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La tigre e il violino

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Appuntamento sabato 16 febbraio, Palazzo della Provincia, h 16.30
Sala Conferenze
Incontreremo Loredana Cornero, di Rai International, autrice del libro “La tigre e il violino” e Anna Rosa Macrì, scrittrice e giornalista di Rai 3 regione. Nel libro viene disegnata la parabola di un programma televisivo coraggioso, primo e unico nel suo genere che affrontò le realtà fatte emergere dai movimenti delle donne anni ’60 – ’70.
Si chiamava Si dice donna, condotto in modo asciutto ed essenziale da Tilde Capomazza, e preparato da un’équipe quasi di sole donne. Parlavano le donne e si parlava di donne su temi che incrociavano lavoro, maternità, sessualità, aborto, famiglia, in una visione allargata della società reale. Proprio la realtà della rappresentazione con occhi femminili non piacque alle alte sfere che alla quarta edizione ne decisero la soppressione.
E’ anche un’occasione per verificare quanto il femminismo storico abbia influito sull’acquisizione di diritti e libertà delle donne e quali difficoltà esse incontrano oggi nel mantenere e difendere gli spazi guadagnati oltre che nel perseguire ulteriori traguardi per i diritti paritari e le giustizie sociali.

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Incontro a Paestum

Alle donne che hanno convocato l’incontro di Paestum

da Rosangela Pesenti *

Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.

Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.

Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.

Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.

Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il mondo migliore, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.

Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.

E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma tutto questo ovviamente riguarda la scelta che devo fare sull’investimento delle mie tre ghinee.

Perché il reddito arriva o da un onesto lavoro o da oneste eredità (per quanto nessuna eredità sia davvero mai innocente) e per chi non ha la seconda, l’incertezza della prima rende tutto più difficile.

È la condizione della maggioranza, uomini e soprattutto donne, che mai hanno raggiunto in Italia la piena occupazione.

È la condizione di una maggioranza, collocata sui molti gradini di una scala discendente, che vede in fondo chi perde la vita, per inquinamento, per sfruttamento, per incuria, nel mare attraversato con speranza per arrivare nel nostro paese e ricominciare da dove erano collocati i miei genitori: lavoro duro e senza diritti.

Al fondo del fondo, quello in cui non riusciamo davvero a guardare, le donne uccise, solo perché vogliono essere se stesse.

Guardo con orrore e preoccupazione all’erosione del diritto allo studio, che sognavo diventasse diritto alla cultura, alla formazione permanente, mentre mai si è allargato davvero a tutti e tutte, e oggi viene riproposta la ferocia classista dietro la maschera del merito, il sessismo nei contenuti e il razzismo nelle opzioni. Semplifico ovviamente.

Nel disastro economico, che si chiama crisi del capitalismo, l’idea brutale che si evince dalle scelte dei governi, non solo l’ultimo, è quella di un’eugenetica sociale in cui si definisce necessità la salvezza di pochi e la perdita di molte.

Uso la desinenza secondo la logica non sessista ovviamente, dove democraticamente entra in uso quella della maggioranza dei soggetti in questione.

Si è rilanciata la categoria “giovani”, già cara al fascismo, per mascherare la realtà di donne e uomini a cui sono tolti i più elementari diritti: alla casa, ad avere figli, a un lavoro dignitoso, ad avere tempo per sé, alla cultura, alla bellezza, all’aria e all’acqua, a vivere in un territorio non asservito alla cementificazione, a pensare e lavorare per il proprio futuro.

I conti non tornano e l’imbroglio continua ad essere sistema, ma sarebbe un discorso lungo.

Per questo quarant’anni di pratica femminista e di impegno politico con donne mi rendono accorta nelle scelte.

L’uso del denaro, più di ogni altra cosa, racconta ciò che siamo e ciò che vogliamo, perfino oltre le nostre intenzioni.

Metto in fila, ma l’ordine non è per importanza, come per i figli/figlie ti occupi di ognuno in modo diverso e cominci dal più piccolo/a, per ragioni che alle donne non devono essere spiegate.

Dovendo scegliere la prima ghinea è, in questo momento, per il Gruppo Sconfinate, l’ultimo che ho promosso, operante a Romano di Lombardia, dove insieme cerchiamo di costruire dibattito politico facendo conoscere lo sguardo femminista sul mondo.

