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Auguri 2016 UDIrc

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Buon Anno

UDIrc

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mediterranea

novembre 2015 – pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI

missili

PACE o GUERRA?

Art. 11 della Costituzione Italiana

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ministra della Difesa Roberta Pinotti – intervista del 5 novembre al Corriere della Sera

«Niente è stato ancora deciso su eventuali bombardamenti, ma i nostri militari sanno essere efficaci e rispondere con impegno alle differenti richieste operative».

Sul tema del momento: i droni. «Abbiamo chiesto di poterli armare perché questo è il futuro dell’arma aerea.”

Dal 3 al 6 novembre si è tenuta la Trident Juncture 2015 (TJ15), una delle più grandi esercitazioni Nato che ha coinvolto 36 mila uomini.

Hanno partecipato oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7 partner, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra, anzitutto cacciabombardieri a duplice capacità, convenzionale e nucleare.

I comandi NATO l’hanno definita come esercitazione della sua “più affidabile forza di risposta”, “ad altissima prontezza operativa”. All’evento sono state invitate le maggiori industrie belliche europee e statunitensi in qualità di osservatori “per trovare soluzioni tecnologiche che accelerino l’innovazione militare”. Su questo particolare aspetto manca una riflessione non solo sulle spese militari italiane ma anche sulla dipendenza tecnologica e militare dei nostri apparati, civili e militari. E sulla accettabilità di scelte che prevedono l’uso di droni armati già in operativi.

Venti di guerra – non solo ‘lontani’, ma molto, molto vicini. Sopra di noi

La partecipazione all’esercitazione TJ15 traccia anche il profilo geografico della Grande Nato, che dal nord Atlantico arriva alle montagne dell’Afghanistan e copre quindi tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche il nostro Mediterraneo.

I luoghi in Italia:

  • Poggio Renatico (in provincia di Ferrara, sede del Centro operativo del Sistema di Comando e controllo della Nato)
  • Le basi sede di forze aeree Decimomannu, Trapani, Pratica di Mare, Pisa, Amendola, Sigonella, Capo Teulada
  • Napoli, il Joint Command (800 militari)

Armi nucleari – in Italia

Sono in arrivo in Italia (a Aviano/Pordenone e a Ghedi Torre/Brescia) le nuove testate nucleari B 61-12 e sono già previsti adeguamenti logistici nelle due basi aeree US Air Force.

Armi nucleari – in Europa

Diversi ‘conteggi’ da fonti autorevoli riferiscono della presenza in Europa di 2340 testate Nato (Italia, Germania, Belgio, Olanda, Turchia) – nel conteggio sono comprese anche le armi francesi e britanniche.

(i dati utilizzati in questa nota sono tratti da articoli di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco per ReteVoltaire e Il Manifesto)

Perché questa nota in MEDITERRANEA?

Non ci appassiona il conteggio dei soldatini, degli aereoplanini, delle navi, dei droni sempre più smart, non ci piacciono i videogame di guerra….

Ma è giusto fare il punto, anche coi numeri, di quello che succede sulle nostre teste, non solo e non più solo nelle sperdute lande afghane (come se lì donne, bambini e uomini non fossero ogni giorno sotto tiro da anni…)

Un interrogativo ci richiama tutte/i: perché non riusciamo a esprimere un grande movimento popolare per la pace e contro gli armamenti, come è stato anche nel recente passato in Italia?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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Steve McCurry, 'Aung San Suu Kyi and the flag' (1996), Rangoon, Burma

[Steve McCurry, ‘Aung San Suu Kyi and the flag’ (1996), Rangoon, Burma]

Ha vinto Aung San Suu Kyi, ha vinto la Birmania

9 novembre 2015 – da poche ore la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi ha annunciato la vittoria alle elezioni, con un risultato che supera il 70% di consensi.

Ha vinto la donna, la leader che da 25 anni si batte per il suo Paese, contro i militari, contro la frammentazione identitaria tra gruppi etnici, contro la corruzione. Non potrà essere Presidente, per una assurda norma della Costituzione che lo vieta perché i suoi figli hanno la cittadinanza britannica! Solo accettando di farli vivere all’estero li ha messi al sicuro nei lunghi e sanguinosi anni della sua detenzione prima e poi della lunga prigionia in casa.

Ma per il suo popolo, e per tanti nel mondo, è Lei la Presidente di Myanmar. E non lo è da oggi, con la vittoria schiacciante alle elezioni lo è da anni, rispettata e amata per la sua determinazione e il suo coraggio.

L’UDI in occasione di passaggi difficili della storia del suo Paese le ha rivolto messaggi di solidarietà e vicinanza – sappiamo che ha innanzi a sé anni difficili, forse anche più pericolosi e velenosi di quelli passati.

Oggi ci preme ribadire affetto, sostegno e vicinanza alla Presidente Aung San Suu Kyi.

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

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Rasha Ahmed Ryian_biglietto

Rasha Ahmed Ryian,

“Faccio questo con mente lucida, in difesa della Nazione, dei giovani e delle giovani. Non posso più sopportare quello che vedo”.

Pare sia questo il contenuto del biglietto che aveva nella borsa Rasha Ahmed Ryian, 23 anni, di Kalkiliya (città palestinese circondata dal Muro della segregazione).

