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In Italia morire per aborto

laiga.logo

14 gennaio 2015

In Italia morire per aborto volontario è un evento straordinario.
Infatti nel 2013 vi sono state 102760 Interruzioni Volontarie di gravidanza e sempre in quell’anno la percentuale di complicanza emorragica è stato del 1,7%, senza nessun decesso.

La complicanza può purtroppo accadere, anche se i medici operano con coscienza e diligenza.

In questi casi i medici non obiettori quelli che eseguono materialmente le interruzioni di gravidanza tutti i giorni, possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza.

Infatti gli altri operatori sanitari, medici, infermieri ed ostetriche, in primis, pongono attenzione sul fatto che si tratta di interruzione di gravidanza e quindi il caso non li coinvolge.

Vi è cioè una latenza psicologica, uno “iato” mentale, prima che il personale e l’ambiente tutto, intorno, entri in movimento attivo e rapido e dopo un momento di rifiuto (sono obiettore) realizzi che vi è uno stato di emergenza in cui deve essere attivo e rapido.

Talvolta questo iato mentale, che noi non obiettori conosciamo, può far sì che all’inizio di una complicanza si sia soli ad affrontarla e può rallentare pericolosamente la gestione di una complicanza grave.

I servizi di interruzione di gravidanza sono spesso isolati all’interno degli ospedali, visti come qualcosa che non dovrebbe proprio esserci, e che meno si vede, meno si guarda e meglio è. Infatti, in diversi ospedali, sono dislocati al di fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze.

Questo, più che gli errori, può provocare dei danni alle donne. Il diritto alla scelta deve essere riconosciuto pienamente dalle istituzioni, con il sostegno chiaro agli operatori che applicano la legge 194.

Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 [zeroviolenza]

***

Il comunicato della LAIGA diramato in relazione alla morte di Gabriella Cipolletta, che era ricorsa ad un intervento di IVG  all’Ospedale Cardarelli di Napoli, apporta tristi riflessioni sul contesto sanitario-legale e deontologico nel quale viene eseguito. E non solo al Cardarelli.

Nel Giuramento di Ippocrate tra i vari principi deontologici viene accettato l’obbligo: di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute ,,,

Il Giuramento non è un obbligo giuridico, ma solo etico, senza il quale si può comunque esercitare la professione medica (anche se nel fascicolo personale può costituire notazione disciplinare). Ma se c’è una professione esattamente sul filo della vita e della morte è quella medica che presuppone una deontologia etica non certo confessionale, ma sul piano dei diritti universali.

Nella fattispecie è come se le figure sanitarie mosse da ideologie integraliste dicessero: non posso salvarti perché sei in peccato o stai commettendo un peccato, punendo nell’eventualità mortalmente la peccatrice.

Strano che nella giurisprudenza non vengono, secondo dottrina (anche la giurisprudenza è molto sul filo della vita e della morte), anteposti principi confessionali, mentre nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza l’obiezione confessionale è vincente.

E’ opportuno qui richiamare il comunicato-appello della LAIGA, del 1° ottobre 2015, che mette in allarme: EMERGENZA 194: UNA LEGGE DELLO STATO NON PIU’ APPLICABILE.

L’appello rivolto alle/ai parlamentari tra l’altro lamenta:

Si tratta di una vera e propria emergenza visto che la maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge 194 praticano l’IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L’età media dei/lle ginecologi/ghe non obiettori, infatti, è superiore ai cinquanta anni.

Già ora le difficoltà nell’applicazione della legge 194/78 sono enormi per l’alto numero dei medici obiettori, perché le norme impediscono a chi è in pensione di lavorare in strutture pubbliche o convenzionate e, inoltre, non consentono a chi è in servizio di lavorare part time presso altre strutture pubbliche.

La situazione è già disastrosa ma molto presto peggiorerà: i medici non obiettori negli ospedali scompariranno e le donne che non intendono portare avanti la gravidanza non potranno più abortire. Una legge dello Stato sarà di fatto inapplicabile.

Va anche considerato che non ci sono scuole di specializzazione in cui i/le giovani che intendono specializzarsi in ginecologia possano formarsi apprendendo le più moderne tecniche per l’IVG.

Nel volgere di un tempo rapidissimo l’effetto sarà la scomparsa di medici non obiettori e la conseguenza sarà la solitudine delle donne in un momento delicato come quello di una gravidanza indesiderata.

Questo appello intende informare tutti/e i/le parlamentari di questa gravissima situazione e chiedere di prendere dei provvedimenti urgenti per evitare che le donne italiane siano costrette a tornare all’aborto clandestino …

***

Va ricordato anche che proprio l’8 Marzo 2014:

… il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in http://www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. [LAIGA]  

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Banalmente morire

Gabriella Cipolletta muore a 20 anni, all’Ospedale Cardarelli di Napoli, per emorragia durante un intervento di interruzione di gravidanza. In seguito alla denuncia dei genitori vengono inviati Ispettori ministeriali. Gli stessi hanno rilevato “criticità” in 3 casi su 4 riguardanti le ultime quattro tragedie di donne in gravidanza morte a dicembre durante il ricovero negli ospedali di Bassano del Grappa, San Bonifacio (VR) e Brescia.