Ho letto che una donna nota ha dichiarato che le femministe non hanno mai parlato con le donne comuni e mi chiedo se lei abbia mai parlato con una donna comune femminista.

Per la mia esperienza le donne che hanno coscienza di sé sono sempre fuori dal comune e ne conosco molte, purtroppo non lo sono tutte. Per avere coscienza di sé non c’è bisogno di una laurea e nemmeno di avere visibilità mediatica.

Per la seconda ghinea c’è Marea, mi sono detta, l’avventura in cui sono stata coinvolta da Monica Lanfranco e Laura Guidetti, che hanno messo in piedi la rivista più di quindici anni fa, donne resistenti con cui mi trovo a casa ad Altradimora.

Per la terza ghinea c’è l’Udi, un’associazione nata dalle madri della Repubblica la cui storia continua a essere omessa e distorta (sarà un caso?) e i cui progetti politici tendono a essere cancellati anche da molte donne che hanno il potere di raccontare la storia delle donne di questo paese.

Come sappiamo la storia non è ciò che accade, ma ciò che si racconta, altrimenti non ci sarebbero le cancellazioni, omissioni e distorsioni che conosciamo rispetto alla metà del genere umano.

Le ghinee sono solo tre perché la chiarezza simbolica mi orienta nelle scelte concrete; in questo caso mi sono chiesta: perché dovrei andare in un luogo a discutere come singola donna se queste tre appartenenze sono così importanti nella mia vita?

Non siamo all’anno zero del femminismo e non lo eravamo nemmeno negli anni Settanta.

Eravamo solo molto ignoranti di tutta la storia politica che ci aveva precedute, di cui l’Udi (oggi Unione donne in Italia), tra l’altro, è un pezzo fondamentale.

Ignoranza nella quale continuano a essere tenute le giovani donne che ci crescono accanto e anche i giovani uomini che hanno pari diritto di conoscere.

Proprio nell’Udi, alla fine degli anni Ottanta, ho affermato che era già cominciata da tempo la vendetta politica del patriarcato sulle donne italiane e questa vendetta avrebbe utilizzato come strumento fondamentale la TV e dietro, in forma più subdola, l’azione dell’area più fondamentalista del cattolicesimo nazionale, al quale si sarebbe accodato il maschilismo dei partiti, sostenuto dalle donne stesse che possono trovare una personale convenienza nel sostegno al patriarcato.

Non so se per caso sia morto nel frattempo perché sono troppo occupata con le macerie e questa storia la scriveranno le nostre nipoti.

Anche qui semplifico, ma cos’è accaduto a noi, e quindi a questo paese, tra la vittoria per la legge 194 e la sconfitta della legge 40?

Alcune amiche mi dicono “vado a Paestum per sentire cosa c’è di nuovo” “Su che cosa?” chiedo io

Chi chiama chi a che cosa?

Come ho scritto l’anno scorso per il 13 febbraio, se ci sono donne che chiamano, per continuare un pezzo di cammino insieme, io ci sono.

Ero a Milano alla grande manifestazione di Usciamo dal silenzio qualche anno fa (ce la ricordiamo ancora?), ero in piazza a Bergamo il 13 febbraio 2011 rispondendo alla domanda Se non ora quando?

Una boccata d’aria e poi tutto si richiude, resta la visibilità di qualche presa di posizione, spesso sacrosanta, ma modesta sul piano degli obiettivi.

A Siena, a luglio 2011, eravamo duemila, la parola d’ordine era trasversalità per unire il movimento, come se fossimo all’inizio della nostra storia. Gli unici obiettivi trasversali sono a malapena il ripristino parziale di tutele che vergognosamente ci vengono offerte a prezzo della sottrazione dei diritti di cittadinanza.

Non siamo all’anno zero della nostra storia che, tra l’altro, non è una, ma molte e diverse come diverse sono le nostre scelte politiche.

Se il disagio (per usare un eufemismo) resta grande e condiviso, non basta una chiamata generica fondata sull’essere donne.

Per l’8 marzo 1977 l’Unione Donne Italiane, che preparava il suo X Congresso, fece un manifesto molto bello, con la scritta: La mia coscienza di donna in un grande movimento organizzato per cambiare la nostra vita.