Lo riferiscono fonti del ministro della difesa israeliano, da cui vengono le istruzioni per abbattere con armi da fuoco i nuovi (e tante nuove) palestinesi che si lanciano con il coltello sui soldati ai check point militarizzati e agli innumerevoli posti di controllo in tutta la Cisgiordania, nei territori che dovrebbero  essere di competenza e vigilanza dell’Autorità palestinese.

Un altro episodio simile, secondo le autorità israeliane e riportato in video sulla rete, descrive il gesto disperato di Halva Aliyan, 22 anni, che ha tentato di aggredire uno dei vigilantes che presidiano l’insediamento ebraico (illegale) di Betar Illit, alle porte di Gerusalemme.

La stampa di tutto il mondo parla da qualche settimana di “intifada dei coltelli” (ad oggi 73 vittime tra i palestinesi e 9 israeliani). Una analisi più realistica e dura della realtà dice che nessuno riesce/vuole riportare a un serio tavolo di trattative le parti in conflitto e che la combinazione occupazione militare/povertà/mancanza di prospettive colpisce i più deboli, i palestinesi, nelle forme della disperazione: il ‘protagonismo’ delle ragazze palestinesi rischia così di essere una manifestazione ulteriore, terribile e imputabile all’intera comunità internazionale, del fallimento, addirittura dell’incapacità di schierare almeno una forza di interposizione con compiti umanitari sotto le bandiere dell’ONU. Mentre a qualche centinaia di chilometri continua la mattanza di Daesh.

Le donne e le ragazze che stanno morendo (si stanno suicidando?) in terra di Palestina non si dichiarano ‘martiri’ – la loro solitudine non cerca nemmeno l’illusoria e terribile ‘consolazione’ della religione.

C’è qualcuno che le ascolta nei piccoli villaggi isolati fin dentro Gerusalemme?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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Bambini e bambini / donne e donne

Bambini e Bambini

Drowned Syrian Boy Exposes Israeli Hypocrisy

Why are Israelis so moved by the image of a dead Syrian refugee, but oblivious to the plight of a slain Palestinian child?

Two photographs. In the first a face buried in the sand, a tiny body dressed in rags, his bare feet askew, dried blood on one of them. In the other, face buried in the sand, feet in small shoes resting next to each other, the tiny body awash in water. They are almost the same age and the similarity between them is amazing and shocking. Ismail Bahar, in …

Il bambino siriano annegato e l’ipocrisia israeliana di Gideon Levy – HAARETZ  [quotidiano israeliano, fondato nel 1919. È pubblicato in lingua ebraica in formato Berliner. L’edizione in lingua inglese è la traduzione di questo giornale. In Israele è pubblicato e venduto assieme all’International Herald Tribune. Tra i suoi giornalisti si annoverano lo scrittore israeliano Benjamin Tammuz che ha collaborato col quotidiano dal 1948 in poi, Gideon Levy e Amira Hass – wikip].

Traduzione di Carlo Tagliacozzo

I fratelli Baker uccisi da un missile israeliano sulla spiaggia di Gaza nel luglio 2014 [foto Rex]

 

Gerusalemme, 7 settembre 2015, Nena News

Due fotografie. Nella prima, la faccia seppellita nella sabbia, un piccolo corpo rivestito di indumenti stracciati, i suoi piedi nudi storti, su uno di essi del sangue rinsecchito. Nell’altra, la faccia seppellita nella sabbia, i piedi in piccole scarpe giacciono uno accanto all’altro, il piccolo corpo lambito dalle onde. Hanno quasi la stessa età e la loro somiglianza è incredibile e sconvolgente. Ismail Bakr [è ritratto] nella prima foto, Aylan Kurdi nella seconda. Due bambini morti, che giacciono sulla spiaggia, un anno e pochi mesi e poche centinaia di chilometri li separano.

La prima foto ha girato dappertutto salvo che in Israele dove non è stata pubblicata. Il compassionevole giornale, Yedioth Ahronoth non l’ha pubblicata sulla sua prima pagina e non l’ha intitolata “Il bambino che ha commosso il mondo intero”. La morte di Ismail non ha scosso nessuno in Israele. Al contrario, Aylan da morto è diventato un’icona internazionale, compreso, naturalmente, Yedioth Ahronoth, che sa quello che probabilmente commuove gli israeliani.

Un bambino palestinese di Gaza, ucciso insieme ai suoi tre cuginetti da un bombardamento dei piloti dell’aviazione israeliana IAF durante l’operazione Margine Protettivo mentre giocavano a calcio sulla spiaggia, non è “commovente”. Un bambino siriano della stessa età, che è annegato mentre fuggiva con la sua famiglia verso l’Europa è “il bambino che ha commosso” il mondo. E se questo non basta possiamo aggiungere che nessuno ha avuto un processo per l’uccisione criminale di Ismail (il caso è stato archiviato).

La foto del piccolo Aylan Kurdi che ha fatto il giro del mondo [foto di Nilüfer Demir, giornalista turca]

Israele non ha nessun diritto di stracciarsi le vesti per la morte di Aylan Kurdi, né di singhiozzare per la foto, né di fingere shock, né di “offrire aiuto” e sicuramente non di fare prediche all’Europa. Vi è un territorio disastrato che Israele ha creato nel suo cortile, un’ora e un quarto di macchina da Tel Aviv. In quella orribile regione, la famiglia Al-Amla ha raccontato a un giornalista svedese che ha fatto visita alla loro casa di Rafah la loro enorme tragedia. Sono le vittime di quello che è stato conosciuto come “il venerdì nero” a Rafah, quando l’IDF ha scatenato la sua furia omicida nel tentativo di liberare un soldato catturato. Il padre, Wa’el ha perso una gamba. Sua moglie, Isra, ha perso entrambe le gambe. Il loro figlio di tre anni Sharif ha perso una gamba e un occhio. Il fratello di Wa’el, sua cognata e la sua sorella di undici anni sono stati uccisi.

