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In Italia morire per aborto

laiga.logo

14 gennaio 2015

In Italia morire per aborto volontario è un evento straordinario.
Infatti nel 2013 vi sono state 102760 Interruzioni Volontarie di gravidanza e sempre in quell’anno la percentuale di complicanza emorragica è stato del 1,7%, senza nessun decesso.

La complicanza può purtroppo accadere, anche se i medici operano con coscienza e diligenza.

In questi casi i medici non obiettori quelli che eseguono materialmente le interruzioni di gravidanza tutti i giorni, possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza.

Infatti gli altri operatori sanitari, medici, infermieri ed ostetriche, in primis, pongono attenzione sul fatto che si tratta di interruzione di gravidanza e quindi il caso non li coinvolge.

Vi è cioè una latenza psicologica, uno “iato” mentale, prima che il personale e l’ambiente tutto, intorno, entri in movimento attivo e rapido e dopo un momento di rifiuto (sono obiettore) realizzi che vi è uno stato di emergenza in cui deve essere attivo e rapido.

Talvolta questo iato mentale, che noi non obiettori conosciamo, può far sì che all’inizio di una complicanza si sia soli ad affrontarla e può rallentare pericolosamente la gestione di una complicanza grave.

I servizi di interruzione di gravidanza sono spesso isolati all’interno degli ospedali, visti come qualcosa che non dovrebbe proprio esserci, e che meno si vede, meno si guarda e meglio è. Infatti, in diversi ospedali, sono dislocati al di fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze.

Questo, più che gli errori, può provocare dei danni alle donne. Il diritto alla scelta deve essere riconosciuto pienamente dalle istituzioni, con il sostegno chiaro agli operatori che applicano la legge 194.

Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 [zeroviolenza]

***

Il comunicato della LAIGA diramato in relazione alla morte di Gabriella Cipolletta, che era ricorsa ad un intervento di IVG  all’Ospedale Cardarelli di Napoli, apporta tristi riflessioni sul contesto sanitario-legale e deontologico nel quale viene eseguito. E non solo al Cardarelli.

Nel Giuramento di Ippocrate tra i vari principi deontologici viene accettato l’obbligo: di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute ,,,

Il Giuramento non è un obbligo giuridico, ma solo etico, senza il quale si può comunque esercitare la professione medica (anche se nel fascicolo personale può costituire notazione disciplinare). Ma se c’è una professione esattamente sul filo della vita e della morte è quella medica che presuppone una deontologia etica non certo confessionale, ma sul piano dei diritti universali.

Nella fattispecie è come se le figure sanitarie mosse da ideologie integraliste dicessero: non posso salvarti perché sei in peccato o stai commettendo un peccato, punendo nell’eventualità mortalmente la peccatrice.

Strano che nella giurisprudenza non vengono, secondo dottrina (anche la giurisprudenza è molto sul filo della vita e della morte), anteposti principi confessionali, mentre nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza l’obiezione confessionale è vincente.

E’ opportuno qui richiamare il comunicato-appello della LAIGA, del 1° ottobre 2015, che mette in allarme: EMERGENZA 194: UNA LEGGE DELLO STATO NON PIU’ APPLICABILE.

L’appello rivolto alle/ai parlamentari tra l’altro lamenta:

Si tratta di una vera e propria emergenza visto che la maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge 194 praticano l’IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L’età media dei/lle ginecologi/ghe non obiettori, infatti, è superiore ai cinquanta anni.

Già ora le difficoltà nell’applicazione della legge 194/78 sono enormi per l’alto numero dei medici obiettori, perché le norme impediscono a chi è in pensione di lavorare in strutture pubbliche o convenzionate e, inoltre, non consentono a chi è in servizio di lavorare part time presso altre strutture pubbliche.

La situazione è già disastrosa ma molto presto peggiorerà: i medici non obiettori negli ospedali scompariranno e le donne che non intendono portare avanti la gravidanza non potranno più abortire. Una legge dello Stato sarà di fatto inapplicabile.

Va anche considerato che non ci sono scuole di specializzazione in cui i/le giovani che intendono specializzarsi in ginecologia possano formarsi apprendendo le più moderne tecniche per l’IVG.

Nel volgere di un tempo rapidissimo l’effetto sarà la scomparsa di medici non obiettori e la conseguenza sarà la solitudine delle donne in un momento delicato come quello di una gravidanza indesiderata.

