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Utile / inutile 25 Novembre

Le sculture viventi di Vanessa Beecroft - Lo Spasimo - Palermo
Sculture viventi di Vanessa Beecroft
Siamo all’utile/inutile 25 novembre

Da molti – troppi – anni ricorre il rituale del 25 novembre. A livello simbolico ha la sua necessità, ma di fatto è un richiamo cui si è quasi fatta l’abitudine. Ci siamo inventate di tutto. Estenuanti iniziative di sensibilizzazione, spettacoli, articoli, libri, seminari, conferenze, proteste, cortei, convenzioni con associazioni nazionali ed internazionali, qualche legge laterale. Nessuna ricaduta consistente sui comportamenti, né un segnale decisivo da parte degli organi istituzionali per capire a fondo e incidere sostanzialmente sul fenomeno, se non qualche stretta sul piano repressivo.

Si annovera anche un Festival della violenza

e perfino (letterale):

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne,

“SCARPE ROSSE” – FASHION DINNER PARTY.

 Ore 22:00 APERITIF TRES CHIC.

Ore 24:00 RED PARTY

Atroce.

La mancanza di un osservatorio nazionale ufficiale lascia nell’ombra il problema e dà adito perfino a non riconoscerlo, a negarlo. C’è chi sostiene che non esiste un’emergenza femminicidio, che le cifre sono gonfiate.

Ci sarà pure la retorica della ricorrenza, l’attivismo meccanico o compulsivo ma sostenere che l’uccisione di donne in percentuale si mantiene più o meno stabile nel tempo intorno allo 0,5 per ogni 100 mila abitanti e quindi non desta nessun allarme sociale, è sminuire goffamente e per partito preso [antipatia viscerale per le femministe e per il termine femminicidio “di cui non c’è nessuna necessità”: bastano le leggi esistenti] il problema che è planetario.

Il rapporto Eures rileva la cifra più alta mai avuta in Italia nel 2013 con 179 donne uccise, contro 157 nel 2012 (ANSA). Finalmente con una appropriata definizione “femminicidi del possesso”, almeno per alcune tipologie. Più di metà delle vittime (51,9) aveva denunciato o segnalato, ma inutilmente. Una cosa è certa: il femminicidio è il tragico epilogo di una serie di violenze inferte. La ricerca europea FRA – Agenzia dell’Unione europea per i Diritti Fondamentali -, pubblicata quest’anno, allarga in Europa l’indagine intervistando 42.000 donne e testimonia quanto profondo, radicato ed esteso sia il dramma della violenza sulle donne.

Oggi è da considerare una questione sociale, fra le prime, ed è il punto di approdo di un lungo percorso che parte dalla storia dei rapporti disuguali tra i generi, passa per l’educazione dei bambini, tocca i messaggi mediatici di violenza, sfiora oggi uno stile sociale di relazioni sguaiato e senza rispetto, punta sul possesso e il potere. Queste sono alcune delle radici profonde su cui occorrerebbe intervenire al di là dei provvedimenti repressivi che possono solo arginare e ostacolare forse, e delle iniziative spettacolari che rischiano ormai di monumentalizzare.

Sono dunque diverse le strade: quella dell’imprinting nell’infanzia è da ritenere primaria, solo modo per ostacolarla nell’arco di diverse generazioni, fino all’azzeramento. Forti investimenti nell’educazione. Famiglia e scuole sono la chiave che potrà trasformare la mentalità degli uomini e delle donne e i loro comportamenti: rivedere i libri scolastici, orientare la formazione di genitori, educatori e comunicatori… selezionare i giocattoli… già i giocattoli. I negozi di giocattoli occupano aree enormi da fiere…

Eppure l’attenzione nella selezione dei giochi può fare la differenza nella formazione: di uomini, che da adulti non celebreranno la guerra forse o anche perché da bambini non hanno avuto armi giocattolo; delle donne che non temeranno di esprimere le proprie potenzialità, forse o anche perché da bambine hanno potuto sperimentare diversi modi di giocare che non con bamboline e cucinotti; di adulti e adulte che forse o anche sapranno vivere con gentilezza e rispetto perché da bambini/e hanno imparato a condividere giocattoli e spazi; di persone che forse o anche sapranno rispettarsi nelle proprie differenze di genere, di etnia e cultura, perché da bambini/e hanno imparato che la differenza è un valore…