Sono stati tutti vittime dei missili sparati contro di loro dagli aerei israeliani quel venerdì, quando cercavano di scappare dalle loro abitazioni e di [raggiungere] la casa della loro nonna. Il loro destino non è meno sconvolgente di quello della famiglia Kurdi. La differenza è che la loro tragedia è stata causata dall’IDF. Il governo e l’opinione pubblica israeliana avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di quest’azione, avrebbero dovuto essere sconvolti e assistere la famiglia. Non avendolo fatto, Israele ha rivelato un grado di insensibilità così elevato che ora non può manifestare costernazione per altre tragedie senza mettere in evidenza la propria ipocrisia e l’uso di due pesi e di due misure.

L’ipocrisia è ben visibile nello shock per il destino dei profughi che vanno in Europa. Una Nazione che martirizza decine di migliaia di richiedenti asilo non ha nessun diritto di criticare l’Europa per il suo comportamento nei confronti dei profughi. Se Israele avesse voluto dare un piccolo contributo alla lotta dei profughi del mondo, avrebbe dovuto accogliere il gruppetto di richiedenti asilo che già sono qui, permettergli di lavorare e vivere con dignità e avviarli ad un graduale percorso di accesso alla cittadinanza. Quelli che si sono scandalizzati per l’affermazione del primo ministro ungherese Victor Orban che il flusso di profughi minaccia “le radici cristiane dell’Europa”, devono spiegare qual è la differenza tra il discorso sulle “radici cristiane” dell’Europa, che risulta fuori luogo in Ungheria, e quello su “il carattere ebraico” di Israele, che suona molto bene in Israele.

In tutto questo solamente una fonte di orgoglio patriottico è assolutamente giustificata: l’Ungheria e la Bulgaria vogliono imparare da Israele come costruire una barriera al confine, e naturalmente in Israele ne sono orgogliosi. Siamo o non siamo un faro tra i gentili? [citazione da Isaiah 49:6 e Isaiah 60:3, ripresa sia dal padre della patria israeliana Ben Gurion che più recentemente da Benjamin Netanyahu, ndtr]. Nena News

Tante cose sono state dette, l’ipocrisia e le lacrime di coccodrillo sono corse a fiumi. Gideon Levy, giornalista del quotidiano Haaretz di Tel Aviv ha scelto la strada della verità, durissima nei confronti delle posizioni del governo del suo Paese. Chapeau.

Carla Pecis, UDI Catania

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L’inerzia politica internazionale da troppo tempo non riesce ancora a porre fine alla tragedia israelo-palestinese, giacché solo per via del diritto internazionale accettato e garantito sarà possibile.

Immagine2

Ismail Bakr

bakr-cousins[1]

I 4 cugini Bakr figli di pescatori, ripresi da una cam sopra Al-Deira Hotel, uccisi mercoledì 16 luglio 2014 sulla spiaggia di Gaza da un’azione israeliana. L’uccisione è stata testimoniata da decine di giornalisti internazionali.

Ahed Atef Bakr, 10, Gaza beach.
Zakariya Ahed Bakr, 10, Gaza beach.
Mohammad Ramiz Bakr, 11, Gaza beach.
Ismail Mahmoud Bakr, 9, Gaza beach.

(Fonte: Imemc).

http://www.infopal.it/genocidio-a-gaza-lelenco-delle-vittime-bilancio-attuale-600-morti-e-oltre-3600-feriti/

 

Donne e Donne

Ayelet Shaked. Nel 2011 pubblica le immagini delle cinque vittime trucidate in casa da due palestinesi nell’insediamento di Itamar. Dente per dente: dato che “i palestinesi mostrano al mondo foto cruente, è il momento di rispondere al fuoco”

A giugno dello scorso anno sono rapiti e uccisi in Cisgiordania tre ragazzi israeliani, al ritrovamento dei loro corpi sulla sua pagina fb Shaked richiama un articolo di Uri Elitzur, estremista nazionalista, dove si giustifica il bombardamento della popolazione civile se questa contiene “il male”, comprese “le madri dei martiri palestinesi che li mandano all’inferno con baci e fiori».

Il testo è stato cancellato da Shaked, ma intanto è stato ripreso e ha circolato tradotto in inglese, citato anche da Recep Tayyip Erdogan, premier turco che l’ha paragonata a Hitler. [fonte Corsera, 8 maggio 2015]

Nethanyau la nomina ministra della Giustizia ma a poteri limitati, temendo qualche decisione estrema dalla ricaduta controproducente sulla politica interna e internazionale.

 

Petra Laszlo. Reporter ungherese per il canale N1TV, vicino al partito di destra antisemita Jobbik, certamente fanatica razzista visti i deliberati sgambetti e calci a un padre con un bambino in braccio, a un ragazzo e una ragazza in fuga che tutto il mondo ha visto.

