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No al sessismo No al razzismo

A poche settimane di distanza dalla notte di violenze contro le donne in Germania che ha suscitato il dibattito anche sui media italiani, ci sembra interessante proporre un articolo ‘decentrato’ – abbiamo scelto e tradotto l’analisi di una giovane studiosa di scienze sociali, Salimata Sali, originaria del Senegal che vive e lavora in Canada. Si autodefinisce femminista e impegnata sul terreno dei diritti civili.  

Carla Pecis, UDI Catania

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MEDITERRANEA 2016

pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI gennaio 2016

Salimata Sali – Nude o vestite, le donne non sono prede sessuali

Centinaia di donne hanno presentato denuncia alle autorità tedesche per aggressioni sessuali durante la notte di San Silvestro a carico di uomini descritti come “arabi” o “nord-africani”. Il fenomeno di grande impatto è stato messo sotto silenzio per evitare di stigmatizzare o colpevolizzare una determinata componente sociale. È stato un grave errore. Una ingiustizia rimane sempre tale e nominarla non vuol dire generalizzare. È un fatto.

Nessuna sorpresa, sono colpita, non è la prima volta che le violenze contro le donne mi lasciano in uno stato d’animo di pena profonda, dolore profondo che spinge all’azione contro l’ingiustizia. D’altro canto, le aggressioni sessuali commesse in terra tedesca mi riportano verso altri luoghi,soprattutto in Africa nelle zone di guerra o in quelle devastate dalle ingiustizie e dalle diseguaglianze, dove tutte le forme di violenza sono costantemente rivolte contro le donne.

L’esempio più duro che mi umilia mi viene dal Congo. In quell’area assistiamo al totale disimpegno delle autorità locali e della comunità internazionale, assuefatte alla non azione e alla banalizzazione che finisce per normalizzare un fenomeno crudele a cui invece non ci si dovrebbe assuefare. Donne e bambine vivono una vita d’inferno sotto scacco di maschi aggressori e di una società che le rifiuta, che sempre riporta sulle vittime la colpa delle aggressioni sessuali considerandole esseri senza valore, quindi oggetti sporchi da abbandonare, che sono causa della loro stessa mala sorte…

Colpevolizzare le vittime: questa inumana scorciatoia priva di giustizia e partecipazione è stato l’atteggiamento assunto dalla sindaca di Colonia Henriette Reker, che consigliava alle donne “di tenersi ad una certa distanza dagli sconosciuti per proteggersi dalle aggressioni”: no, non sono le donne che devono tenersi alla larga dagli uomini, sconosciuti o conosciuti. Le donne non devono cambiare il loro modo di vestire per non eccitare la libido di uomini incapaci di controllo. No.

Dopo lo choc, la lucidità mi impone di sottolineare alcune evidenti differenze tra la Germania e il Congo. La sofferenza dei migranti non ha lasciato quasi nessuno indifferente. Malgrado la partecipazione umana alcuni hanno presentato la priorità della sicurezza come condizione per l’accoglienza. È una scelta molto razionale. Tuttavia la Germania, che ha dato prova di disponibilità e generosità nei confronti del flusso migratorio rispetto alle altre grandi potenze occidentali, ha trascurato lo scontro di culture e l’esperienza d’ineguaglianza basata sul genere, il sessismo. Lo scontro dei rapporti tra generi è quindi più forte. Di grande portata. Le statistiche parlano di centinaia di aggressioni e non di casi isolati. I presunti colpevoli condividono caratteristiche comuni riferibili al patriarcato, cioè il potere e l’abuso degli uomini sulle donne. Il patriarcato è ingiustizia comune a quasi tutte le società nel corso della storia. L’Occidente non vi è sfuggito. Ma alcune società soprattutto occidentali se ne sono sbarazzate grazie alle lotte femministe e all’affermazione di una domanda di giustizia sociale che ha ancora passi da fare, mentre altre società ancora sono immerse nel patriarcato e lo coltivano con la religione e la cultura È un fatto.

Per governare i problemi aperti dalle migrazioni di massa generate dalle ingiustizie planetarie bisogna riconoscere che l’arrivo di persone provenienti da altre culture, da altri valori e religioni possono creare tensioni. Questo non vuole assolutamente dire che si devono chiudere le porte ai migranti. Ma occorre trovare mezzi efficaci che precedono l’accoglienza e proporre loro un aggiornamento/adeguamento con la popolazione locale sull’eguaglianza dei uomini e donne nella dignità e nei diritti, sulla laicità e la libertà d’espressione. Bisogna riconoscere che i paesi occidentali, con tutti i loro difetti, al loro interno sono avanti sui rapporti di genere. In questo senso sono dei modelli per alcuni paesi come per il mio paese d’origine, il Senegal, ma anche e maggiormente per i paesi islamici. Le statistiche ci dicono che esiste una forte correlazione tra ingiustizie e diseguaglianze nei paesi islamici governati dalla Sharia diversamente che nei paesi laici. È un fatto.

In Occidente le donne hanno abbandonato i ruoli secondari per prendere il loro posto a pieno titolo nella società. La minigonna non sarà barattata con la gonna lunga. I capelli al vento non saranno imprigionati da un velo per un sedicente pudore compiacente con l’atteggiamento degli uomini. Il pudore è nella civiltà, nei rapporti giusti e paritari tra donne e uomini a prescindere dagli abiti che si indossano. Consiste nel rispetto assoluto e incondizionato della donna e del suo corpo, vestito o nudo. Per questo il valore occidentale più invidiabile e degno di essere copiato ovunque sulla terra dove vivono esseri umani è l’eguaglianza in dignità e diritti tra uomini e donne. Non è barattata a fronte di qualsiasi religione, cultura; non si deve piegare, non si piega. Prima di concludere, a quelli che si chiedono perché parlo del Congo rispondo che ho scelto l’occasione di una ingiustizia per denunciare questa e insieme altre che si compiono altrove. Troppe donne nel mondo soffrono di ingiustizie religiose, culturali, sociali, politiche ed economiche. Ci vuole tolleranza zero, bisogna denunciare a piena voce chi aggredisce le donne, essere dalla loro parte senza guardare a fatti particolari che sembrano poter giustificare i comportamenti aggressivi. I colpevoli devono essere individuati e condannati severamente. Devono essere assunte iniziative per prevenire altri abusi e aggressioni. Come le persone, le ingiustizie viaggiano, prendono l’aereo e le navi, entrano in contatto con altre culture e civiltà, con stili di vita completamente diversi. Questo scontro deve farci ricordare e praticare che che l’eguaglianza tra uomini e donne è superiore a tutto.