***

Inoltriamo il nostro appello per la verità sulla tragica vicenda che ha portato alla morte, per emorragia nel corso di un intervento di IVG, di una giovane donna, Gabriella. E’ a lei e a chi l’ama che dobbiamo tutto il nostro impegno a presidiare l’applicazione delle norme che abbiamo conquistato per salvaguardare la nostra salute. A noi tutte e a tutte coloro che si accostano alla sanità pubblica per l’esercizio del diritto alla salute, deve essere data la certezza che le ideologie integraliste incombenti non interferiscano nella qualità delle prestazioni sanitarie rivolte alle donne.

Le eventuali strumentalizzazioni, rivolte a ridiscutere norme come la legge 194, sarebbero volgari tentativi volti a dissimulare il fatto che a pagare tanto gli sprechi quanto i tagli, nel servizio sanitario, sono proprio le donne.

Chiediamo di sottoscrivere l’appello e di diffonderlo 

UDI di Napoli

Non si può morire d’aborto

Il “Comitato per l’applicazione della legge 194” della Campania esprime la propria solidarietà e vicinanza alla famiglia di Gabriella a cui si stringe. E’ necessario dire che va respinta ogni strumentalizzazione di questa perdita drammatica di una ragazza di appena 19 anni, strumentalizzazione volta ad attaccare l’interruzione volontaria di gravidanza. Vogliamo ricordare che la legge 194 garantisce la tutela e la salute della vita delle donne. D’altra parte l’Ospedale Cardarelli, rispetto all’IVG, è sempre stato un presidio costantemente monitorato. Ci chiediamo se questo decesso non sia da ricondurre a uno dei casi di malasanità, occorsi recentemente perfino in donne partorienti, e chiediamo che sia fatta piena luce sulle cause del decesso e sulle procedure di intervento seguite. È questa la prima  di giustizia e di rispetto per la memoria di Gabriella e per la sua famiglia. Ricordiamo che lo slogan nei lontani anni settanta era: aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire.

Adesioni:  Comitato per l’applicazione della legge 194, Assemblea delle Donne di Napoli per la restituzione, Associazione Casa delle Donne di Napoli, Udi Napoli, Udi Reggio Calabria, Collettivo 105, Adateoriafemminista, Save194 insiemepernontornareindietro, Terra Prena, Le Kassandre, Donne in nero di Napoli, Arcidonna Napoli, Collettivo Resistenza femminista, UDI Nazionale, Noi Donne.

Simona Ricciardelli, Stefania Cantatore , Elena Pagliuca, Liliana Valenti, Chiara Guida, Stefania Tarantino, Raffaella Capuozzolo, Anna Maria Cicellyn Comneno, Iaia de Marco, Laura Capobianco, Teresa Potenza; Grazia Zimmaro, Anna Canzanella, Franca Pinto,Rosanna Ferreri, Ileana Remini, Roberta Capone, Gigliola De Feo, Elena Merolla, Angela Gentiletti, Amalia Fanelli , Elisabetta Riccardi ,Vera Cimmaruta, Marina Frezza, Emilia Valentino, Tina Marroccoli, Anna Abbate, Mriarosaria Bonetti, Tina Cimmino, Mariateresa Scarpelli, Marcella Torre, Marianna Matacena, Nadia Nappo, Maura Maffezzoli, Graziella Matera, Clara Pappalardo, Pina Tommasielli, Lucia Coletta, Maria Luisa Nolli, Enza Turco, Laura Fiore, Marsia Modola, Anna Riccardi, Melina Gatti, Carmen Armaroli, Anna La Ragione, Annamaria Raimondi, Vittoria Tola, Maria Acampa.

Per adesioni donnedinapoliperlarestituzione@gmail.com, oppure messaggi o commenti su Facebook.

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LA CORTE COSTITUZIONALE E L’ARROGANZA DEL POTERE

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LA Corte Costituzionale, ancora una volta, è intervenuta per cancellare un divieto della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita. Si tratta in questo caso del divieto della diagnosi pre – impianto per le coppie fertili ma portatrici sane di patologie genetiche. Anche questa volta, come per le 36 sentenze dei tribunali e le 3 della Consulta, seguite all’approvazione della legge e al referendum abrogativo dove, l’entrata a gamba tesa del Vaticano, permise il non raggiungimento del quorum, la sentenza arriva in conseguenza di un ricorso.

Maria Cristina Paolini, Armando Catalano, Valentina Magnanti e Fabrizio Cipriani, sono loro le coppie che si sono rivolte alla Corte contro quel divieto. A undici anni dall’approvazione della legge 40, che molte donne abbiamo, a suo tempo, definito “oscurantista, moralista, proibizionista”, nata da sentimenti di rivalsa maschile contro la libertà femminile, sono ben 4, compreso l’ultimo, i divieti cancellati dai tribunali e dalla Consulta e condannati dalla Corte suprema europea dei diritti di Strasburgo. Il divieto di produzione di più di tre embrioni e quello dell’obbligo di contemporaneo impianto di tutti e tre sono stati rimossi dalla Consulta nel 2009, mentre il divieto della fecondazione eterologa è stato cancellato dalla Corte nell’ aprile 2014.

