Maria Calvarano

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Maria Calvarano, tra le fondatrici di UDI LE ORME di Reggio Calabria e presidente dell’Associazione fino a ieri, anche se non più attiva, ci ha lasciate.  

                         

Maria merita di essere portata per sempre nel cuore di tutti coloro che l’hanno conosciuta e di tutte noi dell’UDI. Certamente per le sue doti personali, di nobiltà e gentilezza d’animo, la sua cultura, l’ingegno, la forza di carattere. La nitidezza di pensiero e il sorriso dolcissimo, sempre stampato sulle labbra.

Ma certamente anche per l’impegno etico e politico che con il gruppo dell’UDI ha mantenuto a favore delle donne, in una terra difficile, in cui molte dovevano essere aiutate perfino a diventare consapevoli delle proprie schiavitù in situazioni a volte di miseria e di condizionamento familiare.

Il bisogno di affermazione e autonomia, il bisogno di costruire una identità personale e la propria libertà, nascono nelle donne calabresi e reggine grazie anche al gruppo di donne dell’UDI, coordinate per ultimo da Maria. Si andava di casa in casa come lei stessa ci ha ricordato appena qualche mese fa in una nostra visita, con gli occhi che le brillavano per l’emozione del ricordo. Si parlava con le donne nei quartieri, all’insaputa dei mariti, per renderle consapevoli e informarle sui loro diritti, sulle condizioni di sfruttamento che vivevano, che subivano in casa e sul lavoro di operaie o di raccoglitrici di olive, quando era possibile averlo, per dare loro anche aiuti economici e sostegno psicologico.

Accanto alle azioni concrete a favore delle donne, Maria seppe lanciare una UDI impegnata anche sul piano teorico e culturale. Ricordo molti preziosi incontri e seminari di lunga durata nei quali conoscemmo molte delle donne più affermate e importanti nel campo della filosofia, della politica e dello studio del movimento delle donne, alcune di loro ancora viventi e sulla breccia, grandi studiose e scrittrici. Come Elettra Deiana, Lidia Menapace, Luisa Muraro, altre …

Oggi le donne sono cambiate, la società è cambiata, ma il patto fondativo dell’UDI che Maria ha abbracciato interamente e trasferito nell’Associazione che ha guidato, impegna a costruire un mondo in cui l’esperienza della libertà e autodeterminazione femminili generi legami sociali di giustizia e pace. Un patto fondativo, che rimane essenziale ancora e da trasmettere alle future generazioni, suo obiettivo prioritario e nostro.

Oggi strette accanto alla famiglia, salutiamo commosse l’ultimo volo di una bellissima farfalla che non vedremo più.

Ciao Maria, e grazie per il modello che sei stata per tutte noi e per me in particolare.

Marsia Modola

UDI Reggio Calabria

In memoria di Maria Calvarano alla cerimonia di saluto                     08/04/2016

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Ma ora che il nodo in gola si è un po’ allentato, a poche ore dal saluto, è doveroso ricordare Maria Calvarano anche per l’eccellenza delle sue qualità di studiosa e di ricercatrice.

Era laureata in chimica, una materia che amò e che fece lievitare nella sua vita fino alla risonanza delle citazioni internazionali e ai riconoscimenti per merito scientifico ed organizzativo, in un settore particolarissimo, denso di “calabresità”: gli agrumi e soprattutto il bergamotto.

Negli anni Cinquanta lavorò un paio d’anni in una industria agrumaria e nel 1956 fu assunta come ricercatrice CNR nella Stazione Sperimentale per le Essenze e i Derivati degli Agrumi, SSEA, un glorioso ente pubblico di ricerca applicata, scientifica e tecnologica, istituito a Reggio con DL luogotenenziale già nel 1918, oggi non più autonomo, ma accorpato.

In pochi anni vince il concorso come assistente ed è promossa aiuto della Direzione dello stesso Ente. Seguono il conseguimento della libera docenza in Chimica ed Applicazioni delle Essenze e degli aromi, e la vicedirezione dell’Ente.

Dal 1991 al 1998 è direttrice della struttura di ricerca.

La stessa passione che Maria ha riversato generosamente per il riscatto della figura della donna nella società, si ritrova nella sua ricerca scientifica specializzata, in un settore industriale poco conosciuto, ma molto legato alla sua terra e “creativo”. Si occupava di tecniche analitiche e selettive per la produzione di aromi ed essenze floreali, riutilizzo degli scarti, miglioramento e innovazione tecnologica della produzione, normativa e certificazione, soprattutto la valorizzazione del bergamotto. Agrume particolarissimo dalla fragranza unica, che cresce solo in alcune fasce microclimatiche della Calabria reggina.

Si è occupata di processi produttivi e innovativi in progetti CNR, e di ambito nazionale e comunitario, per es., AIR-CT 93-1335 “Process and products innovation for the citrus industry“; ECLAIR-AGRE 0058 “Advanced and innovative technologies for the citrus industry …, dell’attuazione di progetti sperimentali con impianti per la produzione di antociani, flavonoidi, edulcoranti non calorici.

Ha al suo attivo 92 pubblicazioni e tre monografie, ed è coautrice di un lavoro sugli Olii essenziali agrumari in Italia.

Nel 1992 su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri le viene conferita l’Onorificenza di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Questa intensa attività di studio e ricerca Maria l’ha vissuta con delicata modestia, quasi con pudore, senza mai esibirla o farla pesare, a noi stesse quasi sconosciuta dato il settore molto specializzato.

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UDI intorno all’8 Marzo

 

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Polistena – 70 anni dal voto alle donne –  Vasiliki Vourda, Nelly Creazzo, Annarosa Macrì, Nella Garganese, Renata Raineri, Michele Tripodi sindaco (Gazzetta del Sud)

A Polistena l’Amministrazione Comunale, insieme con la cittadinanza e con le scolaresche delle Superiori, ha celebrato nel Salone delle Feste la Giornata internazionale dell’8 Marzo e contemporaneamente la conquista del diritto al voto delle donne. L’assessora alle politiche culturali Nelly Creazzo ha tessuto le fila per recuperare ed estendere il significato della Giornata internazionale della donna, specialmente agli occhi delle giovani generazioni, giornata sommersa da stratificazioni mediatiche e commerciali che ne oscurano il senso. Non a caso la dizione ufficiale della Risoluzione dell’ONU è Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale (16 dicembre 1977 – R32/142), ma comunemente detta Festa della donna. E l’altra importante ricorrenza, sulla scia dell’8 Marzo, per ricordare quel 10 marzo del 1945 quando le donne cominciarono ad esercitare il diritto di voto alle prime amministrative nelle aree liberate.

L’Associazione femminile più legata in Italia all’8 Marzo, storicamente, è senza dubbio l’UDI, che nell’ultimo anno di guerra, nelle aree liberate, e a guerra finita (’45-’46) in tutto il paese, festeggiò le donne, la libertà e il diritto di voto appena riconosciuto col simbolo dei fiori di mimosa. Teresa Mattei insieme con Rita Montagnana e Teresa Noce ne furono le ideatrici, l’Associazione allora si chiamava Unione Donne Italiane (dal 2003 Unione Donne in Italia).

Ma le donne a partire da metà Ottocento in America, Europa e nella Russia zarista hanno un lungo percorso di rivendicazioni e diritti simboleggiati nella data e nella mimosa. Per il diritto di voto l’UDI sviluppò un grande lavoro politico fino all’ottenimento. Tra le ventuno Madri Costituenti elette (metà circa tra meridionali e centromeridionali), diverse erano dell’UDI, in particolare Teresa Mattei che rese incisivo l’articolo 3 della Costituzione.

Grande sensibilità politica dell’Amministrazione comunale, dunque, invitare l’UDI a ricordare, riflettere, offrire la propria esperienza storica nel Convegno su queste ricorrenze. Vi hanno preso parte la moderatrice Annarosa Macrì, giornalista TG3 regionale, Nelly Creazzo assessora, il sindaco Michele Tripodi e in rappresentanza dell’UDI Nella Garganese, Renata Raineri, Vasiliki Vourda che ha proiettato il video 8 marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra.

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(foto Vasiliki Vourda)

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Dall’articolo di Attilio Sergio sulla Gazzetta del Sud:

Donne, la lunga lotta per i diritti / Ricordate le 21 Costituenti e le vittorie su maternità, aborto e divorzio

“70 anni dalla conquista del voto in Italia. La lunga lotta delle donne per i diritti”. Questo il tema scelto dall’UDI (Unione donne in Italia) che, grazie agli assessori comunali Nelly Creazzo e Valentina Martello, ha scelto Polistena per ricordare quel 10 marzo di 70 anni fa.

In un salone delle feste gremito di studenti … (continua)

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Il sindaco Paolo Alvaro scopre la targa della Via 8 Marzo a Laureana

Il Consiglio Comunale di Laureana di Borrello, con il Sindaco Paolo Alvaro, ha intitolato una strada alla Giornata dell’8 MARZO, dove verranno piantati alberi di mimose. È stata invitata a far da madrina alla cerimonia dell’inaugurazione l’UDI di Reggio Calabria, che tramite una propria rappresentante ha inviato un messaggio di saluto e di ringraziamento oltre che di riflessione sulla Giornata. Nella stessa cerimonia è stata conferita la Cittadinanza onoraria ad una donna prestigiosa, Maria Rosaria Russo, preside, che da anni con passione e tenacia lavora sull’educazione dei giovani alla legalità in luoghi difficili.

Cettina Denicola, dell’UDI e concittadina, ha letto il messaggio indirizzato al Sindaco, al Consiglio Comunale, alle Cittadine e ai Cittadini di Laureana di Borrello. La ormai prestigiosa formazione musicale giovanile di Laureana diretta da Maurizio Managò ha offerto un intermezzo musicale. Prestigiosa per i premi ottenuti, fu diretta anche dal maestro Riccardo Muti, ma soprattutto perché tenacemente sostenuta dall’Istituzione locale e dalla cittadinanza costituisce un formidabile polo di aggregazione di ragazze e ragazzi che si formano sull’espressione profonda dei sentimenti e sull’arte, il miglior antidoto educativo contro mafie, criminalità e violenza sulle donne. Laureana è nota per un’altra caratteristica educativa sociale: ospita un carcere modello diretto da una donna e studiato a livello internazionale. Una struttura di eccellenza che attua in pieno il dettato costituzionale della rieducazione e del reinserimento sociale attraverso una studiata metodologia.

il messaggio dell’UDI RC:

L’UDI – Unione Donne in Italia – saluta il Sindaco prof. Paolo Alvaro e l’Amministrazione Comunale esprimendo compiacimento per la decisione di dare all’8 Marzo un significato che vada oltre le parole. Saluta tutte le donne e gli uomini presenti che ne stanno condividendo il senso e ringrazia per l’invito di tenere a battesimo l’iniziativa, essendo stata protagonista e ideatrice in Italia di quel lontano profumo di mimosa.

In Italia nel 1945, nelle aree liberate …  [continua messaggio]

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A Reggio Calabria un grande sforzo di comunicazione per l’8 Marzo è stato compiuto da Amministrazione provinciale e Comunale. In particolare la Consigliera di Parità Daniela De Blasio per la Provincia ha indetto un OPEN DAY aperto a tutte le Associazioni, Commissioni di Parità degli Ordini professionali, scuole, ma anche agli apporti individuali, un centinaio nel complesso, tra cui anche l’UDI. Conferenze, video, musica con una esibizione di ballerine e ballerini di tango delle scuole locali. Grande profusione di fiori gialli per ogni sezione.

L’UDI nel Salone della Biblioteca della Provincia ha proposto una selezione di tavole della Mostra Le Resistenti ieri e oggi tenuta già a Catania (Archivio di Stato e Palazzo Cruyllas-Museo Emilio Greco, casa natale di Bellini), a Reggio al Museo Archeologico Nazionale e in contemporanea a Milano al Museo del Fumetto per più di un mese e mezzo. Ha inoltre proiettato il video 8 marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, una robusta ricerca storica.

Nella Garganese e Vasiliki Vourda dell’UDI sono intervenute anche alla celebrazione della Giornata che ne ha fatto l’Università della Terza Età dove è stato proiettato il film Nyfes (Spose) del regista greco P. Voulgaris, proposto da Vasiliki di madrelingua greca.

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Salone della Biblioteca della Provincia

 

 

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L’Europa che vogliamo / convegno

l'Europa che vogliamo

L’EUROPA DELLE CITTA’ VICINE

L’Europa delle Città Vicine è il titolo del convegno che ha visto, domenica 21 febbraio 2016 alla Casa Internazionale delle donne a Roma, circa centoventi donne e uomini, più donne che uomini, provenienti da molte città, misurarsi sulla crisi dell’Europa e sulle prospettive e possibilità, a partire dalle esperienze già in atto, di aprire nuove vie per un’Europa più vicina alle vite, ai bisogni, ai desideri. Un’Europa che oggi presenta due facce, come hanno detto in apertura del convegno Anna Di Salvo, Simonetta Patané e Loredana Aldegheri.

E come hanno confermato i contributi delle persone presenti e anche assenti, come il lampedusano Giacomo Sferlazzo che ha mandato gli auguri di buon lavoro da parte delle donne e degli uomini di Askavusa di Lampedusa e il curdo Tulip che in un commovente intervento ha portato i saluti delle donne curde.

Da una parte c’è il volto dell’Europa delle istituzioni, del potere politico tecnocratico ed economico, un volto duro, di imposizione del linguaggio del rigore, dell’austerità, del controllo dei debiti e che produce impoverimento, meno diritti, segregazioni, frontiere, muri, «dimostrano – ha affermato Anna Di Salvo – l’ottusità politica di un occidente europeo che esporta guerra, anche vendendo armi e militarizzando i territori in Sicilia come in Sardegna, a Lampedusa e in tutte le altre isole pelagiche, asseconda i nazionalismi, erige barriere e srotola lungo i confini filo spinato che tanto non potrà arginare i flussi migratori di moltitudini di donne, uomini e bambini in fuga da paesi affamati e devastati che guerre intestine e invasioni terroristiche dell’Isis hanno reso luoghi dove la vita non ha più valore»

Dall’altra parte c’è il volto dell’Europa dei luoghi dell’approdo delle e dei migranti dove donne e uomini – continua Anna – danno senso alle politiche dell’accoglienza: Ventimiglia, Calais, Lesbo, Kos e altre isole della Grecia, Lampedusa e tutti  gli  approdi siciliani, calabresi e pugliesi. Qui l’Europa sembra aver ritrovato la propria anima e i confini e le barriere respingenti si sono configurate in porte e soglie accoglienti simili a quelle delle nostre case. Di quest’altra Europa, poco visibile, fa parte anche “la capacità generativa” di altri modi di fare economia da parte di molte  imprese sociali di comunità e di territorio, dove a partire da forze umane – ha sostenuto Loredana Aldegheri della Mag di Verona – relazionali e sociali si adopera per un’Europa con al centro l’economia dei beni comuni, che può riposizionare il mercato.

Di quest’altra Europa fanno parte i luoghi della politica delle donne, le pratiche di cura delle città, dei suoi spazi e dei suoi tempi di cui Le Città Vicine sono espressione e che Donatella Franchi ha raccontato a partire dalla pratica creativa che insieme alle/agli abitanti di Bologna ha inventato per ripulire le strade, i muri degradati, scrostati, abbruttiti, intorno all’università. Il racconto di questa «pratica di invenzione» che ha aperto orizzonti e coinvolto molti giovani, Donatella l’ha affidato anche al linguaggio artistico in una mostra fotografica che ha esposto al convegno. La ricerca artistica ha sempre fatto parte delle pratiche delle Città Vicine per raccontare le nostre città, così come hanno fatto artiste/i, intellettuali turchi – ha detto Katia Ricci –  in una mostra al Maxxi di Roma su Istanbul, dove raccontano la lotta contro la demolizione del Gezi Park e contro la distruzione di gran parte dei quartieri della città. Dunque esistono i luoghi, le azioni, un’altra politica, un’altra economia  – ha aggiunto Stefania Tarantino, sostenuta dall’intervento di Antje Shrup,  giunta appositamente dalla Germania per partecipare al convegno – che hanno trasformato il nostro modo di abitare il pianeta e che sono parte di quella Europa che vogliamo e che già stiamo costruendo con la nostra politica della differenza. Sono queste le «nuove istituzioni» – ricordate da Maria Luisa Gizzio – che Simone Weil considerava necessario inventare per poter rifondare l’Europa, dopo la tragedia della guerra e dei totalitarismi. «Al di sopra delle istituzioni – scrisse la Weil – destinate a tutelare il diritto, le persone, le libertà democratiche, bisogna inventarne altre, destinati a discernere e a eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza. Bisogna inventarle, perché sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili». La scommessa oggi è rendere visibili le nuove istituzioni che già esistono, diverse da quelle che sono andate in crisi, aprire un conflitto tra le due anime dell’Europa e questo – come ha affermato Letizia Paolozzi –  richiede un lavoro sul simbolico, sul linguaggio in parte esistente, in parte da inventare. La scommessa passa dal pretendere di essere prese sul serio come noi oggi facciamo qui –  ha detto Stefania Tarantino –  il che vuol dire fare in modo che il pensiero delle donne agisca non solo nei luoghi che conosciamo ma anche fuori e contagi il mondo sociale e mediatico che ci circonda.

In questa Europa che si frantuma e consuma emerge in modo drammatico la questione del potere, ancora largamente in mano agli uomini, e che Maria Concetta Sala ha definito una «tragedia» perché «quando il potere si mette al servizio di se stesso» bisogna sapere che non ci può essere spazio né per la verità, né per la giustizia (che per la Weil non sono di questo mondo) e né per la bellezza (l’unica ad essere di questo mondo) da connettere a una nuova “visione” dell’Europa. Cosa possiamo chiedere alle donne e agli uomini – si è chiesta Maria Concetta Sala – che esercitano il potere? Possiamo aspettarci che possano ridurre in qualche misura il potere? Alla sua risposta negativa, Rosetta Stella ha osservato  che se la verità e la giustizia non appartengono a questo mondo, uomini veri e uomini giusti sono di questo mondo, e sono quegli uomini che «danno ascolto al salto che si apre dalla tragedia del potere e che questo salto lo fanno». All’obiezione di molte donne in sala dell’ambiguità del parlare di uomini («e le donne?»), Rosetta ha spiegato di voler parlare davvero solo di uomini perché «le donne giuste e le donne vere le conosciamo, invece riconoscere un uomo giusto e un uomo vero è sempre più difficile a questo mondo, tanto più in Europa».  Uomini veri e uomini giusti sono forse gli uomini dell’Associazione Maschile Plurale che hanno cambiato il loro rapporto con la logica del potere. Un cambiamento – ha detto uno di loro, Alberto Leiss – che riguarda anche altri uomini come dimostra il fatto che «ci sono sempre più uomini che, anche quando non dicono cose condivisibili, parlano in quanto uomini». Ed è del sesso maschile che ci parlano anche i fatti di Colonia che hanno reso evidente come l’immigrazione è fatta per lo più da corpi di uomini “soli”, il che – secondo Letizia Paolozzi –  solleva problemi sull’accoglienza. Forse, si è chiesta, sarebbe il caso di leggere meglio la legge canadese che prevede l’ingresso solo di nuclei familiari «perché la presenza delle donne significa per gli uomini autocontrollo attraverso lo sguardo femminile». E Simonetta De Fazi narra come nel corso delle sue attività dedicate alla questione delle migrazioni le sia stato chiesto di suggerire soluzioni che impegnino gli uomini nei campi profughi, in quanto le donne il da fare se lo trovano da sé.

Una crisi, quella dell’immigrazione, scoppiata – ha detto Loretta Napoleoni, arrivata al convegno alla ripresa del pomeriggio – «solo nel 2015, dopo quelle economiche finanziarie  e del debito sovrano,  quando improvvisamente abbiamo avuto il flusso di migranti che scappavano non dallo Stato islamico ma dai bombardamenti degli europei e degli americani». E mentre l’Europa dal volto duro si chiude in se stessa, l’altra Europa, quella dell’accoglienza, ne fa occasione di rinascita di tanti borghi abbandonati e spopolati, come in Calabria. Perché c’è chi respinge i rifugiati e chi l’accoglie? Domanda  a cui ha risposto Mirella Clausi dicendo che «i posti di approdo  sono i posti dell’accoglienza perché non c’è una distanza fisica. Invece quando il corpo non vede quale tragedia immensa stia succedendo, quelli sono i posti in cui c’è il rifiuto. Questo, purtroppo, fa la differenza».

Le immigrazioni che hanno messo in crisi questa Europa, hanno messo a nudo – ha ripreso Giusy Milazzo – le debolezze e le insufficienze di questa Europa economica, hanno però aperto per noi la possibilità, l’occasione, il kairòs, per fare emergere l’Europa che abbiamo cominciato a costruire con la nostra politica della differenza e ricomporre, ricucire, riparare la frammentazione dell’Europa, secondo l’antica tecnica giapponese del kintsugj, a cui Katia Ricci insieme alle Città Vicine, alla Merlettaia di Foggia e all’associazione Arteria di Matera, ha dedicato una mostra mail-art che ha esposto al convegno. Sulla strada della costruzione, invenzione e creazione dell’Europa che vogliamo c’è un lavoro enorme da fare, ma un po’ lo stiamo facendo, come ha mostrato questo convegno.

Franca Fortunato

sul sito LIBRERIA DELLE DONNE di Milano

CONVEGNO DEL 21 FEBBRAIO 2016 A ROMA

 

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UDI invia lettera a Merkel Tusk Juncker Renzi

fatti colonia

Care,

in seguito ai gravi fatti accaduti in Germania a Capodanno,  abbiamo inviato oggi alla Cancelliera Merkel, ai Presidenti del consiglio e della Commissione Europea e al Presidente Matteo Renzi la lettera che vi alleghiamo.

Un caro saluto

Vittoria Tola e il Coordinamento nazionale

 

 

 udi                           Alla Cancelliera Angela Merkel

                                                            Al Presidente Donald Tusk

                                                            Al Presidente Jean-Claude Juncker

                                                            Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi

Le violenze avvenute tra la notte di S. Silvestro e Capodanno 2016 a Colonia e in altre città tedesche hanno provocato indignazione e dolore nelle donne di tutta Europa.

Per tutti i fenomeni riconducibili alla violenza maschile sulle donne, dolore e indignazione sono sentimenti che conosciamo bene. Il femminicidio è un’esperienza che unisce le donne di tutto il mondo, come le unisce la solitudine di fronte ai responsabili istituzionali, che nonostante gli impegni assunti negli organismi internazionali, persistono in un atteggiamento omissivo e parziale.

La Convenzione di Istanbul, fortemente voluta dal Consiglio d’Europa e purtroppo non sottoscritta e ratificata dalla Germania e dalla UE, prescrive interventi non solo di sostegno alle vittime, ma dà indicazioni chiare sul piano squisitamente politico. Su questo, e ciò ci lascia sgomente, la reazione complessiva in sede Europea di fronte al gravissimo attacco subito da centinaia di donne il 31 dicembre 2015, è stata tardiva, imbarazzata e, purtroppo, occasione per dirigere il giusto disgusto per l’accaduto a finalità estranee alle priorità avvertite, ormai storicamente, dalle donne. Prima fra tutte il perseguimento della piena libertà.

Noi crediamo che gli Stati europei, prima ancora di essere inadeguati nell’accoglienza delle persone, siano fortemente in contraddizione, in quanto a dichiarazioni e fatti, di fronte alla prima delle differenze: quella tra donne e uomini.

Lo spirito solidale manifestato di fronte agli attacchi criminali, in più occasioni e coralmente, dai massimi rappresentati degli Stati, dalle comunità religiose di ogni confessione, fino ai massimi esponenti della cultura, è mancato nell’occasione della strage di libertà perpetrata a Capodanno.

Ancora una volta abbiamo visto l’impreparazione, l’incertezza e l’usuale tolleranza verso le espressioni muscolari della dominanza machista.

Noi, pur consapevoli dell’essere tuttora e da sempre in lotta per la nostra liberazione dalla violenza maschile, riteniamo insopportabile che alcuni obiettivi, anche i più parziali, in materia di libertà femminile, conquistati con fatica, siano elusi da paesi autorevoli in Europa e dall’Europa stessa e che queste elusioni costituiscano il segnale allarmante di un disimpegno.

Disimpegno nell’applicazione di norme minime e non negoziabili, come quelle sulla violenza, che bene o male tutti i paesi hanno approvato. Lasciate sulla carta, vengono nominate per diffondere un falso senso comune della parità e, con il linguaggio dei media forti e manipolatori della realtà, si danno per anacronistici i termini che descrivono la condizione imposta alle donne. La violenza sessuata tra le pareti domestiche, nei rapporti di lavoro dipendente, nelle istituzioni scolastiche, viene suggerita come male inarginabile, quella subita per le strade, o nei luoghi del tempo libero dal lavoro e degli impegni quotidiani, come male procurato dalle vittime stesse.

Nelle forze di polizia, nei responsabili politici, è radicata la convinzione che la violenza perpetrata da sconosciuti, da bande criminali o da branchi di maschi di qualunque colore o religione, che da sempre avanzano il diritto di proprietà sulla notte, sia conseguenza di un naturale rischio che le donne si assumono, per quella specie di binomio tanto radicato nella cultura occidentale: rischio-colpa.