Di tutte quelle parole l’unica che resta come domanda aperta e inevasa è “organizzazione”.

Più di vent’anni fa, sempre nell’Udi, Lidia Menapace affermò che l’unica forma possibile per mettere insieme il variegato movimento delle donne era una Convenzione: convenire per una comune convenienza, costruendo azioni definite di cui predisporre la fattibilità e verificare l’esito, un patto non generico, ma preciso in cui si dichiarano i soggetti, le mete, le condizioni, i tempi, le risorse che vengono messe a disposizione.

Un luogo nel quale si converge temporaneamente, rendendo visibili le proprie case politiche, appartenenze di gruppo, incarichi istituzionali, per mettere in comune risorse e idee, per un movimento verso qualcosa che non sia solo la verifica della nostra esistenza o la protesta.

Questo paese è tornato indietro, ma nel frattempo in molte siamo andate avanti, mettendo in piedi associazioni, gruppi, servizi, inventandoci luoghi di vita, di lavoro, di sperimentazione, case e archivi, circoli e attività, riviste e scuole.

Dalle piazze degli anni Settanta alcune sono arrivate al Parlamento, altre ad avere responsabilità significative negli enti locali, altre ancora ad una cattedra all’università, ci sono donne imprenditrici e dirigenti in settori importanti della P. A., della sanità, della scuola, ci sono femministe perfino nei partiti. Ancora poche certo, ma abbastanza per mettere in difficoltà la cittadella del potere maschile?

Vediamo ogni giorno i limiti, le difficoltà, le fatiche, le lotte continuamente necessarie, ma nessuna di noi, femminista, è sola, abbiamo tutte case e appartenenze significative.

Perché una chiamata a noi donne e non alle nostre associazioni?

Perché non rendere visibile ciò che abbiamo costruito, ciò che ci sostiene quotidianamente, la storia da cui veniamo, le esperienze politiche che possiamo spendere anche per altre?

Non è in quanto donne che possiamo rispondere, ma solo per ciò che significa per noi essere donne e ciò che abbiamo costruito con le altre fa parte di ciò che siamo.

Siamo capaci di mettere insieme la nostra indignazione, possiamo farlo anche con i nostri patrimoni? La somma delle nostre capacità diventerebbe moltiplicazione delle possibilità.

Per la politica quotidiana ci siamo attrezzate da anni e sappiamo come fare, ma i tempi chiedono una creatività inedita, una discontinuità visibile e fattiva.

Perché non preparare gli Stati generali delle donne in Italia?

Non posso venire a Paestum, nemmeno per la sua straordinaria bellezza, perché in questo momento vorrei che potessimo incontrarci in Lombardia, nel cuore della cementificazione che ha distrutto la pianura più fertile d’Italia, e far nascere un incontro in ogni regione e prima ancora in ogni provincia e prima ancora in ogni paese o quartiere.

Io non posso che continuare da qui, perché solo quando le periferie si muovono un paese cambia davvero.

* del Coordinamento nazionale Unione Donne in Italia

http://www.rosangelapesenti.it

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“A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”

Un’interessante riflessione di Olivia Guaraldo, ricercatrice presso l’Università di Verona:

Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto.

Risulta perciò tanto più difficile e azzardato, oggi, provare a delineare i tratti di una filosofia della storia che abbia al suo centro fenomeni storico-politici e sociali che si sono innescati in maniera decisiva a partire dalla fine degli anni ‘60 ma che non possono oggi affatto dirsi conclusi, anzi. Risulta altresì ulteriormente azzardato cercare di fornire una filosofia della storia ‘nostrana’, ovvero relativa alla specificità del caso italiano, quando secondo i dettami e i canoni della filosofia della storia tradizionale, lo sguardo d’insieme del filosofo dovrebbe essere ‘universale’. Un’ultima cautela, poi, dev’essere riservata al contenuto specifico della filosofia della storia che vorrei modestamente tentare di delineare, ovvero la libertà femminile, in quanto, sempre secondo i dettami tradizionali del sapere filosofico, come è noto, tale opzione – la libertà – riguarda l’essere umano nella sua neutralità e non specifici soggetti sessuati.
Libertà femminile, poi, sarebbe per Hegel un vero e proprio ossimoro, in quanto la donna è, secondo il filosofo tedesco, un essere la cui identità è una ‘eterna ironia della comunità’, ovvero un essere la cui essenza è incapace di porsi al di sopra delle leggi ‘naturali’ della famiglia e del corpo, un soggetto che ha sempre a cuore prima il genos della polis (Hegel pensava ad Antigone), prima la famiglia e la stirpe del diritto, della politica, insomma di tutte quelle cose che invece caratterizzano l’essenza del maschile. Non è quindi un caso che uno dei libri più dirompenti e radicali del femminismo italiano degli anni ’70 , scritto da Carla Lonzi, portasse il titolo “Sputiamo su Hegel”.

