Otto marzo e donne suicidate

 

Quell’imprevisto della libertà femminile

GENTILE  direttore ho accolto con convinzione il suggerimento che lei ha avanzato alle donne calabresi di dedicare la Giornata Internazione della Donna a Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, perché dimostra, da parte sua, un’attenzione particolare per quanto, in quest’ultimi anni, si muove nel mondo della ‘ndrangheta, che sta facendo i conti con l’imprevisto della libertà femminile. Pur facendo mia la sua proposta, mi permetta, però, di avanzare alcune osservazioni, per evitare alcuni rischi, che ho intravisto in alcuni interventi.

Queste tre donne non vanno separate da tutte le altre, non sono donne eccezionali, ma donne “comuni” in un mondo in cui la libertà femminile fa paura a tanti uomini, anche e ancor di più ai mafiosi. Vanno, pertanto, ricordate e riconosciute tutte le donne che con le loro scelte stanno erodendo sin dalle  fondamenta la forza della ‘ndrangheta.

Mi riferisco a Tina Buccafusca,  moglie del boss Panteleone Mancuso di Nicotera, “suicidata” prima che iniziasse la collaborazione con i magistrati, a Ilaria La Torre, ex moglie di Francesco Pesce, che sta testimoniando contro il marito al processo “All Inside”, alle sindache Elisabetta Tripodi  di Rosarno e Carolina Girasole di Isola Capo Rizzuto, che quotidianamente difendono il loro desiderio di governare con libertà la propria Comunità. Mi riferisco ad Annamaria Molé e Roberta Bellocco, appartenenti a due delle più potenti famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro, studentesse del Liceo scientifico di Rosarno, che in un convegno sulla legalità hanno dato testimonianza del loro desiderio di essere libere di poter vivere la propria vita, nonostante il nome che portano.                        

Mi riferisco alla figlia di Lea Garofalo, Desirè che si è costituita parte civile contro il padre, in nome della madre. Mi riferisco ad Anna Maria Scarfò di Taurianova, che ha denunciato e mandato in carcere i suoi violentatori. Mi riferisco a tutte le donne che, in ogni luogo, a partire dalla casa, lottano quotidianamente per affermare la loro libertà. Mi riferisco alle donne che nelle scuole, frequentate anche dalle figlie dei mafiosi, insegnano alle più giovani l’autorizzazione ad essere  libere, contribuendo così alla fine della ‘ndrangheta. Insomma, anche in Calabria c’è tutto un mondo femminile che sta cambiando, e Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo sono parte di esso. 

Gli strumenti di queste donne, come di tutte quelle che hanno distrutto il patriarcato, togliendo ad esso la propria credibilità, sono la consapevolezza di sé e l’amore per la libertà propria  e delle proprie figlie e figli. La loro non è “resistenza civile”, ma affermazione di sé e del proprio desiderio, a costo anche della propria vita. E questo, ne sono convinta, ha un valore molto più alto di mille manifestazioni. La vera lotta alla ‘ndrangheta, come lei stesso direttore ha scritto, è “ fatta di piccoli e grandi gesti quotidiani”. Molte donne, in  questa regione, lo stanno facendo. La ‘ndrangheta che uccide le proprie donne perché l’”abbandonano” e la “tradiscono”, dopo che generazioni di donne, come la madre di Maria Concetta Cacciola o di Giuseppina Pesce, le hanno garantito omertà e complicità, non è  diversa dai tanti uomini che ogni giorno, in ogni parte del mondo uccidono le donne (mogli, fidanzate, ex, figlie, sorelle), quando tentano di riappropriarsi della propria vita e li abbandonano.

Quello a cui stiamo assistendo è la fine del patriarcato mafioso. Alto è il prezzo che molte, troppe, stanno pagando. Separare Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola  e Lea Garofalo dalle loro simili, significa indebolire la forza delle loro scelte e le ragioni che le sostengono. Mi auguro che l’8 marzo non venga trasformato in una manifestazione di tutti contro la ‘ndrangheta. In prima linea troveremmo magari molti di quegli intellettuali e di quei docenti universitari, che saranno d’accordo con la sua proposta, pronti a firmare e a “partecipare” purché siano “visti”, che a Cosenza hanno disertato la “lezione” del procuratore Pignatone, che aveva capito la forza delle donne nella lotta alla ‘ndrangheta. Lei c’era a quella manifestazione e con lei c’erano non più di dieci docenti Unical. 

Gentile direttore apprezzo la sua proposta e spero che venga lasciato alle donne, e solo alle donne, perché a loro appartiene l’8 marzo, di farla propria, nei modi in cui ognuna, individualmente o assieme ad altre, deciderà.

Franca Fortunato

***

Riceviamo da Franca una lettera aperta al direttore del Quotidiano della Calabria, giornale su cui scrive e su cui è stata pubblicata giorni fa.

E’ da un po’ che traboccano termini che celebrano la retorica dell’eroe. E non è in questo senso che va percepito il profondo mutamento che sta avvenendo in molte donne legate al mondo mafioso. Tante madri hanno ripudiato figli definiti ‘nfami che hanno deciso di collaborare con la giustizia, ma molte altre colpite nel profondo degli affetti e dei sentimenti hanno deciso di rompere ogni legame coi loro uomini mafiosi, con estremo coraggio e rischio.

Quando una donna viene colpita negli affetti più cari non ragiona più, non c’è omertà che tenga, racconta il pentito Calderone a Pino Arlacchi, (Dacia Maraini ne farà un testo teatrale: Mi chiamo Antonino Calderone).   

L’esplosione dell’affettività ferita a morte è una delle componenti che spinge  le donne a rompere i legami nel mondo mafioso. Ma bisogna riflettere che senza la spinta evolutiva dei movimenti delle donne verso l’emancipazione, sul piano della comunicazione sociale, e in particolare di quelle associazioni – in prevalenza femminili – che contrastano le mafie e che offrono sostegno alle donne vittime, il fenomeno della loro ribellione a un mondo chiuso e ferocemente patriarcale sarebbe impossibile. E’ anche il timore di essere fatta fuori comunque.

All’interno la donna è ritenuta inaffidabile e di proprietà. Ha solo compiti di servizio e di comunicazione con l’esterno, non deve discutere gli ordini. Affetti e sentimenti all’esterno sono vietati all’uomo del clan, la donna non deve chiedere mai, deve essere tenuta lontana e all’oscuro, se la donna sa qualcosa finisce che o la deve ammazzare lui o la deve far ammazzare da qualcun altro (Renate Siebert). Anche se nel tempo sono emerse donne al comando.

Ma… è venuto il momento di comunicare in proprio con l’esterno e di porsi delle domande. Non è più disposta a trascorrere la sua vita in un buio labirinto dove è stata assegnata prima dal destino e poi dagli uomini del clan.

Ecco quell’imprevisto della libertà femminile. Ed ecco il senso del manifesto per l’8 Marzo che l’UDI dedica a tutte le donne e ai loro diritti, per la costruzione del futuro. E, d’accordo con Franca, a tutte le donne che decidono di vivere la libertà della propria persona nei diritti, soprattutto quelli da recuperare, che spezzano catene umilianti e rischiano la propria vita. 

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