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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Una scelta assai discutibile dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro per l’8 Marzo

Il Comitato Pari Opportunità della Provincia di Catanzaro destina i fondi raccolti con il concerto di Noa organizzato per l’8 marzo al Movimento per la vita.

Da www.suddegenere.wordpress.com ()

Che significato ha, oggi, celebrare l’8 Marzo ?

… A Catanzaro, unica città italiana nella quale Assessore provinciale alle Pari Opportunità è un uomo. Ricordiamo a chi legge che l’esigenza della nascita delle commissioni per le pari opportunità è datata 1984 perché sia consentita la reale applicazione dell’articolo 3 della Costituzione Italiana sulla non discriminazione delle donne.

Accade che il Comitato Pari Opportunità dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro promuova per l’8 Marzo un’iniziativa, un concerto presso il Teatro Politeama, i cui proventi saranno destinati ad un Centro inserito a livello nazionale nel “Movimento italiano per la Vita”, organizzazione che contrasta apertamente, e spesso con modalità aggressive e violente, l’applicazione di una legge dello Stato che laicamente garantisce il diritto alla scelta per una maternità libera e responsabile.

L’iniziativa, dicono, è contro ogni forma di violenza sulle donne.

Ma non è forse una forma di violenza, questa? Non è violenza negare alla donna il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita? Non è violenza la volontà di imporre una scelta sui corpi altrui? Chi può decidere, se non la donna stessa se sia in grado o meno di ospitare un altro essere umano dentro di sé, se non la donna stessa, che offre corpo e sangue alla procreazione?
Noi siamo per la vita perché siamo donne e la vita ce la portiamo dentro anche quando non la mettiamo al mondo, siamo palingenesi di carne noi, anche se non diventiamo madri. Non siamo incubatrici ma persone, non siamo proprietà della Chiesa e nemmeno dello Stato, siamo (o meglio vorremmo essere) Libere Cittadine.

Dunque il corpo delle donne è il luogo biopolitico per eccellenza e l’Amministrazione provinciale ci marcia sopra come un caterpillar, mentre la cittadinanza e i movimenti politici (anche quelli di sinistra) sono in stato narcolettico, rispetto al significato simbolico dell’evento promosso.

Desideriamo altresì sottolineare, nel “panorama” tutto locale, che l’ospedale Pugliese di Catanzaro sul numero complessivo del personale, dispone di soli due medici non obiettori (fonte:Emilia Celia, referente regionale Cittadinanza Attiva-Tribunale per i diritti del malato- Catanzaro). Come viene tutelata, anche in questo caso, la salute e la libertà di scelta delle donne? Non viene presa in considerazione, dalla struttura ospedaliera, la necessità di bilanciare il diritto all’obiezione di coscienza con la responsabilità professionale e con il diritto di ogni paziente ad accedere tempestivamente a legittime cure mediche ? Pare proprio di no.

Gentile Presidente Ferro,

disconosciamo con forza l’iniziativa dell’Amministrazione provinciale, che porta avanti il solito vessillo di chi non rispetta le scelte altrui e non è avvezzo a una dialettica democratica, ma impone la propria visione del mondo e dell’esistenza alla generalità delle cittadine e dei cittadini. La legge 194 è ancora in vigore: è una legge dello stato, è una conquista delle donne, ha permesso (peraltro) la caduta verticale del tasso di interruzioni di gravidanza nel nostro paese. La richiamiamo, Presidente Ferro, al rispetto di un ruolo istituzionale che ci auguriamo sia prevalente rispetto al suo orientamento personale, religioso e politico e che dovrebbe, prima di tutto tenere conto del dettato normativo e dei suoi principi ispiratori. Scegliere, sotto le mentite spoglie del “contrasto alla violenza”, di finanziare con i soldi della collettività un evento i cui proventi andranno a favore di chi apertamente nega il diritto al pluralismo delle idee, strumentalizzando il significato vero e profondo dell’8 Marzo, ci sembra assai discutibile sul piano istituzionale (ma non solo) e glielo segnaliamo pubblicamente.

Altre considerazioni avremmo potuto esprimere se, ad esempio, si fosse deciso di devolvere il ricavato dell’iniziativa ad un centro antiviolenza, uno dei tanti che rischia la chiusura e che ad oggi, nonostante la legge regionale 20 del 21 Agosto 2007, non ha ricevuto i finanziamenti a sostegno della propria attività. Questa si, che sarebbe un’iniziativa a favore del contrasto alla violenza sulle donne.

Donne Catanzaresi in Rete

(nota aggiuntiva: Siamo a dir poco basite per il fatto che, a Catanzaro e dintorni, nessuna-o abbia dato un commento pubblico alla notizia, rilevandone la gravità. Chiediamo pertanto a tutte le amiche e gli amici di sottoscrivere il nostro comunicato, che verrà inviato – con tutte le firme – alla c.a. dell’Amministrazione provinciale. Grazie)

Per aderire e sottoscrivere: suddegenere@hotmail.com

mail-action: http://www.facebook.com/event.php?eid=168382846544066  

presidente@provincia.catanzaro.it, m.vento@provincia.catanzaro.it, n.montepaone@provincia.catanzaro.it, r.costanzo@provincia.catanzaro.it, m.ciurleo@provincia.catanzaro.it, s.polisicchio@provincia.catanzaro.it, s.garito@provincia.catanzaro.it, g.matacera@provincia.catanzaro.it, v.attisani@provincia.catanzaro.it, g.merante@provincia.catanzaro.it, incubatoredis@libero.it, dis-po@libero.it

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“Cesareo coatto e corpi di stato”

Denise Celentano per femminismoasud:

Apprendiamo dal corriere che una donna incinta non vuole sottoporsi a un intervento di parto cesareo, e i sanitari dell’ospedale presso cui si è recata per partorire, il Ca’ Foncello di Treviso, chiamano la polizia. Risultato: la donna viene sottoposta all’intervento in modo coatto.

Cosa c’è di vagamente urticante in questa notizia di cronaca? Quali che fossero le motivazioni della donna, ci sarebbe da domandarsi che diritto abbiano le istituzioni (sanitarie, di polizia) a costringere una donna a sottoporsi ad un intervento chirurgico che rifiuta. Diritto, sembra, garantito a tutto il resto della popolazione. Negli articoli sul caso si leggono le opinioni dei medici, prima di tutto del primario dell’ospedale autore della telefonata al 113, si parla delle motivazioni della donna al posto suo, e si sottolinea il pericolo in cui sarebbe incorso il feto in caso di parto naturale, si parla dunque del feto e mai della madre. Ma noi, che non seguiamo le mode dei giornali, potremmo domandarci: come ci sente a esser costrette a un trattamento obbligatorio contro la propria volontà? Che percezione si può avere del proprio corpo in una simile vicenda, se non come di un crocevia di poteri che agiscono sulla propria carne e su ciò che contiene, calpestando tuttavia ciò che ci identifica come persone, ovvero i sentimenti, la morale, la dignità, la propria storia? La donna in questa vicenda emerge come puro corpo che contiene, non, dunque, come persona.

Quello che non vale per i parenti compatibili con persone che necessitano di un trapianto, quello che non vale per chiunque rifiuti di operarsi per libera scelta, vale invece per le donne incinte. Non è mai, che mi risulti, accaduto che una persona compatibile fosse costretta a donare degli organi contro la sua volontà, cioè a sottoporsi a un intervento chirurgico invasivo forzatamente, anzi sono molti i casi di rifiuto e di eventuale annessa condanna morale, ma mai condanna o coazione legale per la scelta. E’ accaduto che qualcuno si rifiutasse di sottoporsi a interventi di varia natura anche a costo di morirne, senza che ciò comportasse sanzioni legali o costrizioni di sorta. Accade, invece, che una donna che per motivazioni personali (etiche, religiose, dettate da fobie, o quant’altro) rifiuti un intervento cesareo meriti di interfacciarsi con la polizia di stato nel mezzo delle doglie.

