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Casablanca

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Le Madri della carovana dei Migranti

di Franca Fortunato

Giovani di 19, 20, 22, 24 anni che scompaiono nel nulla. Figli di un dio minore? Partita il 22 novembre scorso da Lampedusa che per tante immigrate e tanti immigrati è sempre stata simbolo della “Porta della vita” la Carovana dei migranti con a bordo le Madri di disperati desaparecidos si è aggirata per giorni per l’Italia. Ad essa si sono unite anche le madri tunisine, venute in Italia in cerca dei loro figli, scomparsi nel nulla dal 2010 ad oggi. Le Madri tunisine sono convinte che i loro figli siano ancora vivi. Tante di loro cercano figli desaparecidos da quattro anni, vogliono sapere, non si rassegnano, chiedono aiuto ai governanti tunisini e italiani.

A Lampedusa dopo la tragedia in mare dell’ottobre 2013, con la missione Mare Nostrum, la Nato e il Ministero della Difesa, [continua a leggere]

Casablanca rivista on line n. 37

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La tigre e il violino

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Appuntamento sabato 16 febbraio, Palazzo della Provincia, h 16.30
Sala Conferenze
Incontreremo Loredana Cornero, di Rai International, autrice del libro “La tigre e il violino” e Anna Rosa Macrì, scrittrice e giornalista di Rai 3 regione. Nel libro viene disegnata la parabola di un programma televisivo coraggioso, primo e unico nel suo genere che affrontò le realtà fatte emergere dai movimenti delle donne anni ’60 – ’70.
Si chiamava Si dice donna, condotto in modo asciutto ed essenziale da Tilde Capomazza, e preparato da un’équipe quasi di sole donne. Parlavano le donne e si parlava di donne su temi che incrociavano lavoro, maternità, sessualità, aborto, famiglia, in una visione allargata della società reale. Proprio la realtà della rappresentazione con occhi femminili non piacque alle alte sfere che alla quarta edizione ne decisero la soppressione.
E’ anche un’occasione per verificare quanto il femminismo storico abbia influito sull’acquisizione di diritti e libertà delle donne e quali difficoltà esse incontrano oggi nel mantenere e difendere gli spazi guadagnati oltre che nel perseguire ulteriori traguardi per i diritti paritari e le giustizie sociali.

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Alma mater ma non per donne

L’articolo che segue è di Laura Testoni, scritto per Tropismi, blog d’informazione universitariaE’ un disegno-patchwork, con testi interessanti per quante volessero approfondire, sulla persistente cocciuta filtrazione sessista nei confronti delle donne in ambito universitario. La più antica università occidentale potrebbe invece chiamarsi Almus Pater Studiorum. E non si discosta la situazione degli altri atenei italiani.

Laura circa il suo campo d’interesse ci scrive: Per quanto riguarda il testo che ho scritto nasce dalla mia elaborazione sull’università, in particolare quella di Bologna e sulla deriva del c.d. Processo di Bologna. Un libro che ritengo molto valido e attorno a cui ho un progetto di pratica e studio in cantiere, insieme a colleghe e colleghi, è “Università Fertile. Una scommessa politica” di Anna Maria Piussi.

Finché lo Stato resta al penultimo posto in Europa come investimento nell’istruzione superiore, perversione incorregibile, finché la scure taglia più rami verdi che rami secchi, finché la creatività, l’eccellenza femminile non entra di diritto come struttura primaria paritaria anche nel numero negli organi di decisione – dal meno elevato al più elevato e non per quote-concessione di sopportazione -, il Processo di Bologna e tutto il suo vasto impianto, che pure ha avuto notevoli risultati, può ben dirsi alla deriva. A parte la crisi generale, non è un difetto tecnico ma una concezione intrisa di patria potestas. Poi vai a vedere e trovi cervelle italiane a dirigere centri di ricerca della massima importanza scientifica e tecnologica, ma in Europa o oltreoceano, non qui. Forse, più in là, ce ne potrà fare il punto Laura. Speriamo nell’Università Fertile.

***

Una lettura del senso politico della creazione femminile anche all’università

Ateneo sempre più tabù per le donne. Si laureano in tante ma non vengono assunte. L’Università di Bologna in media con l’Italia: da 6 donne su 10 al momento della laurea, la presenza femminile passa ad un misero 20% tra i professori ordinari. Per usare le parole di Eugenia Lodini, ricercatrice dell’Università di Bologna, le ragazze sono in testa per iscrizioni, laurea, mobilità, master, ma a livello di dottorato comincia l’imbuto, la strada si restringe“.

