La donna, tutte le donne fuori dalla fabbrica della violenza

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La guerra non è la guerra, come entità separata nei fatti che accadono sulla terra, ma è un ingranaggio della enorme macchina distruttiva che noi della specie azioniamo sulla terra senza risparmiare nessuna cosa e nessun essere.

È una macchina che dura da migliaia di anni e ce la scambiamo di secolo in secolo, di generazione in generazione, ne sostituiamo i pezzi, la manteniamo pulita ed efficiente per distruggere tutto, soprattutto i sogni delle giovani generazioni.

È una macchina perché è una entità senza anima e senza cuore, senza pensiero, senza affetti, punta a distruggere il futuro, a far ritornare tutto ad un anno zero del dolore e della morte. All’annientamento. Non pensa e soprattutto non ama nessuna cosa o essere. L’hanno azionata sempre gli uomini in modo collettivo e la azionano tuttora. Qualche volta le donne, per lo più in modo individuale.
La macchina distruttiva non agisce solo tra schieramenti militari, ma si materializza diffusamente anche nelle relazioni ordinarie tra le persone compiendo un lavoro che ha un nome: violenza. La potenza che esprime va da un grado elementare che parte dall’insulto della parola, del gesto, che penalmente potrebbe essere nemmeno sanzionabile, ma c’è. Fino al grado massimo, di distruzione e autodistruzione collettiva.
Ma c’è un obiettivo costante verso cui la macchina millenaria della violenza dirige la sua potenza e compie il suo lavoro: le donne. Non necessariamente è un lavoro sanguinario. Va dal pagarle meno degli uomini sul lavoro, ostacolarle nella carriera, ostacolarne la maternità, assoggettarle socialmente e nel nucleo familiare. Non considerarle. Appropriarsene sessualmente, offenderle nel sesso e nell’etnia. La soluzione finale: sopprimerle se non si sottomettono e dopo l’abuso…

Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci invita sempre a riflettere. Ogni anno il fraseggio, gira gira, è scontato per le addette ai lavori e per chi è ben consapevole, ma non è così per moltissimi uomini (e donne) a cui una sola giornata di sensibilizzazione forse apporta e importa poco o nulla. E’ in ogni caso un rito necessario per mantenere alta l’attenzione. Ma non sufficiente.
Per tradizione (ignoranza-disinformazione) per molto tempo si è parlato di raptus e momenti di follia sui giornali, in televisione, persino nelle relazioni di psicologi e sociologi, anche donne. Si sosteneva con convinzione, in più settori culturali e sottoculturali, che si trattava di gelosie o turbe mentali dell’uomo o addirittura di inadempienze della donna.

Ancora perdura qualche formula del delitto passionale. Anche in un Convegno a Reggio, organizzato dalle Pari Opportunità nel 2012 in cui si mescolavano grossolanamente violenza sulle donne e violenza sui bambini, le donne relatrici più o meno sostenute da un noto criminologo parlavano di delitti passionali e patologie.
Oggi è un dato indiscutibile che all’origine della violenza sulle donne ci sia la disparità di potere instaurata storicamente e ufficialmente riconosciuta nella coppia. C’é la persistente gerarchia patriarcale dominante nelle società ricche e povere, con i relativi privilegi. C’è un clima di sopraffazione che soprattutto nei paesi più poveri non viene né ostacolato né conosciuto o denunciato, piuttosto occultato. Di conseguenza in una umanità dispari e a mentalità maschile dominante, sono a rischio sia il riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, non ancora pienamente metabolizzata dall’uomo, sia l’applicazione di sanzioni soprattutto nei paesi più poveri.

«Il femminicidio, compiuto spesso dopo stupri e tortura è all’ordine del giorno in Guatemala». Così dice sul manifesto Ana Cofiño, antropologa e femminista di lunga esperienza, fondatrice del mensile La Cuerda.

Ma richiamiamo anche altre violenze estreme che le donne subiscono in aree di guerra per stupro-etnico, in medioriente e Africa e altrove. Si sequestrano per torturarle, schiavizzarle sessualmente, se ne fa compravendita o si uccidono …

Decenni di studio da parte di Comunità internazionali e nazionali (la C. CEDAW adottata dall’ONU nel 1979, Convenzione di Istanbul, il testo NoMore promosso dall’UDI, realizzato e sottoscritto da più di una decina di Associazioni) basterebbero oggi per orientare gli amministratori sulle giuste misure da prendere e sulle strade da percorrere.

Non c’è quasi più niente da studiare. C’è da fare azioni concrete soprattutto nell’ambito dell’educazione, familiare e scolastica, educare al rispetto dei diritti umani e civili di ogni essere vivente e dell’ambiente. C’è da fare prevenzione e tutela nell’ambito delle Istituzioni investendo in cultura, Università, Osservatori, Eventi, Reti e Strutture antiviolenza.

Come è scritto nella Convenzione No More la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:
• nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
• nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
• nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
• nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ma non si dirà mai abbastanza quanto diverse realtà femminili attive, preziose, restino marginali e frammentate con poca forza d’urto nello stabilire strategie comuni e perfino poco amichevoli nel piccolo litigio delle precedenze e delle visibilità.

UDIrc

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Archiviato in autodeterminazione delle donne, Contro la violenza sulle donne, diritti della persona

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