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Incontro UDI con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti a Reggio C.

L’UDI Unione donne in Italia sede di Reggio Calabria invita a un incontro con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti sul tema: “Produzione / Riproduzione – dalla politica allo spazio vissuto -” presso la Sala delle Conferenze della Provincia, il 3 novembre alle ore 16.
Il primo di una serie di incontri sugli interrogativi che ci poniamo di fronte alla cattiva politica, ad un modo di vivere autodistruttivo e alle relazioni difficili tra le persone e con l’ambiente in cui viviamo. Riflettendo su possibili proposte, in un’ottica specificamente di genere, poichè le alternative non possono prescindere dalla necessità di colmare le forti disparità ancora esistenti.
Abbiamo conosciuto Lidia Menapace negli anni 90 qui a Reggio nel corso di un seminario organizzato dall’UDI di Rc. Ci affascinò subito e questo fascino è rimasto intatto fino ad oggi. Lidia ha vissuto le esperienze più significative della storia d’Italia, dalla Resistenza all’attività parlamentare. E’ stata ed è tra i riferimenti primari in tutti i passaggi della storia del Movimento delle donne, anche nel panorama attuale, e dell’UDI di cui è parte. Dal 2011 è parte anche del Comitato Nazionale ANPI. Autrice di numerosi libri  tra cui l’ultimo, A furor di popolo, che mette insieme ricordi di vita e preziose riflessioni politiche. E su cui poggeranno  le riflessioni dell’incontro.Rosangela Pesenti, fa parte del direttivo di UDI naz. Mente fra le più incisive del mondo intellettuale e del Movimento delle donne. Complessi e integrati i suoi campi di ricerca come testimoniano i numerosi sritti. Docente, Analista Transazionale, Counselor e formatrice. Redattrice della rivista di cultura di genere Marea. Studiosa di Antropologia ed Epistemologia. Da questi studi il suo ultimo saggio pronto per la stampa: Racconti di case – Il linguaggio dell’abitare nella relazione tra generi e generazioni.  Dalla sua ricerca recente e dai suoi saperi integrati prenderà spunto la sua relazione.

Vi aspettiamo e vi auguriamo un piacevole e costruttivo ascolto.

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mediterranea

 

Udi Catania – maggio 2012

Maggio 1948 – Maggio 2012 / AL NAKBA / LA PALESTINA NEL CUORE

Paese-AlgeriaMai tante donne in Parlamento, oltre un terzo dei deputati

Paese-TunisiaLa disperazione delle madri dei dispersi, tentato suicidio col fuoco

Paese-Siria / La repressione durissima contro l’informazione

Paese-Israele / Studi rabbinici aperti agli omosessuali

Paese-Città del VaticanoContro le suore della Lega delle Religiose Americane – LCWR

Paese-Mondo / Allarme per le recenti posizioni della Commissione ONU per lo Statuto delle Donne. La rete internazionale delle organizzazioni delle donne è in allarme per la posizione assunta dalla Commissione dell’ONU sullo Statuto delle Donne nel corso della sua recente sessione (15 marzo), che rimetterebbe in discussione, nei suoi documenti, il riferimento ai ‘diritti umani e libertà fondamentali delle donne’ reintroducendo la inaccettabile espressione ‘valori tradizionali’. La rete ha espresso la sua opposizione a qualsiasi rinegoziazione degli accordi internazionali che riguardano intoccabili diritti umani delle donne.

Paese-Continente Africa / Abolire la pena di morte in tutto il Continente africano.

Paese-Italia / Lista ‘Binah’, il femminile nell’ebraismo. Le donne della Comunità Ebraica di Roma (la più numerosa in Italia) hanno presentato una loro lista (‘Binah’, termine che nella Kabala indica la saggezza pratica) per le elezioni del nuovo Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, UCEI, previste il 10 giugno …“ anche nella Comunità ebraica, come in politica e in molti altri ambiti della nostra società, la presenza femminile è sempre minoritaria e marginale. (…) Siamo per il pluralismo, la condivisione e la partecipazione nelle politiche comunitarie ai fini di una piena realizzazione della democrazia”.