Questo è quanto scriveva, a marzo 2012, Giovanni Stinco su Il Fatto Quotidiano (articolo integrale qui). Non c’è che dire, colpisce come la più antica università del mondo, quella di Bologna, sia anche all’origine del motto Alma Mater Studiorum. Ricordare questo, ad oggi, significa confermare il primato del paradosso, poiché la notizia della penalizzazione delle eccellenze femminili  contrasta con l’ispirazione all’autorevolezza materna che ha segnato e allegoricamente incarnato la nascita degli studi accademici: alma mater, “madre nutrice” che cura, che dona la parola, che fa passare amore dalla conoscenza.

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Le radici fondative – ancor prima che simboliche – a quanto pare, sono state tradite a tal punto da rivelare gli immotivati ostacoli che le donne incontrerebbero nel periodo post laurea, soprattutto, rispetto alla possibilità di carriera interna all’UniBo. Statistiche poco incoraggianti, ma preziosissime, perché guardare alla posizione femminile nel mondo ci aiuta ad assumere una prospettiva realistica:

“Dati impressionanti che dimostrano, spiega Paola Govoni sempre dell’ateneo bolognese, la discriminazione a cui le donne sono sottoposte sul posto di lavoro universitario. Non solo una questione di ingiustizia sociale, ma anche un’enorme spreco di denaro pubblico. Milioni e milioni usati per formare migliaia di studiose che poi non riescono a fare carriera e a affermarsi nel mondo accademico. Insomma un disastro.

Il sistema accademico ancora a predominanza maschile e questo comporta un inevitabile impoverimento dello sguardo sul sapere e sulla parzialità della formazione. Tra potere e autorità, disciplina e dirigismo si perde troppo spesso quella carica di energia creativa, trasformativa, piena di significati trainati dal di più della differenza, non solo disciplinare, ma anche incarnata da individui sessuati. Perché nulla è “neutro”, nemmeno le illusioni o le ideologie. Ma quali sono le dinamiche che riescono a frenare la misura femminile?

Un fattore è la cooptazione: finché a decidere sulle nomine saranno gli uomini, ad essere scelti saranno altri uomini. Una tesi sostenuta dal progetto europeo Diva: Science in a different voice. Per i ricercatori del Diva i professori ordinari si comporterebbero involontariamente come circoli esclusivi “che lasciano fuori dalla stanza delle decisioni (carriere, finanziamenti, attribuzioni di responsabilità) le tanto brave colleghe”.

Non si tratta per forza di opposizioni di genere, potrebbe essere una comune impresa di donne e uomini che ragionano insieme sul buon governo della realtà universitaria che è da inserire nel più ampio progetto di rinegoziazione del contratto sociale. Il punto, in fin dei conti, è semplice: la questione della differenza sessuale, che cosa significhi essere uomini o donna, che cosa comporti che vi siano donne e uomini, che cosa sia cercare la felicità, la libertà o la verità essendo una donna oppure un uomo, tutto questo è divenuto urgente e anzi, è divenuto una realtà dell’esperienza (di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, in Donne e Uomini. Il significare della differenza, ed. V&P, 2010).

La presenza femminile all’università è ormai maggioritaria, così anche la qualità della presenza pubblica femminile che interroga la questione di “un vivere politicamente” consapevoli del primato delle relazioni e del cambiamento epocale che stiamo attraversando: dal momento la realtà si trasforma perché sono cambiate le donne e cambiano gli uomini, allora cambiano le leggi, cambia la cultura, cambia il rapporto che abbiamo con il mondo, perché “la storia non è soltanto storia di guerre, di patti internazionali, ma è la storia che tu fai modificando le tue condizioni di vita, modificando la cultura. Questo per noi significava modificare la storia.” (dal docufilm Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni)

L’imbuto che ferma la presenza femminile post laurea, nel lavoro e nell’ambito di dottorati accademici è imbarazzante e per questo tante sono in movimento: il fine di affrontare le barriere storiche e psicologiche. Evitando le coazioni, spostando lo sguardo.

