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Angela Montagna

Angelina Montagna, più nota come Angela Casella e Mamma coraggio, se ne è andata qualche giorno fa. Suo figlio Cesare fu rapito nel gennaio del 1988 dalla mafia calabrese, tenuto segregato sulla montagna dell’Aspromomte locrese e liberato a gennaio del 1990, dopo 743 giorni. Angela sprigiona tutta la sua forza vitale di donna e madre nella decisione di sfidare un intero territorio percorrendolo casa per casa. Si incatena ad una cabina telefonica nel cuore del labirinto mafioso, nel disperato tentativo di cercare solidarietà e affetto tra le donne. Un antichissimo istinto che ha più radici nella parte femminile della specie, nelle società matrilineari, che nella parte maschile spinta a cercare alleanze e complicità nella forza, nell’assoggettamento e nello scontro guerresco. Angela al di là di liturgie ideologiche ha praticato d’istinto quella che può essere chiamata politica dell’incontro e della relazione contro un pericolo mortale, la perdita di un figlio e del suo stato stesso di madre. Franca ce ne offre un ricordo.

   

Angela parla con una donna di Ciminà

 

abbraccia le donne della Locride

 

 si incatena a una cabina telefonica a Platì (foto Ansa)

 

QUANDO nel 1989 Angela Casella venne in Calabria per chiedere la liberazione del proprio figlio, sequestrato dai mafiosi, immediatamente si pensò di definire il suo gesto a partire dal suo ruolo familiare e la si battezzò “mamma coraggio” – come i giornali hanno ricordato in questi giorni in occasione della sua morte. Oggi che Angela è morta, non mi interessa ricordare il fastidio e il disagio, che insieme ad altre, provai di fronte alla retorica dell’eroismo “naturale” di una madre per il proprio figlio di cui grondarono tutti gli interventi e manifestazioni.

Voglio invece ricordarla con la lettera che le inviai quando, per la seconda volta, nel 1992, tornò in Calabria. Tornò come candidata al Senato nel collegio di Lamezia Terme nelle liste della Dc. Allora lei disse che ciò che l’aveva spinta ad accettare la candidatura era stato il suo desiderio di combattere la mafia, non più da madre ma da donna. L’accoglienza che le fu riservata fu ben diversa da quella della prima volta. Anche da parte di donne dell’antimafia. Decisi allora di scriverle.

“Cara Angela Casella, è alla donna, non alla madre, né alla candidata che scrivo, per esprimerle tutta la mia più sincera ammirazione per la sua grande ambizione a voler combattere la mafia, a partire dal suo desiderio. Quando è venuta, la prima volta, in Calabria, in quanto madre, io non ho partecipato alle manifestazioni contro la mafia, né sono venuta ad esternarle la mia solidarietà, non perché non sentissi “pietà” verso la donna, alla quale era stato tolto il figlio, portandola alla disperazione, ma perché ho sentito un grande fastidio per tutto quel “rumore” della stampa, dei partiti, dei sindacati, delle Associazioni antimafia che, ancora una volta, esaltavano il martirio “naturale” di una madre per il proprio figlio. Ho visto, allora, molta retorica e molto spettacolo e sul quel palcoscenico molte donne vi sono salite, le stesse che, in questi giorni, l’hanno respinta ed insultata solo perché ha avuto l’ardire e l’indecenza, questa volta, di parlare e di presentarsi solo come “donna”, con le sue ambizioni e desideri, e non in quanto madre e moglie “gloriosa”. Questo al di là della sua scelta di candidarsi nella Democrazia Cristiana, scelta che rispetto pur non condividendola. E’ la sua ambizione e il suo sincero desiderio di combattere la mafia che, oggi, mi avvicina a lei, anche se per farlo, io e lei, abbiamo scelto luoghi e modi diversi. Io, infatti, insieme ad un’altra donna, ho incominciato a riflettere sulle mie ragioni nella lotta contro la mafia e su come, da insegnante, educo o no le ragazze ad una cultura anti – mafia, tentando di educarle alla libertà e all’amore femminile per la madre. Sono consapevole della mia estraneità alla società e alla cultura mafiosa – patriarcale, la quale si sostiene e si alimenta dell’amore, del lavoro, della complicità – colpevole delle “loro donne” (madri, mogli, figlie, sorelle). Sottrarre il sostegno, l’amore, delle donne ai mafiosi è togliere loro gran parte della loro forza. Vivere ed educare le ragazze nella e alla fedeltà a se stesse permette di riconoscere nell’ambizione e nel desiderio di un’altra donna (una donna come lei) potenziale forza femminile nella lotta alla mafia. Il mio bisogno di scriverle, per esprimerle tutta la mia simpatia, è nato dal “fastidio” che, questa volta, ha suscitato in me la reazione “scomposta” di alcune donne, le quali hanno celato la loro incapacità a riconoscere ed ammirare la sua grande ambizione, dietro a questioni di metodo o di appartenenza al proprio partito. Nell’esprimerle, ancora una volta, tutta la mia ammirazione, la saluto con molto affetto e le faccio tanti auguri perché possa essere eletta.”

