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Quando una bambina di undici anni dice ti amo, la Corte approva

(disegno di Vasiliki Vourda)

 

DALLA PARTE DELLE  BAMBINE

CHE cosa sta capitando intorno a noi? Dico questo pensando alla sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna a 5 anni di reclusione, inflitta per ben due volte a Pietro Lamberti, 60 anni, impiegato presso i Servizi sociali di Catanzaro, per aver avuto una relazione con una bambina di 11 anni, con la motivazione che c’era “amore” tra i due. Una sentenza incredibile, assurda.

Vorrei fare notare che stiamo parlando di una bambina e di un signore anziano. Davvero un uomo adulto è uguale a una bambina? Davvero avere 11 anni è la stessa cosa che averne 60? Una bambina ha bisogno di difesa, di protezione, di amore. Una bambina di 11 anni è una creatura che sta  ancora crescendo e il suo corpo porta i segni di una sessualità acerba e in boccio. Una bambina è un essere umano da accompagnare nella crescita con rispetto e cura dei suoi sentimenti e delle sue ingenuità.

E’ questo che la madre si aspettava nei confronti di sua figlia da quell’uomo a cui l’aveva affidata e di cui si fidava, forse, perché l’essere anziano, sposato e con figli lo rendeva rassicurante. Una madre ferita che non ha esitato a denunciare l’uomo quando ha capito che cosa aveva fatto alla sua creatura. Come mai la notizia non è arrivata sulle pagine dei maggiori giornali nazionali? Come mai nessun commento è seguito su questo giornale? Se n’è discusso, e molto, invece, su alcuni blog di donne come Sud-de-genere di Doriana Righini e Maschile/Femminile di Marina Terragni. E’ da loro che riprendo il post di Lorella Zanardo, autrice del video “il corpo delle donne”, perché profondamento vero e dice l’essenziale. < L’uomo condannato – lei scrive –  oggi viene riabilitato perché la Cassazione ritiene ci fosse “Amore” tra i due. Amore perché la piccola gli scriveva messaggi d’amore e gli chiedeva   “ma tu mi ami?”>.

Ma, chiede Zanardo <avete bambine di 11 anni? Ne avete conosciute? E allora sapete che a 11 anni, anche se hanno un piccolissimo accenno di seni o si atteggiano a grandi, le bambine a 11 anni sono bambine. Piccole. Sono appena uscite dalla scuola elementare. Sono delle creature innocenti e aperte al mondo, come è giusto che sia (… ). Io credo che la piccola calabrese amasse il signore di 60 anni. Perché no? Posso immaginare come ci si aggrappi a un uomo adulto che si occupa di te, quando la famiglia alle spalle, per ragioni diverse, latita. Amore nel senso più bello: ti amo perché mi vuoi bene, avrà pensato la piccola che chiedeva rassicurazioni a questo signore che si prendeva cura di lei. E se amo dunque mi fido. E se lui che amo mi dice che lo devo toccare, io lo farò. E se lui che amo mi dice di fare delle cose, io le farò. Perché no? Di lui mi fido.>  Zanardo lancia a questo punto un’accorata richiesta: <Ora vi prego di considerare questa vicenda con tutto l’amore possibile per questa bambina. Non serve gridare al mostro. Serve spiegare a questa Italia allo sbando, a questi giudici di un Paese smarrito e feroce verso gli innocenti, cosa significhi essere bambine e bambini (… ) >.

E incalza, < mi riferisco al caso Parioli. Nessun riferimento alle colpe degli adulti. Una cattiveria feroce si riversa sulle bambine: lo vedete? Modelle di 12 anni, soubrette appena maggiorenni col compito di attizzare vecchi corrotti, pubblicità che sfruttano ogni singolo pezzo di carne di corpicini in sviluppo. Il mercato in affanno che dilania le giovanissime, target ambito. E uomini impauriti che abdicano al loro ruolo di padri, per fingere di essere eterni adolescenti. Dalla parte delle bambine.>

Fermiamo questa ferocia. Facciamo capire che c’è una questione che riguarda gli uomini e la loro sessualità nel rapporto con le donne e le bambine. Spostiamo lo sguardo dalle vittime agli uomini violentatori e stupratori. Chiamiamo le cose col loro vero nome, al di là delle sentenze. Diciamo allora che violare il corpo di una bambina di 11 anni, carpire e sfruttare il suo bisogno di amare e di essere amata, è un atto spregevole, uno stupro e una violenza inaccettabili.

