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L’Europa che vogliamo / convegno

l'Europa che vogliamo

L’EUROPA DELLE CITTA’ VICINE

L’Europa delle Città Vicine è il titolo del convegno che ha visto, domenica 21 febbraio 2016 alla Casa Internazionale delle donne a Roma, circa centoventi donne e uomini, più donne che uomini, provenienti da molte città, misurarsi sulla crisi dell’Europa e sulle prospettive e possibilità, a partire dalle esperienze già in atto, di aprire nuove vie per un’Europa più vicina alle vite, ai bisogni, ai desideri. Un’Europa che oggi presenta due facce, come hanno detto in apertura del convegno Anna Di Salvo, Simonetta Patané e Loredana Aldegheri.

E come hanno confermato i contributi delle persone presenti e anche assenti, come il lampedusano Giacomo Sferlazzo che ha mandato gli auguri di buon lavoro da parte delle donne e degli uomini di Askavusa di Lampedusa e il curdo Tulip che in un commovente intervento ha portato i saluti delle donne curde.

Da una parte c’è il volto dell’Europa delle istituzioni, del potere politico tecnocratico ed economico, un volto duro, di imposizione del linguaggio del rigore, dell’austerità, del controllo dei debiti e che produce impoverimento, meno diritti, segregazioni, frontiere, muri, «dimostrano – ha affermato Anna Di Salvo – l’ottusità politica di un occidente europeo che esporta guerra, anche vendendo armi e militarizzando i territori in Sicilia come in Sardegna, a Lampedusa e in tutte le altre isole pelagiche, asseconda i nazionalismi, erige barriere e srotola lungo i confini filo spinato che tanto non potrà arginare i flussi migratori di moltitudini di donne, uomini e bambini in fuga da paesi affamati e devastati che guerre intestine e invasioni terroristiche dell’Isis hanno reso luoghi dove la vita non ha più valore»

Dall’altra parte c’è il volto dell’Europa dei luoghi dell’approdo delle e dei migranti dove donne e uomini – continua Anna – danno senso alle politiche dell’accoglienza: Ventimiglia, Calais, Lesbo, Kos e altre isole della Grecia, Lampedusa e tutti  gli  approdi siciliani, calabresi e pugliesi. Qui l’Europa sembra aver ritrovato la propria anima e i confini e le barriere respingenti si sono configurate in porte e soglie accoglienti simili a quelle delle nostre case. Di quest’altra Europa, poco visibile, fa parte anche “la capacità generativa” di altri modi di fare economia da parte di molte  imprese sociali di comunità e di territorio, dove a partire da forze umane – ha sostenuto Loredana Aldegheri della Mag di Verona – relazionali e sociali si adopera per un’Europa con al centro l’economia dei beni comuni, che può riposizionare il mercato.

Di quest’altra Europa fanno parte i luoghi della politica delle donne, le pratiche di cura delle città, dei suoi spazi e dei suoi tempi di cui Le Città Vicine sono espressione e che Donatella Franchi ha raccontato a partire dalla pratica creativa che insieme alle/agli abitanti di Bologna ha inventato per ripulire le strade, i muri degradati, scrostati, abbruttiti, intorno all’università. Il racconto di questa «pratica di invenzione» che ha aperto orizzonti e coinvolto molti giovani, Donatella l’ha affidato anche al linguaggio artistico in una mostra fotografica che ha esposto al convegno. La ricerca artistica ha sempre fatto parte delle pratiche delle Città Vicine per raccontare le nostre città, così come hanno fatto artiste/i, intellettuali turchi – ha detto Katia Ricci –  in una mostra al Maxxi di Roma su Istanbul, dove raccontano la lotta contro la demolizione del Gezi Park e contro la distruzione di gran parte dei quartieri della città. Dunque esistono i luoghi, le azioni, un’altra politica, un’altra economia  – ha aggiunto Stefania Tarantino, sostenuta dall’intervento di Antje Shrup,  giunta appositamente dalla Germania per partecipare al convegno – che hanno trasformato il nostro modo di abitare il pianeta e che sono parte di quella Europa che vogliamo e che già stiamo costruendo con la nostra politica della differenza. Sono queste le «nuove istituzioni» – ricordate da Maria Luisa Gizzio – che Simone Weil considerava necessario inventare per poter rifondare l’Europa, dopo la tragedia della guerra e dei totalitarismi. «Al di sopra delle istituzioni – scrisse la Weil – destinate a tutelare il diritto, le persone, le libertà democratiche, bisogna inventarne altre, destinati a discernere e a eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza. Bisogna inventarle, perché sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili». La scommessa oggi è rendere visibili le nuove istituzioni che già esistono, diverse da quelle che sono andate in crisi, aprire un conflitto tra le due anime dell’Europa e questo – come ha affermato Letizia Paolozzi –  richiede un lavoro sul simbolico, sul linguaggio in parte esistente, in parte da inventare. La scommessa passa dal pretendere di essere prese sul serio come noi oggi facciamo qui –  ha detto Stefania Tarantino –  il che vuol dire fare in modo che il pensiero delle donne agisca non solo nei luoghi che conosciamo ma anche fuori e contagi il mondo sociale e mediatico che ci circonda.