E’ fondamentale che anche noi donne riconosciamo di avere delle responsabilità dirette o indirette, magari in buona fede, nella persistenza di una formazione diseguale della società. La scuola, soprattutto quella delle prime classi ha un corpo insegnanti quasi tutto femminile, ma proprio in queste scuole oltre che nelle famiglie, paradossalmente possono permanere e replicarsi i modelli di disparità sociale di genere.  Si stimolano magari bambine e bambini a disegnare, cioè a tradurre visivamente una loro idea, ma poi per farli giocare si interrompe questo stimolo formidabile a esprimere con le proprie mani. E’ più comodo portarli in un megatoys dove l’infinita fantasmagoria di colori e oggetti schiaccia e annulla qualsiasi impulso creativo. O mettere loro in mano con largo anticipo sui tempi, i primi oggetti di informatica, ottimi strumenti per il ragionamento, ma inefficaci per i sentimenti e le emozioni. La metodologia didattica, dovrebbe essere  mirata e condivisa su una traccia ministeriale di educazione anche ai sentimenti.

***

Qualche anno fa in uno scritto (qui) ragionavamo sulla bambola Barbie, analizzandone la rilevanza sociologica e attribuendole un notevole peso per aver influito sull’immaginario di generazioni di donne. Il giocattolo trasmetteva ideali di bellezza astratta e impossibile, insieme con un’idea di società poggiata sul futile e sull’effimero, grandi leve del consumismo per alimentare se stesso.

Da qualche giorno è entrata in commercio Lammily la bambola anti Barbie, creata dal designer Nickolay Lamm. 17.000 esemplari ordinati in 8 giorni. Un prodotto preconfezionato con intenzioni ingenuamente educative. In realtà una celebrazione commerciale della presunta “normalità” che convoglia ancora una volta verso un ruolo, verso una visione ingabbiata di genere che tollera cellulite e brufolo. Lammily insomma sarebbe una diversamente Barbie…

Le fattezze di Lammily sono più realistiche, le proporzioni meno slanciate e esasperate. Gli accessori applicabili simulano addirittura difetti comuni come acne (accettarla o curarla?) smagliature (a quell’età? Ma con un minimo di educazione fisica e alimentare…) cicatrici (prodotte come? da chi? Gioco che può scivolare nell’horror. Perché no, magari un livido sull’occhio!), i capelli lunghi corvini, gli occhi chiari naturalmente, mica nocciola! E mica strabici, ci mancherebbe! Il politically correct non va oltre certi limiti.

La bambola secondo l’autore, vorrebbe trasmettere il rispetto per il proprio corpo, la sua accettazione, un ideale di bellezza accessibile… portando nell’immaginario fantastico infantile l’apparato medicale infortunistico: il brufolo, il neo, la cellulite, la ferita… che qui valgono come incidente estetico. Senza parlare di dismorfismi e patologie fisiche che fanno quindi bruttezza, stando all’assunto, e chi ne è portatrice non entrerà nel catalogo e non potrà accettare il proprio corpo.

Dunque si sarebbe riparato così il “danno” provocato dalla Barbie (bisogna anche dire che molte bambine sono passate indenni, senza finire anoressiche e che molto dipende dalle situazioni familiari e dalle fragilità individuali)…

Lammily che celebra la bellezza della realtà e la riproduce secondo un modello univoco oggettivo, finisce per creare altro danno stereotipo di traverso perché non stimolando emozioni e immaginazione, atrofizza le capacità creative, non diversamente dalla Barbie. Riproponendo un modello di bellezza sociale pur sempre esteriore, da conquistare per essere accettate socialmente: a quel paese ogni caratteristica personale di forme, colori taglia… o anche handicap. Una celebrazione della presunta “normalità” che convoglia ancora una volta verso un ruolo, verso una visione ingabbiata di genere.