Franca Fortunato

(su Quotidiano della Calabria 10.12.2013)

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Il mare di Mae

Vi ho tanto amato

Ho conosciuto il mare quando è morto il bufalo. Mio padre era morto alcuni anni prima. Il bufalo era la nostra unica risorsa, soprattutto nei lavori dei campi. Cominciava a mancare tutto e conobbi la miseria più nera.

Poi un giorno mia madre mi disse che delle brave persone avevano trovato un lavoro per me in un posto molto bello, vicino al mare. Dovevo aiutare la mia famiglia. Quella gente come anticipo aveva pagato i nostri debiti.

Salutai mia madre e i miei fratellini e andai via dal mio villaggio. Con il cuore in gola e un gran magone arrivai in una città chiamata Pattaya. E conobbi il mare.

Era una cosa immensa, scintillante, bellissima. Una infinita risata sotto il cielo, che carezzò le mie paure e la mia tristezza. Per un attimo. Avevo 13 anni, solo 13 piccolissimi anni.

Poi si fece buio e conobbi il mondo degli uomini.

E’ Mae che racconta, una ragazza prostituta thailandese, morente, forse già morta di Aids. Alla fine della sua giovane vita, distrutta da una ferocia che è crudelmente onnipotente e onnipresente, non ha altra alternativa che parlare della verità trovata nel profondo della sua esperienza, quando si stanno per spegnere le luci e la favola per lei rappresentata non ha più senso.

Non occorre leggere saggi, articoli, trattati per capire cosa ferisce profondamente nell’anima le donne di qualsiasi latitudine. E chi ferisce e come. Lo dice Mae, con infinita tristezza e dolcezza. E lo dicono gli stessi uomini che Mae ha forse incontrato. Uomini, come usciti dalla matita di Grosz, che parlano di sé in modo appagato, gettata la maschera delle convenzioni e della rispettabilità sociale. Ma da una nuova maschera tragicomica in realtà effettuano una involontaria quanto paradossale vivisezione su se stessi e su tutta quella parte che Mae chiama il mondo degli uomini.

Si capisce in un attimo dove origina la violenza millenaria sulle donne, cosa sono maschilismo, patriarcato, stereotipi, sessismo; e l’ossessione per il possesso del corpo delle donne, l’abuso sul corpo delle bambine e dei bambini, comprare sesso come pere mele banane… comprare verginità come ebbrezza del primo possesso esclusivo, non di seconda mano… avere al proprio servizio e accudimento l’odalisca delle mille e una notte… comprare una piccola vita, farne qualsiasi cosa per gli snap-moovies e poi farla sparire.

800.000 bambine e bambini spariscono ogni anno in quest’area asiatica tra industria pedo-porno, espianto d’organi e altro, oltre l’immaginabile.

Il saccheggio di vite e sentimenti è in progressione geometrica con altri saccheggi: acqua, risorse, territorio, diritti, democrazia, spazi vitali… Aver pagato per saccheggiare è concepito come diritto acquisito per poterlo fare. Mafie, dittature e poteri forti invece saccheggiano gratis rispetto all’enorme ricavo. Diverse le gravità, ma uguali o strettamente imparentate le logiche di dominio, sopraffazione, furto  o negazione di diritti. Il modello di accumulo/sviluppo esponenziale, la povertà di vissuto e di sentimenti nella persona, l’assenza di troppi altri fattori non appresi e soprattutto non trasmessi immiseriscono quel vocabolario di base individuale-collettivo per percepire e decifrare pulsioni e comportamenti. Ma non tanto da non avvertire almeno un piccolo fremito nel proprio segreto.

…  E la vostra non è ignoranza – riflette Mae – … io sono tutte le donne…

Ci assalgono dolore indignazione rabbia impotenza, non per moralismo, ma per il beffardo ostentato cinismo, il capillare sfruttamento  piramidale e di massa di una tragedia sociale. Con grandissime complicità molto in alto. Affari contro diritti umani.

