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Maria Calvarano

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Maria Calvarano, tra le fondatrici di UDI LE ORME di Reggio Calabria e presidente dell’Associazione fino a ieri, anche se non più attiva, ci ha lasciate.  

                         

Maria merita di essere portata per sempre nel cuore di tutti coloro che l’hanno conosciuta e di tutte noi dell’UDI. Certamente per le sue doti personali, di nobiltà e gentilezza d’animo, la sua cultura, l’ingegno, la forza di carattere. La nitidezza di pensiero e il sorriso dolcissimo, sempre stampato sulle labbra.

Ma certamente anche per l’impegno etico e politico che con il gruppo dell’UDI ha mantenuto a favore delle donne, in una terra difficile, in cui molte dovevano essere aiutate perfino a diventare consapevoli delle proprie schiavitù in situazioni a volte di miseria e di condizionamento familiare.

Il bisogno di affermazione e autonomia, il bisogno di costruire una identità personale e la propria libertà, nascono nelle donne calabresi e reggine grazie anche al gruppo di donne dell’UDI, coordinate per ultimo da Maria. Si andava di casa in casa come lei stessa ci ha ricordato appena qualche mese fa in una nostra visita, con gli occhi che le brillavano per l’emozione del ricordo. Si parlava con le donne nei quartieri, all’insaputa dei mariti, per renderle consapevoli e informarle sui loro diritti, sulle condizioni di sfruttamento che vivevano, che subivano in casa e sul lavoro di operaie o di raccoglitrici di olive, quando era possibile averlo, per dare loro anche aiuti economici e sostegno psicologico.

Accanto alle azioni concrete a favore delle donne, Maria seppe lanciare una UDI impegnata anche sul piano teorico e culturale. Ricordo molti preziosi incontri e seminari di lunga durata nei quali conoscemmo molte delle donne più affermate e importanti nel campo della filosofia, della politica e dello studio del movimento delle donne, alcune di loro ancora viventi e sulla breccia, grandi studiose e scrittrici. Come Elettra Deiana, Lidia Menapace, Luisa Muraro, altre …

Oggi le donne sono cambiate, la società è cambiata, ma il patto fondativo dell’UDI che Maria ha abbracciato interamente e trasferito nell’Associazione che ha guidato, impegna a costruire un mondo in cui l’esperienza della libertà e autodeterminazione femminili generi legami sociali di giustizia e pace. Un patto fondativo, che rimane essenziale ancora e da trasmettere alle future generazioni, suo obiettivo prioritario e nostro.

Oggi strette accanto alla famiglia, salutiamo commosse l’ultimo volo di una bellissima farfalla che non vedremo più.

Ciao Maria, e grazie per il modello che sei stata per tutte noi e per me in particolare.

Marsia Modola

UDI Reggio Calabria

In memoria di Maria Calvarano alla cerimonia di saluto                     08/04/2016

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Ma ora che il nodo in gola si è un po’ allentato, a poche ore dal saluto, è doveroso ricordare Maria Calvarano anche per l’eccellenza delle sue qualità di studiosa e di ricercatrice.

Era laureata in chimica, una materia che amò e che fece lievitare nella sua vita fino alla risonanza delle citazioni internazionali e ai riconoscimenti per merito scientifico ed organizzativo, in un settore particolarissimo, denso di “calabresità”: gli agrumi e soprattutto il bergamotto.

Negli anni Cinquanta lavorò un paio d’anni in una industria agrumaria e nel 1956 fu assunta come ricercatrice CNR nella Stazione Sperimentale per le Essenze e i Derivati degli Agrumi, SSEA, un glorioso ente pubblico di ricerca applicata, scientifica e tecnologica, istituito a Reggio con DL luogotenenziale già nel 1918, oggi non più autonomo, ma accorpato.

In pochi anni vince il concorso come assistente ed è promossa aiuto della Direzione dello stesso Ente. Seguono il conseguimento della libera docenza in Chimica ed Applicazioni delle Essenze e degli aromi, e la vicedirezione dell’Ente.

Dal 1991 al 1998 è direttrice della struttura di ricerca.

La stessa passione che Maria ha riversato generosamente per il riscatto della figura della donna nella società, si ritrova nella sua ricerca scientifica specializzata, in un settore industriale poco conosciuto, ma molto legato alla sua terra e “creativo”. Si occupava di tecniche analitiche e selettive per la produzione di aromi ed essenze floreali, riutilizzo degli scarti, miglioramento e innovazione tecnologica della produzione, normativa e certificazione, soprattutto la valorizzazione del bergamotto. Agrume particolarissimo dalla fragranza unica, che cresce solo in alcune fasce microclimatiche della Calabria reggina.

Si è occupata di processi produttivi e innovativi in progetti CNR, e di ambito nazionale e comunitario, per es., AIR-CT 93-1335 “Process and products innovation for the citrus industry“; ECLAIR-AGRE 0058 “Advanced and innovative technologies for the citrus industry …, dell’attuazione di progetti sperimentali con impianti per la produzione di antociani, flavonoidi, edulcoranti non calorici.

Ha al suo attivo 92 pubblicazioni e tre monografie, ed è coautrice di un lavoro sugli Olii essenziali agrumari in Italia.