Angela Casella mi rispose, ringraziandomi per la “graditissima” lettera.

Addio Angela e grazie per aver capito, prima di altre/i, la forza femminile nella lotta alla mafia.

Franca Fortunato 

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“A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”

Un’interessante riflessione di Olivia Guaraldo, ricercatrice presso l’Università di Verona:

Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto.

Risulta perciò tanto più difficile e azzardato, oggi, provare a delineare i tratti di una filosofia della storia che abbia al suo centro fenomeni storico-politici e sociali che si sono innescati in maniera decisiva a partire dalla fine degli anni ‘60 ma che non possono oggi affatto dirsi conclusi, anzi. Risulta altresì ulteriormente azzardato cercare di fornire una filosofia della storia ‘nostrana’, ovvero relativa alla specificità del caso italiano, quando secondo i dettami e i canoni della filosofia della storia tradizionale, lo sguardo d’insieme del filosofo dovrebbe essere ‘universale’. Un’ultima cautela, poi, dev’essere riservata al contenuto specifico della filosofia della storia che vorrei modestamente tentare di delineare, ovvero la libertà femminile, in quanto, sempre secondo i dettami tradizionali del sapere filosofico, come è noto, tale opzione – la libertà – riguarda l’essere umano nella sua neutralità e non specifici soggetti sessuati.
Libertà femminile, poi, sarebbe per Hegel un vero e proprio ossimoro, in quanto la donna è, secondo il filosofo tedesco, un essere la cui identità è una ‘eterna ironia della comunità’, ovvero un essere la cui essenza è incapace di porsi al di sopra delle leggi ‘naturali’ della famiglia e del corpo, un soggetto che ha sempre a cuore prima il genos della polis (Hegel pensava ad Antigone), prima la famiglia e la stirpe del diritto, della politica, insomma di tutte quelle cose che invece caratterizzano l’essenza del maschile. Non è quindi un caso che uno dei libri più dirompenti e radicali del femminismo italiano degli anni ’70 , scritto da Carla Lonzi, portasse il titolo “Sputiamo su Hegel”.

Lonzi, in un altro dei suoi preziosissimi scritti di quegli anni, caratterizzati da un radicale ma circostanziato e filosoficamente fondato rifiuto per i paradigmi universalizzanti del sapere filosofico e delle sue versioni politiche (tra cui anche l’ideologia marxista così come imperava nei movimenti di allora) afferma: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”. Lonzi, assieme alle donne del suo gruppo, Rivolta femminile, pronunciava questa frase agli inizi degli anni ’70, forse per scongiurare un ingiusto e automatico inserimento del progetto di liberazione della donna, tanto caro al femminismo di quegli anni, in più ampi progetti emancipativi di carattere ‘universale’. “Non vogliamo essere le protagoniste di una storia altrui”, sembra dirci Lonzi, “vogliamo tracciare da noi il nostro percorso verso la libertà”.
Il difficile cammino di autonomia e creatività, per le donne, doveva iniziare, per Lonzi, dai rapporti fra i sessi, dall’analisi lucida delle condotte sessuali e dei modi specificamente femminili di accesso al desiderio e al godimento. L’autonomia psichica, afferma Lonzi con grande coraggio, si conquista anche attraverso l’accesso libero e autonomo delle donne al piacere sessuale (divenne celebre la sua proposizione della donna clitoridea, rispetto alla donna vaginale). L’importanza, oggi, di una riattualizzazione del pensiero di Lonzi al fine di analizzare, decodificare, comprendere il rapporto fra sesso e potere nelle recenti vicende italiane, è davvero cruciale, per sottrarsi ai moralismi, alle facili generalizzazioni, alle categorizzazioni di donne per bene e donne per male (ho tentato di farlo nel mio saggio, di recente pubblicazione, (In)significante padrone. Media, sesso e potere nell’Italia contemporanea, in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte 2011.)