Dopo aver visto e ascoltato questo documentario non si ha voglia di parlare, di uscire, cenare… Tante si scioglieranno in lacrime. Eppure la forza vitale che è in noi deve avere il sopravvento e scuoterci. Fare, fare qualcosa da subito, ma insieme in rete, in associazione, a scuola… perché questa planetaria mentalità strutturale maschile (ma ci sono uomini fuori branco, ovvio), che produce ferocia nel privato come nella società, possa cambiare. Ma loro non cambiano, direbbe Rosaria.

***

Vi ho tanto amato/C’era una volta – Documentario nel programma C’era una volta di Silvestro Montanaro in collaborazione con Elena Maria Arosio. Rai 3. Andato già in onda nel dicembre del 2010 e riproposto qualche giorno fa. Dura quasi un’ora ed è duro da vedere e sentire. Con qualche piccolo appunto, ma poco influente rispetto alla documentazione prodotta. Per chi non avesse silverlight installato per vedere Rai su pc, o tempo o disposizione a seguirlo, gli estratti riportati più sotto sono già una mini-enciclopedia di genere che dice molto, i primi 20 tragici autoscatti. Ma i più rivoltanti sono oltre.

***

Uomo 1: Ooooh! se vai dietro l’angolo è come un supermarket! Tante ragazze sexy!

Uomo 2: Sono sexy e non costa niente portarle in hotel!

Uomo3:  Cosa faccio nella vita? Lavoro per scopare…

Uomo4: Ad ogni costo, goditi la vita fin quando puoi!

Uomo 5: Allora ti senti un dio e senza dover sapere nemmeno come si chiamano … Su gallinella, non ti vergognare..!

Uomo 4: Basta avere dei soldi! … Certo, le compro! Come le pere, le mele, le banane, e anche la tua telecamera, se voglio… Arrivederci!

Uomo 6: Raccontano tutte le stesse storie… che lo fanno per soldi… comprare un bufalo… questo qua è malato, quell’altro è morto… l’ospedale…

Una donna: Qui ragazzine ce ne sono tante e tutte povere. Gli stranieri vengono e dicono che vogliono comprare queste ragazze… queste nostre ragazzine. Quando capita con me mi arrabbio, gli dico un sacco di parolacce, e li caccio via!

Una mamma: Mia figlia non gliela darei mai, ma capisco quelle mamme che invece le vendono. C’è tanata povertà e tutti devono aiutare la propria famiglia e fare la propria parte. Per molte famiglie, qui, voi stranieri siete una benedizione.

Un volontario di un’organizzazione umanitaria: Succede spesso che la ragazza, la cui verginità è stata venduta, viene mandata da un dottore che le ricuce l’imene, e subito dopo viene rivenduta come vergine… anche 1000 dollari. Qui se una ragazza non è vergine ha un prezzo bassissimo…

Uomo 8: Guardi quante belle ragazze! E io sono il loro re!

Uomo 9 : [Cosa hanno queste ragazze di diverso dalle ragazze dei nostri paesi?] Tanto! Ridono, sorridono sempre. Le nostre donne non sorridono mai. E una donna che non sorride per me non è una donna! (sghignazzo)

Uomo 10: Sorridono sempre! che si può volere di più… e costano poco!

Uomo 11: Le ragazze di qui sono eccezionali. Sanno cucinare bene, fanno tutto ciò che vuoi, sono eccezionali… Perché con loro c’è la libertà. Quella totale. Si può fare l’amore tutte le volte che ti va. Lo fanno bene. Le europee non fanno più l’amore, sono fredde!

Uomo 12: Qui con loro ti senti veramente giovane. Ringiovanisci. Nei nostri paesi invece ti senti un povero vecchio. Anche se hai soldi ti senti un povero vecchio… qui invece è bellissimo, stai da dio. Qui se ho 60 anni posso stare con ragazze meravigliose di 20 o 21 anni. Questa è la differenza. Le sembra niente? [Le comprate?] No, non vengono con noi solo per i soldi, lo fanno per amore!