Ai tempi quando la bambola veniva creata in casa con rotoli di stoffa, merletti, gomitoli, con la complicità di mamma e nonna che magari faceva all’uncinetto il giacchettino per la bambola della nipotina… Vederla crescere tra le mani, modificarla, trovare il colore giusto, matite colorate, pennarelli, cartoncino, pongo… per fare oggettini e micro suppellettili, era un momento sensoriale e psichico molto formativo. Ma anche le bambole acquistate, rimanevano pur sempre aderenti al mondo infantile, quel mondo altro rispetto sia al sogno che alla realtà.

La sovrapposizione meccanica dei due mondi è uno stile diffuso. Nei serial televisivi, ma ormai anche in molti film, si raccontano vicende trasponendo per moduli il repertorio della vita quotidiana: litigi famigliari, turpiloqui, tradimenti, amori con o senza eros, vendette. Storie in cui ci identifichiamo. Riconosciamo gesti, vestiti discorsi, linguaggi. Ma questa schematica fotocopia della vita reale senza trasfigurazione di contenuti, priva il pensiero del fondamentale momento riflessivo, interpretativo e poi elaborativo. Così la bambola Lammily, è ancora uno stereotipo mediatico, toglie alle bambine la meraviglia del fantastico e la capacità di scoprire il surreale, il non sense dietro la realtà delle cose, e dunque anche di accogliere altri mondi possibili e impossibili nella sua sfera di crescita.

Presentare a bambini e bambine giochi indifferenziati o differenziati secondo le attitudini, permetterà il racconto creativo della loro esperienza, il piacere del problem solving, delle acquisizioni di abilità (skills) nel senso che un giorno o uomo o donna sapranno risolvere un problema, rispettandone anche le sfaccettature di genere. O uomo o donna sapranno fare ugualmente bene l’astronauta senza meravigliarci. Sta soprattutto a padre e madre. Ma l’apparato ludico indirizza, quello mediatico trasmette e le istituzioni dispongono.

marsia – UDIrc

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Lea, Denise

lea garofalo

LEA, GIARDINIERA DELLA LIBERTA’

SABATO a Petilia Policastro per ricordare e onorare Lea Garofalo c’ero anch’io. Per niente al mondo avrei rinunciato ad essere presente in quella piazza, per testimoniare la mia gratitudine per una donna che ha difeso con coraggio, pagandone un prezzo altissimo, come tante altre, la sua e la nostra libertà di donne.

La giornata non prometteva bene, piovigginava, il sole tardava ad apparire, quando io e la mia amica Lina Scalzo ci siamo messe in macchina per raggiungere il piccolo paese del crotonese. Nessuna di noi due era mai stata a Petilia. Arrivate al bivio per Cutro abbiamo imboccato la strada che si inerpica, come un serpente, su, su fino al paese. Ci siamo fermate più volte per chiedere indicazioni. Alcuni uomini si sono offerti di farci da apri – strada con la loro macchina. Finalmente dopo aver percorso strade tortuose, simili a quelle di tanti altri paesini interni della Calabria, siamo arrivate a destinazione.

Eravamo emozionate. Non ci siamo sentite estranee né abbiamo sentito la pesantezza della presenza della ‘ndrangheta. Petilia per noi era Lea, eravamo lì per lei. Carabinieri, polizia, vigili urbani, uomini della Protezione civile ci hanno indirizzate alla piazza, con cortesia e cordialità. Ci siamo sentite accolte. Ci siamo sentite a casa. Petilia, grazie a Lea, ci apparteneva e non avevamo niente da temere. Intanto il sole faceva la sua apparizione ed espandeva il tiepido calore dei suoi raggi sulla piazza che, piano piano, si andava riempiendo di donne e uomini e di tanta “bella gioventù”, studenti, ragazze, molte ragazze, dal viso pulito e raggiante, venuti ad onorare Lea, maestra di vita, lei che la sua vita l’ha persa per qualcosa di più grande, di più importante, per una donna, della legalità e della lotta alla ‘ndrangheta, la libertà femminile.