Nel 1992 su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri le viene conferita l’Onorificenza di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Questa intensa attività di studio e ricerca Maria l’ha vissuta con delicata modestia, quasi con pudore, senza mai esibirla o farla pesare, a noi stesse quasi sconosciuta dato il settore molto specializzato.

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UDI intorno all’8 Marzo

 

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Polistena – 70 anni dal voto alle donne –  Vasiliki Vourda, Nelly Creazzo, Annarosa Macrì, Nella Garganese, Renata Raineri, Michele Tripodi sindaco (Gazzetta del Sud)

A Polistena l’Amministrazione Comunale, insieme con la cittadinanza e con le scolaresche delle Superiori, ha celebrato nel Salone delle Feste la Giornata internazionale dell’8 Marzo e contemporaneamente la conquista del diritto al voto delle donne. L’assessora alle politiche culturali Nelly Creazzo ha tessuto le fila per recuperare ed estendere il significato della Giornata internazionale della donna, specialmente agli occhi delle giovani generazioni, giornata sommersa da stratificazioni mediatiche e commerciali che ne oscurano il senso. Non a caso la dizione ufficiale della Risoluzione dell’ONU è Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale (16 dicembre 1977 – R32/142), ma comunemente detta Festa della donna. E l’altra importante ricorrenza, sulla scia dell’8 Marzo, per ricordare quel 10 marzo del 1945 quando le donne cominciarono ad esercitare il diritto di voto alle prime amministrative nelle aree liberate.

L’Associazione femminile più legata in Italia all’8 Marzo, storicamente, è senza dubbio l’UDI, che nell’ultimo anno di guerra, nelle aree liberate, e a guerra finita (’45-’46) in tutto il paese, festeggiò le donne, la libertà e il diritto di voto appena riconosciuto col simbolo dei fiori di mimosa. Teresa Mattei insieme con Rita Montagnana e Teresa Noce ne furono le ideatrici, l’Associazione allora si chiamava Unione Donne Italiane (dal 2003 Unione Donne in Italia).

Ma le donne a partire da metà Ottocento in America, Europa e nella Russia zarista hanno un lungo percorso di rivendicazioni e diritti simboleggiati nella data e nella mimosa. Per il diritto di voto l’UDI sviluppò un grande lavoro politico fino all’ottenimento. Tra le ventuno Madri Costituenti elette (metà circa tra meridionali e centromeridionali), diverse erano dell’UDI, in particolare Teresa Mattei che rese incisivo l’articolo 3 della Costituzione.

Grande sensibilità politica dell’Amministrazione comunale, dunque, invitare l’UDI a ricordare, riflettere, offrire la propria esperienza storica nel Convegno su queste ricorrenze. Vi hanno preso parte la moderatrice Annarosa Macrì, giornalista TG3 regionale, Nelly Creazzo assessora, il sindaco Michele Tripodi e in rappresentanza dell’UDI Nella Garganese, Renata Raineri, Vasiliki Vourda che ha proiettato il video 8 marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra.

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(foto Vasiliki Vourda)

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Dall’articolo di Attilio Sergio sulla Gazzetta del Sud:

Donne, la lunga lotta per i diritti / Ricordate le 21 Costituenti e le vittorie su maternità, aborto e divorzio

“70 anni dalla conquista del voto in Italia. La lunga lotta delle donne per i diritti”. Questo il tema scelto dall’UDI (Unione donne in Italia) che, grazie agli assessori comunali Nelly Creazzo e Valentina Martello, ha scelto Polistena per ricordare quel 10 marzo di 70 anni fa.

In un salone delle feste gremito di studenti … (continua)

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Il sindaco Paolo Alvaro scopre la targa della Via 8 Marzo a Laureana

Il Consiglio Comunale di Laureana di Borrello, con il Sindaco Paolo Alvaro, ha intitolato una strada alla Giornata dell’8 MARZO, dove verranno piantati alberi di mimose. È stata invitata a far da madrina alla cerimonia dell’inaugurazione l’UDI di Reggio Calabria, che tramite una propria rappresentante ha inviato un messaggio di saluto e di ringraziamento oltre che di riflessione sulla Giornata. Nella stessa cerimonia è stata conferita la Cittadinanza onoraria ad una donna prestigiosa, Maria Rosaria Russo, preside, che da anni con passione e tenacia lavora sull’educazione dei giovani alla legalità in luoghi difficili.

