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Cara Luisa

Cara Luisa,

noi donne dell’UDI ti siamo profondamente vicine e siamo indignate per le minacce che tu e il Manifesto state subendo per il solo fatto di fare informazione corretta e attenta al mondo delle donne.

Esiste evidentemente chi non sopporta che si sia sollevato un velo di ipocrisia e di omertà sul potere e sulle aspettative di alcuni uomini e pensa che una libera informazione sia intollerabile, così come non sopporta un libero confronto parlamentare.

Siamo orgogliose del tuo lavoro che tanto ha significato per tutte noi in questi mesi e siamo orgogliose dell’attenzione e della forza con cui GIULIA prende posizione sul tema. Nonostante gli attacchi questo ci rende più forti tutte e saremo ancora più vigili su PAS e tutte le forme di violenza di genere.

Per questo contiamo su di te e il tuo giornale perché teniate duro.

Con grande solidarietà e affetto da tutte noi.

Vittoria Tola

Carissime/i,

vi mando il comunicato di Giulia (rete nazionale giornaliste autonome) in mio sostegno per le minacce e denigrazioni che sto subendo sul web a causa dell’informazione che faccio in difesa delle donne e dei minori, contro la violenza di genere, sulla Pas e sull’affido condiviso. Il mio blog Antiviolenza sul Manifesto è stato invaso da commenti violenti e diffamatori, tanto che ho dovuto momentaneamente sospenderlo per la seconda volta, mentre su altri siti (quelli della lobby pro-Pas) si usano formule diffamatorie per disconoscere il lavoro di informazione mettendo anche la mia foto come fosse un wanted da ricercati. Non solo, perché lo stesso Manifesto ha ricevuto lettere e minacce di querela che mi hanno messo non poco in difficoltà con il giornale che, come sapete, non naviga in buone acque, ma che mi ha sempre permesso di articolare con grande libertà i temi di cui mi occupo, compresa appunto la Pas e i ddl in discussione al senato sull’affido condiviso.

Questa presa di posizione pubblica di GIULIA e delle giornaliste italiane è importante perché è come aver avuto un “timbro di garanzia” sul lavoro che ho svolto e svolgo, ed è fondamentale che sia divulgato il più possibile: ve lo chiedo dal profondo del cuore perché non sto passando un bel momento a causa di questa continua pressione di gruppi che stanno facendo cyber stalking in maniera costante e aggressiva con una intimidazione che ha lo scopo di ridurre in silenzio l’informazione sulla Pas e sull’affido condiviso, disconoscendo anche le gravi forme di violenza sulle donne e incitando a quella violenza stessa.

Grazie

Vi ringrazio per quello che fate

e vi abbraccio forte

Luisa

ecco il comunicato di Giulia:
UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
udinazionale@gmail.com
www.udinazionale.org

***

“E’ un aspetto, questo, dello strano mestiere di cronista che non cessa di affascinarmi e al tempo stesso di inquietarmi: i fatti non registrati non esistono. Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta gente viene perseguitata, torturata e uccisa! Eppure se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro è come se questi fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenze, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta. E’ una triste constatazione; ma è così ed è forse proprio questa idea – l’idea che con ogni piccola descrizione di una cosa vista si può lasciare un seme nel terreno della memoria – a legarmi alla mia professione” (Tiziano Terzani su Caffènews).

Dunque ogni cosa è come se non esistesse se non viene raccontata, comunicata, interpretata. Le donne lo stanno facendo, in massa, partendo da se stesse e dai loro problemi. Fa paura.

Additare al disprezzo, infangare, perseguitare e minacciare fisicamente chi solo racconta e informa sui diritti negati è la risposta di quella parte maschile che non vuole vedere, che si rifiuta di capire, che non vuole abbandonare privilegi e comando. E’ un comportamento violento che istiga alla violenza e raccoglie perfino consensi con la tecnica dei siti e degli account fake, clonati o sotto l’etichetta contro la violenza sulle donne.

Luisa Betti recentemente, e Loredana Lipperini e Lorella Zanardo  e Femminismo a sud … e tante altre per aver solo parlato di PAS, ddl 957, di violenza che subiscono le donne fino ad essere uccise – una ogni due tre giorni – o di altro che non piaccia e che riguardi le donne, sono state insultate e minacciate.