Uomo 13: [Per amore?] Certo!

Uomo 14: Sono appassionate, sempre affascinanti, sempre servizievoli.

Uomo 15: Le nostre donne sono sempre e solo interessate a loro stesse, e questo fa la differenza. Qui invece sono sempre disponibili, sempre preoccupate del loro uomo. Dicono sempre come vuoi tu. Le nostre invece dicono sempre come voglio io, perché innanzitutto ci sono loro. Sono insopportabili!

Uomo 16: … Non puzzano, non sudano!

[Pattaya era un villaggio di pescatori, poi la guerra del Vietnam, navi americane, i marins in licenza premio…]

Uomo 17: Tutto quello che vede all’orizzonte prima non c’era. Qui non c’era niente, assolutamente niente. E’ stato costruito negli ultimi anni. E sa chi lo ha costruito? Le ragazze, queste ragazze! E sa una cosa? Siamo in televisione e non posso dire come lo hanno fatto… [Vendendosi? Prostituendosi?] Sì, certo. Così! Così!

Controvoce di Mae: Non siamo state noi. I vostri appettiti hanno costruito questo mostro che cresce nutrendosi delle nostre vite e si specializza nel soddisfare ogni vostro desiderio. Voi chiamate questo posto paradiso, città dell’amore. Questa invece è la città delle iene e degli sciacalli. La vostra città. Voi siete come le iene pronte ad aggredire l’animale ferito, quello più indifeso. Qui sbranate povere schiave, vittime di fame, guerre e dittature. Povere creature destinate a morire di vergogna e di malattie. Come me, che muoio di Aids.

[In Thailandia più di un milione i contagi di Aids, gran parte nel mondo della prostituzione.]

Uomo 18: Ma smettiamola! Vengo qui da 10 anni e non ho mai saputo di una sola ragazza che sia morta di Aids. Qui muoiono per incidenti coi loro motorini. Chiaro? Sono stato con più di mille di queste ragazze e non ho mai trovato una che avesse l’Aids!

Uomo 19: Le donne lo fanno per i soldi, eh, non è che c’è il macrò qua!

Uomo 20: Non sono costrette a fare ciò che fanno. Qui non ci sono protettori, non c’è nessuna mafia che le obbliga ad andare con gli stranieri, se no le ammazza. E se realmente volessero, potrebbero tornarsene al loro villaggio in qualsiasi momento a vivere una vita normale. [Ne è proprio sicuro?] Al cento per cento, al cento per cento!

Controvoce di Mae: Non è così, e la vostra non è ignoranza. Solo un infame può pensare che una donna possa decidere volontariamente di essere un niente piegato ai desideri del vostro ventre. Basterebbe chiedere e ascoltare la voce e la storia delle mie povere sorelle in arrivo ormai da ogni angolo del mondo pur di rendere attraente questo vostro parco giochi delle mille bambole di ogni razza e colore. Infinite lacrime che non volete ascoltare…


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“Il tacco di dio” – Recensione

“Il tacco di dio”, di Katia Colica, Ed. Città del Sole, Reggio Calabria 2009

Recensione di Laura Cirella

Il tacco di Dio è una disperata goccia di umanità, uno squarcio dolente nella fotografia di una Reggio assopita e distratta. E’ una denuncia ma non solo, è un grido disperato, è un appello al buon senso comune, alla pietà soffocata da un individualismo virulento. E’ un esempio letterario di realismo tragico, infarcito di facce, nomi, vite, storie, malattie narrate e vissute, conflitti irrisolti, battaglie perse o mai giocate.

Arghillà è il ghetto, ma Arghillà è un non luogo e può essere un quartiere di Roma, Napoli, Catania, Palermo, Milano; è un paradigma triste che si ripete negli spazi e nel tempo troppe volte.

Katia Colica racconta il ghetto con uno stile disarmante, nudo, vero, diretto con una curatissima colonna sonora metallica e rocciosa; non usa mezzi termini, ti infila nella pancia come una lama affilata le storie di questa gente, dei rom, degli abusivi, delle donne che vivono e subiscono senza troppa dignità l’emarginazione e la povertà.