Cettina Denicola, dell’UDI e concittadina, ha letto il messaggio indirizzato al Sindaco, al Consiglio Comunale, alle Cittadine e ai Cittadini di Laureana di Borrello. La ormai prestigiosa formazione musicale giovanile di Laureana diretta da Maurizio Managò ha offerto un intermezzo musicale. Prestigiosa per i premi ottenuti, fu diretta anche dal maestro Riccardo Muti, ma soprattutto perché tenacemente sostenuta dall’Istituzione locale e dalla cittadinanza costituisce un formidabile polo di aggregazione di ragazze e ragazzi che si formano sull’espressione profonda dei sentimenti e sull’arte, il miglior antidoto educativo contro mafie, criminalità e violenza sulle donne. Laureana è nota per un’altra caratteristica educativa sociale: ospita un carcere modello diretto da una donna e studiato a livello internazionale. Una struttura di eccellenza che attua in pieno il dettato costituzionale della rieducazione e del reinserimento sociale attraverso una studiata metodologia.

il messaggio dell’UDI RC:

L’UDI – Unione Donne in Italia – saluta il Sindaco prof. Paolo Alvaro e l’Amministrazione Comunale esprimendo compiacimento per la decisione di dare all’8 Marzo un significato che vada oltre le parole. Saluta tutte le donne e gli uomini presenti che ne stanno condividendo il senso e ringrazia per l’invito di tenere a battesimo l’iniziativa, essendo stata protagonista e ideatrice in Italia di quel lontano profumo di mimosa.

In Italia nel 1945, nelle aree liberate …  [continua messaggio]

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A Reggio Calabria un grande sforzo di comunicazione per l’8 Marzo è stato compiuto da Amministrazione provinciale e Comunale. In particolare la Consigliera di Parità Daniela De Blasio per la Provincia ha indetto un OPEN DAY aperto a tutte le Associazioni, Commissioni di Parità degli Ordini professionali, scuole, ma anche agli apporti individuali, un centinaio nel complesso, tra cui anche l’UDI. Conferenze, video, musica con una esibizione di ballerine e ballerini di tango delle scuole locali. Grande profusione di fiori gialli per ogni sezione.

L’UDI nel Salone della Biblioteca della Provincia ha proposto una selezione di tavole della Mostra Le Resistenti ieri e oggi tenuta già a Catania (Archivio di Stato e Palazzo Cruyllas-Museo Emilio Greco, casa natale di Bellini), a Reggio al Museo Archeologico Nazionale e in contemporanea a Milano al Museo del Fumetto per più di un mese e mezzo. Ha inoltre proiettato il video 8 marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, una robusta ricerca storica.

Nella Garganese e Vasiliki Vourda dell’UDI sono intervenute anche alla celebrazione della Giornata che ne ha fatto l’Università della Terza Età dove è stato proiettato il film Nyfes (Spose) del regista greco P. Voulgaris, proposto da Vasiliki di madrelingua greca.

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Salone della Biblioteca della Provincia

 

 

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Buon Anno

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mediterranea

novembre 2015 – pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI

missili

PACE o GUERRA?

Art. 11 della Costituzione Italiana

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ministra della Difesa Roberta Pinotti – intervista del 5 novembre al Corriere della Sera

«Niente è stato ancora deciso su eventuali bombardamenti, ma i nostri militari sanno essere efficaci e rispondere con impegno alle differenti richieste operative».

Sul tema del momento: i droni. «Abbiamo chiesto di poterli armare perché questo è il futuro dell’arma aerea.”

Dal 3 al 6 novembre si è tenuta la Trident Juncture 2015 (TJ15), una delle più grandi esercitazioni Nato che ha coinvolto 36 mila uomini.

Hanno partecipato oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7 partner, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra, anzitutto cacciabombardieri a duplice capacità, convenzionale e nucleare.

I comandi NATO l’hanno definita come esercitazione della sua “più affidabile forza di risposta”, “ad altissima prontezza operativa”. All’evento sono state invitate le maggiori industrie belliche europee e statunitensi in qualità di osservatori “per trovare soluzioni tecnologiche che accelerino l’innovazione militare”. Su questo particolare aspetto manca una riflessione non solo sulle spese militari italiane ma anche sulla dipendenza tecnologica e militare dei nostri apparati, civili e militari. E sulla accettabilità di scelte che prevedono l’uso di droni armati già in operativi.

Venti di guerra – non solo ‘lontani’, ma molto, molto vicini. Sopra di noi

La partecipazione all’esercitazione TJ15 traccia anche il profilo geografico della Grande Nato, che dal nord Atlantico arriva alle montagne dell’Afghanistan e copre quindi tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche il nostro Mediterraneo.

I luoghi in Italia:

  • Poggio Renatico (in provincia di Ferrara, sede del Centro operativo del Sistema di Comando e controllo della Nato)
  • Le basi sede di forze aeree Decimomannu, Trapani, Pratica di Mare, Pisa, Amendola, Sigonella, Capo Teulada
  • Napoli, il Joint Command (800 militari)

Armi nucleari – in Italia

Sono in arrivo in Italia (a Aviano/Pordenone e a Ghedi Torre/Brescia) le nuove testate nucleari B 61-12 e sono già previsti adeguamenti logistici nelle due basi aeree US Air Force.

Armi nucleari – in Europa

Diversi ‘conteggi’ da fonti autorevoli riferiscono della presenza in Europa di 2340 testate Nato (Italia, Germania, Belgio, Olanda, Turchia) – nel conteggio sono comprese anche le armi francesi e britanniche.

(i dati utilizzati in questa nota sono tratti da articoli di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco per ReteVoltaire e Il Manifesto)

Perché questa nota in MEDITERRANEA?

Non ci appassiona il conteggio dei soldatini, degli aereoplanini, delle navi, dei droni sempre più smart, non ci piacciono i videogame di guerra….