Perché questa voglia irrefrenabile di infliggere costrizione, di distruggere o almeno ridurre in libertà vigilata ogni pensiero libero e generoso… perché questa voglia di rifiutare verità documentate, minacciare, nascondere problemi, dire che non esistono piuttosto che discuterli …  O stravolgerli, mistificarli, o al contrario inventarli, lontano dalla realtà. E poi soprattutto contro donne. Ai  perché che le riguarda danno risposte la loro storia passata e recente e le statistiche di violenza subita.

Restare unite in solidarietà, ingrossare le fila e costruire reti è la nostra risposta, in difesa dei nostri diritti.

Ma le pressioni contro un giornalismo libero e le minacce a giornaliste e giornalisti che si occupano di temi non graditi o da tacere, è un fenomeno più ampio di quanto non si sospetti, esteso in tutta Italia e non solo. Un triste costume.

Tentativi di leggi bavaglio, per l’editoria cartacea/elettronica (più difficile da controllare, ma siti, blog, account-fb sospesi dove bastano solo le segnalazioni sono all’ordine del giorno); ora divieto di riprendere e fotografare durante le sedute pubbliche in Comune (a Frascati, altri Comuni si appresterebbero ad adottare le stesse disposizioni con la scusa della privacy); dirottamenti di pubblicità, ritorsioni, vendette, querele a perdere, pallottole in busta …

Concita De Gregorio racconta quante notifiche ricevesse all’epoca della sua direzione dell’Unità (in media due notifiche al giorno, cosa mai successa né prima né dopo la sua direzione, dunque in quanto donna) e come trovò scritto sul muro davanti casa sappiamo dove dorme tuo figlio, a un dibattito su “giornalisti minacciati, giornalisti sotto processo”, organizzato a Ferrara.

Ossigeno per l’informazione è un osservatorio permanente proprio sulle giornaliste e sui giornalisti che subiscono minacce e che dispone di una lista di casi a partire dal 2007 e aggiornata a luglio, ma sicuramente incompleta. Redige inoltre rapporti annuali, non guidati da un’ottica di genere,  ma dove le giornaliste sono ben presenti.

Nils Muiznieks commissario del Consiglio d’Europa per i diritti, proprio a giugno, ha lamentato il fenomeno delle minacce ed esorta i governi  a proteggere chi subisce minacce e a punire chi le esercita.

“Anche se non adotta i tradizionali metodi di censura basati sul controllo preventivo dei contenuti, un governo può essere accusato di censura se non fa abbastanza per combattere e punire gli episodi di violenza contro i giornalisti, perché l’impunità incoraggia l’emulazione dei violenti”.

“La libertà di espressione e di stampa è vitale per la democrazia perché ne condiziona altre, come la libertà di riunione e di associazione. L’impunità, poi, incoraggia il ripetersi della violenza. Ecco perché è urgente che i governi europei e l’intera classe politica condannino con fermezza tali aggressioni. Debbono fare in modo che le inchieste siano trasparenti e conducano rapidamente alla punizione dei responsabili. Inoltre, le autorità dovrebbero sollecitare una collaborazione tra la polizia e gli organi di informazione e considerare le aggressioni a giornalisti non solo come un atto di violenza, ma come un vero e proprio attentato alle libertà e ai diritti fondamentali dell’Uomo” (Ossigeno).

Il procuratore Piero Grasso per il suo settore cita il rapporto di Ossigeno e dichiara che il fenomeno, in espansione, non può non suscitare allarme.

Su CaffèNews tre storie di croniste minacciate e una mappa visiva dei dati di Ossigeno.

Ma le minacce alle donne che parlano di donne non rientrano in un generico malcostume, nascono da un contenitore comune universale che bisogna svuotare, seguono un legame di subordinazione millenaria che bisogna sciogliere.

Grazie Luisa. UDIrc

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Guru intoccabili

Da chi è moralista e bacchettone di professione ti senti dire che sei tu moralista e bacchettona, da chi stenta a leggere e scrivere ti senti dire che sei tu che non sai leggere e scrivere. E dopo aver ben visto, ascoltato e capito un assunto fatto col corpo e con la bocca ti senti dire che hai travisato tutto, della serie lì l’avrò detto, ma qui lo nego e quindi non l’ho detto. E dopo che tutti hanno visto che hai ricevuto un calcio ti senti dire che sei tu che hai dato un calcio.

A parte i calci all’indietro reali del noto ministro, a Matrix nella puntata che ha mandato in onda Il Corpo delle donne 2, 24 febbraio, praticamente chi ha pestato i piedi accusa il pestato di pestaggio. Ricci e il suo staff inizia un piano di guerra contro i giornali progressisti (principalmente il gruppo Repubblica-l’Espresso) e un piano di discredito nei confronti di Lorella Zanardo. Fino alla spedizione di un commando-troupe di  Striscia la Notizia.