La rimozione di uno o più responsabili è non solo insufficiente, ma fuorviante, perché non si sono uditi né visti ripensamenti sul linguaggio e sui modi di porsi verso le cittadine, sia europee che provenienti da altri paesi. Noi ci chiediamo quale sia il tipo di formazione richiesto al mondo dell’informazione, alle forze di polizia e agli operatori dei servizi nel nostro continente.

Teniamo a ricordare, come prescrive la Convenzione di Istanbul, che le donne danneggiate hanno diritto al risarcimento del danno subito, ed è naturale che sia l’amministrazione competente a provvedere, in attesa di una possibile rivalsa sui responsabili. C’è poi un altro risarcimento ed è quello dovuto a tutte le donne presenti nel nostro paese, che consiste nella vera attenzione dei politici alla salvaguardia delle libertà conquistate dal femminismo per tutte.

Il senso di disuguaglianza che noi tutte subiamo dai nostri governi, indipendentemente dal loro colore, ci spinge a dichiararci tutte tedesche e tutte migranti in attesa di giustizia.  

 

UDIUnione Donne in Italia

 

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Alcuni titoli di giornali italiani: Colonia, decine di donne violentate da branco di 1000 islamici … Notte di orrore a Colonia. Stupri di massa a Capodanno

Qualche autorevole giornale fa immediata dietro-antropologia: … Da dove viene il branco di Coloniafra chi arriva vi sono portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per pozzi d’acqua, donne e bestiame. Le conseguenze sono nelle cronache di questi giorni …

La polizia tedesca per giorni tergiversa, appare quasi svogliata, cade qualche testa, tuttora non sono ben definiti i tratti reali e l’estensione del “vergognoso episodio”: … le donne, accompagnate o meno, sono rimaste in balìa di folle di uomini sbronzi …

C’è comunque una tacita conventio: sono loro, loro che … erano organizzati … era premeditato … ll capro espiatorio simbolico ostentato o timidamente indicato come autore delle violenze è l’islamico.

Ma d’altra parte sono le stesse violenze che avvengono durante le ricorrenze dell’Oktoberfest, 7,5 milioni di boccali di birra, Maßkrug da un litro, con una decina di denunce di stupri in media, come rilevano da tempo osservatrici e osservatori. Ma si calcola che possano arrivare fino a 200 e più non denunciati, dal momento che l’articolo 177 del codice penale tedesco richiede l’indagine e l’onere della prova della “resistenza oppositiva” da parte della vittima.

“Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri,” scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Suddeutschen Zeitung. E continuavano, “Se reagisci in modo scontroso, ti danno della ‘troia’ o peggio.” [Vice.com]

Senza minimamente voler attenuare le responsabilità sia individuali che collettive sul piano penale, anche ammettendo la premeditazione come potrebbe dimostrare il frasario offensivo sequestrato a qualche arrestato, il discorso di fondo solo da poche parti è tracciato con forza. Ed è quello di sempre, quello delle “infinite volte” in particolare quando viene inflitta una umiliazione o violenza o morte ad una donna.

È un discorso universale sulla condizione della donna che non ha latitudine, etnia, che da migliaia di anni perseguita le donne: l’assoggettamento, il senso di proprietà fisica e mentale da parte degli uomini. È diffuso in ogni paese, ha radice in ogni mente maschile e purtroppo si auto-semina.

Le democrazie “avanzate” non riescono a mascherare questo dato di fatto. Non si spiega come i paesi scandinavi per esempio siano ai primi posti in Europa per stupro.

“… è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne..”

“Le donne sono discriminate e subordinate non solo sulla base del sesso, ma per altri motivi, come casta, classe, abilità, orientamento sessuale, tradizione e altre realtà che espongono molte di loro a una violenza continua nel corso di tutta la vita, dal grembo materno alla tomba” [Rashida Manjoo, relatrice speciale ONU per la violenza sulle donne, 2012]

L’UDI vuole rivolgere oggi alle personalità politiche di cui sopra non una lezione etica ma un accorato appello perché le cose cambino per quanto nella loro disponibilità.

La struggente voce di Mia Martini canta: Gli uomini non cambiano … No. Devono cambiare.

UDIrc

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mediterranea

 

mediterranea

No al sessismo No al razzismo

A poche settimane di distanza dalla notte di violenze contro le donne in Germania che ha suscitato il dibattito anche sui media italiani, ci sembra interessante proporre un articolo ‘decentrato’ – abbiamo scelto e tradotto l’analisi di una giovane studiosa di scienze sociali, Salimata Sali, originaria del Senegal che vive e lavora in Canada. Si autodefinisce femminista e impegnata sul terreno dei diritti civili.  

Carla Pecis, UDI Catania

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MEDITERRANEA 2016

pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI gennaio 2016

Salimata Sali – Nude o vestite, le donne non sono prede sessuali

Centinaia di donne hanno presentato denuncia alle autorità tedesche per aggressioni sessuali durante la notte di San Silvestro a carico di uomini descritti come “arabi” o “nord-africani”. Il fenomeno di grande impatto è stato messo sotto silenzio per evitare di stigmatizzare o colpevolizzare una determinata componente sociale. È stato un grave errore. Una ingiustizia rimane sempre tale e nominarla non vuol dire generalizzare. È un fatto.

Nessuna sorpresa, sono colpita, non è la prima volta che le violenze contro le donne mi lasciano in uno stato d’animo di pena profonda, dolore profondo che spinge all’azione contro l’ingiustizia. D’altro canto, le aggressioni sessuali commesse in terra tedesca mi riportano verso altri luoghi,soprattutto in Africa nelle zone di guerra o in quelle devastate dalle ingiustizie e dalle diseguaglianze, dove tutte le forme di violenza sono costantemente rivolte contro le donne.

L’esempio più duro che mi umilia mi viene dal Congo. In quell’area assistiamo al totale disimpegno delle autorità locali e della comunità internazionale, assuefatte alla non azione e alla banalizzazione che finisce per normalizzare un fenomeno crudele a cui invece non ci si dovrebbe assuefare. Donne e bambine vivono una vita d’inferno sotto scacco di maschi aggressori e di una società che le rifiuta, che sempre riporta sulle vittime la colpa delle aggressioni sessuali considerandole esseri senza valore, quindi oggetti sporchi da abbandonare, che sono causa della loro stessa mala sorte…

Colpevolizzare le vittime: questa inumana scorciatoia priva di giustizia e partecipazione è stato l’atteggiamento assunto dalla sindaca di Colonia Henriette Reker, che consigliava alle donne “di tenersi ad una certa distanza dagli sconosciuti per proteggersi dalle aggressioni”: no, non sono le donne che devono tenersi alla larga dagli uomini, sconosciuti o conosciuti. Le donne non devono cambiare il loro modo di vestire per non eccitare la libido di uomini incapaci di controllo. No.

Dopo lo choc, la lucidità mi impone di sottolineare alcune evidenti differenze tra la Germania e il Congo. La sofferenza dei migranti non ha lasciato quasi nessuno indifferente. Malgrado la partecipazione umana alcuni hanno presentato la priorità della sicurezza come condizione per l’accoglienza. È una scelta molto razionale. Tuttavia la Germania, che ha dato prova di disponibilità e generosità nei confronti del flusso migratorio rispetto alle altre grandi potenze occidentali, ha trascurato lo scontro di culture e l’esperienza d’ineguaglianza basata sul genere, il sessismo. Lo scontro dei rapporti tra generi è quindi più forte. Di grande portata. Le statistiche parlano di centinaia di aggressioni e non di casi isolati. I presunti colpevoli condividono caratteristiche comuni riferibili al patriarcato, cioè il potere e l’abuso degli uomini sulle donne. Il patriarcato è ingiustizia comune a quasi tutte le società nel corso della storia. L’Occidente non vi è sfuggito. Ma alcune società soprattutto occidentali se ne sono sbarazzate grazie alle lotte femministe e all’affermazione di una domanda di giustizia sociale che ha ancora passi da fare, mentre altre società ancora sono immerse nel patriarcato e lo coltivano con la religione e la cultura È un fatto.

Per governare i problemi aperti dalle migrazioni di massa generate dalle ingiustizie planetarie bisogna riconoscere che l’arrivo di persone provenienti da altre culture, da altri valori e religioni possono creare tensioni. Questo non vuole assolutamente dire che si devono chiudere le porte ai migranti. Ma occorre trovare mezzi efficaci che precedono l’accoglienza e proporre loro un aggiornamento/adeguamento con la popolazione locale sull’eguaglianza dei uomini e donne nella dignità e nei diritti, sulla laicità e la libertà d’espressione. Bisogna riconoscere che i paesi occidentali, con tutti i loro difetti, al loro interno sono avanti sui rapporti di genere. In questo senso sono dei modelli per alcuni paesi come per il mio paese d’origine, il Senegal, ma anche e maggiormente per i paesi islamici. Le statistiche ci dicono che esiste una forte correlazione tra ingiustizie e diseguaglianze nei paesi islamici governati dalla Sharia diversamente che nei paesi laici. È un fatto.

In Occidente le donne hanno abbandonato i ruoli secondari per prendere il loro posto a pieno titolo nella società. La minigonna non sarà barattata con la gonna lunga. I capelli al vento non saranno imprigionati da un velo per un sedicente pudore compiacente con l’atteggiamento degli uomini. Il pudore è nella civiltà, nei rapporti giusti e paritari tra donne e uomini a prescindere dagli abiti che si indossano. Consiste nel rispetto assoluto e incondizionato della donna e del suo corpo, vestito o nudo. Per questo il valore occidentale più invidiabile e degno di essere copiato ovunque sulla terra dove vivono esseri umani è l’eguaglianza in dignità e diritti tra uomini e donne. Non è barattata a fronte di qualsiasi religione, cultura; non si deve piegare, non si piega. Prima di concludere, a quelli che si chiedono perché parlo del Congo rispondo che ho scelto l’occasione di una ingiustizia per denunciare questa e insieme altre che si compiono altrove. Troppe donne nel mondo soffrono di ingiustizie religiose, culturali, sociali, politiche ed economiche. Ci vuole tolleranza zero, bisogna denunciare a piena voce chi aggredisce le donne, essere dalla loro parte senza guardare a fatti particolari che sembrano poter giustificare i comportamenti aggressivi. I colpevoli devono essere individuati e condannati severamente. Devono essere assunte iniziative per prevenire altri abusi e aggressioni. Come le persone, le ingiustizie viaggiano, prendono l’aereo e le navi, entrano in contatto con altre culture e civiltà, con stili di vita completamente diversi. Questo scontro deve farci ricordare e praticare che che l’eguaglianza tra uomini e donne è superiore a tutto.

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

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DUE VIGNETTE

Una vignetta di Charlie Hebdo: per commentare la notte di violenza contro le donne in Germania si riprende la morte sulla spiaggia di Aylan (migrante di 6 anni), e si inserisce in un contesto di ‘uomini’ (?) che rincorrono donne con la bava alla bocca.

Il titolo della vignetta è ‘MIGRANTI’.

La domanda è “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?”

Il nostro commento è: vergognoso, inaccettabile. Lasciate stare i bambini.

 

A distanza di qualche giorno una risposta che condividiamo: una vignetta pubblicata sul blog della regina Rania di Giordania, il 15 gennaio.

La domanda è la stessa: “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?  

La risposta è: “Un ragazzino, uno studente, forse un medico, un padre affettuoso…”

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Mediterranea UDI Catania a cura di Carla Pecis  –  carlapecis@tiscali.it

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Ha pianto Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Aylan, vedendo la vignetta in cui Charlie Hebdo ironizza su chi sarebbe diventato da grande il bambino siriano di tre anni trovato morto a inizio settembre sulla spiaggia turca di Bodrum – un “palpeggiatore” in Germania. “Quando ho visto quell’immagine non ho potuto far altro che piangere”, ha raccontato Abdullah all’agenzia di stampa francese Afp. “La mia famiglia è ancora sotto shock”.  [Huffigton Post]

Davanti alla grande tristezza che la tragedia porta con se e al dolore inconsolabile per chi lo ha vissuto e lo vive, il “cinismo” satirico deve restare in silenzio e trovare altri bersagli. Non può muovere nessun riso o sorriso. Il bambino aveva solo il diritto di continuare a vivere.

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ragazze primavaraba

PARLIAMO DELL’ESITO DELLE ELEZION IN EGITTO :   90 DONNE IN PARLAMENTO

Sono state poche le notizie e pochissimi commenti alle elezioni egiziane che hanno eletto il nuovo Parlamento attraverso un percorso elettorale durato sei mesi – per comprendere cosa sta avvenendo e i possibili sviluppi nella realtà del Paese più importante dell’area araba mediterranea sottolineiamo la novità di una notevole presenza di donne elette e leggiamo un articolo di commento più ampio del direttore del quotidiano Asharaq Al Awsat, Ali Ibrahim ( 12 gennaio  – trad. MC. Minniti)  

Sembra che la politica internazionale sia in certa misura governata dalle suggestioni, a prescindere dai fatti sul terreno e senza tentare di comprendere realmente ciò che sta accadendo. Questa impressione deriva dalla posizione assunta da molti in Occidente rispetto agli sviluppi in Egitto post 30 giugno e la deposizione del governo guidato dai Fratelli Musulmani. Si tratta in parte di un atteggiamento comprensibile alla luce della cultura delle democrazie occidentali che si inquietano per l’intervento dell’esercito nell’arena politica. È stata, dunque, assunta una posizione critica verso gli eventi in Egitto, incomprensibile agli occhi di attori arabi e regionali che non riescono a capirne l’origine riconducibile alla cultura delle democrazie politiche.

Il percorso intrapreso dall’Egitto dopo il 30 giugno presentava elementi complicati da capire in Occidente, tra cui il chiaro sostegno popolare con milioni di persone scese in strada a manifestare contro il governo dei Fratelli Musulmani, l’intervento dell’esercito e poi il periodo di transizione caratterizzato dalla road map incentrata su tre fasi, il tutto sullo sfondo di un’ondata di violenza e atti terroristici il cui primo obiettivo era colpire l’economia, riuscendo a centrare una delle sue arterie più importanti, ovvero il turismo. Il percorso politico, tuttavia, non si è fermato: lo Stato si è rimesso in movimento e sono stati inaugurati nuovi progetti che sono fonte di speranza per il futuro. Il percorso, poi, si è completato con la promulgazione della Costituzione e in seguito con le elezioni presidenziali e infine quelle parlamentari.

L’elezione di questo parlamento è stata piuttosto controversa, dal momento che l’affluenza alle urne non è stata elevata e secondo i numeri diffusi si è attestata intorno a un quarto degli elettori registrati. Si tratta, tuttavia, di milioni di elettori che sono stati chiamati alle urne diverse volte in un lasso temporale limitato, ed è comunque una percentuale che si registra anche in molte democrazie occidentali. L’aspetto più importante di questo Parlamento è che per la prima volta sono entrate a farne parte circa 90 donne, un numero senza precedenti che corrisponde a oltre il 15% dei membri. La maggior parte sono state elette in liste di raggruppamenti politici oppure hanno vinto nelle loro circoscrizioni dopo battaglie elettorali. Si tratta di un grande successo rispetto alle passate elezioni in cui le donne potevano entrare in parlamento solo mediante nomina.

Questa percentuale rispecchia, inoltre, la partecipazione politica della donna egiziana nel percorso del 30 giugno e nella road map che ne è scaturita. La presenza delle donne è stata molto forte sia nelle manifestazioni in strada sia nella partecipazione politica alle votazioni che si sono svolte in diverse fasi della road map, così come nel numero di candidate e nella loro partecipazione alle “battaglie” elettorali. Questo ruolo è stato incoraggiato dallo Stato.

Se guardiamo gli eventi attraverso lenti nere non riusciremo a vedere niente di positivo in tutto ciò che è accaduto e invece non si può ignorare questa presenza femminile nel Parlamento del 30 giugno poiché è da considerarsi un successo storico che compiace il compianto Qasim Amin (giurista dell’Università del Cairo, autore di “I diritti delle donne nell’Islam” in particolare su matrimonio e divorzio, “La liberazione della donna” (1899) – “La donna nuova” (1900). Muore nel 1908.)

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

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In Italia morire per aborto

laiga.logo

14 gennaio 2015

In Italia morire per aborto volontario è un evento straordinario.
Infatti nel 2013 vi sono state 102760 Interruzioni Volontarie di gravidanza e sempre in quell’anno la percentuale di complicanza emorragica è stato del 1,7%, senza nessun decesso.

La complicanza può purtroppo accadere, anche se i medici operano con coscienza e diligenza.

In questi casi i medici non obiettori quelli che eseguono materialmente le interruzioni di gravidanza tutti i giorni, possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza.

Infatti gli altri operatori sanitari, medici, infermieri ed ostetriche, in primis, pongono attenzione sul fatto che si tratta di interruzione di gravidanza e quindi il caso non li coinvolge.

Vi è cioè una latenza psicologica, uno “iato” mentale, prima che il personale e l’ambiente tutto, intorno, entri in movimento attivo e rapido e dopo un momento di rifiuto (sono obiettore) realizzi che vi è uno stato di emergenza in cui deve essere attivo e rapido.

Talvolta questo iato mentale, che noi non obiettori conosciamo, può far sì che all’inizio di una complicanza si sia soli ad affrontarla e può rallentare pericolosamente la gestione di una complicanza grave.

I servizi di interruzione di gravidanza sono spesso isolati all’interno degli ospedali, visti come qualcosa che non dovrebbe proprio esserci, e che meno si vede, meno si guarda e meglio è. Infatti, in diversi ospedali, sono dislocati al di fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze.

Questo, più che gli errori, può provocare dei danni alle donne. Il diritto alla scelta deve essere riconosciuto pienamente dalle istituzioni, con il sostegno chiaro agli operatori che applicano la legge 194.

Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 [zeroviolenza]

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Il comunicato della LAIGA diramato in relazione alla morte di Gabriella Cipolletta, che era ricorsa ad un intervento di IVG  all’Ospedale Cardarelli di Napoli, apporta tristi riflessioni sul contesto sanitario-legale e deontologico nel quale viene eseguito. E non solo al Cardarelli.

Nel Giuramento di Ippocrate tra i vari principi deontologici viene accettato l’obbligo: di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute ,,,

Il Giuramento non è un obbligo giuridico, ma solo etico, senza il quale si può comunque esercitare la professione medica (anche se nel fascicolo personale può costituire notazione disciplinare). Ma se c’è una professione esattamente sul filo della vita e della morte è quella medica che presuppone una deontologia etica non certo confessionale, ma sul piano dei diritti universali.

Nella fattispecie è come se le figure sanitarie mosse da ideologie integraliste dicessero: non posso salvarti perché sei in peccato o stai commettendo un peccato, punendo nell’eventualità mortalmente la peccatrice.

Strano che nella giurisprudenza non vengono, secondo dottrina (anche la giurisprudenza è molto sul filo della vita e della morte), anteposti principi confessionali, mentre nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza l’obiezione confessionale è vincente.

E’ opportuno qui richiamare il comunicato-appello della LAIGA, del 1° ottobre 2015, che mette in allarme: EMERGENZA 194: UNA LEGGE DELLO STATO NON PIU’ APPLICABILE.

L’appello rivolto alle/ai parlamentari tra l’altro lamenta:

Si tratta di una vera e propria emergenza visto che la maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge 194 praticano l’IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L’età media dei/lle ginecologi/ghe non obiettori, infatti, è superiore ai cinquanta anni.

Già ora le difficoltà nell’applicazione della legge 194/78 sono enormi per l’alto numero dei medici obiettori, perché le norme impediscono a chi è in pensione di lavorare in strutture pubbliche o convenzionate e, inoltre, non consentono a chi è in servizio di lavorare part time presso altre strutture pubbliche.

La situazione è già disastrosa ma molto presto peggiorerà: i medici non obiettori negli ospedali scompariranno e le donne che non intendono portare avanti la gravidanza non potranno più abortire. Una legge dello Stato sarà di fatto inapplicabile.

Va anche considerato che non ci sono scuole di specializzazione in cui i/le giovani che intendono specializzarsi in ginecologia possano formarsi apprendendo le più moderne tecniche per l’IVG.

Nel volgere di un tempo rapidissimo l’effetto sarà la scomparsa di medici non obiettori e la conseguenza sarà la solitudine delle donne in un momento delicato come quello di una gravidanza indesiderata.

Questo appello intende informare tutti/e i/le parlamentari di questa gravissima situazione e chiedere di prendere dei provvedimenti urgenti per evitare che le donne italiane siano costrette a tornare all’aborto clandestino …

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Va ricordato anche che proprio l’8 Marzo 2014:

… il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in http://www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. [LAIGA]  

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Banalmente morire

Gabriella Cipolletta muore a 20 anni, all’Ospedale Cardarelli di Napoli, per emorragia durante un intervento di interruzione di gravidanza. In seguito alla denuncia dei genitori vengono inviati Ispettori ministeriali. Gli stessi hanno rilevato “criticità” in 3 casi su 4 riguardanti le ultime quattro tragedie di donne in gravidanza morte a dicembre durante il ricovero negli ospedali di Bassano del Grappa, San Bonifacio (VR) e Brescia.

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Inoltriamo il nostro appello per la verità sulla tragica vicenda che ha portato alla morte, per emorragia nel corso di un intervento di IVG, di una giovane donna, Gabriella. E’ a lei e a chi l’ama che dobbiamo tutto il nostro impegno a presidiare l’applicazione delle norme che abbiamo conquistato per salvaguardare la nostra salute. A noi tutte e a tutte coloro che si accostano alla sanità pubblica per l’esercizio del diritto alla salute, deve essere data la certezza che le ideologie integraliste incombenti non interferiscano nella qualità delle prestazioni sanitarie rivolte alle donne.

Le eventuali strumentalizzazioni, rivolte a ridiscutere norme come la legge 194, sarebbero volgari tentativi volti a dissimulare il fatto che a pagare tanto gli sprechi quanto i tagli, nel servizio sanitario, sono proprio le donne.

Chiediamo di sottoscrivere l’appello e di diffonderlo 

UDI di Napoli

Non si può morire d’aborto

Il “Comitato per l’applicazione della legge 194” della Campania esprime la propria solidarietà e vicinanza alla famiglia di Gabriella a cui si stringe. E’ necessario dire che va respinta ogni strumentalizzazione di questa perdita drammatica di una ragazza di appena 19 anni, strumentalizzazione volta ad attaccare l’interruzione volontaria di gravidanza. Vogliamo ricordare che la legge 194 garantisce la tutela e la salute della vita delle donne. D’altra parte l’Ospedale Cardarelli, rispetto all’IVG, è sempre stato un presidio costantemente monitorato. Ci chiediamo se questo decesso non sia da ricondurre a uno dei casi di malasanità, occorsi recentemente perfino in donne partorienti, e chiediamo che sia fatta piena luce sulle cause del decesso e sulle procedure di intervento seguite. È questa la prima  di giustizia e di rispetto per la memoria di Gabriella e per la sua famiglia. Ricordiamo che lo slogan nei lontani anni settanta era: aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire.

Adesioni:  Comitato per l’applicazione della legge 194, Assemblea delle Donne di Napoli per la restituzione, Associazione Casa delle Donne di Napoli, Udi Napoli, Udi Reggio Calabria, Collettivo 105, Adateoriafemminista, Save194 insiemepernontornareindietro, Terra Prena, Le Kassandre, Donne in nero di Napoli, Arcidonna Napoli, Collettivo Resistenza femminista, UDI Nazionale, Noi Donne.

Simona Ricciardelli, Stefania Cantatore , Elena Pagliuca, Liliana Valenti, Chiara Guida, Stefania Tarantino, Raffaella Capuozzolo, Anna Maria Cicellyn Comneno, Iaia de Marco, Laura Capobianco, Teresa Potenza; Grazia Zimmaro, Anna Canzanella, Franca Pinto,Rosanna Ferreri, Ileana Remini, Roberta Capone, Gigliola De Feo, Elena Merolla, Angela Gentiletti, Amalia Fanelli , Elisabetta Riccardi ,Vera Cimmaruta, Marina Frezza, Emilia Valentino, Tina Marroccoli, Anna Abbate, Mriarosaria Bonetti, Tina Cimmino, Mariateresa Scarpelli, Marcella Torre, Marianna Matacena, Nadia Nappo, Maura Maffezzoli, Graziella Matera, Clara Pappalardo, Pina Tommasielli, Lucia Coletta, Maria Luisa Nolli, Enza Turco, Laura Fiore, Marsia Modola, Anna Riccardi, Melina Gatti, Carmen Armaroli, Anna La Ragione, Annamaria Raimondi, Vittoria Tola, Maria Acampa.

Per adesioni donnedinapoliperlarestituzione@gmail.com, oppure messaggi o commenti su Facebook.

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I fatti di Colonia, cioè di sempre

foglietto fatti colonia

 

Un foglio con scritte, in arabo e in tedesco, frasi con espliciti riferimenti sessuali è stato ritrovato nelle mani di due sospettati, nell’ambito delle indagini condotte dalla polizia locale sulle violenze della notte di San Silvestro a Colonia. Lo riporta la Bild on line, che pubblica il biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, «voglio scopare», «grandi tette», «ti voglio baciare», «sto scherzando con lei», «io la uccido». (Ansa)-Corsera

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Lo stupro è un’arma di guerra: quella del terrore e quella dichiarata ufficialmente. Lo dice l’ONU

A Colonia contro le donne stupri e molestie. La politica, e la polizia, balbettano.