Questa storia è particolarmente significativa perché emblematica rispetto all’esercizio capillare del biopotere e rispetto all’immaginario sociale relativo alla figura della madre.

Le motivazioni della donna sono sottovalutate, se non addirittura ridicolizzate (questo appare il tono dei medici auto-autorizzatisi a riferirle), ritenute espressioni di ignoranza, di scarsa capacità di valutazione, ecc., insomma si sottintende che la donna in questione non capisca quello che gli altri invece capiscono perfettamente; lei è incapace, di fatto, per gli altri, di intendere e dunque di volere: lei non ha nessuna capacità di decisione, non è considerata un soggetto con una propria etica e dei propri percorsi che conducono a precise decisioni lucidamente. No: la donna non capisce, le sue decisioni relative al proprio corpo sono irrilevanti, dunque merita di essere annullata come persona e di esistere solo come corpo che ne contiene un altro. Già, ne contiene un altro. E’ questo il punto. Il feto non può decidere, è vittima della scelta della madre, questa è l’argomentazione più comune. A proposito di ciò bisogna fare due considerazioni:

1) Non ho notizie di prelievi forzati di fegato, reni o che, a persone compatibili con moribondi in attesa di trapianto, poi magari appunto morti a causa del rifiuto di sottoporsi all’intervento da parte dei compatibili: perché, dunque, la coazione vale solo per la donna incinta? Anche in questo caso la persona decide non facendo nulla per evitare una paventata morte. Perché, dunque, in quel caso la scelta morale è rispettata, e nel caso della donna incinta no?

2) Il parto cesareo comporta tutti i rischi connessi a un intervento invasivo: rischi anestetici, infettivi, emorragici, di lesioni degli ureteri e della vescica, complicazioni cardio-polmonari e tromboemboliche. Esiste un margine di rischio piuttosto ampio, sufficiente, a mio avviso anche da solo, a motivare la scelta di non sottoporvisi. L’OMS ha qualcosa da dirci al riguardo: in relazione a una recente ricerca, apprendiamo dal Corriere che “I ricercatori hanno osservato, tra l’altro, che quando la scelta del taglio cesareo è legata a motivi medici i pericoli aumentano di ben 10 volte”.

E’ chiaro che nel caso considerato il rischio affermato dai medici con un parto naturale sia stato presentato come superiore rispetto a quello comportato da un cesareo. Tuttavia sono molti i casi in cui le pretese o reali evidenze scientifiche risultano poi scontrarsi con clamorose smentite (per una piccola ma significativa casistica, cfr. C. Botti  Madri Cattive, 2007, Il Saggiatore). Inoltre, come si vede, se le alternative sono due (naturale/cesareo), ed entrambe rischiose, e nondimeno vi è rispetto ad esse una precisa posizione della madre, incontrovertibilmente protagonista del parto, non si capisce cosa giustifichi eticamente ma anche, diremmo, legalmente, il ricorso alla polizia da parte del personale dell’ospedale. Dietro tutto ciò c’è, sembra, una decisa negazione della soggettività della madre. Paragonando i casi di cesarei coatti al rifiuto di donare organi destinati al trapianto, Caterina Botti può così affermare che “quello che fa la differenza (…) è piuttosto che le donne, noi donne, arriviamo al parto già arrese all’idea di non decidere, di essere manipolate e asservite”.

La cosa che inoltre preoccupa è che non si tratta affatto di un caso isolato. Negli Stati Uniti si sono accumulate parecchie vicende analoghe, in cui donne che rifiutavano il parto cesareo vi sono state comunque costrette per decisioni (prese al telefono, in 48 ore o meno, dunque senza tutte le garanzie previste dalla legge – che sono diritti – accordate a chiunque: anche assassini e delinquenti) last minute di magistrati interpellati dai medici. Di fronte a una donna incinta, cioè, perdono ogni valore diritti e doveri della persona e delle istituzioni, le normali garanzie democratiche, il riconoscimento della propria soggettività. E ciò sembra prassi comune, nonostante la relativa rarità di situazioni come questa. E non estendiamo il discorso ai casi di parto post-mortem per motivi di spazio.

Naturalmente con queste parole non si intende affermare che sia di per sé giusto e auspicabile rifiutare pratiche mediche solo perché se la madre lo vuole va bene. Si vuole semplicemente:

1)  argomentare contro quell’aura di approvazione che in questo momento circonda quei medici e quei poliziotti, rappresentati come i buoni che hanno domato la madre “cattiva”, in quanto questa comune valutazione trascura l’aspetto coattivo e discriminatorio del loro comportamento (rispetto ad altre prestazioni, come donazioni per trapianti rifiutate)

2) evidenziare che questo caso comunemente giudicabile come in fin dei conti plausibile rappresenti al contempo un sintomo di “iperstatalizzazione” orientata all’esercizio del biopotere; e il corpo delle donne ne è di nuovo il bersaglio privilegiato

3) sottolineare il generale misconoscimento della soggettività femminile e delle sue capacità etiche, oltre che della sua dignità, particolarmente evidente quando la donna è incinta. Il puerperio è comunemente rappresentato come utero, natura, fianchi, doglie, feto; mai come intelligenza e moralità – intesa generalmente come capacità di decidere sulla base di motivazioni ponderate tra sé e sé alla luce della propria storia individuale, delle proprie aspettative, dei propri valori, ecc.

Nessuno nega la problematicità del caso. Tuttavia, preoccupa la leggerezza con cui viene valutata la coazione in un caso come questo.

 

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L’iniziativa del 26 novembre

violdonneDa Strill.it

di Denise Celentano – Un incontro denso e partecipato quello che si è tenuto al Palazzo della Provincia sul tema “La violenza alle donne nella comunicazione. Dentro e fuori gli stereotipi di genere” in occasione della giornata mondiale contro la violenza alle donne, organizzato dall’Unione Donne in Italia di Reggio Calabria. In una sala gremita, alla presenza di donne della cultura, Amnesty, cittadini e cittadine, Marsia Modola – responsabile del gruppo UDI di Reggio e moderatrice dell’incontro – ha sottolineato che per comprendere il problema della violenza alle donne, diversamente dalla tendenza comune, è importante ricondurre la violenza fisica a un clima culturale che oscura o deforma capillarmente il femminile persino nelle strutture linguistiche, e che trova il suo alleato più efficace nella comunicazione mediatica. “Ogni tre giorni muore una donna per mano maschile. Ma l’atto cruento è quello finale”, spiega Modola, così introducendo gli interventi delle relatrici, “vi sono diversi passaggi intermedi di violenza: il marketing, l’ambiente urbano, il linguaggio stesso”. La violenza che fa notizia è quella dello stupro, dello stalking, del femminicidio; ma raramente la si ricollega a un contesto comunicativo generalmente escludente rispetto alle donne e lesivo della loro dignità. La Campagna “Immagini amiche” condotta dall’UDI nazionale, per la quale l’UDI di Reggio ha realizzato un contro-spot proiettato in sala, ha preso avvio l’8 marzo scorso proprio per sensibilizzare sui pericoli insiti nella costante proposizione del modello mediatico dominante di donna, ovunque rappresentata nel binomio “casalinga / seduttrice” – stereotipi che schiacciano, escludendole, le donne vere, e che hanno un grande potere di modellamento dell’immaginario collettivo nonché di perpetuazione a oltranza dello stesso schema di potere che si credeva sepolto con le lotte femministe.