Le donne sono cambiate. Gli uomini dovranno cambiare nonostante la paura che provano gli stessi di fronte a un mondo messo sottosopra dall’avanzare delle donne. C’è un’evidente crisi di autorità che indebolisce la politica e la democrazia” (Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica, ed. Il Saggiatore, 2009).

Proprio in un mondo dove la finanza sembra dettare le regole del sistema globale, non è ancora chiara la lezione in base alla quale il disimpiego e la sottovalutazione delle risorse, crea una vera disfunzione economica. Sempre su Il Fatto si legge:

Penalizzare le donne che lavorano nel mondo scientifico attraverso pratiche informali, ma non per questo meno efficaci, di discrezionalità nella cooptazione, è però incongruo rispetto alle ragioni stesse della ricerca e dell’eccellenza scientifica. Infatti – recita un rapporto di Rossella Palomba e Adele Menniti – impedire a studiose di qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza per il solo fatto di appartenere al genere femminile non solo discrimina le donne, ma penalizza l’innovazione”. Detto in altri termini peggiora e di molto i risultati scientifici del sistema universitario italiano. Per non parlare del costo di formazione di migliaia di donne che non riescono a fare carriera accademica perché discriminate. Sulla questione mancano ancora studi precisi, “ma lo spreco economico è enorme. Qualcuno – conclude Govoni – se ne sta finalmente rendendo conto”.

La politica femminile che non aspetta la “presa del potere” per cambiare le cose è già attiva sui vari fronti della realtà avendo imparato dall’esperienza: le donne hanno imparato la necessità di continuare a lavorare sul piano simbolico al di fuori dei circuiti convenzionali, in luoghi dove agire un’adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio” (Annarosa Buttarelli, in Il pensiero dell’esperienza, ed.Baldini e Castoldi, 2008).

Vero è che le donne hanno già intessuto una rete tra loro, ma devono farlo sempre di più: collaborare e contarsi ed insieme spingere indietro ogni prevaricazione. Ecco, il gioco da ragazze di cui scrive Marina Terragni e la pratica della relazione descritta da Maria-Milagros Rivera Garretas:

Un cambio di civiltà comparve improvvisamente, quasi spontaneamente, dove meno lo si aspettava. Consisteva nella presa di coscienza del fatto che le donne che avevi intorno sentivano il malessere che stavi sentendo tu e che credevi che nessun altro sentisse. Di modo che, una a una, di singola in singola, si intrecciò delicatamente tra molti corpi femminili un merletto enorme, incompiuto e libero che ci unì. Ci unì in innumerevoli relazioni duali: queste relazioni, allacciate in mille toni e spessori, formarono un movimento politico che ha attraversato molte delle barriere di senso che fino ad allora inceppavano la politica: barriere di classe, di nazionalità, di lingua, di età, di religione, di erudizione, di ricchezza”.

(in Donne in relazione, ed. Liguori, 2007)

Questo vale anche per l’università, infatti molte donne non si stanno solo battendo per ottenere quello che spetta loro, ma si stanno anche interrogando su una preliminare questione: vale ancora la pena scommettere su questa università? No, su questa no, ma su quella dove anche il discorso femminile verrà incluso sì. Con discorso femminile si intende il far entrare in un sistema chiuso e spesso violento – preteso universale – istanze diverse, tempi diversi, metodi diversi, per aprire una conflittualità ed un dibattito che porti alla rappresentazione vera, plurale della realtà.

L’intuizione coltivata, curata e fatta maturare è ciò che genera lo sviluppo. Questo è secondo me il paradigma femminile dello sviluppo, al di là del fatto che lo conducano uomini o donne. Non so dire se siano cause culturali o biologiche e genetiche ad orientare le donne al futuro, ma fermiamoci al dato di fatto: la donna è evidentemente attrezzata a immaginare e assumersi la responsabilità delle nuove generazioni; e anche della ‘generazione’ di nuove realtà economiche durature”.

(di Simona Beretta, in Le donne reggono il mondo, a cura di Beatrice Costa e Elena Sisti)

Questo vale per tutti gli ambiti, non solo per l’università. Molte stanno lavorando e facendo massa critica insieme, facendo eco per contaminare l’ordine già dato che deve essere rimesso in discussione, ben sapendo che la libertà non è fatta una volta per tutte, ma che va messa al mondo ogni giorno.