Libertà di decidere della propria vita e del proprio futuro. Libertà da ogni violenza sul proprio corpo. E’ questa consapevolezza femminile, irreversibile, che distruggerà, lo sta già facendo, questa ‘ndrangheta dove la famiglia mafiosa si identifica con quella di sangue. E’ questa consapevolezza di tante donne, di questa Calabria, che cambierà, ha già cambiato, questa terra.

Lea Garofalo non è un’ “eccezione”, né una martire o una santa, ma una donna “comune”, una di noi a cui è capitato di vivere in questo tempo di libertà femminile. Viviamo in un tempo di passaggio di civiltà nei rapporti tra i sessi e molte donne, e ancora di più donne come Lea, stanno pagando con la propria vita la fine di un mondo maschile, fondato sul dominio degli uomini sul corpo femminile. Gli uomini della ‘ndrangheta hanno da subito intuito la forza dirompente, devastante per loro, della libertà femminile. La temono più della giustizia e dei magistrati. Più del carcere e della galera. Temono il suo contagio e combattono, ammazzano, distruggono quelle come Lea, che credevano essere le “loro” donne.

Essere abbandonati da una donna è insopportabile per un uomo, come dimostrano le tante uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, ex, ma per un mafioso lo è ancora di più, perché ne va del suo “onore” di uomo e di ‘ndranghetista. Ecco da dove viene la crudeltà, l’efferatezza di chi non si è accontentato di uccidere Lea, dopo averla torturata, ma ne ha bruciato il corpo, come è accaduto a tante donne nella storia, su cui si è abbattuto l’odio degli uomini – da Ipazia d’Alessandria alle tante bruciate sui roghi come streghe ed eretiche –.

Un gesto simbolico per dire la volontà di cancellazione di una donna dalla faccia della terra. Lea è più viva che mai –come ha ricordato anche don Ciotti – , lo è e lo sarà in sua figlia Denise e in tutte le donne che sabato erano in piazza, e non solo. Dal parco giochi, dove è stato sistemato il monumento a Lea, lei potrà – secondo la felice espressione del professore Giovanni Ierardi – essere “la giardiniera dell’infanzia di Petilia e del mondo”.

Una “giardiniera” che, ancora una volta, avvicina Milano alla Calabria, a Petilia Policastro. Le giardiniere, infatti, si sono chiamate quelle donne che a Milano, nei primi decenni dell’800, si sono spese per la causa risorgimentale. Giardiniere perché si trovavano nei giardini per far nascere un’altra patria, un’altra Milano, liberata dall’oppressione e dalla tirannia.

Grazie Lea. Grazie Denise.

Franca Fortunato

[05.05.2014 – Il quotidiano della Calabria]

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ITALIA /MESSICO/LETTA

 

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Lettera aperta al Presidente del Consiglio Enrico Letta

 

Signor Presidente del Consiglio,

apprendiamo della sua missione in Messico quasi contestualmente alla sua partenza, ma la sappiamo uomo attento e non disperiamo che questa nostra possa ottenere comunque la sua attenzione.

La parola FEMMINICIDIO assunta da lei e dal Governo che presiede in occasione di una discussa legge varata per contrastarlo, ha incominciato il suo percorso contaminando tutto il modo femminile proprio dal Paese nel quale le si trova. Precisamente a Ciudad Juarez.

Ciudad Juarez dove non si è mai fermata la strage che vede a tutt’oggi centinaia di donne uccise e poi buttate in discarica, irriconoscibili e le cui spoglie non vengono di regola consegnate alle famiglie. Femicidio dicono le donne in Messico e denunciano che nell’origine di tanto orrore  siano fortemente coimputati gli interessi commerciali che trasformano le giovani, che costituiscono  la manodopera femminile a basso costo, in fantasmi.

Le giovani donne delle Maquilladoras uccise sono solo una parte di quelle che quotidianamente subiscono violenza fino a volte a morirne, dentro e fuori dalle case, ma rappresentano bene la stretta relazione esistente tra violenze e e businness internazionali che tacciono e tollerano il massacro dei diritti umani in nome del profitto. Gli accordi commerciali (NAFTA) con gli USA sono stati più volte additati come terreno sul quale si fondano lo sfruttamento e l’invisibilità di donne potenziali vittime.

