse che, in questi giorni, l’hanno respinta ed insultata solo perché ha avuto l’ardire e l’indecenza, questa volta, di parlare e di presentarsi solo come “donna”, con le sue ambizioni e desideri, e non in quanto madre e moglie “gloriosa”. Questo al di là della sua scelta di candidarsi nella Democrazia Cristiana, scelta che rispetto pur non condividendola. E’ la sua ambizione e il suo sincero desiderio di combattere la mafia che, oggi, mi avvicina a lei, anche se per farlo, io e lei, abbiamo scelto luoghi e modi diversi. Io, infatti, insieme ad un’altra donna, ho incominciato a riflettere sulle mie ragioni nella lotta contro la mafia e su come, da insegnante, educo o no le ragazze ad una cultura anti – mafia, tentando di educarle alla libertà e all’amore femminile per la madre. Sono consapevole della mia estraneità alla società e alla cultura mafiosa – patriarcale, la quale si sostiene e si alimenta dell’amore, del lavoro, della complicità – colpevole delle “loro donne” (madri, mogli, figlie, sorelle). Sottrarre il sostegno, l’amore, delle donne ai mafiosi è togliere loro gran parte della loro forza. Vivere ed educare le ragazze nella e alla fedeltà a se stesse permette di riconoscere nell’ambizione e nel desiderio di un’altra donna (una donna come lei) potenziale forza femminile nella lotta alla mafia. Il mio bisogno di scriverle, per esprimerle tutta la mia simpatia, è nato dal “fastidio” che, questa volta, ha suscitato in me la reazione “scomposta” di alcune donne, le quali hanno celato la loro incapacità a riconoscere ed ammirare la sua grande ambizione, dietro a questioni di metodo o di appartenenza al proprio partito. Nell’esprimerle, ancora una volta, tutta la mia ammirazione, la saluto con molto affetto e le faccio tanti auguri perché possa essere eletta.”

Angela Casella mi rispose, ringraziandomi per la “graditissima” lettera.

Addio Angela e grazie per aver capito, prima di altre/i, la forza femminile nella lotta alla mafia.

Franca Fortunato 

Lascia un commento

Archiviato in Il sapere delle donne, La differenza, Le madri

Rivoluzionarie

 

(foto da wuz.it)

La politica delle madri

Le madri di Plaza de Mayo hanno vinto per i tanti loro “Figli”

CI CHIAMAVANO le pazze, e qualcuno pensava che fosse un’offesa. Certo, ci mettevano dentro i giovedì, e noi ritornavamo. Ci dicevano, eccole , le pazze. Le arrestiamo e loro ritornano. Ma noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli … E poi, perché no? Un po’ di pazzia è importante per lottare”. Sono parole di Hebe de Bonafini, presidente delle Madri argentine di Plaza de Mayo, che dopo il golpe del 24 marzo 1976, ebbero il coraggio di sfidare la dittatura e conquistare la piazza, decise a ritrovare i figli scomparsi. Caduta la dittatura, le Madri continuarono a chiedere giustizia ed oggi possiamo dire che hanno vinto definitivamente.

L’ultima condanna ai criminali argentini è di questi giorni. Alfredo Astiz, “l’angelo della morte”, che uccise anche la fondatrice delle madri, Azucena Villaflor, con altri undici torturatori dell’Esma, l’Auschwitz della dittatura argentina, è stato condannato all’ergastolo e altri 4 torturatori a 18, 20 e 25 anni di carcere. Madri coraggiose, che hanno saputo, con l’azione, tenere accesa la speranza, quando il futuro era buio, non solo in Argentina ma in tutta l’ America latina, dove governavano dittatori con il beneplacito della Cia.