Il libro mantiene due piani, uno romanzato e realista e uno tecnico e razionale.

Il piano romanzato è raccontato da Katia Colica giornalista e narratrice, collezionista di storie, donna impavida e troppo curiosa, con uno stile straordinario, doloroso, intenso e carnale. E’ un susseguirsi di vite vere di giovanissime puttane, di bambini sporchi di muco, di spacciatori e di papponi, di donne abbandonate, di madri bambine, di adolescenti cresciuti in fretta, di uomini e donne che nella povertà ormai ci sguazzano e non cercano altro perché non conoscono altro. Dove sono state nascoste queste storie? Ad Arghillà nord; tra alloggi abusivi con le finestre in cellophane e montagne di immondizia alla fermata dell’autobus che non arriva mai, che salta le corse. E questi volti rimangono li, in compagnia dei cani e dei topi, il lettore li visualizza come un misero quarto stato tristemente fermi, brutti, sporchi, cattivi, che aspettano il loro bus verso la decenza, un bus che non arriva mai.

Il piano tecnico e razionale ce lo regala Katia Colica architetto e urbanista, ce lo fornisce con innumerevoli citazioni preziose, inquadrando sociologicamente i ghetti, quello che sono e perché sono stati pensati. Progetti degenerati e fallimentari che hanno creato il Corviale, le Vele, lo Zen, il Librino, la Barriera, quartieri isole nelle più grandi città d’Italia. Tante buone intenzioni iniziali compromesse da pessime gestioni amministrative, interessi della mafia spesso in perfetta sintonia con la politica, politici stessi inadeguati ed egoisti, ma anche cittadini posseduti da paure fomentate. Cosa fa paura di un barbone, cosa di uno zingaro, cosa di un immigrato? La povertà estrema terrorizza, inquieta, disarma, inibisce, respinge. E’ la povertà di questa gente che rende questa stessa gente scomoda e fastidiosa; e quando qualcosa da fastidio è facile chiuderla in un contenitore buio lasciando un buco per far respirare. Ecco, Arghillà è questo, una scatola ben chiusa con giusto un foro per far respirare tutto l’ammasso umano che c’è stato gettato dentro. Nient’altro. Nemmeno il cielo verso cui alzare gli occhi, dove gettare una speranza o invocare un dio con una preghiera.

Il tacco di Dio è una denuncia spietata di luoghi e persone che sono stati traditi e che gridano vendetta, di una finta “delocation” della comunità Rom, di politiche sociali inesistenti, di attraenti interessi elettorali. Quelle stesse persone che occupavano l’ex caserma 208 al centro della città sono state spostate in blocco in periferia. Il ghetto esiste ancora e ha i confini ancora più marcati ma non si vede e questo è quello che conta all’amministrazione reggina. Intanto il Corso Garibaldi può essere una tranquilla passerella domenicale per la Reggio bene e persino le prostitute possono andare a vendersi fuori dal recinto del centro cittadino, lontano dalla vetrina, dalla musica estiva, dai grandi concerti e dagli spettacoli. Il centro deve essere lucido e patinato e lo stesso cittadino deve intonarsi con abiti adeguati e maschere ricamate. Che importa se a pochi chilometri da questa falsità quotidiana c’è chi spegne la propria candela prima di tirarsi su una coperta o mescola l’acqua con mezzo cucchiaino di zucchero per fare colazione, la Reggio che conta sta altrove, tra nuovi protagonisti, politici rampanti, portaborse, ruffiani e mezze calze.

Katia Colica si è infilata giu per la feritoia di questa scatola chiusa, da quel buco ha fatto uscire queste vite che hanno gridato con tutto il fiato che hanno in gola, ha costretto il lettore a spalancare gli occhi riversandogli addosso lo stesso fardello di storie che lei ha scelto coraggiosamente di incollarsi e che magistralmente riesce a raccontarci.

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“Non è un paese per vecchie”

Facciamo pubblicità a un libro (Non è un paese per vecchie, di Loredana Lipperini, Feltrinelli) che tratta un tema fastidioso ancorché trascurato in un paese che dovrebbe considerarlo tra le priorità. La terza età o “le vecchie”. In Italia da tempo oggetto di stereotipi denigratori in chiave ridicolistica.