Le battaglie giudiziarie non sono ancora terminate, si è in attesa, infatti, di udienza sia presso la Consulta che la suprema Corte europea del divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Insomma dell’impianto della legge 40, così come l’avevano voluta i politici, sostenuti dalla chiesa del cardinale Ruini, è rimasto ben poco, grazie a quelle donne che non si sono arrese alla forza della legge. E’ la libertà femminile che le varie sentenze hanno riconosciuto, contro la volontà dei politici, contro la forza e la violenza del potere.

Non è più possibile – come hanno tentato di fare politici e Vaticano – imbrigliare la volontà di una donna di decidere quando e come diventare madre. Lo hanno dimostrato tutte quelle donne che, dopo averne contrastato la sua approvazione insieme ad altre, tenacemente l’hanno combattuta nei tribunali. Quelle sentenze non cancellano solo degli articoli di legge, ma condannano un modo, più maschile che femminile, di intendere il potere – confuso con la politica – come esercizio della forza contro le donne, in questo caso, sul cui corpo si è legiferato.

Condannano l’arroganza , la sordità, l’autoreferenzialità di una classe politica che ha “tirato dritto”, nonostante le ragioni e le proteste di tante donne, ed ha cercato di imporre per legge la propria visione del mondo. E’ questa una delle eredità del ventennio berlusconiano che il governo Renzi, convintamente, ha raccolto e sta portando avanti con spregiudicatezza, nel tentativo di imporre la sua visione neoliberista – individualista del mondo, del lavoro, delle istituzioni, dell’economia, della scuola, dove a dominare è la legge del più forte e chi non è d’accordo col “sovrano” di turno, è visto come “un nemico” da disprezzare, umiliare, abbattere.

In questo mondo non c’è spazio per il dialogo, le relazioni, lo scambio, le mediazioni, i sentimenti – su cui le donne hanno costruito la loro politica – considerati intralci, perdita di tempo. Renzi e il suo governo, alla sentenza della Corte sulla cancellazione del divieto della fecondazione eterologa, hanno risposto, pur non potendolo fare, ribadendo il divieto in mancanza di un intervento legislativo del Parlamento, di cui non si ha più notizia. Un tentativo questo per continuare a rendere difficile per una donna diventare madre quando e come lo desideri.

Faranno lo stesso con quest’ultima sentenza? Per fortuna le sentenze, tutte, hanno valore esecutivo immediato. In questi anni per le donne è diventato sempre più difficile e rischioso, in questo Paese, non solo decidere di interrompere una gravidanza ma anche partorire.

E questo è ancora più vero nella nostra regione, dove in molti ospedali non solo la 194 viene disattesa ma si muore anche di parto. E muoiono anche neonati. In molti ospedali non esiste il reparto di neonatologia – come a Vibo Valentia – e dove c’era, come a Lamezia Terme, è stato chiuso in nome della spending review.

Le donne muoiono come la giovane Katia Caloiero, di 39 anni, morta dopo il parto all’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Sulla vicenda la Procura ha aperto un’indagine ed iscritto nel registro degli indaganti otto persone.

Muoiono neonati per asfissia come la bambina sull’autombulanza, durante il trasporto da Vibo a Catanzaro. E intanto il reparto di neonatologia di Catanzaro scoppia e una bimba da giorni combatte per sopravvivere ad un’infezione di streptococco. Malasanità?

Non solo.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud 16/05/2015

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Proposta Gallardòn

 (foto polisblog)

NOI CON LE DONNE SPAGNOLE :  NO ALLA PROPOSTA GALLARDÓN

Le donne  italiane dicono NO al tentativo di limitare la libertà delle donne spagnole, il loro diritto all’autodeterminazione e alla  scelta di una maternità consapevole.

L’ “antiproyecto de ley” del ministro della giustizia spagnolo Gallardón, presentato il 20 dicembre 2013, intende cancellare il diritto di scelta  all’interruzione volontaria di gravidanza  riconosciuto alle donne spagnole dalla legge del 2010 introdotta dal governo Zapatero.

Attualmente  in Spagna, in linea con la legislazione prevalente in materia nei paesi dell’Unione Europea, la legge stabilisce un tempo – le prime 14 settimane – entro cui è riconosciuto alla donna l’esercizio pieno del diritto di scelta; al contrario, la proposta Gallardón affida ogni decisione ai medici, al giudice, ai genitori. L’aborto inoltre è previsto solo nel caso di violenza sessuale (fino alla 12a settimana) e di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, con rischio permanente o duraturo nel tempo, accertato da due esperti (fino alla 22a settimana).