Oggi, dopo più di 30 anni, tutto quello per cui le Madri hanno lottato è diventato coscienza collettiva. Il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, l’Uraguay di Alvarez, il Brasile di Garrastazu Medici, appartengono ormai al passato. In Cile sette ex alti ufficiali dell’esercito saranno processati per il sequestro di tre uruguaiani, scomparsi subito dopo il golpe del 1973 che portò al potere Pinochet. In Uraguay la Camera ha approvato una legge che dichiara i delitti commessi durante la dittatura militare del ’73 – ‘85 crimini di lesa umanità e pertanto imprescrittibili, abolendo di fatto la legge sull’impunità. In Brasile il Senato federale ha finalmente approvato la creazione di una Commissione per la verità, che dovrà investigare sui crimini e abusi, violazioni dei diritti umani, durante la dittatura militare del ’64 – ’85. In Guatemala l’ ex dittatore Mejia, al potere dal 1983 al gennaio ’86, è stato accusato, insieme ad altri militari, di crimini di guerra e genocidio.

Le Madri hanno vinto, sono loro che hanno scavato sulla pietra per anni, giorno dopo giorno, senza violenza, senza disperazione, e alla fine le loro idee sono divenute coscienza collettiva. Questo vuol dire che “nessuno perde quando vincono le donne”, come titola Via Dogana, l’ultimo numero della rivista di pratica politica delle donne della Libreria di Milano.

< La storia –  scrive Rebecca Solnit – non è  un esercito, non si muove in linea retta, ma piuttosto come un granchio spaventato, o un rivolo di acqua che gocciola sulla pietra, consumandola>, il che vuol dire – come ci insegnano le Madri – che non sempre le conseguenze di un’azione sono immediatamente valutabili.

“Quello che a volte non riesce a milioni di persone, può riuscire a una decina di donne”, loro erano in 14 e, da quel lontano 1976, hanno cambiato l’Argentina e reso possibile, nel presente, l’elezione a presidente di una donna, Cristina Kirchner.

“Siamo figli delle Madri di Plaza de Mayo” disse il presidente Kirchner nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quel presidente che, insieme alle Madri e a tutto il popolo, si oppose alle politiche del Fondo Monetario, che portò l’Argentina al collasso con la crisi economica del 2001 – 2002.

E’ così che le Madri rivendicano i valori rivoluzionari e di giustizia sociale dei propri figli. Figli delle Madri sono Brasile, Bolivia, Cile, Uraguay, Venezuela, Equador che, da laboratorio preferito del neoliberismo alla fine degli anni ’70, divennero nel 2004 scenario di straordinari movimenti contro la privatizzazione dell’acqua, del gas naturale, delle terre, per la giustizia, la democrazia, la riforma agraria e i diritti dei popoli indigeni. Le questioni sollevate dalle Madri, dai popoli del Sudamerica e dal movimento per la pace, che irruppe nel mondo per prevenire la guerra in Iraq, sono oggi patrimonio comune, beni comuni, riconosciuti e riconoscibili nel movimento degli indignados, che hanno già di fatto dato vita a un nuovo ordine simbolico mondiale, di origine femminile, che pone al primo posto la qualità della vita, non il denaro e il mercato.

Franca Fortunato
,
 

Lascia un commento

Archiviato in donne e globalizzazione, Donne nel mondo, Le madri

Roma, manifestazione e pacchi contro la proposta Tarzia

CONSULTORI, CORTEO CONTRO LEGGE TARZIA:  foto omniroma ag. stampa

 

 foto noidonne

Bellissima manifestazione!

rassegna stampa

L’Unità

Repubblica

Corriere delle Sera

Il Messaggero

Udirc

Noidonne

L’unico

Omniroma

Corriere Romano

video CGIL

da La Villetta-Sez. G. Cinelli

 

La Legge Tarzia: perchè la contestiamo 

di Gabriella Magnano

 

La legge Tarzia ovvero “Riforma e  riqualificazione dei consultori familiari” in realtà dovrebbe chiamarsi “Smantellamento dei consultori familiari pubblici”.  Vediamone alcuni profili:

– I consultori familiari vengono introdotti nella legislazione italiana da una legge del 1975, che fissa i principi generali, delegando alle Regioni il compito di organizzare il servizio pubblico in sede territoriale. Quella legge del ’75, sembrerà strano, dal punto di vista concettuale è  più avanzata addirittura della 194: è l’unica legge italiana che considera la sessualità della donna per tutto l’arco della vita, dallo sviluppo alla menopausa, ed inserisce i problemi inerenti non solo alla gravidanza, ma anche al concepimento, alla sterilità, alla tutela della salute,  nel quadro sanitario pubblico: la sessualità della donna non è un “problema sociale”, ma un problema sociosanitario. Lo Stato ritiene necessario istituire un servizio pubblico destinato alle donne, ai singoli, alle famiglie, alle coppie.