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

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DUE VIGNETTE

Una vignetta di Charlie Hebdo: per commentare la notte di violenza contro le donne in Germania si riprende la morte sulla spiaggia di Aylan (migrante di 6 anni), e si inserisce in un contesto di ‘uomini’ (?) che rincorrono donne con la bava alla bocca.

Il titolo della vignetta è ‘MIGRANTI’.

La domanda è “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?”

Il nostro commento è: vergognoso, inaccettabile. Lasciate stare i bambini.

 

A distanza di qualche giorno una risposta che condividiamo: una vignetta pubblicata sul blog della regina Rania di Giordania, il 15 gennaio.

La domanda è la stessa: “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?  

La risposta è: “Un ragazzino, uno studente, forse un medico, un padre affettuoso…”

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Mediterranea UDI Catania a cura di Carla Pecis  –  carlapecis@tiscali.it

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Ha pianto Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Aylan, vedendo la vignetta in cui Charlie Hebdo ironizza su chi sarebbe diventato da grande il bambino siriano di tre anni trovato morto a inizio settembre sulla spiaggia turca di Bodrum – un “palpeggiatore” in Germania. “Quando ho visto quell’immagine non ho potuto far altro che piangere”, ha raccontato Abdullah all’agenzia di stampa francese Afp. “La mia famiglia è ancora sotto shock”.  [Huffigton Post]

Davanti alla grande tristezza che la tragedia porta con se e al dolore inconsolabile per chi lo ha vissuto e lo vive, il “cinismo” satirico deve restare in silenzio e trovare altri bersagli. Non può muovere nessun riso o sorriso. Il bambino aveva solo il diritto di continuare a vivere.

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ragazze primavaraba

PARLIAMO DELL’ESITO DELLE ELEZION IN EGITTO :   90 DONNE IN PARLAMENTO

Sono state poche le notizie e pochissimi commenti alle elezioni egiziane che hanno eletto il nuovo Parlamento attraverso un percorso elettorale durato sei mesi – per comprendere cosa sta avvenendo e i possibili sviluppi nella realtà del Paese più importante dell’area araba mediterranea sottolineiamo la novità di una notevole presenza di donne elette e leggiamo un articolo di commento più ampio del direttore del quotidiano Asharaq Al Awsat, Ali Ibrahim ( 12 gennaio  – trad. MC. Minniti)  

Sembra che la politica internazionale sia in certa misura governata dalle suggestioni, a prescindere dai fatti sul terreno e senza tentare di comprendere realmente ciò che sta accadendo. Questa impressione deriva dalla posizione assunta da molti in Occidente rispetto agli sviluppi in Egitto post 30 giugno e la deposizione del governo guidato dai Fratelli Musulmani. Si tratta in parte di un atteggiamento comprensibile alla luce della cultura delle democrazie occidentali che si inquietano per l’intervento dell’esercito nell’arena politica. È stata, dunque, assunta una posizione critica verso gli eventi in Egitto, incomprensibile agli occhi di attori arabi e regionali che non riescono a capirne l’origine riconducibile alla cultura delle democrazie politiche.

Il percorso intrapreso dall’Egitto dopo il 30 giugno presentava elementi complicati da capire in Occidente, tra cui il chiaro sostegno popolare con milioni di persone scese in strada a manifestare contro il governo dei Fratelli Musulmani, l’intervento dell’esercito e poi il periodo di transizione caratterizzato dalla road map incentrata su tre fasi, il tutto sullo sfondo di un’ondata di violenza e atti terroristici il cui primo obiettivo era colpire l’economia, riuscendo a centrare una delle sue arterie più importanti, ovvero il turismo. Il percorso politico, tuttavia, non si è fermato: lo Stato si è rimesso in movimento e sono stati inaugurati nuovi progetti che sono fonte di speranza per il futuro. Il percorso, poi, si è completato con la promulgazione della Costituzione e in seguito con le elezioni presidenziali e infine quelle parlamentari.

L’elezione di questo parlamento è stata piuttosto controversa, dal momento che l’affluenza alle urne non è stata elevata e secondo i numeri diffusi si è attestata intorno a un quarto degli elettori registrati. Si tratta, tuttavia, di milioni di elettori che sono stati chiamati alle urne diverse volte in un lasso temporale limitato, ed è comunque una percentuale che si registra anche in molte democrazie occidentali. L’aspetto più importante di questo Parlamento è che per la prima volta sono entrate a farne parte circa 90 donne, un numero senza precedenti che corrisponde a oltre il 15% dei membri. La maggior parte sono state elette in liste di raggruppamenti politici oppure hanno vinto nelle loro circoscrizioni dopo battaglie elettorali. Si tratta di un grande successo rispetto alle passate elezioni in cui le donne potevano entrare in parlamento solo mediante nomina.

Questa percentuale rispecchia, inoltre, la partecipazione politica della donna egiziana nel percorso del 30 giugno e nella road map che ne è scaturita. La presenza delle donne è stata molto forte sia nelle manifestazioni in strada sia nella partecipazione politica alle votazioni che si sono svolte in diverse fasi della road map, così come nel numero di candidate e nella loro partecipazione alle “battaglie” elettorali. Questo ruolo è stato incoraggiato dallo Stato.

