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In Italia morire per aborto

laiga.logo

14 gennaio 2015

In Italia morire per aborto volontario è un evento straordinario.
Infatti nel 2013 vi sono state 102760 Interruzioni Volontarie di gravidanza e sempre in quell’anno la percentuale di complicanza emorragica è stato del 1,7%, senza nessun decesso.

La complicanza può purtroppo accadere, anche se i medici operano con coscienza e diligenza.

In questi casi i medici non obiettori quelli che eseguono materialmente le interruzioni di gravidanza tutti i giorni, possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza.

Infatti gli altri operatori sanitari, medici, infermieri ed ostetriche, in primis, pongono attenzione sul fatto che si tratta di interruzione di gravidanza e quindi il caso non li coinvolge.

Vi è cioè una latenza psicologica, uno “iato” mentale, prima che il personale e l’ambiente tutto, intorno, entri in movimento attivo e rapido e dopo un momento di rifiuto (sono obiettore) realizzi che vi è uno stato di emergenza in cui deve essere attivo e rapido.

Talvolta questo iato mentale, che noi non obiettori conosciamo, può far sì che all’inizio di una complicanza si sia soli ad affrontarla e può rallentare pericolosamente la gestione di una complicanza grave.

I servizi di interruzione di gravidanza sono spesso isolati all’interno degli ospedali, visti come qualcosa che non dovrebbe proprio esserci, e che meno si vede, meno si guarda e meglio è. Infatti, in diversi ospedali, sono dislocati al di fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze.

Questo, più che gli errori, può provocare dei danni alle donne. Il diritto alla scelta deve essere riconosciuto pienamente dalle istituzioni, con il sostegno chiaro agli operatori che applicano la legge 194.

Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 [zeroviolenza]

***

Il comunicato della LAIGA diramato in relazione alla morte di Gabriella Cipolletta, che era ricorsa ad un intervento di IVG  all’Ospedale Cardarelli di Napoli, apporta tristi riflessioni sul contesto sanitario-legale e deontologico nel quale viene eseguito. E non solo al Cardarelli.

Nel Giuramento di Ippocrate tra i vari principi deontologici viene accettato l’obbligo: di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute ,,,

Il Giuramento non è un obbligo giuridico, ma solo etico, senza il quale si può comunque esercitare la professione medica (anche se nel fascicolo personale può costituire notazione disciplinare). Ma se c’è una professione esattamente sul filo della vita e della morte è quella medica che presuppone una deontologia etica non certo confessionale, ma sul piano dei diritti universali.

Nella fattispecie è come se le figure sanitarie mosse da ideologie integraliste dicessero: non posso salvarti perché sei in peccato o stai commettendo un peccato, punendo nell’eventualità mortalmente la peccatrice.

Strano che nella giurisprudenza non vengono, secondo dottrina (anche la giurisprudenza è molto sul filo della vita e della morte), anteposti principi confessionali, mentre nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza l’obiezione confessionale è vincente.

E’ opportuno qui richiamare il comunicato-appello della LAIGA, del 1° ottobre 2015, che mette in allarme: EMERGENZA 194: UNA LEGGE DELLO STATO NON PIU’ APPLICABILE.

L’appello rivolto alle/ai parlamentari tra l’altro lamenta:

Si tratta di una vera e propria emergenza visto che la maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge 194 praticano l’IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L’età media dei/lle ginecologi/ghe non obiettori, infatti, è superiore ai cinquanta anni.

Già ora le difficoltà nell’applicazione della legge 194/78 sono enormi per l’alto numero dei medici obiettori, perché le norme impediscono a chi è in pensione di lavorare in strutture pubbliche o convenzionate e, inoltre, non consentono a chi è in servizio di lavorare part time presso altre strutture pubbliche.

La situazione è già disastrosa ma molto presto peggiorerà: i medici non obiettori negli ospedali scompariranno e le donne che non intendono portare avanti la gravidanza non potranno più abortire. Una legge dello Stato sarà di fatto inapplicabile.

Va anche considerato che non ci sono scuole di specializzazione in cui i/le giovani che intendono specializzarsi in ginecologia possano formarsi apprendendo le più moderne tecniche per l’IVG.

Nel volgere di un tempo rapidissimo l’effetto sarà la scomparsa di medici non obiettori e la conseguenza sarà la solitudine delle donne in un momento delicato come quello di una gravidanza indesiderata.

Questo appello intende informare tutti/e i/le parlamentari di questa gravissima situazione e chiedere di prendere dei provvedimenti urgenti per evitare che le donne italiane siano costrette a tornare all’aborto clandestino …

***

Va ricordato anche che proprio l’8 Marzo 2014:

… il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in http://www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. [LAIGA]  

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La donna, tutte le donne fuori dalla fabbrica della violenza

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La guerra non è la guerra, come entità separata nei fatti che accadono sulla terra, ma è un ingranaggio della enorme macchina distruttiva che noi della specie azioniamo sulla terra senza risparmiare nessuna cosa e nessun essere.

È una macchina che dura da migliaia di anni e ce la scambiamo di secolo in secolo, di generazione in generazione, ne sostituiamo i pezzi, la manteniamo pulita ed efficiente per distruggere tutto, soprattutto i sogni delle giovani generazioni.

È una macchina perché è una entità senza anima e senza cuore, senza pensiero, senza affetti, punta a distruggere il futuro, a far ritornare tutto ad un anno zero del dolore e della morte. All’annientamento. Non pensa e soprattutto non ama nessuna cosa o essere. L’hanno azionata sempre gli uomini in modo collettivo e la azionano tuttora. Qualche volta le donne, per lo più in modo individuale.
La macchina distruttiva non agisce solo tra schieramenti militari, ma si materializza diffusamente anche nelle relazioni ordinarie tra le persone compiendo un lavoro che ha un nome: violenza. La potenza che esprime va da un grado elementare che parte dall’insulto della parola, del gesto, che penalmente potrebbe essere nemmeno sanzionabile, ma c’è. Fino al grado massimo, di distruzione e autodistruzione collettiva.
Ma c’è un obiettivo costante verso cui la macchina millenaria della violenza dirige la sua potenza e compie il suo lavoro: le donne. Non necessariamente è un lavoro sanguinario. Va dal pagarle meno degli uomini sul lavoro, ostacolarle nella carriera, ostacolarne la maternità, assoggettarle socialmente e nel nucleo familiare. Non considerarle. Appropriarsene sessualmente, offenderle nel sesso e nell’etnia. La soluzione finale: sopprimerle se non si sottomettono e dopo l’abuso…

Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci invita sempre a riflettere. Ogni anno il fraseggio, gira gira, è scontato per le addette ai lavori e per chi è ben consapevole, ma non è così per moltissimi uomini (e donne) a cui una sola giornata di sensibilizzazione forse apporta e importa poco o nulla. E’ in ogni caso un rito necessario per mantenere alta l’attenzione. Ma non sufficiente.
Per tradizione (ignoranza-disinformazione) per molto tempo si è parlato di raptus e momenti di follia sui giornali, in televisione, persino nelle relazioni di psicologi e sociologi, anche donne. Si sosteneva con convinzione, in più settori culturali e sottoculturali, che si trattava di gelosie o turbe mentali dell’uomo o addirittura di inadempienze della donna.

Ancora perdura qualche formula del delitto passionale. Anche in un Convegno a Reggio, organizzato dalle Pari Opportunità nel 2012 in cui si mescolavano grossolanamente violenza sulle donne e violenza sui bambini, le donne relatrici più o meno sostenute da un noto criminologo parlavano di delitti passionali e patologie.
Oggi è un dato indiscutibile che all’origine della violenza sulle donne ci sia la disparità di potere instaurata storicamente e ufficialmente riconosciuta nella coppia. C’é la persistente gerarchia patriarcale dominante nelle società ricche e povere, con i relativi privilegi. C’è un clima di sopraffazione che soprattutto nei paesi più poveri non viene né ostacolato né conosciuto o denunciato, piuttosto occultato. Di conseguenza in una umanità dispari e a mentalità maschile dominante, sono a rischio sia il riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, non ancora pienamente metabolizzata dall’uomo, sia l’applicazione di sanzioni soprattutto nei paesi più poveri.

«Il femminicidio, compiuto spesso dopo stupri e tortura è all’ordine del giorno in Guatemala». Così dice sul manifesto Ana Cofiño, antropologa e femminista di lunga esperienza, fondatrice del mensile La Cuerda.

Ma richiamiamo anche altre violenze estreme che le donne subiscono in aree di guerra per stupro-etnico, in medioriente e Africa e altrove. Si sequestrano per torturarle, schiavizzarle sessualmente, se ne fa compravendita o si uccidono …

Decenni di studio da parte di Comunità internazionali e nazionali (la C. CEDAW adottata dall’ONU nel 1979, Convenzione di Istanbul, il testo NoMore promosso dall’UDI, realizzato e sottoscritto da più di una decina di Associazioni) basterebbero oggi per orientare gli amministratori sulle giuste misure da prendere e sulle strade da percorrere.

Non c’è quasi più niente da studiare. C’è da fare azioni concrete soprattutto nell’ambito dell’educazione, familiare e scolastica, educare al rispetto dei diritti umani e civili di ogni essere vivente e dell’ambiente. C’è da fare prevenzione e tutela nell’ambito delle Istituzioni investendo in cultura, Università, Osservatori, Eventi, Reti e Strutture antiviolenza.

Come è scritto nella Convenzione No More la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:
• nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
• nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
• nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
• nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ma non si dirà mai abbastanza quanto diverse realtà femminili attive, preziose, restino marginali e frammentate con poca forza d’urto nello stabilire strategie comuni e perfino poco amichevoli nel piccolo litigio delle precedenze e delle visibilità.

UDIrc

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LA CORTE COSTITUZIONALE E L’ARROGANZA DEL POTERE

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LA Corte Costituzionale, ancora una volta, è intervenuta per cancellare un divieto della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita. Si tratta in questo caso del divieto della diagnosi pre – impianto per le coppie fertili ma portatrici sane di patologie genetiche. Anche questa volta, come per le 36 sentenze dei tribunali e le 3 della Consulta, seguite all’approvazione della legge e al referendum abrogativo dove, l’entrata a gamba tesa del Vaticano, permise il non raggiungimento del quorum, la sentenza arriva in conseguenza di un ricorso.

Maria Cristina Paolini, Armando Catalano, Valentina Magnanti e Fabrizio Cipriani, sono loro le coppie che si sono rivolte alla Corte contro quel divieto. A undici anni dall’approvazione della legge 40, che molte donne abbiamo, a suo tempo, definito “oscurantista, moralista, proibizionista”, nata da sentimenti di rivalsa maschile contro la libertà femminile, sono ben 4, compreso l’ultimo, i divieti cancellati dai tribunali e dalla Consulta e condannati dalla Corte suprema europea dei diritti di Strasburgo. Il divieto di produzione di più di tre embrioni e quello dell’obbligo di contemporaneo impianto di tutti e tre sono stati rimossi dalla Consulta nel 2009, mentre il divieto della fecondazione eterologa è stato cancellato dalla Corte nell’ aprile 2014.

Le battaglie giudiziarie non sono ancora terminate, si è in attesa, infatti, di udienza sia presso la Consulta che la suprema Corte europea del divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Insomma dell’impianto della legge 40, così come l’avevano voluta i politici, sostenuti dalla chiesa del cardinale Ruini, è rimasto ben poco, grazie a quelle donne che non si sono arrese alla forza della legge. E’ la libertà femminile che le varie sentenze hanno riconosciuto, contro la volontà dei politici, contro la forza e la violenza del potere.

Non è più possibile – come hanno tentato di fare politici e Vaticano – imbrigliare la volontà di una donna di decidere quando e come diventare madre. Lo hanno dimostrato tutte quelle donne che, dopo averne contrastato la sua approvazione insieme ad altre, tenacemente l’hanno combattuta nei tribunali. Quelle sentenze non cancellano solo degli articoli di legge, ma condannano un modo, più maschile che femminile, di intendere il potere – confuso con la politica – come esercizio della forza contro le donne, in questo caso, sul cui corpo si è legiferato.

