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Oltre la guerra

profughi iracheni in fuga dai bambardamenti  In fuga dalla guerra, Iraq, Siria.

La guerra di Gentiloni all’Isis

LA guerra, evocata dal ministro degli Esteri Gentiloni, contro il sedicente Stato Islamico in Libia, non può non indurci a provare a fare prevalere – cosa non facile – il buon senso, la saggezza, la riflessione, la conoscenza, prima che sia troppo tardi.

Di che cosa parliamo quando diciamo Isis? Della prevalenza nell’Islam politico della corrente più radicale, che ha per obiettivo la restaurazione dell’antico Califfato, distrutto dai mongoli nel 1261 e che si estendeva dalla capitale irachena fino all’attuale Israele.

Quella dell’Isis è una tradizionale e moderna guerra di conquista, portata avanti, con ogni mezzo, tramite la guerra santa (jihad) contro gli apostati (i non sunniti) e gli infedeli (gli occidentali).

È sullo sfondo della guerra civile in Siria, e di un Iraq ancora paralizzato dall’intervento occidentale, che l’Isis si è messo a conquistare seguaci, dentro e fuori i Paesi musulmani, con un messaggio potente: la promessa della libertà politica attraverso la restaurazione del Califfato che, da sempre, nell’immaginazione dei musulmani rappresenta lo stato ideale, la nazione perfetta, in cui trovare la salvezza – come gli ebrei nello stato d’Israele – dopo secoli di umiliazioni, razzismo e sconfitte per mano delle potenze straniere e dei loro associati musulmani.

Da decenni fondamentalisti e studiosi islamici assicurano che i millenni di grandezza e splendore raggiunti sotto il Califfato, considerato una sorta dell’età dell’oro, di paradiso in Terra, torneranno in vita. La sua restaurazione è il sogno dei revivalisti islamici almeno dagli anni cinquanta, quando Hizbut-Tahrir cominciò a invocare la sua rifondazione.

Anche Osama bin Laden l’ha spesso citato come suo fine supremo, ma nessuno si era mai neppure avvicinato alla sua realizzazione, anzi per tutti è rimasto un sogno bello e impossibile. Un sogno divenuto realtà con lo Stato islamico e con Abu Bakr al Bagdadi, autoproclamatosi, nel giugno 2014, nuovo califfo e, come tale, ha imposto la legge islamica (sharia): tagliare le teste, rapire le donne e costringerle a matrimoni precoci e forzati, infliggere violenze e pene corporali.

Ma l’Isis non è solo terrore, violenza, esibita anche sui social network per diffondere la paura, ma è anche – come ci racconta Loretta Napoleoni nel suo libro “ Isis – Lo Stato del terrore” – la ricerca del consenso attraverso programmi sociali e una politica di alleanze con le tribù sunnite locali per lo sfruttamento delle risorse naturali, presenti nei territori conquistati con la guerra. Le forze dell’antiterrorismo, nel prevenire e impedire l’avvento del Califfato, hanno fallito. Come spiegare la creazione, nell’arco di tre anni, di questo sedicente Stato islamico?

Aicha El HajjamiAicha El Hajjami

Aicha El Hajjami, studiosa e ricercatrice marocchina, sulla rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana n. 11, dicembre 2014, indica tra le cause interne il nutrimento che, nel mondo arabo musulmano, hanno dato a lungo all’oscurantismo religioso gli Stati che “percepivano il pensiero religioso critico come una forma di sovversione da mettere a tacere con tutti i mezzi” e che continuano a farlo, come nell’Arabia Saudita.

Le cause esterne sono tante e vale la pena ricordarle, con lei: la lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; il sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi); la rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali; il perdurare dell’occupazione israeliana e il massacro della popolazione palestinese; la guerra in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non si può dimenticare, infine, che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex Urss: Bin Laden era stato armato da loro.