ALLEGATO : Persone/Libri/Film…

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Udi Catania speciale Comiso Aprile 2012

L’UDI di Catania diffonde l’appello del Centro Studi Pio La Torre

Il 4 aprile di trenta anni fa oltre centomila siciliani, ma anche tanti, tantissimi giunti da ogni parte d’Europa, sfilarono per le campagne di Comiso, dentro la città per dire no alla costruzione di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili cruise a testata nucleare. Erano parte di un poderoso movimento europeo che per un decennio, in un continente diviso dal muro di Berlino e minacciato dalla guerra atomica, combatté per liberare il mondo dal dominio delle superpotenze di allora, Stati Uniti e Unione Sovietica, convinto della necessità di un’Europa “senza missili dall’Atlantico agli Urali”, in cui solo la pace e la distensione – e non il riarmo – avrebbero facilitato i processi di democratizzazione nell’Est Europeo. I missili a Comiso indicavano che il nuovo fronte del conflitto si stava spostando nel Mediterraneo: il nuovo nemico del nord era ormai il sud, come la storia degli anni successivi ha poi dimostrato.

Mediterranea_speciale_comiso_aprile _2012

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mediterranea

Udi Catania – marzo 2012

MondoGiornata Internazionale della Donna 2012 / Dal messaggio della Direttora ONU Donne, Michelle Bachelet

Paese-IranL’8 marzo delle iraniane: prima di tutto contro la guerra

Paese-FranciaStrage nella scuola ebraica di Tolosa

Paese-IsraeleNaom, 18 anni, dice no al servizio militare obbligatorio

Paese-AfghanistanNei negoziati di pace coi talebani i diritti delle donne saranno svenduti?

Paese-KuwaitLe donne arretrano, sono fuori dal nuovo Parlamento

Paese-Turchia / Dibattiti accesi intorno alla statua di una donna nuda che allontana da sé il velo

Paesi del GolfoArabia Saudita / Kuwait / Emirati / Beni, capitali e lavoro delle donne del Golfo

Paese-Palestina / Gaza / Le ragazze e i ragazzi del Club del Libro

Paese-TunisiaCongresso Internazionale delle donne islamiste, per il califfato

… un avvenimento senza precedenti: “Le donne mussulmane si riuniscono per sostenere che non vogliono vivere nelle società democratiche secolari e liberali, ma nemmeno in sistemi come quello saudita o iraniano, che si presentano come stati islamici ma in realtà sono dittature – il califfato è la risposta, nel califfato le donne lavoreranno e avranno un ruolo politico, anche se la loro principale missione è quella di allevare i bambini e sostenere il nucleo familiare” (dichiarazioni alla stampa della delegata britannica Nasrine Nawaz.)

Mediterranea_marzo_2012

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Segni preoccupanti di cedimento sullo Statuto delle Donne in discussione in una Commissione all’Onu dove una espressione neutra è preferita  ad una diretta e riferita a diritti e libertà delle donne.

Donne, Umano? Stai scherzando? 

(da women in the city)

Nel corso della sessione di Marzo di una delle sue Commissioni sullo Statuto delle donne (conclusasi il 15 marzo 2012), l’ONU ha sostituito l’espressione “Diritti umani e libertà fondamentali delle donne” con l’espressione “valore tradizionale”. Una decisione piena di conseguenze per le donne, massicciamente maltrattate in tutte le tradizioni patriarcali, denuncia una rete internazionale di organizzazioni e movimenti di donne che dice “No a qualsiasi riapertura dei negoziati sugli accordi internazionali sui diritti umani delle donne”,  e chiede ai governi, tutti e nessuno escluso, “di dimostrare il loro impegno a promuovere, proteggere e realizzare i diritti umani e le libertà fondamentali delle donne.”

La rete internazionale della quale fanno parte  Asia Pacific Forum on Women, Law and Development (APWLD), Association for Women’s Rights in Development (AWID), International Women’s Heath Coalition (IWHC), International Women’s Rights Action Watch Asia Pacific (IWRAW ASIA PACIFIC),  Women Living under Muslim Laws/ Violence is not our Culture Campaign, ha sottoscritto una Dichiarazione indirizzata agli Stati membri dell’ONU, alle agenzie ONU sui diritti umani, alle agenzie ONU ed agli organismi per lo sviluppo.