Un esempio locale? L’iniziativa “A spasso coi nonni” promossa dal Comune di Reggio Calabria – in sé lodevole, senz’altro. Ma sono gli schemi comunicativi a preoccupare. Il bus che accompagna gli/le anziani/e sfoggia una foto con la scritta cubitale che ammanta un sottotesto di sfottò e, diciamolo, discriminazione potenziale. Perché? Innanzitutto “a spasso” è una locuzione comunemente associata agli animali domestici, che molto difficilmente sarebbe stata applicata a un target giovanile o adulto ma non anziano (“a spasso coi giovani”?); infine soprattutto il termine nonni, che costituisce solo una parte della popolazione anziana, viene esteso e fatto valere per tutte le persone over 65, anche quelle, si suppone, senza figli né nipoti, oppure questa fascia di persone viene esclusa dalla possibilità di fruire del servizio? Come al solito: il linguaggio sedimenta modelli e stereotipi rivelativi dell’immaginario collettivo e del senso comune. Cioè, in ultima istanza, delle sottili dinamiche di potere.

Dopo questa parentesi, segue l’articolo che l’autrice del libro ha pubblicato sul suo blog. Lipperini è l’autrice di un altro testo importante: Ancora dalla parte delle bambine che oggi, insieme alla pubblicazione di “Non è un paese per vecchie”, esce dopo 3 anni in versione tascabile.

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Non è un paese per vecchie nasce durante il giro di presentazioni di Ancora dalla parte delle bambine: tante, come sapete (centoventi). Nasce in un tardo pomeriggio d’inverno, presso la Feltrinelli di Bari, quando una signora, dal fondo della sala, si alza e mi chiede quando mi sarei occupata delle altre. Non le piccole, non le giovanissime: le vecchie. In quegli stessi giorni, nella metropolitana di Roma (già, la fatidica linea B), imperversava una campagna pubblicitaria anti-burocrazia. Nella locandina si raffigurava una vecchia signora disegnata secondo lo stereotipo- creduto morto – della zitella: vezzoso cappellino rosa con veletta, labbra a cuore, occhialini a farfalla. Le guance erano coperte di timbri e bolli. Lo slogan era “Ammazza la vecchia”.
Non è un paese per vecchie nasce con non pochi timori: parlare di infanzia chiama alla tenerezza e all’empatia. Parlare di vecchiaia suscita ripugnanza e orrore. La stessa parola “vecchiaia” è pronunciata di malavoglia: il saggio di Simone de Beauvoir, La Vieillesse, è stato tradotto in italiano con La terza età. Eppure, l’emergenza che riguarda i vecchi, e soprattutto le vecchie, è gravissima. Siamo il paese con più anziani: ma i nostri pensionati sono i più poveri d’Europa, e i meno assistiti. Siamo il paese gerontocrate e gerontofilo: questa, almeno, è l’immagine che viene fornita. Ma quanti sono i “vecchi” che davvero hanno potere, soldi, ricchezza? Quanti, rispetto all’esercito che è sotto la soglia di povertà?
Nel libro, ho cercato di raccontarlo: e di raccontare anche come, analogamente a quanto è avvenuto e avviene per le bambine, sia l’immaginario a fornire l’alibi a una pesantissima falla sociale. Molto semplicemente, l’Italia non si occupa delle fasce deboli: l’infanzia e la vecchiaia ricevono assistenza e accudimento solo grazie al volontariato delle donne. Da anni. Molto semplicemente, le narrazioni che riguardano la vecchiaia, oggi, sono falsate rispetto alla realtà.
C’è altro: perchè all’interno di un’emergenza anagrafica ne esiste un’altra, di genere: perchè le vecchie sono più povere dei vecchi, meno tollerate, più discriminate. Anzi: espulse. La vecchiaia femminile non gode neppure dei canonici attributi di saggezza ed esperienza. Per questo, alle donne è proibito invecchiare: devono, finchè è possibile, fingere di vedere nello specchio un’immagine diversa da quella reale, o i frammenti di quello specchio le distruggeranno, riservando per loro l’unico ruolo possibile. Quello della nonna. O, grazie a Mediaset, della Velona.
C’è altro ancora: perchè rifiutare la vecchiaia (nulla invecchia più, neanche gli oggetti) significa rifiutare la morte. E di morte è proibito parlare.  Io ho cercato di farlo.
Questo, in sintesi, è il percorso di due anni: Non è un paese per vecchie esce oggi, e da questo momento, come si suol dire, non mi appartiene più. Devo però dire almeno due grazie, fra i molti: uno è allo scrittore che mi ha regalato un capitolo (riguarda la morte, e riguarda la musica: metal, in particolare), ovvero D’ Andrea G.L.. E uno è al commentarium: ritroverete qualche brano delle discussioni fatte qui in questi due anni. Poca cosa, al confronto di tutti gli stimoli che mi avete dato.
Grazie, di cuore.

