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Le Resistenti ieri e oggi / Bruna e Adele 70 anni dopo

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 [locandina]

La Mostra Le Resistenti ieri e oggi, [di cui si era data ampia anticipazione], inaugurata a Reggio Calabria l’8 Marzo al Museo Archeologico Nazionale e alla Biblioteca Comunale “P. De Nava”, è rimasta aperta fino al 25 Aprile. Due date care all’Unione Donne in Italia e naturalmente a UDI RC, curatrice e organizzatrice.

Il progetto nasce da un’idea condivisa tra UDI Catania e UDI Reggio Calabria per la preparazione del 70° della nascita dei Gruppi di Difesa della Donna durante la Resistenza (’44) e il 70° dell’Unione Donne Italiane nata dalla fusione degli stessi Gruppi di Difesa a guerra appena finita (’45) e dei Comitati UDI territoriali. L’Unione Donne Italiane dal 2003 ha lievemente mutato l’acronimo in Unione Donne in Italia per includere tutte le donne indipendentemente dalla nazionalità.

Lo scambio di idee porta allo sviluppo e alla realizzazione in particolare di una graphic novel, Bruna e Adele 70 anni dopo, disegnata in 60 tavole per UDI da Reno Ammendolea, con la sceneggiatura di Marsia Modola del Coordinamento UDI Nazionale e responsabile di UDI Reggio Calabria. I disegni, o meglio la storia disegnata tenta di condensare una materia poco conosciuta, anzi “taciuta” o “negata” sulla resistenza di molte donne nella seconda guerra mondiale. Resistenza che fu collettiva e individuale, organizzata e non, ma vasta e capillare, a volte eroica. Senza l’infiltrazione nel territorio della presenza femminile per le operazioni di collegamento e logistiche, accuratamente dissimulate, i gruppi combattenti per la Liberazione sarebbero rimasti isolati, con difficoltà di rifornimenti e comunicazioni ed esposti a pericolo enormemente superiore. Molto spesso erano presenti i legami della famigliarità e dell’affettività: erano mariti, fidanzati, fratelli, padri, amici e amiche …

Il lavoro è dedicato soprattutto alla trasmissione della memoria per le giovani generazioni, coniugando i linguaggi attuali a loro più vicini, fumetto, cinema, comunicazione mediatica e social-net.

Ed è motivo di speranza, per una società migliore, il fatto che abbiano visitato la mostra diverse centinaia di ragazze e ragazzi, anche bambine e bambini delle ultime classi elementari, molto disponibili a recepire i contenuti, adattati alla loro psicologia e grado di comprensione. Anche un corso di grafica dell’Accademia di Belle Arti ha ritenuto di interesse una visita tecnica.

8_nonna_racconta_J26_ricerchina_radiolondr_JLa Mostra con alcune differenze nel titolo e nelle sezioni, ma con le stesse intenzionalità, era stata ospitata a Catania in ottobre / novembre scorsi, all’Archivio di Stato e al Museo Emilio Greco nel Palazzo Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini, a cura di UDI Catania.

La Direzione del Museo del Fumetto di Milano, contatta l’autrice e l’autore della graphic novel Bruna e Adele chiedendo di poterla esporre. Con nostro grande piacere le due mostre centrate sulla Resistenza delle donne aprono in contemporanea a Reggio Calabria e a Milano, e per lo stesso periodo: dall’8 Marzo al 25/26 Aprile.

Ne parla ovviamente il gemellato Museo del Fumetto della Fondazione Fossati di Milano, e poi l’Ansala Repubblica, L’Espresso, Il Giorno, La Stampa, SBAM!comics, il Corsera, Famiglia Cristiana, il TG3 Lombardia …

TV e stampa locale un po’ sonnacchiose.

Emozionante, proprio come a una prima, l’inaugurazione con lo scambio dei saluti in collegamento streaming Reggio-Milano e il momento musicale che le allieve del Conservatorio di Reggio aprono sulle note profonde eppure lievi della Sarabanda di Haendel.

Appena dopo l’inaugurazione della Mostra nel Comune di S. Alessio (317 abitanti!), organizzata dal presidente della Pro Loco, si celebra la giornata dell’8 Marzo con la presenza richiesta di tre rappresentanti dell’UDI. Si proietta il film 8 Marzo di Marisa Ombra e Tilde Capomazza, si tiene una tavola rotonda sulla Giornata Internazionale della Donna e si chiariscono le finalità della Mostra.

 

Gli eventi culturali al contorno della Mostra, molto curati da relatrici e relatori, hanno rivelato aspetti poco conosciuti e molto interessanti, come era nell’attesa.

Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi, presidente e ricercatrice rispettivamente dell’Istituto Storico “Ugo Arcuri” di Cittanova, tracciano un nitido anche se sintetico profilo della Resistenza in Calabria e sulle figure femminili che vi hanno preso parte, tante ancora da studiare e ricostruire. La storiografia “ufficiale” per molto tempo rimase sull’assunto di Federico Chabod, storico autorevole, che da Napoli in giù non vi fu Resistenza. Nel corso degli anni è invece dimostrato dalla ricerca che il fermento della Resistenza come opposizione al nazifascismo “per alcune regioni meridionali, come Calabria e Sicilia inizia con largo anticipo rispetto al resto del paese…” (Lentini).