Condannano l’arroganza , la sordità, l’autoreferenzialità di una classe politica che ha “tirato dritto”, nonostante le ragioni e le proteste di tante donne, ed ha cercato di imporre per legge la propria visione del mondo. E’ questa una delle eredità del ventennio berlusconiano che il governo Renzi, convintamente, ha raccolto e sta portando avanti con spregiudicatezza, nel tentativo di imporre la sua visione neoliberista – individualista del mondo, del lavoro, delle istituzioni, dell’economia, della scuola, dove a dominare è la legge del più forte e chi non è d’accordo col “sovrano” di turno, è visto come “un nemico” da disprezzare, umiliare, abbattere.

In questo mondo non c’è spazio per il dialogo, le relazioni, lo scambio, le mediazioni, i sentimenti – su cui le donne hanno costruito la loro politica – considerati intralci, perdita di tempo. Renzi e il suo governo, alla sentenza della Corte sulla cancellazione del divieto della fecondazione eterologa, hanno risposto, pur non potendolo fare, ribadendo il divieto in mancanza di un intervento legislativo del Parlamento, di cui non si ha più notizia. Un tentativo questo per continuare a rendere difficile per una donna diventare madre quando e come lo desideri.

Faranno lo stesso con quest’ultima sentenza? Per fortuna le sentenze, tutte, hanno valore esecutivo immediato. In questi anni per le donne è diventato sempre più difficile e rischioso, in questo Paese, non solo decidere di interrompere una gravidanza ma anche partorire.

E questo è ancora più vero nella nostra regione, dove in molti ospedali non solo la 194 viene disattesa ma si muore anche di parto. E muoiono anche neonati. In molti ospedali non esiste il reparto di neonatologia – come a Vibo Valentia – e dove c’era, come a Lamezia Terme, è stato chiuso in nome della spending review.

Le donne muoiono come la giovane Katia Caloiero, di 39 anni, morta dopo il parto all’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Sulla vicenda la Procura ha aperto un’indagine ed iscritto nel registro degli indaganti otto persone.

Muoiono neonati per asfissia come la bambina sull’autombulanza, durante il trasporto da Vibo a Catanzaro. E intanto il reparto di neonatologia di Catanzaro scoppia e una bimba da giorni combatte per sopravvivere ad un’infezione di streptococco. Malasanità?

Non solo.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud 16/05/2015

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Loro mi cercano ancora

cop loro mi cercano ancora

“LORO MI CERCANO ANCORA” – MARIA STEFANELLI

LORO mi cercano ancora” è il titolo del libro – memoriale di Maria Stefanelli, vedova del boss della ‘ndrangheta Francesco Marando, oggi testimone di giustizia nel maxiprocesso denominato Minotauro, di cui in questi giorni si sta celebrando l’appello a Torino contro i presunti affiliati alla ‘ndrangheta radicatasi in Piemonte.

Dal 1998, anno in cui è entrata nel programma di protezione, gli uomini della famiglia del marito la cercano, per averli accusati di aver ucciso suo fratello e zio Antonino, per aver raccontato dei loro affari al Nord tra gli anni Settanta e Ottanta, e per averli fatti condannare. Vive in località protetta con la figlia. E’ a lei che si rivolge nel libro – scritto insieme alla giornalista Manuela Mareso del mensile “Narcomafie” – e le racconta, per la prima volta, tutta la sua storia.

“Attraverso le pagine di questa memoria – le scrive – hai saputo ciò che fino ad oggi non avevo trovato il coraggio di raccontarti. Potrai capire meglio quello che ho sofferto, ora che sei mamma anche tu (..). Come ho cercato in tutti i modi di proteggerti. La verità è che tu sei stata l’unico appoggio. In te ho trovato la forza di lottare, di vivere, sconfiggere il cancro”, di cui si è ammalata dopo essere diventata testimone di giustizia.

Le racconta della sua breve infanzia ad Oppido Mamertina, suo paese natio. Un’infanzia “povera” ma “felice”, che finisce nel 1974, quando i suoi genitori si traferiscono al Nord, in seguito all’incendio per ritorsione del forno della madre. Maria aveva solo nove anni. Le racconta la sua vita al Nord, fatta di “povertà”, di “botte” e “violenze” in famiglia, per mano dello zio Antonino, l’ “orco”, che per anni ha violentato lei e le sue sorelle, dopo averne sposata la madre, alla morte del padre.

Alla figlia racconta del matrimonio con suo padre, accettato solo per uscire da quella situazione familiare di degrado “morale”, divenuta insopportabile. Le parla del suo dolore di figlia per una madre che non ha saputo “difenderla”, “salvaguardarla”, “salvarla” perché “lei non era stata in grado di proteggere nemmeno se stessa”, come capì il giorno in cui , “sopraffatta dalla vita”, sua madre tentò il suicidio.

Col suo racconto Maria apre il sipario su quel mondo mafioso – patriarcale, dove le donne che si sottomettono all’obbedienza della legge del padre, negano libertà a se stesse e alle proprie figlie.“ Se subisci violenze stai zitta, perché vedi che è così anche per le altre (…). E se tua figlia subisce violenze, non la soccorrerai perché così è stato per te”, e chi “ ha avuto il coraggio di spezzare questa spirale ha pagato con la vita” e chi si sottomette si imbottisce di psicofarmaci e tranquillanti, per sopravvivere. No, non è questa la vita che Maria voleva per sua figlia. Lotta contro sua madre, contro la famiglia del marito, contro l’uomo che ha sposato e che la costringe a seguirlo da un carcere all’altro, ad andare da un avvocato all’altro, ad aiutarlo ad evadere, a coprirlo nella latitanza e seguirlo a Platì.

Anni di violenze, di botte e maltrattamenti, fino a perdere il figlio che portava in grembo. Maria, non si piega, resiste e grida la sua liberazione, la sua felicità il giorno in cui le portano la notizia dell’uccisione del marito. Balla, canta, non accetta di portare il lutto, di fare la “vedova” e, con grande scandalo, va via con sua figlia da quel paese, pronto a rendere omaggio alla salma del boss.