Indifendibile, per cui è stata licenziata in tronco per comportamento definito “inaccettabile”, ma senza troppe scuse alle vittime. Laszlo rischia ora fino a cinque anni di reclusione con una incriminazione per violenza alle persone che presenterà l’opposizione democratica Együtt-PM.

Il padre con bambino, si è saputo che è un allenatore di calcio, Osama al-Abdelmohsen, che scappa da Deir Ezzor dove scorrazza l’ISIS. Deve ricongiungersi con la moglie e un altro bambino e bambina. Dopo la caduta tipo judo inveisce qualche attimo e riporta in spalla il bambino che rompe impaurito in un pianto disperato. E prosegue verso un ignoto finora ostile.

Dair Ezzor, citta siriana da dove fugge il padre con bambino sgambettato

Die Kamerafrau stellte einem Flüchtling ein Bein - nun hat ihr Sender sie entlassen.

foto: REUTERS/Marko Djurica

foto ABC/Luis De Vega

Non molto dopo la diffusione dei video e delle immagini, lo zelo è infinito. Si creano pagine fb come comunità Petra Laszlo, solo che il boccone è prelibato in quanto donna. L’esecrazione è legittima per quello che si vede e per l’ideologia professata, ma in quanto si tratta di una donna è molto più amplificata e soprattutto sessista. Un fotomontaggio pornografico, col suo volto, a sfondo sessuale zooerastico, parecchie volte postato, è stato sicuramente segnalato e cancellato dai supervisori fb. La giusta esecrazione, che è un atto civile ed etico, deve mantenere la sua natura, altrimenti si allinea o è peggio della stessa azione esecrata.

Udi rc

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MEDITERRANEA – UDI CATANIA

settembre 2015

 

foto Marco Longari (Afp)

“Gaza sarà invivibile nel 2020” sostiene l’agenzia dell’Onu che si occupa di commercio e sviluppo (CNUED)

 

No, già oggi è invivibile, una prigione a cielo aperto per un milione e 800 mila palestinesi.

L’organizzazione dell’ONU che si occupa di commercio e sviluppo, diretta dal keniota Mukhisa Kituyi nei giorni scorsi ha voluto lanciare l’allarme sulla situazione di Gaza, stremata dalle guerre dal blocco israeliano: “potrebbe diventare invivibile da oggi al 2020”. Lo sostiene presentando un report annuale sulle sue attività di assistenza al popolo palestinese, sostenendo che se le tendenze economiche attuali persisteranno, l’area diventerà inabitabile nel 20120.

Invivibile, inabitabile – aggettivi che descrivono senza bisogno di enfasi quella che è già oggi la drammatica situazione di vita dei palestinesi della Striscia, un milione ottocentomila in un territorio lungo 40 km e largo non più di 12. Un tasso di densità di popolazione tra i più alti sul pianeta.

Gli economisti dell’ONU ricordano che nel 2014 Gaza ha subito il più recente conflitto, una operazione militare su larga scala, la terza sei anni, da parte dell’esercito israeliano contro la popolazione e le installazioni civili.

Tutto questo dopo diversi anni di blocco economico che ha desertificato ogni speranza di sviluppo per le attività economiche palestinesi, dall’agricoltura alla pesca all’artigianato fino al turismo, che aveva manifestato timidi cenni di risveglio sulla dolce spiaggia di Gaza.

Rileva ancora il rapporto “Gli sforzi per la ricostruzione (ricordiamo acqua, elettricità, porto e aeroporto, case, ospedali, scuole, alberghi, serre e botteghe artigiane) proseguono con grande lentezza, a fronte dei danni che hanno devastato l’area e l’economia locale non ce la fa a rimettersi in piedi, i dati sono più bassi di quelli del 1967, anno in cui Israele ne ha preso il controllo con la Guerra dei Sei Giorni. Successivamente, nel 2005 il governo israeliano ha ritirato l’esercito e 800 mila coloni che vi si erano insediati”.

Secondo il rapporto, le prospettive attuali non sono incoraggiati a causa della situazione politica instabile, a causa della riduzione del flusso degli aiuti e della lentezza nella ricostruzione come effetto del permanere del blocco che Israele impone sui proventi doganali non corrisposti ai palestinesi nei primi mesi del 2015. Israele ha imposto anche il blocco della costa di Gaza nel 2006, dalla data di cattura di un suo soldato, liberato poi nel 2011.

Prosegue il rapporto: Hamas, il movimento islamista al potere a Gaza dal 2007 è impegnato in contatti indiretti con Israele per tentare la via di una tregua di lunga durata in cambio della fine del blocco.

Ma a un anno dalla fine dell’ultima guerra che ha devastato la Striscia nell’estate 2014 (2200 vittime palestinesi di cui 5500 bambini – oltre 70 vittime israeliane) sia Hamas che Israele nelle loro dichiarazioni rifiutano di escludere un nuovo ricorso alla forza.

E allora non possiamo non ricordare con orrore le parole della parlamentare israeliana Ayelet Shaked, dichiarazioni riportate dalla stampa israeliana (Press TV) il 17 luglio 2014:

“Dobbiamo uccidere le madri palestinesi in modo che non diano la vita a nuovi piccoli serpenti”.