Lonzi, in un altro dei suoi preziosissimi scritti di quegli anni, caratterizzati da un radicale ma circostanziato e filosoficamente fondato rifiuto per i paradigmi universalizzanti del sapere filosofico e delle sue versioni politiche (tra cui anche l’ideologia marxista così come imperava nei movimenti di allora) afferma: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”. Lonzi, assieme alle donne del suo gruppo, Rivolta femminile, pronunciava questa frase agli inizi degli anni ’70, forse per scongiurare un ingiusto e automatico inserimento del progetto di liberazione della donna, tanto caro al femminismo di quegli anni, in più ampi progetti emancipativi di carattere ‘universale’. “Non vogliamo essere le protagoniste di una storia altrui”, sembra dirci Lonzi, “vogliamo tracciare da noi il nostro percorso verso la libertà”.
Il difficile cammino di autonomia e creatività, per le donne, doveva iniziare, per Lonzi, dai rapporti fra i sessi, dall’analisi lucida delle condotte sessuali e dei modi specificamente femminili di accesso al desiderio e al godimento. L’autonomia psichica, afferma Lonzi con grande coraggio, si conquista anche attraverso l’accesso libero e autonomo delle donne al piacere sessuale (divenne celebre la sua proposizione della donna clitoridea, rispetto alla donna vaginale). L’importanza, oggi, di una riattualizzazione del pensiero di Lonzi al fine di analizzare, decodificare, comprendere il rapporto fra sesso e potere nelle recenti vicende italiane, è davvero cruciale, per sottrarsi ai moralismi, alle facili generalizzazioni, alle categorizzazioni di donne per bene e donne per male (ho tentato di farlo nel mio saggio, di recente pubblicazione, (In)significante padrone. Media, sesso e potere nell’Italia contemporanea, in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte 2011.)

Dicendo però che il futuro delle donne doveva essere ‘imprevisto’ piuttosto che eccezionale, non stava forse Lonzi negando ogni legittimità alla prospettiva di una filosofia della storia? E, per fare la parte dell’advocatus diaboli, non è forse vero che le recenti vicende riguardanti alcune (forse molte) giovani donne italiane, il loro rapporto con il potere, il sesso, il desiderio, testimoniano di una notevole dose di ‘imprevedibilità’, anche e soprattutto per le femministe? Era forse questo, quello a cui pensavamo, si sono chieste molte delle ‘storiche’ rappresentanti del movimento delle donne, quando auspicavamo la liberazione dal patriarcato e il libero accesso alla nostra autonomia e libertà?

Daniela Santanché sostiene di sì, e insieme a lei molti dei fedeli servitori del Cavalier sultano, che non perdono occasione per applicare un lucido e cinico realismo al dato di fatto della libertà femminile, salvo poi trasformare per opportunità politica quel realismo in idealismo familistico e cattolico, quando si tratta di limitare e regolamentare le libertà femminili non funzionali al bunga bunga. Siamo di fronte, ancora una volta, alla declinazione ad personam di criteri di giudizio e diritti, questa volta non nella loro versione anti-magistratura, bensì in quella molto più innovativa e d’avanguardia: la versione hard del conflitto di interessi o, se preferite, la doppia morale di antico stampo cattolico condita di richiami post-moderni sull’indecidibilità di bene e male; un “siamo tutti peccatori”, declinato da Antonio Ricci, il vero intellettuale organico del berlusconismo, in un “nessuno si erga a giudice della dignità delle donne, perché loro la dignità non ce l’hanno, basta guardare le veline, non esiste dignità, così come non esiste la verità”. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe ben altri approfondimenti.  Ciò che tuttavia i programmi di Antonio Ricci e di altri geni del mezzo televisivo ci insegnano, al di là della fine delle ideologie e della fine della verità, è che proprio nel mezzo televisivo si è giocata e si gioca, a mio avviso, una partita centrale per la costruzione della nuova società italiana, una partita che ha al suo centro le donne e i loro corpi.