Crediamo davvero che gli accordi commerciali tra Italia e Messico, nel momento in cui il nostro Paese ha preso impegni e firmato e ratificato le convenzioni internazionali contro il femminicidio, non possano essere indifferenti all’ormai notissima vicenda delle donne Messicane.

Contiamo  che lei su questa questione non disperda le parole spese nel nostro paese in più occasioni e ci sembra naturale aspettarci che lei non faccia suo il silenzio del Presidente Obama.

 UDI – Unione Donne in Italia

(Coordinamento Nazionale)

Roma, 12 Gennaio 2014

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Tosca

Il numero delle vittime è ben oltre la stima ufficiale, lo è sempre stato, e non si tratta solo di chi viene uccisa.

Le ultime vittime, e l’ultima che i medici cercano di salvare, hanno subito violenza mentre il contrasto al femminicidio è diventato termine politico: nel governo, nelle amministrazioni e perfino in alcuni media. Nella convivenza e dentro le  teste delle persone le cose sono cambiate, intanto, in un modo che poco o niente influisce sul pericolo costante che avvolge le vite delle donne e sullo stile di vita di chi è minacciata.

Il femminicidio è diventato un nuovo argomento politico, ma inutilmente per le vittime.

Il femminicidio è ormai anche un banco propagandistico, un altro modo di occupare posti e di distribuirli nella politica, mentre l’ideologia che lo sostiene è però quella arcaica di sempre.

Una spia di questo sono gli spot del governo che differiscono di poco da una maggioranza all’altra e tutti insistono crudelmente sulla millantata presenza di aiuti e possibili difese pubbliche, ma soprattutto sul “coraggio di denunciare”

La querela di parte è un’arma in mano agli assassini e ai torturatori, e le donne ne sanno molto di più di quanto non ne sappiano i governanti, che continuano a celarsi dietro le vittime e alla loro presunta stupidità nel fidarsi “dell’amore”.

Loro ora si chiedono cosa potrebbero dover dire di voler fare, c’è chi lo sa ma nessuno ascolta.

Gli assassini invece ascoltano e si sentono incoraggiati da parole ed immagini che parlano di amore assassino, di delitti sentimentali, ed hanno perfino nelle orecchie una suggestione: quella che per condannare davvero un assassino è necessario che la vittima sia buona e bella. Chi uccide lo fa perché la “cosa femmina” non è per loro più utile, buona, né piacevole, bella. Quella cosa femmina si può sopprimere. Alcuni si uccidono, pochi, molti andranno in galera per poco, “il dolore sarà la loro pena”. Non è vero che il dolore se c’è in questi casi redime, perché gli assassini tornano a picchiare e uccidere.

Le donne che si sono salvate dalla morte durante la violenza, sono salve grazie alla denuncia  di un vicino, di un passante, di un’amica o di un amico. Loro, le vittime, non potevano averlo il coraggio, perché mentre alzavano la testa qualcuno cercava di rompergliela.

Nel 2013 il diritto dice ancora che la violenza sulle donne è un fatto privato, che la vita di una donna è affidata alla beneficenza, alla carità all’arbitrio di un padrone.

La cultura è cambiata, la politica no e neanche la comunicazione.

La giovane donna albanese ridotta in fin di vita “da un  uomo che difendeva la sua donna”, sua amica, non è solo una delle vittime della furia, ma anche dello sfruttamento della prostituzione, vero focolaio di uccisioni, stupri e ritorsioni sui bambini. Nello schiavismo che prostituisce ci sono capi che ti fanno rimanere viva solo se collabori. Dalle prime indagini sembra che la vittima collaborasse a mantenere nel giro la sua amica, e le sue prospettive sembrano divise nella scelta di una morte piuttosto che un’altra. Quella prostituzione che uccide e fa uccidere è la stessa di cui si servono gli uomini che “non picchierebbero mai una donna”.