 A proposito di mamme e bambini, dal 2008 ad oggi secondo fonti ONU, non è mai cessato il dramma di centinaia di donne palestinesi che partoriscono ai check point israeliani, fino al 2007 gli ospedali dell’UNWRA a Gaza riuscivano ad assistere le gestanti anche quelle ad alto rischio.

La situazione è precipitata con il susseguirsi degli attacchi distruttivi dell’esercito e ormai l’UNWRA e le numerose ong internazionali che operano sul campo possono fare ben poco per la salute e la vita delle partorienti e dei neonati.

Un rapporto di Amnesty International dell’agosto 2014 ha documentato l’attacco sistematico alle strutture ospedaliere e agli operatori sanitari.

Ma allora di cosa sta parlando il rapporto, questo ennesimo rapporto di una agenzia delle Nazioni Unite? Senza commenti, solo immagini.

Per una visione d’insieme della vita quotidiana nella Striscia, è molto interessante guardare sul web le immagini dell’artista inglese Bausky, che continua a produrre la sua arte per le strade e tra la gente.

Quella gente, quel popolo non si troverà in un luogo invivibile nel 2020 – i ragazzini che si fanno riprendere nei video vivono già un luogo inabitabile – da quando sono nati.

Mediterranea – Udi Catania / newsletter mensile dal punto di vista delle donne e dei bambini

Per collaborazioni e informazioni: carlapecischiocciolatiscali.it

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Oltre la guerra

profughi iracheni in fuga dai bambardamenti  In fuga dalla guerra, Iraq, Siria.

La guerra di Gentiloni all’Isis

LA guerra, evocata dal ministro degli Esteri Gentiloni, contro il sedicente Stato Islamico in Libia, non può non indurci a provare a fare prevalere – cosa non facile – il buon senso, la saggezza, la riflessione, la conoscenza, prima che sia troppo tardi.

Di che cosa parliamo quando diciamo Isis? Della prevalenza nell’Islam politico della corrente più radicale, che ha per obiettivo la restaurazione dell’antico Califfato, distrutto dai mongoli nel 1261 e che si estendeva dalla capitale irachena fino all’attuale Israele.

Quella dell’Isis è una tradizionale e moderna guerra di conquista, portata avanti, con ogni mezzo, tramite la guerra santa (jihad) contro gli apostati (i non sunniti) e gli infedeli (gli occidentali).

È sullo sfondo della guerra civile in Siria, e di un Iraq ancora paralizzato dall’intervento occidentale, che l’Isis si è messo a conquistare seguaci, dentro e fuori i Paesi musulmani, con un messaggio potente: la promessa della libertà politica attraverso la restaurazione del Califfato che, da sempre, nell’immaginazione dei musulmani rappresenta lo stato ideale, la nazione perfetta, in cui trovare la salvezza – come gli ebrei nello stato d’Israele – dopo secoli di umiliazioni, razzismo e sconfitte per mano delle potenze straniere e dei loro associati musulmani.

Da decenni fondamentalisti e studiosi islamici assicurano che i millenni di grandezza e splendore raggiunti sotto il Califfato, considerato una sorta dell’età dell’oro, di paradiso in Terra, torneranno in vita. La sua restaurazione è il sogno dei revivalisti islamici almeno dagli anni cinquanta, quando Hizbut-Tahrir cominciò a invocare la sua rifondazione.

Anche Osama bin Laden l’ha spesso citato come suo fine supremo, ma nessuno si era mai neppure avvicinato alla sua realizzazione, anzi per tutti è rimasto un sogno bello e impossibile. Un sogno divenuto realtà con lo Stato islamico e con Abu Bakr al Bagdadi, autoproclamatosi, nel giugno 2014, nuovo califfo e, come tale, ha imposto la legge islamica (sharia): tagliare le teste, rapire le donne e costringerle a matrimoni precoci e forzati, infliggere violenze e pene corporali.

Ma l’Isis non è solo terrore, violenza, esibita anche sui social network per diffondere la paura, ma è anche – come ci racconta Loretta Napoleoni nel suo libro “ Isis – Lo Stato del terrore” – la ricerca del consenso attraverso programmi sociali e una politica di alleanze con le tribù sunnite locali per lo sfruttamento delle risorse naturali, presenti nei territori conquistati con la guerra. Le forze dell’antiterrorismo, nel prevenire e impedire l’avvento del Califfato, hanno fallito. Come spiegare la creazione, nell’arco di tre anni, di questo sedicente Stato islamico?

Aicha El HajjamiAicha El Hajjami

Aicha El Hajjami, studiosa e ricercatrice marocchina, sulla rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana n. 11, dicembre 2014, indica tra le cause interne il nutrimento che, nel mondo arabo musulmano, hanno dato a lungo all’oscurantismo religioso gli Stati che “percepivano il pensiero religioso critico come una forma di sovversione da mettere a tacere con tutti i mezzi” e che continuano a farlo, come nell’Arabia Saudita.

Le cause esterne sono tante e vale la pena ricordarle, con lei: la lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; il sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi); la rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali; il perdurare dell’occupazione israeliana e il massacro della popolazione palestinese; la guerra in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non si può dimenticare, infine, che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex Urss: Bin Laden era stato armato da loro.

