Mondo Rosa, Catanzaro

IL CENTRO regionale antiviolenza “Mondo Rosa”, aperto a Catanzaro l’8 marzo 2012, è diventato un luogo di relazioni tra donne, un luogo di lavoro femminile sulla consapevolezza e presa di coscienza delle donne, vittime della violenza maschile.

Nato da un progetto del Centro calabrese di Solidarietà e dell’Unione dei Comuni del Versante ionico, il Centro è stato finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto, con relativi finanziamenti, è scaduto nel novembre 2014. In questi due anni il Centro, che opera come luogo residenziale per un massimo di 8 donne con figli d’età entro i 3 anni e come sportello 24h/24h, ha svolto un lavoro prezioso e insopprimibile.

Alcuni dati: le donne che l’hanno contattato sono 155, di cui 30 residenziali con 8 bambine e 8 bambini. Di queste il 90% sono italiane e il 10% immigrate. Il 53% sono calabresi, il 22% pugliesi, il 22% siciliane, il 6% laziali. Luogo prevalente della violenza maschile si conferma la famiglia: il marito (54%), il compagno (8%), l’ex compagno (8%), l’ex marito (12%), il fratello (4%), il figlio (4%), uno sconosciuto (8%) e amici (4%). La violenza perpetrata è psicologica (44,4%), fisica (38%), economica (2,90%), sessuale (8,30%), stalking (5,50%).

Isa Mantelli, vicepresidente del Centro calabrese di Solidarietà, Rita Maceri e Maria Francesca Corapi, assistenti sociali, Romina Ranieri e Susy Cardamone psicologhe, sono le donne che abbiamo incontrato per fare con loro il punto della situazione e conoscere la loro esperienza.

Finito il progetto nazionale perché non è subentrata la Regione?

< Perché non esiste a livello regionale un accreditamento per i Centri antiviolenza. Ne esiste solo uno per donne in difficoltà. C’è poi un fondo nazionale, che la Regione non ha ancora ridistribuito.>

Che cosa avete fatto in questi due anni perché intervenisse la Regione?

< Quando abbiamo iniziato questa avventura c’erano già sette Centri antiviolenza gestiti da Associazioni, che funzionavano bene come sportelli. Solo due di loro erano anche residenziali. Questi ricevevano finanziamenti dal fondo per donne in difficoltà. Poi siamo arrivate noi e un altro Centro antiviolenza di Reggio Calabria, finanziato come il nostro. Abbiamo costituito con tutti questi Centri, tranne la Fondazione Roberta Lanzino che non ha voluto starci, un coordinamento regionale e da subito abbiamo posto due problemi: l’accreditamento per i Centri antiviolenza e la creazione di un tavolo tecnico presso l’assessorato ai Servizi Sociali. Ad oggi non si è fatto nulla. Le ex consigliere regionali Tilde Minasi e Gabriella Albano avevano presentato una legge, ma abbiamo dovuto fermarla perché prevedeva fra l’altro l’accoglienza delle donne maltrattate presso famiglie. Il che è inaccettabile. Chi garantirebbe per la loro sicurezza? Vogliamo una legge regionale oppure l’allargamento ai Centri antiviolenza del fondo esistente. In attesa, per non chiudere, andiamo avanti sostenuti dal solo Centro calabrese di Solidarietà.>

Come siete partite?

<Siamo partite con la formazione. Abbiamo adeguato la struttura alle esigenze delle donne e dei bambini che andavamo ad ospitare, sottoscritto una serie di protocolli con vari soggetti pubblici e privati, attivato un numero verde e lo sportello 24h/24h. Negli anni abbiamo continuato il lavoro di sensibilizzazione sul territorio. Il primo colloquio lo abbiamo avuto lo stesso giorno dell’inaugurazione, 8 marzo 2012, e a maggio sono entrate le prime due donne.>

Una donna maltrattata come arriva da voi?