La città stessa è sede di violenza, ha osservato la giornalista Katia Colica, poiché “ha acquisito la stessa dignità di una velina qualunque. Si è trasformata in una città vetrina che esibisce la merce donna”. Cartelloni pubblicitari con immagini di donne inutilmente erotizzate, manichini come “prodotti della sottoarte”, manifesti accomunati dallo stesso sostrato culturale: la reificazione delle donne; affollano, sino a deformarlo dall’alto, lo scenario urbano. E se da un lato Colica ha evidenziato il meccanismo mediatico dell’amplificazione dell’insicurezza nel contesto urbano come strumento di controllo sociale, che prende forma nell’opposizione paradossale tra la periferia come “bosco pericoloso” e il centro come “esposizione, vetrina” di cui è necessario riappropriarsi “perché forse il lupo sta da un’altra parte”, dall’altro Marsia Modola ha ricordato che proprio le città dovrebbero farsi promotrici di un’inversione di tendenza, “negando gli spazi pubblicitari a messaggi lesivi della dignità delle donne, come hanno già fatto 65 comuni in tutta Italia”, tra i quali purtroppo non è compreso quello di Reggio.

D’altronde, in Calabria la tendenza nazionale sembra pericolosamente accentuarsi, come dimostra – prosegue Modola – non solo la recente chiusura di un importante centro antiviolenza, il “Roberta Lanzino” di Cosenza per mancanza di fondi, ma anche le stupefacenti percentuali della presenza, o meglio assenza, femminile in politica. Omar Minniti lo ha ricordato con dei numeri: “il consiglio provinciale è partecipato da solo una donna, il consiglio regionale è completamente al maschile e il consiglio comunale conta appena due donne su 40 uomini”; in tale contesto persino la proposta della doppia preferenza non ha ingranato: alla fine, le candidature sostenute sono state sempre prevalentemente maschili.

Bisogna riflettere dunque sul nesso insospettabile che lega i diversi problemi “di genere”. Un nesso che è anzitutto culturale e che si irradia in tutti gli ambiti della vita, dalla politica al lavoro alla comunicazione, amplificato e ribadito senza sosta dai mezzi di comunicazione. Al proposito Giovanna Vingelli, sociologa, ricercatrice e docente afferente fra l’altro al dip. Women’s Studies dell’Università della Calabria, ha osservato l’esistenza di un “monopolio dell’immaginario sociale” detenuto dei media, “veicoli di violenza simbolica” che rappresenta le donne in base a una “standardizzazione dei ruoli convenzionali”, ad un “addomesticamento” rinvenibile nel loro confinamento al corpo e nell’essere rappresentate sempre come “osservate dall’uomo” desiderante. Muovendo dalla propria esperienza di docente di corsi sulle pari opportunità, Vingelli ha raccontato dell’impatto di immagini e messaggi fortemente sessisti presso gli allievi e le allieve, che osservandoli non percepivano la mercificazione del corpo femminile: non è un caso che la parola “assuefazione” abbia accompagnato il dibattito come un triste refrain. Mancano gli strumenti critici ed esiste un bombardamento culturale che narcotizza: c’è una stereotipizzazione sistematica, una saturazione dovuta alla ripetitività, che come tentacoli ci avvolgono inoculando la convinzione dell’immutabilità di modelli ormai consumati. “I ruoli, costruzioni sociali sempre in evoluzione, vengono così fissati” e riproposti a oltranza bloccando il cambiamento e sostenendo la staticità della realtà.

Staticità perpetuata dalle stesse strutture linguistiche, come ha rilevato Franca Fortunato, assente all’incontro, nella relazione che ha trasmesso sull’importanza politica del linguaggio sessuato. Un silenzio attento e partecipato ha accompagnato la lettura di parole incisive, ricche di esempi pratici, su un linguaggio che reca i segni di millenni di assenza delle donne da ogni spazio di vita (che non fosse quello domestico), nelle concordanze maschili prevalenti anche con sostantivi femminili, nella maschilizzazione dei nomi delle professioni, nella pretesa universalità rappresentativa del termine “uomo”, e così via. “Noi siamo la lingua che parliamo”, perciò il linguaggio, che dovrebbe seguire l’evoluzione culturale, deve essere sessuato e “le donne devono autorizzarsi a usarlo senza temere conflitti”; precisando che “non si tratta di un puro artificio formale” bensì di una mossa politica intesa a “inscrivere nel linguaggio metà della popolazione mondiale” .

Conservazione dello status quo, staticità, immobilismo, perpetrati attraverso la riproposizione assillante degli stessi modelli umilianti, sono aspetti emersi anche dall’intervento di Monica Francioso, ricercatrice presso l’Università di Oxford, che ha confrontato le strategie pubblicitarie anglosassoni con quelle italiane. “Non voglio rafforzare la credenza che all’estero sia tutto meglio”, esordisce Francioso, “poiché il patriarcato è un fenomeno transnazionale, rispetto al quale in Europa non esistono isole felici”: dal collage di spot anglosassoni proiettati in sala, è emerso, infatti, che gli stereotipi della donna “addomesticata” non sono affatto una prerogativa italiana.
Tuttavia, il fenomeno oltremanica è meno massiccio; lo dimostra il fatto che le compagnie pubblicitarie differenziano le strategie comunicative a seconda del paese: se uno yogurt può essere pubblicizzato in Gran Bretagna in modo divertente, festoso, universale, in Italia lo stesso prodotto per essere venduto deve fare leva sul corpo femminile rappresentato nel trito modello sensuale, tra labbra desideranti, profili nudi, allusioni sessuali. Dunque, la differenza consiste nella “inutile e ridondante sovraesposizione” che si avvale di ruoli femminili stereotipati per pubblicizzare prodotti privi di nesso con esso, dalle vernici allo yogurt passando per bevande di vario genere.

A spostare il tiro è Angela Pellicanò, pittrice reggina, che riflette sull’estraneità e lontananza del linguaggio artistico da quello mediatico: “le artiste hanno un linguaggio universale”. Pellicanò ha parlato di smembramento del femminile, di mescolanze ardite tra maschile e femminile, di provocazioni alla Sarah Lucas che sovvertono i tradizionali ruoli di genere nella direzione imprevedibile dell’arte, gettando così luce sulla rigidità di certi schemi mediatici e culturali. La stessa rigidità rappresentativa è stata rilevata dai/dalle partecipanti al dibattito: il flusso denso di osservazioni che hanno inchiodato alla sedia i/le presenti ne ha, com’era prevedibile, suscitato la reazione attiva (anche di molti uomini); unanime è stato il desiderio di tornare a parlarne.

Denise Celentano

***

Le relatrici

Riportiamo le relazioni finora avute dalle autrici con una nota del loro profilo professionale.

Franca Fortunato

Cara Marsia ti mando la mia relazione che sono riuscita a scrivere con una sola mano. Fammi sapere come andrà l’incontro. Spero di aver reso chiaro il mio pensiero.

Non poteva essere più cristallino, cara Franca, come acqua di sorgente.

Franca Fortunato non ha potuto essere presente di persona all’incontro, ma ci sono state le sue parole a risuonare con forza e grande evocazione. Il piccolo fastidioso incidente subìto non le ha impedito di scrivere e inviarci ugualmente la sua relazione che così è stata letta.

