Processo per minacce ad Anna Maria Scarfò, 27/2/2012

   (© Anna Maria Basile-dal tribunale)

L’udienza comincia con un’ora di ritardo. Intanto scambi di saluti, strette di mano tra le uditrici, in maggioranza, venute da Reggio e dintorni, dalla Sicilia. Incroci di sguardi muti coi familiari degli imputati. Il fondo curvo come un’abside abbaglia per le molte finestre, alla scritta consueta La legge è uguale per tutti bisognerebbe aggiungere e per tutte. 

Finalmente il giudice apre l’udienza e dà la parola. Una avvocata a difesa esordisce chiedendo che il dibattimento venga svolto a porte chiuse, rileva come la montatura mediatica degli ultimi giorni possa negativamente influenzare il giudizio sereno cui hanno diritto gli assistiti. In una piccola aula, dice, sono inspiegabili così tante presenze, dunque è evidente una pressione organizzata.

Fa un certo effetto sentire una donna che per compito professionale debba difendere cocciutamente l’indifendibile, sostenere l’insostenibile contro un’altra donna.

Il pubblico ministero, donna, elenca i casi in cui sono previsti dibattimenti a porte chiuse, codice in mano, e a suo giudizio nessuno di quelli elencati dal codice può essere ravvisato, perché per fondamento una udienza è pubblica, in sostanza non può essere un espediente a difesa.

Il giudice risponde che le presenze fisiche, quando non si ravvisano altri elementi, non possono certo intimorire il giudicante. Dunque non vi sono le condizioni per proseguire a porte chiuse. L’avvocata a difesa rincalza e rafforza le sue istanze, e a sua volta il pubblico ministero ripropone la sua posizione.

Altro avvocato a difesa ripete la richiesta del prosieguo a porte chiuse, denuncia come giornali, telegiornali e media stanno montando il caso di questo dibattimento che non riguarda in senso tecnico la materia sessuale, ma solo le minacce che la parte offesa avrebbe subito, pur rientrando nella vicenda complessiva, e contesta l’assunto mediatico e le dichiarazioni della stessa vittima che un intero paese l’abbia abbandonata e minacciata. In ogni caso, sostiene, le associazioni non hanno titolo a presenziare o esercitare pressioni che di fatto sono in atto. Quindi chiede la remissione del processo ad altro giudice ed altra sede non reputando serena la sede e l’ambiente formatosi. Altra avvocata ribadisce la richiesta.

La parte civile rimarca come Anna Maria abbia sopportato il lungo processo dell’intera sua vicenda dolorosa da sola senza nessun sostegno, mentre ogni volta erano familiari e amici degli imputati a riempire l’aula. Ricorda che Anna Maria ha raccontato legittimamente in prima persona la sua storia, nel  libro Malanova scritto da Cristina Zagaria, da quasi due anni l’opinione pubblica saNelle parole calde e potenti dell’avvocata Rosalba Sciarrone si coglie non solo grande professionalità, ma sopreattutto grande affetto e una protezione quasi fisica, palpabile (Rosalba ha ospitato Anna Maria nei momenti più tragici).

L’uditorio è perfettamente silenzioso, tanti e tante stanno all’impiedi lungo i muri.

Altre battute a schermaglia nel pingpong tecnico, finché il giudice prende atto delle istanze di remissione del processo presentate dalla difesa per quattro dei sedici imputati (parecchi i contumaci). Per le gravi minacce e offese ricevute Anna Maria, dopo la scorta domiciliare, aveva accettato di essere trasferita con la sorellina in una località protetta .

Il giudice chiude l’udienza comunicando la trasmissione delle istanze alla Corte di Cassazione che invierà in seguito le notifiche di rito.

Appena arrivate, nello spazio antistante al tribunale ci siamo trovate di fronte Anna Maria. Un abbraccio. Le abbiamo passato dei fogli con raccolte le testimonianze di affetto e solidarietà pervenute sul nostro account e sul blog. Teneramente e con pudore ci ha sussurrato grazie. Ci ha ringraziato più col sorriso e con gli occhi dolcissimi, già troppo vissuti.

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***

da Rosanna Marcodoppido

“Di sentirsi libere non ci si stanca mai”

Siamo vicine ad Anna Maria Scarfò e a quante/i la sostengono nella sua lotta per ottenere giustizia da quando a soli tredici anni iniziò il suo calvario. Vittima di uno stupro di massa da parte di dodici maschi del suo paese, S. Martino di Taurianova in Calabria, è stata emarginata e minacciata a seguito della denuncia presentata due anni dopo e trasferita in località protetta con la sorellina grazie anche alle forze dell’ordine che per fortuna hanno capito da che parte stare. Oggi Anna Maria ha 24 anni e dopo quattro processi che hanno mandato in galera sei dei dodici stupratori, questa mattina sarà presente all’udienza per le ingiurie, maltrattamenti e minacce subite a lungo a causa della sua coraggiosa denuncia.

La sua adolescenza è stata distrutta per sempre e la ferita si farà sentire a lungo, ma è stato ed è fondamentale l’affetto e il sostegno della famiglia, e la presenza al suo fianco delle tante donne che lottano per la libertà femminile, prima fra tutte la sua avvocata. In una intervista Anna Maria ha spiegato con lucido coraggio il danno psicologico subito: “dal giorno in cui ho fatto denuncia (….) ho ritrovato qualcosa che avevo perso da anni, ho ritrovato il mio corpo. E quando l’ho ritrovato non sono riuscita ad accettarlo, perché ormai lo sentivo rubato e sfruttato”. Ma, come lei sostiene “Ne valeva la pena. Di sentirsi libere non ci si stanca mai”.

Vogliamo farle sentire la nostra ammirazione e il nostro affetto tramite le donne dell’Udi di Reggio Calabria che oggi saranno presenti all’udienza insieme a tante altre associazioni.

Roma, 27 febbraio 2012 Le donne dell’Udi  Romana “La Goccia”

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