La proposta ignora  i risultati positivi del sistema in vigore (p.e. la riduzione di ben 6 mila casi di aborto nel 2012 rispetto all’anno precedente) e, proponendo di punire i medici trasgressori, finisce per incentivare l’aborto clandestino, i viaggi oltre confine, i guadagni ‘occulti’ di chi è abituato a ‘monetizzare’ le  paure altrui.

La proposta Gallardón è  un chiaro tentativo di oppressione delle donne, di restaurazione del patriarcato; un attacco alla libertà delle donne e al loro diritto di cittadinanza, la cui primaria manifestazione è l’autodeterminazione nel diritto alla salute e nelle scelte riproduttive.

Consapevoli della gravità dell’attacco, le donne e gli uomini europei che fanno riferimento alla Carta Europea dei diritti fondamentali, chiedono che la proposta Gallardón venga immediatamente ritirata, in quanto violazione dei diritti di tutte le donne in Spagna e in Europa, un vero e proprio “golpe” autoritario  e ideologico.

Le donne italiane, da sempre impegnate ad affermare la loro soggettività, e  il diritto alla gestione del proprio corpo, a scegliere liberamente la maternità e a contrastare i ripetuti attacchi all’applicazione della legge 194/78, annunciano la loro mobilitazione insieme alle donne spagnole, e a tutte/tutti coloro che si impegneranno affinché la proposta  Gallardón venga bloccata prima di essere portata alla discussione delle Cortes, e affinché qualsiasi proposta simile sia condannata quale grave violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne.

Chiediamo inoltre agli eletti e alle elette al Parlamento Europeo una forte ed incisiva presa di posizione che garantisca alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.

Una Europa senza diritti delle donne, semplicemente non è.

 

Casa Internazionale delle Donne, UDI – Unione Donne in Italia, Snoq Factory, Snoq Roma, Wilpf-Italia, Coordinamento Donne Cgil Roma e Lazio, Sciopero delle donne, Associazione Punto D, Assolei onlus, Associazione Differenza Donna, GiULiA, Giornaliste Unite Libere Autonome, Luisa Betti – piattaforma web “Donne x Diritti”, Uil di Roma e Lazio – Coordinamento pari opportunità, Noi Donne, Zeroviolenzadonne Onlus, Laiga.

***

Da UDI Nazionale:

riunite  presso la Casa Internazionale, abbiamo concordato e condiviso il testo allegato, in adesione e sostegno alla lotta delle donne spagnole contro l’ antiproyecto de ley proposto dal ministro Gallardòn.

La conferenza stampa per il lancio dell’iniziativa è prevista per il 30 gennaio prossimo e il  1° febbraio alle 15.00 a Roma saremo tutte a manifestare sotto l’ Ambasciata Spagnola.

Si è deciso di essere presenti senza insegne e di condividere soltanto uno striscione rosso con la scritta ” YO DECIDO”, da srotolare dalla balaustra della scalinata di  Trinità dei Monti. – In piazza distribuiremo volantini con il nostro testo e quello delle donne spagnole.

Le donne spagnole il 1° febbraio partiranno da più città verso la stazione Athoca di Madrid  (el tren de la libertad) per poi recarsi davanti al Parlamento per esigere che venga mantenuta la legge attuale su salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria dell’aborto. Appelli e comunicati giungono anche da Parigi, Bruxelles, Milano, Firenze, per una mobilitazione il 1° febbraio davanti alle  Ambasciate e Consolati spagnoli in concomitanza con la marcia.

Alla rete europea (link) bisogna aderire singolarmente RIFERENDOSI AL TESTO dell’ Appello come ha fatto anche  UDI NAZIONALE  e  vi invitiamo a fare TUTTE  altrettanto.

Appuntamenti:

ROMA: P.zza di Spagna, ore 15.00 – sotto all’Ambasciata spagnola, Piazza Mignanelli, ore 15:30

MILANO: via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto al Consolato spagnolo

FIRENZE: via de’ Servi 13, (orario da precisare) sotto al Consolato spagnolo

Pagina FB https://www.facebook.com/womenareurope

Adesioni: http://goo.gl/EFgIQ3

***       

                                    

“ Porque yo decido”

L’appello che il 1° febbraio le donne spagnole consegneranno alle Cortes Generales, il Parlamento spagnolo

Perché io decido

Perché io decido a partire dall’autonomia morale, che è la base della dignità personale, non accetto imposizioni, o proibizione alcuna per quanto riguarda i miei diritti sessuali e riproduttivi e, perciò, la mia realizzazione come persona. Come essere umano autonomo mi rifiuto di essere sottomessa a trattamenti degradanti, ingerenze arbitrarie e tutele coercitive nella mia decisione di essere o meno madre.

Perché sono libera invoco la libertà di coscienza come il bene supremo su cui fondare le mie scelte. Considero cinici quelli che fanno appello alla libertà per limitarla e malevoli quelli ai quali non importandogli la sofferenza causata vogliono imporre a tutti i propri principi di vita basati su ispirazioni divine. Come essere umano libero mi nego ad accettare una maternità forzata e un regime di tutela che condanna le donne alla “minore età sessuale e riproduttiva”.