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[calendario degli eventi]

Francesca Prestia, cantastorie, trascinante e originale interprete della cultura popolare, canta con l’anima dolorante la resistenza di Lea Garofalo, stroncata con ferocia e viltà dal padre di sua figlia, dal clan mafioso cui non voleva appartenere. Ma per tragico paradosso quella resistenza resta fortemente vincente come icona nella memoria civile.

Rosangela Pesenti, del Coordinamento Nazionale UDI, parla di un vocabolario energico cui pensare nel quotidiano dovendo annodare un filo alla Resistenza delle donne, diversamente la memoria, i diritti, le conquiste si affievoliscono. La resistenza per le donne è quotidiana. Oltre che individuale dev’essere collettiva, non frammentata, lontana da narcisismi e gelosie, diversamente non smuove.

Purtroppo non sono potute intervenire secondo calendario Anna Condò, reggina, testimone resistente e piccola staffetta all’epoca quando suo fratello Ruggero è catturato nell’eccidio della Benedicta e deportato in Germania, da dove non tornerà più. E Marisa Ombra, attuale vicepresidente dell’ANPI, staffetta partigiana operante nei Gruppi di Difesa della Donna, già dirigente UDI. Eventi, questi, programmati in collaborazione dall’ANPI, come per il 24 aprile la presentazione del libro di Maria Eisenstein – L’internata numero 6 a cura di Carlo Spartaco Capogreco, storico dell’Unical.

Le donne della Resistenza di Liliana Cavani è un classico che è d’obbligo presentare alle giovani generazioni. Man mano che passa il tempo è sempre più preziosa come testimonianza viva. Fa emozione sentire i racconti di quelle donne della Resistenza come in una macchina del tempo. All’epoca del filmato erano ancora più o meno giovani (1965), quasi tutte oggi ormai non sono più.

Bandite, documentario di Alessia Proietti ribadisce nella presentazione: “Le donne non furono, come la storiografia ufficiale ci riporta, solo assistenti dei partigiani, cuoche o infermiere, in molte furono guerrigliere, pronte ad imbracciare le armi per la liberazione di tutti e tutte. Non solo il recupero di una parte della memoria storica, spesso lasciata nell’oblio, ma anche una sua ri-contestualizzazione per l’analisi del presente e come esempio per il rinnovamento sociale e politico del futuro”.

Anna, Teresa e le resistenti, per la regia di Matteo Scarfò e sceneggiatura in comune con Giovanni Scarfò, padre, richiama almeno due maggiori punti di interesse storico. Il primo: la modalità dell’esecuzione di Teresa Talotta, di Cittanova, Gullace cognome del marito, che ispirò a Rossellini in Roma città aperta l’indimenticabile sora Pina/Anna Magnani. Il secondo: la battaglia sullo Zillastro tra un reparto regio di paracadutisti italiani in ritirata e una divisione canadese in avanzata. Il film si apre proprio con l’angosciato ripercorrere i luoghi da parte del figlio del soldato Joe, calabro-canadese, che allo Zillastro fu costretto ad uccidere i fratelli italiani. Magico interprete Nick Mancuso. Alla presentazione-dibattito, presenti i due autori, negli interventi viene sottolineato come la battaglia avvenne nella mattinata dell’otto settembre ’43, giorno dell’armistizio, 20 morti tra le due parti. Ma l’armistizio era già stato firmato il 3 settembre a Cassibile e, tergiversando, comunicato dall’EIAR solo a sera dell’otto, per la voce di Badoglio (ma più di un’ora dopo dell’annuncio dato da radio Algeri per opera degli anglo-americani). Sul piano dello Zillastro, poco sopra S. Cristina d’Aspromonte, i venti ragazzi erano già morti.

Lo spazio offerto al dibattito tra Associazioni mette in luce la necessità di resistenza continua. I centri antiviolenza in generale languono per il taglio dei fondi. A Cosenza da qualche anno si è dovuto chiudere la Casa rifugio R. Lanzino, a Reggio il Centro di accoglienza Margherita sopravvive per volontariato, ma non può accogliere.

La Responsabile UDIrc facendo il punto sottolinea che Il Consiglio d’Europa raccomanda un centro ogni 10.000 persone e un rifugio ogni 50.000. Dunque a Reggio dovrebbero esistere circa 20 centri e 4 rifugi.

In sede locale un forte rilievo viene posto sulla mozione del consigliere di minoranza Ripepi, pastore evangelico in missione politica, approvata in Comune sulla “famiglia naturale” che tanto ha fatto sorridere per l’ingenuità sociologica e indignare per l’imposizione di una sola visione della vita, quella confessionale.

Una visione laica democratica non impone ma offre e garantisce alternative multiculturali rispettando le linee della Carta Costituzionale, una visione confessionale “impone”, “vieta” secondo un pensiero esclusivo e indiscutibile, come in un vecchio collegio educante. D’altra parte un’alternativa “laica” non è certo obbligante per chi pratica una professione confessionale.