Undici di sera del 10 maggio, Lorella esce dalla Libreria delle donne a Milano, sta per tornare a casa in bici, nessuno in giro. A sorpresa dall’auto che l’attende scendono in tre, faro e telecamera, e Elena che comincia a mitragliare parole a Lorella. Elena si dice felice di aver fatto la velina (termine ormai accolto dall’Accademia della Crusca) e si sente offesa dal suo documentario.

I limpidi 25 minuti del documentario Il corpo delle donne realizzato da Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù, visto ormai da più di tre milioni e mezzo di persone, risultano un atomo rispetto alle galassie televisive imperanti, eppure ha dato fastidio, dà fastidio. Il corpo delle donne 2 è riconfezionato da Ricci, nel tentativo di stornare e ritorcere la critica di mercificazione del corpo della donna. Non è sopportabile vedersi sporcare un medagliere da una Lorella Zanardo. Si adotta la marcatura psicologica: ogni occasione è buona per ridicolizzare, in realtà svilire la persona (subrettismo, gattamorta) e il lavoro di Zanardo, ma anche di altre giornaliste e scrittrici sgradite (per es. Loredana Lipperini, mistificatrice).

Io l’ho conosciuto Ricci: un vero maniaco, uno che si lega al dito qualsiasi cosa e te la fa pagare anche dopo 50 anni, se può, dice un blogger ().

Antonio Ricci, guru dell’ironia dell’Italia da bere, dall’alto del suo sterminato curricolo, scivola. E picchia, basta leggere Barbie Nadeau su Newsweek, denunciata per diffamazione aggravata.

Utilizzare la seduzione dell’apparenza come trasgressione libertaria. E traghettare quanto può servire per il molto utile e il molto dilettevole. Questo è il problema. Altrimenti ci si può divertire sulla discronìa e sul fuori-catalogo del corpo delle velone. 

Striscia la notizia ha vestito un po’ più le ragazze-veline, ora le fa anche parlare, ma rimangono fondamentalmente (importantissime per Ricci) un’attrazione dinamica maschile. L’ufficio stampa di Striscia invoca: A Lorella Zanardo, che sostiene nelle scuole, nei convegni e in televisione che da 23 anni le Veline si inginocchiano davanti a due anziani solo per permettere alle telecamere di poter frugare tra le gambe, chiediamo di mostrare almeno un’immagine che provi le sue affermazioni.

Basta fare un salto su Google, o sull’archivio di casa, il campionario è sterminato.

Voilà: ()

La gioia degli Italiani: ()

Sballotaggio: () ()

Basta.

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8 marzo 2011

 Teresa Mattei una delle prime iscritte all’UDI propose la mimosa come fiore simbolo dell’8 marzo

Prima di riparlare dell’otto marzo passa un anno e qualche volta si salta. In scivolata continua o è festa delle misure (anche maschili), pizza e pub, o gran confusione e povertà di linguaggi nella trasmissione della ricorrenza. Grande fatica ormai per ricordare questa data nella sua accezione storica e di significato essendone ingarbugliato l’intreccio tra geografia, femminismi, politica, due guerre.

Il grande valore della simbologia dell’8 marzo è andato nel tempo ad affievolirsi per due motivazioni principali:

la perenne voracità delle enormi mandibole consumistiche che triturano mamme, papà, capodanni, sanvalentini, pasque-natali…

lo sbiadire della passione civile e sociale con la conseguente atrofizzazione della creatività nel riproporre-rivivere i riti e le simbologie collettive. Tra i grandi imputati l’invadenza dei media incalzanti sul taglio dell’intrattenimento dilettevole a tutti i costi (che influisce sulla percezione personale complessiva del mondo), il disfacimento di politica e ideologie. Si potrebbe aggiungere, specialmente oggi, il grande sforzo della decostruzione e cancellazione di tutto ciò che può dare fastidio ad un grande disegno politico-autocratico.

L’8 marzo andrebbe abolito e cancellato dal calendario. La sinistra si ruba anche l’8 marzo. Mimose e veleni. E’ Silvio il vero femminista. Parola di una ex Lotta Continua… Sono titoletti di alcuni giornali parabolani di oggi.