Di fronte alle azioni terroristiche in Europa, perpetrate nell’ultimo anno con armi convenzionali, evolute o rudimentali, la rivolta civile e la solidarietà, nel continente, sono scattate in modo evidente e senza distinguo di nessun genere. Qui, in Italia, il desiderio di mostrarsi contro è stato più forte del timore di dar sponda a ideologie razziste. È stato possibile: abbiamo assistito anche alla mitigazione delle esternazioni xenofobe e razziste da parte di formazioni, altrimenti, connotate sull’enfatizzazione di questo tipo di pulsioni.

Le strumentalizzazioni nella ricerca di consenso spicciolo, da parte delle forze politiche, hanno ceduto il passo a un atteggiamento consono a un palcoscenico meno angusto dei singoli scenari locali. La certezza che ha unito soggetti tanto differenti è stata ed è fondata sul fatto che “nessuno vuole la guerra in casa”. Il trasporto col quale è sembrato a molti doveroso esprimere solidarietà alle vittime è stato, evidentemente, proporzionale al numero di morti causato da quelle azioni, ma anche innegabilmente, soprattutto da parte delle comunità islamiche, misurato dall’esigenza di prendere le distanze dalla matrice integralista di un movimento politico che si caratterizza per volontà di distruzione e per implicito rifiuto della cultura occidentale, accusata di aver innescato meccanismi violenti nel mondo arabo e mediorientale. Chi, come chi parla, in questi anni, e da sempre, ha espresso una critica forte “all’esportazione della democrazia, si è sentito maggiormente chiamato a esprimere il proprio orrore per quanto avvenuto e, purtroppo, promette ancora di avvenire.

L’azione concordata tra criminali, che ha portato all’aggressione di massa su centinaia di donne soprattutto a Colonia, ma anche ad Amburgo, Stoccarda, Düsseldorf, non è stata avvertita, invece, dallo schieramento assemblato dopo gli attacchi di Parigi. Le ragioni risiedono nel fatto che la violenza sulle donne anche quando causa la morte delle vittime, è data per scontata nella fisiologia dei processi sociali ed economici: la condanna è un rito che quasi mai provoca profonde ridiscussioni sulle cause politiche che la violenza generano e impongono.

Nel caso di queste aggressioni, un problema è stato quello di prendere parola nella consapevolezza che non sono solo “quegli uomini” a pensare che le donne siano a disposizione contro la loro volontà, ma che lo sono anche altri, cioè coloro che pensano che l’integrazione tra culture possa avvenire nonostante i diritti delle donne. Su questa questione ritorna il vecchio tema dei due tempi: prima i bisogni di tutti e poi quelli delle donne. Nel 1977 Armanda Guiducci pubblicò un saggio dal titolo “la donna non è gente”, documentando gli elementi che delineavano la qualità monosessuata, al maschile, di ciò che si definisce progresso. Da allora le cose, schiavitù lavorativa e sessuale, segregazione culturale, subordinazione politica, hanno preso altri nomi, definizioni che rendono apparentemente dinamica una società rimasta invece ancorata alla convinzione che le donne “vengono dopo”.

L’agire della polizia tedesca ha dimostrato che il terrorismo verso le donne è, infondo, cosa che va tenuta sotto traccia per non disturbare il piano sull’immigrazione.

Tutto sommato sembra che non sia avvenuta una cosa poi tanto grave, anche per alcune donne autorevoli, ansiose di non interrompere l’unità di un movimento umanitario, che, non si sa perché, sarebbe messo alla prova inutilmente su una questione tutto sommato fisiologica.

Se gli stupri e le aggressioni non fossero stati mostrati dai criminali come atto concordato, se fossero avvenuti in modo più “occidentale”, per così dire sul modello “Tusciano”, se ancora si fossero rivolti a donne “non gente” per eccellenza, se fossero stati rivolti a connazionali, o per assurdo (?) a Prostitute immigrate: “se”, varianti che in questo caso non ci sono state. Ciò che poteva generare i soliti crudeli dubbi è stato sconfitto dall’evidenza. Che evidentemente non è bastata perché i toni dimostrano che, per gli stati, prendere consapevolezza di aver fatto sì che l’immigrazione fosse un fatto da uomini e da concordare tra uomini, è durissimo contraddittorio e destabilizzante. Si fa finta di non vedere la variante, cioè il femminicidio, che comunque perpetrato è lo scoglio su cui si arena ogni proposta che non voglia considerarlo come fenomenologia viva e condizionante.

All’indomani di un dramma vissuto nella notte di capodanno da donne libere, fino a alle ricorrenti prove contrarie, la timidezza di quello che ci si ostina a chiamare movimento in Italia è un riconoscimento implicito dei così detti due tempi della democrazia.

L’analisi fatta da un noto sito di controinformazione, pone l’accento sul fatto che sarebbe stato strumentalizzato il fatto, in quanto le donne “veramente stuprate” erano davvero poche: il resto ragazzate. Davvero non è difficile pensare che il pensiero dell’Arcivescovo di Canterbury, “lasciamo che l’ordine familiare sia governato in autonomia dalle singole religioni”, sia un paradigma per la politica occidentale che forse non vede con sfavore l’eventualità di pagare qualche prezzo, se a farlo sono le donne.

Il silenzio sulle violenze sessuate non è solo un costume, non è solo la copertura della connivenza di chi crede che tutto sommato è un alleato dell’ordine chi tiene le donne sotto schiaffo: la politica ne ha fatto moneta di scambio per quanto di analogo è avvenuto da parte dei propri eserciti “nei paesi da liberare”. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che bambine e bambini sono stati (?) violentati e sedotti in cambio di pane.

Non solo l’Italia ma per esempio in Inghilterra è successo che il silenzio abbia coperto la violenza subito da donne e bambine: nello Yorkshire millequattrocento ragazzine schiavizzate sessualmente tra il 1997 e il 2013.

I fatti di Colonia sono un banco di prova, non per la sicurezza ma per la serietà dell’agire politico, per chi della serietà fa una bandiera.

Lo stupro è terrorismo, è guerra: il tacerne la natura, anche quando è dichiarata, è il frutto dell’arroganza verso tutte le donne.

Stefania Cantatore

Napoli 11, 01, 2016

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I fatti di colonia interessano tutti e tutte noi

Quanto accaduto a molte donne in Germania sera di San Silvestro, per opera di uomini in gran parte stranieri – secondo la polizia – di origine “araba” o nordafricana”, interessa tutte e tutti noi. I fatti sono ormai noti, grazie alle testimonianze di tante delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Nella notte di Capodanno, mille uomini a Colonia – ma anche in altre città come Francoforte, Amburgo, Dusseldorf, Bielefeld – centinaia di donne sono state aggredite, derubate, molestate sessualmente e alcune stuprate da un migliaio di uomini ubriachi, davanti alle forze dell’ordine dimostratesi impotenti ed inadeguate ad intervenire e porre fine alle violenze.

Se i 31 uomini arrestati in questi giorni sono rappresentativi dei mille violentatori e molestatori – nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniani, quattro siriani, due tedeschi, uno iracheno, uno degli Stati Uniti – è del tutto evidente che si è trattato di maschi, nient’altro che di maschi che, organizzati in branco, si sono scatenati nella caccia alle donne, per afferrarle, dominarle, terrorizzarle, possederle in quanto preda. Maschi, solo maschi, che incarnano quella cultura della violenza e del dominio, della distruzione e dell’odio da cui molti di loro dicono di voler fuggire. Maschi, solo maschi, non importa la loro nazionalità di origine, la religione che professano, non importa come sono arrivati, se a piedi, nei barconi, in aereo o in treno, non importa se sono richiedenti asilo o uomini stranieri residenti, quello che conta è che sono giovani uomini che – come tanti ogni giorno nella nostra civilissima Europa – si sono sentiti autorizzati a terrorizzare donne considerate a loro disposizione, come alcune di loro hanno raccontato.

“Si sentivano onnipotenti e pensavano di poter fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada”. “ A un certo punto della notte ci siamo trovate circondate da una ventina di uomini. Ci hanno preso per le braccia cercando di separarci e di strapparci i vestiti. Poi hanno provato a toccarci tra le gambe e in altre parti. Alla fine ci hanno derubate di tutto quello che avevamo nelle nostre tasche”. “Cercavamo aiuto. Siamo corse verso le macchine della polizia e non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare la situazione”.

E’ una storia, questa, non nuova purtroppo e che appartiene agli uomini e alla loro cultura, che diventano feroci ovunque, se si uniscono, molti o pochi che siano. Ogni donna almeno una volta ha sperimentato la paura o quantomeno il disagio di trovarsi sola davanti a un gruppo di uomini. Sentimenti che un uomo non ha mai provato davanti a un gruppo di donne.

“L’intera piazza – ha raccontato una delle testimoni – era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio”.

E’ la “questione maschile” che mostra il suo volto globalizzato di uomini incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, che sia nelle piazze delle cosiddette “primavere arabe” dove violenze e stupri hanno accompagnato le manifestazioni, dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria all’Iran, o che sia nelle piazze tedesche dove le donne si erano riversate per festeggiare la fine dell’anno. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merker a condannare l’accaduto e a chiedere che i colpevoli vengano individuati e condannati per i ”ripugnanti” crimini commessi, tenendo separata la questione della violenza sul corpo delle donne da quella delle immigrazioni, dove si rende visibile – a Rosarno come a Colonia, al Cara di Mineo come al Centro di Sant’Anna di Crotone – che quando si parla di violenza e di stupri si parla sempre e solo di uomini e non di donne, anche loro straniere ed immigrate.

Non si usino le donne per giustificare, ieri le guerre – come in Afghanistan – oggi le violenze di Capodanno, il proprio odio verso gli stranieri e le straniere. A noi donne, ovunque nel mondo, non resta che continuare sulla nostra strada aperta da altre e non rinunciare mai ad arrabbiarci ed indignarci di fronte a uomini – stranieri o meno – che non vogliono e non sanno cambiare il loro rapporto con il loro corpo delle donne. A quanti di noi, donne e uomini, abbiamo la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, non resta che continuare a lavorare per quel cambio di civiltà delle relazioni tra i sessi affinché gli uomini non temano più la libertà femminile ma capiscano che questa può essere un’occasione anche per loro per liberarsi di quella cultura patriarcale da cui nasce la violenza maschile sul corpo delle donne.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud – 11.01.2016

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Centri antiviolenza: la Legge Regione Calabria n. 20-2007 viene elusa

Calabria, dove sono finiti i soldi per i centri antiviolenza?

Un appello perché la Regione applichi la legge ed eroghi i fondi promessi.

Su GIULIA giornaliste, Giovanna Pezzuoli qualche settimana fa riassumeva una delle condizioni mortificanti che la Regione Calabria non riesce a risparmiare al suo territorio e che riguarda i Centri antiviolenza. Da troppi anni con vari marchingegni, ben chiariti nell’articolo da Antonella Veltri, una delle colonne del Centro Roberta Lanzino di Cosenza, la Regione elude l’impegno dell’ottemperanza alla sua stessa Legge Regionale n. 20 del 2007.

La legge sancisce il diritto alla sicurezza, alla protezione e al sostegno (anche per la prole) per le donne che subiscono violenza “al fine di ripristinare la propria inviolabilità e di riconquistare la propria libertà”. Quei pochissimi centri che potrebbero funzionare sul territorio regionale (e il Centro Lanzino funzionava egregiamente dal 1988) si sono visti tagliare fondi e opportunità, senza dire della assoluta noncuranza delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa.

Le direttive europee in materia di contrasto alla violenza esercitata sulle donne raccomandano la presenza di un Centro antiviolenza ogni 10.000 persone e un Centro di accoglienza ogni 50.000. Pertanto in una città come Reggio dovrebbero esistere circa 20 + 4 centri.

In tutto il Paese al 2011 vi erano 54 Centri rifugio contro i 685 dell’Inghilterra.

È drammatica dunque la condizione di arretratezza in cui versa non solo la Calabria, ma l’intero territorio nazionale lontano dagli standard europei.

Ci siamo interessate assieme ad altre donne e Associazioni, con assemblee, comunicati stampa, istanze dirette, costituendo perfino ad hoc una Rete delle donne Calabresi, già dal settembre 2010 e di seguito …

https://udireggiocalabria.wordpress.com/2010/09/18/rende-la-casa-rifugio-del-centro-antiviolenza-r-lanzino-ha-chiuso/ 

Malgrado le promesse il muro di gomma è assoluto a tutt’oggi.

UDIrc

https://udireggiocalabria.wordpress.com/?s=lanzino

https://udireggiocalabria.wordpress.com/2010/10/12/importante-comunicato-stampa-delle-donne-calabresi-in-rete/

Su change.org manca solo qualche centinaio di firme al SOS lanciato dal Centro Roberta Lnzino, occorre affrettarsi:

PETIZIONE URGENTE DA FIRMARE / Violenza alle donne: la Regione Calabria ignora la legge

Roberta (foto Fondazione R. Lanzino)

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Auguri 2016 UDIrc

auguri_2016_udi

Buon Anno

UDIrc

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La donna, tutte le donne fuori dalla fabbrica della violenza

Immagine24

 

La guerra non è la guerra, come entità separata nei fatti che accadono sulla terra, ma è un ingranaggio della enorme macchina distruttiva che noi della specie azioniamo sulla terra senza risparmiare nessuna cosa e nessun essere.

È una macchina che dura da migliaia di anni e ce la scambiamo di secolo in secolo, di generazione in generazione, ne sostituiamo i pezzi, la manteniamo pulita ed efficiente per distruggere tutto, soprattutto i sogni delle giovani generazioni.

È una macchina perché è una entità senza anima e senza cuore, senza pensiero, senza affetti, punta a distruggere il futuro, a far ritornare tutto ad un anno zero del dolore e della morte. All’annientamento. Non pensa e soprattutto non ama nessuna cosa o essere. L’hanno azionata sempre gli uomini in modo collettivo e la azionano tuttora. Qualche volta le donne, per lo più in modo individuale.
La macchina distruttiva non agisce solo tra schieramenti militari, ma si materializza diffusamente anche nelle relazioni ordinarie tra le persone compiendo un lavoro che ha un nome: violenza. La potenza che esprime va da un grado elementare che parte dall’insulto della parola, del gesto, che penalmente potrebbe essere nemmeno sanzionabile, ma c’è. Fino al grado massimo, di distruzione e autodistruzione collettiva.
Ma c’è un obiettivo costante verso cui la macchina millenaria della violenza dirige la sua potenza e compie il suo lavoro: le donne. Non necessariamente è un lavoro sanguinario. Va dal pagarle meno degli uomini sul lavoro, ostacolarle nella carriera, ostacolarne la maternità, assoggettarle socialmente e nel nucleo familiare. Non considerarle. Appropriarsene sessualmente, offenderle nel sesso e nell’etnia. La soluzione finale: sopprimerle se non si sottomettono e dopo l’abuso…

Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci invita sempre a riflettere. Ogni anno il fraseggio, gira gira, è scontato per le addette ai lavori e per chi è ben consapevole, ma non è così per moltissimi uomini (e donne) a cui una sola giornata di sensibilizzazione forse apporta e importa poco o nulla. E’ in ogni caso un rito necessario per mantenere alta l’attenzione. Ma non sufficiente.
Per tradizione (ignoranza-disinformazione) per molto tempo si è parlato di raptus e momenti di follia sui giornali, in televisione, persino nelle relazioni di psicologi e sociologi, anche donne. Si sosteneva con convinzione, in più settori culturali e sottoculturali, che si trattava di gelosie o turbe mentali dell’uomo o addirittura di inadempienze della donna.

Ancora perdura qualche formula del delitto passionale. Anche in un Convegno a Reggio, organizzato dalle Pari Opportunità nel 2012 in cui si mescolavano grossolanamente violenza sulle donne e violenza sui bambini, le donne relatrici più o meno sostenute da un noto criminologo parlavano di delitti passionali e patologie.
Oggi è un dato indiscutibile che all’origine della violenza sulle donne ci sia la disparità di potere instaurata storicamente e ufficialmente riconosciuta nella coppia. C’é la persistente gerarchia patriarcale dominante nelle società ricche e povere, con i relativi privilegi. C’è un clima di sopraffazione che soprattutto nei paesi più poveri non viene né ostacolato né conosciuto o denunciato, piuttosto occultato. Di conseguenza in una umanità dispari e a mentalità maschile dominante, sono a rischio sia il riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, non ancora pienamente metabolizzata dall’uomo, sia l’applicazione di sanzioni soprattutto nei paesi più poveri.

«Il femminicidio, compiuto spesso dopo stupri e tortura è all’ordine del giorno in Guatemala». Così dice sul manifesto Ana Cofiño, antropologa e femminista di lunga esperienza, fondatrice del mensile La Cuerda.

Ma richiamiamo anche altre violenze estreme che le donne subiscono in aree di guerra per stupro-etnico, in medioriente e Africa e altrove. Si sequestrano per torturarle, schiavizzarle sessualmente, se ne fa compravendita o si uccidono …

Decenni di studio da parte di Comunità internazionali e nazionali (la C. CEDAW adottata dall’ONU nel 1979, Convenzione di Istanbul, il testo NoMore promosso dall’UDI, realizzato e sottoscritto da più di una decina di Associazioni) basterebbero oggi per orientare gli amministratori sulle giuste misure da prendere e sulle strade da percorrere.

Non c’è quasi più niente da studiare. C’è da fare azioni concrete soprattutto nell’ambito dell’educazione, familiare e scolastica, educare al rispetto dei diritti umani e civili di ogni essere vivente e dell’ambiente. C’è da fare prevenzione e tutela nell’ambito delle Istituzioni investendo in cultura, Università, Osservatori, Eventi, Reti e Strutture antiviolenza.

Come è scritto nella Convenzione No More la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:
• nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
• nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
• nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
• nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ma non si dirà mai abbastanza quanto diverse realtà femminili attive, preziose, restino marginali e frammentate con poca forza d’urto nello stabilire strategie comuni e perfino poco amichevoli nel piccolo litigio delle precedenze e delle visibilità.

UDIrc

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mediterranea

novembre 2015 – pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI

missili

PACE o GUERRA?

Art. 11 della Costituzione Italiana

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ministra della Difesa Roberta Pinotti – intervista del 5 novembre al Corriere della Sera

«Niente è stato ancora deciso su eventuali bombardamenti, ma i nostri militari sanno essere efficaci e rispondere con impegno alle differenti richieste operative».

Sul tema del momento: i droni. «Abbiamo chiesto di poterli armare perché questo è il futuro dell’arma aerea.”

Dal 3 al 6 novembre si è tenuta la Trident Juncture 2015 (TJ15), una delle più grandi esercitazioni Nato che ha coinvolto 36 mila uomini.

Hanno partecipato oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7 partner, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra, anzitutto cacciabombardieri a duplice capacità, convenzionale e nucleare.

I comandi NATO l’hanno definita come esercitazione della sua “più affidabile forza di risposta”, “ad altissima prontezza operativa”. All’evento sono state invitate le maggiori industrie belliche europee e statunitensi in qualità di osservatori “per trovare soluzioni tecnologiche che accelerino l’innovazione militare”. Su questo particolare aspetto manca una riflessione non solo sulle spese militari italiane ma anche sulla dipendenza tecnologica e militare dei nostri apparati, civili e militari. E sulla accettabilità di scelte che prevedono l’uso di droni armati già in operativi.

Venti di guerra – non solo ‘lontani’, ma molto, molto vicini. Sopra di noi

La partecipazione all’esercitazione TJ15 traccia anche il profilo geografico della Grande Nato, che dal nord Atlantico arriva alle montagne dell’Afghanistan e copre quindi tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche il nostro Mediterraneo.

I luoghi in Italia:

  • Poggio Renatico (in provincia di Ferrara, sede del Centro operativo del Sistema di Comando e controllo della Nato)
  • Le basi sede di forze aeree Decimomannu, Trapani, Pratica di Mare, Pisa, Amendola, Sigonella, Capo Teulada
  • Napoli, il Joint Command (800 militari)

Armi nucleari – in Italia

Sono in arrivo in Italia (a Aviano/Pordenone e a Ghedi Torre/Brescia) le nuove testate nucleari B 61-12 e sono già previsti adeguamenti logistici nelle due basi aeree US Air Force.

Armi nucleari – in Europa

Diversi ‘conteggi’ da fonti autorevoli riferiscono della presenza in Europa di 2340 testate Nato (Italia, Germania, Belgio, Olanda, Turchia) – nel conteggio sono comprese anche le armi francesi e britanniche.

(i dati utilizzati in questa nota sono tratti da articoli di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco per ReteVoltaire e Il Manifesto)

Perché questa nota in MEDITERRANEA?

Non ci appassiona il conteggio dei soldatini, degli aereoplanini, delle navi, dei droni sempre più smart, non ci piacciono i videogame di guerra….

Ma è giusto fare il punto, anche coi numeri, di quello che succede sulle nostre teste, non solo e non più solo nelle sperdute lande afghane (come se lì donne, bambini e uomini non fossero ogni giorno sotto tiro da anni…)

Un interrogativo ci richiama tutte/i: perché non riusciamo a esprimere un grande movimento popolare per la pace e contro gli armamenti, come è stato anche nel recente passato in Italia?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

***

 

Steve McCurry, 'Aung San Suu Kyi and the flag' (1996), Rangoon, Burma

[Steve McCurry, ‘Aung San Suu Kyi and the flag’ (1996), Rangoon, Burma]

Ha vinto Aung San Suu Kyi, ha vinto la Birmania

9 novembre 2015 – da poche ore la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi ha annunciato la vittoria alle elezioni, con un risultato che supera il 70% di consensi.

Ha vinto la donna, la leader che da 25 anni si batte per il suo Paese, contro i militari, contro la frammentazione identitaria tra gruppi etnici, contro la corruzione. Non potrà essere Presidente, per una assurda norma della Costituzione che lo vieta perché i suoi figli hanno la cittadinanza britannica! Solo accettando di farli vivere all’estero li ha messi al sicuro nei lunghi e sanguinosi anni della sua detenzione prima e poi della lunga prigionia in casa.

Ma per il suo popolo, e per tanti nel mondo, è Lei la Presidente di Myanmar. E non lo è da oggi, con la vittoria schiacciante alle elezioni lo è da anni, rispettata e amata per la sua determinazione e il suo coraggio.

L’UDI in occasione di passaggi difficili della storia del suo Paese le ha rivolto messaggi di solidarietà e vicinanza – sappiamo che ha innanzi a sé anni difficili, forse anche più pericolosi e velenosi di quelli passati.

Oggi ci preme ribadire affetto, sostegno e vicinanza alla Presidente Aung San Suu Kyi.

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

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Rasha Ahmed Ryian_biglietto

Rasha Ahmed Ryian,

“Faccio questo con mente lucida, in difesa della Nazione, dei giovani e delle giovani. Non posso più sopportare quello che vedo”.

Pare sia questo il contenuto del biglietto che aveva nella borsa Rasha Ahmed Ryian, 23 anni, di Kalkiliya (città palestinese circondata dal Muro della segregazione).

Lo riferiscono fonti del ministro della difesa israeliano, da cui vengono le istruzioni per abbattere con armi da fuoco i nuovi (e tante nuove) palestinesi che si lanciano con il coltello sui soldati ai check point militarizzati e agli innumerevoli posti di controllo in tutta la Cisgiordania, nei territori che dovrebbero  essere di competenza e vigilanza dell’Autorità palestinese.

Un altro episodio simile, secondo le autorità israeliane e riportato in video sulla rete, descrive il gesto disperato di Halva Aliyan, 22 anni, che ha tentato di aggredire uno dei vigilantes che presidiano l’insediamento ebraico (illegale) di Betar Illit, alle porte di Gerusalemme.

La stampa di tutto il mondo parla da qualche settimana di “intifada dei coltelli” (ad oggi 73 vittime tra i palestinesi e 9 israeliani). Una analisi più realistica e dura della realtà dice che nessuno riesce/vuole riportare a un serio tavolo di trattative le parti in conflitto e che la combinazione occupazione militare/povertà/mancanza di prospettive colpisce i più deboli, i palestinesi, nelle forme della disperazione: il ‘protagonismo’ delle ragazze palestinesi rischia così di essere una manifestazione ulteriore, terribile e imputabile all’intera comunità internazionale, del fallimento, addirittura dell’incapacità di schierare almeno una forza di interposizione con compiti umanitari sotto le bandiere dell’ONU. Mentre a qualche centinaia di chilometri continua la mattanza di Daesh.

Le donne e le ragazze che stanno morendo (si stanno suicidando?) in terra di Palestina non si dichiarano ‘martiri’ – la loro solitudine non cerca nemmeno l’illusoria e terribile ‘consolazione’ della religione.

C’è qualcuno che le ascolta nei piccoli villaggi isolati fin dentro Gerusalemme?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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E’ Paola che ha liquidato l’egregio dott. MM

Il sessismo nei confronti della figura donna-lavoro è una piaga. Oltre che sui luoghi di lavoro è già in agguato nei colloqui per l’assunzione.

Alcuni tratti particolari sono rivelati dall’Indipendent sulla base di una ricerca della società londinese Thomas Mansfield Solicitors Limited. La società è di fatto un grande studio legale di specialisti nel diritto del lavoro per patrocinio, consulenza, mediazione per tutti i casi come licenziamenti senza giusta causa, discriminazioni, razzismo, molestie sessuali, bullismo, ecc.

Laureate di 20 università britanniche sono state interpellate se volessero condividere le cose più bizzarre e offensive richieste nell’approccio al lavoro.

Molte delle risposte dimostrano quanto il sessismo e le molestie siano vitali sui luoghi di lavoro. Julie Goodway, avvocata presso la società londinese di legali, dichiara all’Indipendent: “Purtroppo le esperienze delle intervistate non sono casi isolati. Ci viene spesso chiesto come rispondere a domande come queste”.