(R)esistenze – Il passaggio della staffetta è un documentario in un progetto multimediale di ricerche storiche di fonti orali della sociologa Laura Fantone insieme con la storica Giovanna Bernardini. L’astuzia, l’intelligenza, l’ironia, la tenacia, la paura … traspaiono nei racconti delle donne partigiane che si raccontano con una profondità e insieme semplicità che è raro cogliere. Dall’esperienza pur tragica e pericolosa della loro Resistenza emerge una specificità e singolarità che disegna qualcosa di molto diverso dalle consuete ufficiali narrazioni al maschile.    

La performance teatrale curata dal regista Gaetano Tramontana di SpazioTeatro con un gruppo di ragazze del Liceo Statale “T. Gulli” dà forma alla drammatizzazione e traduzione scenica di contenuti o fatti reali riportati nella raccolta di documenti estratti dall’Archivio Nazionale UDI (dichiarato Bene culturale), editi per il 50°, I Gruppi di Difesa della donna 1943-1945. Le allieve attrici nel gioco delle luci creano sequenze dinamiche tra i pannelli della mostra diventati quinte e il pubblico, in un micro happening d’effetto. Toccante la lettura della Lettera di una diciassettenne. Gaetano dà voce poi al celebre discorso di Ferruccio Parri che in Parlamento sancì e lodò i principi etici su cui le donne fondarono i Gruppi di Difesa della Donna e da cui ebbe vita l’UDI. Le allieve attrici ricevono una pergamena di riconoscimento da parte di UDIrc.

Le Resistenti del grande schermo, una estrapolazione miscellanea dal grande schermo con taglio critico originale e preparata ad hoc, del critico ed esperto di cinema Nicola Petrolino: La Ciociara, La ragazza di Bube, Roma Città aperta … Una lectio magistralis fatta di immagini e caratteri di donne diverse e “resistenze” a confronto.

Non ci è stato regalato niente, film di Eric Esser. Nel film, Anita “Laila” Malavasi e due sue compagne, Gina “Sonia” Moncigoli e Pierina “Iva” Bonilauri, raccontano della propria esperienza nella Resistenza e di cosa essa abbia significato per loro e per molte altre donne.
UDIrc ringrazia il regista tedesco Eric Esser per la gentile concessione del film, presentato in prima regionale.

Sabato 25 Aprile, festeggiamenti per il 70° della Liberazione con la cerimonia civile dell’ANPI e la ricorrenza della 32a Corrireggio indetta da Legambiente. A chiusura della giornata e della Mostra, alle 19 Concerto al Conservatorio cittadino.

Intanto a Milano la Mostra Donne Resistenti con le tavole della graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo viene prorogata fino al 3 maggio. Per la chiusura precedentemente prevista per il 26 aprile era stata invitata Rosangela Pesenti, del Coordinamento nazionale UDI, che per una momentanea indisposizione stagionale non può intervenire.

Un ringraziamento particolare a Luigi Bona, direttore di Spazio WAW-Museo del Fumetto di Milano e a Rossella Orofino PR dello Staff, che hanno creduto valido il lavoro.

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[locandina del Museo del Fumetto di Milano]

Un grazie alle Allieve, al direttore del Conservatorio Franco Barillà, alla presidente Daniela De Blasio e Consigliera di Parità della Provincia, che hanno sostenuto il desiderio di aprire e concludere la Mostra con le atmosfere musicali. Alla Soprintendente per i Beni Archeologici per la Calabria Simonetta Bonomi che generosamente ha concesso la sala espositiva del prestigioso Museo Archeologico Nazionale ed è intervenuta per un saluto all’inaugurazione. Alla funzionaria  Maria Pia Mazzitelli responsabile della Biblioteca Comunale “P. De Nava” per aver accolto nostro materiale espositivo, permesso la ricerca storica ed esposto materiali dell’archivio bibliografico. 

E un ringraziamento a quanti e quante hanno voluto partecipare, all’ANPI cui è stato offerto spazio per i suoi eventi, alle docenti e ai docenti, alle donne dell’UDI che si sono prodigate per la buona riuscita della Mostra, capace di ottenere risonanza nazionale.

 

Gli altri segmenti della Mostra, pur compressa data la complessità e vastità della materia, erano costituiti da:

  • riproduzioni di documenti dell’Archivio Nazionale UDI, molto preziosi dal punto di vista storico e della sociologia dei movimenti politici: relazioni clandestine dalle fabbriche, dai comitati e “comitatini”, dai Gruppi di Difesa, dal CNL, comunicazioni alle famiglie dei/delle combattenti, liste di viveri, indumenti e altri fabbisogni, segnalazioni di spostamenti di truppe, disposizioni organizzative, stampati e giornali clandestini, come lo storico NOI DONNE di cui sono riprodotti i primi otto numeri, 600 mila copie al suo massimo di diffusione come rivista, poi la crisi e l’uscita dalle edicole ma sopravvive fino ad oggi …;

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Particolare alle pagine centrali 4 – 5. NOI DONNE, diventato quindicinale Organo dell’UDI – UNIONE DONNE ITALIANE, anno III n. 4 – 20 giugno 1946, Milano – una copia L. 10 di otto pagine