Dicendo però che il futuro delle donne doveva essere ‘imprevisto’ piuttosto che eccezionale, non stava forse Lonzi negando ogni legittimità alla prospettiva di una filosofia della storia? E, per fare la parte dell’advocatus diaboli, non è forse vero che le recenti vicende riguardanti alcune (forse molte) giovani donne italiane, il loro rapporto con il potere, il sesso, il desiderio, testimoniano di una notevole dose di ‘imprevedibilità’, anche e soprattutto per le femministe? Era forse questo, quello a cui pensavamo, si sono chieste molte delle ‘storiche’ rappresentanti del movimento delle donne, quando auspicavamo la liberazione dal patriarcato e il libero accesso alla nostra autonomia e libertà?

Daniela Santanché sostiene di sì, e insieme a lei molti dei fedeli servitori del Cavalier sultano, che non perdono occasione per applicare un lucido e cinico realismo al dato di fatto della libertà femminile, salvo poi trasformare per opportunità politica quel realismo in idealismo familistico e cattolico, quando si tratta di limitare e regolamentare le libertà femminili non funzionali al bunga bunga. Siamo di fronte, ancora una volta, alla declinazione ad personam di criteri di giudizio e diritti, questa volta non nella loro versione anti-magistratura, bensì in quella molto più innovativa e d’avanguardia: la versione hard del conflitto di interessi o, se preferite, la doppia morale di antico stampo cattolico condita di richiami post-moderni sull’indecidibilità di bene e male; un “siamo tutti peccatori”, declinato da Antonio Ricci, il vero intellettuale organico del berlusconismo, in un “nessuno si erga a giudice della dignità delle donne, perché loro la dignità non ce l’hanno, basta guardare le veline, non esiste dignità, così come non esiste la verità”. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe ben altri approfondimenti.  Ciò che tuttavia i programmi di Antonio Ricci e di altri geni del mezzo televisivo ci insegnano, al di là della fine delle ideologie e della fine della verità, è che proprio nel mezzo televisivo si è giocata e si gioca, a mio avviso, una partita centrale per la costruzione della nuova società italiana, una partita che ha al suo centro le donne e i loro corpi.

La breve ed approssimata filosofia della storia sul percorso della libertà femminile in Italia negli ultimi 20 o 30 anni presume che quell’imprevedibilità del futuro delle donne, a cui Lonzi accennnava, sia stata fagocitata da un sistema di segni e di significati interamente volto a neutralizzare la nascente libertà femminile nonché la sua partecipazione massiccia ed attiva nella società, nelle istituzioni, nella politica. C’è stato, insomma, a fronte di una massiccia e attiva partecipazione delle donne al femminismo, a fronte di una contaminazione della società e delle istituzioni delle istanze sollevate del movimento delle donne, un serrare le fila da parte del patriarcato (chiamiamolo ancora così, per favore), al fine di arginare e delegittimare le aspirazioni di libertà e partecipazione delle donne. La filosofia della storia non indaga le singole intenzioni degli uomini, e quindi non ci chiederemo se tale chiusura sia stata il frutto consapevole di un gruppo di persone, o sia semplicemente stata determinata da una costellazione di concause (fra le quali è lecito inserire il quotidiano lavorio della televisione nell’assecondare e plasmare una certa idea di donna e di corpo femminile, assieme anche ad una certa idea di sesso).

Il femmile dunque, dopo il femminismo, ritorna nel discorso pubblico solo come corpo, ma non il corpo liberato delle donne consapevoli di sè e del proprio desiderio, bensì il corpo oggetto esaltato e idolatrato, curato ed esibito, discusso e sezionato dagli occhi impietosi delle telecamere nostrane. Non solo dagli uomini, però. Quel corpo di cui ci eravamo impossessate è diventato la nostra ossessione, e nell’ossessione esso si è autonomizzato, ancora una volta, dai nostri desideri e dalla nostra consapevolezza, entrando senza intoppi nel tritacarne mediatico guidato da sapienti manipolatori del consenso e vezzeggiatori del ventre molle dei nostri maschi. Ma ciò che più conta, ai fini di una filosofia della storia femminista, provvisoria e militante ad un tempo, è che il portato ‘etico’ di questa appropriazione indebita dei nostri corpi, forse con il nostro consenso o con il nostro silenzio, è caratterizzato da due atteggiamenti, rintracciabili nella diffusa mentalità italiana: da una parte la cosiddetta messa in mostra dei corpi femminili da parte dei mass-media, pervasiva e violenta ad un tempo, è in un certo senso rassicurante, perché colloca la donna nel suo vecchio, antico ruolo di oggetto, e quindi non minaccia il prestigio e il potere maschili.
Dall’altra, quella stessa rappresentazione – così efficacemente resa nell’ormai celebre documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne – rafforza un atavico disprezzo – correlato forse indispensabile del desiderio maschile di possedere quel corpo –  per il femminile.  Il disprezzo, forse inconscio, forse a malapena celato, per un corpo eccessivamente esibito ed eccessivamente femminilizzato – i tratti dei corpi delle donne in tv sono a dir poco parossistici, come ben sottolinea Zanardo – è il rovescio della medaglia dell’addomesticamento, del tentativo di soffocare ogni istanza di vera libertà femminile, di mantenere le donne sulla soglia di una vera autonomia, confinandole nella familiare e rassicurante sfera della loro bellezza e trivialità. Quei corpi non sono di donne vere ma di spettri, ombre di un immaginario tutto maschile, interiorizzato e incarnato al massimo grado dai prototipi delle bellezze televisive e ora anche politiche. Nelle aule della politica quel femminile, addomesticato, rassicurante e a volte anche apertamente disprezzato, ha preso il posto delle donne reali, dei loro desideri e dei loro bisogni. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che è insostenibile.