Perché vivo in democrazia e sono democratica accetto le regole del gioco che tracciano i confini dei diritti dai peccati e della legge dalla religione. Nessuna maggioranza politica nata dalle urne, per molto assoluta che sia, è legittimata a convertire i diritti in delitti e ad obbligarci a seguire principi religiosi mediante una sanzione penale. Come cittadina esigo che quelli che ci governano non trasformino il potere democratico, salvaguardia della pluralità, in dispotismo.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo dal governo, da qualunque governo, che promulghi leggi che favoriscano l’autonomia morale, preservino la libertà di coscienza e garantiscano la pluralità e la diversità di interessi.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo che si mantenga l’attuale Legge sulla salute sessuale e riproduttiva  e sull’interruzione volontaria di gravidanza per favorire l’autonomia morale, preservare la libertà di coscienza e garantire la pluralità di interessi di tutte le donne.

Scritto da Alicia Miyares, traduzione di Nadia DeMond

***

  • A leyes más restrictivas, más abortos
  • Un estudio mundial revela que hay más interrupciones del embarazo allá donde es ilegal
  • Criminalizarlo es una estrategia cruel y fallida y conlleva más riesgos para la madre
  • En España, el cambio a la ley de plazos no alteró las tendencias

Uno studio pubblicato su The Lancet rivela che il tasso di aborti è inferiore nei paesi con leggi più permissive, e sono più numerosi dove l’intervento è illegale o è molto limitato, anche se le donne devono ricorrere alle cliniche clandestine e mettendo in pericolo la loro salute. “Approvare leggi restrittive non riduce il tasso di aborti” dice Gilda Sedgh, autrice dello studio, “ma si incrementa la morte delle donne.” “Denunciare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto è una strategia crudele e fallimentare,” dice Richard Morton, direttore di The LancetAntìa Castedo.

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V-Day 14 febbraio 2013

1 billion_vd

1 Billion Rising

Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere

V-DAY 

Non sopporto

di Eve Ensler

Non sopporto lo stupro.

Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.

Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.

Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo. 

Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.

Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.

Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.

Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.

Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.

Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.

Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.

Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.

Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.

Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!

Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.

Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.

Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.

Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.

Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita – distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.

Niente donne, niente futuro, chiaro.

Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico  possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.

Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.

Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?

Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?

Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.

E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.

E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.

E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.

Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.

Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.

Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.

UN MILIARDO DI DONNE.

Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.

Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.

Perchè noi non lo sopportiamo più.

(Uffington Post 11/11/11)

(trad. UDIrc)

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Pescecani in incognito

L’agente Betulla è un giornalista: Renato Farina. O meglio, il giornalista Farina è anche agente dei Servizi Segreti. Fornisce informazioni e notizie manipolate o false per fini eterodiretti. Più volte scoperto, processato, riconosciuto colpevole: [ha] irrimediabilmente compromesso il decoro e la dignità professionale… arrecato danno alla dignità dell’Ordine professionale, recita una sentenza (diversi infatti i procedimenti giudiziari per vari casi).

Radiato dall’Albo (anche se si dimette poco prima), non può scrivere come professionista, ma gli viene lanciata una ciambella di salvataggio e come opinionista può continuare a scrivere. Si firma Dreyfus. L’allusione al caso del celebre capitano francese è plateale: condannato ingiustamente per spionaggio, fu degradato con cerimonia di rito: strappati i gradi, spezzata la spada, ma riabilitato poi faticosamente.

Per Betulla, condannato e degradato – fuori dall’Albo, la penna spezzata – i suoi solidali si adoperano immediatamente e facilmente, di fatto, per un risarcimento e una riabilitazione: al Miting di Rimini lo applaudono come salvatore della patria (Betulla al processo per il rapimento dell’imam di Milano dichiara di aver agito secondo l’art. 52 della Costituzione: difendere la Patria è sacro dovere del cittadino), proposto dal Pdl per l’Ambrogino d’oro, Berlusconi lo candida in parlamento, il direttore Vittorio Feltri del giornale Libero, per cui scriveva, continua a tenerlo. E ugualmente il successivo direttore Sandro Sallusti, adottando la tecnica storica, in contromossa, della santificazione o istituzionalizzazione o promozione immediata.

E’ da presumere che Dreyfus-Betulla scriva dunque sotto un esaltato quanto beffardo impulso-proclama d’innocenza.

La linea continua tanto da essere incriminato un suo (oggi sappiamo) articolo per falso e diffamazione su querela. Si celebrano i tre gradi di processo, esito 14 mesi di carcere ma comminati a Sallusti come direttore.

In parlamento il deputato Farina confessa, è lui Dreyfus, dopo che Feltri ne aveva rivelato l’identità: Quel testo è mio, me ne assumo la responsabilità morale e giuridica. Chiedo scusa al magistrato: le notizie di quel commento erano sbagliate.