Dice anche come il semplice questionario di tale profilo costituisca molestia sessuale ed è improbabile che le stesse domande vengano poste ai candidati di sesso maschile.

Per esempio:

Come valuta l’eventualità di uscire con un dipendente dell’azienda?

Ha in mente di diventare mamma nei prossimi anni?

Potrebbe truccarsi di più nel caso in cui questo colloquio andasse a buon fine?

Sarebbe in grado di flirtare con i clienti per convincerli?

Soffre di sindrome premestruale?

Quella che segue è l’esperienza di Paola Filippini che ha voluto raccontare la sua esperienza sulla sua pagina fb. Il dottor MM umilia Paola come persona, ma soprattutto come donna e nello stesso istante tutte le donne in quanto donne e persone. L’umiliazione e l’insulto sono lanciati contro la mente e il corpo delle donne di qualsiasi latitudine. Non condividiamo alcune espressioni colorite di Paola, ma comprendiamo e sosteniamo la sua rabbia.

***

(Paola Filippini)

Premetto che ho contato fino a diecimila prima di scrivere queste parole. Ma non riesco a non dirle. E le scrivo qui, per una massima diffusione. Perché tutti devono sapere cosa accade al giorno d’oggi. Vi chiedo di prendervi un paio di minuti per leggere e condividere ciò che mi è successo, perché mi sento offesa e arrabbiata, e tutti, uomini e donne, devono sapere.
E’ SUCCESSO DI NUOVO, ED E’ ORA DI DIRE BASTA.
Questa mattina sono stata convocata per un colloquio di lavoro presso una nota agenzia immobiliare di Mestre che si occupa-anche-di affitti turistici. Sto cercando un lavoretto saltuario per arrotondare perché non sono ancora abbastanza brava e famosa per vivere di sola fotografia, quindi mi sono proposta come hostess per check-in per alloggi turistici, un lavoro che ho già fatto per tanti anni.
Lui, l’egregio Dott. M.M. si presenta all’appuntamento con 30 minuti di ritardo. Non fa niente. Ha una maglia verde lega, ma mi astengo da pregiudizi. Entro nell’agenzia, e dietro di me, sulla porta, un signore che parla poco l’italiano chiede di poter entrare a chiedere un’informazione. Lui, l’egregissimo M.M., lo secca con un “Torna dopo!”. Soppesando il suo grado di educazione e professionalità, lo seguo verso il suo ufficio.
Mi fa accomodare alla sua scrivania, ma non si presenta, non mi da la mano, non si scusa del ritardo, mi da del tu. Questa cosa mi da fastidio, ma anche qui passo oltre.
Prende un foglio prestampato. Questionario Informativo, c’è scritto. Inizia con le domande:
Lui: “la tua data di nascita?”
io:“1-12-87”
Lui:“e quanti anni hai?”
io: “28”
Lui:“dove vivi?”
io: “risiedo a Mestre”
Lui:“..mi serve l’indirizzo preciso”
io: “sono certa di averlo già scritto nel mio C.v.” sorrido educata.
Lui:“mi serve questa informazione di nuovo” (seccato)
io: “va bene, via ***”
Lui:“ok. Stato civile?”
io: “in che senso?” (oh no, sento già lo stomaco chiudersi)
Lui:“sei sposata? Convivi? Hai figli?”
Respiro “E’ necessario che io risponda a questa domanda?”
Lui:“si, è necessario” (si sta agitando)
io: “posso non rispondere”?
Tenetevi forte.
Lui: “Certo. Allora ti puoi anche accomodare fuori, per me il colloquio finisce qui”.
Prende il Questionario Informativo, lo strappa davanti alla mia faccia con fare da vero uomo duro. Si alza, mi apre la porta.
“Non capisco,” dico io “perchè mi sta congedando in questo modo”
Lui: “Perchè tu mi devi rispondere alle domande, e se non mi rispondi il colloquio non può proseguire”
Io: “Non può proseguire il mio colloquio se io non le descrivo la mia situazione famigliare?”
Lui: “esattamente.”
Io: “mi può fornire almeno una spiegazione?” (cerco di insistere)
Lui: “Devo sapere se sei sposata e se hai figli, perché questo determina la tua disponibilità lavorativa”
Io: “mi scusi Dottore, ritengo che la mia disponibilità lavorativa esuli dalla mia condizione privata. Se vuole sapere quanto e quando posso lavorare, mi può semplicemente chiedere qual’è la mia disponibilità oraria”
Lui, ormai furibondo:“Io chiedo quello che mi pare, e se non vuoi rispondere non posso darti il lavoro. Ora te ne puoi anche andare”.
1…2….3……Vabe dai, ormai è fatta. Parto con le mie:
“Posso dirle una cosa? E’ proprio per colpa di persone come lei che questo Paese sta andando a puttane. Perché se a una donna viene chiesto di dichiarare la sua situazione famigliare prima di chiederle quali sono le sue capacità, cosa sa fare e quali sono le sue aspettative lavorative, allora siamo proprio in un mondo di merda. Lei non sa che parlo perfettamente 3 lingue straniere, non sa che questo lavoro l’ho fatto per anni, che ho tanta esperienza e capacità. Lei non me lo ha chiesto. Mi tolga una curiosità, anche ai maschi chiede se hanno figli e se sono sposati quando fa loro un colloquio?”
Lui: “no, ai maschi non lo chiedo. Perché questo è un lavoro che ritengo debbano fare solo le donne”
Io (ormai balba): “Sul serio? Ma lei si sente quando parla?”
A questo punto prendo la porta, ma prima di andarmene gli porgo la mano per salutarlo, professionalmente. Ma lui “no, non ti do la mano”
io: “e perché?”
Lui: “Perchè non voglio darti la mano, buona giornata”.
Sorrido, arrivederci, me ne vado. Torno all’ingresso, e lì, mentre sto per uscire, con gran classe mi urla dalla sua scrivania “spero proprio che troverai un lavoro!!”

Mi fermo un momento davanti alla porta. Non rispondo, semplicemente perché non è mio costume urlare alla gente da un ufficio all’altro. Chi mi conosce sa quanto sono Signora. Esco, e faccio un profondo respiro. Ho detto un decimo delle cose che avrei potuto dirgli. Perchè in quei momenti ti senti così male e così offesa che il cervello rallenta per l’incredulità.
E allora: Caro piccolo uomo col maglione verde e il cazzo sicuramente minuscolo, nel tuo bellissimo ufficio hai incorniciato la foto di tua figlia, una graziosa ragazzina di circa 16 anni, che – per ironia della sorte – assomiglia tantissimo a me quando avevo la sua età. Prova a pensare, piccolo uomo con piccolo cervello e grande presunzione, quando un giorno non molto lontano, la tua piccola vergine figliola andrà a fare un colloquio di lavoro, ed incontrerà un piccolo uomo che le chiederà se è sposata, se ha figli, se convive, e che le sue risposte in merito alla sua situazione famigliare determineranno il suo successo lavorativo. Prova a pensare per un momento come può sentirsi una donna, quando le viene fatta una domanda del genere. E’ offensivo, è bruttissimo, è una VIOLENZA. Perchè non importa se hai studiato, se hai lavorato tanti anni, se hai fatto gavetta, se hai un bel C.v.. Importa se hai figli. Perché se li hai, è meglio che tu stia a casa ad allattarli.

Ho scritto questo fatto su facebook, e lo racconterò a tutti. Perché le donne devono sapere che non si devono mai abbassare a queste offese, e gli uomini devono sapere che esistono tanti uomini di merda a questo mondo. Proprio ieri ne parlavo con alcuni colleghi, fatalità oggi mi è successo, di nuovo. Ho perso la possibilità di un lavoro, ma non mi importa niente. Ho salvato la mia dignità, ho mantenuto la mia privacy. La condizione della donna al giorno d’oggi è ancora molto difficile.
Sappiatelo tutti.

Paola Filippini

fotografa

[fonte fb alla sua pagina]

***

Ecco alcune delle norme che il dott. MM straccia sui diritti del lavoro e della persona.

Articolo 3 / Costituzione

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 37 / Costituzione

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione …

art. 8 / Statuto dei Lavoratori

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Art. 2 / Direttiva europea n. 76/207/

1. Ai sensi delle seguenti disposizioni il principio di parità di trattamento implica l’assenza di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, direttamente o indirettamente, in particolare mediante riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia.

Inoltre, il Testo Unico in materia di protezione dei dati personali garantisce il pieno diritto alla riservatezza.

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Ancora ci credo

Grazia Giurato

STORIA DI GRAZIA GIURATO – LA ROMPISCATOLE DI “ANCORA CI CREDO”

ARRIVARE a 75 anni e sentire dentro la necessità di “ricomporre” la propria vita, raccontandosi, è quello che è capitato alla siciliana Grazia Giurato, catanese di nascita, quando ha deciso – dopo averci rinunciato per anni – di scrivere il suo libro “Ancora ci credo” edito da La Tecnica della Scuola. Vita di una donna che ci consegna uno spaccato dell’irrompere del movimento delle donne negli anni Settanta e Ottanta in una Sicilia e in una Catania che, grazie alle donne, stava cambiando.

Grazia è una delle tante protagoniste del movimento femminile siciliano e il suo impegno politico lo ha portato avanti nell’ Udi, Unione donne italiane, passando per i partiti, Pci, Italia dei Valori, “Gli amici di Beppe Grillo”, spinta a un certo punto dal desiderio di cambiare la politica della sua città, stando dentro le istituzioni, restando fedele a se stessa ed esprimendo sempre “un dissenso ragionato”. Nata negli anni trenta (1936), Grazia ha vissuto il clima del regime fascista e la tragedia della guerra attraverso il padre, Placido, che dopo essersi iscritto al partito di Mussolini, perché il fratello maggiore era uno di quelli che a Catania nel partito “contavano”, parte per la guerra da dove – come tanti – non tornerà più.

Vive la sua infanzia ed adolescenza con la madre, Angela, “bella donna” dal “bel portamento”, una “brava sarta”, che fino alla fine della propria vita porterà il lutto per il marito morto. Una madre che Grazia nel suo libro racconta con amore e ammirazione e che – come tante della sua generazione – autorizzò la figlia a studiare e lavorare per essere autonoma dagli uomini. “Dovete studiare” ripeteva a lei e alla sorella Anna. E’ dall’autorizzazione materna, di donne che avrebbero voluto studiare, che scaturirà l’entrata in massa delle donne nella scuola negli Sessanta e Settanta fino al sorpasso femminile sugli uomini degli anni Novanta.

Ma se la madre la spinge sulla strada dell’emancipazione, che Grazia inaugurò quando nel 1956, dopo il diploma magistrale, entrò a lavorare in Banca, rompendo il pregiudizio che il lavoro fosse “degradante” per le donne, è zia Peppina, la donna “più intelligente” della famiglia, “perspicace, “curiosa”, che le trasmette “la voglia di sapere”, di informarsi, di leggere e di “ribellarsi” alle pretese di essere “come gli altri avevano deciso che fosse”.

Il nonno e la nonna avevano tentato di farla sposare ma zia Peppina non aveva voluto accettare quei matrimoni combinati. Rimase nubile, come la sorella Ciuzza, la più dimessa, la più remissiva”. L’impegno politico di Grazia è strettamente legato alla sua vita, alle sue scelte e alle sue esperienze di madre di tre figli maschi – Franz, Riccardo e Federico – e di donna, la cui consapevolezza la porta a sentirsi “parte di una nuova epoca”, segnata da quella rivoluzione simbolica che, prima di tutto nella consapevolezza femminile, stava capovolgendo il senso del nascere donna, non più una “disgrazia” ma una “fortuna”.

“Quando aspettavo il terzo figlio, ricordo che mio marito – un medico – mi diceva sempre “ma perché vuoi una bambina? Voi donne avete una vita difficile in questa società. Meglio un altro maschio. Io tenevo sul comodino la foto di una bella bambina”. E’ quando scopre l’Udi – da cui in seguito si allontanerà perché non le “piaceva la commistione con il partito (il Pci) ” – che Grazia entra da protagonista nelle tante manifestazioni dove “la cosa più carina che ci dicevano era che eravamo puttane. Ricordo i cortei per fare approvare le leggi che dormivano in Parlamento: il divorzio che divenne legge nel 1970, la legge sull’aborto nel 1978, e poi i referendum confermativi del 1974 e del 1981, la legge per il Nuovo Diritto di famiglia (1975), la raccolta firme per la legge contro la violenza sulle donne (1979), l’istituzione dei consultori. Mia sorella si vergognava che io partecipassi ai cortei andando in giro a dire “l’utero è mio” e per i miei tre figli ero la mamma che scendeva in piazza con il megafono e portava a casa le ragazze in difficoltà”.

Negli anni ‘93 – ’97 dalle piazze, dove stava e sta tutt’ora a suo agio, passa alle istituzioni come consigliera comunale, dove si sentiva “sempre più fuori posto e inadeguata”. Nel 2006 si candida alle elezioni regionali con Rita Borsellino per “realizzare la presenza delle donne nelle istituzioni” e nel 2008 a sindaca di Catania per “sfidare” i “sette candidati maschi, potenti e politici di professione”.

Una vita ricca ed intensa quella che Grazia racconta nel suo libro dove pubblico e privato si intrecciano e si incontrano nella passione e nella determinazione di lottare, oggi come ieri, dove crede “ci sia da lottare”. “Oggi a 75 anni il fatto che mi interessi ancora di tante cose, partecipi alle manifestazioni, protesti, mi indigni e inviti anche gli altri a farlo, ciò viene visto come una mia stranezza. Ma è così che voglio spendere gli anni che mi restano”, perché “Ancora ci credo”.

La storia di Grazia e delle donne a lei di riferimento è solo una parte di quella più grande e più ricca del femminismo catanese, dove il pensiero della differenza e la pratica della politica delle donne vivono nell’amore per la città in donne come Anna Di Salvo, Mirella Clausi e le altre e altri dell’associazione “La Città Felice” e della rete delle “Città Vicine”. Donne con cui condivido un lungo percorso politico e grazie alle quali ho conosciuto Grazia e il suo libro.

articolo di Franca Fortunato 

su Casablanca di settembre / 0ttobre 2015 qui in anteprima per la cortesia di Franca

casablanca_sett_ott_15

CASABLANCA SETTEMBRE – OTTOBRE 2015 n. 41

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Bambini e bambini / donne e donne

Bambini e Bambini

Drowned Syrian Boy Exposes Israeli Hypocrisy

Why are Israelis so moved by the image of a dead Syrian refugee, but oblivious to the plight of a slain Palestinian child?

Two photographs. In the first a face buried in the sand, a tiny body dressed in rags, his bare feet askew, dried blood on one of them. In the other, face buried in the sand, feet in small shoes resting next to each other, the tiny body awash in water. They are almost the same age and the similarity between them is amazing and shocking. Ismail Bahar, in …

Il bambino siriano annegato e l’ipocrisia israeliana di Gideon Levy – HAARETZ  [quotidiano israeliano, fondato nel 1919. È pubblicato in lingua ebraica in formato Berliner. L’edizione in lingua inglese è la traduzione di questo giornale. In Israele è pubblicato e venduto assieme all’International Herald Tribune. Tra i suoi giornalisti si annoverano lo scrittore israeliano Benjamin Tammuz che ha collaborato col quotidiano dal 1948 in poi, Gideon Levy e Amira Hass – wikip].

Traduzione di Carlo Tagliacozzo

I fratelli Baker uccisi da un missile israeliano sulla spiaggia di Gaza nel luglio 2014 [foto Rex]

 

Gerusalemme, 7 settembre 2015, Nena News

Due fotografie. Nella prima, la faccia seppellita nella sabbia, un piccolo corpo rivestito di indumenti stracciati, i suoi piedi nudi storti, su uno di essi del sangue rinsecchito. Nell’altra, la faccia seppellita nella sabbia, i piedi in piccole scarpe giacciono uno accanto all’altro, il piccolo corpo lambito dalle onde. Hanno quasi la stessa età e la loro somiglianza è incredibile e sconvolgente. Ismail Bakr [è ritratto] nella prima foto, Aylan Kurdi nella seconda. Due bambini morti, che giacciono sulla spiaggia, un anno e pochi mesi e poche centinaia di chilometri li separano.

La prima foto ha girato dappertutto salvo che in Israele dove non è stata pubblicata. Il compassionevole giornale, Yedioth Ahronoth non l’ha pubblicata sulla sua prima pagina e non l’ha intitolata “Il bambino che ha commosso il mondo intero”. La morte di Ismail non ha scosso nessuno in Israele. Al contrario, Aylan da morto è diventato un’icona internazionale, compreso, naturalmente, Yedioth Ahronoth, che sa quello che probabilmente commuove gli israeliani.

Un bambino palestinese di Gaza, ucciso insieme ai suoi tre cuginetti da un bombardamento dei piloti dell’aviazione israeliana IAF durante l’operazione Margine Protettivo mentre giocavano a calcio sulla spiaggia, non è “commovente”. Un bambino siriano della stessa età, che è annegato mentre fuggiva con la sua famiglia verso l’Europa è “il bambino che ha commosso” il mondo. E se questo non basta possiamo aggiungere che nessuno ha avuto un processo per l’uccisione criminale di Ismail (il caso è stato archiviato).

La foto del piccolo Aylan Kurdi che ha fatto il giro del mondo [foto di Nilüfer Demir, giornalista turca]

Israele non ha nessun diritto di stracciarsi le vesti per la morte di Aylan Kurdi, né di singhiozzare per la foto, né di fingere shock, né di “offrire aiuto” e sicuramente non di fare prediche all’Europa. Vi è un territorio disastrato che Israele ha creato nel suo cortile, un’ora e un quarto di macchina da Tel Aviv. In quella orribile regione, la famiglia Al-Amla ha raccontato a un giornalista svedese che ha fatto visita alla loro casa di Rafah la loro enorme tragedia. Sono le vittime di quello che è stato conosciuto come “il venerdì nero” a Rafah, quando l’IDF ha scatenato la sua furia omicida nel tentativo di liberare un soldato catturato. Il padre, Wa’el ha perso una gamba. Sua moglie, Isra, ha perso entrambe le gambe. Il loro figlio di tre anni Sharif ha perso una gamba e un occhio. Il fratello di Wa’el, sua cognata e la sua sorella di undici anni sono stati uccisi.

Sono stati tutti vittime dei missili sparati contro di loro dagli aerei israeliani quel venerdì, quando cercavano di scappare dalle loro abitazioni e di [raggiungere] la casa della loro nonna. Il loro destino non è meno sconvolgente di quello della famiglia Kurdi. La differenza è che la loro tragedia è stata causata dall’IDF. Il governo e l’opinione pubblica israeliana avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di quest’azione, avrebbero dovuto essere sconvolti e assistere la famiglia. Non avendolo fatto, Israele ha rivelato un grado di insensibilità così elevato che ora non può manifestare costernazione per altre tragedie senza mettere in evidenza la propria ipocrisia e l’uso di due pesi e di due misure.

L’ipocrisia è ben visibile nello shock per il destino dei profughi che vanno in Europa. Una Nazione che martirizza decine di migliaia di richiedenti asilo non ha nessun diritto di criticare l’Europa per il suo comportamento nei confronti dei profughi. Se Israele avesse voluto dare un piccolo contributo alla lotta dei profughi del mondo, avrebbe dovuto accogliere il gruppetto di richiedenti asilo che già sono qui, permettergli di lavorare e vivere con dignità e avviarli ad un graduale percorso di accesso alla cittadinanza. Quelli che si sono scandalizzati per l’affermazione del primo ministro ungherese Victor Orban che il flusso di profughi minaccia “le radici cristiane dell’Europa”, devono spiegare qual è la differenza tra il discorso sulle “radici cristiane” dell’Europa, che risulta fuori luogo in Ungheria, e quello su “il carattere ebraico” di Israele, che suona molto bene in Israele.

In tutto questo solamente una fonte di orgoglio patriottico è assolutamente giustificata: l’Ungheria e la Bulgaria vogliono imparare da Israele come costruire una barriera al confine, e naturalmente in Israele ne sono orgogliosi. Siamo o non siamo un faro tra i gentili? [citazione da Isaiah 49:6 e Isaiah 60:3, ripresa sia dal padre della patria israeliana Ben Gurion che più recentemente da Benjamin Netanyahu, ndtr]. Nena News

Tante cose sono state dette, l’ipocrisia e le lacrime di coccodrillo sono corse a fiumi. Gideon Levy, giornalista del quotidiano Haaretz di Tel Aviv ha scelto la strada della verità, durissima nei confronti delle posizioni del governo del suo Paese. Chapeau.

Carla Pecis, UDI Catania

***

L’inerzia politica internazionale da troppo tempo non riesce ancora a porre fine alla tragedia israelo-palestinese, giacché solo per via del diritto internazionale accettato e garantito sarà possibile.

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Ismail Bakr

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I 4 cugini Bakr figli di pescatori, ripresi da una cam sopra Al-Deira Hotel, uccisi mercoledì 16 luglio 2014 sulla spiaggia di Gaza da un’azione israeliana. L’uccisione è stata testimoniata da decine di giornalisti internazionali.

Ahed Atef Bakr, 10, Gaza beach.
Zakariya Ahed Bakr, 10, Gaza beach.
Mohammad Ramiz Bakr, 11, Gaza beach.
Ismail Mahmoud Bakr, 9, Gaza beach.

(Fonte: Imemc).

http://www.infopal.it/genocidio-a-gaza-lelenco-delle-vittime-bilancio-attuale-600-morti-e-oltre-3600-feriti/

 

Donne e Donne

Ayelet Shaked. Nel 2011 pubblica le immagini delle cinque vittime trucidate in casa da due palestinesi nell’insediamento di Itamar. Dente per dente: dato che “i palestinesi mostrano al mondo foto cruente, è il momento di rispondere al fuoco”

A giugno dello scorso anno sono rapiti e uccisi in Cisgiordania tre ragazzi israeliani, al ritrovamento dei loro corpi sulla sua pagina fb Shaked richiama un articolo di Uri Elitzur, estremista nazionalista, dove si giustifica il bombardamento della popolazione civile se questa contiene “il male”, comprese “le madri dei martiri palestinesi che li mandano all’inferno con baci e fiori».

Il testo è stato cancellato da Shaked, ma intanto è stato ripreso e ha circolato tradotto in inglese, citato anche da Recep Tayyip Erdogan, premier turco che l’ha paragonata a Hitler. [fonte Corsera, 8 maggio 2015]

Nethanyau la nomina ministra della Giustizia ma a poteri limitati, temendo qualche decisione estrema dalla ricaduta controproducente sulla politica interna e internazionale.

 

Petra Laszlo. Reporter ungherese per il canale N1TV, vicino al partito di destra antisemita Jobbik, certamente fanatica razzista visti i deliberati sgambetti e calci a un padre con un bambino in braccio, a un ragazzo e una ragazza in fuga che tutto il mondo ha visto.

Indifendibile, per cui è stata licenziata in tronco per comportamento definito “inaccettabile”, ma senza troppe scuse alle vittime. Laszlo rischia ora fino a cinque anni di reclusione con una incriminazione per violenza alle persone che presenterà l’opposizione democratica Együtt-PM.

Il padre con bambino, si è saputo che è un allenatore di calcio, Osama al-Abdelmohsen, che scappa da Deir Ezzor dove scorrazza l’ISIS. Deve ricongiungersi con la moglie e un altro bambino e bambina. Dopo la caduta tipo judo inveisce qualche attimo e riporta in spalla il bambino che rompe impaurito in un pianto disperato. E prosegue verso un ignoto finora ostile.

Dair Ezzor, citta siriana da dove fugge il padre con bambino sgambettato

Die Kamerafrau stellte einem Flüchtling ein Bein - nun hat ihr Sender sie entlassen.

foto: REUTERS/Marko Djurica

foto ABC/Luis De Vega

Non molto dopo la diffusione dei video e delle immagini, lo zelo è infinito. Si creano pagine fb come comunità Petra Laszlo, solo che il boccone è prelibato in quanto donna. L’esecrazione è legittima per quello che si vede e per l’ideologia professata, ma in quanto si tratta di una donna è molto più amplificata e soprattutto sessista. Un fotomontaggio pornografico, col suo volto, a sfondo sessuale zooerastico, parecchie volte postato, è stato sicuramente segnalato e cancellato dai supervisori fb. La giusta esecrazione, che è un atto civile ed etico, deve mantenere la sua natura, altrimenti si allinea o è peggio della stessa azione esecrata.

Udi rc

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mediterranea

MEDITERRANEA – UDI CATANIA

settembre 2015

 

foto Marco Longari (Afp)

“Gaza sarà invivibile nel 2020” sostiene l’agenzia dell’Onu che si occupa di commercio e sviluppo (CNUED)

 

No, già oggi è invivibile, una prigione a cielo aperto per un milione e 800 mila palestinesi.

L’organizzazione dell’ONU che si occupa di commercio e sviluppo, diretta dal keniota Mukhisa Kituyi nei giorni scorsi ha voluto lanciare l’allarme sulla situazione di Gaza, stremata dalle guerre dal blocco israeliano: “potrebbe diventare invivibile da oggi al 2020”. Lo sostiene presentando un report annuale sulle sue attività di assistenza al popolo palestinese, sostenendo che se le tendenze economiche attuali persisteranno, l’area diventerà inabitabile nel 20120.