Ma, che cos’è che attira dell’Isis tanti giovani immigrati musulmani europei e americani, di seconda e terza generazione? E’ il sogno del riscatto dalle frustrazioni ed umiliazioni di cui sono quotidianamente vittime, in un mondo che non offre loro un futuro. L’Isis chiede loro di combattere per raggiungere il paradiso, non nell’aldilà, ma sulla terra, sotto il Califfato, riservato ai soli sunniti. Giovani facile preda dei fondamentalisti perché, avendo studiato in Occidente, non conoscono i libri religiosi e i veri valori dell’Islam: pace, fratellanza, giustizia e uguaglianza.

Come dimenticare, poi, che Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati i primi finanziatori del gruppo di Baghadi contro Assad? Lo hanno anche addestrato militarmente, mentre gli Usa hanno armato (non ufficialmente) tutti i gruppi anti Assad. Con quelle armi, confiscate dallo Stato Islamico dopo ogni vittoria, combattono ora i sostenitori di Baghdadi.

A questo punto, che cosa possiamo fare?

Se è vero che nessuna/o ha la ricetta miracolosa, l’unica cosa che dovrebbe esser(ci)e chiara è che una nuova guerra non sarebbe la soluzione. Questa, infatti, non farebbe che attizzare ancora di più l’odio e i risentimenti in una popolazione frustrata, stremata e oppressa dalle violenze. Mieterebbe ulteriormente vittime innocenti tra i civili e destabilizzerebbe completamente il Medio Oriente, con risultati peggiori del male che si vuole combattere. Non è questo tempo di risposte “scontate”, ma di domande e di ascolto.

Hajjami indica la strada dentro il mondo arabo musulmano, dove “la vera jihad” di cui c’è bisogno “ è quella del pensiero critico” sul patrimonio religioso e culturale dell’Islam per trasmetterne i veri valori, così come sulle sfide della modernità e della globalizzazione. La “vera jihad” è quella di “risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne.

Ma è anche quella di intervenire sugli aspetti economici dello sviluppo e di avere cura nell’assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Sono le tante donne come Hajjami, e non le guerre di cui l’Isis è figlio, che per (me) noi donne sono motivo di fiducia nello sviluppo delle società di cultura musulmana e nello svelamento del volto maschilista e patriarcale, tribale e violento, dell’Isis.

Franca Fortunato

[Quotidiano del Sud 17.02.2015]

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Giorni e Luoghi della Memoria

 

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945 — US Holocaust Memorial Museum

Le Foto di Alex

Il repertorio di atrocità naziste, basato su documenti e testimonianze, è così vasto ed estremo, che qualunque cosa si possa dire sul numero delle vittime (sei milioni o quattro…) o sulle varianti delle atrocità: c’è stata o no saponifcazione, non potevano esserci camere a gas… come diversi irriducibili negazionisti o revisionisti continuano a sostenere – e come perfino qualche prelato ( 1 ) ( 2 ) ha sostenuto – è operazione che non sposta il termine estremo, nel senso letterale, della ferocia e non conferisce alcuna attenuante generica, né ridimensionamento.

Le Foto dette di Alex sono un documento rarissimo del momento in cui sta per essere compiuto un frammento del genocidio. La grande maggioranza delle foto e delle riprese terribili che possiamo vedere oggi sono di fotografi e reporter alleati o sovietici che documentarono i momenti della liberazione dei campi di concentramento o di sterminio. Le foto  dette di Alex sono invece la ripresa dall’interno, del momento reale di un eccidio, perciò suscitano grande emozione, pur nella loro non  perfetta leggibilità.

Chi ha compiuto un crimine quasi sempre scappa, si nasconde, non ha il coraggio del male che infligge. Cancella le tracce. È ciò che tentarono di fare i nazisti negli ultimi giorni della loro disfatta facendo saltare in aria impianti e distruggendo o nascondendo prove e documenti  dei crimini perpetrati.

Ma a Bad Arolsen al civico 5 della Grosse Allee e negli edifici intorno, in Assia, vi sono 50 milioni di documenti in 26 chilometri di schedari. È l’International Tracing Service, immenso centro di convogliamento dei materiali interni burocratici riguardanti la registrazione delle azioni di controllo, repressione, schiavizzazione, eliminazione su circa 17,5 milioni di persone. Per esempio già dal 1933 vi si può trovare documentazione sul lavoro imposto a prigionieri e prigioniere, in quanto nemici dello Stato, di cui hanno beneficiato oltre allo Stato nazista stesso anche fabbriche come Thyssen, Krupp, IG Farben, Siemens, Porshe, Volkswagen, Knorr, BMV… Bastava fare richiesta all’ufficio gerarchico soprintendente ai campi (IKL) di Oranienburg.

Lo slogan “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi – era il sarcastico tragico slogan della rieducazione sociale, fittizio perché in realtà il piano generale sempre più perfezionato era l’eliminazione, anzi in un certo senso l’autoeliminazione a rotazione continua per rapida debilitazione dovuta alla scarsa alimentazione e agli stenti, come pulizia sociale e soprattutto razziale.

Un programma d’ingegneria eugenetica sociale perverso che nella storia di tutti i tempi resterà la più grande espressione di crudeltà e insensatezza.

Ogni azione veniva maniacalmente annotata e descritta in schedature e dossier. Solo dal 2008 sono accessibili alle consultazioni degli stessi perseguitati ancora in vita e dei loro familiari. È tenuto dalla Croce Rossa internazionale sotto accordo giurisdizionale di Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Israele, Italia, Germania, Francia, Olanda, Polonia, Grecia e Lussemburgo.