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Educazione alla discriminazione

Ero andata a prendere mio figlio all’asilo come al solito fermandomi alcuni minuti in mezzo ai bambini, tra una chiacchiera e l’altra con la maestra, in attesa che fosse pronto per andarcene. Quel giorno ho assistito a una scena che mi ha raggelata. Due maschietti, di 3 o 4 anni, avevano preso fra i giochi dei piccoli passeggini col bambolotto sopra, iniziando a cullarli. Al che la maestra li ha ripresi dicendo “posate immediatamente i passeggini, le femminucce giocano coi passeggini non i maschietti! Andate a prendere le costruzioni“. Non ho osato dire nulla, poiché ci trovavamo di fronte ai bambini, ma soprattutto perché non sapevo con quali parole avrei potuto farle capire che stava trasmettendo un messaggio pericoloso, che ha radici antiche, e che ha a che fare con dinamiche di dominio nella forma della rigida costruzione dei ruoli di genere. Non sapevo con che parole riassumerle concetti che solo dopo un lungo percorso critico io stessa sono arrivata a comprendere, temevo che non avrebbe capito, non avrei potuto che semplificare un discorso che va affrontato di petto e a un tempo con profondità. Come dirle che stava riproponendo, col suo potere educativo, lo stereotipo della cura materna per la femmina e quello dell’operatività per il maschio? Lo stereotipo per cui il privato è femminile mentre il pubblico, quindi il potere, è maschile?

Le bambine che hanno ascoltato il rimbrotto della maestra, come potranno liberarsi di questi retaggi, e un giorno pensarsi come operative e talentuose, se hanno sin dall’infanzia visto alimentare dentro di sé lo schema della madre che cura i figlioletti? E i maschietti, come potranno un giorno non vedere nella cura familiare qualcosa di radicalmente estraneo al loro raggio d’azione, alla loro identità? Come meravigliarsi allora, se questo è lo schema educativo ricorrente, se gli uomini così spesso relegano le donne alla sola cura familiare, rifiutandosi di pensarsi come cooperativi in essa? Come meravigliarsi allora, se molte donne non riescono a realizzarsi nel mondo del lavoro, o ad operare in politica, o a non sentirsi psicologicamente schiacciate da ruoli coatti di genere?

Benché lì per lì non abbia detto nulla, quella scena mi ha fatto a lungo riflettere, e ho pensato che il campo d’intervento per le donne attiviste dell’UDI e del mondo dell’associazionismo debba necessariamente includere anche quello dell’informazione e della sensibilizzazione sui pericoli educativi contenuti in alcuni messaggi che le educatrici e gli educatori, e che le madri e i padri trasmettono ai bambini, dando la spalla così ai messaggi che i media quotidianamente trasmettono sui ruoli di genere – nell’infanzia come nella vita adulta. Nella nostra agenda dobbiamo includere anche questo: formazione, informazione, sensibilizzazione a educatori/educatrici e mamme e papà. Nei tanti corsi di “pari opportunità” promossi ovunque con insospettabile solerzia temo che il tema della educazione alla discriminazione, cioè della trasmissione di stereotipi sessisti che diventeranno discriminazione negli approcci pedagogici, non sia neanche sospettato da corsisti/e e formatori/formatrici.