Invivibile, inabitabile – aggettivi che descrivono senza bisogno di enfasi quella che è già oggi la drammatica situazione di vita dei palestinesi della Striscia, un milione ottocentomila in un territorio lungo 40 km e largo non più di 12. Un tasso di densità di popolazione tra i più alti sul pianeta.

Gli economisti dell’ONU ricordano che nel 2014 Gaza ha subito il più recente conflitto, una operazione militare su larga scala, la terza sei anni, da parte dell’esercito israeliano contro la popolazione e le installazioni civili.

Tutto questo dopo diversi anni di blocco economico che ha desertificato ogni speranza di sviluppo per le attività economiche palestinesi, dall’agricoltura alla pesca all’artigianato fino al turismo, che aveva manifestato timidi cenni di risveglio sulla dolce spiaggia di Gaza.

Rileva ancora il rapporto “Gli sforzi per la ricostruzione (ricordiamo acqua, elettricità, porto e aeroporto, case, ospedali, scuole, alberghi, serre e botteghe artigiane) proseguono con grande lentezza, a fronte dei danni che hanno devastato l’area e l’economia locale non ce la fa a rimettersi in piedi, i dati sono più bassi di quelli del 1967, anno in cui Israele ne ha preso il controllo con la Guerra dei Sei Giorni. Successivamente, nel 2005 il governo israeliano ha ritirato l’esercito e 800 mila coloni che vi si erano insediati”.

Secondo il rapporto, le prospettive attuali non sono incoraggiati a causa della situazione politica instabile, a causa della riduzione del flusso degli aiuti e della lentezza nella ricostruzione come effetto del permanere del blocco che Israele impone sui proventi doganali non corrisposti ai palestinesi nei primi mesi del 2015. Israele ha imposto anche il blocco della costa di Gaza nel 2006, dalla data di cattura di un suo soldato, liberato poi nel 2011.

Prosegue il rapporto: Hamas, il movimento islamista al potere a Gaza dal 2007 è impegnato in contatti indiretti con Israele per tentare la via di una tregua di lunga durata in cambio della fine del blocco.

Ma a un anno dalla fine dell’ultima guerra che ha devastato la Striscia nell’estate 2014 (2200 vittime palestinesi di cui 5500 bambini – oltre 70 vittime israeliane) sia Hamas che Israele nelle loro dichiarazioni rifiutano di escludere un nuovo ricorso alla forza.

E allora non possiamo non ricordare con orrore le parole della parlamentare israeliana Ayelet Shaked, dichiarazioni riportate dalla stampa israeliana (Press TV) il 17 luglio 2014:

“Dobbiamo uccidere le madri palestinesi in modo che non diano la vita a nuovi piccoli serpenti”.

 A proposito di mamme e bambini, dal 2008 ad oggi secondo fonti ONU, non è mai cessato il dramma di centinaia di donne palestinesi che partoriscono ai check point israeliani, fino al 2007 gli ospedali dell’UNWRA a Gaza riuscivano ad assistere le gestanti anche quelle ad alto rischio.

La situazione è precipitata con il susseguirsi degli attacchi distruttivi dell’esercito e ormai l’UNWRA e le numerose ong internazionali che operano sul campo possono fare ben poco per la salute e la vita delle partorienti e dei neonati.

Un rapporto di Amnesty International dell’agosto 2014 ha documentato l’attacco sistematico alle strutture ospedaliere e agli operatori sanitari.

Ma allora di cosa sta parlando il rapporto, questo ennesimo rapporto di una agenzia delle Nazioni Unite? Senza commenti, solo immagini.

Per una visione d’insieme della vita quotidiana nella Striscia, è molto interessante guardare sul web le immagini dell’artista inglese Bausky, che continua a produrre la sua arte per le strade e tra la gente.

Quella gente, quel popolo non si troverà in un luogo invivibile nel 2020 – i ragazzini che si fanno riprendere nei video vivono già un luogo inabitabile – da quando sono nati.

Mediterranea – Udi Catania / newsletter mensile dal punto di vista delle donne e dei bambini

Per collaborazioni e informazioni: carlapecischiocciolatiscali.it

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Le Resistenti ieri e oggi / Bruna e Adele 70 anni dopo

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 [locandina]

La Mostra Le Resistenti ieri e oggi, [di cui si era data ampia anticipazione], inaugurata a Reggio Calabria l’8 Marzo al Museo Archeologico Nazionale e alla Biblioteca Comunale “P. De Nava”, è rimasta aperta fino al 25 Aprile. Due date care all’Unione Donne in Italia e naturalmente a UDI RC, curatrice e organizzatrice.

Il progetto nasce da un’idea condivisa tra UDI Catania e UDI Reggio Calabria per la preparazione del 70° della nascita dei Gruppi di Difesa della Donna durante la Resistenza (’44) e il 70° dell’Unione Donne Italiane nata dalla fusione degli stessi Gruppi di Difesa a guerra appena finita (’45) e dei Comitati UDI territoriali. L’Unione Donne Italiane dal 2003 ha lievemente mutato l’acronimo in Unione Donne in Italia per includere tutte le donne indipendentemente dalla nazionalità.

Lo scambio di idee porta allo sviluppo e alla realizzazione in particolare di una graphic novel, Bruna e Adele 70 anni dopo, disegnata in 60 tavole per UDI da Reno Ammendolea, con la sceneggiatura di Marsia Modola del Coordinamento UDI Nazionale e responsabile di UDI Reggio Calabria. I disegni, o meglio la storia disegnata tenta di condensare una materia poco conosciuta, anzi “taciuta” o “negata” sulla resistenza di molte donne nella seconda guerra mondiale. Resistenza che fu collettiva e individuale, organizzata e non, ma vasta e capillare, a volte eroica. Senza l’infiltrazione nel territorio della presenza femminile per le operazioni di collegamento e logistiche, accuratamente dissimulate, i gruppi combattenti per la Liberazione sarebbero rimasti isolati, con difficoltà di rifornimenti e comunicazioni ed esposti a pericolo enormemente superiore. Molto spesso erano presenti i legami della famigliarità e dell’affettività: erano mariti, fidanzati, fratelli, padri, amici e amiche …

Il lavoro è dedicato soprattutto alla trasmissione della memoria per le giovani generazioni, coniugando i linguaggi attuali a loro più vicini, fumetto, cinema, comunicazione mediatica e social-net.

Ed è motivo di speranza, per una società migliore, il fatto che abbiano visitato la mostra diverse centinaia di ragazze e ragazzi, anche bambine e bambini delle ultime classi elementari, molto disponibili a recepire i contenuti, adattati alla loro psicologia e grado di comprensione. Anche un corso di grafica dell’Accademia di Belle Arti ha ritenuto di interesse una visita tecnica.

8_nonna_racconta_J26_ricerchina_radiolondr_JLa Mostra con alcune differenze nel titolo e nelle sezioni, ma con le stesse intenzionalità, era stata ospitata a Catania in ottobre / novembre scorsi, all’Archivio di Stato e al Museo Emilio Greco nel Palazzo Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini, a cura di UDI Catania.

La Direzione del Museo del Fumetto di Milano, contatta l’autrice e l’autore della graphic novel Bruna e Adele chiedendo di poterla esporre. Con nostro grande piacere le due mostre centrate sulla Resistenza delle donne aprono in contemporanea a Reggio Calabria e a Milano, e per lo stesso periodo: dall’8 Marzo al 25/26 Aprile.

Ne parla ovviamente il gemellato Museo del Fumetto della Fondazione Fossati di Milano, e poi l’Ansala Repubblica, L’Espresso, Il Giorno, La Stampa, SBAM!comics, il Corsera, Famiglia Cristiana, il TG3 Lombardia …

TV e stampa locale un po’ sonnacchiose.

Emozionante, proprio come a una prima, l’inaugurazione con lo scambio dei saluti in collegamento streaming Reggio-Milano e il momento musicale che le allieve del Conservatorio di Reggio aprono sulle note profonde eppure lievi della Sarabanda di Haendel.

Appena dopo l’inaugurazione della Mostra nel Comune di S. Alessio (317 abitanti!), organizzata dal presidente della Pro Loco, si celebra la giornata dell’8 Marzo con la presenza richiesta di tre rappresentanti dell’UDI. Si proietta il film 8 Marzo di Marisa Ombra e Tilde Capomazza, si tiene una tavola rotonda sulla Giornata Internazionale della Donna e si chiariscono le finalità della Mostra.

 

Gli eventi culturali al contorno della Mostra, molto curati da relatrici e relatori, hanno rivelato aspetti poco conosciuti e molto interessanti, come era nell’attesa.

Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi, presidente e ricercatrice rispettivamente dell’Istituto Storico “Ugo Arcuri” di Cittanova, tracciano un nitido anche se sintetico profilo della Resistenza in Calabria e sulle figure femminili che vi hanno preso parte, tante ancora da studiare e ricostruire. La storiografia “ufficiale” per molto tempo rimase sull’assunto di Federico Chabod, storico autorevole, che da Napoli in giù non vi fu Resistenza. Nel corso degli anni è invece dimostrato dalla ricerca che il fermento della Resistenza come opposizione al nazifascismo “per alcune regioni meridionali, come Calabria e Sicilia inizia con largo anticipo rispetto al resto del paese…” (Lentini).

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[calendario degli eventi]

Francesca Prestia, cantastorie, trascinante e originale interprete della cultura popolare, canta con l’anima dolorante la resistenza di Lea Garofalo, stroncata con ferocia e viltà dal padre di sua figlia, dal clan mafioso cui non voleva appartenere. Ma per tragico paradosso quella resistenza resta fortemente vincente come icona nella memoria civile.

Rosangela Pesenti, del Coordinamento Nazionale UDI, parla di un vocabolario energico cui pensare nel quotidiano dovendo annodare un filo alla Resistenza delle donne, diversamente la memoria, i diritti, le conquiste si affievoliscono. La resistenza per le donne è quotidiana. Oltre che individuale dev’essere collettiva, non frammentata, lontana da narcisismi e gelosie, diversamente non smuove.

Purtroppo non sono potute intervenire secondo calendario Anna Condò, reggina, testimone resistente e piccola staffetta all’epoca quando suo fratello Ruggero è catturato nell’eccidio della Benedicta e deportato in Germania, da dove non tornerà più. E Marisa Ombra, attuale vicepresidente dell’ANPI, staffetta partigiana operante nei Gruppi di Difesa della Donna, già dirigente UDI. Eventi, questi, programmati in collaborazione dall’ANPI, come per il 24 aprile la presentazione del libro di Maria Eisenstein – L’internata numero 6 a cura di Carlo Spartaco Capogreco, storico dell’Unical.

Le donne della Resistenza di Liliana Cavani è un classico che è d’obbligo presentare alle giovani generazioni. Man mano che passa il tempo è sempre più preziosa come testimonianza viva. Fa emozione sentire i racconti di quelle donne della Resistenza come in una macchina del tempo. All’epoca del filmato erano ancora più o meno giovani (1965), quasi tutte oggi ormai non sono più.

Bandite, documentario di Alessia Proietti ribadisce nella presentazione: “Le donne non furono, come la storiografia ufficiale ci riporta, solo assistenti dei partigiani, cuoche o infermiere, in molte furono guerrigliere, pronte ad imbracciare le armi per la liberazione di tutti e tutte. Non solo il recupero di una parte della memoria storica, spesso lasciata nell’oblio, ma anche una sua ri-contestualizzazione per l’analisi del presente e come esempio per il rinnovamento sociale e politico del futuro”.

Anna, Teresa e le resistenti, per la regia di Matteo Scarfò e sceneggiatura in comune con Giovanni Scarfò, padre, richiama almeno due maggiori punti di interesse storico. Il primo: la modalità dell’esecuzione di Teresa Talotta, di Cittanova, Gullace cognome del marito, che ispirò a Rossellini in Roma città aperta l’indimenticabile sora Pina/Anna Magnani. Il secondo: la battaglia sullo Zillastro tra un reparto regio di paracadutisti italiani in ritirata e una divisione canadese in avanzata. Il film si apre proprio con l’angosciato ripercorrere i luoghi da parte del figlio del soldato Joe, calabro-canadese, che allo Zillastro fu costretto ad uccidere i fratelli italiani. Magico interprete Nick Mancuso. Alla presentazione-dibattito, presenti i due autori, negli interventi viene sottolineato come la battaglia avvenne nella mattinata dell’otto settembre ’43, giorno dell’armistizio, 20 morti tra le due parti. Ma l’armistizio era già stato firmato il 3 settembre a Cassibile e, tergiversando, comunicato dall’EIAR solo a sera dell’otto, per la voce di Badoglio (ma più di un’ora dopo dell’annuncio dato da radio Algeri per opera degli anglo-americani). Sul piano dello Zillastro, poco sopra S. Cristina d’Aspromonte, i venti ragazzi erano già morti.

Lo spazio offerto al dibattito tra Associazioni mette in luce la necessità di resistenza continua. I centri antiviolenza in generale languono per il taglio dei fondi. A Cosenza da qualche anno si è dovuto chiudere la Casa rifugio R. Lanzino, a Reggio il Centro di accoglienza Margherita sopravvive per volontariato, ma non può accogliere.

La Responsabile UDIrc facendo il punto sottolinea che Il Consiglio d’Europa raccomanda un centro ogni 10.000 persone e un rifugio ogni 50.000. Dunque a Reggio dovrebbero esistere circa 20 centri e 4 rifugi.

In sede locale un forte rilievo viene posto sulla mozione del consigliere di minoranza Ripepi, pastore evangelico in missione politica, approvata in Comune sulla “famiglia naturale” che tanto ha fatto sorridere per l’ingenuità sociologica e indignare per l’imposizione di una sola visione della vita, quella confessionale.

Una visione laica democratica non impone ma offre e garantisce alternative multiculturali rispettando le linee della Carta Costituzionale, una visione confessionale “impone”, “vieta” secondo un pensiero esclusivo e indiscutibile, come in un vecchio collegio educante. D’altra parte un’alternativa “laica” non è certo obbligante per chi pratica una professione confessionale.

(R)esistenze – Il passaggio della staffetta è un documentario in un progetto multimediale di ricerche storiche di fonti orali della sociologa Laura Fantone insieme con la storica Giovanna Bernardini. L’astuzia, l’intelligenza, l’ironia, la tenacia, la paura … traspaiono nei racconti delle donne partigiane che si raccontano con una profondità e insieme semplicità che è raro cogliere. Dall’esperienza pur tragica e pericolosa della loro Resistenza emerge una specificità e singolarità che disegna qualcosa di molto diverso dalle consuete ufficiali narrazioni al maschile.    

La performance teatrale curata dal regista Gaetano Tramontana di SpazioTeatro con un gruppo di ragazze del Liceo Statale “T. Gulli” dà forma alla drammatizzazione e traduzione scenica di contenuti o fatti reali riportati nella raccolta di documenti estratti dall’Archivio Nazionale UDI (dichiarato Bene culturale), editi per il 50°, I Gruppi di Difesa della donna 1943-1945. Le allieve attrici nel gioco delle luci creano sequenze dinamiche tra i pannelli della mostra diventati quinte e il pubblico, in un micro happening d’effetto. Toccante la lettura della Lettera di una diciassettenne. Gaetano dà voce poi al celebre discorso di Ferruccio Parri che in Parlamento sancì e lodò i principi etici su cui le donne fondarono i Gruppi di Difesa della Donna e da cui ebbe vita l’UDI. Le allieve attrici ricevono una pergamena di riconoscimento da parte di UDIrc.

Le Resistenti del grande schermo, una estrapolazione miscellanea dal grande schermo con taglio critico originale e preparata ad hoc, del critico ed esperto di cinema Nicola Petrolino: La Ciociara, La ragazza di Bube, Roma Città aperta … Una lectio magistralis fatta di immagini e caratteri di donne diverse e “resistenze” a confronto.

Non ci è stato regalato niente, film di Eric Esser. Nel film, Anita “Laila” Malavasi e due sue compagne, Gina “Sonia” Moncigoli e Pierina “Iva” Bonilauri, raccontano della propria esperienza nella Resistenza e di cosa essa abbia significato per loro e per molte altre donne.
UDIrc ringrazia il regista tedesco Eric Esser per la gentile concessione del film, presentato in prima regionale.

Sabato 25 Aprile, festeggiamenti per il 70° della Liberazione con la cerimonia civile dell’ANPI e la ricorrenza della 32a Corrireggio indetta da Legambiente. A chiusura della giornata e della Mostra, alle 19 Concerto al Conservatorio cittadino.

Intanto a Milano la Mostra Donne Resistenti con le tavole della graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo viene prorogata fino al 3 maggio. Per la chiusura precedentemente prevista per il 26 aprile era stata invitata Rosangela Pesenti, del Coordinamento nazionale UDI, che per una momentanea indisposizione stagionale non può intervenire.

Un ringraziamento particolare a Luigi Bona, direttore di Spazio WAW-Museo del Fumetto di Milano e a Rossella Orofino PR dello Staff, che hanno creduto valido il lavoro.

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[locandina del Museo del Fumetto di Milano]

Un grazie alle Allieve, al direttore del Conservatorio Franco Barillà, alla presidente Daniela De Blasio e Consigliera di Parità della Provincia, che hanno sostenuto il desiderio di aprire e concludere la Mostra con le atmosfere musicali. Alla Soprintendente per i Beni Archeologici per la Calabria Simonetta Bonomi che generosamente ha concesso la sala espositiva del prestigioso Museo Archeologico Nazionale ed è intervenuta per un saluto all’inaugurazione. Alla funzionaria  Maria Pia Mazzitelli responsabile della Biblioteca Comunale “P. De Nava” per aver accolto nostro materiale espositivo, permesso la ricerca storica ed esposto materiali dell’archivio bibliografico. 

E un ringraziamento a quanti e quante hanno voluto partecipare, all’ANPI cui è stato offerto spazio per i suoi eventi, alle docenti e ai docenti, alle donne dell’UDI che si sono prodigate per la buona riuscita della Mostra, capace di ottenere risonanza nazionale.

 

Gli altri segmenti della Mostra, pur compressa data la complessità e vastità della materia, erano costituiti da:

  • riproduzioni di documenti dell’Archivio Nazionale UDI, molto preziosi dal punto di vista storico e della sociologia dei movimenti politici: relazioni clandestine dalle fabbriche, dai comitati e “comitatini”, dai Gruppi di Difesa, dal CNL, comunicazioni alle famiglie dei/delle combattenti, liste di viveri, indumenti e altri fabbisogni, segnalazioni di spostamenti di truppe, disposizioni organizzative, stampati e giornali clandestini, come lo storico NOI DONNE di cui sono riprodotti i primi otto numeri, 600 mila copie al suo massimo di diffusione come rivista, poi la crisi e l’uscita dalle edicole ma sopravvive fino ad oggi …;

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Particolare alle pagine centrali 4 – 5. NOI DONNE, diventato quindicinale Organo dell’UDI – UNIONE DONNE ITALIANE, anno III n. 4 – 20 giugno 1946, Milano – una copia L. 10 di otto pagine

  • schede di figure di donne dei GDD e di partigiane che hanno imbracciato le armi, di religiose perfino che hanno partecipato alla Resistenza in diversi modi: producendo stampa clandestina, nascondendo nei loro conventi soldati “sbandati” e partigiani, facendo le staffette, raccogliendo vestiti, medicinali, viveri per le famiglie e per i gruppi combattenti. E’ proprio questo il comportamento delle donne organizzate in rete capillare nei Gruppi di Difesa della Donna. Donne di ogni appartenenza, dalle cattoliche alle comuniste, dalle intellettuali alle operaie, alle contadine … ma anche di molte altre che hanno offerto sostegno spontaneo individuale, che storiche e storici hanno definito come la più grande operazione di maternage di tutti i tempi;
  • manifesti con un libro disponibile, Donne manifeste – L’UDI dal 1944 al 2004 a cura di Marisa Ombra, testi di diverse autrici con ricca documentazione grafica;
  • una sezione di partigiane calabresi (di alcune figure ancora poco studiate si sa solo il nome);
  • una sezione di disegni di quattro note disegnatrici Giuliana Maldini, Elena Terrin, Mariagrazia Quaranta e Marilena Nardi che interpretano grandi donne partigiane. Ne hanno fatto dono alla Mostra di Reggio tramite il Museo del Fumetto di Milano. A loro un caloroso grazie;
  • la graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo, in 60 tavole a colori in mostra sul percorso dei pannelli dedicati. Tavole disponibili anche in opuscolo dal titolo omonimo.

All’ingresso della Mostra e in un angolo all’interno sono disposti alcuni oggetti d’epoca. All’ingresso una bicicletta maschile degli anni quaranta; all’interno una pesante macchina per scrivere tedesca Groma, nera; un abat-jour Tiffany; due lanterne, una Feuerhand 1926 a petrolio, una ad acetilene usata in ferrovia, in quegli anni, per controllare ruote e binari.
Evocano suggestioni e pensieri, atmosfere, luoghi, condizioni di vita: ‘40 – ‘45, gli anni della seconda guerra mondiale.

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Gli uomini prima al fronte, Africa, Balcani, Russia… poi (dopo l’otto settembre) sbandati. Riarruolati forzatamente o rastrellati, deportati, fucilati come disertori, o sui monti, nelle foreste con le formazioni partigiane per la Liberazione del Paese. O nascosti, “imboscati”. Strumenti di comunicazione straordinari la bicicletta, la macchina per scrivere.

La bicicletta era vietata agli uomini. Le donne utilizzavano quella propria o di casa, magari maschile, lasciata da padri, mariti, fratelli. Anche 60 e più chilometri in un giorno (Firenze-Viareggio tutta una volata riferisce Walkiria Terradura) per portare stampa clandestina, ordini, informazioni, viveri, anche armi … La macchina serviva a preparare con la carta carbone dispacci, volantini, anche bozze di giornali che poi con grande rischio venivano stampati col ciclostile nelle postazioni segrete. E le lanterne, insieme pericolose e amiche, servivano nelle notti piene di ansia e di paura nei luoghi sperduti dove non poteva esservi luce elettrica o non si poteva tenere accesa.

Altra preziosa sezione alla Biblioteca Comunale, saletta Pietro De Nava“.

Sul ripiano tra le due alte vetrine sono allineate una serie di foto: donne scalze contadine seppelliscono un partigiano; una madre e i suoi quattro figli sfollano portando appena il necessario; una famiglia dopo la Liberazione ritorna nel luogo d’origine, tirando un carretto; donne sgombrano macerie, gli uomini stanno a guardare; donne vestite di bianco con bandiera bianca e la croce sanitaria internazionale, addette al trasporto dei feriti.

Nelle due vetrine verticali articoli di giornali d’epoca, elaborati con OCR e ingranditi per facilitarne la lettura accanto agli originali.

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[Il Tempo – Note di Cronaca – Reggio Calabria, 20 agosto 1944]

Sul piano del massiccio tavolo che fu la scrivania di Pietro De Nava, sono disposti libri con didascalie, diversi rari o esauriti, il numero zero e il numero uno di effe storica rivista femminista degli anni settanta (diretta da Adele Cambrìa, vi collaborarono Dacia Maraini, Rossana Rossanda, Franca Pieroni Bortolotti, Elena Gianini Belotti, Grazia Francescato … ).
Cuore di donna di Carla Capponi; Diario partigiano di Ada Gobetti; La Resistenza senza armi di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone; Corpo a Corpo – Almanacco Bompiani a cura di Natalia Aspesi e Lietta Tornabuoni … altro.

La Mostra non a caso è stata inaugurata l’8 Marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna e conclusa il 25 Aprile, giornata della Liberazione dal nazifascismo. Due giornate fortemente simboliche per le donne: per la prima, la considerazione sociale acquisita non paragonabile a quella di solo pochi decenni fa e  i diritti conquistati. Motivo di festa, ma anche di sgomento per quanto ancora resta da raggiungere, considerando che vi sono vaste aree nel mondo dove la vita e i diritti di una donna possono valere quanto quelli di un oggetto da baratto.

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Come già accennato, la vasta Resistenza delle donne (si stima 35.000 partigiane, 70.000 Gruppi di Difesa e non meno di 2 milioni di donne sul territorio) non è emersa nelle trattazioni storiche se non ad opera di pochi studiosi e soprattutto studiose, anzi è stato perfino impedito che emergesse nell’immediato della Liberazione. Si è parlato di resistenza “taciuta” e “negata” anche per alcune direttive interne ai movimenti partigiani (che le donne rimanessero preferibilmente poco visibili: a casa) e per il relativo criterio del riconoscimento e del grado, strettamente burocratico-militare, da parte delle Istituzioni. Accanto, in generale, al pregiudizio al maschile che le donne non ci sapessero fare, serpeggiò inconfessato l’altro: che quelle donne fuori casa, sui monti con altri uomini, chissà … ogni fidanzato, marito, fratello, padre ne poteva essere segretamente imbarazzato (in fondo tutti erano passati obbligatoriamente sotto il rullo compressore dell’educazione virile-guerresca di Stato …).

A tutt’oggi nei raduni e nelle celebrazioni partigiane l’immagine scenografica è prevalentemente unilaterale-maschile di retorica rituale. E di fatto la maggiore Associazione partigiana nazionale continua a nominarsi al maschile. La retorica della trasmissione della memoria mitizzata e come un format è forse una delle cause dell’affievolimento di essa.