Se guardiamo gli eventi attraverso lenti nere non riusciremo a vedere niente di positivo in tutto ciò che è accaduto e invece non si può ignorare questa presenza femminile nel Parlamento del 30 giugno poiché è da considerarsi un successo storico che compiace il compianto Qasim Amin (giurista dell’Università del Cairo, autore di “I diritti delle donne nell’Islam” in particolare su matrimonio e divorzio, “La liberazione della donna” (1899) – “La donna nuova” (1900). Muore nel 1908.)

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

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In Italia morire per aborto

laiga.logo

14 gennaio 2015

In Italia morire per aborto volontario è un evento straordinario.
Infatti nel 2013 vi sono state 102760 Interruzioni Volontarie di gravidanza e sempre in quell’anno la percentuale di complicanza emorragica è stato del 1,7%, senza nessun decesso.

La complicanza può purtroppo accadere, anche se i medici operano con coscienza e diligenza.

In questi casi i medici non obiettori quelli che eseguono materialmente le interruzioni di gravidanza tutti i giorni, possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza.

Infatti gli altri operatori sanitari, medici, infermieri ed ostetriche, in primis, pongono attenzione sul fatto che si tratta di interruzione di gravidanza e quindi il caso non li coinvolge.

Vi è cioè una latenza psicologica, uno “iato” mentale, prima che il personale e l’ambiente tutto, intorno, entri in movimento attivo e rapido e dopo un momento di rifiuto (sono obiettore) realizzi che vi è uno stato di emergenza in cui deve essere attivo e rapido.

Talvolta questo iato mentale, che noi non obiettori conosciamo, può far sì che all’inizio di una complicanza si sia soli ad affrontarla e può rallentare pericolosamente la gestione di una complicanza grave.

I servizi di interruzione di gravidanza sono spesso isolati all’interno degli ospedali, visti come qualcosa che non dovrebbe proprio esserci, e che meno si vede, meno si guarda e meglio è. Infatti, in diversi ospedali, sono dislocati al di fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze.

Questo, più che gli errori, può provocare dei danni alle donne. Il diritto alla scelta deve essere riconosciuto pienamente dalle istituzioni, con il sostegno chiaro agli operatori che applicano la legge 194.

Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 [zeroviolenza]

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Il comunicato della LAIGA diramato in relazione alla morte di Gabriella Cipolletta, che era ricorsa ad un intervento di IVG  all’Ospedale Cardarelli di Napoli, apporta tristi riflessioni sul contesto sanitario-legale e deontologico nel quale viene eseguito. E non solo al Cardarelli.

Nel Giuramento di Ippocrate tra i vari principi deontologici viene accettato l’obbligo: di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute ,,,

Il Giuramento non è un obbligo giuridico, ma solo etico, senza il quale si può comunque esercitare la professione medica (anche se nel fascicolo personale può costituire notazione disciplinare). Ma se c’è una professione esattamente sul filo della vita e della morte è quella medica che presuppone una deontologia etica non certo confessionale, ma sul piano dei diritti universali.

Nella fattispecie è come se le figure sanitarie mosse da ideologie integraliste dicessero: non posso salvarti perché sei in peccato o stai commettendo un peccato, punendo nell’eventualità mortalmente la peccatrice.

Strano che nella giurisprudenza non vengono, secondo dottrina (anche la giurisprudenza è molto sul filo della vita e della morte), anteposti principi confessionali, mentre nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza l’obiezione confessionale è vincente.

E’ opportuno qui richiamare il comunicato-appello della LAIGA, del 1° ottobre 2015, che mette in allarme: EMERGENZA 194: UNA LEGGE DELLO STATO NON PIU’ APPLICABILE.

L’appello rivolto alle/ai parlamentari tra l’altro lamenta:

Si tratta di una vera e propria emergenza visto che la maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge 194 praticano l’IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L’età media dei/lle ginecologi/ghe non obiettori, infatti, è superiore ai cinquanta anni.

Già ora le difficoltà nell’applicazione della legge 194/78 sono enormi per l’alto numero dei medici obiettori, perché le norme impediscono a chi è in pensione di lavorare in strutture pubbliche o convenzionate e, inoltre, non consentono a chi è in servizio di lavorare part time presso altre strutture pubbliche.

La situazione è già disastrosa ma molto presto peggiorerà: i medici non obiettori negli ospedali scompariranno e le donne che non intendono portare avanti la gravidanza non potranno più abortire. Una legge dello Stato sarà di fatto inapplicabile.

Va anche considerato che non ci sono scuole di specializzazione in cui i/le giovani che intendono specializzarsi in ginecologia possano formarsi apprendendo le più moderne tecniche per l’IVG.

Nel volgere di un tempo rapidissimo l’effetto sarà la scomparsa di medici non obiettori e la conseguenza sarà la solitudine delle donne in un momento delicato come quello di una gravidanza indesiderata.

Questo appello intende informare tutti/e i/le parlamentari di questa gravissima situazione e chiedere di prendere dei provvedimenti urgenti per evitare che le donne italiane siano costrette a tornare all’aborto clandestino …

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Va ricordato anche che proprio l’8 Marzo 2014:

… il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in http://www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. [LAIGA]  

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Loro mi cercano ancora

cop loro mi cercano ancora

“LORO MI CERCANO ANCORA” – MARIA STEFANELLI

LORO mi cercano ancora” è il titolo del libro – memoriale di Maria Stefanelli, vedova del boss della ‘ndrangheta Francesco Marando, oggi testimone di giustizia nel maxiprocesso denominato Minotauro, di cui in questi giorni si sta celebrando l’appello a Torino contro i presunti affiliati alla ‘ndrangheta radicatasi in Piemonte.

Dal 1998, anno in cui è entrata nel programma di protezione, gli uomini della famiglia del marito la cercano, per averli accusati di aver ucciso suo fratello e zio Antonino, per aver raccontato dei loro affari al Nord tra gli anni Settanta e Ottanta, e per averli fatti condannare. Vive in località protetta con la figlia. E’ a lei che si rivolge nel libro – scritto insieme alla giornalista Manuela Mareso del mensile “Narcomafie” – e le racconta, per la prima volta, tutta la sua storia.