Pubblichiamo  il testo integrale della Dichiarazione (engl), postata il 6 maggio su www.feministes-radicales.org


Women, Human ? Are You kidding ?

The fifty-sixth session of the Commission on  the Status of Women took place at United Nations Headquarters in New York from Monday, 27 February to Friday, 9 March 2012. The closing meeting  was held on 15 March 2012.

The UN Commission on the Status of Women failed to adopt agreed conclusions at its 56th session on the basis of safeguarding « traditional values » at the expense of human rights and fundamental freedoms of women.

Together with our partner feminist and women’s rights organisations, we say NO to any re-opening of negotiations on the already established international agreements on women s human rights and call on all governments to demonstrate their commitments to promote, protect and fulfill human rights and fundamental freedoms of women.

We have outlined our concerns in the statement below, which will be submitted to UN Member States, CSW and other relevant UN human rights and development entities.

Thank you for your support.
Asia Pacific Forum on Women, Law and Development (APWLD)
Association for Women’s Rights in Development (AWID)
International Women’s Heath Coalition (IWHC)
International Women’s Rights Action Watch Asia Pacific (IWRAW ASIA PACIFIC)
Women Living under Muslim Laws/ Violence is not our Culture Campaign

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All’ambasciatore Claudio Pacifico

L’UDI – Unione Donne in Italia rivolge un appello di solidarietà per le donne egiziane tramite l’Ambasciata italiana al Cairo dopo gli sconvolgenti avvenimenti di piazza Tahrir  dove una donna è stata malmenata dai militari, calpestata, trascinata e spogliata come estrema offesa al suo essere donna e donna musulmana. Un invito a quante/i volessero aderire di inviare mail all’ambasciatore Claudio Pacifico.

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale

 

Ambasciata Italiana Cairo

Ambasciatore Claudio Pacifico

e-mail ambasciata.cairo@esteri.it

 

Gent.mo Signor Ambasciatore,

le rivolgiamo un appello affinché tramite la nostra Ambasciata arrivi, tra le altre, anche la nostra voce di solidarietà e vicinanza alle donne egiziane colpite dalla violenza delle forze di repressione: “Le donne sono la linea rossa per la libertà, la democrazia e i diritti umani”. L’Italia, partner del nuovo Egitto, deve fare sentire la sua voce, quella di mille e mille donne italiane che non tollerano la violenza, ovunque, contro popolazioni indifese, contro ragazze e donne colpite nella loro dignità e nel loro diritto a manifestare. Noi siamo a fianco delle egiziane che vogliono un Paese (e un Mediterraneo) di democrazia, di diritti e di pace.

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centale

Le Responsabili della Sede Nazionale

Vittoria Tola

Grazia dell’Oste

Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma / Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103 / udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org

 

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Quel dramma di Barletta

altra faccia della globalizzazione

IL 3 OTTOBRE al centro di Barletta crollava una palazzina, uccidendo cinque giovani donne, di cui una adolescente. Quattro di loro, Matilde, Giovanna, Antonella e Tina, erano operaie, che per 4 euro al giorno lavoravano, dalle 8 alle 14 ore, a seconda delle commesse, nell’opificio, ubicato nello scantinato della palazzina stessa, e una, Maria, era la figlia quattordicenne dei titolari del “maglificio”.

E’ passato un mese da allora e la città non le ha dimenticate, né il Presidente, Giorgio Napolitano, che il 4 novembre sarà a Barletta per ricordarle. Anch’io non le ho dimenticate e sono qui a chiedermi ancora il perché della loro morte, il senso del loro lavoro e di quel crollo. Io credo che le due questioni siano le facce di una stessa medaglia, che si chiama dottrina neoliberista e mercificazione della vita. La crisi economica, che stiamo attraversando, e che altri hanno attraversato prima di noi, è crisi di quel modello di capitalismo neoliberista che ha fatto del decentramento e polverizzazione della produzione, del lavoro nero, del sottosalario e del basso costo del lavoro, la sua bibbia, per arricchirsi ed espandersi globalmente.