Scriveva Carla Lonzi, “il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, la fa esistere… Qualcuna doveva ben cominciare e la sensazione che mi portavo addosso era che o lo facevo io o nessuna mi avrebbe salvata. Ho operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero alla fine, dopo aver accettato di essere qualcuna che non sapevo”, infatti, la sfida, anche all’università, non è quella di “bruciarsi” rimanendo isolate – con un atteggiamento più o meno competitivo – fino al punto di burn out o omologandosi al modello di potere maschile, ma di relazionarsi con le altre che condividono quel senso di trasformazione che non può più aspettare.

Una sororità che va al di là di quote rosa e rivendicazioni, bensì che si fa spinta gioiosa verso nuovi orizzonti condivisi, che fa cittadinanza e che propone possibilità diverse, ragionando empaticamente su quanto è già stato fatto e su quanto si può fare per analizzare le statistiche e rilanciare con inventiva il proprio esserci costante, a patto che ci si assuma pienamente la responsabilità della propria partecipazione attiva:

Il maggior senso di cautela delle ragazze e delle donne può impedire loro di infrangere le regole e sfidare lo status quo durante gli anni della crescita. Di conseguenza, probabilmente non scopriranno che questo tipo di rischi, e per estensione ogni altro metodo non sancito per ottenere ciò che vogliono (come chiedere qualcosa che non sia stato offerto), può essere una strategia vincente”.

(Linda Babcock e Sara Laschever, Le donne non chiedono, ed. Il Sole24Ore, 2004).

Per mantenersi centrate si può guardare chi prima di noi ha lottato per spianarci la strada lasciandoci consigliare e spronare nel non rinunciare ad una postura all’altezza dei nostri desideri, senza mai dimenticare che “ciò che hai in mano, tienilo stretto; ciò che stai facendo, fallo e non tralasciarlo; ma con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa, vivace sul sentiero di una pensosa felicità, senza prestar fede nè consensi a chiunque voglia sviarti dalla tua determinazione” (Caterina d’Assisi).

Laura Testoni

(il titolo è ispirato al capitolo scritto dalla docente Remei Arnaus contenuto nel saggio “Università Fertile. Una scommessa politica”, ed. Rosenberg&Sellier, 2011: il mio corpo mi avvertiva che con una inquietudine sempre più presente, che aveva e ha a che vedere con la distanza tra la realtà vissuta e sentita e la ir-realtà dell’istituzione universitaria, sempre più patente e sempre meno estranea al mio desiderio di essere universitaria; desiderio che ho mantenuto vivo da quando sono entrata a lavorare lì per amore dello studio, della relazione educativa e della ricerca*).

 

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Santa Ildegarda, dottora

Ildegarda di Bingen, Liber divinorum operum

L’uomo-microcosmo nel Liber divinorum operum di Ildegarda di Bingen

Riceviamo da Franca Fortunato

IL PAPA E ILDEGARDA DI BINGEN

DOMENICA papa Benedetto XVI, durante l’omelia di Pentecoste,  ha annunciato che a ottobre, in apertura del sinodo sulla nuova evangelizzazione, proclamerà dottora della Chiesa, dopo Teresa D’Avila, anche Ildegarda di Bingen, la mistica del XII secolo.

Contemporaneamente, nei giorni passati, su tutta la stampa, si è data notizia del commissariamento, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, dietro approvazione del Papa, delle suore americane della Conferenza delle superiore maggiori  in quanto le loro dichiarazioni pubbliche “sfidano i vescovi, autentici maestri della Chiesa, della fede e della morale” e le loro idee sull’omosessualità, sull’aborto, sul sacerdozio femminile sono “temi da femministe radicali incompatibili con la dottrina cattolica”. Insomma, la gerarchia della chiesa si è messa, come in altri momenti della sua storia, contro donne che non riconoscono l’autorità maschile.

Ebbene, Ildegarda di Bingen, proprio lei, fu  maestra in fatto di libertà e di autorità femminile. Fu lei ad aprire la “mistica” a quelle che vennero dopo di lei: Teresa D’Avila, Margherita Porete, Beatrice di Nazareth, Hadewijch, le “amiche di Dio”, come le chiama Luisa Muraro. Donne che sperimentano il rapporto diretto con Dio, come fonte di conoscenza – come  nelle “visioni” di Ildegarda -, da cui insegnare alle donne e agli uomini che a loro si rivolgono e a quelle che vengono loro affidate. Ildegarda non riconosce l’autorità maschile nel suo insegnamento, non insegna a partire dai libri degli uomini, dalle loro dottrine, dalla loro morale, ma da donna, femminista, sì, radicale, sceglie Dio al posto degli uomini e l’autorità materna al posto di quella paterna.