Il racconto di Maria, al di là dal voler “spiegare dall’interno che cos’è quel mondo. Le menti malate che lo abitano, i meccanismi che lo governano”, è un grande atto d’amore di una madre verso la figlia, che ha saputo difendere e salvare perché lei è stata capace di difendere e salvare se stessa, in nome del suo desiderio di libertà di donna, prima che di madre. Il libro è la testimonianza di una delle tante donne calabresi coraggiose, venute dopo di lei, divenute testimoni o collaboratrici di giustizia, che hanno dato inizio ad un’altra storia, che le loro figlie e figli porteranno avanti, nel nome della madre, come sta facendo Denise, la figlia di Lea Garofalo.

Maria Stefanelli con la sua storia dimostra come per una donna, consapevole che “la ‘ndrangheta non dimentica”, “loro mi cercano ancora”, l’amore per la libertà femminile può essere più forte della paura.

recensione di Franca Fortunato

“Loro mi cercano ancora” – Maria Stefanelli con Manuela Mareso – ed. Mondadori pgg. 201 –  € 17,00

Quotidiano del sud 16/05/2015

***

[estratto]

… Il giorno precedente il rito funebre, mia suocera, mia madre e le mie cognate portano in casa le sedie per accogliere chi mi porgerà le condoglianze. Caccio via tutti, non intendo stare alle pagliacciate, grido. Accendo la radio, ho voglia di musica. Uno scandalo. Non riesco a trattenere l’euforia. Mia suocera si dispera: «Lo ammazza una seconda volta!». Mia madre la consola. Entrambe sanno quello che ho passato. ma ai loro occhi il mio comportamento è inaccettabile.

Quando sento parlare di lotta per l’emancipazione femminile e penso alle ragazze di ‘ndrangheta, mi viene in mente un documentario che vidi in televisione anni fa sull’infibulazione, una pratica di menomazione genitale cui le bambine di alcune regioni africane e asiatiche devono sottoporsi. Un antropologo analizzava la ripercussione nel tessuto sociale di questo tradimento perpetrato dalle madri nei confronti delle figlie: una pratica sadica, umiliante, pericolosa, che distrugge nell’inconscio il legame tra le donne. Una bambina che non si sente protetta dalla madre, mai potrà fidarsi di un’altra donna. Così è nelle famiglie ‘ndranghetiste. Prima di tuo padre, dei tuoi fratelli, di tuo marito, a sottometterti e a tradirti sono tua madre, le zie, le nonne. Sono le persone con cui dovresti essere complice a costringerti a indossare i panni dell’obbedienza e dell’abnegazione. Così hanno fatto loro, così deve essere per te.   

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Maria Cumani e Salvatore Quasimodo un triste copione

Maria Cumani

MARIA CUMANI – LA DANZATRICE CHE RENDEVA VISIVA LA MUSICA

Maria Cumani nasce a Milano il 20 maggio 1908 da una famiglia dell’alta borghesia milanese. Incontra Quasimodo nel 1936 in casa di Raffaello Giolli, suo professore di storia dell’arte. Lui aveva 35 anni e lei 28.

Quella sera – scrive nel suo Diario – raccontava la sua situazione familiare ( separato, aveva avuto una figlia, Orietta, da una relazione extraconiugale e aveva chiuso la sua relazione con Sibilla Aleramo). L’andava raccontando con quel suo accento distaccato e ironico senza alcuna partecipazione sentimentale. Maria a 28 anni ha il suo sogno d’amore. Vuole innamorarsi.

Lui fisicamente non le piace.

Devo dire che non persi la testa. La mente incominciò a volere ciò che il cuore e il fisico ancora non accettavano. Il cuore voleva amare e i sensi avrebbero voluto essere travolti. Mi affascinò con le sue parole, il suo modo di esprimersi.. Dopo di allora praticamente non ci lasciammo più.

Attraversava un difficile momento sentimentale. Aveva avuto solo amori platonici, tutti contrariati e impossibili, sempre bruscamente interrotti.

La mia famiglia sarebbe stata ferita, violentemente, se io avessi scelto la danza come professione e Quasimodo come compagno.

Il padre interruppe i rapporti con lei dopo aver scoperto la sua relazione. Li ristabilirà dopo averla incontrata casualmente con il figlio Alessandro. Maria pensa che l’amore per lui la renderà forte e sicura.

Ho messo nelle tue mani, intelligenti e buone, tutto, tutto di me oggi e tutto di me domani, i giorni che verranno e i giorni che sono stati, prima anche. Non più sola ora! Noi ci amiamo, che cosa dunque potrebbe dividerci?

Che cosa potrà dividerli? L’infedeltà di lui. Lui la tradì sempre. Lei gli rimase fedele. A distanza di 7 anni dall’inizio della sua relazione, lei scrive:

Io voglio salvarmi… Io voglio vincere. Voglio essere libera delle mie azioni – Perché pensare a ciò che diranno gli altri? Dare un senso alla mia vita… Diventare una donna. Una vera donna… dovrò essere una vera madre anche, ma non soltanto madre. 

Nel 1939 diventa una “ragazza” madre. Nasce suo figlio Alessandro, il figlio che la riscatterà di tutte le umiliazioni che riceverà da Quasimodo. Il figlio che, dopo la sua morte, diventerà custode della sua memoria.

Questo figlio è stato una grande fortuna perché fin da piccolo è riuscito ad incantare chiunque. Grazie a lui sono riuscita a salvare quei rapporti sociali che la mia situazione familiare aveva reso molto difficili.

Maria si sente sola. Quasimodo con i suoi tradimenti le infligge continue umiliazioni. Dopo il più grave, consumato con una sua amica nel 1946, Maria prende atto di una rottura insanabile. Dopo pochi mesi la crisi tra i due si aggrava. Sarà indotta da lui ad abortire.

Egli è soltanto infastidito, seccato. Non lo sento soffrire con me e superare con me questo dolore… Fui spinta con durezza, fui spinta a quel gesto da lui. Da lui che dice di amarmi sopra tutte le donne da lui piegate a soffocare il suo germe. Io non volevo !

Sarà indotta ad abortire altre 4 volte. Per Maria segue un periodo spaventoso. E’ terrorizzata persino dalle finestre aperte che la invitano a precipitarsi nel vuoto.

Mi abituerò a camminare io un giorno? E quale sarà il mio cammino? Non mi sono ancora e mai impegnata a fondo. 

Tutti i miei talenti sono ancora sotto terra, o forse soltanto uno ho osato con me e cercare di averne frutto. Due forse. Come madre e come amante? E come danzatrice no? 