Questo appello intende informare tutti/e i/le parlamentari di questa gravissima situazione e chiedere di prendere dei provvedimenti urgenti per evitare che le donne italiane siano costrette a tornare all’aborto clandestino …

***

Va ricordato anche che proprio l’8 Marzo 2014:

… il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in http://www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. [LAIGA]  

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Comunicato stampa UDI sulla legge 194/’78

Comunicato Stampa
La Corte Costituzionale ribadisce che siamo persone!
Salva la legge 194 sull’IVG
La Corte costituzionale ha comunicato che la questione di costituzionalità della legge 194 sollevata dal giudice di Spoleto è “manifestamente inammissibile”. Questa decisione segna un punto importante nella difesa dei diritti delle donne. Un punto a favore della civiltà del diritto contro l’oscurantismo.

La Corte ha ritenuto di non dover neanche prendere in considerazione le argomentazioni speciose e strumentali che il giudice spoletino aveva utilizzato per sostenere l’incostituzionalità della legge. Questo giudice dimenticava che la Corte aveva già definito, 37 anni fa, superiore l’interesse di chi è già persona rispetto al feto.

Il valore di chi “è già persona”!
Questa infatti è l’espressione utilizzata nella sentenza della Corte costituzionale del ’75 che ha fatto scuola e che ha aperto la strada proprio all’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Vi si legge: “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”.
Chissà perché per tanti sia così difficile capire un principio tanto semplice.
Proprio i precedenti pronunciamenti della Corte sui nodi che il ricorso sollevava: quello del presunto “contrasto” fra i diritti dell’embrione e quelli della donna ci facevano ben sperare. La decisione della Corte presa in camera di consiglio e in modo molto rapido ha dimostrato ancora una volta di essere la Corte un organo di garanzia costituzionale capace di far vivere i diritti sanciti dalla nostra Carta e capace anche di bilanciare i diritti della donne con altri diritti.
Ogni giorno in Italia la legge 194 è sotto attacco di fondamentalisti e opportunisti.
Oggi quest’ultimo attacco alla 194 è stato per fortuna respinto, ma altri ne verranno: il movimento cosiddetto “per la Vita” con la V maiuscola, che ignora che le donne sono persone vive e non contenitori, è sul piede di guerra e sappiamo che i tentativi di svuotare di fatto la legge continueranno.

Sappiamo anche che le donne non rinunceranno mai a difendere il loro diritto all’autodeterminazione perché sulla procreazione la prima e l’ultima parola deve essere la nostra!

Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste

UDI – Unione Donne in Italia

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Obiezione, vostro onore

UDI – Unione Donne in Italia    

Sede nazionale Archivio centrale

Nella giornata di mobilitazione che vede manifestazioni in tante città d’Italia e in considerazione delle scelte contro le donne che vengono fatte su tutto il territorio nazionale da forze fondamentaliste ricordiamo che:

L’obiezione di coscienza

tra scelte individuali e responsabilità pubbliche…

L‘obiezione di coscienza  nella Legge 194 è “astensione facoltativa da prestazioni di lavoro” diritto quindi della persona e non della struttura.

Abbiamo sempre sostenuto che l’autodeterminazione delle donne trova di fronte a sé pubbliche responsabilità in una singolare forma di espropriazione e irresponsabilità, dove ciò che è intimo e personale viene sottratto alla sfera individuale e ciò che è pubblico viene scaricato in ambito privato.
Abbiamo detto che noi sappiamo di avere dei diritti. Loro fingono di non avere dei doveri.

Per legge  le strutture sanitarie hanno l’obbligo di garantire gli interventi di interruzione di gravidanza, siano essi volontari o terapeutici.  Ai singoli, siano essi  medici, infermieri o ausiliari è garantito di potersi avvalere della “astensione facoltativa da prestazioni di lavoro” denominata obiezione di coscienza.

Dal momento che quanto è un diritto del singolo non è diritto della struttura sanitaria nel suo complesso, questa ha, anzi, l’obbligo di garantire la erogazione delle prestazioni sanitarie per quanto riguarda sia la Legge 194 che la Legge 40.

Bisogna  chiamare i comportamenti con il loro nome e dunque togliere “l’aura di santità” a chi si astiene per un proprio interesse da una attività professionale prevista da una Legge dello Stato a favore di altri.
Bisogna  chiedersi quanto costa alla comunità questa astensione generalizzata in tutti gli enti ospedalieri italiani da Bolzano a Siracusa.
Bisogna proporre di individuare “lavori socialmente utili”, come per i disoccupati, per i ginecologi, gli infermieri, gli ausiliari, e tutti coloro che vengono remunerati con denari pubblici per poi astenersi dallo svolgere un pubblico servizio.
Chiediamo il rispetto di un diritto e il ripristino della legalità.