Proclamare Ildegarda dottora della chiesa e condannare le suore americane, è una contraddizione in essere. Ildegarda, nei monasteri di Disibodenberg e di Rupertsberg, da lei fondato nel 1150 e dove morì nel 1179, godette di grande autorità e libertà. A lei si rivolgono teologi, vescovi, re, uomini di potere, che si mettono in ascolto della sua parola. Le donne, le sue novizie, le badesse di altri monasteri, si rivolgono a lei, ad una donna, perché vedono in lei “la vera luce”, piuttosto che a coloro, gli stessi di oggi, ai quali un’istituzione secolare assicura il potere di stabilire le norme di vita e di indirizzare le scelte.

Questa quieta trasgressione – come scrive Marirì Martinengo nel libro “Libere di esistere” -, il deliberato proposito di affidarsi ad una donna che non è superiore a loro gerarchicamente, ma che è grande in sé, ristabilisce l’autorità materna. Credere, come fanno le badesse, le novizie, le donne e gli uomini, che si rivolgono ad Ildegarda, alla parola di un’altra donna, è far parte dell’ordine materno, cioè di una struttura simbolico – sociale che vede nella madre la fonte di autorità per le figlie e i figli.

< Dio è madre e padre>, disse Papa Luciani. Benedetto XVI, che ha deciso di proclamare Ildegarda dottora della chiesa, e la gerarchia tutta sono pronti ad ascoltare per intero la parola di Ildegarda? La vicenda delle suore americane, come tante altre, spinge a rispondere: no. Se Ildegarda è dottora della chiesa, o lo è per intero o altrimenti non ha senso. Non si può dividere il suo insegnamento, sarebbe come separare il suo spirito dal suo corpo, cosa che lei non accettò mai nella sua vita. Lei non conosceva opposizione tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra contemplazione e azione,  tra celeste e carnale. La sua stessa visione era segnata dalla non opposizione spirito-materia: all’esperienza conoscitiva partecipava anche il corpo con i suoi sensi, non solo la mente.

Ildegarda dottora della chiesa? Sì, ma in quanto donna, maestra di libertà e di autorità femminile per donne e uomini, in quanto fondatrice di un ordine materno dentro cui si inseriscono anche le suore americane. Uomini di chiesa siete pronti ad accettare Ildegarda come dottora, accettando di riconoscere e confrontarvi con la libertà e l’autorità femminile  nel presente? Altrimenti, lasciate perdere.

Franca Fortunato

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Ildegarda oltre alla sua profonda religiosità coltivò una attenta osservazione delle forze della natura, dei processi vitali, delle energie fisiche e mentali annotando anche come fossero diverse le manifestazioni nella donna e nell’uomo.  Tanta passione e intelligenza nell’osservare e riflettere, quanta nel creare, denotano una mente che oggi definiamo di scienziata, per l’epoca, anticonformista e all’avanguardia nel senso del ricercare. Ricorda anche Ipazia per l’autorevolezza e il prestigio culturale riconosciuto (molte personalità ricorrono a lei per consiglio).

Ma la sua particolarità più sorprendente è quella che non annulla il suo essere donna, come richiesto dalla religiosità canonica, non de-sessualizza il suo pensiero nel magma mistico da lei vissuto.

Molto riportati sul web alcuni capoversi estratti dal Liber causae et curae sulla sessualità differente:

“Quando nel maschio si fa sentire l’impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco affinché venga trasmesso ai genitali del maschio facendolo bruciare… Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell’uomo…”

Razionale  e sistematica (pur nello sfondo delle visioni mistiche) nutre la sua personalità di arte, filosofia, musica, architettura, scienze naturali, medicina, in una concezione armonica (per certi versi pre-umanistica) dell’essere vivente col cosmo, e cosciente del suo essere femminile. Tre secoli dopo un altro grande curioso del vivere, Leonardo, con lo stesso spirito di investigazione/creazione continuerà a percorrere la stessa strada verso le scienze moderne. E come tratto comune non avevano una profonda cultura in senso stretto accademico. Leonardo consapevolmente si definiva omo sanza lettere, Ildegarda si considerava povera creatura cui mancano salute, vigore, forza e istruzione, e dettava a segretari i pensieri o le voci che sentiva.