Sente che l’amore per il marito e per il figlio non le basta. Ha bisogno di esprimere se stessa, creare, danzare.

Ho bisogno di creare per dare una ragione alla mia vita. Quante cose ho dovuto dimenticare, distruggere per raggiungere lui. Egli mi ama e io lo amo. Ma la mia vita ha bisogno di realizzarsi nell’amore. Io devo danzare e anche scrivere per trovare una mia voce. Io so di non avere ancora una mia voce, ma sento che devo trovarla. E che non più le vicende avverse mi allontanino dalla danza che è la mia vita e mi salverà e mi contenterà di tutto. Lo amo più di me stessa ( il figlio), sì questo posso dire, ma non mi ha salvata da me neppure lui. Egli (Quasimodo) non lo crede, ma io sarei andata molto lontano se pur amandomi mi avesse lasciata libera e sola. Ora sono una povera donna stanca e non so più amare nulla della vita. (1940)

Erano gli anni della guerra, quando scriveva queste parole. Guerra di cui lei sentiva profondamente l’atrocità. E anche nell’orrore voleva Primum vivere.  Certo è vergogna oggi pensare a come trascorrere l’estate quando.. si muore nelle città. Ma non è appunto per ciò? Perché ancora si combatte? Ed io perché ne soffro e non partecipo, non vivo né alcun modo dentro alla guerra. Sono spettatrice per ora almeno. Aspetto il mio giorno. Mi preparo a danzare, mi preparo a dire. Ed intanto fugge irreparabile il tempo. Sono fuori dal mondo e soffro il dolore del mondo. Terribile è questa guerra! Atroce, al di là d’ogni capacità di sentire in sé  il disumano e l’atroce. Si sposano nel 1948 dopo la morte della prima moglie di Quasimodo, Bice Donetti.

Quando ho accettato di sposarlo, sapevo di far soffrire la mia famiglia, ma ero convinta che l’amore sarebbe arrivato solo con l’uomo che aveva incuriosito il mio intelletto fin dall’inizio. Lui le disse: Ti darò il mio nome, sposandoti, ma quando uscirò la sera non chiedermi dove vado. 

Nel 1949 Maria Cumani scrive della sua “terza vita”. La prima fu quella dell’amore trasgressivo. La seconda, senza più l’amore del compagno, l’amore per il figlio e il teatro: danza, prosa, danza. La terza vita mia è quella che sto più che vivendo subendo… Ho l’inverno nel cuore. Quanti anni sono volati via con pene e gioie (poche e dolori tanti).

Maria Cumani è innanzitutto una danzatrice. Passione che coltivò per tutta la vita.

In qualsiasi posto si trovava – ricorda il figlio Alessandro – danzava. Mi sento sempre nel vento – diceva lei.

Quando incontrò Quasimodo andava a scuola di danza da Jia Ruskaja, danzatrice, coreografa e fondatrice della Regia Scuola di danza annessa all’Accademia di arte drammatica di Roma. La Ruskaja nel 1948 fondò l’Accademia Nazionale di danza.

Maria aveva frequentato la Libera Accademia fondata dal suo professore di storia dell’ arte. Questi, in seguito alle leggi razziali, verrà deportato in un campo di sterminio e non tornerà più. Maria non è stata una ballerina, ma una danzatrice, che creava. Sua maestra ideale fu Isadora Duncan che, prima fra tutte, volle “danzare la sua anima”, cioè i sentimenti che una data musica suscitava in lei. Rivoluzionò la danza. La prima idea della danza le venne dal ritmo delle onde.

Isadora Duncan – scrive Maria nel suo diario – risuscitò la danza greca, la gravità nobilissima dei suoi ritmi, l’austerità dei suoi movimenti. Prima fra tutte con le sue composizioni libere e plastiche volle “far danzare la sua anima” e volle liberare i ritmi naturali del corpo. Che cos’è la danza per Maria? Danzare è un modo di cantare invece che con la voce, con tutto il nostro corpo. Come il canto, la danza può esprimere ogni sentimento del cuore. Io non ho fatto danza classica, ma danza da concerto. Sceglievo una musica che mi ispirava e poi provavo a muovermi dentro questa musica. Non ho mai avuto registi, mi sono sempre creata da sola le mie danze, fino a quando mi si disse che < rendevo visiva la musica >. Poi feci una cosa inedita con Quasimodo, danzai le sue poesie. Cominciai nel 1952 e finì nel ’54 con una danza su poesie recitate per la fesa dell’Unità.

Per quelle danze alla festa dell’Unità, a cui partecipò dal 1945 in poi, viene licenziata in quanto “progressista”, dall’Accademia Filodrammatica di Milano, dove insegnava danza e dove studiava il figlio Alessandro. Nel 1957 apre una sua Accademia di ballo Vorrei che la danza fosse accessibile a molti… Pochi sanno quale gioia intima dia la danza.

La danza è la sua vita.  A volte l’ispirazione si bloccava, non componevo più nuove danze. In molti mi chiedevano: “Perché non smetti con la danza?”. Ma non potevo, faceva parte della mia vita.

Maria è stata un’artista a tutto tondo. Danzatrice, coreografa, attrice di prosa, partecipò a numerosi film: I Sovversivi dei fratelli Taviani, Giulietta degli spiriti di Fellini, la Medea di Pasolini, Galileo diLiliana Cavani, Atti degli apostoli diRossellini, Teresa di Dino Risi, Caligola di Tinto Brass, Aquero di Elisabetta Valgiusti.  Fu poetessa. Quando incontrò Quasimodo si tormentava per non essere capace di scrivere. Ispirò e aiutò, modificandoli, danzandoli, i versi di lui, ma non scrisse niente di suo.