In questa Europa che si frantuma e consuma emerge in modo drammatico la questione del potere, ancora largamente in mano agli uomini, e che Maria Concetta Sala ha definito una «tragedia» perché «quando il potere si mette al servizio di se stesso» bisogna sapere che non ci può essere spazio né per la verità, né per la giustizia (che per la Weil non sono di questo mondo) e né per la bellezza (l’unica ad essere di questo mondo) da connettere a una nuova “visione” dell’Europa. Cosa possiamo chiedere alle donne e agli uomini – si è chiesta Maria Concetta Sala – che esercitano il potere? Possiamo aspettarci che possano ridurre in qualche misura il potere? Alla sua risposta negativa, Rosetta Stella ha osservato  che se la verità e la giustizia non appartengono a questo mondo, uomini veri e uomini giusti sono di questo mondo, e sono quegli uomini che «danno ascolto al salto che si apre dalla tragedia del potere e che questo salto lo fanno». All’obiezione di molte donne in sala dell’ambiguità del parlare di uomini («e le donne?»), Rosetta ha spiegato di voler parlare davvero solo di uomini perché «le donne giuste e le donne vere le conosciamo, invece riconoscere un uomo giusto e un uomo vero è sempre più difficile a questo mondo, tanto più in Europa».  Uomini veri e uomini giusti sono forse gli uomini dell’Associazione Maschile Plurale che hanno cambiato il loro rapporto con la logica del potere. Un cambiamento – ha detto uno di loro, Alberto Leiss – che riguarda anche altri uomini come dimostra il fatto che «ci sono sempre più uomini che, anche quando non dicono cose condivisibili, parlano in quanto uomini». Ed è del sesso maschile che ci parlano anche i fatti di Colonia che hanno reso evidente come l’immigrazione è fatta per lo più da corpi di uomini “soli”, il che – secondo Letizia Paolozzi –  solleva problemi sull’accoglienza. Forse, si è chiesta, sarebbe il caso di leggere meglio la legge canadese che prevede l’ingresso solo di nuclei familiari «perché la presenza delle donne significa per gli uomini autocontrollo attraverso lo sguardo femminile». E Simonetta De Fazi narra come nel corso delle sue attività dedicate alla questione delle migrazioni le sia stato chiesto di suggerire soluzioni che impegnino gli uomini nei campi profughi, in quanto le donne il da fare se lo trovano da sé.

Una crisi, quella dell’immigrazione, scoppiata – ha detto Loretta Napoleoni, arrivata al convegno alla ripresa del pomeriggio – «solo nel 2015, dopo quelle economiche finanziarie  e del debito sovrano,  quando improvvisamente abbiamo avuto il flusso di migranti che scappavano non dallo Stato islamico ma dai bombardamenti degli europei e degli americani». E mentre l’Europa dal volto duro si chiude in se stessa, l’altra Europa, quella dell’accoglienza, ne fa occasione di rinascita di tanti borghi abbandonati e spopolati, come in Calabria. Perché c’è chi respinge i rifugiati e chi l’accoglie? Domanda  a cui ha risposto Mirella Clausi dicendo che «i posti di approdo  sono i posti dell’accoglienza perché non c’è una distanza fisica. Invece quando il corpo non vede quale tragedia immensa stia succedendo, quelli sono i posti in cui c’è il rifiuto. Questo, purtroppo, fa la differenza».

Le immigrazioni che hanno messo in crisi questa Europa, hanno messo a nudo – ha ripreso Giusy Milazzo – le debolezze e le insufficienze di questa Europa economica, hanno però aperto per noi la possibilità, l’occasione, il kairòs, per fare emergere l’Europa che abbiamo cominciato a costruire con la nostra politica della differenza e ricomporre, ricucire, riparare la frammentazione dell’Europa, secondo l’antica tecnica giapponese del kintsugj, a cui Katia Ricci insieme alle Città Vicine, alla Merlettaia di Foggia e all’associazione Arteria di Matera, ha dedicato una mostra mail-art che ha esposto al convegno. Sulla strada della costruzione, invenzione e creazione dell’Europa che vogliamo c’è un lavoro enorme da fare, ma un po’ lo stiamo facendo, come ha mostrato questo convegno.

Franca Fortunato

sul sito LIBRERIA DELLE DONNE di Milano

CONVEGNO DEL 21 FEBBRAIO 2016 A ROMA

 

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I fatti di Colonia, cioè di sempre

foglietto fatti colonia

 

Un foglio con scritte, in arabo e in tedesco, frasi con espliciti riferimenti sessuali è stato ritrovato nelle mani di due sospettati, nell’ambito delle indagini condotte dalla polizia locale sulle violenze della notte di San Silvestro a Colonia. Lo riporta la Bild on line, che pubblica il biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, «voglio scopare», «grandi tette», «ti voglio baciare», «sto scherzando con lei», «io la uccido». (Ansa)-Corsera

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Lo stupro è un’arma di guerra: quella del terrore e quella dichiarata ufficialmente. Lo dice l’ONU

A Colonia contro le donne stupri e molestie. La politica, e la polizia, balbettano.

Di fronte alle azioni terroristiche in Europa, perpetrate nell’ultimo anno con armi convenzionali, evolute o rudimentali, la rivolta civile e la solidarietà, nel continente, sono scattate in modo evidente e senza distinguo di nessun genere. Qui, in Italia, il desiderio di mostrarsi contro è stato più forte del timore di dar sponda a ideologie razziste. È stato possibile: abbiamo assistito anche alla mitigazione delle esternazioni xenofobe e razziste da parte di formazioni, altrimenti, connotate sull’enfatizzazione di questo tipo di pulsioni.

Le strumentalizzazioni nella ricerca di consenso spicciolo, da parte delle forze politiche, hanno ceduto il passo a un atteggiamento consono a un palcoscenico meno angusto dei singoli scenari locali. La certezza che ha unito soggetti tanto differenti è stata ed è fondata sul fatto che “nessuno vuole la guerra in casa”. Il trasporto col quale è sembrato a molti doveroso esprimere solidarietà alle vittime è stato, evidentemente, proporzionale al numero di morti causato da quelle azioni, ma anche innegabilmente, soprattutto da parte delle comunità islamiche, misurato dall’esigenza di prendere le distanze dalla matrice integralista di un movimento politico che si caratterizza per volontà di distruzione e per implicito rifiuto della cultura occidentale, accusata di aver innescato meccanismi violenti nel mondo arabo e mediorientale. Chi, come chi parla, in questi anni, e da sempre, ha espresso una critica forte “all’esportazione della democrazia, si è sentito maggiormente chiamato a esprimere il proprio orrore per quanto avvenuto e, purtroppo, promette ancora di avvenire.