Ma è giusto fare il punto, anche coi numeri, di quello che succede sulle nostre teste, non solo e non più solo nelle sperdute lande afghane (come se lì donne, bambini e uomini non fossero ogni giorno sotto tiro da anni…)

Un interrogativo ci richiama tutte/i: perché non riusciamo a esprimere un grande movimento popolare per la pace e contro gli armamenti, come è stato anche nel recente passato in Italia?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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Steve McCurry, 'Aung San Suu Kyi and the flag' (1996), Rangoon, Burma

[Steve McCurry, ‘Aung San Suu Kyi and the flag’ (1996), Rangoon, Burma]

Ha vinto Aung San Suu Kyi, ha vinto la Birmania

9 novembre 2015 – da poche ore la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi ha annunciato la vittoria alle elezioni, con un risultato che supera il 70% di consensi.

Ha vinto la donna, la leader che da 25 anni si batte per il suo Paese, contro i militari, contro la frammentazione identitaria tra gruppi etnici, contro la corruzione. Non potrà essere Presidente, per una assurda norma della Costituzione che lo vieta perché i suoi figli hanno la cittadinanza britannica! Solo accettando di farli vivere all’estero li ha messi al sicuro nei lunghi e sanguinosi anni della sua detenzione prima e poi della lunga prigionia in casa.

Ma per il suo popolo, e per tanti nel mondo, è Lei la Presidente di Myanmar. E non lo è da oggi, con la vittoria schiacciante alle elezioni lo è da anni, rispettata e amata per la sua determinazione e il suo coraggio.

L’UDI in occasione di passaggi difficili della storia del suo Paese le ha rivolto messaggi di solidarietà e vicinanza – sappiamo che ha innanzi a sé anni difficili, forse anche più pericolosi e velenosi di quelli passati.

Oggi ci preme ribadire affetto, sostegno e vicinanza alla Presidente Aung San Suu Kyi.

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

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Rasha Ahmed Ryian_biglietto

Rasha Ahmed Ryian,

“Faccio questo con mente lucida, in difesa della Nazione, dei giovani e delle giovani. Non posso più sopportare quello che vedo”.

Pare sia questo il contenuto del biglietto che aveva nella borsa Rasha Ahmed Ryian, 23 anni, di Kalkiliya (città palestinese circondata dal Muro della segregazione).

Lo riferiscono fonti del ministro della difesa israeliano, da cui vengono le istruzioni per abbattere con armi da fuoco i nuovi (e tante nuove) palestinesi che si lanciano con il coltello sui soldati ai check point militarizzati e agli innumerevoli posti di controllo in tutta la Cisgiordania, nei territori che dovrebbero  essere di competenza e vigilanza dell’Autorità palestinese.

Un altro episodio simile, secondo le autorità israeliane e riportato in video sulla rete, descrive il gesto disperato di Halva Aliyan, 22 anni, che ha tentato di aggredire uno dei vigilantes che presidiano l’insediamento ebraico (illegale) di Betar Illit, alle porte di Gerusalemme.

La stampa di tutto il mondo parla da qualche settimana di “intifada dei coltelli” (ad oggi 73 vittime tra i palestinesi e 9 israeliani). Una analisi più realistica e dura della realtà dice che nessuno riesce/vuole riportare a un serio tavolo di trattative le parti in conflitto e che la combinazione occupazione militare/povertà/mancanza di prospettive colpisce i più deboli, i palestinesi, nelle forme della disperazione: il ‘protagonismo’ delle ragazze palestinesi rischia così di essere una manifestazione ulteriore, terribile e imputabile all’intera comunità internazionale, del fallimento, addirittura dell’incapacità di schierare almeno una forza di interposizione con compiti umanitari sotto le bandiere dell’ONU. Mentre a qualche centinaia di chilometri continua la mattanza di Daesh.

Le donne e le ragazze che stanno morendo (si stanno suicidando?) in terra di Palestina non si dichiarano ‘martiri’ – la loro solitudine non cerca nemmeno l’illusoria e terribile ‘consolazione’ della religione.

C’è qualcuno che le ascolta nei piccoli villaggi isolati fin dentro Gerusalemme?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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Bambini e bambini / donne e donne

Bambini e Bambini

Drowned Syrian Boy Exposes Israeli Hypocrisy

Why are Israelis so moved by the image of a dead Syrian refugee, but oblivious to the plight of a slain Palestinian child?

Two photographs. In the first a face buried in the sand, a tiny body dressed in rags, his bare feet askew, dried blood on one of them. In the other, face buried in the sand, feet in small shoes resting next to each other, the tiny body awash in water. They are almost the same age and the similarity between them is amazing and shocking. Ismail Bahar, in …

Il bambino siriano annegato e l’ipocrisia israeliana di Gideon Levy – HAARETZ  [quotidiano israeliano, fondato nel 1919. È pubblicato in lingua ebraica in formato Berliner. L’edizione in lingua inglese è la traduzione di questo giornale. In Israele è pubblicato e venduto assieme all’International Herald Tribune. Tra i suoi giornalisti si annoverano lo scrittore israeliano Benjamin Tammuz che ha collaborato col quotidiano dal 1948 in poi, Gideon Levy e Amira Hass – wikip].