Franca insegna filosofia, pedagogia e psicologia al liceo socio-psicopedagogico e linguistico di Catanzaro Lido. La sua formazione proviene dalla cultura filosofica e pedagogica della differenza che con grande passione trasmette alle sue allieve. Si occupa di lavoro politico e intrattiene relazioni con associazioni di donne in rete. Ha tenuto corsi per docenti e incontri su donne della storia (per es. le trovatore e le pittrici). E’ studiosa di testi femminili, è scrittrice di libri, recensioni, articoli, saggi. Scrive come giornalista per il  Quotidiano della Calabria.

 

RELAZIONE INVIATA  A REGGIO CALABRIA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.

26 NOVEMBRE 2010

IL SESSISMO NELLA LINGUA

RINGRAZIAMENTI: Ringrazio le donne dell’Udi che mi hanno invitata a questo incontro e in particolare Marsia che mi ha contattata. Ci tenevo molto ad essere oggi con voi ma, purtroppo, non mi è stato possibile perché immobilizzata per via di un infortunio al polso e conseguente operazione chirurgica. Ho voluto, comunque, scrivere e farvi avere il mio intervento in segno di gratitudine per aver pensato a me per questa giornata mondiale contro la violenza sulle donne.                                        

PREMESSA                                                                                                                                             

La lingua corrente, l’italiano, quella che usiamo per comunicare, è non solo riflesso di una cultura, ma anche strumento di riproduzione di quella cultura stessa. La lingua italiana,nata storicamente, all’interno del patriarcato, cioè all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Come questo avvenga lo dimostrerò con alcuni esempi.

Alla fine degli anni ’80  e negli anni ‘90 del secolo scorso, molte insegnanti , ed io sono una di queste, si sono autorizzate a fare registrare nella lingua il passaggio d’epoca che stiamo  vivendo, passaggio storico dal patriarcato alla libertà femminile. Tale azione, che è  politica, ha dato origine alla “Pedagogia della differenza”,nata per iniziativa di un gruppo di insegnanti che fanno riferimento alla Libreria delle donne di Milano e al pensiero della differenza. Abbiamo introdotto nel nostro insegnamento la differenza sessuale, rompendo l’universalismo culturale e linguistico. Ci siamo autorizzate ad introdurre nello studio figure di grandi donne, per offrire modelli di riferimento anche alle giovani e usare un linguaggio sessuato.  L ‘umanità è composta di due sessi, donne e uomini e, per non perdere di vista i dati di realtà, bisogna tenerne conto sia nella trasmissione del sapere sia comunemente nei commerci sociali. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, emancipate, omologate, libere. A tale proposito vi voglio raccontare un aneddoto. 

Sono una giornalista, per passione, collaboro con Il Quotidiano della Calabria. Nei miei articoli, come nella mia quotidianità, uso sempre un linguaggio sessuato. Un giorno ho scritto un articolo dove avevo usato i termini avvocata e assessora. La collega, a cui ho mandato l’articolo, nel rileggerlo, ha corretto  in avvocato e assessore, facendo diventare così le due donne due uomini. Quando gliel’ho fatto notare, ha riconosciuto l’errore ed ha preso coscienza di averlo fatto automaticamente. Alla fine del nostro dialogo, lei si è impegnata con me ad usare sempre il linguaggio sessuato, e a non correggere più i miei articoli. Questo per dire che cambiare il linguaggio, e inscrivere in esso la  soggettività femminile richiede consapevolezza della propria differenza e accettazione di farsi autorizzare da una donna. Le donne si devono autorizzare l’un l’altra. Ultimamente, una delle pioniere della Pedagogia della differenza, Marirì Martinengo, che per me è sempre stata un punto di riferimento, in una lettera al linguista Gian Luigi Beccaria, lettera che potete trovare sul sito della Libreria delle donne (www.libreriadelledonne.it), pur riconoscendo nel suo libro “Tra le pieghe delle parole. Lingua storia cultura” (Ed.Einaudi,2007), l’originalità del suo metodo nell’attraversare  la storia italiana  < imparando a scorgere nelle parole il passaggio, nelle terre di eloquio latino, di Etruschi, Greci, Visigoti, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli eccetera, che lasciavano traccia della loro permanenza, del loro dominio, più o meno lunghi, nella lingua che parliamo ogni giorno, nei nomi dei luoghi e di uomini e donne, nei modi di dire, dei vocaboli di cui gli siamo debitori>, gli fa notare come < … nel continuo della storia > lei  si aspettasse < anche riflesso nella lingua, insieme agli altri, il segno del passaggio, lungo e duro, del patriarcato, cioè la storicizzazione di questo dominio che (…) si è imposto nell’area mediterranea europea, alcuni millenni or sono, incidendo profondamente nella lingua >.

Qui Marirì si riferisce al sessismo nella lingua italiana dove è sparito il femminile nei plurali misti e nelle concordanze, dove il  termine uomo è usato a indicare sia l’individuo maschile che il genere umano e i nomi delle professioni derivano dal maschile, per cui il maschile è (poeta), il femminile deriva (poetessa).

< La lingua – aggiunge Marirì – rispecchia la misoginia diffusa del patriarcato, per esempio nella connotazione negativa che ha assunto il femminile di alcuni animali, come vacca, troia, cagna; i vocaboli come suocera, strega, pescivendola sono diventati insulti; la donna vecchia è brutta, sgradevole, importuna, l’uomo vecchio è saggio e maestro di vita, la donna nubile, la zitella, è sempre acida, lo scapolo invece affascinante >.        

IL SESSISMO NELLA LINGUA

Insomma, la lingua non è neutra, né asessuata. In essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne all’uomo. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica, che richiede consapevolezza di sé e autorizzazione tra donne. Non dobbiamo avere paura di aprire conflitti – come ha fatto Marirì con la sua lettera – con quei linguisti che continuano a non vedere la soggettività femminile forse per incapacità, per timore del giudizio dei colleghi o per mantenere il privilegio che rende il loro sesso dominante. E con quelle linguiste che, forse per pigrizia o per difetto di autorità, danno per scontato – come la mia collega giornalista – che il linguaggio è neutro e asessuato.

Il linguaggio non è né neutro né asessuato ma -ripeto – riflette una cultura maschile, patriarcale e misogina, che è stata dominante per secoli e che la libertà femminile ha rotto per sempre. Una donna, Alma Sabatini, negli anni ottanta in un libro sul “Sessismo della lingua italiana”, scritto per incarico della Presidenza del Consiglio, e che venne mandato in tutte le scuole, svelò la violenza sulle donne contenuta nella lingua, dove esiste un arbitrio linguistico che riguarda il genere e le regole della concordanza. Arbitrio che deriva dal fatto che la lingua italiana è basata su un principio “androcentrico” cioè l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo linguistico.

Vediamo come questo avviene.

1.  IL NOME UOMO E’ FALSAMENTE NEUTRO

Nella nostra lingua la parola “uomo”, maschio della specie, coincide con l’”essere umano”; ossia l’uomo è visto come il rappresentante di tutto l’umano, a differenza della donna, la quale ,invece, non può rappresentare altri che se stessa. Il maschile non è neutro, il maschile è maschile, cioè “uomo” è nome comune di persona di genere maschile.

1) Esempio: possiamo ben dire che nel corso dell’evoluzione “l’uomo” ha assunto una stazione eretta, ma difficilmente continueremo osservando che questo fatto gli ha causato maggiori difficoltà nel partorire. Si tratta, quindi, di un falso neutro, che in realtà non fa che segnalare il genere a cui si riferisce che è quello maschile.