Ovunque nel mondo ci sono donne, come quelle di Barletta, che lavorano per 3 o 4 euro all’ora, per un numero di ore indefinito. Ovunque, nel capitalismo globalizzato, ci sono richiedenti, come quello di Barletta, che accettano commesse alle condizioni dei committenti.

Chi sono gli sfruttati, chi gli sfruttatori?  Ho pensato molto a quelle donne e alla loro scelta di lavorare a quelle condizioni per poter sopravvivere, e ogni volta ai miei occhi si imponeva l’immagine dei loro giovani volti sorridenti, pubblicata su tutti i giornali. Volti di donne libere non di schiave, nonostante le condizioni di necessità. Si può essere libere nella necessità? Si, rispondo.  E’ quello che mi ha insegnato prima di tutto mia madre. Lei faceva la sarta, era molto brava, e quando lasciava la sua casa per andare a lavorare in quella delle “signore”, sue “clienti”, la sera tornava sempre più tardi. Io mi arrabbiavo, mi indignavo perché si faceva sfruttare. Lei mi rispondeva sempre che era vero, che le signore non erano mai contente, ma non si sentiva una sfruttata, perché stava bene in quelle case dove  parlava, comunicava, si relazionava alle altre e il lavoro non le pesava, il tempo passava velocemente. Io mi arrabbiavo per lei e credo che è stata quella esperienza che ha fatto, poi, di me una comunista. Volevo riscattare mia madre.

Oggi, che ho imparato a riconoscere la libertà di una donna, capisco la risposta di mia madre e il comportamento di quei familiari delle operaie di Barletta, che non hanno avuto alcuna parola di odio o di condanna per quel datore di lavoro, che non considerano un sfruttatore. Capisco anche Mariangela, l’unica operaia sopravvissuta, la cui prima preoccupazione è stata: <Quando esco dall’ospedale devo cercarmi subito un altro lavoro, ho tre figli e l’affitto da pagare>.  Mia madre non si sentiva una sfruttata, le operaie di Barletta neppure, anche se, sicuramente sognavano un lavoro migliore e un guadagno maggiore. Con questo non voglio dire che il lavoro nero, il sottosalario, frutto di un capitalismo globale avido, che nel Sud ha molte volte anche il volto delle organizzazioni mafiose, non si debbano combattere. Lo si faccia, ma non per liberare le donne, ma per liberare il mondo dalla cupidigia del denaro e del guadagno.

Da chi riceveva le commesse il loro datore di lavoro? Chi era la casa matrigna? Su quali scaffali, in quale vetrina di quale boutique finivano le loro tute e con quale prezzo?  Sono queste le domande a cui dobbiamo rispondere per sapere chi sono gli sfruttati e chi gli sfruttatori. Il crollo della palazzina è l’altra faccia di questo mondo globalizzato, le cui città, in mano alla speculazione e alla cementificazione, hanno smarrito il senso della cura e della responsabilità verso l’altra/o, verso le cittadine e i cittadini.

Franca Fortunato

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Rivoluzionarie

 

(foto da wuz.it)

La politica delle madri

Le madri di Plaza de Mayo hanno vinto per i tanti loro “Figli”

CI CHIAMAVANO le pazze, e qualcuno pensava che fosse un’offesa. Certo, ci mettevano dentro i giovedì, e noi ritornavamo. Ci dicevano, eccole , le pazze. Le arrestiamo e loro ritornano. Ma noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli … E poi, perché no? Un po’ di pazzia è importante per lottare”. Sono parole di Hebe de Bonafini, presidente delle Madri argentine di Plaza de Mayo, che dopo il golpe del 24 marzo 1976, ebbero il coraggio di sfidare la dittatura e conquistare la piazza, decise a ritrovare i figli scomparsi. Caduta la dittatura, le Madri continuarono a chiedere giustizia ed oggi possiamo dire che hanno vinto definitivamente.

L’ultima condanna ai criminali argentini è di questi giorni. Alfredo Astiz, “l’angelo della morte”, che uccise anche la fondatrice delle madri, Azucena Villaflor, con altri undici torturatori dell’Esma, l’Auschwitz della dittatura argentina, è stato condannato all’ergastolo e altri 4 torturatori a 18, 20 e 25 anni di carcere. Madri coraggiose, che hanno saputo, con l’azione, tenere accesa la speranza, quando il futuro era buio, non solo in Argentina ma in tutta l’ America latina, dove governavano dittatori con il beneplacito della Cia.