“Attraverso le pagine di questa memoria – le scrive – hai saputo ciò che fino ad oggi non avevo trovato il coraggio di raccontarti. Potrai capire meglio quello che ho sofferto, ora che sei mamma anche tu (..). Come ho cercato in tutti i modi di proteggerti. La verità è che tu sei stata l’unico appoggio. In te ho trovato la forza di lottare, di vivere, sconfiggere il cancro”, di cui si è ammalata dopo essere diventata testimone di giustizia.

Le racconta della sua breve infanzia ad Oppido Mamertina, suo paese natio. Un’infanzia “povera” ma “felice”, che finisce nel 1974, quando i suoi genitori si traferiscono al Nord, in seguito all’incendio per ritorsione del forno della madre. Maria aveva solo nove anni. Le racconta la sua vita al Nord, fatta di “povertà”, di “botte” e “violenze” in famiglia, per mano dello zio Antonino, l’ “orco”, che per anni ha violentato lei e le sue sorelle, dopo averne sposata la madre, alla morte del padre.

Alla figlia racconta del matrimonio con suo padre, accettato solo per uscire da quella situazione familiare di degrado “morale”, divenuta insopportabile. Le parla del suo dolore di figlia per una madre che non ha saputo “difenderla”, “salvaguardarla”, “salvarla” perché “lei non era stata in grado di proteggere nemmeno se stessa”, come capì il giorno in cui , “sopraffatta dalla vita”, sua madre tentò il suicidio.

Col suo racconto Maria apre il sipario su quel mondo mafioso – patriarcale, dove le donne che si sottomettono all’obbedienza della legge del padre, negano libertà a se stesse e alle proprie figlie.“ Se subisci violenze stai zitta, perché vedi che è così anche per le altre (…). E se tua figlia subisce violenze, non la soccorrerai perché così è stato per te”, e chi “ ha avuto il coraggio di spezzare questa spirale ha pagato con la vita” e chi si sottomette si imbottisce di psicofarmaci e tranquillanti, per sopravvivere. No, non è questa la vita che Maria voleva per sua figlia. Lotta contro sua madre, contro la famiglia del marito, contro l’uomo che ha sposato e che la costringe a seguirlo da un carcere all’altro, ad andare da un avvocato all’altro, ad aiutarlo ad evadere, a coprirlo nella latitanza e seguirlo a Platì.

Anni di violenze, di botte e maltrattamenti, fino a perdere il figlio che portava in grembo. Maria, non si piega, resiste e grida la sua liberazione, la sua felicità il giorno in cui le portano la notizia dell’uccisione del marito. Balla, canta, non accetta di portare il lutto, di fare la “vedova” e, con grande scandalo, va via con sua figlia da quel paese, pronto a rendere omaggio alla salma del boss.

Il racconto di Maria, al di là dal voler “spiegare dall’interno che cos’è quel mondo. Le menti malate che lo abitano, i meccanismi che lo governano”, è un grande atto d’amore di una madre verso la figlia, che ha saputo difendere e salvare perché lei è stata capace di difendere e salvare se stessa, in nome del suo desiderio di libertà di donna, prima che di madre. Il libro è la testimonianza di una delle tante donne calabresi coraggiose, venute dopo di lei, divenute testimoni o collaboratrici di giustizia, che hanno dato inizio ad un’altra storia, che le loro figlie e figli porteranno avanti, nel nome della madre, come sta facendo Denise, la figlia di Lea Garofalo.

Maria Stefanelli con la sua storia dimostra come per una donna, consapevole che “la ‘ndrangheta non dimentica”, “loro mi cercano ancora”, l’amore per la libertà femminile può essere più forte della paura.

recensione di Franca Fortunato

“Loro mi cercano ancora” – Maria Stefanelli con Manuela Mareso – ed. Mondadori pgg. 201 –  € 17,00

Quotidiano del sud 16/05/2015

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[estratto]

… Il giorno precedente il rito funebre, mia suocera, mia madre e le mie cognate portano in casa le sedie per accogliere chi mi porgerà le condoglianze. Caccio via tutti, non intendo stare alle pagliacciate, grido. Accendo la radio, ho voglia di musica. Uno scandalo. Non riesco a trattenere l’euforia. Mia suocera si dispera: «Lo ammazza una seconda volta!». Mia madre la consola. Entrambe sanno quello che ho passato. ma ai loro occhi il mio comportamento è inaccettabile.

Quando sento parlare di lotta per l’emancipazione femminile e penso alle ragazze di ‘ndrangheta, mi viene in mente un documentario che vidi in televisione anni fa sull’infibulazione, una pratica di menomazione genitale cui le bambine di alcune regioni africane e asiatiche devono sottoporsi. Un antropologo analizzava la ripercussione nel tessuto sociale di questo tradimento perpetrato dalle madri nei confronti delle figlie: una pratica sadica, umiliante, pericolosa, che distrugge nell’inconscio il legame tra le donne. Una bambina che non si sente protetta dalla madre, mai potrà fidarsi di un’altra donna. Così è nelle famiglie ‘ndranghetiste. Prima di tuo padre, dei tuoi fratelli, di tuo marito, a sottometterti e a tradirti sono tua madre, le zie, le nonne. Sono le persone con cui dovresti essere complice a costringerti a indossare i panni dell’obbedienza e dell’abnegazione. Così hanno fatto loro, così deve essere per te.   

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Lea, Denise

lea garofalo

LEA, GIARDINIERA DELLA LIBERTA’

SABATO a Petilia Policastro per ricordare e onorare Lea Garofalo c’ero anch’io. Per niente al mondo avrei rinunciato ad essere presente in quella piazza, per testimoniare la mia gratitudine per una donna che ha difeso con coraggio, pagandone un prezzo altissimo, come tante altre, la sua e la nostra libertà di donne.