Pretendiamo la fine dello spreco di risorse pubbliche che sottrae efficacia ed efficienza a chi chiede interventi sanitari e nel contempo arricchisce chi non lavora e a cui nessuno ha mai chiesto di adoperarsi, nel tempo del non lavoro, ad altre attività o lavori di pubblico interesse.
Occorre uscire dal rapporto medico-paziente e rimanere nel rapporto tra paziente e struttura sanitaria dopo di che il problema della astensione dalle prestazioni di lavoro, così come delle ferie, dei permessi, della malattia dei dipendenti, ecc. rimane un problema della struttura sanitaria che deve adoperarsi per risolverlo. Questo può avvenire anche attraverso la assunzione di personale non obiettore,  che tale rimanga, al fine di garantire il servizio previsto nella struttura medesima.

L’art. 9 della Legge 194 è esplicito al riguardo: “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono in ogni caso tenuti ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza”. Tutto il predetto articolo di legge dispone espressamente che “la Regione ne controlla e garantisce la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Riteniamo dunque, in tema di interlocutori e di obiettivi, di poter assumere  come nostro compito il chiedere conto sia alla singola struttura che alla Regione di “controllare e garantire la attuazione anche attraverso la mobilità del personale”.

Sarà anche questa azione, politica e giuridica, un modo di riaffermare i diritti partendo dai doveri, restituendo alla funzione pubblica la propria responsabilità e alle donne la sovranità sul proprio corpo e la propria vita.

Vittoria Tola e Grazia Dell’Oste

Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
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Campane contro 194

E’ L’ANNUNCIO DELLA MORTE DELLA SUA CHIESA

SU QUESTO giornale leggo che a San Giovanni in Fiore c’ è un certo don Emilio Salatino, parroco della chiesa di Santa Lucia, che ogni volta che nel locale ospedale c’è una donna che sceglie di non portare a termine la gravidanza, lui suona le campane a morto e lo fa fuori dagli orari usuali dei funerali, forse per attirare di più l’attenzione sulla donna che ha abortito, esponendola così a pubblico ludibrio.

Non conosco quest’uomo, questo novello inquisitore che pensa di avere l’autorità di giudicare, condannare e punire, come se fosse Dio in terra, ma sono certa che le donne di quel paese, a me noto per la sua storia di lotte e battaglie di civiltà e di progresso, sapranno rispondere alla sua arroganza misogina, che non ha nulla di cristiano e di evangelico.

Quest’uomo non ha ancora capito di essere solo un uomo, nient’altro che un uomo, l’essere prete non gli dà niente di più e niente di meno di un qualsiasi uomo. Nessun uomo ha più l’autorità  di giudicare e condannare la scelta di una donna di abortire, né di stabilire quello che una donna deve o non deve fare. Anche i preti sono soggetti al riconoscimento d’autorità da parte delle donne, senza nascondersi dietro il divino, che non ha niente a che vedere con le loro scelte, i loro giudizi e pregiudizi.

Sono finiti i tempi in cui la parola maschile era autorità per una donna. L’autorità un uomo, se la vuole, se la deve conquistare nel rapporto e nella relazione, nel rispetto e nell’amore.

Quando, gli uomini di chiesa, come don Emilio, si convinceranno di essere uomini, nient’altro che uomini?

Quando abbandoneranno arroganza e supponenza nel parlare di cose che non conoscono e non capiscono, rifugiandosi dietro ideologie che generano violenza?

La storia è piena della violenza ideologica. Usare le campane di una chiesa per annunciare a tutti che da qualche parte una donna ha abortito, non è certamente segno di amore cristiano. Fare la guerra alle donne non è certamente segno di pace, per chi predica la pace. Quel suono di campane non è meno violento della distruzione,  da parte di giovani uomini violenti, della statua della Madonna a Roma il 15 ottobre. Calpestare la dignità e la libertà di una donna ed esporla a pubblico ludibrio non è meno violento di quel gesto iconoclasta che, ne sono certa, anche don Emilio ha condannato. Ma quei violenti saranno pure figli di qualcuno?