L’azione concordata tra criminali, che ha portato all’aggressione di massa su centinaia di donne soprattutto a Colonia, ma anche ad Amburgo, Stoccarda, Düsseldorf, non è stata avvertita, invece, dallo schieramento assemblato dopo gli attacchi di Parigi. Le ragioni risiedono nel fatto che la violenza sulle donne anche quando causa la morte delle vittime, è data per scontata nella fisiologia dei processi sociali ed economici: la condanna è un rito che quasi mai provoca profonde ridiscussioni sulle cause politiche che la violenza generano e impongono.

Nel caso di queste aggressioni, un problema è stato quello di prendere parola nella consapevolezza che non sono solo “quegli uomini” a pensare che le donne siano a disposizione contro la loro volontà, ma che lo sono anche altri, cioè coloro che pensano che l’integrazione tra culture possa avvenire nonostante i diritti delle donne. Su questa questione ritorna il vecchio tema dei due tempi: prima i bisogni di tutti e poi quelli delle donne. Nel 1977 Armanda Guiducci pubblicò un saggio dal titolo “la donna non è gente”, documentando gli elementi che delineavano la qualità monosessuata, al maschile, di ciò che si definisce progresso. Da allora le cose, schiavitù lavorativa e sessuale, segregazione culturale, subordinazione politica, hanno preso altri nomi, definizioni che rendono apparentemente dinamica una società rimasta invece ancorata alla convinzione che le donne “vengono dopo”.

L’agire della polizia tedesca ha dimostrato che il terrorismo verso le donne è, infondo, cosa che va tenuta sotto traccia per non disturbare il piano sull’immigrazione.

Tutto sommato sembra che non sia avvenuta una cosa poi tanto grave, anche per alcune donne autorevoli, ansiose di non interrompere l’unità di un movimento umanitario, che, non si sa perché, sarebbe messo alla prova inutilmente su una questione tutto sommato fisiologica.

Se gli stupri e le aggressioni non fossero stati mostrati dai criminali come atto concordato, se fossero avvenuti in modo più “occidentale”, per così dire sul modello “Tusciano”, se ancora si fossero rivolti a donne “non gente” per eccellenza, se fossero stati rivolti a connazionali, o per assurdo (?) a Prostitute immigrate: “se”, varianti che in questo caso non ci sono state. Ciò che poteva generare i soliti crudeli dubbi è stato sconfitto dall’evidenza. Che evidentemente non è bastata perché i toni dimostrano che, per gli stati, prendere consapevolezza di aver fatto sì che l’immigrazione fosse un fatto da uomini e da concordare tra uomini, è durissimo contraddittorio e destabilizzante. Si fa finta di non vedere la variante, cioè il femminicidio, che comunque perpetrato è lo scoglio su cui si arena ogni proposta che non voglia considerarlo come fenomenologia viva e condizionante.

All’indomani di un dramma vissuto nella notte di capodanno da donne libere, fino a alle ricorrenti prove contrarie, la timidezza di quello che ci si ostina a chiamare movimento in Italia è un riconoscimento implicito dei così detti due tempi della democrazia.

L’analisi fatta da un noto sito di controinformazione, pone l’accento sul fatto che sarebbe stato strumentalizzato il fatto, in quanto le donne “veramente stuprate” erano davvero poche: il resto ragazzate. Davvero non è difficile pensare che il pensiero dell’Arcivescovo di Canterbury, “lasciamo che l’ordine familiare sia governato in autonomia dalle singole religioni”, sia un paradigma per la politica occidentale che forse non vede con sfavore l’eventualità di pagare qualche prezzo, se a farlo sono le donne.

Il silenzio sulle violenze sessuate non è solo un costume, non è solo la copertura della connivenza di chi crede che tutto sommato è un alleato dell’ordine chi tiene le donne sotto schiaffo: la politica ne ha fatto moneta di scambio per quanto di analogo è avvenuto da parte dei propri eserciti “nei paesi da liberare”. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che bambine e bambini sono stati (?) violentati e sedotti in cambio di pane.

Non solo l’Italia ma per esempio in Inghilterra è successo che il silenzio abbia coperto la violenza subito da donne e bambine: nello Yorkshire millequattrocento ragazzine schiavizzate sessualmente tra il 1997 e il 2013.

I fatti di Colonia sono un banco di prova, non per la sicurezza ma per la serietà dell’agire politico, per chi della serietà fa una bandiera.

Lo stupro è terrorismo, è guerra: il tacerne la natura, anche quando è dichiarata, è il frutto dell’arroganza verso tutte le donne.

Stefania Cantatore

Napoli 11, 01, 2016

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I fatti di colonia interessano tutti e tutte noi

Quanto accaduto a molte donne in Germania sera di San Silvestro, per opera di uomini in gran parte stranieri – secondo la polizia – di origine “araba” o nordafricana”, interessa tutte e tutti noi. I fatti sono ormai noti, grazie alle testimonianze di tante delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Nella notte di Capodanno, mille uomini a Colonia – ma anche in altre città come Francoforte, Amburgo, Dusseldorf, Bielefeld – centinaia di donne sono state aggredite, derubate, molestate sessualmente e alcune stuprate da un migliaio di uomini ubriachi, davanti alle forze dell’ordine dimostratesi impotenti ed inadeguate ad intervenire e porre fine alle violenze.