Ora è troppo tardi, infame! – commenta Mentana. Infatti l’articolo è del 2007, la sentenza è ormai in giudicato con pronuncia della Cassazione e nota della Corte: “Condanna non per opinione ma per pubblicazione di notizia palesemente falsa”. Dreyfus era rimasto in incognito.

Cosa vi era di falso nell’articolo e non dunque solo un’opinione che ha offeso e diffamato, secondo la Corte?

Parole gesti comportamenti letteralmente inventati, giusto per creare una fiction emozionale, per aizzare fino allo sdegno da pena di morte.

Una ragazza minorenne rimane incinta e l’opinionista Dreyfus così la descrive, alle prime battute: … Costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata. Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione del cuore infallibile di una madre.

Deduciamo che Dreyfus era presente, ha visto e sentito… la ragazza non voleva, si divincolava (non l’avrà il ginecologo legata a un letto di contenzione)… non sentiva ragioni per avere già il cuore infallibile di madre (fa pensare a… un cuore ex cathedra). La terminologia è ancorata a quel repertorio sulla ferrea affermazione della proprietà sociale e confessionale del corpo della donna. I termini, le loro sfumature emozionali, gli impliciti, e i personaggi: madre e padre, ginecologo, giudice subiscono un riadattamento per l’esigenza rappresentativa dell’assunto della fiction, ignorando come le cose siano andate in realtà. Il tratto fondamentale è la loro criminalizzazione.

I genitori hanno pensato: «È immatura, si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi»Capiamo che Betulla è riuscito a infiltrarsi anche nei pensieri dei genitori. E continua ad arpeggiare parole lacrimevoli e irrispettose (… strappare in fretta quel grumo dal ventre… quell’altro … rompiballe urlante) per suscitare disprezzo, anzi odio sociale nei loro confronti attraverso i pensieri attribuiti.

Entra in scena nel pezzo-fiction il magistrato: … allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando: aborto coattivo … Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale. Betulla per la precisione dei termini adottati è presente, vede è sente – noi capiamo. Coattivo significa coattivo, pazza significa pazza, pazzia il sostegno psicofisico necessario… Ma è il comportamento attribuito al giudice che farà scattare la querela, il giudice non può aver agito come viene riferito nell’articolo.

Le disposizioni in merito non conferiscono al giudice poteri giudiziali-discrezionali, ma di tutela e verifica di fronte a una richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte della donna minorenne, con l’assenso di padre e madre e con l’ausilio dei servizi di assistenza sociale.

Se manca l’assenso delle parti genitoriali, o di una, interviene il giudice che verifica le condizioni e la volontà di procedere alla IVG. In tal caso ricorre alle valutazioni delle strutture esterne: … il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza (art 12,  L. 194).

Non applica dunque giurisprudenza, non emette sentenza, ma autorizza con un nihl obstat a dar corso alla volontà della donna, nella traccia di quanto prescrive la 194.

Dunque perfettamente legittima la querela di Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare del caso, contro Dreyfus e di conseguenza contro il direttore Sallusti che ha ospitato un articolo che riferisce comportamenti attribuiti non veritieri e diffamatori.

Fosca Binker su Libero fa la cronistoria di come Dreyfus non poteva non scrivere così. Riferisce che tutto parte da un articolo della Stampa di Torino: «Obbligata ad abortire a 13 anni» con occhiello e altre notizie (che si riveleranno non vere).

Boccone ghiotto per Dreyfus che ricuce a tavolino l’elzeviro (18/02/’07/ e senza avere conoscenza diretta e verifica dei fatti, soprattutto il sospetto sulla procedura abnorme.

Diverse le smentite e le rettifiche che si susseguiranno sulle notizie false, ma a Libero non arrivano, perché – scrive Binker –  … Libero … non è abbonato all’Ansa… 

Rettifiche e smentite: «Tredicenne in psichiatria dopo l’aborto. “Costretta dai genitori”. “No, non è vero”. / «Aborto tredicenne: nessun intervento giudici tutelari» / «Non c’è stata alcuna costrizione del giudice». / Il giudice Giuseppe Cocilovo «le ha dato il permesso di prendere autonomamente una decisione».

Binker: Si va avanti così per giorni. Solo il 21 [2007] marzo su La Stampa appare bella nascosta nella rubrica delle lettere la rettifica firmata dal presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato. Titolo: «Ma il giudice non “ ordina” l’aborto». L’avesse mandata anche a Libero, sarebbe stata pubblicata. Ma questo non è avvenuto. Mai una rettifica diretta, solo la querela rivolta esclusivamente a Libero (nessuna citazione a La Stampa). Così per un’opinione espressa su una notizia pubblicata da un altro giornale oggi va in carcere Sallusti. Per restarci 14 mesi.

Le parole sono macigni e i danni sociali di una comunicazione lesiva sono incalcolabili. L’apparato di forza di Dreyfus fa parte del piano sinergico, ogni volta che se ne presenta l’occasione, per avversare l’autonomia e il diritto all’auto-determinazione delle donne, per contenerle nell’ovile di sempre.