Tuttavia questa provvisoria filosofia della storia non può limitarsi ad una miserevole denuncia di ciò che è avvenuto a un livello di immaginario di massa, ma considerare anche le numerose esperienze di riflessione femminile che in questi anni, forse in maniera carsica ma persistente, hanno appassionato molte donne: nelle università, nelle associazoini, nella vita di tutti i giorni, nelle esperienze di lavoro e di cura, nella passione per la politica e per la cultura, nell’arte, nella letteratura, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, le donne hanno elaborato e criticato, hanno vissuto e cresciuto altre donne e altri uomini secondo diversi ideali e modelli. Chi consapevolmente e in maniera militante, chi forse inconsapevolmente ma rispondendo ad una propria idea di libertà e autonomia, ciascuna a proprio modo ha avversato i pervasisi e martellanti tentativi di un addomesticamento della propria autonomia, perseguito attraverso la promessa della visibilità mediatica, della bellezza, del successo al prezzo di una piacevolezza garbata e silenziosa.

Quelle donne, con le loro differenze, alcune armate di un sapere e di una consapevolezza militante e femminista, altre con la loro ingenuità, ma tutte accomunate dal desiderio, forse dal bisogno di esprimere per una volta una voce unica e forte, sono scese in piazza il 13 febbraio, dopo anni di silenzio pubblico per certi versi allarmante, per altri forse preparatorio ad una lenta ma prorompente rinascita collettiva. Benché sia stato detto che le donne ‘vere’ sono altre da quelle che appaiono in tv, che le donne non hanno bisogno di scendere in piazza per mostrare il loro valore e la loro ‘serietà’, la sorprendente partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio testimonia di una percezione diffusa e collettiva della necessità di contrastare quei modelli, di affermare la propria ‘dignità’ e libertà. Nessun altro grande tema avrebbe portato in piazza così tante donne, e questo è necessario ribadirlo.

Questa breve filosofia della storia si ferma qui, non pretende di essere una ricostruzione fedele o imparziale degli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi 30 anni a proposito della libertà femminile: tale libertà non si è assopita, ha solo cessato di mostrarsi in pubblico in maniera massiccia, fino al 13 febbraio e da lì poi anche l’8 marzo del 2011. Da adesso in poi la storia resta tutta da fare – e poi eventualmente da scrivere in forma di una sua filosofia – e non potrà essere fatta se non prendiamo sul serio quella libertà che si è tentato di sottrarci con i mezzi più abili e diversi. Mi pare di poter dire che di quella libertà potremo fare molto solo se ci riappropriamo insieme di una storia che è comune, che tutte ci riguarda, che tocca le nostre vite individuali ma che non può essere risolta individualmente: dobbiamo insomma essere in grado di tornare a dire ‘noi’.

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Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne

Dal blog di Loredana Lipperini:

L’Istat ci dice che nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Una lettrice, via mail, mi chiede un commento.
Temo che non andrà nella direzione prevista, anche perchè sto riflettendo, amaramente, sulle madri: mi ha sempre preoccupata la santificazione della figura materna che avviene, anche e persino soprattutto, per mano e mente femminile. Mi ha turbato, ieri, leggere una nota dove una mamma blogger, parlando di Vieni via con me, scriveva che avrebbe preferito  che “a parlare sulla battuta dei gay fosse stata una donna: perchè noi siamo le madri, noi donne ci dovevamo sentire offese, noi che partoriamo ed educhiamo”.
Noi siamo anche altro. Ed educhiamo in due, madri e padri. Idealizzare la maternità, pensare che tracci un recinto dorato attorno al femminile, è spaventosamente pericoloso. Perchè in nome della presunta “naturalità” del materno – contro cui si scaglia, giustamente, la Badinter – diventa consequenziale pensare alla donna solo in quanto madre, alla faccia delle scelte personali. Secondo, perchè, come sottolineavo qualche post fa,  la forsennata ricerca della  perfezione  personale dei figli (e gli altri si arrangino) ha fatto e sta facendo, ora, in questo momento, disastri. Se la cornice che imprigiona questo paese è la paura, quanto conta in questo frame  l’ossessione delle madri per la sicurezza? Non si è manifestata in ogni modo, negli anni recentissimi e non ancora trascorsi, quando i bambini d’Italia sembravano e sembrano assediati da ogni pericolo, dai pedofili ai Gormiti?
Quindi, tornando ai dati Istat: c’è un’assenza di sostegno da parte dello Stato, e lo sappiamo fin troppo bene e sarebbe ora di muoversi in proposito, e c’è una questione, al solito, di modelli. Ma qualche strumento in più per decifrarli dovremmo averlo, ora. E anche qualche strumento in più per dire, semplicemente, che una famiglia non è composta soltanto da una donna.

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Educazione alla discriminazione

Ero andata a prendere mio figlio all’asilo come al solito fermandomi alcuni minuti in mezzo ai bambini, tra una chiacchiera e l’altra con la maestra, in attesa che fosse pronto per andarcene. Quel giorno ho assistito a una scena che mi ha raggelata. Due maschietti, di 3 o 4 anni, avevano preso fra i giochi dei piccoli passeggini col bambolotto sopra, iniziando a cullarli. Al che la maestra li ha ripresi dicendo “posate immediatamente i passeggini, le femminucce giocano coi passeggini non i maschietti! Andate a prendere le costruzioni“. Non ho osato dire nulla, poiché ci trovavamo di fronte ai bambini, ma soprattutto perché non sapevo con quali parole avrei potuto farle capire che stava trasmettendo un messaggio pericoloso, che ha radici antiche, e che ha a che fare con dinamiche di dominio nella forma della rigida costruzione dei ruoli di genere. Non sapevo con che parole riassumerle concetti che solo dopo un lungo percorso critico io stessa sono arrivata a comprendere, temevo che non avrebbe capito, non avrei potuto che semplificare un discorso che va affrontato di petto e a un tempo con profondità. Come dirle che stava riproponendo, col suo potere educativo, lo stereotipo della cura materna per la femmina e quello dell’operatività per il maschio? Lo stereotipo per cui il privato è femminile mentre il pubblico, quindi il potere, è maschile?

Le bambine che hanno ascoltato il rimbrotto della maestra, come potranno liberarsi di questi retaggi, e un giorno pensarsi come operative e talentuose, se hanno sin dall’infanzia visto alimentare dentro di sé lo schema della madre che cura i figlioletti? E i maschietti, come potranno un giorno non vedere nella cura familiare qualcosa di radicalmente estraneo al loro raggio d’azione, alla loro identità? Come meravigliarsi allora, se questo è lo schema educativo ricorrente, se gli uomini così spesso relegano le donne alla sola cura familiare, rifiutandosi di pensarsi come cooperativi in essa? Come meravigliarsi allora, se molte donne non riescono a realizzarsi nel mondo del lavoro, o ad operare in politica, o a non sentirsi psicologicamente schiacciate da ruoli coatti di genere?

Benché lì per lì non abbia detto nulla, quella scena mi ha fatto a lungo riflettere, e ho pensato che il campo d’intervento per le donne attiviste dell’UDI e del mondo dell’associazionismo debba necessariamente includere anche quello dell’informazione e della sensibilizzazione sui pericoli educativi contenuti in alcuni messaggi che le educatrici e gli educatori, e che le madri e i padri trasmettono ai bambini, dando la spalla così ai messaggi che i media quotidianamente trasmettono sui ruoli di genere – nell’infanzia come nella vita adulta. Nella nostra agenda dobbiamo includere anche questo: formazione, informazione, sensibilizzazione a educatori/educatrici e mamme e papà. Nei tanti corsi di “pari opportunità” promossi ovunque con insospettabile solerzia temo che il tema della educazione alla discriminazione, cioè della trasmissione di stereotipi sessisti che diventeranno discriminazione negli approcci pedagogici, non sia neanche sospettato da corsisti/e e formatori/formatrici.

Il problema, cioè, ha un’importanza cruciale e su di esso bisognerebbe agire direttamente. Le istituzioni non lo considerano lontanamente, perché le istituzioni sono fatte da persone, e le persone spesso non si accorgono dei rischi annidati nella normale prassi educativa e comunicativa.