Loredana Lipperini osserva tuttavia che celebrare l’8  marzo è stato importante anche nella deriva verso il superfluo: perché è servito a ricordare una data in cui le donne potevano contarsi  e, eventualmente, mostrarsi. La citazione è tratta dalla sua prefazione al libro 8 marzo, una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, riedito nel 2009 per Iacobelli Edizioni.

La prima edizione risale al 1987 col titolo 8 marzo. Storie miti riti della Giornata internazionale della donna, cui è seguito un video l’anno dopo, praticamente introvabile. La riscrittura del libro non tocca fondamentalmente l’impianto originario, ma lo integra, lo aggiorna e lo arricchisce alla luce di quanto emerso in questo  ultimo ventennio sulla storia e sul significato dell’8 Marzo.

Nella loro introduzione le Autrici sostengono che tutto sommato questa data mantiene un bel segno di resistenza nel vuoto culturale attuale dove nulla viene rivolto alle donne. Tranne quel poco, rispetto al necessario, che una parte di loro stesse riesce a creare e riservarsi.

Sospettano che ci sia la voglia di non rinunciare ad una tradizione che prima o poi saprà recuperare il più importante dei suoi significati: così pochi – e fragili – sono i diritti effettivamente conquistati e così tante le conquiste minacciate di cancellazione, da poter considerare nuove “esplosioni” di movimento come un evento facilmente prevedibile.

Parole che si possono definire di acuta lungimiranza e… profetiche. Ecco infatti l’esplosione nelle piazze di meno di un mese fa, in quel facilmente prevedibile sembra esservi  la data: 13 febbraio 2011.

Quanto alle radici storiche, sul web è una vera torre di Babele, ogni sito dà una sua versione anche con sviste, rabberci, un patchwork. Eccone uno a caso.

L’origine dell’otto marzo si fa risalire a un incendio: 8 Marzo 1908, Stati Uniti.

L’assenza di sistemi di sicurezza e le pessime condizioni di lavoro causano un grave incendio nell’industria tessile Cotton, una fabbrica ad alta concentrazione di lavoratrici. Nelle fiamme perdono la vita 129 donne, rimaste imprigionate nella fabbrica: Mr. Johnson, il proprietario, usava chiudere le porte durante l’orario di lavoro, per impedire agli operai di uscire… In ricordo della tragedia, sin dagli anni immediatamente successivi al suo accadimento, negli Stati Uniti si organizzano celebrazioni per commemorarla.

Presto l’importanza di questa data, 8 marzo, varca i confini americani: si diffonde in tutto il mondo grazie alle associazioni femministe…

Nel secondo dopoguerra l’UDI, Unione Donne Italiane, sceglie un fiore per questa ricorrenza: la mimosa, profumatissima e impalpabile, povera e selvatica, ma che subito si carica di una precisa connotazione politica…

link consigliati… Galleria fotografica dell’industria tessile Cotton:

http://www.ilr.cornell.edu/trianglefire/primary/photosIllustrations/index.html

Solo che il sito indicato è della Cornell University e riguarda l’incendio avvenuto il 25 marzo 1911 nella Triangle Waist Company in New York City, 146 vittime tra uomini e donne, ben documentato con foto e articoli:

141 Men and Girls Die in Waist Factory Fire, è il titolo del New York Times in prima pagina, servizi a pag. 4.

New York Fire Kills 148: Girl Victims Leap to Death from Factory, in prima  pagina del Chicago Sunday Tribune.

Dell’incendio alla fabbrica tessile Cotton, 8 marzo 1908 a New York, delle 129 operaie morte, di mister Johnson crudelissimo che bloccò le porte, nessun segno. Un evento di tale portata e impatto emotivo avrebbe sicuramente lasciato una traccia con testi e foto nei maggiori giornali newyorkesi e non solo.

L’origine vera della cosiddetta festa della donna è molto intricata e la decodifica o codifica storica è influenzata dal punto di osservazione come non dovrebbe essere. Dunque occorre ritrovare fonti autorevoli, ricerche e studi di prima mano. Se i documenti ci sono, bene, altrimenti non possiamo inventarli, tantomeno ignorarli.

La Giornata internazionale della donna, comunemente la Festa della donna, viene riconosciuta nel 1977 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite (Ris. 32/142 del 16 dic.) che raccomanda agli Stati membri di celebrare nel rispetto delle loro tradizioni. Anche l’Unesco proclama la Giornata, stabilendo direttamente la data 8 marzo. Ed è unificazione mondiale.