La giornata non prometteva bene, piovigginava, il sole tardava ad apparire, quando io e la mia amica Lina Scalzo ci siamo messe in macchina per raggiungere il piccolo paese del crotonese. Nessuna di noi due era mai stata a Petilia. Arrivate al bivio per Cutro abbiamo imboccato la strada che si inerpica, come un serpente, su, su fino al paese. Ci siamo fermate più volte per chiedere indicazioni. Alcuni uomini si sono offerti di farci da apri – strada con la loro macchina. Finalmente dopo aver percorso strade tortuose, simili a quelle di tanti altri paesini interni della Calabria, siamo arrivate a destinazione.

Eravamo emozionate. Non ci siamo sentite estranee né abbiamo sentito la pesantezza della presenza della ‘ndrangheta. Petilia per noi era Lea, eravamo lì per lei. Carabinieri, polizia, vigili urbani, uomini della Protezione civile ci hanno indirizzate alla piazza, con cortesia e cordialità. Ci siamo sentite accolte. Ci siamo sentite a casa. Petilia, grazie a Lea, ci apparteneva e non avevamo niente da temere. Intanto il sole faceva la sua apparizione ed espandeva il tiepido calore dei suoi raggi sulla piazza che, piano piano, si andava riempiendo di donne e uomini e di tanta “bella gioventù”, studenti, ragazze, molte ragazze, dal viso pulito e raggiante, venuti ad onorare Lea, maestra di vita, lei che la sua vita l’ha persa per qualcosa di più grande, di più importante, per una donna, della legalità e della lotta alla ‘ndrangheta, la libertà femminile.

Libertà di decidere della propria vita e del proprio futuro. Libertà da ogni violenza sul proprio corpo. E’ questa consapevolezza femminile, irreversibile, che distruggerà, lo sta già facendo, questa ‘ndrangheta dove la famiglia mafiosa si identifica con quella di sangue. E’ questa consapevolezza di tante donne, di questa Calabria, che cambierà, ha già cambiato, questa terra.

Lea Garofalo non è un’ “eccezione”, né una martire o una santa, ma una donna “comune”, una di noi a cui è capitato di vivere in questo tempo di libertà femminile. Viviamo in un tempo di passaggio di civiltà nei rapporti tra i sessi e molte donne, e ancora di più donne come Lea, stanno pagando con la propria vita la fine di un mondo maschile, fondato sul dominio degli uomini sul corpo femminile. Gli uomini della ‘ndrangheta hanno da subito intuito la forza dirompente, devastante per loro, della libertà femminile. La temono più della giustizia e dei magistrati. Più del carcere e della galera. Temono il suo contagio e combattono, ammazzano, distruggono quelle come Lea, che credevano essere le “loro” donne.

Essere abbandonati da una donna è insopportabile per un uomo, come dimostrano le tante uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, ex, ma per un mafioso lo è ancora di più, perché ne va del suo “onore” di uomo e di ‘ndranghetista. Ecco da dove viene la crudeltà, l’efferatezza di chi non si è accontentato di uccidere Lea, dopo averla torturata, ma ne ha bruciato il corpo, come è accaduto a tante donne nella storia, su cui si è abbattuto l’odio degli uomini – da Ipazia d’Alessandria alle tante bruciate sui roghi come streghe ed eretiche –.

Un gesto simbolico per dire la volontà di cancellazione di una donna dalla faccia della terra. Lea è più viva che mai –come ha ricordato anche don Ciotti – , lo è e lo sarà in sua figlia Denise e in tutte le donne che sabato erano in piazza, e non solo. Dal parco giochi, dove è stato sistemato il monumento a Lea, lei potrà – secondo la felice espressione del professore Giovanni Ierardi – essere “la giardiniera dell’infanzia di Petilia e del mondo”.

Una “giardiniera” che, ancora una volta, avvicina Milano alla Calabria, a Petilia Policastro. Le giardiniere, infatti, si sono chiamate quelle donne che a Milano, nei primi decenni dell’800, si sono spese per la causa risorgimentale. Giardiniere perché si trovavano nei giardini per far nascere un’altra patria, un’altra Milano, liberata dall’oppressione e dalla tirannia.

Grazie Lea. Grazie Denise.

Franca Fortunato

[05.05.2014 – Il quotidiano della Calabria]

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Proposta Gallardòn

 (foto polisblog)

NOI CON LE DONNE SPAGNOLE :  NO ALLA PROPOSTA GALLARDÓN

Le donne  italiane dicono NO al tentativo di limitare la libertà delle donne spagnole, il loro diritto all’autodeterminazione e alla  scelta di una maternità consapevole.

L’ “antiproyecto de ley” del ministro della giustizia spagnolo Gallardón, presentato il 20 dicembre 2013, intende cancellare il diritto di scelta  all’interruzione volontaria di gravidanza  riconosciuto alle donne spagnole dalla legge del 2010 introdotta dal governo Zapatero.

Attualmente  in Spagna, in linea con la legislazione prevalente in materia nei paesi dell’Unione Europea, la legge stabilisce un tempo – le prime 14 settimane – entro cui è riconosciuto alla donna l’esercizio pieno del diritto di scelta; al contrario, la proposta Gallardón affida ogni decisione ai medici, al giudice, ai genitori. L’aborto inoltre è previsto solo nel caso di violenza sessuale (fino alla 12a settimana) e di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, con rischio permanente o duraturo nel tempo, accertato da due esperti (fino alla 22a settimana).

La proposta ignora  i risultati positivi del sistema in vigore (p.e. la riduzione di ben 6 mila casi di aborto nel 2012 rispetto all’anno precedente) e, proponendo di punire i medici trasgressori, finisce per incentivare l’aborto clandestino, i viaggi oltre confine, i guadagni ‘occulti’ di chi è abituato a ‘monetizzare’ le  paure altrui.

La proposta Gallardón è  un chiaro tentativo di oppressione delle donne, di restaurazione del patriarcato; un attacco alla libertà delle donne e al loro diritto di cittadinanza, la cui primaria manifestazione è l’autodeterminazione nel diritto alla salute e nelle scelte riproduttive.