La proposta di legge Tarzia stravolge completamente questi principi: il soggetto cui il servizio del consultorio, nella Regione Lazio, è destinato non è più la donna o la coppia, bensì la famiglia regolarmente costituita. Già questo è un primo motivo di censura, la legge regionale non può essere contraria a qualla nazionale e, comunque, la norma si pone in palese violazione degli artt. 2 e  3 della Costituzione che sanciscono il principio di eguaglianza e la tutela del cittadino considerato “come singolo”, oltre che nelle formazioni sociali.

continua a leggere ()

Lascia un commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, consultori, Iniziative, Le madri, libertà delle donne, Maternità

Nonna Margherita

Al di là di credenze o esoterismi, nonna Margarita è una donna. Ci porta una saggezza antica ultramillenaria, di quando le donne erano l’emanazione più diretta della natura. Curavano la terra e la prole, e gli uomini non avendo ancora il concetto di paternità-proprietà vedevano le nascite come evento straordinario e inspiegabile. Donna e natura come grande madre. E Margarita parla di Maternità universale.

Margarita Nuñez è una curandera india di ascendenza Chichimeca, fa parte di un gran Consiglio degli Anziani, e delle Anziane naturalmente, nell’ambito dei gruppi intertribali americani. E’ portatrice di quei saperi del mondo ancestrale trasmessi di bocca in bocca, descritti da Carlos Castaneda  e che i conquistadores, la civiltà cristiana e quella attuale consumistica non sono riusciti a spegnere.

Lascia un commento

Archiviato in Donne nel mondo, Il sapere delle donne, Le madri

“Cesareo coatto e corpi di stato”

Denise Celentano per femminismoasud:

Apprendiamo dal corriere che una donna incinta non vuole sottoporsi a un intervento di parto cesareo, e i sanitari dell’ospedale presso cui si è recata per partorire, il Ca’ Foncello di Treviso, chiamano la polizia. Risultato: la donna viene sottoposta all’intervento in modo coatto.

Cosa c’è di vagamente urticante in questa notizia di cronaca? Quali che fossero le motivazioni della donna, ci sarebbe da domandarsi che diritto abbiano le istituzioni (sanitarie, di polizia) a costringere una donna a sottoporsi ad un intervento chirurgico che rifiuta. Diritto, sembra, garantito a tutto il resto della popolazione. Negli articoli sul caso si leggono le opinioni dei medici, prima di tutto del primario dell’ospedale autore della telefonata al 113, si parla delle motivazioni della donna al posto suo, e si sottolinea il pericolo in cui sarebbe incorso il feto in caso di parto naturale, si parla dunque del feto e mai della madre. Ma noi, che non seguiamo le mode dei giornali, potremmo domandarci: come ci sente a esser costrette a un trattamento obbligatorio contro la propria volontà? Che percezione si può avere del proprio corpo in una simile vicenda, se non come di un crocevia di poteri che agiscono sulla propria carne e su ciò che contiene, calpestando tuttavia ciò che ci identifica come persone, ovvero i sentimenti, la morale, la dignità, la propria storia? La donna in questa vicenda emerge come puro corpo che contiene, non, dunque, come persona.

Quello che non vale per i parenti compatibili con persone che necessitano di un trapianto, quello che non vale per chiunque rifiuti di operarsi per libera scelta, vale invece per le donne incinte. Non è mai, che mi risulti, accaduto che una persona compatibile fosse costretta a donare degli organi contro la sua volontà, cioè a sottoporsi a un intervento chirurgico invasivo forzatamente, anzi sono molti i casi di rifiuto e di eventuale annessa condanna morale, ma mai condanna o coazione legale per la scelta. E’ accaduto che qualcuno si rifiutasse di sottoporsi a interventi di varia natura anche a costo di morirne, senza che ciò comportasse sanzioni legali o costrizioni di sorta. Accade, invece, che una donna che per motivazioni personali (etiche, religiose, dettate da fobie, o quant’altro) rifiuti un intervento cesareo meriti di interfacciarsi con la polizia di stato nel mezzo delle doglie.