Quelle poesie ( di Quasimodo) hanno nutrito per anni il mio tormento affettivo, fino alla decisione drastica di toglierle dal comodino. Quella volta ho scelto di vivere. Devo imparare il duro lavoro dello scrivere. Prima del ’59 non avrei mai pensato di poter scrivere un verso. Poi lo choc del suo infarto a Mosca. E una notte ho sentito la voglia di scendere dal letto e annotare dei versi. S’è aperta una vena strana che è durata quattro anni. Forse quando si è feriti duramente… quando si soffre…

Che cosa era successo?  Già nella poesia di Quasimodo “Improvviso un vento”, Maria aveva capito che il marito parlava di un’altra donna. E quando fu colpito da infarto nel 1958 a Mosca, non le permise di raggiungerlo. Lo raggiunse l’altra donna con cui aveva una relazione. Maria affretta la decisione della separazione quando lui vince il Nobel per la poesia e a Stoccolma si porta la sua ultima amante.  Moltiplicava i suoi amori per soffocare la paura di invecchiare… Lui era debole, aveva come una voglia di riscattare una giovinezza amara. Si sentiva frodato dalla vita, poco amato e cercava l’amore… Voleva essere amato da tutti. Si è sentita tradita- racconta il figlio- più che in qualsiasi altro momento. Lo aveva aiutato a sopravvivere durante la guerra dando lezioni, aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora sposato, aveva passato le notti accanto a lui. 

Lei dice: Ero troppo giovane, ero troppo esasperata. Mi dissero: aspetta che torni dal Nobel, si sente gli occhi del mondo addosso. Io chiesi invece la separazione legale e per lui, fu un’offesa mortale. La chiesi da donna del Nord, e per lui, uomo del Sud, non era concepibile. Lui commentò: Ma che figura ci faccio? Io, abbandonato da una donna. 

Scrive nel suo diario: La sua infanzia, ma soprattutto la sua adolescenza e prima giovinezza, si erano formate in ambienti in cui non si reputa infedeltà verso l’amata quella dell’uomo, ma soltanto quella della donna.

Se fosse stato un uomo del Nord, cresciuto in un ambiente del Nord, sarebbe stata la stessa cosa. Quasimodo incarnava l’uomo nato e cresciuto dentro il patriarcato, dentro una cultura e un ordine sociale con doppia morale, costruita sugli interessi degli maschi a danno delle donne. Una cultura, durata millenni, e che va ben oltre il Sud.

Maria è ancora giovane e bella, quando si separa. A lei viene affidato il figlio, ancora minorenne. Si interroga, si sente distrutta. Vuole reagire, studiare, lavorare, creare, danzare. E’ una donna ferita.

Quando si è colpiti in molti modi nell’affetto e amore, e offese e umiliazioni sono il vostro pane quotidiano, per resistere vi forzate a non vedere fino in fondo, a volgere altrove lo sguardo, a distrarsi, a non sentire, a desensibilizzarsi. Quando questo esercizio dura per anni vi inaridisce… Poi tutto diventa relativo ed allora non vi impegnate più come prima, siete stanche e fisicamente non reggete più… E vi abbandonate all’inerzia… Io devo agire, reagire, impegnarmi, studiare, lavorare, creare danza e coreografie, devo riconquistare buona salute, scossa dalle ferite morali dagli choc emotivi… Riparerò il tempo perduto. 

Riparare il tempo perduto, è quello che farà, una volta tornata a Milano (1965) dove continuerà a scrivere poesie, a danzare, a fare l’attrice, la coreografa, a leggere le sue amate scrittrici come Virginia Woolf, Emily Dickinson, le sue amiche poetesse, Alda Merini e Anna Maria Ortensia e la sua amata Katherine Mansfield, il cui diario l’accompagnò per tutta la vita.

Penso a Caterina Mansfield. La sua vita di dolore, le sue sofferenze fisiche, tutto essa ha trasformato in gioia, veramente in gioia per sé e per gli altri. Come si respira nelle sue pagine. Tutto vi è trasfigurato. 

Quando nel 1968 Quasimodo, colpito da emorragia celebrale, morì, Maria ne rimase profondamente colpita. Lui le aveva telefonato qualche giorno prima e le aveva fatto capire quanto desiderasse vederla.

L’intesa era che si sarebbero rivisti il 14 giugno, giorno della sua morte. Annota nel suo diario E’ finita, è finita per sempre, e non ho parole.

Maria Cumani muore il 22 novembre 1995 all’età di 87 anni. Muore la donna, l’adolescente. La danza prolunga l’adolescenza.- ha scritto lei – Non si è mai stanche di sentirsi fanciulle.

Tu avrai sempre quattordici anni dentro – le disse lui – , perché ogni mattina ti inventi la vita. Ti invidio perché io non ci riesco.

Ricordo che mio padre – racconta il figlio – mi ripeteva: Tua madre avrà sempre 14 anni.

Franca Fortunato

(relazione tenuta il 28.02.2014 al 2° incontro di ” POESIA… IN CITTA’ ” – un’idea della poetessa e scrittrice Marisa Provenzano – pubblicata dalla rivista on line ” LA CIMINIERA” maggio 2014

[intervista a Maria Cumani]

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Proposta Gallardòn

 (foto polisblog)

NOI CON LE DONNE SPAGNOLE :  NO ALLA PROPOSTA GALLARDÓN

Le donne  italiane dicono NO al tentativo di limitare la libertà delle donne spagnole, il loro diritto all’autodeterminazione e alla  scelta di una maternità consapevole.

L’ “antiproyecto de ley” del ministro della giustizia spagnolo Gallardón, presentato il 20 dicembre 2013, intende cancellare il diritto di scelta  all’interruzione volontaria di gravidanza  riconosciuto alle donne spagnole dalla legge del 2010 introdotta dal governo Zapatero.

Attualmente  in Spagna, in linea con la legislazione prevalente in materia nei paesi dell’Unione Europea, la legge stabilisce un tempo – le prime 14 settimane – entro cui è riconosciuto alla donna l’esercizio pieno del diritto di scelta; al contrario, la proposta Gallardón affida ogni decisione ai medici, al giudice, ai genitori. L’aborto inoltre è previsto solo nel caso di violenza sessuale (fino alla 12a settimana) e di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, con rischio permanente o duraturo nel tempo, accertato da due esperti (fino alla 22a settimana).

La proposta ignora  i risultati positivi del sistema in vigore (p.e. la riduzione di ben 6 mila casi di aborto nel 2012 rispetto all’anno precedente) e, proponendo di punire i medici trasgressori, finisce per incentivare l’aborto clandestino, i viaggi oltre confine, i guadagni ‘occulti’ di chi è abituato a ‘monetizzare’ le  paure altrui.