Consapevoli della gravità dell’attacco, le donne e gli uomini europei che fanno riferimento alla Carta Europea dei diritti fondamentali, chiedono che la proposta Gallardón venga immediatamente ritirata, in quanto violazione dei diritti di tutte le donne in Spagna e in Europa, un vero e proprio “golpe” autoritario  e ideologico.

Le donne italiane, da sempre impegnate ad affermare la loro soggettività, e  il diritto alla gestione del proprio corpo, a scegliere liberamente la maternità e a contrastare i ripetuti attacchi all’applicazione della legge 194/78, annunciano la loro mobilitazione insieme alle donne spagnole, e a tutte/tutti coloro che si impegneranno affinché la proposta  Gallardón venga bloccata prima di essere portata alla discussione delle Cortes, e affinché qualsiasi proposta simile sia condannata quale grave violazione della libertà e dell’autodeterminazione delle donne.

Chiediamo inoltre agli eletti e alle elette al Parlamento Europeo una forte ed incisiva presa di posizione che garantisca alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.

Una Europa senza diritti delle donne, semplicemente non è.

 

Casa Internazionale delle Donne, UDI – Unione Donne in Italia, Snoq Factory, Snoq Roma, Wilpf-Italia, Coordinamento Donne Cgil Roma e Lazio, Sciopero delle donne, Associazione Punto D, Assolei onlus, Associazione Differenza Donna, GiULiA, Giornaliste Unite Libere Autonome, Luisa Betti – piattaforma web “Donne x Diritti”, Uil di Roma e Lazio – Coordinamento pari opportunità, Noi Donne, Zeroviolenzadonne Onlus, Laiga.

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Da UDI Nazionale:

riunite  presso la Casa Internazionale, abbiamo concordato e condiviso il testo allegato, in adesione e sostegno alla lotta delle donne spagnole contro l’ antiproyecto de ley proposto dal ministro Gallardòn.

La conferenza stampa per il lancio dell’iniziativa è prevista per il 30 gennaio prossimo e il  1° febbraio alle 15.00 a Roma saremo tutte a manifestare sotto l’ Ambasciata Spagnola.

Si è deciso di essere presenti senza insegne e di condividere soltanto uno striscione rosso con la scritta ” YO DECIDO”, da srotolare dalla balaustra della scalinata di  Trinità dei Monti. – In piazza distribuiremo volantini con il nostro testo e quello delle donne spagnole.

Le donne spagnole il 1° febbraio partiranno da più città verso la stazione Athoca di Madrid  (el tren de la libertad) per poi recarsi davanti al Parlamento per esigere che venga mantenuta la legge attuale su salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria dell’aborto. Appelli e comunicati giungono anche da Parigi, Bruxelles, Milano, Firenze, per una mobilitazione il 1° febbraio davanti alle  Ambasciate e Consolati spagnoli in concomitanza con la marcia.

Alla rete europea (link) bisogna aderire singolarmente RIFERENDOSI AL TESTO dell’ Appello come ha fatto anche  UDI NAZIONALE  e  vi invitiamo a fare TUTTE  altrettanto.

Appuntamenti:

ROMA: P.zza di Spagna, ore 15.00 – sotto all’Ambasciata spagnola, Piazza Mignanelli, ore 15:30

MILANO: via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto al Consolato spagnolo

FIRENZE: via de’ Servi 13, (orario da precisare) sotto al Consolato spagnolo

Pagina FB https://www.facebook.com/womenareurope

Adesioni: http://goo.gl/EFgIQ3

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“ Porque yo decido”

L’appello che il 1° febbraio le donne spagnole consegneranno alle Cortes Generales, il Parlamento spagnolo

Perché io decido

Perché io decido a partire dall’autonomia morale, che è la base della dignità personale, non accetto imposizioni, o proibizione alcuna per quanto riguarda i miei diritti sessuali e riproduttivi e, perciò, la mia realizzazione come persona. Come essere umano autonomo mi rifiuto di essere sottomessa a trattamenti degradanti, ingerenze arbitrarie e tutele coercitive nella mia decisione di essere o meno madre.

Perché sono libera invoco la libertà di coscienza come il bene supremo su cui fondare le mie scelte. Considero cinici quelli che fanno appello alla libertà per limitarla e malevoli quelli ai quali non importandogli la sofferenza causata vogliono imporre a tutti i propri principi di vita basati su ispirazioni divine. Come essere umano libero mi nego ad accettare una maternità forzata e un regime di tutela che condanna le donne alla “minore età sessuale e riproduttiva”.

Perché vivo in democrazia e sono democratica accetto le regole del gioco che tracciano i confini dei diritti dai peccati e della legge dalla religione. Nessuna maggioranza politica nata dalle urne, per molto assoluta che sia, è legittimata a convertire i diritti in delitti e ad obbligarci a seguire principi religiosi mediante una sanzione penale. Come cittadina esigo che quelli che ci governano non trasformino il potere democratico, salvaguardia della pluralità, in dispotismo.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo dal governo, da qualunque governo, che promulghi leggi che favoriscano l’autonomia morale, preservino la libertà di coscienza e garantiscano la pluralità e la diversità di interessi.

Perché io decido, sono libera e vivo in democrazia esigo che si mantenga l’attuale Legge sulla salute sessuale e riproduttiva  e sull’interruzione volontaria di gravidanza per favorire l’autonomia morale, preservare la libertà di coscienza e garantire la pluralità di interessi di tutte le donne.

Scritto da Alicia Miyares, traduzione di Nadia DeMond

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  • A leyes más restrictivas, más abortos
  • Un estudio mundial revela que hay más interrupciones del embarazo allá donde es ilegal
  • Criminalizarlo es una estrategia cruel y fallida y conlleva más riesgos para la madre
  • En España, el cambio a la ley de plazos no alteró las tendencias

Uno studio pubblicato su The Lancet rivela che il tasso di aborti è inferiore nei paesi con leggi più permissive, e sono più numerosi dove l’intervento è illegale o è molto limitato, anche se le donne devono ricorrere alle cliniche clandestine e mettendo in pericolo la loro salute. “Approvare leggi restrittive non riduce il tasso di aborti” dice Gilda Sedgh, autrice dello studio, “ma si incrementa la morte delle donne.” “Denunciare, stigmatizzare e criminalizzare l’aborto è una strategia crudele e fallimentare,” dice Richard Morton, direttore di The LancetAntìa Castedo.