Oggi, dopo più di 30 anni, tutto quello per cui le Madri hanno lottato è diventato coscienza collettiva. Il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, l’Uraguay di Alvarez, il Brasile di Garrastazu Medici, appartengono ormai al passato. In Cile sette ex alti ufficiali dell’esercito saranno processati per il sequestro di tre uruguaiani, scomparsi subito dopo il golpe del 1973 che portò al potere Pinochet. In Uraguay la Camera ha approvato una legge che dichiara i delitti commessi durante la dittatura militare del ’73 – ‘85 crimini di lesa umanità e pertanto imprescrittibili, abolendo di fatto la legge sull’impunità. In Brasile il Senato federale ha finalmente approvato la creazione di una Commissione per la verità, che dovrà investigare sui crimini e abusi, violazioni dei diritti umani, durante la dittatura militare del ’64 – ’85. In Guatemala l’ ex dittatore Mejia, al potere dal 1983 al gennaio ’86, è stato accusato, insieme ad altri militari, di crimini di guerra e genocidio.

Le Madri hanno vinto, sono loro che hanno scavato sulla pietra per anni, giorno dopo giorno, senza violenza, senza disperazione, e alla fine le loro idee sono divenute coscienza collettiva. Questo vuol dire che “nessuno perde quando vincono le donne”, come titola Via Dogana, l’ultimo numero della rivista di pratica politica delle donne della Libreria di Milano.

< La storia –  scrive Rebecca Solnit – non è  un esercito, non si muove in linea retta, ma piuttosto come un granchio spaventato, o un rivolo di acqua che gocciola sulla pietra, consumandola>, il che vuol dire – come ci insegnano le Madri – che non sempre le conseguenze di un’azione sono immediatamente valutabili.

“Quello che a volte non riesce a milioni di persone, può riuscire a una decina di donne”, loro erano in 14 e, da quel lontano 1976, hanno cambiato l’Argentina e reso possibile, nel presente, l’elezione a presidente di una donna, Cristina Kirchner.

“Siamo figli delle Madri di Plaza de Mayo” disse il presidente Kirchner nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quel presidente che, insieme alle Madri e a tutto il popolo, si oppose alle politiche del Fondo Monetario, che portò l’Argentina al collasso con la crisi economica del 2001 – 2002.

E’ così che le Madri rivendicano i valori rivoluzionari e di giustizia sociale dei propri figli. Figli delle Madri sono Brasile, Bolivia, Cile, Uraguay, Venezuela, Equador che, da laboratorio preferito del neoliberismo alla fine degli anni ’70, divennero nel 2004 scenario di straordinari movimenti contro la privatizzazione dell’acqua, del gas naturale, delle terre, per la giustizia, la democrazia, la riforma agraria e i diritti dei popoli indigeni. Le questioni sollevate dalle Madri, dai popoli del Sudamerica e dal movimento per la pace, che irruppe nel mondo per prevenire la guerra in Iraq, sono oggi patrimonio comune, beni comuni, riconosciuti e riconoscibili nel movimento degli indignados, che hanno già di fatto dato vita a un nuovo ordine simbolico mondiale, di origine femminile, che pone al primo posto la qualità della vita, non il denaro e il mercato.

Franca Fortunato
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UDI Catania – ottobre 2011
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Punto G, Genova 2011

La terra siamo noi.

Si è tenuto a Genova dal 25 al 26 giugno il meeting internazionale “Punto G: Genere e Globalizzazione”.

E’ stata un’esperienza energizzante soprattutto per il vivace scambio generazionale che ha caratterizzato il dibattito; interessanti in questo senso gli interventi di Eleonora Cirant, Susanna Camusso e Dacia Maraini. La presenza di giovani donne e di femministe di antica data ha consentito di mescolare esperienze e di sperimentare nuovi percorsi. Produzione e riproduzione, lavoro e maternità, da sempre al centro del dibattito, si sono incrociati con i temi del rispetto dell’ambiente e della convivenza civile. A 10 anni dal Genova Social Forum e dal Punto G del 2001 che raccolse 1000 donne, 140 gruppi femministi nazionali ed internazionali, a rileggere i documenti e le elaborazioni prodotte allora si raccolgono indicazioni ancora preziose e profetiche: per l’allargamento del fenomeno sessista e razzista, per la riduzione complessiva delle libertà, per l’inquinamento del pianeta.