Ma, che cos’è che attira dell’Isis tanti giovani immigrati musulmani europei e americani, di seconda e terza generazione? E’ il sogno del riscatto dalle frustrazioni ed umiliazioni di cui sono quotidianamente vittime, in un mondo che non offre loro un futuro. L’Isis chiede loro di combattere per raggiungere il paradiso, non nell’aldilà, ma sulla terra, sotto il Califfato, riservato ai soli sunniti. Giovani facile preda dei fondamentalisti perché, avendo studiato in Occidente, non conoscono i libri religiosi e i veri valori dell’Islam: pace, fratellanza, giustizia e uguaglianza.

Come dimenticare, poi, che Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati i primi finanziatori del gruppo di Baghadi contro Assad? Lo hanno anche addestrato militarmente, mentre gli Usa hanno armato (non ufficialmente) tutti i gruppi anti Assad. Con quelle armi, confiscate dallo Stato Islamico dopo ogni vittoria, combattono ora i sostenitori di Baghdadi.

A questo punto, che cosa possiamo fare?

Se è vero che nessuna/o ha la ricetta miracolosa, l’unica cosa che dovrebbe esser(ci)e chiara è che una nuova guerra non sarebbe la soluzione. Questa, infatti, non farebbe che attizzare ancora di più l’odio e i risentimenti in una popolazione frustrata, stremata e oppressa dalle violenze. Mieterebbe ulteriormente vittime innocenti tra i civili e destabilizzerebbe completamente il Medio Oriente, con risultati peggiori del male che si vuole combattere. Non è questo tempo di risposte “scontate”, ma di domande e di ascolto.

Hajjami indica la strada dentro il mondo arabo musulmano, dove “la vera jihad” di cui c’è bisogno “ è quella del pensiero critico” sul patrimonio religioso e culturale dell’Islam per trasmetterne i veri valori, così come sulle sfide della modernità e della globalizzazione. La “vera jihad” è quella di “risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne.

Ma è anche quella di intervenire sugli aspetti economici dello sviluppo e di avere cura nell’assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Sono le tante donne come Hajjami, e non le guerre di cui l’Isis è figlio, che per (me) noi donne sono motivo di fiducia nello sviluppo delle società di cultura musulmana e nello svelamento del volto maschilista e patriarcale, tribale e violento, dell’Isis.

Franca Fortunato

[Quotidiano del Sud 17.02.2015]

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Giorni e Luoghi della Memoria

 

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945 — US Holocaust Memorial Museum

Le Foto di Alex

Il repertorio di atrocità naziste, basato su documenti e testimonianze, è così vasto ed estremo, che qualunque cosa si possa dire sul numero delle vittime (sei milioni o quattro…) o sulle varianti delle atrocità: c’è stata o no saponifcazione, non potevano esserci camere a gas… come diversi irriducibili negazionisti o revisionisti continuano a sostenere – e come perfino qualche prelato ( 1 ) ( 2 ) ha sostenuto – è operazione che non sposta il termine estremo, nel senso letterale, della ferocia e non conferisce alcuna attenuante generica, né ridimensionamento.

Le Foto dette di Alex sono un documento rarissimo del momento in cui sta per essere compiuto un frammento del genocidio. La grande maggioranza delle foto e delle riprese terribili che possiamo vedere oggi sono di fotografi e reporter alleati o sovietici che documentarono i momenti della liberazione dei campi di concentramento o di sterminio. Le foto  dette di Alex sono invece la ripresa dall’interno, del momento reale di un eccidio, perciò suscitano grande emozione, pur nella loro non  perfetta leggibilità.

Chi ha compiuto un crimine quasi sempre scappa, si nasconde, non ha il coraggio del male che infligge. Cancella le tracce. È ciò che tentarono di fare i nazisti negli ultimi giorni della loro disfatta facendo saltare in aria impianti e distruggendo o nascondendo prove e documenti  dei crimini perpetrati.

Ma a Bad Arolsen al civico 5 della Grosse Allee e negli edifici intorno, in Assia, vi sono 50 milioni di documenti in 26 chilometri di schedari. È l’International Tracing Service, immenso centro di convogliamento dei materiali interni burocratici riguardanti la registrazione delle azioni di controllo, repressione, schiavizzazione, eliminazione su circa 17,5 milioni di persone. Per esempio già dal 1933 vi si può trovare documentazione sul lavoro imposto a prigionieri e prigioniere, in quanto nemici dello Stato, di cui hanno beneficiato oltre allo Stato nazista stesso anche fabbriche come Thyssen, Krupp, IG Farben, Siemens, Porshe, Volkswagen, Knorr, BMV… Bastava fare richiesta all’ufficio gerarchico soprintendente ai campi (IKL) di Oranienburg.