La proposta Gallardón è  un chiaro tentativo di oppressione delle donne, di restaurazione del patriarcato; un attacco alla libertà delle donne e al loro diritto di cittadinanza, la cui primaria manifestazione è l’autodeterminazione nel diritto alla salute e nelle scelte riproduttive.

Consapevoli della gravità dell’attacco, le donne e gli uomini europei che fanno riferimento alla Carta Europea dei diritti fondamentali, chiedono che la proposta Gallardón venga immediatamente ritirata, in quanto violazione dei diritti di tutte le donne in Spagna e in Europa, un vero e proprio “golpe” autoritario  e ideologico.

Le donne italiane, da sempre impegnate ad affermare la loro soggettività, e  il diritto alla gestione del proprio corpo, a scegliere liberamente la maternità e a contrastare i ripetuti attacchi all’applicazione della legge 194/78, annunciano la loro mobilitazione insieme alle donne spagnole, e a tutte/tutti coloro che si impegneranno affinché la proposta  Gallardón venga bloccata prima di essere portata alla discussione delle Cortes, e affinché qualsiasi proposta simile sia condannata quale grave violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne.

Chiediamo inoltre agli eletti e alle elette al Parlamento Europeo una forte ed incisiva presa di posizione che garantisca alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.

Una Europa senza diritti delle donne, semplicemente non è.

 

Casa Internazionale delle Donne, UDI – Unione Donne in Italia, Snoq Factory, Snoq Roma, Wilpf-Italia, Coordinamento Donne Cgil Roma e Lazio, Sciopero delle donne, Associazione Punto D, Assolei onlus, Associazione Differenza Donna, GiULiA, Giornaliste Unite Libere Autonome, Luisa Betti – piattaforma web “Donne x Diritti”, Uil di Roma e Lazio – Coordinamento pari opportunità, Noi Donne, Zeroviolenzadonne Onlus, Laiga.

***

Da UDI Nazionale:

riunite  presso la Casa Internazionale, abbiamo concordato e condiviso il testo allegato, in adesione e sostegno alla lotta delle donne spagnole contro l’ antiproyecto de ley proposto dal ministro Gallardòn.

La conferenza stampa per il lancio dell’iniziativa è prevista per il 30 gennaio prossimo e il  1° febbraio alle 15.00 a Roma saremo tutte a manifestare sotto l’ Ambasciata Spagnola.

Si è deciso di essere presenti senza insegne e di condividere soltanto uno striscione rosso con la scritta ” YO DECIDO”, da srotolare dalla balaustra della scalinata di  Trinità dei Monti. – In piazza distribuiremo volantini con il nostro testo e quello delle donne spagnole.

Le donne spagnole il 1° febbraio partiranno da più città verso la stazione Athoca di Madrid  (el tren de la libertad) per poi recarsi davanti al Parlamento per esigere che venga mantenuta la legge attuale su salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria dell’aborto. Appelli e comunicati giungono anche da Parigi, Bruxelles, Milano, Firenze, per una mobilitazione il 1° febbraio davanti alle  Ambasciate e Consolati spagnoli in concomitanza con la marcia.

Alla rete europea (link) bisogna aderire singolarmente RIFERENDOSI AL TESTO dell’ Appello come ha fatto anche  UDI NAZIONALE  e  vi invitiamo a fare TUTTE  altrettanto.

Appuntamenti:

ROMA: P.zza di Spagna, ore 15.00 – sotto all’Ambasciata spagnola, Piazza Mignanelli, ore 15:30

MILANO: via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto al Consolato spagnolo

FIRENZE: via de’ Servi 13, (orario da precisare) sotto al Consolato spagnolo

Pagina FB https://www.facebook.com/womenareurope

Adesioni: http://goo.gl/EFgIQ3

***       

                                    

“ Porque yo decido”

L’appello che il 1° febbraio le donne spagnole consegneranno alle Cortes Generales, il Parlamento spagnolo

Perché io decido

Perché io decido a partire dall’autonomia morale, che è la base della dignità personale, non accetto imposizioni, o proibizione alcuna per quanto riguarda i miei diritti sessuali e riproduttivi e, perciò, la mia realizzazione come persona. Come essere umano autonomo mi rifiuto di essere sottomessa a trattamenti degradanti, ingerenze arbitrarie e tutele coercitive nella mia decisione di essere o meno madre.

Perché sono libera invoco la libertà di coscienza come il bene supremo su cui fondare le mie scelte. Considero cinici quelli che fanno appello alla libertà per limitarla e malevoli quelli ai quali non importandogli la sofferenza causata vogliono imporre a tutti i propri principi di vita basati su ispirazioni divine. Come essere umano libero mi nego ad accettare una maternità forzata e un regime di tutela che condanna le donne alla “minore età sessuale e riproduttiva”.

Perché vivo in democrazia e sono democratica accetto le regole del gioco che tracciano i confini dei diritti dai peccati e della legge dalla religione. Nessuna maggioranza politica nata dalle urne, per molto assoluta che sia, è legittimata a convertire i diritti in delitti e ad obbligarci a seguire principi religiosi mediante una sanzione penale. Come cittadina esigo che quelli che ci governano non trasformino il potere democratico, salvaguardia della pluralità, in dispotismo.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo dal governo, da qualunque governo, che promulghi leggi che favoriscano l’autonomia morale, preservino la libertà di coscienza e garantiscano la pluralità e la diversità di interessi.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo che si mantenga l’attuale Legge sulla salute sessuale e riproduttiva  e sull’interruzione volontaria di gravidanza per favorire l’autonomia morale, preservare la libertà di coscienza e garantire la pluralità di interessi di tutte le donne.

Scritto da Alicia Miyares, traduzione di Nadia DeMond

***

  • A leyes más restrictivas, más abortos
  • Un estudio mundial revela que hay más interrupciones del embarazo allá donde es ilegal
  • Criminalizarlo es una estrategia cruel y fallida y conlleva más riesgos para la madre
  • En España, el cambio a la ley de plazos no alteró las tendencias

Uno studio pubblicato su The Lancet rivela che il tasso di aborti è inferiore nei paesi con leggi più permissive, e sono più numerosi dove l’intervento è illegale o è molto limitato, anche se le donne devono ricorrere alle cliniche clandestine e mettendo in pericolo la loro salute. “Approvare leggi restrittive non riduce il tasso di aborti” dice Gilda Sedgh, autrice dello studio, “ma si incrementa la morte delle donne.” “Denunciare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto è una strategia crudele e fallimentare,” dice Richard Morton, direttore di The LancetAntìa Castedo.