Nel giorno della Liberazione le azioni di quelle donne vanno ricordate alla pari con quelle degli uomini, deve essere ormai chiaro: non è stato un supporto, un sostegno, hanno inciso sia nella storia delle donne che nella storia della Repubblica, malgrado gli ostracismi. Sarebbe bello oltre che doveroso: Associazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia

Anna Bravo, storica autorevole, ne parla in modo incisivo e approfondito. Sul versante della vasta azione di resistenza delle donne non visibile e non quantificabile, per dare una interpretazione storica corretta sul così detto maternage (nel senso di resistenza civile e non soltanto di impulso sentimentale), sul fare politica delle donne e sull’affievolimento della memoria annota:

“… Penso che in quei momenti fosse all’opera un codice materno che si potrebbe definire come la tendenza a un pensiero, a uno stile conoscitivo e sofisticato, che discerne, che gradua anche, che media, che sceglie non l’aut aut ma l’et et, che tenta di agire la politica in senso non specialistico, di proporre un modo di giudicare che vada al di là delle scelte dicotomiche. Ma quel codice era debole, era solo e perde e si perde perché non viene neanche avvertito come un modo di fare diversamente la politica, ma viene etichettato appunto come maternità nel senso più tradizionale: la mamma che tutto perdona, indulgente, la donna tutta sentimento, irrazionale, impolitica. Per cui, passata l’emergenza, è come se si dicesse: “adesso basta”; la madre che andava ad intromettersi nella sfera pubblica torna ad aver voce in capitolo solo nella domesticità. Tra l’altro, proprio negli anni del dopoguerra, sull’onda di teorie anglosassoni secondo le quali se i bambini non hanno la madre a tempo pieno diventano disturbati irrimediabilmente, si diffondono correnti ideologiche che spingono verso il ritorno a casa. Ci sono anche i fattori di politica interna, molto presto scoppia la contrapposizione contro le sinistre, la guerra fredda… E poi credo che abbia contato una mancanza di memoria storica: come noi nel ’68 abbiamo dimenticato le donne dell’Udi, della Resistenza, le donne nella Resistenza hanno dimenticato il femminismo di fine ’800 e primo ’900 e questo ha contribuito a far sì che quell’embrione di pensiero differente non fosse abbastanza valorizzato”.

E la violenza subita dalle donne nella vita sociale, ancora oggi, porta all’estensione del concetto di resistenza: dall’accezione specifica di guerra a quello di pratica civile permanente come opposizione a uno stato di fatto repressivo, umiliante, di negazione di diritti e della persona. Soprattutto negli ambienti insospettabili per definizione, come nella famiglia o nella cerchia famigliare o delle amicizie, entro cui con molta più frequenza avvengono le uccisioni di donne. E per restare nell’insospettabile, come nella “civilissima” Europa del Nord, ai primi posti in classifica per stupro.

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Gli spazi espositivi

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Le prime 12 tavole della graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo

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1ª e 4ª di copertina della versione  in volumetto

 

Dai documenti dell’Archivio Nazionale UDI

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Il CNLAI riconosce i Gruppi di Difesa come organizzazione aderente al CNL

Rivendicazioni in fabbrica / Comunicazioni del CNL ai Gruppi di Difesa

 

Dalle schede

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francesca rolla 1          francesca rolla 2

 

Manifesti dell’UDI (il primo dell’ottobre ’45)

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La tessera UDI 2015 evocativa del 70°

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LA CORTE COSTITUZIONALE E L’ARROGANZA DEL POTERE

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LA Corte Costituzionale, ancora una volta, è intervenuta per cancellare un divieto della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita. Si tratta in questo caso del divieto della diagnosi pre – impianto per le coppie fertili ma portatrici sane di patologie genetiche. Anche questa volta, come per le 36 sentenze dei tribunali e le 3 della Consulta, seguite all’approvazione della legge e al referendum abrogativo dove, l’entrata a gamba tesa del Vaticano, permise il non raggiungimento del quorum, la sentenza arriva in conseguenza di un ricorso.

Maria Cristina Paolini, Armando Catalano, Valentina Magnanti e Fabrizio Cipriani, sono loro le coppie che si sono rivolte alla Corte contro quel divieto. A undici anni dall’approvazione della legge 40, che molte donne abbiamo, a suo tempo, definito “oscurantista, moralista, proibizionista”, nata da sentimenti di rivalsa maschile contro la libertà femminile, sono ben 4, compreso l’ultimo, i divieti cancellati dai tribunali e dalla Consulta e condannati dalla Corte suprema europea dei diritti di Strasburgo. Il divieto di produzione di più di tre embrioni e quello dell’obbligo di contemporaneo impianto di tutti e tre sono stati rimossi dalla Consulta nel 2009, mentre il divieto della fecondazione eterologa è stato cancellato dalla Corte nell’ aprile 2014.

Le battaglie giudiziarie non sono ancora terminate, si è in attesa, infatti, di udienza sia presso la Consulta che la suprema Corte europea del divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Insomma dell’impianto della legge 40, così come l’avevano voluta i politici, sostenuti dalla chiesa del cardinale Ruini, è rimasto ben poco, grazie a quelle donne che non si sono arrese alla forza della legge. E’ la libertà femminile che le varie sentenze hanno riconosciuto, contro la volontà dei politici, contro la forza e la violenza del potere.

Non è più possibile – come hanno tentato di fare politici e Vaticano – imbrigliare la volontà di una donna di decidere quando e come diventare madre. Lo hanno dimostrato tutte quelle donne che, dopo averne contrastato la sua approvazione insieme ad altre, tenacemente l’hanno combattuta nei tribunali. Quelle sentenze non cancellano solo degli articoli di legge, ma condannano un modo, più maschile che femminile, di intendere il potere – confuso con la politica – come esercizio della forza contro le donne, in questo caso, sul cui corpo si è legiferato.

Condannano l’arroganza , la sordità, l’autoreferenzialità di una classe politica che ha “tirato dritto”, nonostante le ragioni e le proteste di tante donne, ed ha cercato di imporre per legge la propria visione del mondo. E’ questa una delle eredità del ventennio berlusconiano che il governo Renzi, convintamente, ha raccolto e sta portando avanti con spregiudicatezza, nel tentativo di imporre la sua visione neoliberista – individualista del mondo, del lavoro, delle istituzioni, dell’economia, della scuola, dove a dominare è la legge del più forte e chi non è d’accordo col “sovrano” di turno, è visto come “un nemico” da disprezzare, umiliare, abbattere.

In questo mondo non c’è spazio per il dialogo, le relazioni, lo scambio, le mediazioni, i sentimenti – su cui le donne hanno costruito la loro politica – considerati intralci, perdita di tempo. Renzi e il suo governo, alla sentenza della Corte sulla cancellazione del divieto della fecondazione eterologa, hanno risposto, pur non potendolo fare, ribadendo il divieto in mancanza di un intervento legislativo del Parlamento, di cui non si ha più notizia. Un tentativo questo per continuare a rendere difficile per una donna diventare madre quando e come lo desideri.

Faranno lo stesso con quest’ultima sentenza? Per fortuna le sentenze, tutte, hanno valore esecutivo immediato. In questi anni per le donne è diventato sempre più difficile e rischioso, in questo Paese, non solo decidere di interrompere una gravidanza ma anche partorire.

E questo è ancora più vero nella nostra regione, dove in molti ospedali non solo la 194 viene disattesa ma si muore anche di parto. E muoiono anche neonati. In molti ospedali non esiste il reparto di neonatologia – come a Vibo Valentia – e dove c’era, come a Lamezia Terme, è stato chiuso in nome della spending review.

Le donne muoiono come la giovane Katia Caloiero, di 39 anni, morta dopo il parto all’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Sulla vicenda la Procura ha aperto un’indagine ed iscritto nel registro degli indaganti otto persone.

Muoiono neonati per asfissia come la bambina sull’autombulanza, durante il trasporto da Vibo a Catanzaro. E intanto il reparto di neonatologia di Catanzaro scoppia e una bimba da giorni combatte per sopravvivere ad un’infezione di streptococco. Malasanità?

Non solo.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud 16/05/2015

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Loro mi cercano ancora

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“LORO MI CERCANO ANCORA” – MARIA STEFANELLI

LORO mi cercano ancora” è il titolo del libro – memoriale di Maria Stefanelli, vedova del boss della ‘ndrangheta Francesco Marando, oggi testimone di giustizia nel maxiprocesso denominato Minotauro, di cui in questi giorni si sta celebrando l’appello a Torino contro i presunti affiliati alla ‘ndrangheta radicatasi in Piemonte.

Dal 1998, anno in cui è entrata nel programma di protezione, gli uomini della famiglia del marito la cercano, per averli accusati di aver ucciso suo fratello e zio Antonino, per aver raccontato dei loro affari al Nord tra gli anni Settanta e Ottanta, e per averli fatti condannare. Vive in località protetta con la figlia. E’ a lei che si rivolge nel libro – scritto insieme alla giornalista Manuela Mareso del mensile “Narcomafie” – e le racconta, per la prima volta, tutta la sua storia.

“Attraverso le pagine di questa memoria – le scrive – hai saputo ciò che fino ad oggi non avevo trovato il coraggio di raccontarti. Potrai capire meglio quello che ho sofferto, ora che sei mamma anche tu (..). Come ho cercato in tutti i modi di proteggerti. La verità è che tu sei stata l’unico appoggio. In te ho trovato la forza di lottare, di vivere, sconfiggere il cancro”, di cui si è ammalata dopo essere diventata testimone di giustizia.

Le racconta della sua breve infanzia ad Oppido Mamertina, suo paese natio. Un’infanzia “povera” ma “felice”, che finisce nel 1974, quando i suoi genitori si traferiscono al Nord, in seguito all’incendio per ritorsione del forno della madre. Maria aveva solo nove anni. Le racconta la sua vita al Nord, fatta di “povertà”, di “botte” e “violenze” in famiglia, per mano dello zio Antonino, l’ “orco”, che per anni ha violentato lei e le sue sorelle, dopo averne sposata la madre, alla morte del padre.

Alla figlia racconta del matrimonio con suo padre, accettato solo per uscire da quella situazione familiare di degrado “morale”, divenuta insopportabile. Le parla del suo dolore di figlia per una madre che non ha saputo “difenderla”, “salvaguardarla”, “salvarla” perché “lei non era stata in grado di proteggere nemmeno se stessa”, come capì il giorno in cui , “sopraffatta dalla vita”, sua madre tentò il suicidio.

Col suo racconto Maria apre il sipario su quel mondo mafioso – patriarcale, dove le donne che si sottomettono all’obbedienza della legge del padre, negano libertà a se stesse e alle proprie figlie.“ Se subisci violenze stai zitta, perché vedi che è così anche per le altre (…). E se tua figlia subisce violenze, non la soccorrerai perché così è stato per te”, e chi “ ha avuto il coraggio di spezzare questa spirale ha pagato con la vita” e chi si sottomette si imbottisce di psicofarmaci e tranquillanti, per sopravvivere. No, non è questa la vita che Maria voleva per sua figlia. Lotta contro sua madre, contro la famiglia del marito, contro l’uomo che ha sposato e che la costringe a seguirlo da un carcere all’altro, ad andare da un avvocato all’altro, ad aiutarlo ad evadere, a coprirlo nella latitanza e seguirlo a Platì.

Anni di violenze, di botte e maltrattamenti, fino a perdere il figlio che portava in grembo. Maria, non si piega, resiste e grida la sua liberazione, la sua felicità il giorno in cui le portano la notizia dell’uccisione del marito. Balla, canta, non accetta di portare il lutto, di fare la “vedova” e, con grande scandalo, va via con sua figlia da quel paese, pronto a rendere omaggio alla salma del boss.

Il racconto di Maria, al di là dal voler “spiegare dall’interno che cos’è quel mondo. Le menti malate che lo abitano, i meccanismi che lo governano”, è un grande atto d’amore di una madre verso la figlia, che ha saputo difendere e salvare perché lei è stata capace di difendere e salvare se stessa, in nome del suo desiderio di libertà di donna, prima che di madre. Il libro è la testimonianza di una delle tante donne calabresi coraggiose, venute dopo di lei, divenute testimoni o collaboratrici di giustizia, che hanno dato inizio ad un’altra storia, che le loro figlie e figli porteranno avanti, nel nome della madre, come sta facendo Denise, la figlia di Lea Garofalo.

Maria Stefanelli con la sua storia dimostra come per una donna, consapevole che “la ‘ndrangheta non dimentica”, “loro mi cercano ancora”, l’amore per la libertà femminile può essere più forte della paura.

recensione di Franca Fortunato

“Loro mi cercano ancora” – Maria Stefanelli con Manuela Mareso – ed. Mondadori pgg. 201 –  € 17,00

Quotidiano del sud 16/05/2015

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[estratto]

… Il giorno precedente il rito funebre, mia suocera, mia madre e le mie cognate portano in casa le sedie per accogliere chi mi porgerà le condoglianze. Caccio via tutti, non intendo stare alle pagliacciate, grido. Accendo la radio, ho voglia di musica. Uno scandalo. Non riesco a trattenere l’euforia. Mia suocera si dispera: «Lo ammazza una seconda volta!». Mia madre la consola. Entrambe sanno quello che ho passato. ma ai loro occhi il mio comportamento è inaccettabile.

Quando sento parlare di lotta per l’emancipazione femminile e penso alle ragazze di ‘ndrangheta, mi viene in mente un documentario che vidi in televisione anni fa sull’infibulazione, una pratica di menomazione genitale cui le bambine di alcune regioni africane e asiatiche devono sottoporsi. Un antropologo analizzava la ripercussione nel tessuto sociale di questo tradimento perpetrato dalle madri nei confronti delle figlie: una pratica sadica, umiliante, pericolosa, che distrugge nell’inconscio il legame tra le donne. Una bambina che non si sente protetta dalla madre, mai potrà fidarsi di un’altra donna. Così è nelle famiglie ‘ndranghetiste. Prima di tuo padre, dei tuoi fratelli, di tuo marito, a sottometterti e a tradirti sono tua madre, le zie, le nonne. Sono le persone con cui dovresti essere complice a costringerti a indossare i panni dell’obbedienza e dell’abnegazione. Così hanno fatto loro, così deve essere per te.   

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Oltre la guerra

profughi iracheni in fuga dai bambardamenti  In fuga dalla guerra, Iraq, Siria.

La guerra di Gentiloni all’Isis

LA guerra, evocata dal ministro degli Esteri Gentiloni, contro il sedicente Stato Islamico in Libia, non può non indurci a provare a fare prevalere – cosa non facile – il buon senso, la saggezza, la riflessione, la conoscenza, prima che sia troppo tardi.

Di che cosa parliamo quando diciamo Isis? Della prevalenza nell’Islam politico della corrente più radicale, che ha per obiettivo la restaurazione dell’antico Califfato, distrutto dai mongoli nel 1261 e che si estendeva dalla capitale irachena fino all’attuale Israele.

Quella dell’Isis è una tradizionale e moderna guerra di conquista, portata avanti, con ogni mezzo, tramite la guerra santa (jihad) contro gli apostati (i non sunniti) e gli infedeli (gli occidentali).

È sullo sfondo della guerra civile in Siria, e di un Iraq ancora paralizzato dall’intervento occidentale, che l’Isis si è messo a conquistare seguaci, dentro e fuori i Paesi musulmani, con un messaggio potente: la promessa della libertà politica attraverso la restaurazione del Califfato che, da sempre, nell’immaginazione dei musulmani rappresenta lo stato ideale, la nazione perfetta, in cui trovare la salvezza – come gli ebrei nello stato d’Israele – dopo secoli di umiliazioni, razzismo e sconfitte per mano delle potenze straniere e dei loro associati musulmani.

Da decenni fondamentalisti e studiosi islamici assicurano che i millenni di grandezza e splendore raggiunti sotto il Califfato, considerato una sorta dell’età dell’oro, di paradiso in Terra, torneranno in vita. La sua restaurazione è il sogno dei revivalisti islamici almeno dagli anni cinquanta, quando Hizbut-Tahrir cominciò a invocare la sua rifondazione.

Anche Osama bin Laden l’ha spesso citato come suo fine supremo, ma nessuno si era mai neppure avvicinato alla sua realizzazione, anzi per tutti è rimasto un sogno bello e impossibile. Un sogno divenuto realtà con lo Stato islamico e con Abu Bakr al Bagdadi, autoproclamatosi, nel giugno 2014, nuovo califfo e, come tale, ha imposto la legge islamica (sharia): tagliare le teste, rapire le donne e costringerle a matrimoni precoci e forzati, infliggere violenze e pene corporali.

Ma l’Isis non è solo terrore, violenza, esibita anche sui social network per diffondere la paura, ma è anche – come ci racconta Loretta Napoleoni nel suo libro “ Isis – Lo Stato del terrore” – la ricerca del consenso attraverso programmi sociali e una politica di alleanze con le tribù sunnite locali per lo sfruttamento delle risorse naturali, presenti nei territori conquistati con la guerra. Le forze dell’antiterrorismo, nel prevenire e impedire l’avvento del Califfato, hanno fallito. Come spiegare la creazione, nell’arco di tre anni, di questo sedicente Stato islamico?

Aicha El HajjamiAicha El Hajjami

Aicha El Hajjami, studiosa e ricercatrice marocchina, sulla rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana n. 11, dicembre 2014, indica tra le cause interne il nutrimento che, nel mondo arabo musulmano, hanno dato a lungo all’oscurantismo religioso gli Stati che “percepivano il pensiero religioso critico come una forma di sovversione da mettere a tacere con tutti i mezzi” e che continuano a farlo, come nell’Arabia Saudita.

Le cause esterne sono tante e vale la pena ricordarle, con lei: la lunga serie di aggressioni e umiliazioni subite dal mondo arabo-musulmano fin dai tempi della colonizzazione; il sostegno occidentale ai regimi corrotti e tirannici (Saddam Hussein, Gheddafi, fintanto che servivano i loro interessi); la rapina delle ricchezze di questi paesi da parte delle multinazionali; il perdurare dell’occupazione israeliana e il massacro della popolazione palestinese; la guerra in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non si può dimenticare, infine, che l’islamismo radicale è anche una creatura degli Stati Uniti ai tempi della guerra fredda contro l’ex Urss: Bin Laden era stato armato da loro.

Ma, che cos’è che attira dell’Isis tanti giovani immigrati musulmani europei e americani, di seconda e terza generazione? E’ il sogno del riscatto dalle frustrazioni ed umiliazioni di cui sono quotidianamente vittime, in un mondo che non offre loro un futuro. L’Isis chiede loro di combattere per raggiungere il paradiso, non nell’aldilà, ma sulla terra, sotto il Califfato, riservato ai soli sunniti. Giovani facile preda dei fondamentalisti perché, avendo studiato in Occidente, non conoscono i libri religiosi e i veri valori dell’Islam: pace, fratellanza, giustizia e uguaglianza.

Come dimenticare, poi, che Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sono stati i primi finanziatori del gruppo di Baghadi contro Assad? Lo hanno anche addestrato militarmente, mentre gli Usa hanno armato (non ufficialmente) tutti i gruppi anti Assad. Con quelle armi, confiscate dallo Stato Islamico dopo ogni vittoria, combattono ora i sostenitori di Baghdadi.

A questo punto, che cosa possiamo fare?

Se è vero che nessuna/o ha la ricetta miracolosa, l’unica cosa che dovrebbe esser(ci)e chiara è che una nuova guerra non sarebbe la soluzione. Questa, infatti, non farebbe che attizzare ancora di più l’odio e i risentimenti in una popolazione frustrata, stremata e oppressa dalle violenze. Mieterebbe ulteriormente vittime innocenti tra i civili e destabilizzerebbe completamente il Medio Oriente, con risultati peggiori del male che si vuole combattere. Non è questo tempo di risposte “scontate”, ma di domande e di ascolto.

Hajjami indica la strada dentro il mondo arabo musulmano, dove “la vera jihad” di cui c’è bisogno “ è quella del pensiero critico” sul patrimonio religioso e culturale dell’Islam per trasmetterne i veri valori, così come sulle sfide della modernità e della globalizzazione. La “vera jihad” è quella di “risolvere la problematica del rapporto tra religione e politica, la problematica dei diritti umani e soprattutto dei diritti delle donne.

Ma è anche quella di intervenire sugli aspetti economici dello sviluppo e di avere cura nell’assicurare una suddivisione equa delle risorse nazionali. Sono le tante donne come Hajjami, e non le guerre di cui l’Isis è figlio, che per (me) noi donne sono motivo di fiducia nello sviluppo delle società di cultura musulmana e nello svelamento del volto maschilista e patriarcale, tribale e violento, dell’Isis.

Franca Fortunato

[Quotidiano del Sud 17.02.2015]

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Mondo Rosa, Catanzaro

IL CENTRO regionale antiviolenza “Mondo Rosa”, aperto a Catanzaro l’8 marzo 2012, è diventato un luogo di relazioni tra donne, un luogo di lavoro femminile sulla consapevolezza e presa di coscienza delle donne, vittime della violenza maschile.

Nato da un progetto del Centro calabrese di Solidarietà e dell’Unione dei Comuni del Versante ionico, il Centro è stato finanziato dal Dipartimento Pari Opportunità e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il progetto, con relativi finanziamenti, è scaduto nel novembre 2014. In questi due anni il Centro, che opera come luogo residenziale per un massimo di 8 donne con figli d’età entro i 3 anni e come sportello 24h/24h, ha svolto un lavoro prezioso e insopprimibile.

Alcuni dati: le donne che l’hanno contattato sono 155, di cui 30 residenziali con 8 bambine e 8 bambini. Di queste il 90% sono italiane e il 10% immigrate. Il 53% sono calabresi, il 22% pugliesi, il 22% siciliane, il 6% laziali. Luogo prevalente della violenza maschile si conferma la famiglia: il marito (54%), il compagno (8%), l’ex compagno (8%), l’ex marito (12%), il fratello (4%), il figlio (4%), uno sconosciuto (8%) e amici (4%). La violenza perpetrata è psicologica (44,4%), fisica (38%), economica (2,90%), sessuale (8,30%), stalking (5,50%).

Isa Mantelli, vicepresidente del Centro calabrese di Solidarietà, Rita Maceri e Maria Francesca Corapi, assistenti sociali, Romina Ranieri e Susy Cardamone psicologhe, sono le donne che abbiamo incontrato per fare con loro il punto della situazione e conoscere la loro esperienza.

Finito il progetto nazionale perché non è subentrata la Regione?

< Perché non esiste a livello regionale un accreditamento per i Centri antiviolenza. Ne esiste solo uno per donne in difficoltà. C’è poi un fondo nazionale, che la Regione non ha ancora ridistribuito.>

Che cosa avete fatto in questi due anni perché intervenisse la Regione?

< Quando abbiamo iniziato questa avventura c’erano già sette Centri antiviolenza gestiti da Associazioni, che funzionavano bene come sportelli. Solo due di loro erano anche residenziali. Questi ricevevano finanziamenti dal fondo per donne in difficoltà. Poi siamo arrivate noi e un altro Centro antiviolenza di Reggio Calabria, finanziato come il nostro. Abbiamo costituito con tutti questi Centri, tranne la Fondazione Roberta Lanzino che non ha voluto starci, un coordinamento regionale e da subito abbiamo posto due problemi: l’accreditamento per i Centri antiviolenza e la creazione di un tavolo tecnico presso l’assessorato ai Servizi Sociali. Ad oggi non si è fatto nulla. Le ex consigliere regionali Tilde Minasi e Gabriella Albano avevano presentato una legge, ma abbiamo dovuto fermarla perché prevedeva fra l’altro l’accoglienza delle donne maltrattate presso famiglie. Il che è inaccettabile. Chi garantirebbe per la loro sicurezza? Vogliamo una legge regionale oppure l’allargamento ai Centri antiviolenza del fondo esistente. In attesa, per non chiudere, andiamo avanti sostenuti dal solo Centro calabrese di Solidarietà.>

Come siete partite?

<Siamo partite con la formazione. Abbiamo adeguato la struttura alle esigenze delle donne e dei bambini che andavamo ad ospitare, sottoscritto una serie di protocolli con vari soggetti pubblici e privati, attivato un numero verde e lo sportello 24h/24h. Negli anni abbiamo continuato il lavoro di sensibilizzazione sul territorio. Il primo colloquio lo abbiamo avuto lo stesso giorno dell’inaugurazione, 8 marzo 2012, e a maggio sono entrate le prime due donne.>

Una donna maltrattata come arriva da voi?

<Arriva tramite i Servizi sociali, la Questura, altre strutture, oppure telefona. Accogliamo anche la donna che si presenta personalmente perché “ in pericolo”. L’unico problema è che dobbiamo avvertire i Servizi Sociali, il Tribunale dei minori se ci sono bambini e la Questura, per la denuncia che la donna deve fare come condizione per restare. Noi le diamo assistenza legale.>

Che tipo di percorso segue la donna che viene da voi?

<C’è un primo periodo di assestamento perché la donna è disorientata. La prima settimana lei e i figli si riposano, dormono. Riconquistano così un minimo di serenità per poi affrontare un percorso. Non è detto che restino qui. Noi l’accogliamo ma poi valutiamo se mandarle altrove per sicurezza. Per esempio abbiamo avuto una donna mandata da Crotone perché lì si temeva che il maltrattante potesse farle del male e un’altra di Catanzaro che abbiamo dovuto mandare a Reggio perché l’uomo era collegato alla ‘ndrangheta e i rischi erano doppi.>

In che cosa consiste il percorso?