Nella simbologia iconica, curioso l’accostamento dell’Uomo-microcosmo di Ildegarda, non sessuato, immerso nell’armonia cosmica e precursore dell’Uomo vitruviano, sessuato, di Leonardo.

Uomo vitruviano

 

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Angela Montagna

Angelina Montagna, più nota come Angela Casella e Mamma coraggio, se ne è andata qualche giorno fa. Suo figlio Cesare fu rapito nel gennaio del 1988 dalla mafia calabrese, tenuto segregato sulla montagna dell’Aspromomte locrese e liberato a gennaio del 1990, dopo 743 giorni. Angela sprigiona tutta la sua forza vitale di donna e madre nella decisione di sfidare un intero territorio percorrendolo casa per casa. Si incatena ad una cabina telefonica nel cuore del labirinto mafioso, nel disperato tentativo di cercare solidarietà e affetto tra le donne. Un antichissimo istinto che ha più radici nella parte femminile della specie, nelle società matrilineari, che nella parte maschile spinta a cercare alleanze e complicità nella forza, nell’assoggettamento e nello scontro guerresco. Angela al di là di liturgie ideologiche ha praticato d’istinto quella che può essere chiamata politica dell’incontro e della relazione contro un pericolo mortale, la perdita di un figlio e del suo stato stesso di madre. Franca ce ne offre un ricordo.

   

Angela parla con una donna di Ciminà

 

abbraccia le donne della Locride

 

 si incatena a una cabina telefonica a Platì (foto Ansa)

 

QUANDO nel 1989 Angela Casella venne in Calabria per chiedere la liberazione del proprio figlio, sequestrato dai mafiosi, immediatamente si pensò di definire il suo gesto a partire dal suo ruolo familiare e la si battezzò “mamma coraggio” – come i giornali hanno ricordato in questi giorni in occasione della sua morte. Oggi che Angela è morta, non mi interessa ricordare il fastidio e il disagio, che insieme ad altre, provai di fronte alla retorica dell’eroismo “naturale” di una madre per il proprio figlio di cui grondarono tutti gli interventi e manifestazioni.

Voglio invece ricordarla con la lettera che le inviai quando, per la seconda volta, nel 1992, tornò in Calabria. Tornò come candidata al Senato nel collegio di Lamezia Terme nelle liste della Dc. Allora lei disse che ciò che l’aveva spinta ad accettare la candidatura era stato il suo desiderio di combattere la mafia, non più da madre ma da donna. L’accoglienza che le fu riservata fu ben diversa da quella della prima volta. Anche da parte di donne dell’antimafia. Decisi allora di scriverle.

“Cara Angela Casella, è alla donna, non alla madre, né alla candidata che scrivo, per esprimerle tutta la mia più sincera ammirazione per la sua grande ambizione a voler combattere la mafia, a partire dal suo desiderio. Quando è venuta, la prima volta, in Calabria, in quanto madre, io non ho partecipato alle manifestazioni contro la mafia, né sono venuta ad esternarle la mia solidarietà, non perché non sentissi “pietà” verso la donna, alla quale era stato tolto il figlio, portandola alla disperazione, ma perché ho sentito un grande fastidio per tutto quel “rumore” della stampa, dei partiti, dei sindacati, delle Associazioni antimafia che, ancora una volta, esaltavano il martirio “naturale” di una madre per il proprio figlio. Ho visto, allora, molta retorica e molto spettacolo e sul quel palcoscenico molte donne vi sono salite, le stesse che, in questi giorni, l’hanno respinta ed insultata solo perché ha avuto l’ardire e l’indecenza, questa volta, di parlare e di presentarsi solo come “donna”, con le sue ambizioni e desideri, e non in quanto madre e moglie “gloriosa”. Questo al di là della sua scelta di candidarsi nella Democrazia Cristiana, scelta che rispetto pur non condividendola. E’ la sua ambizione e il suo sincero desiderio di combattere la mafia che, oggi, mi avvicina a lei, anche se per farlo, io e lei, abbiamo scelto luoghi e modi diversi. Io, infatti, insieme ad un’altra donna, ho incominciato a riflettere sulle mie ragioni nella lotta contro la mafia e su come, da insegnante, educo o no le ragazze ad una cultura anti – mafia, tentando di educarle alla libertà e all’amore femminile per la madre. Sono consapevole della mia estraneità alla società e alla cultura mafiosa – patriarcale, la quale si sostiene e si alimenta dell’amore, del lavoro, della complicità – colpevole delle “loro donne” (madri, mogli, figlie, sorelle). Sottrarre il sostegno, l’amore, delle donne ai mafiosi è togliere loro gran parte della loro forza. Vivere ed educare le ragazze nella e alla fedeltà a se stesse permette di riconoscere nell’ambizione e nel desiderio di un’altra donna (una donna come lei) potenziale forza femminile nella lotta alla mafia. Il mio bisogno di scriverle, per esprimerle tutta la mia simpatia, è nato dal “fastidio” che, questa volta, ha suscitato in me la reazione “scomposta” di alcune donne, le quali hanno celato la loro incapacità a riconoscere ed ammirare la sua grande ambizione, dietro a questioni di metodo o di appartenenza al proprio partito. Nell’esprimerle, ancora una volta, tutta la mia ammirazione, la saluto con molto affetto e le faccio tanti auguri perché possa essere eletta.”