Se i 31 uomini arrestati in questi giorni sono rappresentativi dei mille violentatori e molestatori – nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniani, quattro siriani, due tedeschi, uno iracheno, uno degli Stati Uniti – è del tutto evidente che si è trattato di maschi, nient’altro che di maschi che, organizzati in branco, si sono scatenati nella caccia alle donne, per afferrarle, dominarle, terrorizzarle, possederle in quanto preda. Maschi, solo maschi, che incarnano quella cultura della violenza e del dominio, della distruzione e dell’odio da cui molti di loro dicono di voler fuggire. Maschi, solo maschi, non importa la loro nazionalità di origine, la religione che professano, non importa come sono arrivati, se a piedi, nei barconi, in aereo o in treno, non importa se sono richiedenti asilo o uomini stranieri residenti, quello che conta è che sono giovani uomini che – come tanti ogni giorno nella nostra civilissima Europa – si sono sentiti autorizzati a terrorizzare donne considerate a loro disposizione, come alcune di loro hanno raccontato.

“Si sentivano onnipotenti e pensavano di poter fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada”. “ A un certo punto della notte ci siamo trovate circondate da una ventina di uomini. Ci hanno preso per le braccia cercando di separarci e di strapparci i vestiti. Poi hanno provato a toccarci tra le gambe e in altre parti. Alla fine ci hanno derubate di tutto quello che avevamo nelle nostre tasche”. “Cercavamo aiuto. Siamo corse verso le macchine della polizia e non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare la situazione”.

E’ una storia, questa, non nuova purtroppo e che appartiene agli uomini e alla loro cultura, che diventano feroci ovunque, se si uniscono, molti o pochi che siano. Ogni donna almeno una volta ha sperimentato la paura o quantomeno il disagio di trovarsi sola davanti a un gruppo di uomini. Sentimenti che un uomo non ha mai provato davanti a un gruppo di donne.

“L’intera piazza – ha raccontato una delle testimoni – era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio”.

E’ la “questione maschile” che mostra il suo volto globalizzato di uomini incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, che sia nelle piazze delle cosiddette “primavere arabe” dove violenze e stupri hanno accompagnato le manifestazioni, dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria all’Iran, o che sia nelle piazze tedesche dove le donne si erano riversate per festeggiare la fine dell’anno. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merker a condannare l’accaduto e a chiedere che i colpevoli vengano individuati e condannati per i ”ripugnanti” crimini commessi, tenendo separata la questione della violenza sul corpo delle donne da quella delle immigrazioni, dove si rende visibile – a Rosarno come a Colonia, al Cara di Mineo come al Centro di Sant’Anna di Crotone – che quando si parla di violenza e di stupri si parla sempre e solo di uomini e non di donne, anche loro straniere ed immigrate.

Non si usino le donne per giustificare, ieri le guerre – come in Afghanistan – oggi le violenze di Capodanno, il proprio odio verso gli stranieri e le straniere. A noi donne, ovunque nel mondo, non resta che continuare sulla nostra strada aperta da altre e non rinunciare mai ad arrabbiarci ed indignarci di fronte a uomini – stranieri o meno – che non vogliono e non sanno cambiare il loro rapporto con il loro corpo delle donne. A quanti di noi, donne e uomini, abbiamo la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, non resta che continuare a lavorare per quel cambio di civiltà delle relazioni tra i sessi affinché gli uomini non temano più la libertà femminile ma capiscano che questa può essere un’occasione anche per loro per liberarsi di quella cultura patriarcale da cui nasce la violenza maschile sul corpo delle donne.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud – 11.01.2016

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Ancora ci credo

Grazia Giurato

STORIA DI GRAZIA GIURATO – LA ROMPISCATOLE DI “ANCORA CI CREDO”

ARRIVARE a 75 anni e sentire dentro la necessità di “ricomporre” la propria vita, raccontandosi, è quello che è capitato alla siciliana Grazia Giurato, catanese di nascita, quando ha deciso – dopo averci rinunciato per anni – di scrivere il suo libro “Ancora ci credo” edito da La Tecnica della Scuola. Vita di una donna che ci consegna uno spaccato dell’irrompere del movimento delle donne negli anni Settanta e Ottanta in una Sicilia e in una Catania che, grazie alle donne, stava cambiando.

Grazia è una delle tante protagoniste del movimento femminile siciliano e il suo impegno politico lo ha portato avanti nell’ Udi, Unione donne italiane, passando per i partiti, Pci, Italia dei Valori, “Gli amici di Beppe Grillo”, spinta a un certo punto dal desiderio di cambiare la politica della sua città, stando dentro le istituzioni, restando fedele a se stessa ed esprimendo sempre “un dissenso ragionato”. Nata negli anni trenta (1936), Grazia ha vissuto il clima del regime fascista e la tragedia della guerra attraverso il padre, Placido, che dopo essersi iscritto al partito di Mussolini, perché il fratello maggiore era uno di quelli che a Catania nel partito “contavano”, parte per la guerra da dove – come tanti – non tornerà più.

Vive la sua infanzia ed adolescenza con la madre, Angela, “bella donna” dal “bel portamento”, una “brava sarta”, che fino alla fine della propria vita porterà il lutto per il marito morto. Una madre che Grazia nel suo libro racconta con amore e ammirazione e che – come tante della sua generazione – autorizzò la figlia a studiare e lavorare per essere autonoma dagli uomini. “Dovete studiare” ripeteva a lei e alla sorella Anna. E’ dall’autorizzazione materna, di donne che avrebbero voluto studiare, che scaturirà l’entrata in massa delle donne nella scuola negli Sessanta e Settanta fino al sorpasso femminile sugli uomini degli anni Novanta.