  • schede di figure di donne dei GDD e di partigiane che hanno imbracciato le armi, di religiose perfino che hanno partecipato alla Resistenza in diversi modi: producendo stampa clandestina, nascondendo nei loro conventi soldati “sbandati” e partigiani, facendo le staffette, raccogliendo vestiti, medicinali, viveri per le famiglie e per i gruppi combattenti. E’ proprio questo il comportamento delle donne organizzate in rete capillare nei Gruppi di Difesa della Donna. Donne di ogni appartenenza, dalle cattoliche alle comuniste, dalle intellettuali alle operaie, alle contadine … ma anche di molte altre che hanno offerto sostegno spontaneo individuale, che storiche e storici hanno definito come la più grande operazione di maternage di tutti i tempi;
  • manifesti con un libro disponibile, Donne manifeste – L’UDI dal 1944 al 2004 a cura di Marisa Ombra, testi di diverse autrici con ricca documentazione grafica;
  • una sezione di partigiane calabresi (di alcune figure ancora poco studiate si sa solo il nome);
  • una sezione di disegni di quattro note disegnatrici Giuliana Maldini, Elena Terrin, Mariagrazia Quaranta e Marilena Nardi che interpretano grandi donne partigiane. Ne hanno fatto dono alla Mostra di Reggio tramite il Museo del Fumetto di Milano. A loro un caloroso grazie;
  • la graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo, in 60 tavole a colori in mostra sul percorso dei pannelli dedicati. Tavole disponibili anche in opuscolo dal titolo omonimo.

All’ingresso della Mostra e in un angolo all’interno sono disposti alcuni oggetti d’epoca. All’ingresso una bicicletta maschile degli anni quaranta; all’interno una pesante macchina per scrivere tedesca Groma, nera; un abat-jour Tiffany; due lanterne, una Feuerhand 1926 a petrolio, una ad acetilene usata in ferrovia, in quegli anni, per controllare ruote e binari.
Evocano suggestioni e pensieri, atmosfere, luoghi, condizioni di vita: ‘40 – ‘45, gli anni della seconda guerra mondiale.

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Gli uomini prima al fronte, Africa, Balcani, Russia… poi (dopo l’otto settembre) sbandati. Riarruolati forzatamente o rastrellati, deportati, fucilati come disertori, o sui monti, nelle foreste con le formazioni partigiane per la Liberazione del Paese. O nascosti, “imboscati”. Strumenti di comunicazione straordinari la bicicletta, la macchina per scrivere.

La bicicletta era vietata agli uomini. Le donne utilizzavano quella propria o di casa, magari maschile, lasciata da padri, mariti, fratelli. Anche 60 e più chilometri in un giorno (Firenze-Viareggio tutta una volata riferisce Walkiria Terradura) per portare stampa clandestina, ordini, informazioni, viveri, anche armi … La macchina serviva a preparare con la carta carbone dispacci, volantini, anche bozze di giornali che poi con grande rischio venivano stampati col ciclostile nelle postazioni segrete. E le lanterne, insieme pericolose e amiche, servivano nelle notti piene di ansia e di paura nei luoghi sperduti dove non poteva esservi luce elettrica o non si poteva tenere accesa.

Altra preziosa sezione alla Biblioteca Comunale, saletta Pietro De Nava“.

Sul ripiano tra le due alte vetrine sono allineate una serie di foto: donne scalze contadine seppelliscono un partigiano; una madre e i suoi quattro figli sfollano portando appena il necessario; una famiglia dopo la Liberazione ritorna nel luogo d’origine, tirando un carretto; donne sgombrano macerie, gli uomini stanno a guardare; donne vestite di bianco con bandiera bianca e la croce sanitaria internazionale, addette al trasporto dei feriti.

Nelle due vetrine verticali articoli di giornali d’epoca, elaborati con OCR e ingranditi per facilitarne la lettura accanto agli originali.

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[Il Tempo – Note di Cronaca – Reggio Calabria, 20 agosto 1944]

Sul piano del massiccio tavolo che fu la scrivania di Pietro De Nava, sono disposti libri con didascalie, diversi rari o esauriti, il numero zero e il numero uno di effe storica rivista femminista degli anni settanta (diretta da Adele Cambrìa, vi collaborarono Dacia Maraini, Rossana Rossanda, Franca Pieroni Bortolotti, Elena Gianini Belotti, Grazia Francescato … ).
Cuore di donna di Carla Capponi; Diario partigiano di Ada Gobetti; La Resistenza senza armi di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone; Corpo a Corpo – Almanacco Bompiani a cura di Natalia Aspesi e Lietta Tornabuoni … altro.

La Mostra non a caso è stata inaugurata l’8 Marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna e conclusa il 25 Aprile, giornata della Liberazione dal nazifascismo. Due giornate fortemente simboliche per le donne: per la prima, la considerazione sociale acquisita non paragonabile a quella di solo pochi decenni fa e  i diritti conquistati. Motivo di festa, ma anche di sgomento per quanto ancora resta da raggiungere, considerando che vi sono vaste aree nel mondo dove la vita e i diritti di una donna possono valere quanto quelli di un oggetto da baratto.