E proprio su quest’ultimo aspetto si sono concentrati i lavori del laboratorio: la terra siamo noi. Tema affascinante, scelto da Monica Lanfranco e dalle sue amiche per uno dei laboratori del meeting.

La terra siamo noi sintetizza in maniera molto efficace un percorso millenario avviato dalle donne già dal Paleolitico e che arriva fino ai giorni nostri. Di questo lunghissimo percorso, nel tempo, si sono cancellate le tracce; la cultura patriarcale, in questo senso, è stata molto pervasiva e devastante, quasi quanto il fondamentalismo cattolico che ha provveduto a sbiancare le madonne nere e a coprire i seni nudi delle grandi madri, a dimagrire progressivamente i fianchi larghi della madre terra, fino a farla diventare minuta e vestita da suora.

Queste due culture come le lame affilate di una stessa forbice hanno provveduto nei secoli, nei millenni a tagliare, rimuovere il culto della madre terra, e con essa hanno rimosso i valori di speranza e trasformazione, di pace e rigenerazione, di accoglienza e compassione.

Ma nonostante questo lavoro costante e sistematico di cancellazione, è possibile rinvenire qua e là tracce, reperti archeologici significativi.

In Puglia vicino ad Ostuni è possibile visitare, prenotandosi, la grotta di S. Maria di Agnano dove, accanto ai resti di una giovane madre in attesa di epoca paleolitica, possiamo ammirare un dipinto del ‘700 di una Madonna con bambino.

Questa grotta spiega quasi didatticamente la trasformazione del culto millenario della dea-madre nella venerazione della madonna.

E’ possibile trovare tracce, se solo lo desideriamo e abbiamo occhi per vedere, rinvenire reperti, documenti, esperienze di vita quotidiana che testimoniano la persistenza del culto della madre terra, e di un particolare modo di concepire la propria esistenza e il proprio posizionamento nel mondo, dell’ io e del noi sulla terra … nella continua ricerca di armonia con i suoi elementi e con i suoi abitanti.

E’ possibile osservare tracce archeologiche e testimonianze quotidiane della persistenza del culto della madre terra in tutto il mondo. Esistono studi multidisciplinari ormai accreditati in ambito accademico (dal genetista Luca Cavalli Sforza a Marija Gimbutas, da Heide Göttner-Abendroth a Lucia Chiavola Birnbaum), sono tante, inoltre, le esperienze di movimento che si richiamano al rispetto della terra madre; entrambi i percorsi sono rintracciabili, se solo abbiamo la curiosità di approfondire questo tema che è una sorta di motivo di fondo che accompagna da sempre la nostra esistenza.

Allora scopriamo che c’è qualcosa di profondo, direi quasi di ancestrale, che risveglia le coscienze intorpidite da un quotidiano che nega sistematicamente i diritti, i doveri, che ci mostra un mondo in cui i più furbi hanno la meglio e l’intelligenza profonda viene messa ai margini. Uno dei video realizzati per il Punto G ci mostra che la crisi economica in atto era stata ampiamente prevista, i segnali dal mondo erano già piuttosto evidenti dieci anni fa ma non c’erano occhi per vedere, orecchie per sentire.

Ma c’è qualcosa che ad un certo punto squarcia il velo di bugie, che rimette insieme i pezzi di una realtà distorta, che fa decidere a Lorella Zanardo di girare il video sul corpo delle donne, che fa esultare Alex Zanotelli per la vittoria dei sì per l’acqua, e affermare che è la terra che ha vinto …. è la madre!

Quando i veleni, sia quelli che inquinano la terra e le acque, sia quelli quotidiani che inquinano la democrazia raggiungono livelli di non ritorno, accade che … il 13 febbraio si scenda tutte-i in piazza per la DIGNITA’ delle donne, tutti insieme più di un milione di persone per strada donne, uomini, anziani, bambini.