Ma se la madre la spinge sulla strada dell’emancipazione, che Grazia inaugurò quando nel 1956, dopo il diploma magistrale, entrò a lavorare in Banca, rompendo il pregiudizio che il lavoro fosse “degradante” per le donne, è zia Peppina, la donna “più intelligente” della famiglia, “perspicace, “curiosa”, che le trasmette “la voglia di sapere”, di informarsi, di leggere e di “ribellarsi” alle pretese di essere “come gli altri avevano deciso che fosse”.

Il nonno e la nonna avevano tentato di farla sposare ma zia Peppina non aveva voluto accettare quei matrimoni combinati. Rimase nubile, come la sorella Ciuzza, la più dimessa, la più remissiva”. L’impegno politico di Grazia è strettamente legato alla sua vita, alle sue scelte e alle sue esperienze di madre di tre figli maschi – Franz, Riccardo e Federico – e di donna, la cui consapevolezza la porta a sentirsi “parte di una nuova epoca”, segnata da quella rivoluzione simbolica che, prima di tutto nella consapevolezza femminile, stava capovolgendo il senso del nascere donna, non più una “disgrazia” ma una “fortuna”.

“Quando aspettavo il terzo figlio, ricordo che mio marito – un medico – mi diceva sempre “ma perché vuoi una bambina? Voi donne avete una vita difficile in questa società. Meglio un altro maschio. Io tenevo sul comodino la foto di una bella bambina”. E’ quando scopre l’Udi – da cui in seguito si allontanerà perché non le “piaceva la commistione con il partito (il Pci) ” – che Grazia entra da protagonista nelle tante manifestazioni dove “la cosa più carina che ci dicevano era che eravamo puttane. Ricordo i cortei per fare approvare le leggi che dormivano in Parlamento: il divorzio che divenne legge nel 1970, la legge sull’aborto nel 1978, e poi i referendum confermativi del 1974 e del 1981, la legge per il Nuovo Diritto di famiglia (1975), la raccolta firme per la legge contro la violenza sulle donne (1979), l’istituzione dei consultori. Mia sorella si vergognava che io partecipassi ai cortei andando in giro a dire “l’utero è mio” e per i miei tre figli ero la mamma che scendeva in piazza con il megafono e portava a casa le ragazze in difficoltà”.

Negli anni ‘93 – ’97 dalle piazze, dove stava e sta tutt’ora a suo agio, passa alle istituzioni come consigliera comunale, dove si sentiva “sempre più fuori posto e inadeguata”. Nel 2006 si candida alle elezioni regionali con Rita Borsellino per “realizzare la presenza delle donne nelle istituzioni” e nel 2008 a sindaca di Catania per “sfidare” i “sette candidati maschi, potenti e politici di professione”.

Una vita ricca ed intensa quella che Grazia racconta nel suo libro dove pubblico e privato si intrecciano e si incontrano nella passione e nella determinazione di lottare, oggi come ieri, dove crede “ci sia da lottare”. “Oggi a 75 anni il fatto che mi interessi ancora di tante cose, partecipi alle manifestazioni, protesti, mi indigni e inviti anche gli altri a farlo, ciò viene visto come una mia stranezza. Ma è così che voglio spendere gli anni che mi restano”, perché “Ancora ci credo”.

La storia di Grazia e delle donne a lei di riferimento è solo una parte di quella più grande e più ricca del femminismo catanese, dove il pensiero della differenza e la pratica della politica delle donne vivono nell’amore per la città in donne come Anna Di Salvo, Mirella Clausi e le altre e altri dell’associazione “La Città Felice” e della rete delle “Città Vicine”. Donne con cui condivido un lungo percorso politico e grazie alle quali ho conosciuto Grazia e il suo libro.

articolo di Franca Fortunato 

su Casablanca di settembre / 0ttobre 2015 qui in anteprima per la cortesia di Franca

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CASABLANCA SETTEMBRE – OTTOBRE 2015 n. 41

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Casablanca

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Le Madri della carovana dei Migranti

di Franca Fortunato

Giovani di 19, 20, 22, 24 anni che scompaiono nel nulla. Figli di un dio minore? Partita il 22 novembre scorso da Lampedusa che per tante immigrate e tanti immigrati è sempre stata simbolo della “Porta della vita” la Carovana dei migranti con a bordo le Madri di disperati desaparecidos si è aggirata per giorni per l’Italia. Ad essa si sono unite anche le madri tunisine, venute in Italia in cerca dei loro figli, scomparsi nel nulla dal 2010 ad oggi. Le Madri tunisine sono convinte che i loro figli siano ancora vivi. Tante di loro cercano figli desaparecidos da quattro anni, vogliono sapere, non si rassegnano, chiedono aiuto ai governanti tunisini e italiani.

A Lampedusa dopo la tragedia in mare dell’ottobre 2013, con la missione Mare Nostrum, la Nato e il Ministero della Difesa, [continua a leggere]

Casablanca rivista on line n. 37

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Hannah Arendt, ma solo per due giorni

             Hannah Arendt

 Barbara Sukowa interpreta Hannah Arendt

IN USCITA IL FILM SU HANNAH ARENDT

IN OCCASIONE della Giornata della Memoria, il 27 e 28 gennaio,  arriva nelle sale italiane, ma solo in poche (70 in 19 città), in nessuna in Calabria, il film di Margarethe von Trotta sulla vita di Hannah Arendt, una delle più grandi pensatrici del Novecento. Un film realizzato in coproduzione con la Germania, Lussemburgo, Francia e Israele e che il New York Times ha definito “uno dei dieci film migliori del 2013”. Dopo la presentazione  al festival di Toronto nel 2012, il film ha viaggiato negli Stati Uniti e in tutta Europa, tranne in Italia perché – come ricorda Ida Dominjanni su Alfapiù –  le sale non ritennero “commestibile la storia di una ignota filosofa”.