Il problema, cioè, ha un’importanza cruciale e su di esso bisognerebbe agire direttamente. Le istituzioni non lo considerano lontanamente, perché le istituzioni sono fatte da persone, e le persone spesso non si accorgono dei rischi annidati nella normale prassi educativa e comunicativa.

Avrei voluto dire alla maestra che il potere che ha in mano è capace di creare tante cose buone, ma che può avere anche effetti devastanti, non solo in termini psichici, ma anche in termini politici e sociali. La valenza politica e sociale dell’educazione non viene considerata in genere che un discorso astratto o ozioso. Si trascura che le radici delle storture che attanagliano la società affondano in quei momenti decisivi dell’infanzia, in cui pendevamo dalle labbra degli adulti, e in cui gli adulti forse non prendevano con la dovuta serietà o consapevolezza il potere che esercitavano su di noi.

In un’altra occasione, vidi una mia conoscente riprendere suo figlio, di 4 anni, che giocava ad andare al supermercato con le buste della spesa, in questi termini “ma no, posa quelle buste! le femmine fanno la spesa, non i maschi!”. Lo stereotipo si diffonde capillarmente, quotidianamente, a tutti i livelli del vivere sociale. A partire dalla visione quotidiana di scene di normale discriminazione, presso i genitori, ai contenuti di esplicito incoraggiamento da parte di essi ad incarnare ruoli di genere prestabiliti, passando per i media, la comunicazione pubblicitaria, i luoghi comuni su questi ruoli che diventano immaginario collettivo e dunque introiettati, replicati da ciascuno, fino alle strategiche deleterie divisioni dei giochi in tutti i Toys Store del mondo (le barbie e le pistole, le pentoline e le spade, il passeggino e le costruzioni, il rosa e il blu), le bambine e i bambini vengono accompagnati per tutta la vita in un percorso di rigida differenziazione, che, alla fine, spiega tutte le discriminazioni che ne derivano.

E’ infatti necessario, anzitutto, vedere questi nessi, per riconoscere l’importanza e l’urgenza di operare per cambiare la mentalità, in primis presso quegli adulti che hanno potere sui bambini e sulle bambine: se esiste una campagna ossessiva contro l’aborto, è perché le donne vengono viste e apprezzate solo come madri. Se le donne continuano a scarseggiare in termini quantitativi in contesti scientifici è perché imparano che devono desiderare di essere madri, mentre i maschi, loro sì, sono bravi in matematica. Se le donne spesso non riescono a conciliare famiglia e lavoro, mentre gli uomini sì, è perché esse sono prima di tutto madri, mentre gli uomini sono prima di tutto uomini, e poi eventualmente padri, dato che così è stato insegnato loro sin da piccoli, come nell’esempio dell’asilo. E potremmo continuare con altri infiniti ed estenuanti “se”…

Ma non solo. C’è l’altro lato della medaglia. Le donne, oltre che madri, sono nell’immaginario collettivo anche sgualdrine, o persone sciocche dalle funzionalità, oltre che riproduttive – come nel caso delle madri-, anche seduttive. Ce lo insegna ogni giorno la pubblicità. La campagna Immagini Amiche che stiamo portando avanti la denuncia e cerca un rimedio. E l’infanzia non è esente dalla trasmissione anche di questo stereotipo. Come si scrive sul blog Comunicazione di Genere nei media è riscontrabile l’erotizzazione del corpo femminile delle bambine:

Se la pedopornografia è un reato, perchè l’erotizzazione dei bambini è permessa?

Non possiamo considerare dannose pure queste immagini? Immagini che violano l’infanzia, che impongono di essere adulti  precocemente e di essere sessualmente appetibili.

Alle bambine in particolare è richiesto di essere sexy, di assomigliare alle madri, quelle stesse madri che poi vengono vilipese dalle pubblicità e televisione e ridotte a mero oggetto sessuale.

Sul blog viene lanciata una campagna “Libera Infanzia” di cui si può leggere nel link, e che appoggiamo.

La violenza sulle donne si compie anche su questo fronte: quello dell’educazione alla discriminazione attraverso la trasmissione di stereotipi sessisti.

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