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Come già accennato, la vasta Resistenza delle donne (si stima 35.000 partigiane, 70.000 Gruppi di Difesa e non meno di 2 milioni di donne sul territorio) non è emersa nelle trattazioni storiche se non ad opera di pochi studiosi e soprattutto studiose, anzi è stato perfino impedito che emergesse nell’immediato della Liberazione. Si è parlato di resistenza “taciuta” e “negata” anche per alcune direttive interne ai movimenti partigiani (che le donne rimanessero preferibilmente poco visibili: a casa) e per il relativo criterio del riconoscimento e del grado, strettamente burocratico-militare, da parte delle Istituzioni. Accanto, in generale, al pregiudizio al maschile che le donne non ci sapessero fare, serpeggiò inconfessato l’altro: che quelle donne fuori casa, sui monti con altri uomini, chissà … ogni fidanzato, marito, fratello, padre ne poteva essere segretamente imbarazzato (in fondo tutti erano passati obbligatoriamente sotto il rullo compressore dell’educazione virile-guerresca di Stato …).

A tutt’oggi nei raduni e nelle celebrazioni partigiane l’immagine scenografica è prevalentemente unilaterale-maschile di retorica rituale. E di fatto la maggiore Associazione partigiana nazionale continua a nominarsi al maschile. La retorica della trasmissione della memoria mitizzata e come un format è forse una delle cause dell’affievolimento di essa.

Nel giorno della Liberazione le azioni di quelle donne vanno ricordate alla pari con quelle degli uomini, deve essere ormai chiaro: non è stato un supporto, un sostegno, hanno inciso sia nella storia delle donne che nella storia della Repubblica, malgrado gli ostracismi. Sarebbe bello oltre che doveroso: Associazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia

Anna Bravo, storica autorevole, ne parla in modo incisivo e approfondito. Sul versante della vasta azione di resistenza delle donne non visibile e non quantificabile, per dare una interpretazione storica corretta sul così detto maternage (nel senso di resistenza civile e non soltanto di impulso sentimentale), sul fare politica delle donne e sull’affievolimento della memoria annota:

“… Penso che in quei momenti fosse all’opera un codice materno che si potrebbe definire come la tendenza a un pensiero, a uno stile conoscitivo e sofisticato, che discerne, che gradua anche, che media, che sceglie non l’aut aut ma l’et et, che tenta di agire la politica in senso non specialistico, di proporre un modo di giudicare che vada al di là delle scelte dicotomiche. Ma quel codice era debole, era solo e perde e si perde perché non viene neanche avvertito come un modo di fare diversamente la politica, ma viene etichettato appunto come maternità nel senso più tradizionale: la mamma che tutto perdona, indulgente, la donna tutta sentimento, irrazionale, impolitica. Per cui, passata l’emergenza, è come se si dicesse: “adesso basta”; la madre che andava ad intromettersi nella sfera pubblica torna ad aver voce in capitolo solo nella domesticità. Tra l’altro, proprio negli anni del dopoguerra, sull’onda di teorie anglosassoni secondo le quali se i bambini non hanno la madre a tempo pieno diventano disturbati irrimediabilmente, si diffondono correnti ideologiche che spingono verso il ritorno a casa. Ci sono anche i fattori di politica interna, molto presto scoppia la contrapposizione contro le sinistre, la guerra fredda… E poi credo che abbia contato una mancanza di memoria storica: come noi nel ’68 abbiamo dimenticato le donne dell’Udi, della Resistenza, le donne nella Resistenza hanno dimenticato il femminismo di fine ’800 e primo ’900 e questo ha contribuito a far sì che quell’embrione di pensiero differente non fosse abbastanza valorizzato”.

E la violenza subita dalle donne nella vita sociale, ancora oggi, porta all’estensione del concetto di resistenza: dall’accezione specifica di guerra a quello di pratica civile permanente come opposizione a uno stato di fatto repressivo, umiliante, di negazione di diritti e della persona. Soprattutto negli ambienti insospettabili per definizione, come nella famiglia o nella cerchia famigliare o delle amicizie, entro cui con molta più frequenza avvengono le uccisioni di donne. E per restare nell’insospettabile, come nella “civilissima” Europa del Nord, ai primi posti in classifica per stupro.

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Gli spazi espositivi

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Le prime 12 tavole della graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo

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1ª e 4ª di copertina della versione  in volumetto

 

Dai documenti dell’Archivio Nazionale UDI

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Il CNLAI riconosce i Gruppi di Difesa come organizzazione aderente al CNL

Rivendicazioni in fabbrica / Comunicazioni del CNL ai Gruppi di Difesa

 

Dalle schede

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Manifesti dell’UDI (il primo dell’ottobre ’45)

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La tessera UDI 2015 evocativa del 70°

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Settanta anni dei Gruppi di Difesa della Donna nella Resistenza

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Bruna e Adele 70 anni dopo

Bruna e Adele 70 anni dopo è un lavoro pensato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna, nati nel novembre del 1943 come reazione e unione multiculturale e multipolitica in un momento gravissimo della Nazione contro il nazifascismo.

Racconta “Lina” Fibbi: … Giovanna Barcellona, Ada Gobetti, Lina Merlin, Rina Picolato ed io. Eravamo in cinque… Sono l’unica rimasta. Tutti vogliono sapere il giorno della fondazione dei “Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà”, ma io non ricordo se fu proprio il 13 novembre del 1943, non ricordo se nella casa c’era una stufa rossa, ricordo che ci siamo trovate in un appartamento di Milano, ma allora si era costretti a cambiare le case così spesso che è difficile ricordare… Quello che ricordo con certezza è che non ci incontrammo quel giorno per fondare i Gruppi, non sono cose che nascono in un giorno (il 13, il 15?) per decidere la responsabile (Rina Picolato), il nome definitivo, un documento che contenesse lo scopo e gli obiettivi di questa organizzazione” (fonte ANPI).