Traduzione di Carlo Tagliacozzo

I fratelli Baker uccisi da un missile israeliano sulla spiaggia di Gaza nel luglio 2014 [foto Rex]

 

Gerusalemme, 7 settembre 2015, Nena News

Due fotografie. Nella prima, la faccia seppellita nella sabbia, un piccolo corpo rivestito di indumenti stracciati, i suoi piedi nudi storti, su uno di essi del sangue rinsecchito. Nell’altra, la faccia seppellita nella sabbia, i piedi in piccole scarpe giacciono uno accanto all’altro, il piccolo corpo lambito dalle onde. Hanno quasi la stessa età e la loro somiglianza è incredibile e sconvolgente. Ismail Bakr [è ritratto] nella prima foto, Aylan Kurdi nella seconda. Due bambini morti, che giacciono sulla spiaggia, un anno e pochi mesi e poche centinaia di chilometri li separano.

La prima foto ha girato dappertutto salvo che in Israele dove non è stata pubblicata. Il compassionevole giornale, Yedioth Ahronoth non l’ha pubblicata sulla sua prima pagina e non l’ha intitolata “Il bambino che ha commosso il mondo intero”. La morte di Ismail non ha scosso nessuno in Israele. Al contrario, Aylan da morto è diventato un’icona internazionale, compreso, naturalmente, Yedioth Ahronoth, che sa quello che probabilmente commuove gli israeliani.

Un bambino palestinese di Gaza, ucciso insieme ai suoi tre cuginetti da un bombardamento dei piloti dell’aviazione israeliana IAF durante l’operazione Margine Protettivo mentre giocavano a calcio sulla spiaggia, non è “commovente”. Un bambino siriano della stessa età, che è annegato mentre fuggiva con la sua famiglia verso l’Europa è “il bambino che ha commosso” il mondo. E se questo non basta possiamo aggiungere che nessuno ha avuto un processo per l’uccisione criminale di Ismail (il caso è stato archiviato).

La foto del piccolo Aylan Kurdi che ha fatto il giro del mondo [foto di Nilüfer Demir, giornalista turca]

Israele non ha nessun diritto di stracciarsi le vesti per la morte di Aylan Kurdi, né di singhiozzare per la foto, né di fingere shock, né di “offrire aiuto” e sicuramente non di fare prediche all’Europa. Vi è un territorio disastrato che Israele ha creato nel suo cortile, un’ora e un quarto di macchina da Tel Aviv. In quella orribile regione, la famiglia Al-Amla ha raccontato a un giornalista svedese che ha fatto visita alla loro casa di Rafah la loro enorme tragedia. Sono le vittime di quello che è stato conosciuto come “il venerdì nero” a Rafah, quando l’IDF ha scatenato la sua furia omicida nel tentativo di liberare un soldato catturato. Il padre, Wa’el ha perso una gamba. Sua moglie, Isra, ha perso entrambe le gambe. Il loro figlio di tre anni Sharif ha perso una gamba e un occhio. Il fratello di Wa’el, sua cognata e la sua sorella di undici anni sono stati uccisi.

Sono stati tutti vittime dei missili sparati contro di loro dagli aerei israeliani quel venerdì, quando cercavano di scappare dalle loro abitazioni e di [raggiungere] la casa della loro nonna. Il loro destino non è meno sconvolgente di quello della famiglia Kurdi. La differenza è che la loro tragedia è stata causata dall’IDF. Il governo e l’opinione pubblica israeliana avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di quest’azione, avrebbero dovuto essere sconvolti e assistere la famiglia. Non avendolo fatto, Israele ha rivelato un grado di insensibilità così elevato che ora non può manifestare costernazione per altre tragedie senza mettere in evidenza la propria ipocrisia e l’uso di due pesi e di due misure.

L’ipocrisia è ben visibile nello shock per il destino dei profughi che vanno in Europa. Una Nazione che martirizza decine di migliaia di richiedenti asilo non ha nessun diritto di criticare l’Europa per il suo comportamento nei confronti dei profughi. Se Israele avesse voluto dare un piccolo contributo alla lotta dei profughi del mondo, avrebbe dovuto accogliere il gruppetto di richiedenti asilo che già sono qui, permettergli di lavorare e vivere con dignità e avviarli ad un graduale percorso di accesso alla cittadinanza. Quelli che si sono scandalizzati per l’affermazione del primo ministro ungherese Victor Orban che il flusso di profughi minaccia “le radici cristiane dell’Europa”, devono spiegare qual è la differenza tra il discorso sulle “radici cristiane” dell’Europa, che risulta fuori luogo in Ungheria, e quello su “il carattere ebraico” di Israele, che suona molto bene in Israele.

In tutto questo solamente una fonte di orgoglio patriottico è assolutamente giustificata: l’Ungheria e la Bulgaria vogliono imparare da Israele come costruire una barriera al confine, e naturalmente in Israele ne sono orgogliosi. Siamo o non siamo un faro tra i gentili? [citazione da Isaiah 49:6 e Isaiah 60:3, ripresa sia dal padre della patria israeliana Ben Gurion che più recentemente da Benjamin Netanyahu, ndtr]. Nena News

Tante cose sono state dette, l’ipocrisia e le lacrime di coccodrillo sono corse a fiumi. Gideon Levy, giornalista del quotidiano Haaretz di Tel Aviv ha scelto la strada della verità, durissima nei confronti delle posizioni del governo del suo Paese. Chapeau.