Qui si trovano faldoni recuperati, segnati Aushwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen… e dentro il cimitero dei nomi delle vittime ebree, con la cronologia esatta dell’ora e del minuto dell’esecuzione. Una serie sterminata di fatture contabili collegate al numero tatuato sul braccio sinistro, estremamente precise di connotazioni, ma su qualcosa che era ritenuta di nessun valore, la loro vita. Tanto che per gli ebrei e le ebree provenienti dalla rivolta del Ghetto di Varsavia non si eseguì nemmeno la registrazione: si sarebbe proceduto il più velocemente possibile all’eliminazione.

I gruppi tedeschi ariani internati e quelli da rieducare non portavano il tatuaggio, ma tutti erano distinti da una segnaletica: triangoli colorati, naturalmente rosa per gli omosessuali, doppio triangolo-stella di David, cerchietti, numero di registrazione, fascia al braccio per gruppi speciali.

Vi è ancora molto da studiare e dipanare attraverso le storie personali e gli intrecci coi gruppi sociali perseguitati, anche se tutta la trama strutturale è dolorosamente chiarita.

L’impatto morale sulla società del dopoguerra è stato enorme.

Al di là di ogni possibile strumentalizzazione o retorica l‘immenso progetto nazista di eliminazione è incontrovertibile.

Tuttavia c’è stato (già dai primi anni dopoguerra), e c’è oggi, chi prova a smontare ogni fatto descritto da deposizioni e memorie, o raccontato in prima persona, con l’assunto che se non esiste una prova, un reperto “certo”, non vi è affidabilità e credibilità, esasperando all’inverosimile i criteri di accertamento e verifica comunemente accettati. Ogni imprecisione è un falso, una mistificazione. E dunque il fatto viene respinto e ritenuto inesistente: l’onere della prova resta alla parte che sostiene lo sterminio. E non a caso i nazisti, alla disfatta, tentarono di distruggere ogni traccia.

Per questi gruppi, detti negazionisti, è importante utilizzare tecniche e strategie comunicative dalla studiata persuasività per dare l’impressione che esista un vasto dibattito storiografico serio, alternativo non allineato.

Valentina Pisanty ha scritto in proposito un saggio non tanto sulla veridicità o meno degli assunti negazionisti quanto sull’analisi semiologica delle loro tesi in relazione alla documentazione sostenuta o negata e sull’armamentario dialettico.

È chiaro che, anche se trascurabile come peso storiografico, tale pressione negazionista ostinata e aggressiva sulla comunità mondiale di storici e storiche detta tout court sterminazionista, parte già ideologizzata con l’intento di scagionare, alleggerire, sdoganare per quanto possibile episodi o pezzi interi della storia nazi-fascista, a parte la constatazione che la storia la fa comunque la parte vincitrice.  Uso politico della Storia, deleterio specialmente per le nuove generazioni a cui bisogna affidare la memoria, senza retorica altrimenti si svuota, ma con sofferto sentimento di condanna per un’atrocità, senza alcuna attenuante.

Il nodo primario dello scontro è l’esistenza delle camere a gas. I doccioni sarebbero stati veri doccioni per il passaggio dell’acqua e non del gas. La quantità di barattoli di Zyklon B (l’agente tossico fumigante in granuli) trovati dagli alleati sarebbero serviti solo allo spidocchiamento e alla disinfestazione in generale. Le vittime giustiziate sarebbero poche decine di migliaia…

Il numero esatto delle vittime della Shoah forse non si saprà mai, stimato sui sei milioni. A queste vanno aggiunte le altre dei gruppi etnici rom, slavi, polacchi, sovietici, quelle dell’opposizione interna e della resistenza degli stati occupati, omosessuali, quelle considerate persone socialmente inutili … il numero stimato  è almeno pari a quello della Shoah, in tutto da 12 a 18 milioni.

Se folle è stato il concepimento, il progetto dell’eliminazione totale, folle è la negazione o l’ammorbidimento, il tentativo di salvataggio, la giustificazione. E molto preoccupante da sempre l’esaltazione che lascia segni di svastiche sui muri nella notte, e invia teste di maiali alla Sinagoga o compie l’ennesima profanazione.

Rispetto alla grandezza dei numeri esistono pochissime  prove dirette dello sterminio nei momenti in cui venne attuato (punto forte dei negazionisti). Tutto il materiale orripilante che conosciamo è ripreso a scopo documentario e dimostrativo dall’Armata sovietica e dagli Alleati non appena penetrati nei lager. Ma in particolare sono stati trovati nel 1945 dei manoscritti degli addetti allo smaltimento dei cadaveri (Sonderkommando). Erano riusciti a nasconderli sotto uno strato di terra vicino al Crematorio III di Birkenau, oggi sono al museo di Aushwitz. I Sonderkommando, visto il delicato lavoro cui erano addetti, meglio trattati e nutriti, avevano un più lungo tratto di sopravvivenza. Erano considerati conoscitori di segreti, quindi tenuti in isolamento, ma anche loro eliminati a cadenze, smaltiti e sostituiti dai nuovi arrivati.