Assolutamente rivoluzionario e socialmente creativo il programma di azione nell’atto costitutivo dei GGD:

donne di ogni ceto sociale… di ogni fede religiosa, di ogni tendenza politica, donne senza partito si uniscono per il comune bisogno che ci sia pane, pace, libertà… organizzano nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nei villaggi la resistenza… con gli scioperi, con le fermate di lavoro, con le dimostrazioni di massa… raccolgono denaro, viveri, indumenti per i combattenti…

Entrano nelle formazioni partigiane, vengono riconosciute come parte del Comitato di Liberazione Nazionale, coprono ruoli clandestini pericolosi, arrivano molte anche ad impugnare le armi. Ma vi sono inoltre punti fondativi di civiltà sociale nei loro programmi, come affermare il valore della cultura nel desiderio della liberazione, nonostante le minacce della fame, del freddo, delle malattie, della morte, e rivendicare diritti di equità che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro – non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati  possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte e non di obbedienza partitica. E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale. (  )

Organo di stampa clandestino dei GDD fu un ciclostilato: NOI DONNE, che apparve come primo numero nel giugno 1944 ad opera di un gruppo napoletano di donne. Si ispirava all’omonimo stampato NOI DONNE fondato nel ’37 da Xenia Silberberg e Teresa Noce esuli a Parigi.

NOI DONNE sarà poi per lungo tempo (fino al ’90) la rivista dell’UDI, arrivando fino 600 mila copie a numero con la distribuzione militante negli anni ’70. Oggi è diretta da Tiziana Bartolini.

A pochi mesi dalla fine della guerra, dai GDD nascerà l’UDI (allora Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia) con il proposito di continuare a contrastare tutto ciò che sul piano politico, sociale e culturale ha da sempre represso o ostacolato le donne, sia nelle forme storiche che in quelle attuali contemporanee. Ma anche col proposito di promuovere l’ingresso delle donne nella vita attiva sociale, politica e culturale e per il riconoscimento di diritti paritari che avrebbero portato “seri vantaggi sia alla famiglia che alla nazione” (Appello del 15 settembre 1944 del Comitato d’iniziativa diffuso sul numero speciale di «Noi donne» del 10 ottobre 1944).

Nell’ottobre del 1945, come risulta dai fascicoli 50-51 dell’Archivio storico UDI, il I° Congresso dell’UDI (Firenze, 20-23 ottobre, già 400 mila iscritte) approva l’art. n.1 della sua nascita: I gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà sorti nell’Italia settentrionale durante il periodo di occupazione tedesca nel novembre 1943, e l’Unione Donne Italiane, costituitasi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944, si fondono in una unica associazione: l’Unione Donne Italiane, con sede nazionale a Roma”.

Dunque nel 2015 appuntamento per il 70° della nascita dell’UDI.

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La forma espressiva adottata in Bruna e Adele non è di immediata catalogazione, avendo seguito diverse tracce per poter portare contenuti, oggi poco conosciuti o magari indigesti alle generazioni giovanili attuali per la tragedia a cui si annodano. Dunque una ibridazione tra diversi generi, soprattutto tra il fumetto e la graphic novel, di cui non segue i codici in modo ortodosso.

La linea narrativa si svolge sulle vicende quotidiane di una ragazza, Bruna di Reggio Calabria, e della sua amica Adele di Catania, digiune inizialmente di storia e consapevolezze al femminile. Bruna sceglie per gli esami una tesina sulla Resistenza delle donne e dei Gruppi di Difesa della Donna. Tutta la materia e i contenuti che riuscirà a ricercare passeranno in soggettiva attraverso l’uso che saprà fare del suo computer in real time, senza descrizioni, richiami o voci fuori campo.

L’aiuterà con qualche imbeccata la nonna che abita a Cuneo… non a caso. Bruna e Adele sono sulla buona strada per cominciare il loro percorso di donne consapevoli di sé e dell’eredità storica di cui oggi godono/godiamo.

Sono riportati alcuni avvenimenti e descritte alcune figure femminili della Resistenza con l’artificio narrativo che tutto restasse filtrato dalla psicologia della ragazza protagonista.

Un tentativo, speriamo, agile e leggero, di aprire varchi di interesse per l’argomento.

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L’appartenenza geografica delle ragazze Bruna e Adele ha due connotazioni iniziali: una, il lavoro è partito per una iniziativa delle UDI territoriali di Catania e Reggio Calabria, quindi circoscritta, ma aperta a chi avesse voluto parteciparvi per allargarne l’orizzonte… l’altra era ricordare alcune figure della Resistenza poco note, in particolare catanesi e reggine, come indicatore non tanto di una Resistenza meridionale, che fu  più carsica e di altro indirizzo rispetto al Nord, ma di una Resistenza dei meridionali.

Con l’obiettivo primario di trasmettere memoria civile alle giovani generazioni.

Si sarebbe potuto fare un lavoro più mirato e approfondito psicologicamente e come ricerche storiche… ma poi sarebbe diventato un libro di testo e forse poco attraente.