Accade che in Calabria si raccolgano migliaia di firme per fare luce sulle navi dei veleni della ‘ndrangheta e degli affaristi senza scrupoli del nord.

Quando i calabresi hanno avuto la consapevolezza che veniva messa in discussione l’esistenza stessa, la vita dei loro figli e dei loro futuri nipoti non ci sono stati tavolini e braccia sufficienti per raccogliere le firme e l’indignazione delle persone. E’ così che i referendum diventano incredibilmente chiari a tutti e consentono il raggiungimento del quorum … cosa che non avveniva da anni. L’acqua, le centrali nucleari, il legittimo impedimento potevano diventare punti di non ritorno, ma non è stato così.

E’ la terra, la madre terra rigeneratrice che è dentro di ciascuno di noi che ci chiama, che ci fa dire ora BASTA, che ci fa dire SE NON ORA QUANDO? che ci fa prendere treni, auto con il caldo e che ci ha portate ancora a Genova, donne del sud, dell’area mediterranea, del nord, tutte insieme.

Dieci anni fa mentre erano in atto i preparativi per il Genova Social Forum, mi stavo organizzando anch’io per partire, ero al quinto mese di gravidanza e mi sentivo in gran forma, ma ad un certo punto dal tenore dei messaggi che giravano sulla rete ho capito che non sarebbe stata una passeggiata e neppure una festa ed ho deciso di non partecipare, proteggendo mia figlia Gaia che placidamente cresceva e prendeva forma. Sono però ritornata lo scorso anno con lei nel febbraio 2010 per una iniziativa sull’eco femminismo organizzata da Monica Lanfranco e dalla rivista Marea, un trimestrale di attualità e riflessioni, critica e informazione per dire lo stare al mondo delle donne.

Marea … e proprio pensando alle maree che oggi mi sento di dire che dobbiamo evitare le risacche, dobbiamo porci il problema di come facciamo a trasmettere i nostri saperi, a mettere in campo politiche efficaci per far cambiare realmente il vento e spazzare via gonnelline leziose su gambette incerte. Abbiamo elaborato negli ultimi quarant’anni saperi di genere sofisticatissimi, abbiamo istituito Centri di Women’s studies nelle università, Torino e l’Università della Calabria sono state tra le prime, abbiamo creato centri di documentazione autorevoli, realizzato strumenti di comunicazione, utilizzato tecnologie dell’informazione …

Ma in che modo abbiamo cambiato le nostre vite e quelle delle nostre figlie, delle nostre compagne di viaggio?

Allora mi sembra che al primo punto in agenda ci sia la questione dell’efficacia, e su questo aspetto credo che sia necessario partire da una sorta di A, B, C della comunicazione e della strategia politica.

Come facciamo per fare in modo che le ragazze più preparate dei loro compagni abbiano pari e dignitose opportunità di lavoro, come facciamo per evitare discriminazioni?

Come facciamo a trasmettere i nostri saperi alle bambine, ai bambini, alle ragazze ed ai ragazzi?

Come facciamo a progettare moduli specifici per le scuole? Poiché uno dei nodi è proprio l’efficacia della trasmissione dei saperi ed abbiamo la consapevolezza che su questo terreno, in passato, i nostri femminismi hanno fallito.

Come facciamo per proporre bilanci partecipati e di genere alle amministrazioni pubbliche? E come controlliamo che siano realmente partecipati?

Come facciamo a vivere in armonia con la terra e i suoi abitanti?

I punti di non ritorno sono stati superati, l’indignazione si è resa palese, è tempo di evitare le risacche, sempre in agguato, e procedere spedite.

Mi rendo conto che in poche righe è difficile tenere insieme tanti temi, ma c’è bisogno di esercizi di equilibrismo per tenerci tutte insieme nelle nostre differenze culturali, generazionali. Siamo confortate da studi e ricerche compiute negli anni da donne autorevoli e da esperienze di vita quotidiana di movimento. E come sempre intrecciare teorie e pratiche politiche può servirci per avere indicazioni sulla rotta.

Quello che non ci serve è un banale spiritualismo fai da te.

Nadia Gambilongo

appof: puntoggenova2011

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