Per anni io stessa, da insegnante di filosofia, ho fatto conoscere la vita e il pensiero di questa grande pensatrice che non voleva essere annoverata tra i filosofi, “professionisti del pensiero”. Nel 1993 scrissi un testo scolastico “Hannah Arendt – L’amore per la politica” ediz. Ursini, che ancora oggi è in uso nella mia scuola. La mia non è un’eccezione, basta guardare dentro molte scuole ed università italiane e in tanti luoghi politici delle donne.

Ma, torniamo al film. Ha un cast di produzione tutto femminile: la regista, la co-sceneggiatrice americana Pam Katz, la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Boler. Il racconto si concentra negli anni 1960 – 1964, gli anni del processo Eichmann, a cui seguì il “caso Arendt”.

Quando Hitler prese il potere, nel 1933, Arendt visse una svolta decisiva: il riconoscimento di essere ebrea segnava una profonda radicalizzazione esistenziale e, preso congedo dall’ambiente della filosofia esistenzialistica, in cui era cresciuta, insieme alla madre Martha Cohn, clandestinamente emigrò in Francia, dove rimase quasi dieci anni. Nel 1941 partì per gli Stati Uniti. Il congedo dalla filosofia avvenne per il giudizio duro che lei espresse sulla filosofia: un riflettere accademico che perde la connessione con la politica, come aveva visto accadere con Heidegger, che chinò il capo di fronte ai nazisti e, delirando, vide nel nazismo un momento di rinnovamento della vita stessa, e con Jaspers, suo maestro, che non capì cosa stesse succedendo fino a quando fu cacciato dall’università e dovette fuggire in Francia perché sua moglie era un’ebrea.

Arendt, interrotta la sua carriera intellettuale, si dedica interamente all’attività politica: a Berlino frequenta i gruppi sionisti, a Parigi lavora per l’organizzazione che provvedeva a far emigrare ragazzi ebrei in Palestina, a New York diventa pubblicista, scrivendo su varie riviste ebraiche. Da queste colonne auspica la formazione di un esercito ebraico che partecipi alla lotta contro Hitler. Subito dopo la fondazione dello Stato d’Israele si unisce ad un gruppo, guidato da Judat Magnus, che cercava un riavvicinamento tra arabi e ebrei sul suolo palestinese.

Nel 1961, come inviata del settimanale New York, assisté alle 120 sedute del processo ad Eichmann, l’ex SS. a cui era stata affidata l’organizzazione dello sterminio ebraico e che i servizi segreti israeliani avevano catturato e rapito in un misero sobborgo di Buenos Aires, dove si era rifugiato con la famiglia. Tutto era ormai finito, quando scoppiò il caso Arendt, in seguito alla pubblicazione del suo libro “ La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme”. Libro che la Feltrinelli oggi ripubblica in formato digitale, in coincidenza con l’arrivo del film della von Trotta.

Si cominciò ad accusarla di essere stata iniqua nei confronti dei capi delle varie comunità ebraiche che avevano dovuto collaborare con le autorità naziste e a cui sembrava imputare la colpa di una mancata resistenza al massacro; si finì col dare a tutto il libro il significato di un gesto di inimicizia verso il nuovo Stato degli ebrei, le sue istituzioni, la sua giustizia. Fu accusata di non “amare” il popolo ebraico.

In effetti lei aveva messo in discussione l’idea rassicurante dell’assoluta innocenza delle vittime. Cosa insopportabile per gli ebrei, ma che già una di loro, Etty Hillesum, morta nel campo di concentramento di Auschwitz, aveva denunciato nel suo Diario.  Arendt aveva definito il caso Eichmann “banalità del male” intendendo che lo spaventoso era che l’imputato non si rivelava la belva umana che l’accusa voleva  dimostrare al mondo e che il mondo si attendeva di vedere

Per assurdo che fosse, il processo rivelava un Eichmann che aveva sempre concepito la sua attività come un “lavoro”, con tutte le caratteristiche del lavoro d’ufficio, meticoloso ed ordinato, che doveva esser fatto al meglio e che era moralmente neutrale. Eichmann manifestatamente non capiva, era incapace di pensare, si riteneva un uomo corretto e un buon cittadino, un funzionario scrupoloso e onestissimo (alla caduta del nazismo aveva perfino consegnato la cassa, di cui disponeva, ad un funzionario civile). Rifuggiva dal sangue e, personalmente, non aveva mai ammazzato nessuno. Anzi, non odiava nemmeno gli ebrei, tra i quali aveva qualche parente, e se fosse dipeso da lui li avrebbe deportati nel Madagascar, dove si sarebbero forse salvati.

Pure non era arretrato di fronte a nulla. Con lo svelare la “normalità” di Eichmann, per questo ancora più terribile, Arendt metteva in discussione l’idea rassicurante della eccezionalità della mostruosità del male. A distanza di tanti anni il suo insegnamento “per prevenire il male c’è bisogno dell’esercizio del pensare”, vive in quelle ebree ed ebrei,  come  la filosofa statunitense Julith Butler, recentemente accusata di appoggiare Hamas e Hezbollah, per aver condannato la politica israeliana – l’occupazione, l’uso delle detenzioni a tempo indefinito e il bombardamento della popolazione a Gaza – nei confronti del popolo palestinese

< L’ errore – scrive nel suo libro “A chi spetta una buona vita?” Ed. nottetempo – sta nel considerare lo Stato d’Israele come l’attuale rappresentante dell’ebraismo e nel pensare che, se una persona si definisce ebrea, questo implica dare sostegno a Israele e alle sue azioni.  Ci sono sempre state tradizioni ebraiche che si sono opposte alla violenza di Stato, che hanno affermato la coabitazione multiculturale e difeso i principi dell’uguaglianza. Oggi è molto importante mettere in luce e tenere in vita queste tradizioni.>

Franca Fortunato

[Quotidiano della Calabria 25/1/2014]

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Carolina Girasole, sindaca di Isola Capo Rizzuto – Rosy Canale, Donne di San Luca

Riceviamo da Franca Fortunato che ringraziamo. 