Il suono di quelle campane non è altro che una delle troppe manifestazioni di miseria maschile di cui siamo testimoni in quest’epoca. Non ci sono parole che possano giustificare la violenza, come ogni altra, di quelle campane. Di fronte al suono a morto di quelle campane  ogni altro sentimento, che non sia di sdegno e di rabbia, ammutolisce e la violenza ha il sopravvento. Non mi sembra il massimo per chi dovrebbe praticare e non solo predicare la nonviolenza.

Tacciano le campane e si lasci parlare la lingua dell’amore. Ma non credo che quel prete, nel suo furore ideologico, voglia questo. Così non credo che, in questa occasione, serva argomentare quanto noi donne scriviamo da anni sull’aborto, che è uno scacco, una violenza che subiamo sul nostro corpo, e non un diritto, sulla legge 194 che tutela la salute della donna solo negli ospedali pubblici, lasciando il reato di aborto fuori da quelle strutture, sulla libertà di ogni donna di scegliere se, quando, come e con chi diventare madre.

Quando un prete fa suonare le campane a morto contro una donna, il suo gesto parla da sé e mostra tutta la miseria umana e spirituale di cui è capace. Quel prete non si accorge che, in realtà, sta annunciando la morte della sua chiesa.

Franca Fortunato        (articolo sul Quotidiano della Calabria, 20/10/2011)

*** 

Non c’è limite alla fantasia punitiva. Una volta le donne ritenute capaci di maleficio venivano bruciate vive nelle pubbliche piazze. Oggi additate al pubblico disprezzo dalle campane se sofferenti di un disagio che è e deve rimanere privatissimo, nell’intimo segreto del proprio corpo (e della propria cartella clinica). Nella dis-logica opposta il parroco dovrebbe andare in giro e intercettare … chi ha concepito, per suonare le campane a festa. Non è nuovo a scampanate fuori ordinanza. Nel 2005 vi fu una certa eco sulla stampa, don Salatino tuonò dal pulpito contro il diavolo venuto da Torino. Fu durante la campagna elettorale comunale, il filosofo Gianni Vattimo (torinese di nascita, da piccolo botte dai compagni perché parlava calabrese, padre originario di Cetraro) era stato proposto come candidato a sindaco di San Giovanni in Fiore dal gruppo di intellettuali intorno alla Voce di Fiore, agguerrito giornale locale on-line.  

 

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Consultori, RU486 e i principi a senso unico

Roma 22 luglio 2010

Comunicato UDI nazionale

UN FATTO La Regione Puglia nel marzo scorso con la delibera n.735 ha avviato un’azione di potenziamento della rete dei Consultori e del “percorso nascita”, che prevede l’inserimento di ginecologi ed ostetriche non obiettori di coscienza, questo ha scatenano polemiche e la giunta Vendola è stata accusata dal Pdl di voler trasformare i consultori in «abortifici». Gli assessori firmatari della delibera 735, Tommaso Fiore e Elena Gentile, difendendo le ragioni del provvedimento, replicano: “Non è in atto alcuna discriminazione dei medici obiettori, solo la ferma volontà di garantire la piena applicazione della legge 194 e la tutela dei diritti delle donne”. Nove medici cattolici, tra i quali il Presidente dell’Associazione nazionale dei medici cattolici, hanno presentato ricorso al Tar di Bari, chiedendo l’annullamento del provvedimento in questione e della delibera numero 405, con la quale la giunta pugliese anticipa “il progressivo riposizionamento del personale sanitario che solleva obiezione di coscienza”.

Nel ricorso si parla di “scelta discriminatoria”.

E a noi verrebbe da dire che chi di obiezione ferisce, di obiezione perisce.

E si invocano principi sacrosanti che noi per prime rispettiamo, quando sono autentici. Ma è ormai cosa risaputa, che, dal primo giorno in cui è entrata in vigore la 194, si è abusato fino all’inverosimile dell’obiezione di coscienza.

In questi anni abbiamo visto obiettare non solo i medici, ma anche i portantini, le donne che dovevano abortire dovevano andarci con i loro piedi in sala operatoria. Hanno obiettato, in alcuni casi, gli  infermieri addetti alla distribuzione dei pasti “…a quella io non do da mangiare!”. Tantissime strutture pubbliche, dimostrando che l’autodeterminazione proprio non va giù, si sono impegnate in ogni modo per rendere la vita difficile alle donne.