E soprattutto, ci sono pervenute 4 foto particolarissime di un certo Alex, ebreo greco proveniente dalla resistenza polacca e impiegato in una squadra Sonderkommando del campo di Aushwitz-Birkenau. Le foto sono state scattate nell’arco di una ventina di minuti, col proposito di passarle all’esterno come documentazione delle esecuzioni in camera a gas, vicino al Forno V, estate 1944. Per quanto non molto nitide, una addirittura nella concitazione inquadra solo i rami alti degli alberi nello stesso luogo, sono altamente drammatiche. Si fondono nelle immagini della sequenza la percezione angosciante di quello che sta avvenendo e la percezione del tremore, della paura di chi sta scattando, tanto da non poter controllare bene l’inquadratura (l’apparecchio fotografico era stato sottratto nel magazzino degli oggetti requisiti e portato al di fuori in un secchio per le pulizie). Due scatti riprendono dall’interno, attraverso un’apertura, il rogo dei cadaveri che sta avvenendo all’aperto vicino al boschetto del campo. Un successivo scatto riprende un gruppo di donne spogliate che si dirige con molta evidenza verso la camera delle docce. Un ultimo scatto non riesce ad inquadrare, appaiono solo i rami degli alberi.

I sonderkommando erano riusciti a far pervenire il rullino alla resistenza polacca all’esterno del campo dentro un tubo di dentifricio, con un messaggio che richiedeva altri rullini 6×9 adatti all’apparecchio fotografico segreto.

UDIrc

Fotografías obtenidas por el grupo Sonderkommando de las labores de exterminio en Auschwitz(negativi n. 277, 278, 282, 283)

(n.277)

sonderkom278(n. 278)

sonderkom282(n.282)

sonderkom282a(ingrandimento dell’angolo inferiore sinistro, n.282)

sonderkom283

(n. 283) scatto accidentale nella concitazione –

Sequenza di Anonimo Sonderkommando, indicato come Alex, che riprende corpi cremati all’aperto e donne spinte verso la camera a gas del crematorio di Auschwitz, agosto 1944. Oswiecim, Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau

 

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Tesseramento UDI 2015

 

E’ aperto il tesseramento UDI per il 2015

è possibile prenotare le tessere comunicando a udireggiocalabria@libero.it i propri dati: nome, cognome, e-mail, n. di telefono, o intervenendo personalmente ad una riunione.

L’Associazione si autofinanzia. Il costo della tessera è di € 10, con eventuale libera offerta sostenitrice aggiuntiva.

L’UDI – Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia – nasce ufficialmente con il 1° Congresso di Firenze, il 20 ottobre 1945, dalla fusione dei GDD e dei Comitati per l’Unione Donne Italiane. I GDD – Gruppi di Difesa della Donna – sorsero inizialmente in Piemonte e Lombardia nel novembre 1943. I Comitati per l’Unione Donne Italiane si formarono nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944.

Anche a Reggio C. si costituì un Comitato per l’Unione Donne Italiane con compiti soprattutto di assistenza e di ricostruzione morale e materiale del tessuto sociale, devastato dalla guerra. Ma includeva anche stimoli e incitamenti diretti a tutte le donne per affermare i propri diritti, partecipare alla vita politica e interessarsi ai problemi del momento. Il Comitato organizzò a Reggio Calabria il 1° Congresso provinciale dell’UDI il 14 ottobre 1945, considerato preparatorio di quello di Firenze, insieme ad altri comitati regionali. Fu presieduto da Ada Sapere e i lavori furono aperti e chiusi da Rita Maglio. Dunque a Reggio un nucleo di donne molto attive, e non certo secondario sul piano nazionale di quegli anni.

Si conoscono i nomi di alcune partecipanti al Congresso  ”… Licia Calarco, Margherita La Face, Tita La Face, G. Elisa Franco, Iolanda Catalano, Lina Vitale, Maria Nirta, Anna Mangiola, Lina Zaccone, Cecilia Artuso, … Cara “ (da Sindacato e Movimenti Politici dal 1943 al 1950” di Carmelo Giuseppe Nucera, Edizione Apodiafazzi)

Queste sono le radici dell’UDI di Reggio Calabria che germoglieranno in un patrimonio di lotte per la emancipazione prima e l’autodeterminazione dopo. L’UDI è stata ed è un importante riferimento per l’Associazionismo sul piano nazionale e territoriale. Molte delle rivendicazioni, delle elaborazioni, delle proposte che poi hanno inciso non solo sulla sfera femminile, ma sulla vita sociale, si devono all’UDI. E ricercare la convergenza delle donne su obiettivi condivisi rimane una sua costante. Non ha una struttura verticistica e la direttrice operativa nasce dalle Assemblee nazionali e dalle consultazioni territoriali dove ogni donna mantiene la sua ricchezza ed esprime la sua diversità.

Stiamo raccogliendo testimonianze sulle donne di Reggio che hanno preso parte anche indirettamente alla Resistenza, o che sono state attive nei comitati UDI e nell’UDI, negli anni immediatamente prima e dopo la fine della guerra.

A quante sono orgogliose dell’eredità culturale dei loro familiari coinvolti nell’opera di liberazione nazionale, rivolgiamo l’invito ad aiutarci per ricostruire una storia femminile più dettagliata e quasi certamente sconosciuta, anche in vista della Mostra dei GDD  e del 70° UDI che terremo al Museo Archeologico Nazionale di RC dall’8 marzo al 25 aprile, con altri eventi collaterali.

Iscriviti all’UDI, ti aspettiamo!

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