I termini usati per indicare le prime specie umane: l’uomo di Pechino, l’uomo di Neanderthal in realtà, il più delle volte, i pezzi di ossa  ritrovati non permettono l’identificazione del sesso, anzi nel caso del primo uomo di Neanderthal pare si trattasse di un essere di sesso femminile. Ma, chi può negare che l’immagine che abbiamo di queste epoche sia maschile? I disegni che accompagnano articoli e dossier sull’argomento, oltre che nei testi scolastici, rappresentano figure in linea evoluzionistica, con fattezze sempre più umane, i cui ultimi esemplari sono sempre inequivocabilmente maschili. L’immagine delle donne primitive figura soltanto quando si tratta della famiglia (generalmente in compresenza di bambini), in tal caso non si parla di evoluzione della specie umana, bensì di organizzazione sociale.

2. IL MASCHILE SI IDENTIFICA CON L’UNIVERSALE 

Quando si parla della democrazia ateniese, sottolineando che gli “Ateniesi” avevano il diritto di voto, viene di fatto nascosta la realtà che questo era negato al 50% della popolazione, le donne. In greco democrazia vuol dire “GOVERNO DEL POPOLO” dove popolo sta per uomini. La stessa democrazia moderna è nata sulla DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO E DEL CITTADINO , dove uomo e cittadino indicano il maschio. Si ricorda, infatti, che i “diritti dell’uomo” furono formulati durante la rivoluzione francese ed è tanto vero che non comprendevano quelli delle donne, che Olimpe de Gouges presentò in una petizione per i diritti delle donne, che fu respinta e lei condannata alla ghigliottina.

Per sessuare il linguaggio basterebbe usare il doppio nome uomo–donna che già esiste.

Ma, non c’è solo che  l’umano viene fatto coincidere con il maschile, ma tutto l’impianto del linguaggio, della comunicazione, è impostato sul dominio del  maschile sul femminile. Secondo le regole della concordanza, là dove si hanno persone dei due sessi o nomi dei due generi, il maschile deve, per norma, prevalere. Il femminile viene così occultato, assorbito e inglobato nel maschile.                                                                                                   

2) Esempi : quando il maschile occulta il femminile

–        Realizzare nella scuola di base una migliore istruzione dell’uomo

–        Il fine della scuola è l’educazione dell’uomo e del cittadino

–        Gli italiani, i professori, gli alunni possono essere tutti uomini oppure sia uomini che donne.

Basterebbe anche qui il doppio nome uomo–donna e il doppio plurale che già esistono.

3) Esempi di quando il maschile prevale sul femminile

–    … a presentare il volume “Dante Gabriele Rossetti” hanno provveduto gli storici Rosanna Bassaglia, Marina Volpi, Vittorio Sgarbi

–    … i camorristi (due uomini) e le loro amiche (tre donne ) sono stati fermati quasi contemporaneamente

–    … tre padovani, due fanciulle e un maschietto                                                         

Così, secondo tali regole della concordanza, va bene chiamare “ragazzi” un gruppo misto anche se è presente solo uno o due  maschi (come è nelle mie classi), sarebbe invece un errore e una offesa a lui /loro dire “ragazze” (che pure sono il 90% delle presenti), un errore che susciterebbe l’istintiva ed immediata protesta dell’interessato e degli interessati, che giustamente si sentirebbe e sentirebbero ignorato/i, cancellato/i.

Basterebbe usare la doppia concordanza.

Quando la donna svolge un’attività ritenuta socialmente squalificata o scarsamente interessante, allora la forma femminile viene fatta senza pensarci su e appare del tutto naturale, sia all’interessata che agli altri. Il femminile di sguattero è sguattera, così come di operaio è operaia. Ma, quando si entra nel campo delle attività professionali ritenute prestigiose, la donna sparisce e viene omologata all’uomo. La donna, infatti, può ben essere una oculata amministratrice del reddito familiare, ma quando amministra un’azienda diventa l’amministratore delegato. Se si presenta al principale per fargli firmare una lettera è la segretaria, quando è capo della segreteria di un partito ne è il segretario. Se dirige un asilo o una scuola è la direttrice (oggi nella scuola azienda è diventata il dirigente scolastico, facendo prevalere il maschile) se dirige un giornale allora è il direttore. Se, infine, è a capo di un ministero non c’è scampo: è il ministro (in latino minister significava servo e a quell’epoca il femminile ministra non costituiva un problema per nessuno e venne regolarmente usato per secoli; quando poi ministro diventò sinonimo di persona di potere, allora il femminile scomparve e ora c’è chi dice che non si può fare, che è brutto, che suona male).

La presenza della donna in luoghi dove prima non c’era viene assunta dal linguaggio quale aggiunta all’uomo.

Quando una donna siede nei banchi del Parlamento nasce un carosello di appellativi: deputato, donna deputato, deputato donna

Così l’avvocato se è donna diventa: avvocato, donna avvocato, avvocato donna, avvocatessa, dopo che per tanti secoli nel “Salva Regina” ci si è rivolti/e alla Madonna chiamandola correttamente “avvocata” nostra.

Se leggiamo con attenzione i giornali, ci accorgiamo di quanta confusione, segno di confusione simbolica, e quanti errori ci siano nella lingua corrente. Solo alcuni esempi:

      “… Il Primo ministro indiano, Indira Gandhi, è stato assassinato.. i primi soccorsi al Primo Ministro che è stato trasferito … sottoposto ad un delicato intervento … E’ spirata dopo due ore “

       “… Laura Remiddi ..avvocato ed esperta di diritto di famiglia”

  “La dottoressa Iannello, il magistrato che si occupa del caso”.                                                      

Cambiare la lingua, rompere il sessismo linguistico, non richiede grandi cose, basta usare il doppio plurale (alunne/i), la doppia concordanza (tutte/i), i nomi nel doppio genere (ministro/ ministra), l’articolo maschile e femminile (il vigile, la vigile).

CONCLUSIONI

Concludendo  ribadisco che la lingua è lo specchio di una cultura. Quella che abbiamo ereditato è lo specchio di una cultura patriarcale che registra il dominio dell’uomo sulla donna. Tocca a noi cambiarla, sapendo che non si tratta di un puro artificio formale. La parola non è separata dalla donna che la dice, per cui ogni donna parla la lingua che è, essa è lo specchio di come ogni donna vede se stessa, le altre donne, gli uomini e di come si rapporta al potere. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza sessuale femminile. Cambiare la lingua richiede consapevolezza e assunzione di autorità, è quanto gli uomini hanno sempre saputo fare e fanno attraverso le loro mediazioni  come le accademie. Lasciatevi autorizzare da altre donne, sapendo che la lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve – molte lo abbiamo fatto da tempo – perché ne va della nostra libertà e autorità.

Franca Fortunato

***

Monica Francioso

Monica si laurea in lingue (inglese e russo) all’Università di Padova, Master in Inglese all’Università di Londra, PhD (dottorato) in Italian studies. Ha insegnato lingua, letteratura, storia e politica all’Università di Londra, Bath, Durham, Dublino. Si interessa della scrittura teorica degli scrittori del dopoguerra (Calvino, Pasolini, Celati, ecc.) e indaga i legami tra letteratura e politica, letteratura della migrazione. Ha scritto su Enrico Palandri. E’ attualmente research assistant all’università di Oxford all’interno di un progetto (“Destination Italy”) legato alla migrazione nel cinema e nella letteratura.

COMUNICAZIONE DI GENERE. CONFRONTO COL MONDO ANGLOSASSONE.