 Noi speriamo che Tosca viva, anche se un uomo ha fatto di tutto per “punirla” ed ucciderla, ma pensiamo anche alla sua amica che per uscire dalla schiavitù non ha potuto contare su nessun altro che non fosse un uomo capace di uccidere, massacrare e per il quale rappresenta una proprietà.

Se qualcuno pensa ancora che si tratti di condannare e nominare il femminicidio, sbaglia e sbaglia perché da un’altra parte pensa che siano le vittime a dover avere il coraggio, sbaglia magari anche perché pensa la prostituzione sia il mestiere più antico del mondo, forse solo da legalizzare. Sbaglia perché non vede i legami contraddittori tra le parole che pronuncia  contro l’uccisione di donne e quelle che usa per nominare il loro corpo a pezzi come dal macellaio.

Domani nel piazzale di fronte al Loreto Mare a Napoli ci sarà un sit in alle 18, per Tosca che deve vivere, ma anche per la sua amica perché viva davvero senza protezioni.

UDI di Napoli

Napoli 14 Maggio 2013

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0,10 % di colpa, bastava toccare mani e piedi

bapi asharam(Bapi Asaram nel video mentre commenta lo stupro della donna)

Nirmala Carvalho (premio Staines International Award per l’armonia religiosa, 2009) giornalista indiana corrispondente di Asia News, molto attiva con denunce coraggiose per i diritti delle donne, riferisce del folle commento di un guru hindu molto seguito, Asaram Bapu, sullo stupro della ragazza, poi morta per le sevizie, avvenuto a New Delhi.

Bapu (padre) ha spiegato che la ragazza è “ugualmente responsabile” del crimine quanto i suoi carnefici. “Avrebbe dovuto chiamare i suoi aggressori “fratelli” toccare le loro mani e i loro piedi, e pregarli di fermarsi … ella avrebbe salvato la sua dignità e la sua vita. Si può applaudire con una sola mano? Non credo”.

Una valanga di proteste si sta muovendo per le folli dichiarazioni del bapu nel paese ancora sotto shock: irresponsabili, vergognose, lesive della dignità umana. E cosa dire allora alle donne indiane che muoiono di dote uccise arse o suicide (una ogni quattro ore) per non aver assolto alla completa corresponsione.

Nei fatti è risultata una spietata quanto vile esecuzione con stupro della ragazza, di cui non è stato per legge rivelato il nome (il Daily Mirror però lo ha  pubblicato domenica). Ma Asaram nonostante le proteste e il biasimo di personalità politiche e religiose e della società si è rifiutato di chiedere scusa. Anzi ha pure affermato che non va inflitta ai colpevoli una condanna troppo severa, perché «spesso le leggi esistenti sono mal utilizzate».

La sua portavoce ha cercato di correggere il tiro con la solita formula di rito del fraintendimento dell’estrapolazione dal contesto.

“Voleva dire che gli uomini sono responsabili, ma la ragazza ha uno 0,1% di colpa per essere salita su quell’autobus. Se avesse scelto un autobus pieno o con altri uomini, non sarebbe incappata in questa situazione. Se avesse pregato, allora qualcosa le avrebbe impedito di prendere il mezzo, e avrebbe fermato gli uomini”.

Tragedia e ridicolaggine si mescolano nel determinare il microdosaggio decimale della colpa della donna. Colpa di tornare a casa – era insieme al fidanzato -, di aver preso un autobus con solo sette persone a bordo, colpa di non aver previsto, colpa solo di essere donna più chiaramente. Avrebbe dovuto chiamarli “fratelli”, umiliarsi, supplicare remissiva, toccando quattordici mani e, chinandosi, quattordici piedi.

E poi  in nome di un qualcosa di superiore, dio dea o sostanza divina che dicono essere infinitamente dolce e tenera, ma che non ispira loro stessi che ne professano i precetti. Anche per la religione o meglio insieme di correnti religiose indicate come induismo ciò che viene professato non è conoscenza terrena ma verità rivelate.