Questa storia è particolarmente significativa perché emblematica rispetto all’esercizio capillare del biopotere e rispetto all’immaginario sociale relativo alla figura della madre.

Le motivazioni della donna sono sottovalutate, se non addirittura ridicolizzate (questo appare il tono dei medici auto-autorizzatisi a riferirle), ritenute espressioni di ignoranza, di scarsa capacità di valutazione, ecc., insomma si sottintende che la donna in questione non capisca quello che gli altri invece capiscono perfettamente; lei è incapace, di fatto, per gli altri, di intendere e dunque di volere: lei non ha nessuna capacità di decisione, non è considerata un soggetto con una propria etica e dei propri percorsi che conducono a precise decisioni lucidamente. No: la donna non capisce, le sue decisioni relative al proprio corpo sono irrilevanti, dunque merita di essere annullata come persona e di esistere solo come corpo che ne contiene un altro. Già, ne contiene un altro. E’ questo il punto. Il feto non può decidere, è vittima della scelta della madre, questa è l’argomentazione più comune. A proposito di ciò bisogna fare due considerazioni:

1) Non ho notizie di prelievi forzati di fegato, reni o che, a persone compatibili con moribondi in attesa di trapianto, poi magari appunto morti a causa del rifiuto di sottoporsi all’intervento da parte dei compatibili: perché, dunque, la coazione vale solo per la donna incinta? Anche in questo caso la persona decide non facendo nulla per evitare una paventata morte. Perché, dunque, in quel caso la scelta morale è rispettata, e nel caso della donna incinta no?

2) Il parto cesareo comporta tutti i rischi connessi a un intervento invasivo: rischi anestetici, infettivi, emorragici, di lesioni degli ureteri e della vescica, complicazioni cardio-polmonari e tromboemboliche. Esiste un margine di rischio piuttosto ampio, sufficiente, a mio avviso anche da solo, a motivare la scelta di non sottoporvisi. L’OMS ha qualcosa da dirci al riguardo: in relazione a una recente ricerca, apprendiamo dal Corriere che “I ricercatori hanno osservato, tra l’altro, che quando la scelta del taglio cesareo è legata a motivi medici i pericoli aumentano di ben 10 volte”.

E’ chiaro che nel caso considerato il rischio affermato dai medici con un parto naturale sia stato presentato come superiore rispetto a quello comportato da un cesareo. Tuttavia sono molti i casi in cui le pretese o reali evidenze scientifiche risultano poi scontrarsi con clamorose smentite (per una piccola ma significativa casistica, cfr. C. Botti  Madri Cattive, 2007, Il Saggiatore). Inoltre, come si vede, se le alternative sono due (naturale/cesareo), ed entrambe rischiose, e nondimeno vi è rispetto ad esse una precisa posizione della madre, incontrovertibilmente protagonista del parto, non si capisce cosa giustifichi eticamente ma anche, diremmo, legalmente, il ricorso alla polizia da parte del personale dell’ospedale. Dietro tutto ciò c’è, sembra, una decisa negazione della soggettività della madre. Paragonando i casi di cesarei coatti al rifiuto di donare organi destinati al trapianto, Caterina Botti può così affermare che “quello che fa la differenza (…) è piuttosto che le donne, noi donne, arriviamo al parto già arrese all’idea di non decidere, di essere manipolate e asservite”.