Non ho nessuna vergogna nell’ammettere che ho passato buona parte della mia giovinezza e dei miei vent’anni senza una vera consapevolezza di genere. Ero una di quelle ragazze che non trovava nulla da ridire nel vedere altre ragazze svestite e sculettanti in programmi e in circostanze di ogni tipo. Non ho vergogna a dire che sono cresciuta guardando Drive In e Non è la Rai. Non che io abbia mai desiderato diventare una di loro, però non ho neanche mai avuto particolare fastidio ad essere spettatrice di tali spettacoli.

La consapevolezza (con tutto ciò che essa comporta) è nata lontana dall’Italia. Nove anni in Gran Bretagna e 3 in Irlanda hanno contribuito sì alla mia crescita personale, ma anche ad un risveglio della mia coscienza politica e di genere. Spesso allontanarsi, uscire da certi contesti, te li fa guardare con altri occhi, te li fa capire meglio. La distanza ti da la possibilità di vedere tutto con più chiarezza e lucidità. Parlo di distanza geografica, certo, ma anche e forse soprattutto di distanza culturale. Il mio atteggiamento è cambiato, la mia visione critica della realtà italiana e della realtà della donna in Italia ha acquistato forza critica come conseguenza di questa distanza culturale e in modo particolare della diminuzione all’esposizione al corpo delle donne. Quando si è assuefatti a qualcosa, si sa, la mancanza di questa provoca scompensi e cambiamenti. Il non vedere il corpo delle donne in mostra quotidianamente me lo rendeva più presente quando poi tornavo in Italia. E così piano piano i miei rientri in Italia diventavano sempre più nervosi e il mio rapporto con la TV italiana sempre più difficile. Piano piano mi sono scoperta infastidita dalle scodinzoline, letterine, veline ecc. che abbondano in Italia e il fastidio si è trasformato in rabbia e frustrazione.

Prima di parlare delle differenze che ho notato nel modo in cui la donna viene rappresentata in Italia e nel mondo anglosassone nelle varie forme di comunicazione, vorrei però parlare delle somiglianze. Non vorrei, infatti, rafforzare quella credenza secondo cui all’estero va sempre tutto meglio. Non vorrei che dimenticaste per esempio, che in Irlanda, il divorzio è stato legalizzato solo nel 1995 e che l’aborto è ancora illegale e le irlandesi devono recarsi nella vicina e non tanto amata Inghilterra per poter esercitare il loro diritto di scelta.

La rappresentazione della donna nel mondo anglosassone è si più positiva rispetto a quella nel nostro paese, ma non senza le sue pecche! D’altronde non sono io a dire che il patriarcato non è predominio italico, ma è transnazionale, radicato profondamente nella società umana, tutt’al più cambia forma e gravità a secondo delle longitudini, così come cambiano gli atteggiamenti contro di esso. Non ci si può perciò aspettare che il sessismo sia sparito in GB, o che i paesi nordici siano una specie di isola felice. Lo ha anche dimostrato Iacona nel suo programma sulle donne: nei paesi nordici hanno fatto passi da gigante ma ancora ci sono cose che potrebbero essere sistemate. E così lo stesso mondo anglosassone non è esente da esempi di sessismo mediatico.

Prendiamo per esempio il mondo pubblicitario.

VIDEO 1 [qui]

Da questo video si vede in maniera piuttosto evidente che anche nel mondo anglosassone la comunicazione pubblicitaria tende a rafforzare gli stereotipi di genere e in realtà a questo siamo esposti quotidianamente: in fondo, per molti dei prodotti a distribuzione internazionale promossi nel nostro paese, lo spot è creato da compagnie pubblicitarie anglosassoni e poi in Italia semplicemente doppiato. Ed ecco che lo spot sessista che vediamo nelle nostre TV nasce, in molti casi sessista, all’estero. Quello a cui assistiamo non è altro che frutto dell’omologazione del messaggio pubblicitario figlio del mancato sdoganamento (a livello internazione) della visione “domestica” e “addomesticata” della donna. Alcuni ci provano ma pochi ci riescono a dipingere una donna fuori dagli stereotipi.

Quando ho saputo di dover partecipare a questo incontro ho mandato un’email a molti dei miei colleghi britannici, irlandesi e americani che conoscono bene anche il mondo italiano per cercare una smentita alle mie sensazioni e reazioni di spettatrice. Ho detto loro che stavo cercando delle pubblicità nel loro paese che non riproducessero o rafforzassero stereotipi di genere e che non ne avevo trovate; chiedevo loro di suggerirmene qualcuno. La loro smentita non è arrivata e la risposta più frequente è stata:

“Mi dispiace, ma neanche a me vengono esempi: il mondo pubblicitario sembra essere quello più conservatore di tutti i mass media, specialmente quanto si parla di prodotti domestici e di bellezza”.

Il corpo della donna usato come strumento di vendita, il corpo denudato, reso oggetto o umiliato dallo sguardo erotizzante del soggetto uomo, si vede anche nei paesi anglosassoni ma in misura molto minore di quello che avviene in Italia. È qui che scatta la differenza. I corpi nudi e erotizzati spesso mi è sembrato che rappresentassero una donna desiderante oltre che desiderata, soggetto del desiderio, oltre che oggetto. Molte delle pubblicità che ho trovato fastidiose e discutibili mentre ero via erano per lo più messaggi in cui le donne, e l’uomo, erano presentati nei ruoli a cui i secoli li hanno consacrati piuttosto che a corpi ‘abusati’. La questione italiana esiste eccome! e lo dimostra il fatto che alcune compagnie pubblicitarie differenzino il loro approccio al prodotto e ai consumatori a seconda dei paesi. Un esempio interessante (fatto anche da Iacona durante la puntata di Presadiretta dal titolo “senza donne”) è quello della Müller che nei paesi anglosassoni ha puntato tutto su una campagna che coinvolge ogni elemento della società mentre in Italia ha puntato su un messaggio molto più erotizzato:

VIDEO MÜLLER ITALIA 

VIDEO MÜLLER ANGLOSASSONE

In Italia, oltre allo sdoganamento della visone “domestica” ci vorrebbe quella della visione “eroticizzata” della donna. Infatti, le risposte alla seconda domanda rivolta ai miei colleghi (e cioè quali fossero le differenze, nella comunicazione di genere, che più saltano all’occhio tra l’Italia e il mondo anglosassone) puntano proprio a questo mettendo in evidenza una sovraesposizione. Il corpo delle donne è, infatti, erotizzato anche nei e dai media anglossassoni ma è l’eccessiva erotizzazione e l’inutile esposizione e sovraesposizione del corpo della donna a fare la differenza. Le colleghe (e i colleghi) sottolineano il fatto che mentre la rappresentazione erotizzata della donna nei programmi anglosassoni è limitata a determinate trasmissioni (spesso reality show), in Italia è presente in tutti i livelli di comunicazione mediatica fino ormai ad arrivare alle nostre istituzioni. Non credo che sia una questione di bigottismo ma una questione di consapevolezza, di maggior rispetto e desiderio di andare al di là degli stereotipi proposti dalla pubblicità o da certi tabloid. Per gli anglosassoni è impensabile, e alquanto ridicolo, avere delle ragazze svestite in un programma televisivo che ballino e si dimenino senza un vero e proprio motivo (e non c’è mai un motivo).

Vi faccio un esempio. L’ultima volta che sono stata a Londra, il mese scorso, ho avuto la fortuna di vedere in anteprima il film di Sofia Coppola. Somewhere è la storia di un attore hollywoodiano in piena crisi che nelle tante cose che fa per la promozione dei suoi film si reca in Italia con la figlia. Qui riceve il telegatto….