Avrei voluto dire alla maestra che il potere che ha in mano è capace di creare tante cose buone, ma che può avere anche effetti devastanti, non solo in termini psichici, ma anche in termini politici e sociali. La valenza politica e sociale dell’educazione non viene considerata in genere che un discorso astratto o ozioso. Si trascura che le radici delle storture che attanagliano la società affondano in quei momenti decisivi dell’infanzia, in cui pendevamo dalle labbra degli adulti, e in cui gli adulti forse non prendevano con la dovuta serietà o consapevolezza il potere che esercitavano su di noi.

In un’altra occasione, vidi una mia conoscente riprendere suo figlio, di 4 anni, che giocava ad andare al supermercato con le buste della spesa, in questi termini “ma no, posa quelle buste! le femmine fanno la spesa, non i maschi!”. Lo stereotipo si diffonde capillarmente, quotidianamente, a tutti i livelli del vivere sociale. A partire dalla visione quotidiana di scene di normale discriminazione, presso i genitori, ai contenuti di esplicito incoraggiamento da parte di essi ad incarnare ruoli di genere prestabiliti, passando per i media, la comunicazione pubblicitaria, i luoghi comuni su questi ruoli che diventano immaginario collettivo e dunque introiettati, replicati da ciascuno, fino alle strategiche deleterie divisioni dei giochi in tutti i Toys Store del mondo (le barbie e le pistole, le pentoline e le spade, il passeggino e le costruzioni, il rosa e il blu), le bambine e i bambini vengono accompagnati per tutta la vita in un percorso di rigida differenziazione, che, alla fine, spiega tutte le discriminazioni che ne derivano.

E’ infatti necessario, anzitutto, vedere questi nessi, per riconoscere l’importanza e l’urgenza di operare per cambiare la mentalità, in primis presso quegli adulti che hanno potere sui bambini e sulle bambine: se esiste una campagna ossessiva contro l’aborto, è perché le donne vengono viste e apprezzate solo come madri. Se le donne continuano a scarseggiare in termini quantitativi in contesti scientifici è perché imparano che devono desiderare di essere madri, mentre i maschi, loro sì, sono bravi in matematica. Se le donne spesso non riescono a conciliare famiglia e lavoro, mentre gli uomini sì, è perché esse sono prima di tutto madri, mentre gli uomini sono prima di tutto uomini, e poi eventualmente padri, dato che così è stato insegnato loro sin da piccoli, come nell’esempio dell’asilo. E potremmo continuare con altri infiniti ed estenuanti “se”…

Ma non solo. C’è l’altro lato della medaglia. Le donne, oltre che madri, sono nell’immaginario collettivo anche sgualdrine, o persone sciocche dalle funzionalità, oltre che riproduttive – come nel caso delle madri-, anche seduttive. Ce lo insegna ogni giorno la pubblicità. La campagna Immagini Amiche che stiamo portando avanti la denuncia e cerca un rimedio. E l’infanzia non è esente dalla trasmissione anche di questo stereotipo. Come si scrive sul blog Comunicazione di Genere nei media è riscontrabile l’erotizzazione del corpo femminile delle bambine:

Se la pedopornografia è un reato, perchè l’erotizzazione dei bambini è permessa?

Non possiamo considerare dannose pure queste immagini? Immagini che violano l’infanzia, che impongono di essere adulti  precocemente e di essere sessualmente appetibili.

Alle bambine in particolare è richiesto di essere sexy, di assomigliare alle madri, quelle stesse madri che poi vengono vilipese dalle pubblicità e televisione e ridotte a mero oggetto sessuale.

Sul blog viene lanciata una campagna “Libera Infanzia” di cui si può leggere nel link, e che appoggiamo.

La violenza sulle donne si compie anche su questo fronte: quello dell’educazione alla discriminazione attraverso la trasmissione di stereotipi sessisti.

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Le mie madri

Riproponiamo un pezzo scritto e interpretato da Nada Malanima, Le mie madri, inserito come ghost track nell’album Tutto l’amore che mi manca (2004). Un pezzo straordinario, di feroce poesia, sulla madre plurale. Non una madre, ma tante madri in una, dagli infiniti volti e sfumature, una proiezione, un sogno, un bisogno, e realtà inafferrata. Con intensità radicale restituisce all’archetipo per eccellenza di tutti i tempi, la madre, la sua essenza inappropriabile, il suo essere gioco di specchi, la sua ricchezza inesauribile e anche assurda. La rappresentazione è violentemente aperta, uno sfogo che contiene amore e disperazione, fusi insieme: sembra un urlo che parte dritto dall’inconscio. Surclassando ogni stereotipo che ha inchiodato la figura della madre, nella storia, alla figura monolitica della donna devota, un po’ madonna. La madre è anche l’oggetto di una ricerca spasmodica, un punto interrogativo dell’identità, è quel chi sei e dove sei che dinamicamente le riconosce la potenza relazionale, umana, affettiva e identitaria. Il canto, a volte strozzato, a volte trascinato, a volte urlante ed altre supplichevole, e ancora stridente, procede paradossalmente in modo armonioso a un tempo spezzando la melodia, in un impetuoso incalzare febbrile, proprio come la musica che lo accompagna.