La connotazione primaria come ricorrenza di rivendicazione e affermazione di diritti della donna, strettamente legata al mondo del lavoro, non è conferita da una formula ma risale alla seconda rivoluzione industriale-primo novecento e si ritrova in America, in Europa, in Russia. Simbologia civile imprescindibile nella storia moderna. Date diverse ma unico l’obiettivo: diritti alle donne.

Le due ricercatrici Tilde Capomazza e Marisa Ombra ripercorrendo a ritroso il percorso della storia e del significato dell’8 marzo già nel 1987 suscitarono scalpore e molti malumori di fronte alle risultanze e ai documenti esaminati in alcuni anni di lavoro. Furono addirittura accusate (femministe folli) di voler demolire la Festa della donna.

La versione emotiva ricorrente, di Clara Zetkin che a Copenaghen nel 1910 fissa l’8 marzo come Giornata internazionale della donna, in memoria delle donne morte (29 – 129) nell’incendio di un opificio a New York nel 1908 (anche Boston, Chicago), non risulta alla luce della cronaca e dei documenti. Risulta piuttosto una leggenda epico-politica posteriore.

La scoperta che facemmo –  e che è stata per noi stesse causa di sconcerto  – era che all’origine dell’8 marzo non c’era nessun incendio, che nei diversi paesi si sono date nel corso del tempo spiegazioni diverse delle origini della giornata, che quella data è stata effettivamente fissata nel 1921, dalla Conferenza Internazionale delle donne  comuniste, per ricordare una manifestazione di donne con cui si era avviata la prima fase della rivoluzione russa.

Di questa scoperta abbiamo dato prove documentate e analisi dei fatti.

Alla II Conferenza internazionale di Copenaghen del 1910 nessun punto all’ordine del giorno riguarda una giornata internazionale della donna e nessuna ne risulta tra le 18 risoluzioni approvate. Inoltre si tratterebbe se mai di formalizzarla come calendario internazionale dal momento che una giornata è già ricorrente, in America più estesamente che in Europa. Secondo gli atti Clara Essener Zetkin  non fa interventi e quindi proposte durante l’Assemblea generale, ma lavora su altri temi (pg. 74, op. cit.). Tuttavia ha il merito di essere fautrice e divulgatrice, non istitutrice-fondatrice, della Giornata come estensione internazionale di cui pubblica la proposta a titolo giornalistico sul giornale che dirige, Die Gleichheit (l’Uguaglianza), ma con a fine testo una postilla mai spiegata: la mozione è stata assunta come risoluzione.

Il 19 marzo dell’anno dopo, la Giornata verrà celebrata come internazionale in Europa, più largamente in Germania, segno che Zetkin ha diffuso bene tra i suoi forse 100-200 mila lettori. E anche questa celebrazione non è in rapporto né con uno sconosciuto incendio Cotton né con l’altro incendio terribile sopra richiamato, della Triangle Waist Company in quanto avverrà proprio una settimana dopo il 25 marzo. Tanto per dire, l’8 marzo anche il TG 3 ore 14,20 nel servizio relativo lega emozionalmente la giornata all’incendio della Triangle Waist.

Perché il 19 marzo? Alessandra Kollontaj chiarisce espressamente: Non abbiamo scelto questa data a caso… Il 19 marzo 1848 durante la rivoluzione, il re di Prussia dovette per la prima volta riconoscere la potenza di un popolo armato  e cedere… Tra le molte promesse… che in seguito dimenticò, figurava il riconoscimento del diritto di voto alle donne.

In America continuò a chiamarsi Woman’s Day. Nella Russia zarista la prima Giornata internazionale delle operaie ha luogo a Pietroburgo il 3 marzo nel 1913, naturalmente le donne sono malmenate e imprigionate. L’anno dopo lo zar prende precauzioni: le attiviste vengono imprigionate e deportate, così non possono indire la celebrazione.

Nel ’14 la data in Germania si anticipa dal 19 all’8 marzo, ma per comode coincidenze.

Prima volta in Francia nel ’14, al 9 marzo.

Alla Conferenza delle donne di Berlino, 1914, si avanza ancora la richiesta della unificazione delle date (da Americane, Finlandesi, Svedesi), ma ancora non viene approvata: l’importante è che la Giornata sia l’occasione per rivendicare l’emancipazione politica delle donne.

1915, è la guerra e in nessun paese si indice la giornata, tranne che in Norvegia.

Per la storiografia della Giornata il 1917 è l’anno che dà il via all’unificazione della data.