Angela Casella mi rispose, ringraziandomi per la “graditissima” lettera.

Addio Angela e grazie per aver capito, prima di altre/i, la forza femminile nella lotta alla mafia.

Franca Fortunato 

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Architetture del desiderio

Riceviamo da Franca.

Architetture del desiderio

a cura di Bianca Bottero – Anna Di Salvo – Ida Farè

ed. Liguori  pgg. 157 – €19,90

Emerge dall’insieme un quadro vivissimo dei modi creativi con cui le donne si esprimono, per affermare la bellezza, la convivenza, la memoria delle loro città e dei conflitti che guidano in prima persona contro il malgoverno che, nell’Italia di oggi, devasta la qualità degli spazi pubblici urbani e quindi la ricchezza intrinseca della polis.

Recensione di Franca Fortunato

IN questo periodo in cui l’Italia intera frana, si sgretola, sotto la pioggia, al nord come al sud, trascinando nel fango cose e persone, appare di grande attualità il libro, uscito da poco, dal titolo Architetture del quotidiano, edito da Liguori. Curato da Bianca Bottero, Anna Di Salvo e Ida Farè, il testo è nato da un convegno del 2008 dal titolo Microarchitetture del quotidiano: sapere femminile e cura della città, organizzato da donne e uomini della rete delle Città Vicine, in relazione con architette, urbaniste e docenti del Politecnico di Milano e dello storico gruppo “Vanda”.

La città, con le sue abitanti e abitanti è al centro di questo libro, in cui si rende visibile un agire e un pensare, più di donne che di uomini, che hanno a cuore la cura del territorio a partire dai corpi che la abitano e dalle relazioni che l’attraversano. Oggi più che mai serve la consapevolezza, espressa nel libro, che il sapere della cura e le pratiche femminili possono orientare e fornire nuove chiavi interpretative al modo d’intendere lo spazio urbano anche da parte di ingegneri, urbanisti, designer, ambientalisti, tecnici. Un sapere che dalla scienza della casa si apre al desiderio più ampio di “una città dove il pubblico si fa domestico”.

Il libro, attraverso i racconti delle protagoniste e protagonisti, dà conto del lavoro simbolico e delle lotte con cui, in tante città, Comitati civici, associazioni, gruppi spontanei di cittadine e cittadini in relazione tra loro, si riappropriano, della cura della città e di chi la abita, partendo dal proprio desiderio. Non c’è lamento, non c’è schieramento o opposizione a tutti i costi, ma assunzione di presa in carico, a partire dal proprio desiderio, da parte di ognuna e ognuno di ciò che serve al bene comune. Salvare e difendere la città, con pratiche creative, dalla distruzione di parchi, giardini, ville, case barocche,  per fare posto a centri commerciali o a parcheggi sotterranei, è possibile. Salvaguardare la memoria dei luoghi, la salute propria e della propria terra, col presidio del territorio destinato ad inceneritori e con l’organizzare Comitati, come “Donne 29 agosto” di Napoli, per la raccolta differenziata, è possibile.