Segue il testo e il pezzo che abbiamo trovato su youtube: vi consigliamo di leggere e/o ascoltare con attenzione, per apprezzarne fino in fondo la profondità poetica.

LE MIE MADRI
Madre di sasso, madre diversa
pensaci tu
madre di legno, madre ingegno
madre assassina, madre bambina
abbracciami tu, abbracciami di più
Madre di fango, madre d’amore
madre coraggio, madre di gesso
madre abbracciami tu, abbracciami di più
Abbracciami forte da farmi sentire sbricciolare le ossa
abbracciami tanto da non sentire più il pianto
la fatica del giorno, un giorno che aspetto
Madre d’inverno, madre di giorno
madre di tutti, madre dei pazzi
abbracciami forte, abbracciami tu
Abbracciami tanto da non sentire più niente
spezza questo corpo
Madre di notte, madre amante
madre distante, madre perduta
madre voluta, madre madre madre
Madre di tutte le madri
abbracciami forte per spezzare il dolore
per capire le cose
che non so non so non so non so
Madre perfetta, madre di turno
madre che cerco, madre che voglio
che non ho avuto, che ho perduto
Abbracciami forte, più forte più forte
da non sentire più
e leggera volare sull’unico cielo
sulle lacrime della mia felicità
Madre ritrovata, madre un po’ scaduta
madre invecchiata, madre impazzita
madre madre madre
Madre tutta d’un pezzo
madre senza sesso
madre lungo la strada
madre senza una preghiera
madre stringimi forte, forte forte più forte
più forte di più
che ho bisogno di questo momento
ed è per questo madre, madre che ti cerco
Madre dentro il buio
madre nella città
madre nella mia testa
madre dove si va?
Madre madre
Madre che a volte
non ha voglia di aprirmi le porte
madre che non sai niente di me
non sai niente di me
e non so perché
perché io voglio che mi stringi forte
anche se non c’è più l’età
di farsi accarezzare, di farsi consolare
cullare, raccontare una storia dolce dolce
che mi fa leggera volare sull’unico cielo
sulle lacrime della mia felicità
Madre amore, madre amore
amore solo per errore
madre in ginocchio
madre che sa tutto
madre che prega adesso
anche se ha un cuore di sasso
e non sa aiutare
non sa da che parte cominciare
Madre, madre che non hai fede
madre che non mi crede
madre che non ha sete, non ha più sete
e io voglio ancora accarezzare la pelle dura
come questa notte che ho aperto le porte
ho spalancato il mio cuore
non ho fatto un errore
o per errore
Madre madre madre
madre piegata che mi sputi dentro un occhio
madre, madre che mi fai paura
madre terra, madre dura
io mi stringo le ginocchia
in un angolo bastante di meno
e sono contenta, torno bambina
non c’è niente che adesso faccia bene
come questo andare indietro, indietro
Madre che canti, madre che mi addormenti
madre che ti lamenti sempre
che non hai i denti
madre che non mi capisci
madre che non mi capisci
madre che ti ama, madre che ti ama
Madre madre, madre del vento
madre che mi accompagna nella mia tempesta
madre che non sei qui
madre dove sei, io lo so che ci sei
e sei sempre con me ogni giorno che passa
ogni anno di più
sono vecchia adesso e tu sei qui con me
sei più vecchia di me, sei vecchia come me
sei bella come te
ora sei calma
madre madre che non sai che fare
per farmi sentire l’amore
madre che non capisci più
come fare a entrare nel mio cuore
madre che fai mille sbagli
madre del mare quando mi sento annegare
madre tu sai nuotare

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La replica di Lea Melandri a Susanna Tamaro

Ultimamente Susanna Tamaro dà dimostrazione di scarsa profondità analitica in tema di “questione femminile” e auspica, avvalendosi di strumenti argomentativi quali luoghi comuni, cliché, stereotipi, semplificazioni, un ritorno alla “donna del focolare domestico”. Purtroppo il nome “Tamaro” suscita presso i più credibilità e generica autorevolezza. Il timore è che la penna di una scrittrice nota contribuisca a legittimare retaggi culturali patriarcali dei quali le scrittrici e le pensatrici dovrebbero per prime denunciare le insidie, anche retoriche, anziché promuoverle.