 

VIDEO 2  [da 5,37’’ a 6,37’’ qui]

Quello che non si vede in questo video (parte di un’intervista alla regista) è lo sguardo esterrefatto dell’attore e della figlia, che ad un certo punto si guardano increduli ma anche divertiti per ciò che sta accadendo sul palco. Quello che non potete sentire sono le risate della gente seduta al cinema con me.  Anche se la regista dice di non aver avuto intenzioni satiriche nella ideazione di questa scena, l’effetto per un pubblico poco abituato a un tipo di televisione come la nostra non può che essere satirico.

Oltre la sovraesposizione, è anche la trivializzazione delle donne di cui noi siamo spesso e volentieri spettatrici a mancare nei programmi anglosassoni dove la donna mantiene dignità e rispetto pur nelle differenze di auto-rappresentazione: presentatrici, show-girls, giornaliste, comiche, attrici ecc. si presentano in tutta la loro ricchezza senza che vengano trivializzate in alcun modo. 

Un’altra cosa che salta all’occhio è un certo linguaggio usato in Italia per cui spesso si accompagna il nome di donna ad aggettivi come ‘bellissima’, ‘splendida’, ‘attraente’, ‘affascinante’ anche quando è irrilevante (e lo è spesso) ai fini della notizia, mentre quando si parla di uomini o non vengono qualificati o sono accompagnati da aggettivi che sottolineino la loro bravura o competenza. Nel mondo anglosassone non avviene quasi mai.

Per concludere mi rimane solo una cosa da dire: l’Italia non è l’unico paese che maltratta le sue donne. Ma tra tutti i paesi occidentali che lo fanno l’Italia è la peggiore … ovviamente tra i paesi che conosco.

Monica Francioso

 (segue)

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Il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne

Dal blog di Loredana Lipperini:

L’Istat ci dice che nel 2008-2009 il 76,2% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne. Una lettrice, via mail, mi chiede un commento.
Temo che non andrà nella direzione prevista, anche perchè sto riflettendo, amaramente, sulle madri: mi ha sempre preoccupata la santificazione della figura materna che avviene, anche e persino soprattutto, per mano e mente femminile. Mi ha turbato, ieri, leggere una nota dove una mamma blogger, parlando di Vieni via con me, scriveva che avrebbe preferito  che “a parlare sulla battuta dei gay fosse stata una donna: perchè noi siamo le madri, noi donne ci dovevamo sentire offese, noi che partoriamo ed educhiamo”.
Noi siamo anche altro. Ed educhiamo in due, madri e padri. Idealizzare la maternità, pensare che tracci un recinto dorato attorno al femminile, è spaventosamente pericoloso. Perchè in nome della presunta “naturalità” del materno – contro cui si scaglia, giustamente, la Badinter – diventa consequenziale pensare alla donna solo in quanto madre, alla faccia delle scelte personali. Secondo, perchè, come sottolineavo qualche post fa,  la forsennata ricerca della  perfezione  personale dei figli (e gli altri si arrangino) ha fatto e sta facendo, ora, in questo momento, disastri. Se la cornice che imprigiona questo paese è la paura, quanto conta in questo frame  l’ossessione delle madri per la sicurezza? Non si è manifestata in ogni modo, negli anni recentissimi e non ancora trascorsi, quando i bambini d’Italia sembravano e sembrano assediati da ogni pericolo, dai pedofili ai Gormiti?
Quindi, tornando ai dati Istat: c’è un’assenza di sostegno da parte dello Stato, e lo sappiamo fin troppo bene e sarebbe ora di muoversi in proposito, e c’è una questione, al solito, di modelli. Ma qualche strumento in più per decifrarli dovremmo averlo, ora. E anche qualche strumento in più per dire, semplicemente, che una famiglia non è composta soltanto da una donna.

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Fiaccolate separate in casa e mulino bianco

 

Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di una pausa di silenzio dopo l’ultimo shock dello strangolamento e dell’abuso post mortem di Sarah Scazzi che un altro femminicidio ci obbliga alla stessa fatica di Sisifo.  A spingere in salita questo pesantissimo masso, delle riflessioni, delle fiaccolate, delle parole, della rabbia al vento.

Passano venti quattro-quarant’otto ore, a volte solo un’ora, cinque minuti, e il masso ci rotola addosso, ci travolge, torna di nuovo in fondo dove sono gli altri massi degli stereotipi, dell’indifferenza, della sprovvedutezza, della disattenzione colpevole, della malafede culturale. Nei confronti delle donne.

E’ certo che se lo sdegno rimane isolato, se resta su facebook, tra le amiche, su un testo, produce poco. La prospettiva di lotta è durissima per cambiare una mentalità, quel fondo torbido e melmoso dove le donne che ci capitano affondano senza scampo e senza aiuto.

La mentalità della proprietà maschile del corpo della donna. Il possesso esclusivo  dei suoi affetti.

Occorre crearsi una motivazione profonda della necessità della lotta (termine che in fondo non ci piace), del lavoro intenso che ci aspetta per incidere nella società che ruba i nostri corpi e le nostre immagini e non ci rispetta. Ci è contro nella sostanza e nei fatti.

Non c’è lotta o lavoro che possa avere un risultato allargato se non vi è unione, associazione. La miriade di associazioni femminili resta frammentata, forse soffre anche di una sorta di campanilismo, nella prospettiva velleitaria di dire la parola nuova e diversa. Poco o nulla c’è da dire di nuovo, bisogna unirsi, entrare nella cosa pubblica e amministrare, incidere nella comunicazione, ampliare le consapevolezze. 

 

Petronilla Sanfilippo è l’ultima, ma non l’ultima. A chi toccherà nelle prossime ore? 

Una relazione burrascosa – l’uomo, tossicodipendente e senza lavoro, ha sfondato il cranio della donna nella sua stanza da letto. Un omicidio d’impeto, secondo il colonnello Roberto Fabiani, del Gruppo carabinieri Monza, titolare dell’indagine” (Corriere, 7/10/2010).

Le indagini si sono concentrate da subito su quel compagno difficile, la scena del delitto lasciava pochi dubbi: quasi una firma per un delitto passionale, non premeditato, frutto di un’esplosione di ira furiosa,  aggravata dall’improvvisa irreperibilità del disoccupato  (Repubblica-Milano, 7/10/2010).

Coltellate al fianco e il cranio fracassato dal ferro da stiro in camera da letto. Un simbolo beffardo il ferro da stiro, si direbbe pensato con estrema perfidia dalla casualità se non dallo stesso femminicida. E il luogo, la camera da letto dice più di una trattazione sistematica.

Un serial killer virtuale sceglie i luoghi, le donne, le situazioni. Non è il raptus, diamine! E’ una forma di educazione, un comportamento appreso, un modo di conoscere, un modo “tipico” di percepire l’altro sesso con egocentrismo.

Ancora il cronista e l’ufficiale usano il linguaggio di rito del mattinale di nera. Il delitto è omicidio, non viene avvertita l’esigenza almeno di adeguare il termine. Delitto passionale, non premeditatoira furiosa … Il delitto passionale fa pensare che, poverino, voleva troppo bene e non ricambiato, poi a un certo punto non ha capito più niente… ed è successo …! Tossicodipendente e disoccupato. Insomma attenuanti formali.

 

Lo zio di Sarah adesso è mostro. Il profilo dato da conoscenti e amici è quello che prevale: nessuno avrebbe mai sospettato (sugli insospettabili1/2 vedi post 11 agosto), normalissimo lavoratore, brava persona dalla mattina alla sera in campagna … 

Secondo l’ufficiale, «il profilo psicologico di chi compie un delitto d’impeto è compatibile con quello di un soggetto che poi simula il ritrovamento casuale del cellulare della vittima e che sa gestire lo stress».

