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Otto Marzo 2013

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Giornata Internazionale della Donna, indetta dall’ONU nel 1977, successivamente fissata dall’UNESCO l’otto marzo di ogni anno.

Giornata molto scolorita rispetto alla valenza delle sue origini, convertita in festa dal sistema commerciale.

Storia, significato originario e luoghi comuni ( )

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Riceviamo e condividiamo.

8 MARZO CELEBRAZIONE DEL NARCISISMO MASCHILE

SIAMO donne di diverse città, legate da relazioni personali e politiche e facciamo parte della rete delle Città Vicine che riunisce donne e uomini di Associazioni, singole e singoli di città di varie parti d’Italia. In occasione della presentazione a Fondazione Betania della mostra mail art “Immagina che il lavoro .. “ a cui è seguito un dibattito interessante sul lavoro, siamo venute a conoscenza del comunicato stampa su questo giornale con cui Gerardo Frustaci, presidente dell’Unione dei Comuni del Versante Jonico, ha annunciato l’inaugurazione, per l’8 Marzo, del Centro antiviolenza “Mondo Rosa”.

L’enfasi con cui ha dato la notizia e l’indicazione precisa del luogo ci ha particolarmente colpite in quanto contrastano con la necessaria riservatezza che un luogo come questo richiede per salvaguardare l’incolumità delle donne che eventualmente lì trovano rifugio e protezione. Ci teniamo a ricordare come la Giornata Internazionale delle donne non può essere usata dagli uomini per autocelebrarsi anziché farne occasione per riflettere sulla propria sessualità e sull’origine maschile della violenza sulle donne. Così stanno facendo, da anni, tanti uomini come quelli dell’associazione Maschile Plurale, autori tra l’altro nel 2006 dell’appello “ La violenza contro le donne ci riguarda”, a cui hanno aderito giornalisti, scrittori, intellettuali, artisti ecc., e come ha messo in evidenza anche Riccardo Jacona nella sua recente inchiesta a “Presa diretta”. Nel comunicato nulla abbiamo letto sulla gestione del Centro che ci auguriamo venga affidata esclusivamente alle donne, le uniche capaci di comprendere  e accompagnare con empatia nel loro percorso le donne che hanno subito la violenza maschile.

La stessa denominazione data al Centro, “Mondo Rosa”, non ci sembra appropriata. Il rosa è un colore simbolico della gioia della madre e del padre per la nascita della propria bambina per la quale non si aspettano certo violenza e sofferenza. Riteniamo, come è stato condiviso da tutte le donne presenti all’incontro di Fondazione Betania, più adeguato intitolare il luogo a Barbara Bellerofonte, giovane donna di soli 19 anni, uccisa dal proprio fidanzato nel 2009 a Montepaone, uno dei Comuni partner del progetto.

Anna Di Salvo  –  Katia Ricci – Anna Potito – Franca Fortunato – Lina Scalzo

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Architetture del desiderio

Riceviamo da Franca.

Architetture del desiderio

a cura di Bianca Bottero – Anna Di Salvo – Ida Farè

ed. Liguori  pgg. 157 – €19,90

Emerge dall’insieme un quadro vivissimo dei modi creativi con cui le donne si esprimono, per affermare la bellezza, la convivenza, la memoria delle loro città e dei conflitti che guidano in prima persona contro il malgoverno che, nell’Italia di oggi, devasta la qualità degli spazi pubblici urbani e quindi la ricchezza intrinseca della polis.

Recensione di Franca Fortunato

IN questo periodo in cui l’Italia intera frana, si sgretola, sotto la pioggia, al nord come al sud, trascinando nel fango cose e persone, appare di grande attualità il libro, uscito da poco, dal titolo Architetture del quotidiano, edito da Liguori. Curato da Bianca Bottero, Anna Di Salvo e Ida Farè, il testo è nato da un convegno del 2008 dal titolo Microarchitetture del quotidiano: sapere femminile e cura della città, organizzato da donne e uomini della rete delle Città Vicine, in relazione con architette, urbaniste e docenti del Politecnico di Milano e dello storico gruppo “Vanda”.

La città, con le sue abitanti e abitanti è al centro di questo libro, in cui si rende visibile un agire e un pensare, più di donne che di uomini, che hanno a cuore la cura del territorio a partire dai corpi che la abitano e dalle relazioni che l’attraversano. Oggi più che mai serve la consapevolezza, espressa nel libro, che il sapere della cura e le pratiche femminili possono orientare e fornire nuove chiavi interpretative al modo d’intendere lo spazio urbano anche da parte di ingegneri, urbanisti, designer, ambientalisti, tecnici. Un sapere che dalla scienza della casa si apre al desiderio più ampio di “una città dove il pubblico si fa domestico”.