La breve ed approssimata filosofia della storia sul percorso della libertà femminile in Italia negli ultimi 20 o 30 anni presume che quell’imprevedibilità del futuro delle donne, a cui Lonzi accennnava, sia stata fagocitata da un sistema di segni e di significati interamente volto a neutralizzare la nascente libertà femminile nonché la sua partecipazione massiccia ed attiva nella società, nelle istituzioni, nella politica. C’è stato, insomma, a fronte di una massiccia e attiva partecipazione delle donne al femminismo, a fronte di una contaminazione della società e delle istituzioni delle istanze sollevate del movimento delle donne, un serrare le fila da parte del patriarcato (chiamiamolo ancora così, per favore), al fine di arginare e delegittimare le aspirazioni di libertà e partecipazione delle donne. La filosofia della storia non indaga le singole intenzioni degli uomini, e quindi non ci chiederemo se tale chiusura sia stata il frutto consapevole di un gruppo di persone, o sia semplicemente stata determinata da una costellazione di concause (fra le quali è lecito inserire il quotidiano lavorio della televisione nell’assecondare e plasmare una certa idea di donna e di corpo femminile, assieme anche ad una certa idea di sesso).

Il femmile dunque, dopo il femminismo, ritorna nel discorso pubblico solo come corpo, ma non il corpo liberato delle donne consapevoli di sè e del proprio desiderio, bensì il corpo oggetto esaltato e idolatrato, curato ed esibito, discusso e sezionato dagli occhi impietosi delle telecamere nostrane. Non solo dagli uomini, però. Quel corpo di cui ci eravamo impossessate è diventato la nostra ossessione, e nell’ossessione esso si è autonomizzato, ancora una volta, dai nostri desideri e dalla nostra consapevolezza, entrando senza intoppi nel tritacarne mediatico guidato da sapienti manipolatori del consenso e vezzeggiatori del ventre molle dei nostri maschi. Ma ciò che più conta, ai fini di una filosofia della storia femminista, provvisoria e militante ad un tempo, è che il portato ‘etico’ di questa appropriazione indebita dei nostri corpi, forse con il nostro consenso o con il nostro silenzio, è caratterizzato da due atteggiamenti, rintracciabili nella diffusa mentalità italiana: da una parte la cosiddetta messa in mostra dei corpi femminili da parte dei mass-media, pervasiva e violenta ad un tempo, è in un certo senso rassicurante, perché colloca la donna nel suo vecchio, antico ruolo di oggetto, e quindi non minaccia il prestigio e il potere maschili.
Dall’altra, quella stessa rappresentazione – così efficacemente resa nell’ormai celebre documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne – rafforza un atavico disprezzo – correlato forse indispensabile del desiderio maschile di possedere quel corpo –  per il femminile.  Il disprezzo, forse inconscio, forse a malapena celato, per un corpo eccessivamente esibito ed eccessivamente femminilizzato – i tratti dei corpi delle donne in tv sono a dir poco parossistici, come ben sottolinea Zanardo – è il rovescio della medaglia dell’addomesticamento, del tentativo di soffocare ogni istanza di vera libertà femminile, di mantenere le donne sulla soglia di una vera autonomia, confinandole nella familiare e rassicurante sfera della loro bellezza e trivialità. Quei corpi non sono di donne vere ma di spettri, ombre di un immaginario tutto maschile, interiorizzato e incarnato al massimo grado dai prototipi delle bellezze televisive e ora anche politiche. Nelle aule della politica quel femminile, addomesticato, rassicurante e a volte anche apertamente disprezzato, ha preso il posto delle donne reali, dei loro desideri e dei loro bisogni. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che è insostenibile.