<Arriva tramite i Servizi sociali, la Questura, altre strutture, oppure telefona. Accogliamo anche la donna che si presenta personalmente perché “ in pericolo”. L’unico problema è che dobbiamo avvertire i Servizi Sociali, il Tribunale dei minori se ci sono bambini e la Questura, per la denuncia che la donna deve fare come condizione per restare. Noi le diamo assistenza legale.>

Che tipo di percorso segue la donna che viene da voi?

<C’è un primo periodo di assestamento perché la donna è disorientata. La prima settimana lei e i figli si riposano, dormono. Riconquistano così un minimo di serenità per poi affrontare un percorso. Non è detto che restino qui. Noi l’accogliamo ma poi valutiamo se mandarle altrove per sicurezza. Per esempio abbiamo avuto una donna mandata da Crotone perché lì si temeva che il maltrattante potesse farle del male e un’altra di Catanzaro che abbiamo dovuto mandare a Reggio perché l’uomo era collegato alla ‘ndrangheta e i rischi erano doppi.>

In che cosa consiste il percorso?

<Dopo aver valutato qual è il percorso più giusto, si attiva un progetto individuale in cui la donna ripercorre il suo vissuto di violenza e la spirale della violenza, che inizia subito, dopo due o tre mesi di vita di coppia quando la donna si sente al centro dell’attenzione dell’uomo. E’ allora che appaiono le prime esternazioni di gelosia, che gradualmente portano all’ isolamento, alla svalorizzazione, alla segregazione, all’aggressione fisica e sessuale, alle false rappacificazioni e al ricatto dei figli. Lui comincia col chiederle di non lavorare, e lei rinuncia. Non gli piacciano le sue amiche, la sua famiglia, le chiede di non vederle più, e lei taglia i ponti. Le restringe gli spazi vitali. Via via lei si piega e aderisce completamente alla sua volontà. Pensa che sia una buona strategia per tenerlo calmo, per evitare che esploda la sua violenza. E invece non lo è, perché lui non si accontenta mai. La violenza esploderà perché la minestra è salata o non è salata, è troppo cotta o non è troppo cotta, perché la casa non è in ordine o è troppo in ordine. Insomma lui ha necessità di essere violento perché questa violenza ce l’ha dentro, e chiede di uscire. L’uomo, frustrato sul lavoro o altrove, cerca così di affermarsi sulla donna con la violenza. La donna perde ogni fiducia nelle sue capacità, inizia a sentirsi inadeguata e si sottomette.>

Come aiutate le donne a riappropriarsi di se stesse?

<Con la consapevolezza di tutto questo. Le donne non è che non si rendono conto che c’è qualcosa che non va nella relazione di coppia, semplicemente hanno difficoltà a voler vedere le cose. E’ un problema di autostima, lavoriamo perciò  sull’autonomia. Già il fatto che si trovino in una casa dove non sono sole, condividono la loro esperienza, riescono a parlare di sé e a dire tutto nei colloqui individuali e di gruppo, che si trovino anche in una famiglia dove partecipano alla gestione della casa, le aiuta ad arrivare da sole a rendersi conto che ce la possono fare. Noi siamo solo di supporto, le decisioni sono delle donne, in tutto. Loro tendono a delegare e noi rifiutiamo per costringerle a dire “io sono un soggetto attivo di un gruppo di relazioni che possono essere con le altre donne, con il mondo che mi circonda, con le operatrici e con i bambini, se ce l’hanno”. E’ difficile, perché sono donne senza autostima.>

Della violenza sessuale subita come ne parlano?

<Questo è uno degli aspetti più difficili. La facilità con cui parlano della violenza psicologica o fisica non ce l’hanno per quella sessuale. Ne parlano con difficoltà. Ci vuole più tempo, quando la relazione è più avanti, si devono sentire a loro agio. Ci si rende conto, però, che quello è un punto cruciale per loro, il più difficile da superare.>

Come vi rendete conto che una donna si sta trasformando?