<Dopo aver valutato qual è il percorso più giusto, si attiva un progetto individuale in cui la donna ripercorre il suo vissuto di violenza e la spirale della violenza, che inizia subito, dopo due o tre mesi di vita di coppia quando la donna si sente al centro dell’attenzione dell’uomo. E’ allora che appaiono le prime esternazioni di gelosia, che gradualmente portano all’ isolamento, alla svalorizzazione, alla segregazione, all’aggressione fisica e sessuale, alle false rappacificazioni e al ricatto dei figli. Lui comincia col chiederle di non lavorare, e lei rinuncia. Non gli piacciano le sue amiche, la sua famiglia, le chiede di non vederle più, e lei taglia i ponti. Le restringe gli spazi vitali. Via via lei si piega e aderisce completamente alla sua volontà. Pensa che sia una buona strategia per tenerlo calmo, per evitare che esploda la sua violenza. E invece non lo è, perché lui non si accontenta mai. La violenza esploderà perché la minestra è salata o non è salata, è troppo cotta o non è troppo cotta, perché la casa non è in ordine o è troppo in ordine. Insomma lui ha necessità di essere violento perché questa violenza ce l’ha dentro, e chiede di uscire. L’uomo, frustrato sul lavoro o altrove, cerca così di affermarsi sulla donna con la violenza. La donna perde ogni fiducia nelle sue capacità, inizia a sentirsi inadeguata e si sottomette.>

Come aiutate le donne a riappropriarsi di se stesse?

<Con la consapevolezza di tutto questo. Le donne non è che non si rendono conto che c’è qualcosa che non va nella relazione di coppia, semplicemente hanno difficoltà a voler vedere le cose. E’ un problema di autostima, lavoriamo perciò  sull’autonomia. Già il fatto che si trovino in una casa dove non sono sole, condividono la loro esperienza, riescono a parlare di sé e a dire tutto nei colloqui individuali e di gruppo, che si trovino anche in una famiglia dove partecipano alla gestione della casa, le aiuta ad arrivare da sole a rendersi conto che ce la possono fare. Noi siamo solo di supporto, le decisioni sono delle donne, in tutto. Loro tendono a delegare e noi rifiutiamo per costringerle a dire “io sono un soggetto attivo di un gruppo di relazioni che possono essere con le altre donne, con il mondo che mi circonda, con le operatrici e con i bambini, se ce l’hanno”. E’ difficile, perché sono donne senza autostima.>

Della violenza sessuale subita come ne parlano?

<Questo è uno degli aspetti più difficili. La facilità con cui parlano della violenza psicologica o fisica non ce l’hanno per quella sessuale. Ne parlano con difficoltà. Ci vuole più tempo, quando la relazione è più avanti, si devono sentire a loro agio. Ci si rende conto, però, che quello è un punto cruciale per loro, il più difficile da superare.>

Come vi rendete conto che una donna si sta trasformando?

<Quando le donne arrivano qui sono tutte brutte, anche le più belle, hanno i segni della violenza. Una donna sofferente che ha perduto la possibilità di brillare, piano piano, diventa bella e tu ti accorgi che lì qualcosa è cambiata, perché lo manifesta il suo corpo. Si prende cura di sé per piacersi e non per piacere all’uomo. Si mette la gonna, la maglietta più aderente. Non nascondiamo la fatica e i fallimenti. C’è ancora una forte cultura patriarcale che ci dice come dobbiamo essere noi donne e molte continuano a pensare al principe azzurro.>

Questa esperienza ha trasformato anche voi?

<Qui per tutte noi donne si è costruita una nuova storia. Tutte noi siamo più attente alla svalorizzazione del femminile e siamo diventate più sensibili ad ogni forma di violenza, non la permettiamo più, neppure nelle battute. Ci sentiamo donne guerriere perché non accettiamo la sconfitta, non andiamo in frantumi per questo, ma ricominciamo sempre.>

Dida: Corapi – Ranieri – Cardamone – Maceri – Mantelli

 

1ª Storia

Una giovane donna, con due figli piccoli, si trovava già in un Centro in Sicilia. È dovuta scappare perché il suo compagno girava intorno alla struttura e perciò era in pericolo. È arrivata qui da noi. Abbiamo iniziato il percorso che è durato più di un anno, ma alla fine ce l’ha fatta. Anche i bambini erano molto provati. Una sera – ci ha raccontato la donna – il più grande è scappato da casa per correre dai carabinieri e farli intervenire contro il padre che la stava ammazzando. Dopo questa scena la donna si era rivolta ai Servizi Sociali. Hanno pensato più volte di dividere la madre dai figli e mandarli in strutture diverse. Lei ha sempre combattuto e alla fine ha trovato prima il Centro in Sicilia e poi è arrivata da noi. Era una donna di livello culturale abbastanza basso, veniva da una famiglia totalmente assente, in cui era presente la violenza del padre anche sulla madre. Da noi ha iniziato il percorso di elaborazione della violenza, soprattutto nel suo ruolo di madre. Ha trovato anche dei lavori saltuari e si è fatta una vita “normale”. Ha realizzato cose che desiderava fare da sempre come una passeggiata con i figli, stare con loro, far fare loro la comunione, lavorare. Ha iniziato a relazionarsi anche nel quartiere ed ha incontrato un uomo, di cui ci ha rese partecipi. E’ andata via da sola anche se c’era quest’uomo nella sua vita. Per due mesi ha vissuto con i suoi figli e adesso convive in città con quest’uomo.

2ª Storia

Una giovane donna di 26 anni è arrivata da noi con i suoi figli, piccolini, ed è rimasta solo dieci giorni. Era una ragazza bellissima, si era diplomata ed iscritta all’università, che aveva lasciato dopo aver incontrato il suo compagno. E’ arrivata attraverso un’associazione che ci ha contattato. Prima però era andata in Questura per denunciare la violenza. Il suo convivente l’ aspettava fuori e l’ha inseguita. La sorella, che era con lei, ha telefonato alla Questura, che l’ha accompagnata da noi. Il figlio più grande, quando giocava con il fratellino più piccolo e questo gli prendeva qualche giocattolo, lo afferrava alla gola come “papà faceva con la mamma”. La donna è rimasta dieci giorni e poi è tornata dal suo convivente dicendoci: “non posso stare senza di lui”, “è un ottimo padre”. Si è presa la valigia, i figli e a piedi ha raggiunto la stazione. Dopo un po’ di tempo ci ha fatto sapere che aveva sposato il suo maltrattante.

Franca Fortunato

[Intervista di Franca Fortunato alle Donne di Mondo Rosa – Quotidiano del Sud 03.02.2015]

 info Mondo Rosa

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Giorni e Luoghi della Memoria

 

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945 — US Holocaust Memorial Museum

Le Foto di Alex

Il repertorio di atrocità naziste, basato su documenti e testimonianze, è così vasto ed estremo, che qualunque cosa si possa dire sul numero delle vittime (sei milioni o quattro…) o sulle varianti delle atrocità: c’è stata o no saponifcazione, non potevano esserci camere a gas… come diversi irriducibili negazionisti o revisionisti continuano a sostenere – e come perfino qualche prelato ( 1 ) ( 2 ) ha sostenuto – è operazione che non sposta il termine estremo, nel senso letterale, della ferocia e non conferisce alcuna attenuante generica, né ridimensionamento.

Le Foto dette di Alex sono un documento rarissimo del momento in cui sta per essere compiuto un frammento del genocidio. La grande maggioranza delle foto e delle riprese terribili che possiamo vedere oggi sono di fotografi e reporter alleati o sovietici che documentarono i momenti della liberazione dei campi di concentramento o di sterminio. Le foto  dette di Alex sono invece la ripresa dall’interno, del momento reale di un eccidio, perciò suscitano grande emozione, pur nella loro non  perfetta leggibilità.

Chi ha compiuto un crimine quasi sempre scappa, si nasconde, non ha il coraggio del male che infligge. Cancella le tracce. È ciò che tentarono di fare i nazisti negli ultimi giorni della loro disfatta facendo saltare in aria impianti e distruggendo o nascondendo prove e documenti  dei crimini perpetrati.

Ma a Bad Arolsen al civico 5 della Grosse Allee e negli edifici intorno, in Assia, vi sono 50 milioni di documenti in 26 chilometri di schedari. È l’International Tracing Service, immenso centro di convogliamento dei materiali interni burocratici riguardanti la registrazione delle azioni di controllo, repressione, schiavizzazione, eliminazione su circa 17,5 milioni di persone. Per esempio già dal 1933 vi si può trovare documentazione sul lavoro imposto a prigionieri e prigioniere, in quanto nemici dello Stato, di cui hanno beneficiato oltre allo Stato nazista stesso anche fabbriche come Thyssen, Krupp, IG Farben, Siemens, Porshe, Volkswagen, Knorr, BMV… Bastava fare richiesta all’ufficio gerarchico soprintendente ai campi (IKL) di Oranienburg.

Lo slogan “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi – era il sarcastico tragico slogan della rieducazione sociale, fittizio perché in realtà il piano generale sempre più perfezionato era l’eliminazione, anzi in un certo senso l’autoeliminazione a rotazione continua per rapida debilitazione dovuta alla scarsa alimentazione e agli stenti, come pulizia sociale e soprattutto razziale.

Un programma d’ingegneria eugenetica sociale perverso che nella storia di tutti i tempi resterà la più grande espressione di crudeltà e insensatezza.

Ogni azione veniva maniacalmente annotata e descritta in schedature e dossier. Solo dal 2008 sono accessibili alle consultazioni degli stessi perseguitati ancora in vita e dei loro familiari. È tenuto dalla Croce Rossa internazionale sotto accordo giurisdizionale di Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Israele, Italia, Germania, Francia, Olanda, Polonia, Grecia e Lussemburgo.

Qui si trovano faldoni recuperati, segnati Aushwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen… e dentro il cimitero dei nomi delle vittime ebree, con la cronologia esatta dell’ora e del minuto dell’esecuzione. Una serie sterminata di fatture contabili collegate al numero tatuato sul braccio sinistro, estremamente precise di connotazioni, ma su qualcosa che era ritenuta di nessun valore, la loro vita. Tanto che per gli ebrei e le ebree provenienti dalla rivolta del Ghetto di Varsavia non si eseguì nemmeno la registrazione: si sarebbe proceduto il più velocemente possibile all’eliminazione.

I gruppi tedeschi ariani internati e quelli da rieducare non portavano il tatuaggio, ma tutti erano distinti da una segnaletica: triangoli colorati, naturalmente rosa per gli omosessuali, doppio triangolo-stella di David, cerchietti, numero di registrazione, fascia al braccio per gruppi speciali.

Vi è ancora molto da studiare e dipanare attraverso le storie personali e gli intrecci coi gruppi sociali perseguitati, anche se tutta la trama strutturale è dolorosamente chiarita.

L’impatto morale sulla società del dopoguerra è stato enorme.

Al di là di ogni possibile strumentalizzazione o retorica l‘immenso progetto nazista di eliminazione è incontrovertibile.

Tuttavia c’è stato (già dai primi anni dopoguerra), e c’è oggi, chi prova a smontare ogni fatto descritto da deposizioni e memorie, o raccontato in prima persona, con l’assunto che se non esiste una prova, un reperto “certo”, non vi è affidabilità e credibilità, esasperando all’inverosimile i criteri di accertamento e verifica comunemente accettati. Ogni imprecisione è un falso, una mistificazione. E dunque il fatto viene respinto e ritenuto inesistente: l’onere della prova resta alla parte che sostiene lo sterminio. E non a caso i nazisti, alla disfatta, tentarono di distruggere ogni traccia.

Per questi gruppi, detti negazionisti, è importante utilizzare tecniche e strategie comunicative dalla studiata persuasività per dare l’impressione che esista un vasto dibattito storiografico serio, alternativo non allineato.

Valentina Pisanty ha scritto in proposito un saggio non tanto sulla veridicità o meno degli assunti negazionisti quanto sull’analisi semiologica delle loro tesi in relazione alla documentazione sostenuta o negata e sull’armamentario dialettico.

È chiaro che, anche se trascurabile come peso storiografico, tale pressione negazionista ostinata e aggressiva sulla comunità mondiale di storici e storiche detta tout court sterminazionista, parte già ideologizzata con l’intento di scagionare, alleggerire, sdoganare per quanto possibile episodi o pezzi interi della storia nazi-fascista, a parte la constatazione che la storia la fa comunque la parte vincitrice.  Uso politico della Storia, deleterio specialmente per le nuove generazioni a cui bisogna affidare la memoria, senza retorica altrimenti si svuota, ma con sofferto sentimento di condanna per un’atrocità, senza alcuna attenuante.

Il nodo primario dello scontro è l’esistenza delle camere a gas. I doccioni sarebbero stati veri doccioni per il passaggio dell’acqua e non del gas. La quantità di barattoli di Zyklon B (l’agente tossico fumigante in granuli) trovati dagli alleati sarebbero serviti solo allo spidocchiamento e alla disinfestazione in generale. Le vittime giustiziate sarebbero poche decine di migliaia…

Il numero esatto delle vittime della Shoah forse non si saprà mai, stimato sui sei milioni. A queste vanno aggiunte le altre dei gruppi etnici rom, slavi, polacchi, sovietici, quelle dell’opposizione interna e della resistenza degli stati occupati, omosessuali, quelle considerate persone socialmente inutili … il numero stimato  è almeno pari a quello della Shoah, in tutto da 12 a 18 milioni.

Se folle è stato il concepimento, il progetto dell’eliminazione totale, folle è la negazione o l’ammorbidimento, il tentativo di salvataggio, la giustificazione. E molto preoccupante da sempre l’esaltazione che lascia segni di svastiche sui muri nella notte, e invia teste di maiali alla Sinagoga o compie l’ennesima profanazione.

Rispetto alla grandezza dei numeri esistono pochissime  prove dirette dello sterminio nei momenti in cui venne attuato (punto forte dei negazionisti). Tutto il materiale orripilante che conosciamo è ripreso a scopo documentario e dimostrativo dall’Armata sovietica e dagli Alleati non appena penetrati nei lager. Ma in particolare sono stati trovati nel 1945 dei manoscritti degli addetti allo smaltimento dei cadaveri (Sonderkommando). Erano riusciti a nasconderli sotto uno strato di terra vicino al Crematorio III di Birkenau, oggi sono al museo di Aushwitz. I Sonderkommando, visto il delicato lavoro cui erano addetti, meglio trattati e nutriti, avevano un più lungo tratto di sopravvivenza. Erano considerati conoscitori di segreti, quindi tenuti in isolamento, ma anche loro eliminati a cadenze, smaltiti e sostituiti dai nuovi arrivati.

E soprattutto, ci sono pervenute 4 foto particolarissime di un certo Alex, ebreo greco proveniente dalla resistenza polacca e impiegato in una squadra Sonderkommando del campo di Aushwitz-Birkenau. Le foto sono state scattate nell’arco di una ventina di minuti, col proposito di passarle all’esterno come documentazione delle esecuzioni in camera a gas, vicino al Forno V, estate 1944. Per quanto non molto nitide, una addirittura nella concitazione inquadra solo i rami alti degli alberi nello stesso luogo, sono altamente drammatiche. Si fondono nelle immagini della sequenza la percezione angosciante di quello che sta avvenendo e la percezione del tremore, della paura di chi sta scattando, tanto da non poter controllare bene l’inquadratura (l’apparecchio fotografico era stato sottratto nel magazzino degli oggetti requisiti e portato al di fuori in un secchio per le pulizie). Due scatti riprendono dall’interno, attraverso un’apertura, il rogo dei cadaveri che sta avvenendo all’aperto vicino al boschetto del campo. Un successivo scatto riprende un gruppo di donne spogliate che si dirige con molta evidenza verso la camera delle docce. Un ultimo scatto non riesce ad inquadrare, appaiono solo i rami degli alberi.

I sonderkommando erano riusciti a far pervenire il rullino alla resistenza polacca all’esterno del campo dentro un tubo di dentifricio, con un messaggio che richiedeva altri rullini 6×9 adatti all’apparecchio fotografico segreto.

UDIrc

Fotografías obtenidas por el grupo Sonderkommando de las labores de exterminio en Auschwitz(negativi n. 277, 278, 282, 283)

(n.277)

sonderkom278(n. 278)

sonderkom282(n.282)

sonderkom282a(ingrandimento dell’angolo inferiore sinistro, n.282)

sonderkom283

(n. 283) scatto accidentale nella concitazione –

Sequenza di Anonimo Sonderkommando, indicato come Alex, che riprende corpi cremati all’aperto e donne spinte verso la camera a gas del crematorio di Auschwitz, agosto 1944. Oswiecim, Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau

 

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Casablanca

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Le Madri della carovana dei Migranti

di Franca Fortunato

Giovani di 19, 20, 22, 24 anni che scompaiono nel nulla. Figli di un dio minore? Partita il 22 novembre scorso da Lampedusa che per tante immigrate e tanti immigrati è sempre stata simbolo della “Porta della vita” la Carovana dei migranti con a bordo le Madri di disperati desaparecidos si è aggirata per giorni per l’Italia. Ad essa si sono unite anche le madri tunisine, venute in Italia in cerca dei loro figli, scomparsi nel nulla dal 2010 ad oggi. Le Madri tunisine sono convinte che i loro figli siano ancora vivi. Tante di loro cercano figli desaparecidos da quattro anni, vogliono sapere, non si rassegnano, chiedono aiuto ai governanti tunisini e italiani.

A Lampedusa dopo la tragedia in mare dell’ottobre 2013, con la missione Mare Nostrum, la Nato e il Ministero della Difesa, [continua a leggere]

Casablanca rivista on line n. 37

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Tesseramento UDI 2015

 

E’ aperto il tesseramento UDI per il 2015

è possibile prenotare le tessere comunicando a udireggiocalabria@libero.it i propri dati: nome, cognome, e-mail, n. di telefono, o intervenendo personalmente ad una riunione.

L’Associazione si autofinanzia. Il costo della tessera è di € 10, con eventuale libera offerta sostenitrice aggiuntiva.

L’UDI – Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia – nasce ufficialmente con il 1° Congresso di Firenze, il 20 ottobre 1945, dalla fusione dei GDD e dei Comitati per l’Unione Donne Italiane. I GDD – Gruppi di Difesa della Donna – sorsero inizialmente in Piemonte e Lombardia nel novembre 1943. I Comitati per l’Unione Donne Italiane si formarono nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944.

Anche a Reggio C. si costituì un Comitato per l’Unione Donne Italiane con compiti soprattutto di assistenza e di ricostruzione morale e materiale del tessuto sociale, devastato dalla guerra. Ma includeva anche stimoli e incitamenti diretti a tutte le donne per affermare i propri diritti, partecipare alla vita politica e interessarsi ai problemi del momento. Il Comitato organizzò a Reggio Calabria il 1° Congresso provinciale dell’UDI il 14 ottobre 1945, considerato preparatorio di quello di Firenze, insieme ad altri comitati regionali. Fu presieduto da Ada Sapere e i lavori furono aperti e chiusi da Rita Maglio. Dunque a Reggio un nucleo di donne molto attive, e non certo secondario sul piano nazionale di quegli anni.

Si conoscono i nomi di alcune partecipanti al Congresso  ”… Licia Calarco, Margherita La Face, Tita La Face, G. Elisa Franco, Iolanda Catalano, Lina Vitale, Maria Nirta, Anna Mangiola, Lina Zaccone, Cecilia Artuso, … Cara “ (da Sindacato e Movimenti Politici dal 1943 al 1950” di Carmelo Giuseppe Nucera, Edizione Apodiafazzi)

Queste sono le radici dell’UDI di Reggio Calabria che germoglieranno in un patrimonio di lotte per la emancipazione prima e l’autodeterminazione dopo. L’UDI è stata ed è un importante riferimento per l’Associazionismo sul piano nazionale e territoriale. Molte delle rivendicazioni, delle elaborazioni, delle proposte che poi hanno inciso non solo sulla sfera femminile, ma sulla vita sociale, si devono all’UDI. E ricercare la convergenza delle donne su obiettivi condivisi rimane una sua costante. Non ha una struttura verticistica e la direttrice operativa nasce dalle Assemblee nazionali e dalle consultazioni territoriali dove ogni donna mantiene la sua ricchezza ed esprime la sua diversità.

Stiamo raccogliendo testimonianze sulle donne di Reggio che hanno preso parte anche indirettamente alla Resistenza, o che sono state attive nei comitati UDI e nell’UDI, negli anni immediatamente prima e dopo la fine della guerra.

A quante sono orgogliose dell’eredità culturale dei loro familiari coinvolti nell’opera di liberazione nazionale, rivolgiamo l’invito ad aiutarci per ricostruire una storia femminile più dettagliata e quasi certamente sconosciuta, anche in vista della Mostra dei GDD  e del 70° UDI che terremo al Museo Archeologico Nazionale di RC dall’8 marzo al 25 aprile, con altri eventi collaterali.

Iscriviti all’UDI, ti aspettiamo!

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auguri 2015

natal_2014_JUDIrc 

natal 1

Maria e Giuseppe non trovarono dove dormire.

La notizia rimbalzò con la velocità di fb.

Infinite le offerte pervenute, tra cui un superattico di 350 metri quadri,

ma per il 2016.

Il bimbetto, che aveva il dono della parola, disse: No! Là no!

I pastori non si fecero vedere perché non avevano nulla da portare.

Gaspare Marchionne e Baldassarre, si seppe poi,

forse per equivoco climatico, risultarono alle Seychelles.

natal 2

Francesco passava di là e vide il bambino tutto tremante di freddo,

si tolse la veste bianca di lana e avvolse il piccolo.

Ma in poche ore, nella notte freddissima, sviluppò una polmonite fulminante

e si accasciò.

– Picolo, disse Francesco al piccolo, non ce la facio più a muuovermi… Adìo!

Ti racomando il moondo, le guere, por favore togli la coruzi-one, i femicidi, la pedofilia…

Caro Francesco, rispose il piccolo, ogni volta rimango allibito. Io ci ho messo il mondo.

Voi ci dovete mettere i sentimenti.

E adesso alzati e fa’ quello che devi fare..!  Raccomando a te la 194..!

Francesco si rialzò tutto guarito istantaneamente. E non sentiva nemmeno più freddo.

natal 3

Tutti i giorni, ma proprio tutti come prima.

E l’Isis e Carminati e l’Europa che non evolve

e le morti dei barconi…

Poco tempo dopo una mano anonima e misteriosa imbucò

e spedì a tutte tutte le famiglie italiane un librettino:

Sciono tornato..!

Le galline continuarono a disporre solo dello spazio

corrispondente al loro ingombro e a non dormire la notte,

per fare più uova. E i fiori a essere illuminati giorno e notte,

per fiorire prima, più più in fretta…

– Heee no! Dissero alcune donne. E poi molte, e poi moltissime.

– Siamo il 52 per cento, ci dovete ascoltare..!

Da quel momento sembra che le cose siano andate meglio…

E il piccolo, quando tornò, trovò un luogo riscaldato

e non c’erano più barconi e centri di accoglienza.

Tutti e tutte dicevano: – Scusi… dopo di lei!  

udirc

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Utile / inutile 25 Novembre

Le sculture viventi di Vanessa Beecroft - Lo Spasimo - Palermo
Sculture viventi di Vanessa Beecroft
Siamo all’utile/inutile 25 novembre

Da molti – troppi – anni ricorre il rituale del 25 novembre. A livello simbolico ha la sua necessità, ma di fatto è un richiamo cui si è quasi fatta l’abitudine. Ci siamo inventate di tutto. Estenuanti iniziative di sensibilizzazione, spettacoli, articoli, libri, seminari, conferenze, proteste, cortei, convenzioni con associazioni nazionali ed internazionali, qualche legge laterale. Nessuna ricaduta consistente sui comportamenti, né un segnale decisivo da parte degli organi istituzionali per capire a fondo e incidere sostanzialmente sul fenomeno, se non qualche stretta sul piano repressivo.

Si annovera anche un Festival della violenza

e perfino (letterale):

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne,

“SCARPE ROSSE” – FASHION DINNER PARTY.

 Ore 22:00 APERITIF TRES CHIC.

Ore 24:00 RED PARTY

Atroce.

La mancanza di un osservatorio nazionale ufficiale lascia nell’ombra il problema e dà adito perfino a non riconoscerlo, a negarlo. C’è chi sostiene che non esiste un’emergenza femminicidio, che le cifre sono gonfiate.

Ci sarà pure la retorica della ricorrenza, l’attivismo meccanico o compulsivo ma sostenere che l’uccisione di donne in percentuale si mantiene più o meno stabile nel tempo intorno allo 0,5 per ogni 100 mila abitanti e quindi non desta nessun allarme sociale, è sminuire goffamente e per partito preso [antipatia viscerale per le femministe e per il termine femminicidio “di cui non c’è nessuna necessità”: bastano le leggi esistenti] il problema che è planetario.

Il rapporto Eures rileva la cifra più alta mai avuta in Italia nel 2013 con 179 donne uccise, contro 157 nel 2012 (ANSA). Finalmente con una appropriata definizione “femminicidi del possesso”, almeno per alcune tipologie. Più di metà delle vittime (51,9) aveva denunciato o segnalato, ma inutilmente. Una cosa è certa: il femminicidio è il tragico epilogo di una serie di violenze inferte. La ricerca europea FRA – Agenzia dell’Unione europea per i Diritti Fondamentali -, pubblicata quest’anno, allarga in Europa l’indagine intervistando 42.000 donne e testimonia quanto profondo, radicato ed esteso sia il dramma della violenza sulle donne.