Tuttavia questa provvisoria filosofia della storia non può limitarsi ad una miserevole denuncia di ciò che è avvenuto a un livello di immaginario di massa, ma considerare anche le numerose esperienze di riflessione femminile che in questi anni, forse in maniera carsica ma persistente, hanno appassionato molte donne: nelle università, nelle associazoini, nella vita di tutti i giorni, nelle esperienze di lavoro e di cura, nella passione per la politica e per la cultura, nell’arte, nella letteratura, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, le donne hanno elaborato e criticato, hanno vissuto e cresciuto altre donne e altri uomini secondo diversi ideali e modelli. Chi consapevolmente e in maniera militante, chi forse inconsapevolmente ma rispondendo ad una propria idea di libertà e autonomia, ciascuna a proprio modo ha avversato i pervasisi e martellanti tentativi di un addomesticamento della propria autonomia, perseguito attraverso la promessa della visibilità mediatica, della bellezza, del successo al prezzo di una piacevolezza garbata e silenziosa.

Quelle donne, con le loro differenze, alcune armate di un sapere e di una consapevolezza militante e femminista, altre con la loro ingenuità, ma tutte accomunate dal desiderio, forse dal bisogno di esprimere per una volta una voce unica e forte, sono scese in piazza il 13 febbraio, dopo anni di silenzio pubblico per certi versi allarmante, per altri forse preparatorio ad una lenta ma prorompente rinascita collettiva. Benché sia stato detto che le donne ‘vere’ sono altre da quelle che appaiono in tv, che le donne non hanno bisogno di scendere in piazza per mostrare il loro valore e la loro ‘serietà’, la sorprendente partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio testimonia di una percezione diffusa e collettiva della necessità di contrastare quei modelli, di affermare la propria ‘dignità’ e libertà. Nessun altro grande tema avrebbe portato in piazza così tante donne, e questo è necessario ribadirlo.

Questa breve filosofia della storia si ferma qui, non pretende di essere una ricostruzione fedele o imparziale degli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi 30 anni a proposito della libertà femminile: tale libertà non si è assopita, ha solo cessato di mostrarsi in pubblico in maniera massiccia, fino al 13 febbraio e da lì poi anche l’8 marzo del 2011. Da adesso in poi la storia resta tutta da fare – e poi eventualmente da scrivere in forma di una sua filosofia – e non potrà essere fatta se non prendiamo sul serio quella libertà che si è tentato di sottrarci con i mezzi più abili e diversi. Mi pare di poter dire che di quella libertà potremo fare molto solo se ci riappropriamo insieme di una storia che è comune, che tutte ci riguarda, che tocca le nostre vite individuali ma che non può essere risolta individualmente: dobbiamo insomma essere in grado di tornare a dire ‘noi’.

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

***

Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto – riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

–        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

–        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

–        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

–    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

–    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

–    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve – molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

***

Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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Aggiornamento sull’incontro Donne Calabresi in Rete

Per motivi di opportunità, sostanzialmente per stare piu’ comode visto che il numero delle donne presenti non sarà esiguo, l’incontro di sabato 9 ottobre delle Donne Calabresi in Rete si terrà, anzichè al Centro Lanzino, presso la Casa delle Culture in Corso Bernardino Telesio 98 a Cosenza, zona centro storico, ore 16,00. (mappa).

La “dichiarazione d’intenti” di questo nostro primo incontro la trovate  qui , nel comunicato del 25 settembre.

L’incontro, naturalmente, non avrà un carattere formale ma, sempre tenuto conto del numero delle partecipanti, è stata fissata una scaletta rispetto ad una serie di obiettivi della giornata che vogliamo perseguire.

Per  ulteriori informazioni potete scrivere a suddegenere@hotmail.com

e anche a  donneinrete@hotmail.it

Ringraziamo fn d’ora le tante donne che in questi giorni  hanno confermato la loro presenza, e anche tutte le donne che, anche da lontano, ci sostengono. A presto

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Un’eccezione in televisione

La puntata di domenica 26 settembre di Presa Diretta intitolata “Senza Donne” può essere un’utile risposta a chi ancora (e ce ne sono) si affatichi ad affermare che la “lotta” per le pari opportunità non abbia ragione di esistere nel 2010 nel mondo occidentale.