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Fiorella Mannoia scrive alle donne

manifesto doveri sposeDoveri della famiglia cristiana, riprod. stampa del 1895, conservata nel ristorante “Casa Baroni” – Fellicarolo-MO – fonte e notizie radiocittadelcapo   

Vorrei aggiungere a tutte le riflessioni di ieri anche la mia e la voglio indirizzare alle donne. Sorelle, qui sotto ci sono scritte le regole che ci sono state inculcate in centinaia di anni. Sono retaggi duri a morire, circolano nel nostro sangue, nel nostro DNA.

Se vogliamo cambiare la mentalità maschile, dobbiamo cominciare a cambiare anche la nostra, toglierci dalla nostra “mappa genetica” questa vocazione della “crocerossina” quel pensiero malato che ci porta a sperare che “LUI” possa cambiare. Quel “LUI” non cambierà.

Sottomettere una donna (o chiunque) crea dipendenza, innesca, nelle persone vigliacche, una sindrome di onnipotenza difficile da sradicare, permettere anche una sola volta che il nostro compagno alzi una mano su di noi, o che eserciti una qualsiasi violenza anche psicologica ci fa scivolare lentamente in un pozzo dal quale è difficile risalire. Sono i nostri atteggiamenti sottomessi che inducono l’uomo (anche lui vittima degli stessi retaggi culturali che questa foto elenca così bene) a pensare ad una donna come una proprietà, e a non accettare il suo rifiuto.

Il mio invito è a riflettere sui nostri comportamenti. Bisogna scappare a gambe levate da un uomo violento, immediatamente. Invece spesso le donne sopportano, giustificano, perdonano, aspettano, sperano… che qualcosa possa cambiare, che LUI possa cambiare, rendendosi complici di una spirale pericolosa che spesso, troppo spesso, sfocia nelle tragedie che conosciamo. Quando una donna dice no è NO. Punto. Che sia una moglie, o una prostituta non fa differenza. Sradichiamo una volta per tutte le regole qui sotto riportate e non permettiamo a nessuno di toglierci la dignità che ogni essere umano ha diritto di avere. Ma deve partire da noi, dall’educazione che diamo ai nostri figli, una madre sottomessa è un cattivo esempio per i figli, maschi e femmine. Sorelle, riflettiamoci sopra.

Fiorella Mannoia

doveri spose(estratto Doveri delle spose)

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Molto apprezzabili le riflessioni e generoso l’appello di Fiorella in occasione del 25 Novembre, e per una causa di civiltà basilare che dovrà quanto prima inondare il mondo. Sono ormai poche le donne che credono di dover obbedire al cliché della sottomissione, tuttavia la pericolosità di alcuni comportamenti maschili, manifesti o nascosti, permane nel nostro paese e nelle aree occidentali e può generare sottomissione, finché a un rifiuto non esplode incontenibile la punizione o la vendetta. E’ impensabile che in Europa, per esempio, si trovino alcuni paesi scandinavi ai primi posti per stupro, la forma più di ogni altra odiosa di sottomissione e annullamento fulmineo della personalità. Comportamenti violenti verso le donne sono abnormi e di massa in altre aree e nei terzi mondi, per il permanere di strutture tribali repressive, politiche o civili-religiose, e per la concezione arcaica del possesso dei beni tra cui era inclusa la donna.

La ribellione e la denuncia sono necessarie. La cosa più problematica è che dopo la denuncia vi sia il pericolo della vendetta senza la necessaria rete di protezione, e il contesto generale è quello delle gravi carenze in termini di prevenzione. Quando le situazioni sono complesse e pericolose, occorre possibilmente una strategia. Uscirne al più presto, chiedere aiuto, non rimanere sole.

E non rimanere sole, isolate, in generale per tutte le donne è un’esigenza in questa prospettiva di dovere estirpare, in casa o fuori casa, le culture offensive o violente contro di loro: unirsi e riunirsi in una partecipazione pubblica, non importa in quale forma associativa, per concorrere a raggiungere questo grado di civiltà dei diritti e dei doveri paritari. Capita di vedere tutte donne in varie sezioni di uffici istituzionali, ma poi il ruolo del capufficio è ininterrottamente maschile, e così il direttore generale, e quello regionale, e il sottosegretario e il ministro, e… il presidente della repubblica.

In questo senso il salto obbligato è quello di compartecipare ai ruoli decisionali e legislativi nella cosa pubblica, inserendo nuovi modelli di pensiero operativo e di analisi e con l’abbandono di quegli schemi maschili di potere che ignorano o ostacolano la dimensione femminile.

Diversamente sarà, come è già, una tela di Penelope.

La riproduzione sopra riportata dei Doveri delle Spose, cui si riferisce Mannoia e che circola in rete, è un corpuscolo, come è nella natura frammentata e frammentaria di fb, non meglio chiarito. Il primo equivoco che si può ingenerare è che fosse una vecchia pagina o stampa, come potrebbero indicare i caratteri, risalente a molti anni fa di Famiglia Cristiana, rivista cattolica.

Si tratta invece di una locandina, come diremmo oggi, stampata in occasione di una predicazione, una catechesi dedicata alla famiglia, tenuta dal 29 giugno al 7 luglio 1895 nella parrocchia di Fellicarolo, una frazione di Fanano in provincia di Modena.

L’intestazione del foglio originario infatti recita: RICORDO DELLA SACRA PREDICAZIONE in apparecchio alla solenne consacrazione della Famiglia cristiana.

