25 novembre

Ogni cinque donne in Europa, una è vittima di violenze (fonte Amnesty I.). Dovunque: in casa, sul lavoro, per strada, al parco, in discoteca… E se allarghiamo lo sguardo incontriamo le più assurde e feroci negazioni dei diritti sanciti come universali.

La violenza esercitata ha una graduazione che va dalle forme più sottili, psicologiche, di linguaggio, di subordinazione, ai maltrattamenti fisici, alla morte.

Anche impedire alle donne di decidere del proprio corpo di fatto o con leggi istituzionalizzate è violenza, come in casa nostra, o negare le medicine come in Sierra Leone.

Le infermiere ti trattano male, non si capisce quello che dicono. Ho provato a spiegare, le ho scongiurate. Mi hanno detto che stavo facendo perdere tempo e mi hanno cacciata via. Ho pregato e pregato, ma niente soldi, niente medicine. Parlano di cure gratuite, ma non se ne vedono qui. (Hawa, 28 anni incinta, Sierra Leone).

La violenza sottile, quotidiana è statisticamente enorme, ce la ritroviamo in casa e sul pianerottolo nella porta accanto sotto forma di divieti, contrasti, asprezze, tutele non richieste e non dovute, sottostima, che normalmente non si esercitano nella cerchia maschile. Fino alle più dolorose ed estreme: percosse, stalking, stupri, morte: una donna è uccisa ogni due giorni e mezzo. Se questa media è più o meno stabile non c’è casualità, è un costume, una cultura. I giornali e i media, nella grande maggioranza, continuano a non riconoscere e non indicare come femminicidio l’uccisione sistematica delle donne per mano maschile.

Un genere incapace di gestire il conflitto ricorre alla soluzione estrema della soppressione come soluzione finale.

Non se ne esce se non con una presa di coscienza individuale, che moltiplicata diventa consapevolezza e forza collettiva. Così ogni atto individuale consapevole diventa politico. Così si può parlare di politica delle donne senza in realtà praticare la politica attiva o essere iscritte a un partito. La fase successiva della conversione in legge va perseguita poi con tenacia, diversamente le proposte di legge giacciono nel sonno eterno.

Lo scambio, la partecipazione, l’opposizione motivata, la negoziazione… sono gli strumenti che dobbiamo utilizzare in forme interpersonali e collettive.

Molto è cambiato grazie ai movimenti delle donne. Nulla è stato regalato in termini di riconoscimento dei diritti. E nulla verrà regalato. Il corso verso una società più aperta e paritaria tra i generi è presumibilmente inarrestabile. Perché le tecnologie sebbene studiate e prodotte dalle tecnocrazie ancora patriarcali, diventano un’arma a doppio taglio: sanno utilizzarle anche le donne sempre di più. E la comunicazione è un’arma micidiale. E’ anche vero che contemporaneamente soffriamo di lunghe pause o processi involutivi. Ne abbiamo appena trascorso un ventennio.

Ma qualcosa cambia e cambierà con effetto domino. E non è detto che quel battito d’ala laggiù non produca un uragano proprio qui. O viceversa.

Manal e le altre hanno sfidato la monarchia saudita con un gesto privato e personale, ma che si è fatto politico: guidare l’auto, per loro vietata. Re Abdullah ha promesso qualcosa per il 2013.

Le donne egiziane sono appena uscite dalla dura forma del governo Mubarak anche per merito loro, nel movimento della Rivoluzione del 25 Gennaio. I militari ora al potere hanno fatto finta di non vedere e non sentire, ma loro sono tornate all’attacco e chiedono oggi uguaglianza di diritti e compartecipazione decisionale di governo.

La mortalità per maternità in Sierra Leone è fra le maggiori del mondo. Negare le medicine alle donne nel loro atto riproduttivo, è una violenza e una violazione dei diritti fondamentali. Dietro le pressioni di Amnesty I. e altri fronti, dal 27 aprile 2010 il governo concede a parole “Cure mediche gratuite” (Fhci), ma non di fatto.

Donne yemenite: protestano contro la fatwa favorevole alla repressione e cantano per le strade l’inno nazionale, persino nei villaggi contro i tagli all’elettricità e all’erogazione dell’acqua, alcune avrebbero bruciato il velo davanti ai militari del regime presidenziale.

Si potrebbe continuare con le donne di Plaza de Mayo, che gridano la mancanza di lavoro è un crimine e una violenza, le donne di Ciudad Juarez, le donne per il diritto all’acqua, alle sementi…, le donne che si ribellano alla legge feroce delle mafie e sono sciolte o suicidate con l’acido, tutte le donne che nel privato e in pubblico strappano a forza pezzi di dignità per ricostituirla nella propria persona e nella persona di tutte.

E in casa europea molti sforzi si stanno compiendo sul piano istituzionale, con risultati a volte confortanti a volte deludenti. Il Consiglio dell’Unione e la Commissione hanno adottato una Carta delle Donne con una dichiarazione d’intenti per combattere la violenza nei confronti delle donne e stabilire la parità di genere attraverso una disegno politico. Tuttavia sono trascorsi già due anni e gli impegni concreti tra gli Stati tardano ad arrivare.

Il 10 e 11 maggio 2011, nella sessione a presidenza turca del Consiglio d’Europa tenuto a Istambul, 13 paesi del Consiglio d’Europa hanno firmato una Convenzione per prevenire e combattere la violenza di genere. Rispetto alle consimili precedenti deliberazioni si propone come un vero e proprio trattato internazionale vincolante. Ogni stato ha l’obbligo di fornire servizi specializzati alle donne vittime di violenza e di adottare delle procedure unificate dalla prevenzione alla pena. Il Trattato si configura come diritto internazionale, ma avrà valore di legge solo dietro ratifica del Parlamento nazionale.

La violenza di genere ha raggiunto un livello intollerabile ed è purtroppo un fenomeno in continuo aumento: una donna su quattro in Europa subisce violenza durante la sua vita, a scuola, in ufficio e soprattutto in casa, poiché il pericolo maggiore viene da persone conosciute, quindi di cui la donna si fida, principalmente il partner … Le denunce continuano ad essere molto rare,  così come le condanne, pur in presenza di arresti immediati dei criminali da parte della polizia, e che però, in assenza di prove certe, fa sì che questi continuino a girare liberamente.

Sono quattro le fasi determinanti contenute nella Convenzione: prevenzione del reato, protezione delle vittime, azione giudiziaria sui colpevoli e politiche più coordinate, che, attingendo all’esperienza di ogni paese, formeranno un’unica struttura di diritto internazionale (Thorbjorn Jagland, segretario generale, nel presentare la Convenzione a Istambul).

La Convenzione è anche aperta ad altri stati oltre a quelli dell’Unione. Ad oggi 17 paesi hanno controfirmato ma non è stata ancora ratificata da nessuno. L’Italia, il governo di Berlusconi, non l’ha nemmeno firmata.

Qualora riuscissimo a far scomparire le forme di violenza esercitate nei confronti delle donne avremmo raggiunto una pienezza di sensibilità, che si riverserebbe anche sugli uomini, sugli animali, sugli ecosistemi. Su ciò che genera la nostra vita.

 

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mediterranea

UDI Catania – novembre 2011

Mediterranea_nov11

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Archiviato in autodeterminazione delle donne, Contro la violenza sulle donne, femminicidio, libertà delle donne, Parità di genere

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