<Quando le donne arrivano qui sono tutte brutte, anche le più belle, hanno i segni della violenza. Una donna sofferente che ha perduto la possibilità di brillare, piano piano, diventa bella e tu ti accorgi che lì qualcosa è cambiata, perché lo manifesta il suo corpo. Si prende cura di sé per piacersi e non per piacere all’uomo. Si mette la gonna, la maglietta più aderente. Non nascondiamo la fatica e i fallimenti. C’è ancora una forte cultura patriarcale che ci dice come dobbiamo essere noi donne e molte continuano a pensare al principe azzurro.>

Questa esperienza ha trasformato anche voi?

<Qui per tutte noi donne si è costruita una nuova storia. Tutte noi siamo più attente alla svalorizzazione del femminile e siamo diventate più sensibili ad ogni forma di violenza, non la permettiamo più, neppure nelle battute. Ci sentiamo donne guerriere perché non accettiamo la sconfitta, non andiamo in frantumi per questo, ma ricominciamo sempre.>

Dida: Corapi – Ranieri – Cardamone – Maceri – Mantelli

 

1ª Storia

Una giovane donna, con due figli piccoli, si trovava già in un Centro in Sicilia. È dovuta scappare perché il suo compagno girava intorno alla struttura e perciò era in pericolo. È arrivata qui da noi. Abbiamo iniziato il percorso che è durato più di un anno, ma alla fine ce l’ha fatta. Anche i bambini erano molto provati. Una sera – ci ha raccontato la donna – il più grande è scappato da casa per correre dai carabinieri e farli intervenire contro il padre che la stava ammazzando. Dopo questa scena la donna si era rivolta ai Servizi Sociali. Hanno pensato più volte di dividere la madre dai figli e mandarli in strutture diverse. Lei ha sempre combattuto e alla fine ha trovato prima il Centro in Sicilia e poi è arrivata da noi. Era una donna di livello culturale abbastanza basso, veniva da una famiglia totalmente assente, in cui era presente la violenza del padre anche sulla madre. Da noi ha iniziato il percorso di elaborazione della violenza, soprattutto nel suo ruolo di madre. Ha trovato anche dei lavori saltuari e si è fatta una vita “normale”. Ha realizzato cose che desiderava fare da sempre come una passeggiata con i figli, stare con loro, far fare loro la comunione, lavorare. Ha iniziato a relazionarsi anche nel quartiere ed ha incontrato un uomo, di cui ci ha rese partecipi. E’ andata via da sola anche se c’era quest’uomo nella sua vita. Per due mesi ha vissuto con i suoi figli e adesso convive in città con quest’uomo.

2ª Storia

Una giovane donna di 26 anni è arrivata da noi con i suoi figli, piccolini, ed è rimasta solo dieci giorni. Era una ragazza bellissima, si era diplomata ed iscritta all’università, che aveva lasciato dopo aver incontrato il suo compagno. E’ arrivata attraverso un’associazione che ci ha contattato. Prima però era andata in Questura per denunciare la violenza. Il suo convivente l’ aspettava fuori e l’ha inseguita. La sorella, che era con lei, ha telefonato alla Questura, che l’ha accompagnata da noi. Il figlio più grande, quando giocava con il fratellino più piccolo e questo gli prendeva qualche giocattolo, lo afferrava alla gola come “papà faceva con la mamma”. La donna è rimasta dieci giorni e poi è tornata dal suo convivente dicendoci: “non posso stare senza di lui”, “è un ottimo padre”. Si è presa la valigia, i figli e a piedi ha raggiunto la stazione. Dopo un po’ di tempo ci ha fatto sapere che aveva sposato il suo maltrattante.

Franca Fortunato

[Intervista di Franca Fortunato alle Donne di Mondo Rosa – Quotidiano del Sud 03.02.2015]

 info Mondo Rosa

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