Carla Pecis, UDI Catania

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L’inerzia politica internazionale da troppo tempo non riesce ancora a porre fine alla tragedia israelo-palestinese, giacché solo per via del diritto internazionale accettato e garantito sarà possibile.

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Ismail Bakr

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I 4 cugini Bakr figli di pescatori, ripresi da una cam sopra Al-Deira Hotel, uccisi mercoledì 16 luglio 2014 sulla spiaggia di Gaza da un’azione israeliana. L’uccisione è stata testimoniata da decine di giornalisti internazionali.

Ahed Atef Bakr, 10, Gaza beach.
Zakariya Ahed Bakr, 10, Gaza beach.
Mohammad Ramiz Bakr, 11, Gaza beach.
Ismail Mahmoud Bakr, 9, Gaza beach.

(Fonte: Imemc).

http://www.infopal.it/genocidio-a-gaza-lelenco-delle-vittime-bilancio-attuale-600-morti-e-oltre-3600-feriti/

 

Donne e Donne

Ayelet Shaked. Nel 2011 pubblica le immagini delle cinque vittime trucidate in casa da due palestinesi nell’insediamento di Itamar. Dente per dente: dato che “i palestinesi mostrano al mondo foto cruente, è il momento di rispondere al fuoco”

A giugno dello scorso anno sono rapiti e uccisi in Cisgiordania tre ragazzi israeliani, al ritrovamento dei loro corpi sulla sua pagina fb Shaked richiama un articolo di Uri Elitzur, estremista nazionalista, dove si giustifica il bombardamento della popolazione civile se questa contiene “il male”, comprese “le madri dei martiri palestinesi che li mandano all’inferno con baci e fiori».

Il testo è stato cancellato da Shaked, ma intanto è stato ripreso e ha circolato tradotto in inglese, citato anche da Recep Tayyip Erdogan, premier turco che l’ha paragonata a Hitler. [fonte Corsera, 8 maggio 2015]

Nethanyau la nomina ministra della Giustizia ma a poteri limitati, temendo qualche decisione estrema dalla ricaduta controproducente sulla politica interna e internazionale.

 

Petra Laszlo. Reporter ungherese per il canale N1TV, vicino al partito di destra antisemita Jobbik, certamente fanatica razzista visti i deliberati sgambetti e calci a un padre con un bambino in braccio, a un ragazzo e una ragazza in fuga che tutto il mondo ha visto.

Indifendibile, per cui è stata licenziata in tronco per comportamento definito “inaccettabile”, ma senza troppe scuse alle vittime. Laszlo rischia ora fino a cinque anni di reclusione con una incriminazione per violenza alle persone che presenterà l’opposizione democratica Együtt-PM.

Il padre con bambino, si è saputo che è un allenatore di calcio, Osama al-Abdelmohsen, che scappa da Deir Ezzor dove scorrazza l’ISIS. Deve ricongiungersi con la moglie e un altro bambino e bambina. Dopo la caduta tipo judo inveisce qualche attimo e riporta in spalla il bambino che rompe impaurito in un pianto disperato. E prosegue verso un ignoto finora ostile.

Dair Ezzor, citta siriana da dove fugge il padre con bambino sgambettato

Die Kamerafrau stellte einem Flüchtling ein Bein - nun hat ihr Sender sie entlassen.

foto: REUTERS/Marko Djurica

foto ABC/Luis De Vega

Non molto dopo la diffusione dei video e delle immagini, lo zelo è infinito. Si creano pagine fb come comunità Petra Laszlo, solo che il boccone è prelibato in quanto donna. L’esecrazione è legittima per quello che si vede e per l’ideologia professata, ma in quanto si tratta di una donna è molto più amplificata e soprattutto sessista. Un fotomontaggio pornografico, col suo volto, a sfondo sessuale zooerastico, parecchie volte postato, è stato sicuramente segnalato e cancellato dai supervisori fb. La giusta esecrazione, che è un atto civile ed etico, deve mantenere la sua natura, altrimenti si allinea o è peggio della stessa azione esecrata.

Udi rc

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mediterranea

MEDITERRANEA – UDI CATANIA

settembre 2015

 

foto Marco Longari (Afp)

“Gaza sarà invivibile nel 2020” sostiene l’agenzia dell’Onu che si occupa di commercio e sviluppo (CNUED)

 

No, già oggi è invivibile, una prigione a cielo aperto per un milione e 800 mila palestinesi.

L’organizzazione dell’ONU che si occupa di commercio e sviluppo, diretta dal keniota Mukhisa Kituyi nei giorni scorsi ha voluto lanciare l’allarme sulla situazione di Gaza, stremata dalle guerre dal blocco israeliano: “potrebbe diventare invivibile da oggi al 2020”. Lo sostiene presentando un report annuale sulle sue attività di assistenza al popolo palestinese, sostenendo che se le tendenze economiche attuali persisteranno, l’area diventerà inabitabile nel 20120.