Marsia Modola, del Coordinamento nazionale UDI e responsabile di UDI Reggio C., ha curato la sceneggiatura e Reno Ammendolea (illustratore di libri e autore di vignette satiriche) ha curato la grafica.

Le sessanta tavole di Bruna e Adele 70 anni dopo sono in esposizione a Catania nel Museo Emilio Greco a cura di UDI Catania, a Palazzo Gravina Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini che ospita anche un Museo Belliniano.

In contemporanea all’Archivio di Stato di Catania, fino al 27 novembre e sempre a cura di UDI Catania, è visitabile la mostra di documenti e materiale storico dell’Archivio di UDI nazionale e dell’Archivio di Stato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna: “GDD. Questa storia è la nostra. L’UDI racconta la sua nascita nella Resistenza”.

Le mostre verranno allestite prossimamente anche a Reggio Calabria.

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La prefazione di

Rosangela Pesenti

del Coordinamento nazionale UDI

 

DONNE RESISTENTI

I libri di storia presenti nella scuola, soprattutto i manuali, parlano quasi sempre di guerre, elencano battaglie e trattati, manovre di governi e schieramenti di eserciti. Una storia di uomini che decidono, subiscono, accettano, uccidono, muoiono, si entusiasmano, si rassegnano, ma la guerra, ogni guerra, non si vive solo sui campi di battaglia, non è mai confinata ai giorni dei combattimenti, si vive anche nelle retrovie, nei territori attraversati, dove si forgiano le armi e si preparano cibo abiti e riparo per i combattenti.

Così erano le guerre del passato, guerre di uomini raccontate da uomini che nulla ci hanno detto delle donne.

Mancano nei racconti storici, insieme alle donne, i sentimenti degli uomini, le paure, i dubbi, le costrizioni, le necessità, tutto ciò che ognuna/o di noi percepisce come lo scorrere della vita.

Tutto cambia però con la seconda guerra mondiale, incuneata nel cuore del Novecento, dopo la prima, di cui è prosecuzione ed espansione, matrice delle successive, disseminate sul globo, fino ad oggi, con la complicità e connivenza anche dei paesi che si erano dichiarati solennemente “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra”[1].

Sono guerre con l’aggettivo quelle successive: fredda, irregolare, convenzionale, chirurgica, perfino umanitaria ma, come per la seconda guerra mondiale, non c’è più campo né fronte, si combatte sulla terra la guerra che attraversa e devasta paesi, campagna, montagna e arrivano dal cielo le bombe che distruggono città, strade, ponti, linee ferroviarie, quelle bombe che resteranno a lungo conficcate dove i bambini le trovano giocando, a seminare morte e mutilazioni anche in tempo di pace .

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La vita quotidiana è interamente coinvolta e le donne, che ne custodiscono la vivibilità, vi sono normalmente attive: nei lavori dei campi e in fabbrica, occupate in attività tradizionalmente maschili che spesso si aggiungono alle proprie, nella gestione dell’economia famigliare come nell’organizzazione di possibili rifugi, alla ricerca di cibo come di salvezza.

La guerra, annunciata come una passeggiata brevissima, diventa lunga, inviando ai tanti fronti dei paesi via via aggrediti dal nostro paese contingenti maschili di varie classi di età e caricando sulle spalle delle donne sempre maggiori responsabilità, fino alla data cruciale per l’Italia: l’8 settembre 1943.

Sono molte e diverse le guerre che precipitano sull’Italia da quel momento, con la fuga del re a Brindisi, l’armistizio con gli Alleati, annunciato per radio senza che l’esercito sia avvertito, l’immediata occupazione tedesca della penisola e la successiva istituzione dello Stato fantoccio denominato Repubblica di Salò.

Alla speranza per la fine della guerra succede immediatamente la consapevolezza che la guerra continua, ben più cruenta e devastante, su tutto il territorio della penisola.

L’esercito, rimasto senza ordini, si sbanda, i tedeschi da alleati sono diventati nemici e i soldati italiani cercano istintivamente salvezza da quella che poi diventerà deportazione di massa nei campi di concentramento tedeschi.

In quel momento le donne diventano fondamentali e sono il cuore della più grande operazione di travestimento e salvataggio della storia italiana, come ricorda Anna Bravo, “realizzata in ordine sparso e in spirito nonviolento: né armi, né scontri fisici, in loro vece la capacità di simulare, dissimulare, confondere le carte in tavola – le tattiche elettive per risparmiare sangue”[2]

Ogni soldato che bussa a una porta riceve soccorso, abiti, viene rifocillato, trova alloggio, viene nascosto, ottiene indicazioni, conforto, aiuto.

Un’attività che comincia spontaneamente e continuerà nei lunghi mesi fino al ’45 in forme via via più consapevoli, con scelte via via più rischiose, una strada che porta molte a diventare partigiane.

Dal salvataggio dei soldati italiani a quello di ebrei in fuga e di prigionieri alleati fino a tutte le azioni resistenti che si oppongono all’invasore e contemporaneamente tendono alla conservazione della vita quotidiana nelle, case, nei campi, nelle città.

Non c’è solo il rifiuto della guerra e una coraggiosa solidarietà umana, ma il crescente disgusto per il fascismo di cui si vedono e si patiscono, insieme alle azioni criminali nei confronti degli oppositori, l’arroganza dei gesti in mille occasioni.