Kollontaj chiarisce (riportato da C. e O.): La fame, il freddo e le sofferenze della guerra l’hanno avuto vinta sulla pazienza delle operaie e delle contadine russe. L’8 marzo 1917 (23 febbraio secondo l’antico calendario) Giornata internazionale delle operaie, esse sono uscite coraggiosamente nelle strade di Pietrogrado. Queste donne, operaie e mogli di soldati esigevano pane per i loro figli e il ritorno dei mariti dalle trincee. In questo momento decisivo l’azione delle donne divenne così minacciosa che le forze di sicurezza dello zar non osarono prendere le misure abituali per bloccare le ribelli e si contentarono di guardare senza comprendere l’onda traboccante della collera popolare…

Termina la grande guerra, abbattuto lo zar tra strascichi ancora della guerra civile, riprendono a Mosca nel ‘19 i lavori della III Internazionale socialista dove si stabiliscono diversi obiettivi e i compiti del costituito Segretariato (Zetkin – Kollontaj affiancate) che deve convocare la Conferenza  e organizzare la giornata internazionale delle donne operaie.

Così la Conferenza  internazionale delle donne comuniste del 1921, (segretaria Kollontaj, 20 paesi, 82 delegate, mancante la delegata italiana per la scissione di Livorno del Partito socialista) fissa l’8 marzo, corrispondente al 23 febbraio nel calendario russo. La motivazione passata è: adotta la data dell’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia, giorno della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo.

La data e l’avvenimento determinante per elevare al rango ufficiale ed internazionale la Giornata della donna nell’ambito dell’Internazionale socialista, vennero quindi dalla manifestazione delle operaie e delle contadine russe che diede il via all’abbattimento dello zarismo, massimo simbolo di oppressione all’epoca. E non dall’episodio di un incendio nella fabbrica dove perirono le operaie americane che, potendo trattarsi della Triangle, era avvenuto dieci anni prima, il 25 marzo. Il perché di questa confusione e ambiguità, originata intorno alla festa della donna e trainante dagli anni ’40, non è stato sufficientemente chiarito. Un ragionamento politico seguito dalle autrici porta ad avanzare questa ipotesi: una derivazione apertamente sovietica alla base della celebrazione di una Giornata che doveva unire le donne, di tutte le appartenenze, le avrebbe invece divise. Il potente mito o narrazione delle operaie morte in fabbrica avrebbe portato invece ad aggregarle tutte. E probabilmente così fu.

8 marzo 2011

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Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne

Dal blog di Loredana Lipperini:

L’Istat ci dice che nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Una lettrice, via mail, mi chiede un commento.
Temo che non andrà nella direzione prevista, anche perchè sto riflettendo, amaramente, sulle madri: mi ha sempre preoccupata la santificazione della figura materna che avviene, anche e persino soprattutto, per mano e mente femminile. Mi ha turbato, ieri, leggere una nota dove una mamma blogger, parlando di Vieni via con me, scriveva che avrebbe preferito  che “a parlare sulla battuta dei gay fosse stata una donna: perchè noi siamo le madri, noi donne ci dovevamo sentire offese, noi che partoriamo ed educhiamo”.
Noi siamo anche altro. Ed educhiamo in due, madri e padri. Idealizzare la maternità, pensare che tracci un recinto dorato attorno al femminile, è spaventosamente pericoloso. Perchè in nome della presunta “naturalità” del materno – contro cui si scaglia, giustamente, la Badinter – diventa consequenziale pensare alla donna solo in quanto madre, alla faccia delle scelte personali. Secondo, perchè, come sottolineavo qualche post fa,  la forsennata ricerca della  perfezione  personale dei figli (e gli altri si arrangino) ha fatto e sta facendo, ora, in questo momento, disastri. Se la cornice che imprigiona questo paese è la paura, quanto conta in questo frame  l’ossessione delle madri per la sicurezza? Non si è manifestata in ogni modo, negli anni recentissimi e non ancora trascorsi, quando i bambini d’Italia sembravano e sembrano assediati da ogni pericolo, dai pedofili ai Gormiti?
Quindi, tornando ai dati Istat: c’è un’assenza di sostegno da parte dello Stato, e lo sappiamo fin troppo bene e sarebbe ora di muoversi in proposito, e c’è una questione, al solito, di modelli. Ma qualche strumento in più per decifrarli dovremmo averlo, ora. E anche qualche strumento in più per dire, semplicemente, che una famiglia non è composta soltanto da una donna.

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