Invivibile, inabitabile – aggettivi che descrivono senza bisogno di enfasi quella che è già oggi la drammatica situazione di vita dei palestinesi della Striscia, un milione ottocentomila in un territorio lungo 40 km e largo non più di 12. Un tasso di densità di popolazione tra i più alti sul pianeta.

Gli economisti dell’ONU ricordano che nel 2014 Gaza ha subito il più recente conflitto, una operazione militare su larga scala, la terza sei anni, da parte dell’esercito israeliano contro la popolazione e le installazioni civili.

Tutto questo dopo diversi anni di blocco economico che ha desertificato ogni speranza di sviluppo per le attività economiche palestinesi, dall’agricoltura alla pesca all’artigianato fino al turismo, che aveva manifestato timidi cenni di risveglio sulla dolce spiaggia di Gaza.

Rileva ancora il rapporto “Gli sforzi per la ricostruzione (ricordiamo acqua, elettricità, porto e aeroporto, case, ospedali, scuole, alberghi, serre e botteghe artigiane) proseguono con grande lentezza, a fronte dei danni che hanno devastato l’area e l’economia locale non ce la fa a rimettersi in piedi, i dati sono più bassi di quelli del 1967, anno in cui Israele ne ha preso il controllo con la Guerra dei Sei Giorni. Successivamente, nel 2005 il governo israeliano ha ritirato l’esercito e 800 mila coloni che vi si erano insediati”.

Secondo il rapporto, le prospettive attuali non sono incoraggiati a causa della situazione politica instabile, a causa della riduzione del flusso degli aiuti e della lentezza nella ricostruzione come effetto del permanere del blocco che Israele impone sui proventi doganali non corrisposti ai palestinesi nei primi mesi del 2015. Israele ha imposto anche il blocco della costa di Gaza nel 2006, dalla data di cattura di un suo soldato, liberato poi nel 2011.

Prosegue il rapporto: Hamas, il movimento islamista al potere a Gaza dal 2007 è impegnato in contatti indiretti con Israele per tentare la via di una tregua di lunga durata in cambio della fine del blocco.

Ma a un anno dalla fine dell’ultima guerra che ha devastato la Striscia nell’estate 2014 (2200 vittime palestinesi di cui 5500 bambini – oltre 70 vittime israeliane) sia Hamas che Israele nelle loro dichiarazioni rifiutano di escludere un nuovo ricorso alla forza.

E allora non possiamo non ricordare con orrore le parole della parlamentare israeliana Ayelet Shaked, dichiarazioni riportate dalla stampa israeliana (Press TV) il 17 luglio 2014:

“Dobbiamo uccidere le madri palestinesi in modo che non diano la vita a nuovi piccoli serpenti”.

 A proposito di mamme e bambini, dal 2008 ad oggi secondo fonti ONU, non è mai cessato il dramma di centinaia di donne palestinesi che partoriscono ai check point israeliani, fino al 2007 gli ospedali dell’UNWRA a Gaza riuscivano ad assistere le gestanti anche quelle ad alto rischio.

La situazione è precipitata con il susseguirsi degli attacchi distruttivi dell’esercito e ormai l’UNWRA e le numerose ong internazionali che operano sul campo possono fare ben poco per la salute e la vita delle partorienti e dei neonati.

Un rapporto di Amnesty International dell’agosto 2014 ha documentato l’attacco sistematico alle strutture ospedaliere e agli operatori sanitari.

Ma allora di cosa sta parlando il rapporto, questo ennesimo rapporto di una agenzia delle Nazioni Unite? Senza commenti, solo immagini.

Per una visione d’insieme della vita quotidiana nella Striscia, è molto interessante guardare sul web le immagini dell’artista inglese Bausky, che continua a produrre la sua arte per le strade e tra la gente.

Quella gente, quel popolo non si troverà in un luogo invivibile nel 2020 – i ragazzini che si fanno riprendere nei video vivono già un luogo inabitabile – da quando sono nati.

Mediterranea – Udi Catania / newsletter mensile dal punto di vista delle donne e dei bambini

Per collaborazioni e informazioni: carlapecischiocciolatiscali.it

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Oltre la guerra

profughi iracheni in fuga dai bambardamenti  In fuga dalla guerra, Iraq, Siria.

La guerra di Gentiloni all’Isis

LA guerra, evocata dal ministro degli Esteri Gentiloni, contro il sedicente Stato Islamico in Libia, non può non indurci a provare a fare prevalere – cosa non facile – il buon senso, la saggezza, la riflessione, la conoscenza, prima che sia troppo tardi.

Di che cosa parliamo quando diciamo Isis? Della prevalenza nell’Islam politico della corrente più radicale, che ha per obiettivo la restaurazione dell’antico Califfato, distrutto dai mongoli nel 1261 e che si estendeva dalla capitale irachena fino all’attuale Israele.

Quella dell’Isis è una tradizionale e moderna guerra di conquista, portata avanti, con ogni mezzo, tramite la guerra santa (jihad) contro gli apostati (i non sunniti) e gli infedeli (gli occidentali).