LE SPIEGAZIONI CHE  CAROLINA CI DEVE

DOLORE, smarrimento, incredulità sono i sentimenti che mi hanno stretta in una morsa alla notizia dell’arresto di Carolina Girasole. Ho sentito il vuoto di parole dentro di me. Non riuscivo a dire a me stessa se non “non è possibile”, “non può essere vero”. Poi ho letto i giornali e la cronaca giudiziaria. A quel punto ho deciso di scrivere questa che vuole essere una lettera aperta, da parte di una donna che, pur non avendola mai conosciuta personalmente, ha sempre scritto e parlato di lei, non come simbolo dell’anti ‘ndrangheta (i simboli non appartengono alla storia delle donne), ma semplicemente come una donna tra le tante che, giorno dopo giorno, lottano, anche in questa terra, per poter affermare la propria libertà e riappropriarsi della propria vita. Lei aveva scelto di affermare il suo desiderio di donna stando nelle istituzioni, come le altre sindache con cui ha stretto una relazione politica forte, in nome della buona politica e della buona amministrazione.

“Carolina Girasole è una delle tante donne che stanno dimostrando che anche in Calabria è possibile la buona politica e la buona amministrazione, lontane dal malaffare e dalla complicità mafiosa. La sua esperienza, come quella che stanno portando avanti altre donne quali Maria Carmela Lanzetta, Annamaria Cardamone, Elisabetta Tripodi ed altre, presentate in modo riduttivo dai mass media come “sindache anti-‘ndrangheta”, credo che ci parli innanzitutto di passione politica, di amore per il proprio paese e la propria terra, che è amore per la madre, di desiderio libero femminile di amministrare con trasparenza e correttezza. La ‘ndrangheta non ama la buona politica e la buona amministrazione. Ecco perché ha combattuto Carolina e combatte le altre, cerca di fermarle con violenze e intimidazioni. Chiamare Carolina Girasole e le altre “sindache anti-‘ndrangheta” non rende giustizia al senso libero della loro differenza, ingabbiandole in un immaginario mass-mediatico che vuole la Calabria terra di ‘ndrangheta e anti ‘ndrangheta. Carolina come Giuseppina (Pesce) e le altre sono donne accomunate non dalla lotta alla ‘ndrangheta ma dal desiderio di libertà per sé, per i propri figli e figlie e per la Calabria tutta.                 

E gli uomini di ‘ndrangheta le combattono, innanzitutto per tutto questo. Non so se Carolina sarà rieletta sindaca e se Giuseppina riuscirà a ricostruirsi una vita, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, ma stiano sicure che niente e nessuno potrà cancellare il valore delle loro scelte con cui hanno segnato questa terra”.

Cosi scrivevo su questo giornale appena  qualche mese fa, prima delle elezioni amministrative a Isola Capo Rizzuto, rispondendo a un editoriale del direttore Matteo Cosenza che generosamente ringraziava Carolina e Giuseppina Pesce, per la “speranza di cambiamento” che rappresentavano per la Calabria. Per anni, il nome di Carolina Girasole l’ho portato in giro tra le donne di tutta Italia e nelle aule scolastiche, tra le mie alunne, come testimonianza di una realtà femminile che è già cambiata e sta cambiando la Calabria.

In nome di tutto questo chiedo pubblicamente a Carolina Girasole di dire chi è veramente e come è arrivata ad amministrare il Comune. Smentisca tutto quello che ho scritto su di lei. Ogni donna che sceglie di entrare nelle istituzioni, che lo sappia o meno, deve rendere e rende sempre conto alle altre donne di quello che fa, di come agisce e di come si rapporta a uomini e donne in quei luoghi. Carolina deve rendere conto, del suo operato e delle accuse che le vengono mosse dai magistrati, a tutte le donne come me, che hanno creduto e credono ancora in lei.

Aspetto, pertanto, che lo faccia con una lettera pubblica alle donne calabresi.

Franca Fortunato

(sul Quotidiano della Calabria del 05.12.2013)

per approfondire

***

Una copertina e sedici pagine dedicate dalla rivista svedese Dagens Nyhetera a Rosy Canale e al Movimento delle Donne di San Luca nell’ottobre del 2011. Peter Loewe autore del servizio aveva visitato San Luca e Polsi l’anno prima in occasione della festa di settembre.  

Un altro caposaldo è caduto?

E’ notizia di oggi che Rosy Canale è agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta Inganno, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Sei ordinanze di custodia cautelare per associazione a delinquere di tipo mafioso, per reati contro l’amministrazione pubblica, finalità agevolative nei confronti di cosche, giro fittizio di beni.

L’aggravante delle finalità agevolative nei confronti della ‘ndrangheta non riguarda, stando alle notizie, l’imputazione per Rosy Canale che è invece di peculato e truffa aggravata. Reato verso la socialità comunque grave.

Rosy in questi giorni (appena ieri al Teatro Morelli di Cosenza) era impegnata in uno spettacolo teatrale itinerante chiamato Malaluna, come il locale discoteca-ristorante da lei gestito a Reggio. Malaluna. Storie di ordinaria resistenza nella terra di nessuno, musiche di Battiato, ispirato al libro La mia ‘ndrangheta di Emanuela Zuccalà (giornalista di Io Donna/Corsera) e Rosy coautricepubblicato dalle Edizioni Paoline, 2012.