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Ferrara / Zurigo

Foto Businesspress(Ferrara – foto Businesspress)

SCHWEIZ ZUERICH PRO INFIRMIS SCHAUFENSTERAKTION(Zurigo – foto Alexandra Wey)

A Ferrara sulle vie centrali cuore dello shopping, sabato 23 e domenica 24 novembre scorso, cento esercenti hanno aderito a una iniziativa organizzata dal Comitato Commercianti Centro Storico “Vetrine in movimento(raffinata la concomitanza con la giornata internazionale contro la violenza sulla donna, il 25). Il movimento consisteva nell’animazione vivente delle vetrine con modelli e modelle, un certo numero di queste, col minimo tessile indosso, ha attirato l’attenzione di un folto pubblico in particolare giovane e maschile, scrive un giornale locale.

Che l’iniziativa avesse l’intenzione di attirare gente per vendere è fuor di dubbio, ma tra le infinite trovate possibili l’idea inamovibile è sempre e comunque l’utilizzo dei corpi di donna preferibilmente al naturale.

Che male c’è – chi ha un bel corpo perché non lo deve far vedere – bigotte/i basta coi moralismi – la bellezza… – bigotti della peggior specie, quelli che anche in un’iniziativa simpatica e del tutto innocua come quella delle vetrine animate devono leggere dietrologie, tirando in ballo l’etica, la mistificazione del corpo femminile … siete rimasti 30 anni indietro. Sono alcuni dei commenti colti su quotidiani on line ferraresi, molti dei quali rivolti all’UDI di Ferrara che aveva protestato sollevando il caso.

Non è reato, non è di per sé riprovevole che la bellezza dei corpi possa essere utilizzata per veicolare un messaggio, pubblicitario o meno. E’ ridicolo girarla sul moralismo bacchettone e far finta che non esista il fatto che i corpi femminili vengano utilizzati per vendere qualsiasi oggetto ingombrante come un’auto, un letto, perfino bare, o minuzie come una matita o un lecca lecca…, spesso con modalità grossolane e offensive, e con l’allusione o il riferimento volgare esplicito di sottomissione, di uso sessuale cui ogni donna (giovane / bella, secondo catalogo) sarebbe destinata.

Il corpo di donna che veicola il messaggio in realtà comprende tutte le donne, ha valenza uniformale. L’infinita iterazione di questa distorsione strumentale espressiva / linguistica genera assuefazione e quindi normalità, per cui può far dire perfino ai padri e alle madri che male c’è?

L’idea di bellezza cambia secondo i popoli, le epoche e le latitudini. Le religioni hanno anche loro un’idea di bellezza che in un certo senso segue gli stereotipi della società cui si rivolge, ma nello stesso tempo ne è separata perché ha una funzione specifica, edificante e celebrativa di concetti codificati come soprannaturali. Nelle operazioni di marketing spregiudicate, anche la bellezza del corpo della donna subisce una separazione e la sua corporeità, sottratta, sezionata anatomicamente, è confinata per un uso specifico e ha la funzione di un attrezzo, di un dispositivo per costruire qualcosa. Che possa essere poi una libera scelta della stessa donna non ne sposta i termini sociologici.

Il discorso sulla bellezza è molto complesso, per evitarlo si dice che è bello ciò che piace. In realtà ci orientiamo volenti o nolenti verso un vastissimo corpus di riferimenti, consapevoli e non, che chiamiamo cultura (non importa se popolare o titolata) per esprimere una valutazione. Quanto più sono vaste le connessioni che riusciamo a stabilire, tanto più è profonda e ricca la nostra sensazione percettiva e capace di cogliere segni.

La bellezza come selezione di campionature canoniche, formalmente ritenute superiori opposte a quelle ritenute inferiori, disturbanti, contaminanti, è tipica dei gruppi che hanno di sé un concetto superiore, esclusivo ed eroico. L’Europa ha tragicamente sperimentato in massa cosa volesse dire razza ariana.

Diluizioni diffuse, capillari, di questa concezione della superiorità estetica e dell’unicità del modello cui uniformarsi sono instillate quotidianamente dai media, e mascherate di normalità.

  (corto per Pro Infirmis di Alain Gsponer. Nessuno è perfetto)

A riflettere su bellezza, perfezione, senso del bello e socialità ci invita Pro Infirmis, una solida organizzazione svizzera per disabili, che percorre la strada in senso opposto, rispetto a quella scelta dai negozianti del centro di Ferrara.

Sulla Bahnhofstrasse di Zurigo, il 3 e 4 dicembre, nelle vetrine di diversi negozi fra i consueti manichini rigorosamente di gamba lunga, nasi geometrici, erano esposti altri manichini riproducenti corpi di persone disabili: Erwin Aljukić, attore storico della longeva soap opera tedesca Marienhof, che per una affezione alle ossa ha problemi motori, Kelly Knox, famosa modella londinese con una disabilità ad un braccio, Angela Rockwood, modella e attrice americana che ha perso l’uso delle gambe dopo un incidente, Jasmin Rechsteiner – Miss Handicap 2010, Alex Oberholzer, presentatore radiofonico e critico cinematografico, Urs Kolly, atleta paralimpico – 7 medaglie d’oro, Nadja Schmid, blogger.

La campagna di sensibilizzazione per l’accettazione sociale dell’handicap è stata organizzata da Pro Infirmis in occasione della Giornata internazionale delle persone disabiliOgni persona ha il diritto di condurre una vita autoderminata e indipendente… nel nostro paese è sancito dall’art. 3 della Costituzione: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…

Il regista Alain Gsponer ha realizzato un corto di quattro minuti: Nessuno è perfetto, che racconta la progettazione, la lavorazione, l’esposizione dei manichini nelle vetrine, le tenere sensazioni delle modelle e dei modelli nel vedersi replicati, le espressioni di chi passa e dei visi al di qua e al di là delle vetrine. Nessuna è perfetta. Avvicinatevi.

UDIrc

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