All’altro capo del mondo insomma c’è un altro che dice se l’è cercato. Zelatori estremi che credono molto nei comandamenti punitivi specie se applicati al connubio donna-sesso.

Perché tanto universale questo atteggiamento di condanna delle donne vittime di sesso violento, insinuando sempre che se lo sono cercato, o andando a vedere se hanno provocato? Al contrario perché tolleranza e tante giustificazioni per gli uomini che abusano e uccidono, descrivendoli come presi da raptus o follia d’amore o incontinenza ormonale. Quasi sempre dette brave persone, nessun segno

Da diversi decenni molto è emerso sul piano storico e della ricerca, ma ancora difficile da fare accettare definitivamente alla totalità della conoscenza scientifica. Al di là delle pulsioni e della dinamica psichiatrica.

Quando vivevamo in comunità aperte in epoca preistorica antecedente il neolitico, nessuno/nessuna sapeva di chi fosse la figlia o il figlio avuto che in ogni caso restava, sì, presso la madre, ma in una comunità di madri, per forza di cose unite sia per la cura che per il procacciamento del cibo in comune. I maschi, frenando gli impulsi predatori e sessuali, avevano imparato a convivere  in un rapporto paritario collaborante, non violento e di venerazione per la femmina capace dell’atto procreativo inspiegabile e quindi divinizzato. Una mole imponente di tracce e reperti archeologici e soprattutto studi comparati, integrati e multidisciplinari lo dimostrano abbondantemente. Erano le società pacifiche né matriarcali né patriarcali, studiate e chiamate gilaniche da Rian Esler, matristiche o matrilineari. Marija Gimbutas, archeologa, ha scavato centinaia di siti e portato alla luce migliaia di reperti sistematizzando la mappatura dell’Europa protostorica in relazione alla struttura sociale e alle credenze.

La cultura androcentrica non ha considerato nel suo peso storico e antropologico queste risultanze per aver schematizzato il corso della civilizzazione con l’inizio delle civiltà guerriere, della prima scrittura, e delle tecnologie meno arcaiche.

La pratica della guerra, del possesso violento, la gerarchizzazione, l’aggregazione in nuclei di proprietà comprendenti terra-donne-animali-acqua, non sono modelli originari, comportamenti innati, ma sopraggiunti nella storia della specie. Anzi imposti. L’uomo è cacciatore (razziatore) e al cuore non si comanda (nel senso che se mi piace me la/lo prendo), come innatismo, potrebbero essere l’estrema semplificazione del processo.

Nel corso della nostra evoluzione orde di nomadi indo-eurpei (ipotesi Kurgan)ben equipaggiati di cavalli e strumenti di guerra efficaci, compiono razzie, stabiliscono marcature di territorio, detengono come proprietà donne e animali, e avanzando distruggono facilmente le società pacifiche gilaniche assumendo il controllo del corpo delle donne. Una formazione più utilitaristica e di accumulo che funziona sotto comando, per strati obbedienti, con punizioni ed esecuzioni, e che può essere stanziale e soprattutto nomadica.

Ora gli uomini capi sanno quali e quanti figli o figlie posseggono: i maschi sono la forza del gruppo, del clan, della tribù, le femmine si occupano totalmente dell’accudimento interno, servono per gli scambi e le alleanze, gli apparentamenti di rafforzamento. E per godimento esclusivo.

La guerra di Troia è la grande epopea storica della perdita o dell’ appropriazione di un corpo di donna.

Da allora fino ad oggi il controllo maschile si è fatto società, si è molto perfezionato e complicato, più sottile anche invisibile, ma esteso e compatto, o dichiarato e violento più vicino a certi primordi, quasi immutato.

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NO MORE! Stand up for my right Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne –femminicidio

Testo Convenzione

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Appello

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Promotrici della Convenzione:

UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

Chi sono: 

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per info e adesioni: convenzioneantiviolenza@gmail.com

 

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Appello NO MORE! Stand up for my right Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne – femminicidio

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Per info e adesioni: convenzioneantiviolenza@gmail.com http://convenzioneantiviolenzanomore.blogspot.it/

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