Segue l’articolo di replica di Lea Melandri, che condividiamo profondamente:

Madri killer e trionfo della pornografia

Lea Melandri interviene nel dibattito nato dall’articolo di Susanna Tamaro sulle donne che uccidono i propri figli

Caro Direttore,
non ho potuto fare a meno, leggendo il Corriere della Sera del 14.06.10, di accostare due pagine in cui era affrontato da angolature diverse e con argomentazioni opposte lo stesso tema: l’amore, la cura dei bambini, la responsabilità della loro crescita. Mi riferisco ai servizi di cronaca sui disegni di legge riguardanti il congedo di paternità obbligatorio, in discussione in questi giorni alla Camera, e all’articolo di Susanna Tamaro sulle “donne che uccidono i figli”. Pur essendo una sentimentale, nutro una ragionevole diffidenza sulla bontà delle rotte su cui ci spinge talvolta il cuore, e l’impeto con cui Tamaro si accanisce per la seconda volta (v. Corriere della Sera 17.04.10) su quelli che considera gli esiti nefasti della “rivoluzione” femminista degli anni ’70, me lo conferma. L’attenzione cade di nuovo, insistente e senza riserve, sulle generazioni che negli ultimi quarant’anni, anziché beneficiare di un “mondo più giusto”, si sarebbero trovate impoverite, travolte dall'”onda nera” che ha spazzato via la loro “natura più profonda”: l’istinto materno nella femmina, quello paterno e virile nel maschio.

La promiscuità obbligatoria e il consumismo li avrebbero ibridati al punto da appiattire l’una sugli aspetti peggiori dell’altro, e viceversa: uomini effeminati, donne licenziose, ossessionate dal sesso, incapaci di amore e dedizione materna, portate a sbarazzarsi dei figli e persino di se stesse. Avendo preso parte attiva al movimento delle donne che negli anni ’70 ha messo in discussione il rapporto di potere tra i sessi proprio a partire dall’identificazione della donna con la madre – la sessualità femminile cancellata come tale, ridotta a sessualità di servizio e obbligo procreativo -, non posso fare a meno di pormi alcune domande. Se non si è trattato di una “presa di coscienza” del dominio storico di un sesso sull’altro, una delle cui ricadute più violente e più durature è proprio la divisione dei ruoli sessuali, che ha assegnato l’uomo alla storia e la donna alla natura, in che cosa sarebbe consistito il “cambiamento”? Come avrebbero potuto le donne diventare “protagoniste piene della realtà” restando là dove sono state messe per destino biologico o volontà divina – madri di, mogli di, sorelle di -, espropriate della loro esistenza ed escluse dal contratto sociale? Non vedo molta differenza tra la definizione dello “spirito materno” che dà Susanna Tamaro – “una ragione per vivere”, “la forza di abbattere ostacoli”, “accogliere e far crescere la vita” – e quella che ne davano nell’800 Michelet, Mantegazza, Bachofen: «Deve amare e partorire, è questo il suo sacro dovere. Se non è sposa e madre, sarà educatrice, dunque non sarà meno madre per questo, e partorirà spiritualmente». Come dimenticare poi che già agli inizi del ‘900, nel suo celebre romanzo Una donna (1905), Sibilla Aleramo si chiedeva: «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?».

Forse a spingere le donne all’infanticidio è ancora, almeno in parte, la drammaticità oggi più acuta che in passato di quella alternativa: la donna e la madre, l’individualità femminile che comincia a legittimarsi sogni e desideri propri e la responsabilità che da millenni ancora pesa materialmente e psicologicamente sulla donna come continuatrice della specie, chiamata ad accogliere e ad accudire, purtroppo non solo piccole creature “fragili” e “bisognose di protezione”, ma adulti forti e in perfetta salute. Se non fosse impietoso di per sé parlare della madri che uccidono i figli rimuovendo le angosce profonde, le sofferenze, le solitudini che spingono a un tale gesto, e del tutto arbitrario il collegamento con quella che Tamaro chiama “la pornografizzazione della società”, basterebbero le poche, realistiche considerazioni che Maria Luisa Agnese fa, su altre pagine del Corriere, a proposito della “madri tuttofare”, dell’enorme mole di ore di lavoro (gratuito) che le donne fanno ogni giorno più degli uomini, della necessità che i padri imparino «a capire cosa vuol dire accudire un bambino e ad acclimatarsi con le acrobazie quotidiane cui sono costrette da subito le mamme con la nuova creatura».

Lea Melandri
(docente presso la Libera Università delle Donne di Milano)
15 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

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