In tutti questi anni l’UDI non ha mai smesso di indicare  nell’obiezione di coscienza –  per quello che la fanno diventare – il nodo ormai da affrontare nella teoria e nella pratica. Significa che dobbiamo, oggi come ieri, pretendere la piena applicazione della 194 attaccando il cavallo di Troia che vi è stato posto dentro per disinnescarla.

L’azione politica della giunta Vendola dimostra che è possibile governare riferendosi alle donne come cittadine, titolari di diritti e di doveri, e non come corpi su cui scatenare battaglie ideologiche. Dopo avere detto 50E50…ovunque si decide!, il nostro corpo fertile è la cartina di tornasole del grado di cittadinanza che riusciamo ad esercitare nella nostra società. Su questo misuriamo assistenza, leggi e utilizzo delle risorse. La scelta della stessa giunta Vendola, come della Regione Toscana, dimostra che, intanto, è possibile applicare il principio del 50E50.

UN FATTO In premessa della Proposta di Legge della Regione Lazio sul riordino dei Consultori si parla dei Consultori come luoghi  per il consolidamento della famiglia e dei valori etici di cui essa è portatrice.   Per chi ha redatto questa proposta la donna non è un soggetto, non è una cittadina, ma una componente di una struttura a conduzione patriarcale – la famiglia –  i cui interessi vengono prima di tutto. Il concepito stesso viene difeso in quanto già componente della famiglia. Viene da pensare che neanche l’uomo della strada si ritroverebbe nel quadretto di famiglia per come viene rappresentata in questa proposta di legge. Il senso comune degli uomini e delle donne, della società civile, è sicuramente più avanti di certi governanti e amministratori.

E’ ora di rovesciare le questioni, di interrogare invece di rispondere, consapevoli che la posta in gioco non è la vita umana come principio teorico, ma la nostra vita di donne, molto concreta e la nostra libertà. E’ ora di contrastare una restaurazione che prima ancora che politica è e vuole essere culturale. Una restaurazione che trova le sue ragioni nella necessità delle Istituzioni di rappresentarsi all’Istituzione religiosa come i capaci di mantenere l’ordine. Tutta la cosiddetta “cultura pro life” trasuda inviti alle donne a tornare nei ruoli di donne accoglienti, testimoni di una cultura della vita e di una società che deve essere, sempre attraverso le donne, aperta ed accogliente. Persino la contraccezione, è ormai vista  come ostile alla vita, e questo messaggio al negativo è ben più pericoloso e violento della pur insopportabile melassa mediatica attorno alle famiglie numerose, alle mamme ad oltranza, a quelle eroiche ecc.

E ANCORA Sulla RU486, l’ipocrisia con cui si finge di preoccuparsi della salute della donna, per costringerla ad entrare in una sala operatoria anche se potrebbe evitarlo, è la stessa che regola molte, troppe questioni legate al generare e al corpo delle donne.  Attraverso l’insostenibilità del ricovero obbligatorio di tre giorni, si sta forse preparando la “soluzione finale” per la RU486.

E’ facile morire ammazzate dopo anni di minacce, ma sui femminicidi non si fanno i compulsivi monitoraggi, indagini, inchieste, verifiche  a cui è soggetta la legge 194 (oltre a quello annuale dell’istituto Superiore di Sanità previsto dalla legge stessa).

E’ facile che in quella famiglia, sia italiana che straniera, così genericamente nominata, basata sui valori etici, di cui i Consultori dovrebbero diventare custodi e garanti, si compiano più del novanta per cento delle violenze contro le donne.

VOGLIAMO CHIAREZZA sulla contraccezione d’emergenza che viene deliberatamente confusa con la RU486 e vogliamo la sua demedicalizzazione, dunque che sia tolto l’obbligo di ricetta.  Perché la pillola del giorno dopo NON E’ UN ABORTIVO, quindi non ha senso che i farmacisti facciano obiezione, perché non possono come categoria e non ha senso che la facciano i medici perché, lo ripetiamo, non è un abortivo.

A tanta arretratezza culturale, ma anche spirituale che ci sta inseguendo, a tanta prepotenza, primitiva e volgare, l’UDI risponderà con le sue parole, con le sue denunce, con le sue azioni.

A tutto ciò, però, fanno da sponda iniziative illuminate su cui invitiamo a riflettere soprattutto quelle donne che occupano posti di responsabilità e prestigio.

A loro chiediamo di non costringere le donne ad una divisione su questioni che ci devono vedere invece solidali e rispettose.

A loro chiediamo un confronto franco e diretto che superi gli schieramenti ideologici.

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