Lo slogan “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi – era il sarcastico tragico slogan della rieducazione sociale, fittizio perché in realtà il piano generale sempre più perfezionato era l’eliminazione, anzi in un certo senso l’autoeliminazione a rotazione continua per rapida debilitazione dovuta alla scarsa alimentazione e agli stenti, come pulizia sociale e soprattutto razziale.

Un programma d’ingegneria eugenetica sociale perverso che nella storia di tutti i tempi resterà la più grande espressione di crudeltà e insensatezza.

Ogni azione veniva maniacalmente annotata e descritta in schedature e dossier. Solo dal 2008 sono accessibili alle consultazioni degli stessi perseguitati ancora in vita e dei loro familiari. È tenuto dalla Croce Rossa internazionale sotto accordo giurisdizionale di Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Israele, Italia, Germania, Francia, Olanda, Polonia, Grecia e Lussemburgo.

Qui si trovano faldoni recuperati, segnati Aushwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen… e dentro il cimitero dei nomi delle vittime ebree, con la cronologia esatta dell’ora e del minuto dell’esecuzione. Una serie sterminata di fatture contabili collegate al numero tatuato sul braccio sinistro, estremamente precise di connotazioni, ma su qualcosa che era ritenuta di nessun valore, la loro vita. Tanto che per gli ebrei e le ebree provenienti dalla rivolta del Ghetto di Varsavia non si eseguì nemmeno la registrazione: si sarebbe proceduto il più velocemente possibile all’eliminazione.

I gruppi tedeschi ariani internati e quelli da rieducare non portavano il tatuaggio, ma tutti erano distinti da una segnaletica: triangoli colorati, naturalmente rosa per gli omosessuali, doppio triangolo-stella di David, cerchietti, numero di registrazione, fascia al braccio per gruppi speciali.

Vi è ancora molto da studiare e dipanare attraverso le storie personali e gli intrecci coi gruppi sociali perseguitati, anche se tutta la trama strutturale è dolorosamente chiarita.

L’impatto morale sulla società del dopoguerra è stato enorme.

Al di là di ogni possibile strumentalizzazione o retorica l‘immenso progetto nazista di eliminazione è incontrovertibile.

Tuttavia c’è stato (già dai primi anni dopoguerra), e c’è oggi, chi prova a smontare ogni fatto descritto da deposizioni e memorie, o raccontato in prima persona, con l’assunto che se non esiste una prova, un reperto “certo”, non vi è affidabilità e credibilità, esasperando all’inverosimile i criteri di accertamento e verifica comunemente accettati. Ogni imprecisione è un falso, una mistificazione. E dunque il fatto viene respinto e ritenuto inesistente: l’onere della prova resta alla parte che sostiene lo sterminio. E non a caso i nazisti, alla disfatta, tentarono di distruggere ogni traccia.

Per questi gruppi, detti negazionisti, è importante utilizzare tecniche e strategie comunicative dalla studiata persuasività per dare l’impressione che esista un vasto dibattito storiografico serio, alternativo non allineato.

Valentina Pisanty ha scritto in proposito un saggio non tanto sulla veridicità o meno degli assunti negazionisti quanto sull’analisi semiologica delle loro tesi in relazione alla documentazione sostenuta o negata e sull’armamentario dialettico.

È chiaro che, anche se trascurabile come peso storiografico, tale pressione negazionista ostinata e aggressiva sulla comunità mondiale di storici e storiche detta tout court sterminazionista, parte già ideologizzata con l’intento di scagionare, alleggerire, sdoganare per quanto possibile episodi o pezzi interi della storia nazi-fascista, a parte la constatazione che la storia la fa comunque la parte vincitrice.  Uso politico della Storia, deleterio specialmente per le nuove generazioni a cui bisogna affidare la memoria, senza retorica altrimenti si svuota, ma con sofferto sentimento di condanna per un’atrocità, senza alcuna attenuante.