Negare questo diritto alimenta umori di avversione e sfocia nella violenza anche fisica su di loro. Il fondamentalismo finto-etico mira a creare uno steccato di biasimo pubblico contro una determinazione individuale consapevole che investe la dimensione profonda della donna, nel suo corpo e nella sua mente. Offensiva la presunzione di incapacità ad esercitare una scelta consapevole sul proprio corpo, offensivo il divieto nello stesso senso. Offensivo un giudizio additante che ha una valenza e un riscontro di tipo sociale.

Giacché il senso dell’articolo, pur difendendo la presunta determinazione della ragazza di mantenere la gravidanza, è quello di demolire la 194 e di denigrare, demonizzare i suoi operatori sia che la applichino legittimamente sia attribuendo loro la volontà di applicarla a tutti i costi e con abuso, come riferisce Dreyfus.

E’ puro terrorismo scrivere: … se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice. Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretto alla follia.

E le successive smitragliate con Virgilio, l’Eneide, l’uccisione del figlioletto di Priamo, lager, gulag, il costringere una madre a veder uccidere il figlioletto davanti ai suoi occhi, sono la truce incastellatura sul corpo della ragazza nel presupposto che il giudice abbia ordinato l’aborto … far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene.

Semplicemente il giudice non poteva farlo. E Dreyfus doveva saperlo, se non altro come agente Betulla.

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Costituzionale costituzionale la 194

Il primo attacco frontale alla Legge 194 risale al maggio 1981: l’abrogazione richiesta per via referendaria venne respinta dalla volontà popolare con l’85 % di no. In seguito innumerevoli i tentativi subdoli e trasversi di vanificarla di fatto: i filtri confessionali via consultori, leggi regionali, l’obiezione generalizzata ospedaliera e farmaceutica (91,3% Lazio, 73% Calabria, alcune strutture 100%), oltre ai tentativi bi-partizan in parlamento, campagne miliziane e aiutini mercenari…

Ci riprova a gennaio un giudice che la ritiene incostituzionale e ne deferisce l’esame alla Corte Costituzionale, con qualche dovuto funambolismo.

La Corte si era già espressa in precedenza in diverse sentenze affermando sostanzialmente il principio che nella ratio e nel contesto della 194 il compito del giudice non è giudiziale, ma di tutela e verifica.

Vale la pena riportare qualche passo del giurista costituzionale Paolo Veronesi che ne fa una disamina tecnica (Il corpo e la Costituzione: concretezza dei “casi” e astrattezza della norma, Ed. Giuffré, 2007, pg. 117/123).

[La donna e il suo corpo:]

E’ infatti innanzi tutto necessario – come già si è accennato – riconoscere che la potenziale madre possieda diritti su se stessa…

… si tenta insomma di sottrarre via via terreno agli spazi di decisione oggi accordati alla donna; si amplia con ciò lo iato che separa la sua volontà dal proprio corpo, negandosi per giunta l’immedesimazione donna-feto…

[Soggetti interessati ad ostacolarne i diritti:]

... si vorrebbero mettere a tacere o ridimensionare i diritti costituzionali della donna (in primis, quelli tutelati daggli artt. 13 e 32 Cost.) a favore dell’esclusiva o comunque sbilanciata tutela – contra Costituzione – degli altri soggetti coinvolti nella fattispecie.

[La Corte Costituzionale e il compito del giudice:]

la Corte ha escluso che il “merito” della determinazione finale di abortire costituisca una co-decisione in cui vada variamente trasfusa anche la volontà del giudice (81). Il suo ruolo sarebbe invece quello (tutto “esterno”) di valutare l’esatta osservanza delle procedure, la serietà dell’avvenuta ponderazione dei beni in gioco, l’effettiva capacità della minore di comprenderne la portata (82). Da qui l‘irragionevolezza della pretesa equiparazione dei giudici tutelari al personale sanitario necessariamente coinvolto nell’intervento abortivo. E da qui anche la manifesta inammissibilità, per difetto di rilevanza, delle quaestiones sollevate dai giudici tutelari avverso le norme che disciplinano ¡ presupposti giustificativi dell’aborto. Nella prospettiva della Corte, infatti, i rimettenti neppure applicherebbero tali disposti; la loro attività si collocherebbe in tutt’altra sfera (83).

 [Il giudice tutelare di fatto:]

… Ad ogni modo, l’obiettivo di ostacolare la volontà della donna viene, in questi casi, immediatamente raggiunto sul piano processuale: sollevare la quaestio di legittimità a fronte di una richiesta della minore significa infatti imporre a quest’ultima — già in difficoltà — di praticare, in extremis, altre strade (come il coinvolgimento dei genitori, anche quando ciò possa risultare sconsigliato, o il devastante ricorso all’aborto clandestino). Oppure, finisce per riversare sul medico la responsabilità di certificare l’urgenza di provvedere. O, ancora, vuole comunque indurre la minore a portare a termine la gravidanza (pur se in presenza dei presupposti che la legittimerebbero a invocare l’intervento abortivo (84). Di fatto, questo comportamento consente al giudice di porre in essere la propria obiezione di coscienza, anche se esclusa dalla legge e respinta dalla Corte; e di sostituire a una decisione “in concreto” della diretta interessata, l’affermarsi di un’opzione assiologica altrui.