Adesso viene descritto l’orco, il mostro, con grande dovizia di particolari, ma senza un minimo di chiave di lettura né criminologica ne sociologica. Se avvengono delle rapine con determinate modalità ricorrenti in tutto il territorio nazionale, anche il meno dotato degli appuntati capisce che è la stessa banda. Per una così violenta mattanza che ha per soggetto le donne da nord a sud, per restare in casa, non si riescono a indicare cause e affrontarle a livello istituzionale. E mica possiamo mettere un carabiniere in ogni famiglia, qualcuno direbbe …

Salvo se l’omicida, pardon, il femminicida non sia pakistano. Allora la ministra delle Pari Opportunità  con grande clamore dice di costituirsi parte civile e che non verranno tollerati usi e costumi contrari alle leggi italiane e quindi chi non si integra va buttato fuori dall’Italia.

 “Chi compie violenze e abusi contro le donne, chi addirittura pensa di disporre della loro vita, non può e non deve trovare accoglienza nel nostro Paese”  ritorcendo il problema sull’etnia. Sul suo sito grondano le approvazioni, non saremo tanto ingenue da cercarvi voci critiche.

 Ma il grosso dei violenti sta in Italia, come la mettiamo …  Anche i liceali che svolgono il temino di attualità sulla violenza alle donne sanno che le violenze per il 70-70-70-70-70-70-70% (non è errore di tasto) si svolgono in famiglia. Sono i buoni padri, fidanzati, mariti, conviventi, nonni, fratelli, figli, gli zii grandi faticatori. Lo zio di Sarah non è un lampo a ciel sereno, proviene da un cielo perennemente gonfio di tempesta.

Se non vi va di chiamarli femminicidi, fatevi almeno la domanda elementare: ma che cos’è questa catena quasi giornaliera di morte ammazzate? Uno straccio di chiave topografica-criminologica-sociologica dovrà pure esistere da qualche parte …

 

Così oggi 8 ottobre, fiaccolata indetta dalle Istituzioni a Novi di Modena promossa dall’Unione dei Comuni delle Terre d’Argine per l‘uccisione di Bègm Shnez a colpi di pietra.

Domani 9 ottobre fiaccolata di Donne a Novi, indetta fin dalle prime ore dopo l’uccisione di Bègm da un’altra Unione: delle Donne in Italia. Due fiaccolate separate in casa. UDI Novi, Carpi, Modena, UDI Nazionale, scrivono alla Sindaca con rammarico … ci saremmo aspettate dalle istituzioni sostegno e riconoscimentoLa Commissione Pari Opportunità dell’Ente, poi, trova più naturale stare con gli enti locali che con le donne … 

Mi meraviglio e mi rammarico del fatto che, anziché trovare un accordo con le Donne dell’UDI, che già avevano organizzato una fiaccolata, abbiate voluto farne il doppione il giorno prima. Che senso ha? Scrive Ernestina Galimberti dell’UDI di Cernusco alla sindaca di Novi.

E Stefania Cantatore, UDI Napoli: Mi rendo conto leggendo, l’uno e l’altro comunicato, che se la proposta “estetica” è la stessa, le motivazioni sono differenti, quindi assolutamente non concorrenti.

La fiaccolata dell’8 è per l’integrazione, mentre quella del 9 è contro il femminicidio

Se potrà, io l’aspetterò a Novi, che non è la mia città ma è più che mai il mio Paese.

 

Un comunicato stampa del CIF, Centro Italiano Femminile, della Presidenza di Roma e diramato da CIF Carpi (6/10/2010) gronda un fraseggio maldestro che spiace definire razzista:

Immigrazione: un SOS per la questione femminile   

 “E’ davvero inaccettabile che si possano giustificare comportamenti violenti nei confronti delle donne perché espressione di usi e costumi dei paesi dai quali si proviene, usi e costumi comunque primitivi e violenti. Chi vive in Italia ha l’obbligo di rispettare la nostra Carta Costituzionale, posta a fondamento della convivenza civile.

Segue apprezzamento alla  ministra Carfagna per la volontà di costituirsi parte civile contro l’uccisore marito di Bègm Shnez. E siccome il problema è solo di barbarie etnica il comunicato suggerisce il farmaco:

… auspica in tal senso una campagna di promozione culturale e sociale a favore delle comunità di immigrati: spot televisivi, corsi nelle scuole, corsi di formazione da svolgersi anche nei posti di lavoro e indirizzati a tutti, donne e uomini immigrati …

La chiusa:

… ripropone con forza modelli  culturali e familiari, basati sull’educazione e sulla reciprocità di coppia.

Un grande passo avanti sulla conoscenza del problema, per il resto ci pensa già il Mulino bianco.

Il popolo di Facebook intanto si esprime.

Due gruppi maschilisti misogini americani sono stati prontamente rimossi dalla polizia postale di Catania: “Michele Misseri e’ un eroe” e “Fans di Michele Misseri”, chiedevano “giustizia per questo povero uomo…” invitando a “non difendere la mocciosa”, perché, scrivevano, Michele Misseri “ha fatto la cosa giusta”. (Italiainformazioni.com – 105348 )

E un pensiero di Alyssa sulla povera Sarah raccolto su  fb :

Sei morta in un modo bruttissimo, nn dovrebbe accadere a nessuno. per questi bastardi ke stanno in giro nn basta stare attenti agli estranei ora anche hai parenti. cmq addio ora sarai in pace“.

Bisogna informare Alyssa: ai parenti molto di più che agli estranei.   

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Un’eccezione in televisione

La puntata di domenica 26 settembre di Presa Diretta intitolata “Senza Donne” può essere un’utile risposta a chi ancora (e ce ne sono) si affatichi ad affermare che la “lotta” per le pari opportunità non abbia ragione di esistere nel 2010 nel mondo occidentale.

Fra l’altro, particolarmente apprezzabile è stata la conclusione della puntata, con un servizio sulla pubblicità sessista, inserita dopo un excursus generale sulle discriminazioni delle donne sul posto di lavoro. Il nesso così stabilito coglie un punto: c’è un legame strutturale tra tutte le problematiche di genere – dalla “colpa” della maternità allo sfruttamento del corpo femminile e connessa umiliazione delle donne – come se tutte scaturissero da un’unico centro gravitazionale culturale comune. Questo legame strutturale spesso non è colto e l’averlo messo sia pur indirettamente in luce è, a mio avviso, importante.

Ovviamente, nulla di esaustivo/esauriente, i problemi cosiddetti di genere sono parecchi e la trasmissione com’è naturale non ne ha evidenziata che una parte. Tuttavia, benché siano state avanzate diverse critiche alla trasmissione, per esempio al titolo della puntata, ecc, si tratta di una eccezione da salutare positivamente nel panorama televisivo italiano. Di solito, infatti, si parla di donne e di problemi connessi all’essere donne in Italia, nei salotti semplificazionisti che promuovono stereotipi, facili dicotomie, sintesi brutali, effetti strappalacrime, e insomma complessivamente utili solo a rafforzare la base ideologica contro cui l’UDI e non solo lotta da tempo.

In questo panorama, dunque, è da salutare positivamente un reportage che racconti concretamente di cosa, fra l’altro, parliamo, quando usiamo i termini ormai retorici “pari opportunità”. Ma non vogliamo trascrivere i contenuti della puntata, che è visibile qui:

Presa Diretta – Senza Donne, 26/9/2010

Infine, segnaliamo una riflessione sull’inopportunità dell’uso del termine “tutela” quando si parla di diritti delle donne, reperibile qui.

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