Il nodo primario dello scontro è l’esistenza delle camere a gas. I doccioni sarebbero stati veri doccioni per il passaggio dell’acqua e non del gas. La quantità di barattoli di Zyklon B (l’agente tossico fumigante in granuli) trovati dagli alleati sarebbero serviti solo allo spidocchiamento e alla disinfestazione in generale. Le vittime giustiziate sarebbero poche decine di migliaia…

Il numero esatto delle vittime della Shoah forse non si saprà mai, stimato sui sei milioni. A queste vanno aggiunte le altre dei gruppi etnici rom, slavi, polacchi, sovietici, quelle dell’opposizione interna e della resistenza degli stati occupati, omosessuali, quelle considerate persone socialmente inutili … il numero stimato  è almeno pari a quello della Shoah, in tutto da 12 a 18 milioni.

Se folle è stato il concepimento, il progetto dell’eliminazione totale, folle è la negazione o l’ammorbidimento, il tentativo di salvataggio, la giustificazione. E molto preoccupante da sempre l’esaltazione che lascia segni di svastiche sui muri nella notte, e invia teste di maiali alla Sinagoga o compie l’ennesima profanazione.

Rispetto alla grandezza dei numeri esistono pochissime  prove dirette dello sterminio nei momenti in cui venne attuato (punto forte dei negazionisti). Tutto il materiale orripilante che conosciamo è ripreso a scopo documentario e dimostrativo dall’Armata sovietica e dagli Alleati non appena penetrati nei lager. Ma in particolare sono stati trovati nel 1945 dei manoscritti degli addetti allo smaltimento dei cadaveri (Sonderkommando). Erano riusciti a nasconderli sotto uno strato di terra vicino al Crematorio III di Birkenau, oggi sono al museo di Aushwitz. I Sonderkommando, visto il delicato lavoro cui erano addetti, meglio trattati e nutriti, avevano un più lungo tratto di sopravvivenza. Erano considerati conoscitori di segreti, quindi tenuti in isolamento, ma anche loro eliminati a cadenze, smaltiti e sostituiti dai nuovi arrivati.

E soprattutto, ci sono pervenute 4 foto particolarissime di un certo Alex, ebreo greco proveniente dalla resistenza polacca e impiegato in una squadra Sonderkommando del campo di Aushwitz-Birkenau. Le foto sono state scattate nell’arco di una ventina di minuti, col proposito di passarle all’esterno come documentazione delle esecuzioni in camera a gas, vicino al Forno V, estate 1944. Per quanto non molto nitide, una addirittura nella concitazione inquadra solo i rami alti degli alberi nello stesso luogo, sono altamente drammatiche. Si fondono nelle immagini della sequenza la percezione angosciante di quello che sta avvenendo e la percezione del tremore, della paura di chi sta scattando, tanto da non poter controllare bene l’inquadratura (l’apparecchio fotografico era stato sottratto nel magazzino degli oggetti requisiti e portato al di fuori in un secchio per le pulizie). Due scatti riprendono dall’interno, attraverso un’apertura, il rogo dei cadaveri che sta avvenendo all’aperto vicino al boschetto del campo. Un successivo scatto riprende un gruppo di donne spogliate che si dirige con molta evidenza verso la camera delle docce. Un ultimo scatto non riesce ad inquadrare, appaiono solo i rami degli alberi.

I sonderkommando erano riusciti a far pervenire il rullino alla resistenza polacca all’esterno del campo dentro un tubo di dentifricio, con un messaggio che richiedeva altri rullini 6×9 adatti all’apparecchio fotografico segreto.

UDIrc

Fotografías obtenidas por el grupo Sonderkommando de las labores de exterminio en Auschwitz(negativi n. 277, 278, 282, 283)

(n.277)

sonderkom278(n. 278)

sonderkom282(n.282)

sonderkom282a(ingrandimento dell’angolo inferiore sinistro, n.282)

sonderkom283

(n. 283) scatto accidentale nella concitazione –

Sequenza di Anonimo Sonderkommando, indicato come Alex, che riprende corpi cremati all’aperto e donne spinte verso la camera a gas del crematorio di Auschwitz, agosto 1944. Oswiecim, Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau

 

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Tesseramento UDI 2015

 

E’ aperto il tesseramento UDI per il 2015

è possibile prenotare le tessere comunicando a udireggiocalabria@libero.it i propri dati: nome, cognome, e-mail, n. di telefono, o intervenendo personalmente ad una riunione.