“Quando mi hanno proposto lo spettacolo, ero spiazzata, non sono un’attrice, poi ho capito che il teatro poteva essere un’opportunità per sensibilizzare. All’inizio rivivevo il vissuto, mi commuovevo, piangevo, poi il regista mi ha aiutato a controllarmi, ed è diventata un’esperienza magica”.

Una sfida aperta. Il Movimento delle donne di San Luca infatti da lei fondato con epicentro proprio nel paese ha raccolto circa 400 donne. Tutto inizia con la sua ribellione allo spaccio di droga imposto nel suo locale, viene malmenata gravemente e avrà bisogno di tre anni di riabilitazione. Il suo impegno non poteva essere finto. Premi, riconoscimenti. Un’icona.

L’inchiesta Inganno era partita nel 2009 ed era tesa ad accertare come parte delle risorse ricevute per il sostegno del Movimento delle Donne di San Luca abbiano avuto un utilizzo privato da parte della fondatrice, e come una ludoteca non abbia mai svolto attività, sebbene inaugurata nel 2009, provenendo da un bene confiscato ad una cosca. (fonte newz.it)

E ora? Una buccia di banana? Rosy dovrà chiarire si spera onorevolmente la vicenda in cui è incappata. E intanto lo stesso sgomento di Franca Fortunato ci attanaglia.

Rosy spiegaci.

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Quando una bambina di undici anni dice ti amo, la Corte approva

(disegno di Vasiliki Vourda)

 

DALLA PARTE DELLE  BAMBINE

CHE cosa sta capitando intorno a noi? Dico questo pensando alla sentenza della Cassazione che ha annullato la condanna a 5 anni di reclusione, inflitta per ben due volte a Pietro Lamberti, 60 anni, impiegato presso i Servizi sociali di Catanzaro, per aver avuto una relazione con una bambina di 11 anni, con la motivazione che c’era “amore” tra i due. Una sentenza incredibile, assurda.

Vorrei fare notare che stiamo parlando di una bambina e di un signore anziano. Davvero un uomo adulto è uguale a una bambina? Davvero avere 11 anni è la stessa cosa che averne 60? Una bambina ha bisogno di difesa, di protezione, di amore. Una bambina di 11 anni è una creatura che sta  ancora crescendo e il suo corpo porta i segni di una sessualità acerba e in boccio. Una bambina è un essere umano da accompagnare nella crescita con rispetto e cura dei suoi sentimenti e delle sue ingenuità.

E’ questo che la madre si aspettava nei confronti di sua figlia da quell’uomo a cui l’aveva affidata e di cui si fidava, forse, perché l’essere anziano, sposato e con figli lo rendeva rassicurante. Una madre ferita che non ha esitato a denunciare l’uomo quando ha capito che cosa aveva fatto alla sua creatura. Come mai la notizia non è arrivata sulle pagine dei maggiori giornali nazionali? Come mai nessun commento è seguito su questo giornale? Se n’è discusso, e molto, invece, su alcuni blog di donne come Sud-de-genere di Doriana Righini e Maschile/Femminile di Marina Terragni. E’ da loro che riprendo il post di Lorella Zanardo, autrice del video “il corpo delle donne”, perché profondamento vero e dice l’essenziale. < L’uomo condannato – lei scrive –  oggi viene riabilitato perché la Cassazione ritiene ci fosse “Amore” tra i due. Amore perché la piccola gli scriveva messaggi d’amore e gli chiedeva   “ma tu mi ami?”>.

Ma, chiede Zanardo <avete bambine di 11 anni? Ne avete conosciute? E allora sapete che a 11 anni, anche se hanno un piccolissimo accenno di seni o si atteggiano a grandi, le bambine a 11 anni sono bambine. Piccole. Sono appena uscite dalla scuola elementare. Sono delle creature innocenti e aperte al mondo, come è giusto che sia (… ). Io credo che la piccola calabrese amasse il signore di 60 anni. Perché no? Posso immaginare come ci si aggrappi a un uomo adulto che si occupa di te, quando la famiglia alle spalle, per ragioni diverse, latita. Amore nel senso più bello: ti amo perché mi vuoi bene, avrà pensato la piccola che chiedeva rassicurazioni a questo signore che si prendeva cura di lei. E se amo dunque mi fido. E se lui che amo mi dice che lo devo toccare, io lo farò. E se lui che amo mi dice di fare delle cose, io le farò. Perché no? Di lui mi fido.>  Zanardo lancia a questo punto un’accorata richiesta: <Ora vi prego di considerare questa vicenda con tutto l’amore possibile per questa bambina. Non serve gridare al mostro. Serve spiegare a questa Italia allo sbando, a questi giudici di un Paese smarrito e feroce verso gli innocenti, cosa significhi essere bambine e bambini (… ) >.

E incalza, < mi riferisco al caso Parioli. Nessun riferimento alle colpe degli adulti. Una cattiveria feroce si riversa sulle bambine: lo vedete? Modelle di 12 anni, soubrette appena maggiorenni col compito di attizzare vecchi corrotti, pubblicità che sfruttano ogni singolo pezzo di carne di corpicini in sviluppo. Il mercato in affanno che dilania le giovanissime, target ambito. E uomini impauriti che abdicano al loro ruolo di padri, per fingere di essere eterni adolescenti. Dalla parte delle bambine.>

Fermiamo questa ferocia. Facciamo capire che c’è una questione che riguarda gli uomini e la loro sessualità nel rapporto con le donne e le bambine. Spostiamo lo sguardo dalle vittime agli uomini violentatori e stupratori. Chiamiamo le cose col loro vero nome, al di là delle sentenze. Diciamo allora che violare il corpo di una bambina di 11 anni, carpire e sfruttare il suo bisogno di amare e di essere amata, è un atto spregevole, uno stupro e una violenza inaccettabili.

Franca Fortunato

(su Quotidiano della Calabria 10.12.2013)

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