Spostare lo sguardo sulla propria città dal denaro alle relazioni, dal profitto al bene comune, dal mercato alla vita, è possibile. Il libro non fa che rendere visibile tutto ciò e altro. Catania, Foggia, Catanzaro, Milano, Firenze, Roma, Mestre, Bologna, Verona, Chioggia, Napoli, sono solo alcune delle città presenti nel libro, dove lo spostamento di sguardo trova nell’esperienza artistica l’insegnamento “ a vedere,  riconoscere e preservare la bellezza più o meno manifesta del contesto in cui si vive”. Da questa si può affrontare il negativo che ci circonda.” Un libro ricchissimo di esperienze, di pensiero e pratiche politiche che fanno  luce nel buio della cementificazione selvaggia del territorio e delle scelte urbanistiche avventate,  di cui  stiamo pagando le tragiche conseguenze. Un libro che orienta nel cambiamento di cui oggi, più che mai, c’è bisogno per salvare le città, la terra, la vita per noi e le generazioni che verranno.

***

(dal libro pg. 6)

“… In una di queste periferie c’è la mia casa. Proprio di fronte a me ho visto in questi ultimi anni lo scempio più evidente del territorio: là dove si estendeva un prato selvaggio, che in primavera si copriva di fiori e di erba ondeggiante al vento, oggi sorgono file continue di case, alcune così alte che la montagna retrostante, che prima delimitava il mio orizzonte, ne è stata nascosta. La città disordinata, speculativa è dunque sempre più brutta. Di una bruttezza da cui, però, non mi lascio schiacciare, perché dalla politica delle donne e dalla rete delle Città Vicine ho imparato a riconoscere il bello delle relazioni. Perché nella mia casa, dove trascorro gran parte del tempo a leggere e scrivere – oggi insegno e collaboro da giornalista pubblicista con “Il Quotidiano della Calabria” – mi piace accogliere le mie amiche per condividere idee, passioni, desideri e iniziative nella città…”

(Franca Fortunato, La città che abito)

(dal libro pg.151)

“…La novità di questa pratica politica è che a Catania, per la creazione di performance e installazioni, non chiamiamo a intervenire artiste e artisti esterni, ma realizziamo le opere insieme agli abitanti, studenti e donne e uomini di altre associazioni, facendo ricorso alle competenze artistiche di ciascuno e adoperando materiali che fanno parte delle nostre vite, recuperati in ambiti che ci sono familiari. Ogni successo, ogni passo avanti è quindi frutto di un lavorio minuto, fatto di relazioni ed elaborazioni che non si esauriscono con la realizzazione delle opere, ma che anzi iniziano proprio dalla loro creazione. Le opere assumono cosi una funzione archetipa, perché costituiscono il precedente che tiene unito simbolicamente ogni elemento, rendendolo parte integrante del contesto, in vista di nuove, possibili iniziative. Gli abitanti dei vari quartieri, coinvolti nelle pratiche artistiche, scoprono l’amore per l’arte incontrandola attraverso il desiderio per la città. Inoltre osservando quel che avviene in luoghi più o meno vicini intrecciano reti di relazioni e scambi d’esperìenze … “

(Anna Di Salvo, Le molte dimensioni dell’arte)

    

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Donne e pubblicità, il caso italiano

 

(continua … vedi i post del 5 aprile più sotto …)

Sono le prime 8 slides delle 54 proiettate al Consumer’s Forum a Roma il 4 aprile  da Annamaria Testa. Sintetizzano quanto sia esteso e complesso il tema della pubblicità che utilizza il corpo e l’immagine della donna in modo improprio o offensivo o addirittura violento.

Senza un Codice Deontologico condiviso e la partecipazione/collaborazione delle donne, di tutti, è difficile uscirne. Ma qualcosa si sta muovendo. 

Annamaria Testa () è scrittrice, docente, autrice di famose pubblicità, si occupa di comunicazione e creatività e molto altro. Con sensibilità, ironia, intelligenza, ha dimostrato nelle sue opere come si possa lavorare in pubblicità senza ricorrere a scorciatoie di basso profilo. Sua ultima fatica La trama lucente, Rizzoli, robusto saggio sui labirinti della creatività. Un lavoro sistematico che si aggiunge ad altri in Italia, dove quel che manca, però, è un esteso retroterra di studi, e prima ancora, di consapevolezza diffusa e di discussione non frammentaria sull’argomento.

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