L’Associazione si autofinanzia. Il costo della tessera è di € 10, con eventuale libera offerta sostenitrice aggiuntiva.

L’UDI – Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia - nasce ufficialmente con il 1° Congresso di Firenze, il 20 ottobre 1945, dalla fusione dei GDD e dei Comitati per l’Unione Donne Italiane. I GDD – Gruppi di Difesa della Donna – sorsero inizialmente in Piemonte e Lombardia nel novembre 1943. I Comitati per l’Unione Donne Italiane si formarono nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944.

Anche a Reggio C. si costituì un Comitato per l’Unione Donne Italiane con compiti soprattutto di assistenza e di ricostruzione morale e materiale del tessuto sociale, devastato dalla guerra. Ma includeva anche stimoli e incitamenti diretti a tutte le donne per affermare i propri diritti, partecipare alla vita politica e interessarsi ai problemi del momento. Il Comitato organizzò a Reggio Calabria il 1° Congresso provinciale dell’UDI il 14 ottobre 1945, considerato preparatorio di quello di Firenze, insieme ad altri comitati regionali. Fu presieduto da Ada Sapere e i lavori furono aperti e chiusi da Rita Maglio. Dunque a Reggio un nucleo di donne molto attive, e non certo secondario sul piano nazionale di quegli anni.

Si conoscono i nomi di alcune partecipanti al Congresso  ”… Licia Calarco, Margherita La Face, Tita La Face, G. Elisa Franco, Iolanda Catalano, Lina Vitale, Maria Nirta, Anna Mangiola, Lina Zaccone, Cecilia Artuso, … Cara “ (da Sindacato e Movimenti Politici dal 1943 al 1950” di Carmelo Giuseppe Nucera, Edizione Apodiafazzi)

Queste sono le radici dell’UDI di Reggio Calabria che germoglieranno in un patrimonio di lotte per la emancipazione prima e l’autodeterminazione dopo. L’UDI è stata ed è un importante riferimento per l’Associazionismo sul piano nazionale e territoriale. Molte delle rivendicazioni, delle elaborazioni, delle proposte che poi hanno inciso non solo sulla sfera femminile, ma sulla vita sociale, si devono all’UDI. E ricercare la convergenza delle donne su obiettivi condivisi rimane una sua costante. Non ha una struttura verticistica e la direttrice operativa nasce dalle Assemblee nazionali e dalle consultazioni territoriali dove ogni donna mantiene la sua ricchezza ed esprime la sua diversità.

Stiamo raccogliendo testimonianze sulle donne di Reggio che hanno preso parte anche indirettamente alla Resistenza, o che sono state attive nei comitati UDI e nell’UDI, negli anni immediatamente prima e dopo la fine della guerra.

A quante sono orgogliose dell’eredità culturale dei loro familiari coinvolti nell’opera di liberazione nazionale, rivolgiamo l’invito ad aiutarci per ricostruire una storia femminile più dettagliata e quasi certamente sconosciuta, anche in vista della Mostra dei GDD  e del 70° UDI che terremo al Museo Archeologico Nazionale di RC dall’8 marzo al 25 aprile, con altri eventi collaterali.

Iscriviti all’UDI, ti aspettiamo!

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auguri 2015

natal_2014_JUDIrc 

natal 1

Maria e Giuseppe non trovarono dove dormire.

La notizia rimbalzò con la velocità di fb.

Infinite le offerte pervenute, tra cui un superattico di 350 metri quadri,

ma per il 2016.

Il bimbetto, che aveva il dono della parola, disse: No! Là no!

I pastori non si fecero vedere perché non avevano nulla da portare.

Gaspare Marchionne e Baldassarre, si seppe poi,

forse per equivoco climatico, risultarono alle Seychelles.

natal 2

Francesco passava di là e vide il bambino tutto tremante di freddo,

si tolse la veste bianca di lana e avvolse il piccolo.