 ***

L’eccezione di legittimità costituzionale sulla L. 194 era stata sollevata da un giudice di Spoleto investito del caso di una diciassettenne, come prevede la legge se manca il coinvolgimento genitoriale, che aveva espresso chiara determinazione a non proseguire la gravidanza per seri motivi di inadeguatezza e turbamento. Così indicano le relazioni dei sevizi sociali e del consultorio.

Il giudice ha ritenuto contrastanti l’art. 4 della 194 con i principi fondamentali della Costituzione italiana, in particolare:

l’art. 2 (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…),

l’art. 11 (L’Italia … consente alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni…),

e 32/1° comma (La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività… La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona.) 

e 117/1° (La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione…tutela della salute… protezione civile…).

Ma soprattutto la struttura del ricorso alla Corte Costituzionale poggia sulla Sentenza della Corte di Giustizia Europea 18/10/2011, espressa in materia di brevettabilità delle invenzioni biotecnologiche, nel presupposto di quanto afferma riguardo la tutela, definita assoluta, dell’embrione: «sembra doversi ritrarre la conclusione sostanziale che l’embrione umano è suscettibile di tutela assoluta in quanto ‘uomo’ in senso proprio, seppur ancora nello stadio di sua formazione / costituzione mediante il progressivo sviluppo delle cellule germinali».

Nella sentenza (a parte le critiche che ne sono scaturite) è precisato anche che: « deve essere riconosciuta questa qualificazione di embrione umano anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi »

E però la stessa Corte avverte nel testo della Sentenza / direttiva: « quanto al significato da attribuire alla nozione di “embrione  umano” prevista all’art. 6, n. 2, lettera c) della direttiva, si deve sottolineare che, sebbene la definizione dell’embrione umano costituisca un tema sociale particolarmente delicato in numerosi Stati membri, contrassegnato dalla diversità dei loro valori e delle loro tradizioni, la Corte non è chiamata, con il presente rinvio pregiudiziale, ad affrontare questioni di natura medica o etica, ma deve limitarsi ad un’interpretazione giuridica delle pertinenti disposizioni della direttiva». 

 ***

Non illudiamoci, gli attacchi alla legge 194 e a tutto quel poco/molto che vi ruota intorno (consultori, bioetica, ecc.) continueranno. La grande pressione storica delle donne, con l’UDI in prima linea, ha ancora il compito di sgretolare la ferrea stretta della conservazione patriarcale. Forze fondamentaliste, misogene, finto-etiche, che avversano l’autodeterminazione delle donne e sono il sottofondo di cui si alimenta la violenza nei loro confronti. L’interruzione volontaria della gravidanza è un diritto, una  responsabilità personale, ma non è un piacere. Le donne hanno diritto alla tutela pubblica della loro salute, senza doversi rivolgere a un torbido sottobosco con rischi mortali. Non possono essere considerate fattrici in nome e per conto, o peggio marsupiali in servizio fino a menopausa.

Le donne, in particolare in Italia, non ricorrono con leggerezza all’interruzione volontaria della gravidanza, lo dice la stessa relazione ufficiale ministeriale:

dalla Relazione annuale al Parlamento IVG 20011

  • Si conferma la tendenza storica alla diminuzione dell’IVG in Italia, che diventa ancor più evidente se si scorporano i dati relativi alle donne italiane rispetto a quelli delle straniere.
  • Si sottolinea come il tasso di abortività in Italia sia fra i più bassi tra i paesi occidentali; particolarmente basso è quello relativo alle minorenni, agli aborti ripetuti, e a quelli dopo novanta giorni di gravidanza.
  • Si configura in questo ambito una specifica situazione italiana: il panorama dei comportamenti relativi alla procreazione responsabile e all’IVG in Italia presenta sostanziali differenze da quelli di altri paesi occidentali e in particolare europei, nei quali l’aborto è stato legalizzato. Siamo in un paese a bassa natalità ma anche basso ricorso all’IVG – dunque l’aborto non è utilizzato come metodo contraccettivo – e insieme un paese con limitata diffusione della contraccezione chimica. Altri paesi (come Francia, Gran Bretagna e Svezia, ad es.) hanno tassi di abortività più elevati a fronte di una contraccezione chimica più diffusa, e di un’attenzione accentuata verso l’educazione alla procreazione responsabile.

In generale, il tasso di abortività sembra collegarsi non soltanto ai classici fattori di prevenzione (educazione sessuale scolastica, educazione alla procreazione responsabile, diffusione dei metodi anticoncezionali, facilità di accesso alla contraccezione di emergenza), ma anche a fattori culturali più ampi.

Fonte: Relazione del Ministro della salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/78). 

Relazioni annuali al Parlamento IVG 1999/2010

Interruzione volontaria di gravidanza – Testo della Legge n. 194 del 22 maggio 1978

Dieci anni fa

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