Si colloca in questa situazione la nascita dei Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà nel novembre del 1943.

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Il documento costitutivo mette in primo piano il peso insopportabile dell’occupazione tedesca e fascista indicando tutte le possibili azioni di lotta, ma sono di pari importanza le richieste avanzate sul piano del diritto al lavoro e a quella parità giuridica che le donne italiane non avevano avuto dall’unità d’Italia.

Si può dire che i GDD sono la prima organizzazione di lotta nonviolenta, la cui azione contribuisce a diffondere quel tessuto di resistenza civile che, riconosciuto con ritardo dalla storiografia, oggi viene considerato parte di quell’impasto dentro cui lievita e cresce la Resistenza armata, la lotta di liberazione italiana.

Nei venti mesi di occupazione la Resistenza delle donne si rende visibile in mille forme, con una presenza determinante non solo sul piano delle azioni, ma anche per la diffusione di sentimenti, atteggiamenti, di quella rivolta morale fatta di coraggio quotidiano che costituisce l’humus emotivo favorevole alla Resistenza e sempre più avverso al nazifascismo.

Una stagione fatta di rischi, di scelte difficili, ma proprio per questo anche di straordinaria libertà, come raccontano le tante donne che hanno cambiato le proprie abitudini, la propria vita e per la prima volta hanno fatto riferimento a decisioni che nascevano solo dalla propria coscienza.

Tantissime le ragazze, come nella Resistenza maschile, che escono dall’angustia delle tradizionali subalternità familiari e sociali per affermare la volontà di liberare l’Italia dalla guerra e dal nazifascismo attuando con questo gesto un passo fondamentale per la propria liberazione.

Per gli uomini, inquadrati nell’esercito, sbandati, richiamati, imprigionati, la scelta è d’obbligo, ma per le donne è diverso, potrebbero restare a casa, ritirarsi nelle pratiche di sopravvivenza personale e famigliare, continuare ad aderire a quello stereotipo nel quale sono state plasmate con l’educazione e invece moltissime fanno una scelta e i loro gesti, le loro gesta, ben più delle parole che molte non possiedono e dalle quali sono tradite nel racconto, segnano una visibilità inedita, esprimono idee, convinzioni, personalità che vanno ben oltre le immagini tradizionali a cui più tardi si vorranno ridurre.

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E dopo, che cosa accade nel dopoguerra?

Le inedite figure femminili, che si sono rese visibili sulla scena della grande storia senza nemmeno sapere di essersi idealmente ricollegate alla cancellata tradizione delle attiviste risorgimentali e poi femministe, non trovano spazio in un’Italia interessata a rinvigorire la nascente repubblica con nuovi miti di una Resistenza eroica solo maschile e armata e ruoli femminili ricondotti al laborioso silenzio della casa.

La delusione è di molte: un sentimento diffuso e spesso muto, lo stesso che esprime bene la protagonista del romanzo di Alba de Céspedes[3] quando si chiede se allora quelle che ha portato nella borsa della spesa fossero in realtà bombe false, che i volantini per i quali rischiava la vita fossero pieni di parole insignificanti, mentre ascolta in silenzio i progetti dei suoi compagni di lotta che ormai la escludono.

La scelta di fondare l’Udi, unificando l’esperienza politica e organizzativa dei GDD sviluppatasi al nord con quella vissuta nell’Italia liberata del sud, rappresenta, nel 1945, una discontinuità importante e un’aspirazione alla piena cittadinanza che, se ancora non ha trovato le parole per esprimersi appieno, vive nella tensione ideale e nell’impegno pratico di migliaia e migliaia di donne a cui dobbiamo la ricostruzione del tessuto sociale del dopoguerra e l’attenzione per i diritti di tutte e tutti, a cominciare dall’infanzia.

In quella storia più generazioni di donne hanno trovato alimento per il proprio desiderio di libertà chiedendo un’emancipazione che metteva via via in discussione gli assetti tradizionali della cittadinanza fondata sulla presunzione di neutralità del diritto maschile.

Il passaggio dalla soggezione giuridica, ma anche economica, sociale, psicologica, alla soggettività, alla capacità di riconoscersi libere e quindi responsabili della propria vita, rappresenta probabilmente la rivoluzione più importante del Novecento, certo quella segna e modifica le relazioni umane, tra i generi prima di tutto ma poi anche tra le generazioni.

Una storia di cui leggiamo i movimenti nella nostra stessa vita e di cui cominciamo a riconoscere gli snodi che hanno aperto inedite strade alla pienezza dell’esistenza femminile.

Uno di questi snodi fondamentali è certamente in Italia la Resistenza femminile e, nel dopoguerra, l’originale esperienza dell’Udi.

Una storia che ancora ci parla, a settant’anni di distanza, con la voce delle ragazze di allora, una storia che chiede le nostre domande per illuminare quel passato senza il quale le strade del futuro diventano più oscure.

[1] Cfr.: Carta delle Nazioni Unite, S. Francisco (U.S.A.), 26 giugno 1945

[2] Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, 2013, p. 96

[3] Alba de Céspedes, Dalla parte di lei, 1949, Arnoldo Mondadori Editore, Milano

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Disegni tratti da Bruna e Adele 70 anni dopo, graphic novel realizzata per UDIrc

recensione NOI DONNE

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