Ma in poche ore, nella notte freddissima, sviluppò una polmonite fulminante

e si accasciò.

- Picolo, disse Francesco al piccolo, non ce la facio più a muuovermi… Adìo!

Ti racomando il moondo, le guere, por favore togli la coruzi-one, i femicidi, la pedofilia…

Caro Francesco, rispose il piccolo, ogni volta rimango allibito. Io ci ho messo il mondo.

Voi ci dovete mettere i sentimenti.

E adesso alzati e fa’ quello che devi fare..!  Raccomando a te la 194..!

Francesco si rialzò tutto guarito istantaneamente. E non sentiva nemmeno più freddo.

natal 3

Tutti i giorni, ma proprio tutti come prima.

E l’Isis e Carminati e l’Europa che non evolve

e le morti dei barconi…

Poco tempo dopo una mano anonima e misteriosa imbucò

e spedì a tutte tutte le famiglie italiane un librettino:

Sciono tornato..!

Le galline continuarono a disporre solo dello spazio

corrispondente al loro ingombro e a non dormire la notte,

per fare più uova. E i fiori a essere illuminati giorno e notte,

per fiorire prima, più più in fretta…

- Heee no! Dissero alcune donne. E poi molte, e poi moltissime.

- Siamo il 52 per cento, ci dovete ascoltare..!

Da quel momento sembra che le cose siano andate meglio…

E il piccolo, quando tornò, trovò un luogo riscaldato

e non c’erano più barconi e centri di accoglienza.

Tutti e tutte dicevano: – Scusi… dopo di lei!  

udirc

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Pari Opportunità DirCredito n. 42/2014

Riceviamo da Giovanna, Coordinamento Pari Opportunita DirCredito.

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Estratto dell’intervento del Coordinamento Pari Opportunità

Maternità congelata: L’avanguardia dalla Silicon Valley

Tra le prime banche a predisporre un plafond per “Più credito alla donnne”

Roma, Cassazione, lo stupratore può avere attenuanti

continua a leggere [ 2014-10-31_NL_PO_42 ]

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mediterranea

mediterranea_ottobre_2014

UDI Catania – ottobre 2014

Paese – Israele – Yael Dayan si rivolge al Parlamento italiano: “Così si è veri amici di Israele”

Paese – Iran - Il regime teocratico iraniano ha impiccato Reyhaneh

Europa – Rapporto 2014 della Fondazione Anna Lindh

Allegato: persone, libri, film, siti ecc.

L’immagine che apre questo numero di MEDITERRANEA è il poster della seconda edizione del Festival Qalandya International che si tiene…

 

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BEFFA FEMMINICIDIO

Massimo Parlanti, reo confesso, è stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di carcere per aver assassinato la ex moglie Beatrice Ballerini, mia sorella.

Dall’Inps ho poi appreso che mentre i bambini di mia sorella, che noi stiamo accudendo, prendono il 40 per cento della pensione che spetta loro perché maturata dalla loro mamma, a lui – l’omicida – spetta l’altro 60 per cento, e ne avrà diritto a vita.

Questo accade perché non c’è un meccanismo automatico che prevede la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge, e così oltre la pensione, agli assassini spetta anche le eredità di chi ammazzano.

È inevitabile la sensazione di vivere in un paradosso.

La domanda a cui ancora oggi non riesco a dare risposta è: abbiamo una legge assurda e demenziale, fatta per i delinquenti, oppure semplicemente la giustizia, si scorda qualcosa, si distrae ulteriormente?

Vi prego rispondetemi e rispondete nel nome di tutte le donne ammazzate, il numero delle quali sta crescendo, e crescerà se non si arginano almeno le conseguenze nefaste di una giustizia paradossale.

È importane perchè il fenomeno cresce e questi massacri non devono diventare “appetibili” per chi con ragionamento contorto, è sull’orlo di una decisione.

Deve esserci un meccanismo automatico che preveda la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge. Questo è quello che chiedo nel nome di mia sorella e di tutte le donne uccise.

Grazie

Lorenzo Ballerini via Change.org

firma la petizione

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