La catechesi era stata sistematica e contemplava tutti gli aspetti comportamentali e interrelazionali dei componenti della famiglia, intesa come sacra famiglia di Nazaret, ma che di fatto investiva tutta la società di cui la famiglia era considerata nucleo, e di fatto nella sola componente maschile: i capifamiglia, i dipendenti, i figli maschi erano la struttura operante della società, le donne non avendo nessuna incidenza né come soggetto pubblico né come privato, sottomesse alla potestà maritale o paterna. Il documento oltre che diretto specchio di quella forma religiosa integralista è anche uno spaccato della struttura sociale gerarchica e patriarcale. Un capo assoluto per l’impero, il regno, il principato, il ducato…, un marito a capo della famiglia e del territorio domestico come microimpero. E la signoria era assoluta: dal territorio fisico ai corpi, all’anima, cui badava la chiesa. Facile ottenere obbedienza e sottomissione con l’umiliazione, la tortura, la terribile punizione, l’uccisione, il rogo, materializzazione dell’inferno.

Da allora è cambiato moltissimo per un verso, e sono stati i movimenti di donne a partire da metà Ottocento (l’ultima strega fu arsa all’alba di quel secolo) a portare cambiamenti per la loro parte, a scuotere la piramide societaria e né la parte maschile né la struttura ecclesiastica eorum sponte l’avrebbero mai voluto. Cedere potere è quasi un dolore fisico.

Per un altro verso coesiste ancora un enorme fenomeno carsico maschilista che può andare dalle forme più piccole e inconsapevoli (nessuno è perfetto) fino alle forme più macroscopiche con l’epilogo criminale del femminicidio. Ancora troppa letteratura mediatica celebra e alimenta il sentimento del possedimento d’amore per sempre, piuttosto che il sentimento del rispetto di un amore come legame consapevole nella libertà reciproca, finché potrà durare.

Il compendio della precettistica:

Doveri dei capi di casa

Doveri dei figli e dei dipendenti

Doveri delle spose

Doveri delle madri

Doveri dei mariti

Doveri di padri

Doveri dei giovani

Doveri delle giovani.

E’ evidente l’elencazione dei comandamenti in ordine gerarchico: capi-famiglia / figli e dipendenti; mariti / spose; padri / madri; giovani (maschi) / giovani (donne). Il prospetto-vademecum termina con le esortazioni: OPERA IL BENE / FUGGI IL MALE, con altra serie di precetti e giaculatorie.

A margine destro della riproduzione in verticale è scritto: Riproduzione originale di un’antica stampa conservata presso il ristorante “Casa Baroni” – Fellicarolo (MO) tel… Infatti la riproduzione è esposta in quel ristorante e a notarla è stato uno storico locale, Massimo Turchi.

I coniugi Fernando e Pina Corsini molti anni fa comprano un vecchio cascinale sull’Appenino tosco-emiliano per farne un ristorante, e nei lavori di ristrutturazione tra i vecchi oggetti agricoli delle soffitte trovano la stampa ingiallita, tutta piegata in un cesto. Fernando, che ha oggi 72 anni, descrive la borgata a più di mille metri sotto il monte Cimone come una piccola comunità di montanari pastori dediti alla transumanza, e che vivevano proprio secondo le regole del foglio ingiallito. L’unica trasgressione per i bisnonni dell’epoca era alzare il gomito la domenica all’osteria.

Sul tritatutto di fb e twitter i commenti crescono a dismisura, ma preoccupano soprattutto molte approvazioni da parte maschile. Qualche insulto a Mannoia, che pensasse solo a cantare, e qualche commento del tipo: le donne non sono di proprietà ma in comodato d’uso, il che non sposta molto i termini e fa vedere quanto vi sia ancora una dotazione mentale di luoghi comuni acriticamente accolta e dura a demolire. Costrette fino allo sfinimento ogni volta a indicarne le radici: il millenario patriarcato (planetario) che non ha religione, le forme istituzionali del potere repressivo che hanno a modello il capo, le religioni che hanno vissuto e vivono di gerarchie maschili da cui la donna storicamente è stata considerata inferiore, impura…  e oggi quelle voci, quei personaggi, quei media e quella comunicazione che perpetuano questo sottofondo.

Eppure al tempo arcaico quando il maschio non sapeva di chi fosse la prole generata, e non era ancora instaurata la proprietà domestica individuale e per clan, la figura della donna era omologa di una divinità portatrice dello stupore della nascita, strettamente legata ai cicli naturali. I gruppi erano paritari pacifici e collaboranti, matrilineari, come dimostrano l’assenza di tracce di guerra o strutture difensive negli insediamenti, le sepolture, i reperti archeologici delle dee madri.

Vigorosa e decisa dunque Fiorella Mannoia.

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In quanto peccatrice per natura (diaboli ianua) e istigatrice al peccato, anzi origine del peccato primordiale la donna è così descritta da Tertulliano, dottore della Chiesa (De cultu feminarum, 1,1):

«Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione…

Dunque da tenere molto a bada…

(per una riflessione più approfondita e integrata continua a leggere)

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La tigre e il violino

locan tigreviolino3aJ
Appuntamento sabato 16 febbraio, Palazzo della Provincia, h 16.30
Sala Conferenze
Incontreremo Loredana Cornero, di Rai International, autrice del libro “La tigre e il violino” e Anna Rosa Macrì, scrittrice e giornalista di Rai 3 regione. Nel libro viene disegnata la parabola di un programma televisivo coraggioso, primo e unico nel suo genere che affrontò le realtà fatte emergere dai movimenti delle donne anni ’60 – ’70.
Si chiamava Si dice donna, condotto in modo asciutto ed essenziale da Tilde Capomazza, e preparato da un’équipe quasi di sole donne. Parlavano le donne e si parlava di donne su temi che incrociavano lavoro, maternità, sessualità, aborto, famiglia, in una visione allargata della società reale. Proprio la realtà della rappresentazione con occhi femminili non piacque alle alte sfere che alla quarta edizione ne decisero la soppressione.
E’ anche un’occasione per verificare quanto il femminismo storico abbia influito sull’acquisizione di diritti e libertà delle donne e quali difficoltà esse incontrano oggi nel mantenere e difendere gli spazi guadagnati oltre che nel perseguire ulteriori traguardi per i diritti paritari e le giustizie sociali.

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