Il libro, attraverso i racconti delle protagoniste e protagonisti, dà conto del lavoro simbolico e delle lotte con cui, in tante città, Comitati civici, associazioni, gruppi spontanei di cittadine e cittadini in relazione tra loro, si riappropriano, della cura della città e di chi la abita, partendo dal proprio desiderio. Non c’è lamento, non c’è schieramento o opposizione a tutti i costi, ma assunzione di presa in carico, a partire dal proprio desiderio, da parte di ognuna e ognuno di ciò che serve al bene comune. Salvare e difendere la città, con pratiche creative, dalla distruzione di parchi, giardini, ville, case barocche,  per fare posto a centri commerciali o a parcheggi sotterranei, è possibile. Salvaguardare la memoria dei luoghi, la salute propria e della propria terra, col presidio del territorio destinato ad inceneritori e con l’organizzare Comitati, come “Donne 29 agosto” di Napoli, per la raccolta differenziata, è possibile.

Spostare lo sguardo sulla propria città dal denaro alle relazioni, dal profitto al bene comune, dal mercato alla vita, è possibile. Il libro non fa che rendere visibile tutto ciò e altro. Catania, Foggia, Catanzaro, Milano, Firenze, Roma, Mestre, Bologna, Verona, Chioggia, Napoli, sono solo alcune delle città presenti nel libro, dove lo spostamento di sguardo trova nell’esperienza artistica l’insegnamento “ a vedere,  riconoscere e preservare la bellezza più o meno manifesta del contesto in cui si vive”. Da questa si può affrontare il negativo che ci circonda.” Un libro ricchissimo di esperienze, di pensiero e pratiche politiche che fanno  luce nel buio della cementificazione selvaggia del territorio e delle scelte urbanistiche avventate,  di cui  stiamo pagando le tragiche conseguenze. Un libro che orienta nel cambiamento di cui oggi, più che mai, c’è bisogno per salvare le città, la terra, la vita per noi e le generazioni che verranno.

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(dal libro pg. 6)

“… In una di queste periferie c’è la mia casa. Proprio di fronte a me ho visto in questi ultimi anni lo scempio più evidente del territorio: là dove si estendeva un prato selvaggio, che in primavera si copriva di fiori e di erba ondeggiante al vento, oggi sorgono file continue di case, alcune così alte che la montagna retrostante, che prima delimitava il mio orizzonte, ne è stata nascosta. La città disordinata, speculativa è dunque sempre più brutta. Di una bruttezza da cui, però, non mi lascio schiacciare, perché dalla politica delle donne e dalla rete delle Città Vicine ho imparato a riconoscere il bello delle relazioni. Perché nella mia casa, dove trascorro gran parte del tempo a leggere e scrivere – oggi insegno e collaboro da giornalista pubblicista con “Il Quotidiano della Calabria” – mi piace accogliere le mie amiche per condividere idee, passioni, desideri e iniziative nella città…”

(Franca Fortunato, La città che abito)

(dal libro pg.151)

“…La novità di questa pratica politica è che a Catania, per la creazione di performance e installazioni, non chiamiamo a intervenire artiste e artisti esterni, ma realizziamo le opere insieme agli abitanti, studenti e donne e uomini di altre associazioni, facendo ricorso alle competenze artistiche di ciascuno e adoperando materiali che fanno parte delle nostre vite, recuperati in ambiti che ci sono familiari. Ogni successo, ogni passo avanti è quindi frutto di un lavorio minuto, fatto di relazioni ed elaborazioni che non si esauriscono con la realizzazione delle opere, ma che anzi iniziano proprio dalla loro creazione. Le opere assumono cosi una funzione archetipa, perché costituiscono il precedente che tiene unito simbolicamente ogni elemento, rendendolo parte integrante del contesto, in vista di nuove, possibili iniziative. Gli abitanti dei vari quartieri, coinvolti nelle pratiche artistiche, scoprono l’amore per l’arte incontrandola attraverso il desiderio per la città. Inoltre osservando quel che avviene in luoghi più o meno vicini intrecciano reti di relazioni e scambi d’esperìenze … “

(Anna Di Salvo, Le molte dimensioni dell’arte)

    

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