Fra l’altro, particolarmente apprezzabile è stata la conclusione della puntata, con un servizio sulla pubblicità sessista, inserita dopo un excursus generale sulle discriminazioni delle donne sul posto di lavoro. Il nesso così stabilito coglie un punto: c’è un legame strutturale tra tutte le problematiche di genere – dalla “colpa” della maternità allo sfruttamento del corpo femminile e connessa umiliazione delle donne – come se tutte scaturissero da un’unico centro gravitazionale culturale comune. Questo legame strutturale spesso non è colto e l’averlo messo sia pur indirettamente in luce è, a mio avviso, importante.

Ovviamente, nulla di esaustivo/esauriente, i problemi cosiddetti di genere sono parecchi e la trasmissione com’è naturale non ne ha evidenziata che una parte. Tuttavia, benché siano state avanzate diverse critiche alla trasmissione, per esempio al titolo della puntata, ecc, si tratta di una eccezione da salutare positivamente nel panorama televisivo italiano. Di solito, infatti, si parla di donne e di problemi connessi all’essere donne in Italia, nei salotti semplificazionisti che promuovono stereotipi, facili dicotomie, sintesi brutali, effetti strappalacrime, e insomma complessivamente utili solo a rafforzare la base ideologica contro cui l’UDI e non solo lotta da tempo.

In questo panorama, dunque, è da salutare positivamente un reportage che racconti concretamente di cosa, fra l’altro, parliamo, quando usiamo i termini ormai retorici “pari opportunità”. Ma non vogliamo trascrivere i contenuti della puntata, che è visibile qui:

Presa Diretta – Senza Donne, 26/9/2010

Infine, segnaliamo una riflessione sull’inopportunità dell’uso del termine “tutela” quando si parla di diritti delle donne, reperibile qui.

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Operazione Womenpedia

Da DeltaNews la nuova iniziativa dell’UDI.

FEMMINISMI. UDI, irrompiamo in massa su Wikipedia

La Scuola Politica UDI, giunta alla quinta edizione, si pone sempre più come “momento gestazionale” di progetti che abbiano come obiettivo il cambiamento culturale e politico.

La tecnologia può costituire una grande occasione per rivoluzionare i canoni tradizionali del sapere tramandato attraverso un’ottica maschile; il web si presta al cambiamento, proprio per la sua “democraticità”: le donne possono intervenire con le loro competenze personali e mettere in gioco il loro punto di vista.

“E’ perfettamente inutile, o tutt’al più è un di più, fare enciclopedia “femministe” parallele che nessuna e nessuno trova. Wikipedia è la prima cosa che esce, se si cerca una qualsiasi cosa sul web e allora, si fa così: irrompiamo in massa su Wikipedia. Basta fare un giro per vedere gli occultamenti, le ambiguità e le mortificazioni di un sapere che noi sappiamo che c’è, c’è, c’è. C’è, ma non si vede. Sul sito dell’UDI creeremo uno spazio chiamato Operazione Womenpedia, dove (come per le segnalazioni in Immagini Amiche) ognuna potrà comunicare l’iniziativa intrapresa: inserimento di parole nuove o modifica di parole già esistenti, e così via. Possiamo fare con Wikipedia – continua l’Udi – quello che non riusciamo ancora a fare con i libri di testo nelle scuole: far emergere l’apporto delle donne in tutti i campi del sapere.

Le donne sono state occultate, dimenticate, cancellate dall’arte, dalla letteratura, dalla filosofia perché la storia dell’umanità è scritta e descritta quasi esclusivamente da uomini. In questa storia le donne hanno solo il ruolo di personaggi delineati dalla mente maschile e mai di soggetti che creano, scrivono e progettano, nonostante testi, ricerche, scoperte delle donne occupino ormai interi scaffali di librerie e biblioteche”. “Wikipedia permette di modificare, correggere, inserire argomenti nuovi, con l’unica condizione di citare le fonti della nozione inserita: sono proprio le fonti del sapere al femminile che possono cambiare e arricchire la storia della cultura, scritta e raccontata dagli uomini. È necessario rivedere tutto questo affinché ‘la storia possa includere le donne’ come sosteneva Virginia Woolf ‘senza ferire nessuno’ e oggi, con lo strumento internet, finalmente si può fare”.

Dunque Womenpedia, dalla parola donne in inglese e pedia, che in greco vuol dire educare!

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