La cosa che inoltre preoccupa è che non si tratta affatto di un caso isolato. Negli Stati Uniti si sono accumulate parecchie vicende analoghe, in cui donne che rifiutavano il parto cesareo vi sono state comunque costrette per decisioni (prese al telefono, in 48 ore o meno, dunque senza tutte le garanzie previste dalla legge – che sono diritti – accordate a chiunque: anche assassini e delinquenti) last minute di magistrati interpellati dai medici. Di fronte a una donna incinta, cioè, perdono ogni valore diritti e doveri della persona e delle istituzioni, le normali garanzie democratiche, il riconoscimento della propria soggettività. E ciò sembra prassi comune, nonostante la relativa rarità di situazioni come questa. E non estendiamo il discorso ai casi di parto post-mortem per motivi di spazio.

Naturalmente con queste parole non si intende affermare che sia di per sé giusto e auspicabile rifiutare pratiche mediche solo perché se la madre lo vuole va bene. Si vuole semplicemente:

1)  argomentare contro quell’aura di approvazione che in questo momento circonda quei medici e quei poliziotti, rappresentati come i buoni che hanno domato la madre “cattiva”, in quanto questa comune valutazione trascura l’aspetto coattivo e discriminatorio del loro comportamento (rispetto ad altre prestazioni, come donazioni per trapianti rifiutate)

2) evidenziare che questo caso comunemente giudicabile come in fin dei conti plausibile rappresenti al contempo un sintomo di “iperstatalizzazione” orientata all’esercizio del biopotere; e il corpo delle donne ne è di nuovo il bersaglio privilegiato

3) sottolineare il generale misconoscimento della soggettività femminile e delle sue capacità etiche, oltre che della sua dignità, particolarmente evidente quando la donna è incinta. Il puerperio è comunemente rappresentato come utero, natura, fianchi, doglie, feto; mai come intelligenza e moralità – intesa generalmente come capacità di decidere sulla base di motivazioni ponderate tra sé e sé alla luce della propria storia individuale, delle proprie aspettative, dei propri valori, ecc.

Nessuno nega la problematicità del caso. Tuttavia, preoccupa la leggerezza con cui viene valutata la coazione in un caso come questo.

 

2 commenti

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Contro la violenza sulle donne, Falsa parità, Le madri, Maternità

Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne

Dal blog di Loredana Lipperini:

L’Istat ci dice che nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Una lettrice, via mail, mi chiede un commento.
Temo che non andrà nella direzione prevista, anche perchè sto riflettendo, amaramente, sulle madri: mi ha sempre preoccupata la santificazione della figura materna che avviene, anche e persino soprattutto, per mano e mente femminile. Mi ha turbato, ieri, leggere una nota dove una mamma blogger, parlando di Vieni via con me, scriveva che avrebbe preferito  che “a parlare sulla battuta dei gay fosse stata una donna: perchè noi siamo le madri, noi donne ci dovevamo sentire offese, noi che partoriamo ed educhiamo”.
Noi siamo anche altro. Ed educhiamo in due, madri e padri. Idealizzare la maternità, pensare che tracci un recinto dorato attorno al femminile, è spaventosamente pericoloso. Perchè in nome della presunta “naturalità” del materno – contro cui si scaglia, giustamente, la Badinter – diventa consequenziale pensare alla donna solo in quanto madre, alla faccia delle scelte personali. Secondo, perchè, come sottolineavo qualche post fa,  la forsennata ricerca della  perfezione  personale dei figli (e gli altri si arrangino) ha fatto e sta facendo, ora, in questo momento, disastri. Se la cornice che imprigiona questo paese è la paura, quanto conta in questo frame  l’ossessione delle madri per la sicurezza? Non si è manifestata in ogni modo, negli anni recentissimi e non ancora trascorsi, quando i bambini d’Italia sembravano e sembrano assediati da ogni pericolo, dai pedofili ai Gormiti?
Quindi, tornando ai dati Istat: c’è un’assenza di sostegno da parte dello Stato, e lo sappiamo fin troppo bene e sarebbe ora di muoversi in proposito, e c’è una questione, al solito, di modelli. Ma qualche strumento in più per decifrarli dovremmo averlo, ora. E anche qualche strumento in più per dire, semplicemente, che una famiglia non è composta soltanto da una donna.

Lascia un commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Falsa parità, Giustizia, La differenza, Le madri, libertà delle donne, Maternità, Stereotipi