È sullo sfondo della guerra civile in Siria, e di un Iraq ancora paralizzato dall’intervento occidentale, che l’Isis si è messo a conquistare seguaci, dentro e fuori i Paesi musulmani, con un messaggio potente: la promessa della libertà politica attraverso la restaurazione del Califfato che, da sempre, nell’immaginazione dei musulmani rappresenta lo stato ideale, la nazione perfetta, in cui trovare la salvezza – come gli ebrei nello stato d’Israele – dopo secoli di umiliazioni, razzismo e sconfitte per mano delle potenze straniere e dei loro associati musulmani.

Da decenni fondamentalisti e studiosi islamici assicurano che i millenni di grandezza e splendore raggiunti sotto il Califfato, considerato una sorta dell’età dell’oro, di paradiso in Terra, torneranno in vita. La sua restaurazione è il sogno dei revivalisti islamici almeno dagli anni cinquanta, quando Hizbut-Tahrir cominciò a invocare la sua rifondazione.

Anche Osama bin Laden l’ha spesso citato come suo fine supremo, ma nessuno si era mai neppure avvicinato alla sua realizzazione, anzi per tutti è rimasto un sogno bello e impossibile. Un sogno divenuto realtà con lo Stato islamico e con Abu Bakr al Bagdadi, autoproclamatosi, nel giugno 2014, nuovo califfo e, come tale, ha imposto la legge islamica (sharia): tagliare le teste, rapire le donne e costringerle a matrimoni precoci e forzati, infliggere violenze e pene corporali.

Ma l’Isis non è solo terrore, violenza, esibita anche sui social network per diffondere la paura, ma è anche – come ci racconta Loretta Napoleoni nel suo libro “ Isis – Lo Stato del terrore” – la ricerca del consenso attraverso programmi sociali e una politica di alleanze con le tribù sunnite locali per lo sfruttamento delle risorse naturali, presenti nei territori conquistati con la guerra. Le forze dell’antiterrorismo, nel prevenire e impedire l’avvento del Califfato, hanno fallito. Come spiegare la creazione, nell’arco di tre anni, di questo sedicente Stato islamico?

Aicha El HajjamiAicha El Hajjami

Aicha El Hajjami, studiosa e ricercatrice marocchina, sulla rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana n. 11, dicembre 2014, indica tra le cause interne il nutrimento che, nel mondo arabo musulmano, hanno dato a lungo all’oscurantismo religioso gli Stati che “percepivano il pensiero religioso critico come una forma di sovversione da mettere a tacere con tutti i mezzi” e che continuano a farlo, come nell’Arabia Saudita.

Le cause esterne sono tante e vale la pena ricordarle, con lei: la lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; il sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi); la rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali; il perdurare dell’occupazione israeliana e il massacro della popolazione palestinese; la guerra in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non si può dimenticare, infine, che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex Urss: Bin Laden era stato armato da loro.

Ma, che cos’è che attira dell’Isis tanti giovani immigrati musulmani europei e americani, di seconda e terza generazione? E’ il sogno del riscatto dalle frustrazioni ed umiliazioni di cui sono quotidianamente vittime, in un mondo che non offre loro un futuro. L’Isis chiede loro di combattere per raggiungere il paradiso, non nell’aldilà, ma sulla terra, sotto il Califfato, riservato ai soli sunniti. Giovani facile preda dei fondamentalisti perché, avendo studiato in Occidente, non conoscono i libri religiosi e i veri valori dell’Islam: pace, fratellanza, giustizia e uguaglianza.

Come dimenticare, poi, che Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati i primi finanziatori del gruppo di Baghadi contro Assad? Lo hanno anche addestrato militarmente, mentre gli Usa hanno armato (non ufficialmente) tutti i gruppi anti Assad. Con quelle armi, confiscate dallo Stato Islamico dopo ogni vittoria, combattono ora i sostenitori di Baghdadi.

A questo punto, che cosa possiamo fare?

Se è vero che nessuna/o ha la ricetta miracolosa, l’unica cosa che dovrebbe esser(ci)e chiara è che una nuova guerra non sarebbe la soluzione. Questa, infatti, non farebbe che attizzare ancora di più l’odio e i risentimenti in una popolazione frustrata, stremata e oppressa dalle violenze. Mieterebbe ulteriormente vittime innocenti tra i civili e destabilizzerebbe completamente il Medio Oriente, con risultati peggiori del male che si vuole combattere. Non è questo tempo di risposte “scontate”, ma di domande e di ascolto.

Hajjami indica la strada dentro il mondo arabo musulmano, dove “la vera jihad” di cui c’è bisogno “ è quella del pensiero critico” sul patrimonio religioso e culturale dell’Islam per trasmetterne i veri valori, così come sulle sfide della modernità e della globalizzazione. La “vera jihad” è quella di “risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne.

Ma è anche quella di intervenire sugli aspetti economici dello sviluppo e di avere cura nell’assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Sono le tante donne come Hajjami, e non le guerre di cui l’Isis è figlio, che per (me) noi donne sono motivo di fiducia nello sviluppo delle società di cultura musulmana e nello svelamento del volto maschilista e patriarcale, tribale e violento, dell’Isis.

Franca Fortunato

[Quotidiano del Sud 17.02.2015]

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