Oggi è da considerare una questione sociale, fra le prime, ed è il punto di approdo di un lungo percorso che parte dalla storia dei rapporti disuguali tra i generi, passa per l’educazione dei bambini, tocca i messaggi mediatici di violenza, sfiora oggi uno stile sociale di relazioni sguaiato e senza rispetto, punta sul possesso e il potere. Queste sono alcune delle radici profonde su cui occorrerebbe intervenire al di là dei provvedimenti repressivi che possono solo arginare e ostacolare forse, e delle iniziative spettacolari che rischiano ormai di monumentalizzare.

Sono dunque diverse le strade: quella dell’imprinting nell’infanzia è da ritenere primaria, solo modo per ostacolarla nell’arco di diverse generazioni, fino all’azzeramento. Forti investimenti nell’educazione. Famiglia e scuole sono la chiave che potrà trasformare la mentalità degli uomini e delle donne e i loro comportamenti: rivedere i libri scolastici, orientare la formazione di genitori, educatori e comunicatori… selezionare i giocattoli… già i giocattoli. I negozi di giocattoli occupano aree enormi da fiere…

Eppure l’attenzione nella selezione dei giochi può fare la differenza nella formazione: di uomini, che da adulti non celebreranno la guerra forse o anche perché da bambini non hanno avuto armi giocattolo; delle donne che non temeranno di esprimere le proprie potenzialità, forse o anche perché da bambine hanno potuto sperimentare diversi modi di giocare che non con bamboline e cucinotti; di adulti e adulte che forse o anche sapranno vivere con gentilezza e rispetto perché da bambini/e hanno imparato a condividere giocattoli e spazi; di persone che forse o anche sapranno rispettarsi nelle proprie differenze di genere, di etnia e cultura, perché da bambini/e hanno imparato che la differenza è un valore…

E’ fondamentale che anche noi donne riconosciamo di avere delle responsabilità dirette o indirette, magari in buona fede, nella persistenza di una formazione diseguale della società. La scuola, soprattutto quella delle prime classi ha un corpo insegnanti quasi tutto femminile, ma proprio in queste scuole oltre che nelle famiglie, paradossalmente possono permanere e replicarsi i modelli di disparità sociale di genere.  Si stimolano magari bambine e bambini a disegnare, cioè a tradurre visivamente una loro idea, ma poi per farli giocare si interrompe questo stimolo formidabile a esprimere con le proprie mani. E’ più comodo portarli in un megatoys dove l’infinita fantasmagoria di colori e oggetti schiaccia e annulla qualsiasi impulso creativo. O mettere loro in mano con largo anticipo sui tempi, i primi oggetti di informatica, ottimi strumenti per il ragionamento, ma inefficaci per i sentimenti e le emozioni. La metodologia didattica, dovrebbe essere  mirata e condivisa su una traccia ministeriale di educazione anche ai sentimenti.

***

Qualche anno fa in uno scritto (qui) ragionavamo sulla bambola Barbie, analizzandone la rilevanza sociologica e attribuendole un notevole peso per aver influito sull’immaginario di generazioni di donne. Il giocattolo trasmetteva ideali di bellezza astratta e impossibile, insieme con un’idea di società poggiata sul futile e sull’effimero, grandi leve del consumismo per alimentare se stesso.

Da qualche giorno è entrata in commercio Lammily la bambola anti Barbie, creata dal designer Nickolay Lamm. 17.000 esemplari ordinati in 8 giorni. Un prodotto preconfezionato con intenzioni ingenuamente educative. In realtà una celebrazione commerciale della presunta “normalità” che convoglia ancora una volta verso un ruolo, verso una visione ingabbiata di genere che tollera cellulite e brufolo. Lammily insomma sarebbe una diversamente Barbie…

Le fattezze di Lammily sono più realistiche, le proporzioni meno slanciate e esasperate. Gli accessori applicabili simulano addirittura difetti comuni come acne (accettarla o curarla?) smagliature (a quell’età? Ma con un minimo di educazione fisica e alimentare…) cicatrici (prodotte come? da chi? Gioco che può scivolare nell’horror. Perché no, magari un livido sull’occhio!), i capelli lunghi corvini, gli occhi chiari naturalmente, mica nocciola! E mica strabici, ci mancherebbe! Il politically correct non va oltre certi limiti.

La bambola secondo l’autore, vorrebbe trasmettere il rispetto per il proprio corpo, la sua accettazione, un ideale di bellezza accessibile… portando nell’immaginario fantastico infantile l’apparato medicale infortunistico: il brufolo, il neo, la cellulite, la ferita… che qui valgono come incidente estetico. Senza parlare di dismorfismi e patologie fisiche che fanno quindi bruttezza, stando all’assunto, e chi ne è portatrice non entrerà nel catalogo e non potrà accettare il proprio corpo.

Dunque si sarebbe riparato così il “danno” provocato dalla Barbie (bisogna anche dire che molte bambine sono passate indenni, senza finire anoressiche e che molto dipende dalle situazioni familiari e dalle fragilità individuali)…

Lammily che celebra la bellezza della realtà e la riproduce secondo un modello univoco oggettivo, finisce per creare altro danno stereotipo di traverso perché non stimolando emozioni e immaginazione, atrofizza le capacità creative, non diversamente dalla Barbie. Riproponendo un modello di bellezza sociale pur sempre esteriore, da conquistare per essere accettate socialmente: a quel paese ogni caratteristica personale di forme, colori taglia… o anche handicap. Una celebrazione della presunta “normalità” che convoglia ancora una volta verso un ruolo, verso una visione ingabbiata di genere.

Ai tempi quando la bambola veniva creata in casa con rotoli di stoffa, merletti, gomitoli, con la complicità di mamma e nonna che magari faceva all’uncinetto il giacchettino per la bambola della nipotina… Vederla crescere tra le mani, modificarla, trovare il colore giusto, matite colorate, pennarelli, cartoncino, pongo… per fare oggettini e micro suppellettili, era un momento sensoriale e psichico molto formativo. Ma anche le bambole acquistate, rimanevano pur sempre aderenti al mondo infantile, quel mondo altro rispetto sia al sogno che alla realtà.

La sovrapposizione meccanica dei due mondi è uno stile diffuso. Nei serial televisivi, ma ormai anche in molti film, si raccontano vicende trasponendo per moduli il repertorio della vita quotidiana: litigi famigliari, turpiloqui, tradimenti, amori con o senza eros, vendette. Storie in cui ci identifichiamo. Riconosciamo gesti, vestiti discorsi, linguaggi. Ma questa schematica fotocopia della vita reale senza trasfigurazione di contenuti, priva il pensiero del fondamentale momento riflessivo, interpretativo e poi elaborativo. Così la bambola Lammily, è ancora uno stereotipo mediatico, toglie alle bambine la meraviglia del fantastico e la capacità di scoprire il surreale, il non sense dietro la realtà delle cose, e dunque anche di accogliere altri mondi possibili e impossibili nella sua sfera di crescita.

Presentare a bambini e bambine giochi indifferenziati o differenziati secondo le attitudini, permetterà il racconto creativo della loro esperienza, il piacere del problem solving, delle acquisizioni di abilità (skills) nel senso che un giorno o uomo o donna sapranno risolvere un problema, rispettandone anche le sfaccettature di genere. O uomo o donna sapranno fare ugualmente bene l’astronauta senza meravigliarci. Sta soprattutto a padre e madre. Ma l’apparato ludico indirizza, quello mediatico trasmette e le istituzioni dispongono.

marsia – UDIrc

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Settanta anni dei Gruppi di Difesa della Donna nella Resistenza

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Bruna e Adele 70 anni dopo

Bruna e Adele 70 anni dopo è un lavoro pensato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna, nati nel novembre del 1943 come reazione e unione multiculturale e multipolitica in un momento gravissimo della Nazione contro il nazifascismo.

Racconta “Lina” Fibbi: … Giovanna Barcellona, Ada Gobetti, Lina Merlin, Rina Picolato ed io. Eravamo in cinque… Sono l’unica rimasta. Tutti vogliono sapere il giorno della fondazione dei “Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà”, ma io non ricordo se fu proprio il 13 novembre del 1943, non ricordo se nella casa c’era una stufa rossa, ricordo che ci siamo trovate in un appartamento di Milano, ma allora si era costretti a cambiare le case così spesso che è difficile ricordare… Quello che ricordo con certezza è che non ci incontrammo quel giorno per fondare i Gruppi, non sono cose che nascono in un giorno (il 13, il 15?) per decidere la responsabile (Rina Picolato), il nome definitivo, un documento che contenesse lo scopo e gli obiettivi di questa organizzazione” (fonte ANPI).

Assolutamente rivoluzionario e socialmente creativo il programma di azione nell’atto costitutivo dei GGD:

donne di ogni ceto sociale… di ogni fede religiosa, di ogni tendenza politica, donne senza partito si uniscono per il comune bisogno che ci sia pane, pace, libertà… organizzano nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nei villaggi la resistenza… con gli scioperi, con le fermate di lavoro, con le dimostrazioni di massa… raccolgono denaro, viveri, indumenti per i combattenti…

Entrano nelle formazioni partigiane, vengono riconosciute come parte del Comitato di Liberazione Nazionale, coprono ruoli clandestini pericolosi, arrivano molte anche ad impugnare le armi. Ma vi sono inoltre punti fondativi di civiltà sociale nei loro programmi, come affermare il valore della cultura nel desiderio della liberazione, nonostante le minacce della fame, del freddo, delle malattie, della morte, e rivendicare diritti di equità che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro – non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati  possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte e non di obbedienza partitica. E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale. (  )

Organo di stampa clandestino dei GDD fu un ciclostilato: NOI DONNE, che apparve come primo numero nel giugno 1944 ad opera di un gruppo napoletano di donne. Si ispirava all’omonimo stampato NOI DONNE fondato nel ’37 da Xenia Silberberg e Teresa Noce esuli a Parigi.

NOI DONNE sarà poi per lungo tempo (fino al ’90) la rivista dell’UDI, arrivando fino 600 mila copie a numero con la distribuzione militante negli anni ’70. Oggi è diretta da Tiziana Bartolini.

A pochi mesi dalla fine della guerra, dai GDD nascerà l’UDI (allora Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia) con il proposito di continuare a contrastare tutto ciò che sul piano politico, sociale e culturale ha da sempre represso o ostacolato le donne, sia nelle forme storiche che in quelle attuali contemporanee. Ma anche col proposito di promuovere l’ingresso delle donne nella vita attiva sociale, politica e culturale e per il riconoscimento di diritti paritari che avrebbero portato “seri vantaggi sia alla famiglia che alla nazione” (Appello del 15 settembre 1944 del Comitato d’iniziativa diffuso sul numero speciale di «Noi donne» del 10 ottobre 1944).

Nell’ottobre del 1945, come risulta dai fascicoli 50-51 dell’Archivio storico UDI, il I° Congresso dell’UDI (Firenze, 20-23 ottobre, già 400 mila iscritte) approva l’art. n.1 della sua nascita: I gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà sorti nell’Italia settentrionale durante il periodo di occupazione tedesca nel novembre 1943, e l’Unione Donne Italiane, costituitasi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944, si fondono in una unica associazione: l’Unione Donne Italiane, con sede nazionale a Roma”.

Dunque nel 2015 appuntamento per il 70° della nascita dell’UDI.

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La forma espressiva adottata in Bruna e Adele non è di immediata catalogazione, avendo seguito diverse tracce per poter portare contenuti, oggi poco conosciuti o magari indigesti alle generazioni giovanili attuali per la tragedia a cui si annodano. Dunque una ibridazione tra diversi generi, soprattutto tra il fumetto e la graphic novel, di cui non segue i codici in modo ortodosso.

La linea narrativa si svolge sulle vicende quotidiane di una ragazza, Bruna di Reggio Calabria, e della sua amica Adele di Catania, digiune inizialmente di storia e consapevolezze al femminile. Bruna sceglie per gli esami una tesina sulla Resistenza delle donne e dei Gruppi di Difesa della Donna. Tutta la materia e i contenuti che riuscirà a ricercare passeranno in soggettiva attraverso l’uso che saprà fare del suo computer in real time, senza descrizioni, richiami o voci fuori campo.

L’aiuterà con qualche imbeccata la nonna che abita a Cuneo… non a caso. Bruna e Adele sono sulla buona strada per cominciare il loro percorso di donne consapevoli di sé e dell’eredità storica di cui oggi godono/godiamo.

Sono riportati alcuni avvenimenti e descritte alcune figure femminili della Resistenza con l’artificio narrativo che tutto restasse filtrato dalla psicologia della ragazza protagonista.

Un tentativo, speriamo, agile e leggero, di aprire varchi di interesse per l’argomento.

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L’appartenenza geografica delle ragazze Bruna e Adele ha due connotazioni iniziali: una, il lavoro è partito per una iniziativa delle UDI territoriali di Catania e Reggio Calabria, quindi circoscritta, ma aperta a chi avesse voluto parteciparvi per allargarne l’orizzonte… l’altra era ricordare alcune figure della Resistenza poco note, in particolare catanesi e reggine, come indicatore non tanto di una Resistenza meridionale, che fu  più carsica e di altro indirizzo rispetto al Nord, ma di una Resistenza dei meridionali.

Con l’obiettivo primario di trasmettere memoria civile alle giovani generazioni.

Si sarebbe potuto fare un lavoro più mirato e approfondito psicologicamente e come ricerche storiche… ma poi sarebbe diventato un libro di testo e forse poco attraente.

Marsia Modola, del Coordinamento nazionale UDI e responsabile di UDI Reggio C., ha curato la sceneggiatura e Reno Ammendolea (illustratore di libri e autore di vignette satiriche) ha curato la grafica.

Le sessanta tavole di Bruna e Adele 70 anni dopo sono in esposizione a Catania nel Museo Emilio Greco a cura di UDI Catania, a Palazzo Gravina Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini che ospita anche un Museo Belliniano.

In contemporanea all’Archivio di Stato di Catania, fino al 27 novembre e sempre a cura di UDI Catania, è visitabile la mostra di documenti e materiale storico dell’Archivio di UDI nazionale e dell’Archivio di Stato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna: “GDD. Questa storia è la nostra. L’UDI racconta la sua nascita nella Resistenza”.

Le mostre verranno allestite prossimamente anche a Reggio Calabria.

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***

La prefazione di

Rosangela Pesenti

del Coordinamento nazionale UDI

 

DONNE RESISTENTI

I libri di storia presenti nella scuola, soprattutto i manuali, parlano quasi sempre di guerre, elencano battaglie e trattati, manovre di governi e schieramenti di eserciti. Una storia di uomini che decidono, subiscono, accettano, uccidono, muoiono, si entusiasmano, si rassegnano, ma la guerra, ogni guerra, non si vive solo sui campi di battaglia, non è mai confinata ai giorni dei combattimenti, si vive anche nelle retrovie, nei territori attraversati, dove si forgiano le armi e si preparano cibo abiti e riparo per i combattenti.

Così erano le guerre del passato, guerre di uomini raccontate da uomini che nulla ci hanno detto delle donne.

Mancano nei racconti storici, insieme alle donne, i sentimenti degli uomini, le paure, i dubbi, le costrizioni, le necessità, tutto ciò che ognuna/o di noi percepisce come lo scorrere della vita.

Tutto cambia però con la seconda guerra mondiale, incuneata nel cuore del Novecento, dopo la prima, di cui è prosecuzione ed espansione, matrice delle successive, disseminate sul globo, fino ad oggi, con la complicità e connivenza anche dei paesi che si erano dichiarati solennemente “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra”[1].

Sono guerre con l’aggettivo quelle successive: fredda, irregolare, convenzionale, chirurgica, perfino umanitaria ma, come per la seconda guerra mondiale, non c’è più campo né fronte, si combatte sulla terra la guerra che attraversa e devasta paesi, campagna, montagna e arrivano dal cielo le bombe che distruggono città, strade, ponti, linee ferroviarie, quelle bombe che resteranno a lungo conficcate dove i bambini le trovano giocando, a seminare morte e mutilazioni anche in tempo di pace .

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La vita quotidiana è interamente coinvolta e le donne, che ne custodiscono la vivibilità, vi sono normalmente attive: nei lavori dei campi e in fabbrica, occupate in attività tradizionalmente maschili che spesso si aggiungono alle proprie, nella gestione dell’economia famigliare come nell’organizzazione di possibili rifugi, alla ricerca di cibo come di salvezza.

La guerra, annunciata come una passeggiata brevissima, diventa lunga, inviando ai tanti fronti dei paesi via via aggrediti dal nostro paese contingenti maschili di varie classi di età e caricando sulle spalle delle donne sempre maggiori responsabilità, fino alla data cruciale per l’Italia: l’8 settembre 1943.

Sono molte e diverse le guerre che precipitano sull’Italia da quel momento, con la fuga del re a Brindisi, l’armistizio con gli Alleati, annunciato per radio senza che l’esercito sia avvertito, l’immediata occupazione tedesca della penisola e la successiva istituzione dello Stato fantoccio denominato Repubblica di Salò.

Alla speranza per la fine della guerra succede immediatamente la consapevolezza che la guerra continua, ben più cruenta e devastante, su tutto il territorio della penisola.

L’esercito, rimasto senza ordini, si sbanda, i tedeschi da alleati sono diventati nemici e i soldati italiani cercano istintivamente salvezza da quella che poi diventerà deportazione di massa nei campi di concentramento tedeschi.

In quel momento le donne diventano fondamentali e sono il cuore della più grande operazione di travestimento e salvataggio della storia italiana, come ricorda Anna Bravo, “realizzata in ordine sparso e in spirito nonviolento: né armi, né scontri fisici, in loro vece la capacità di simulare, dissimulare, confondere le carte in tavola – le tattiche elettive per risparmiare sangue”[2]

Ogni soldato che bussa a una porta riceve soccorso, abiti, viene rifocillato, trova alloggio, viene nascosto, ottiene indicazioni, conforto, aiuto.

Un’attività che comincia spontaneamente e continuerà nei lunghi mesi fino al ’45 in forme via via più consapevoli, con scelte via via più rischiose, una strada che porta molte a diventare partigiane.

Dal salvataggio dei soldati italiani a quello di ebrei in fuga e di prigionieri alleati fino a tutte le azioni resistenti che si oppongono all’invasore e contemporaneamente tendono alla conservazione della vita quotidiana nelle, case, nei campi, nelle città.

Non c’è solo il rifiuto della guerra e una coraggiosa solidarietà umana, ma il crescente disgusto per il fascismo di cui si vedono e si patiscono, insieme alle azioni criminali nei confronti degli oppositori, l’arroganza dei gesti in mille occasioni.

Si colloca in questa situazione la nascita dei Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà nel novembre del 1943.

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Il documento costitutivo mette in primo piano il peso insopportabile dell’occupazione tedesca e fascista indicando tutte le possibili azioni di lotta, ma sono di pari importanza le richieste avanzate sul piano del diritto al lavoro e a quella parità giuridica che le donne italiane non avevano avuto dall’unità d’Italia.

Si può dire che i GDD sono la prima organizzazione di lotta nonviolenta, la cui azione contribuisce a diffondere quel tessuto di resistenza civile che, riconosciuto con ritardo dalla storiografia, oggi viene considerato parte di quell’impasto dentro cui lievita e cresce la Resistenza armata, la lotta di liberazione italiana.

Nei venti mesi di occupazione la Resistenza delle donne si rende visibile in mille forme, con una presenza determinante non solo sul piano delle azioni, ma anche per la diffusione di sentimenti, atteggiamenti, di quella rivolta morale fatta di coraggio quotidiano che costituisce l’humus emotivo favorevole alla Resistenza e sempre più avverso al nazifascismo.

Una stagione fatta di rischi, di scelte difficili, ma proprio per questo anche di straordinaria libertà, come raccontano le tante donne che hanno cambiato le proprie abitudini, la propria vita e per la prima volta hanno fatto riferimento a decisioni che nascevano solo dalla propria coscienza.

Tantissime le ragazze, come nella Resistenza maschile, che escono dall’angustia delle tradizionali subalternità familiari e sociali per affermare la volontà di liberare l’Italia dalla guerra e dal nazifascismo attuando con questo gesto un passo fondamentale per la propria liberazione.

Per gli uomini, inquadrati nell’esercito, sbandati, richiamati, imprigionati, la scelta è d’obbligo, ma per le donne è diverso, potrebbero restare a casa, ritirarsi nelle pratiche di sopravvivenza personale e famigliare, continuare ad aderire a quello stereotipo nel quale sono state plasmate con l’educazione e invece moltissime fanno una scelta e i loro gesti, le loro gesta, ben più delle parole che molte non possiedono e dalle quali sono tradite nel racconto, segnano una visibilità inedita, esprimono idee, convinzioni, personalità che vanno ben oltre le immagini tradizionali a cui più tardi si vorranno ridurre.

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E dopo, che cosa accade nel dopoguerra?

Le inedite figure femminili, che si sono rese visibili sulla scena della grande storia senza nemmeno sapere di essersi idealmente ricollegate alla cancellata tradizione delle attiviste risorgimentali e poi femministe, non trovano spazio in un’Italia interessata a rinvigorire la nascente repubblica con nuovi miti di una Resistenza eroica solo maschile e armata e ruoli femminili ricondotti al laborioso silenzio della casa.

La delusione è di molte: un sentimento diffuso e spesso muto, lo stesso che esprime bene la protagonista del romanzo di Alba de Céspedes[3] quando si chiede se allora quelle che ha portato nella borsa della spesa fossero in realtà bombe false, che i volantini per i quali rischiava la vita fossero pieni di parole insignificanti, mentre ascolta in silenzio i progetti dei suoi compagni di lotta che ormai la escludono.

La scelta di fondare l’Udi, unificando l’esperienza politica e organizzativa dei GDD sviluppatasi al nord con quella vissuta nell’Italia liberata del sud, rappresenta, nel 1945, una discontinuità importante e un’aspirazione alla piena cittadinanza che, se ancora non ha trovato le parole per esprimersi appieno, vive nella tensione ideale e nell’impegno pratico di migliaia e migliaia di donne a cui dobbiamo la ricostruzione del tessuto sociale del dopoguerra e l’attenzione per i diritti di tutte e tutti, a cominciare dall’infanzia.

In quella storia più generazioni di donne hanno trovato alimento per il proprio desiderio di libertà chiedendo un’emancipazione che metteva via via in discussione gli assetti tradizionali della cittadinanza fondata sulla presunzione di neutralità del diritto maschile.

Il passaggio dalla soggezione giuridica, ma anche economica, sociale, psicologica, alla soggettività, alla capacità di riconoscersi libere e quindi responsabili della propria vita, rappresenta probabilmente la rivoluzione più importante del Novecento, certo quella segna e modifica le relazioni umane, tra i generi prima di tutto ma poi anche tra le generazioni.

Una storia di cui leggiamo i movimenti nella nostra stessa vita e di cui cominciamo a riconoscere gli snodi che hanno aperto inedite strade alla pienezza dell’esistenza femminile.

Uno di questi snodi fondamentali è certamente in Italia la Resistenza femminile e, nel dopoguerra, l’originale esperienza dell’Udi.

Una storia che ancora ci parla, a settant’anni di distanza, con la voce delle ragazze di allora, una storia che chiede le nostre domande per illuminare quel passato senza il quale le strade del futuro diventano più oscure.

[1] Cfr.: Carta delle Nazioni Unite, S. Francisco (U.S.A.), 26 giugno 1945

[2] Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, 2013, p. 96

[3] Alba de Céspedes, Dalla parte di lei, 1949, Arnoldo Mondadori Editore, Milano

***

Disegni tratti da Bruna e Adele 70 anni dopo, graphic novel realizzata per UDIrc

recensione NOI DONNE

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Pari Opportunità DirCredito n. 42/2014

Riceviamo da Giovanna, Coordinamento Pari Opportunita DirCredito.

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Estratto dell’intervento del Coordinamento Pari Opportunità

Maternità congelata: L’avanguardia dalla Silicon Valley

Tra le prime banche a predisporre un plafond per “Più credito alla donnne”

Roma, Cassazione, lo stupratore può avere attenuanti

continua a leggere [ 2014-10-31_NL_PO_42 ]

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mediterranea

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UDI Catania – ottobre 2014

Paese – Israele – Yael Dayan si rivolge al Parlamento italiano: “Così si è veri amici di Israele”

Paese – Iran Il regime teocratico iraniano ha impiccato Reyhaneh

Europa – Rapporto 2014 della Fondazione Anna Lindh

Allegato: persone, libri, film, siti ecc.

L’immagine che apre questo numero di MEDITERRANEA è il poster della seconda edizione del Festival Qalandya International che si tiene…

 

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Reggio Calabria, solo due donne

rc 26-10-2014

Solo due donne nella Giunta comunale.

“Per ragioni storiche il potere è saldamente in mani maschili e ancora vi rimane, a meno che non intervengano specifiche norme a porre limiti e regole contro un monopolio di fatto che si protrae. Solo una legge lo può spezzare. I monopoli si sa non finiscono spontaneamente” Lorenza Carlassare, la prima donna alla cattedra di Diritto Costituzionale in una università italiana).

Il governo della città resta dunque ancora appannaggio di un unico genere, quello maschile. Nonostante la presenza massiccia delle donne nelle liste elettorali, a Reggio C. ci saranno praticamente solo uomini a decidere le complesse e delicate dinamiche sociopolitiche della città. Le misure predisposte dalle nuove norme elettorali con la doppia preferenza non potevano garantire e non hanno garantito l’elezione di una rappresentanza equilibrata fra uomini e donne nell’amministrazione della cosa pubblica. Alla fine sono risultate inefficaci. Prevedibile, previsto. Il paradosso è che questa volta la presenza delle donne nelle liste è stata alta, dunque le donne hanno avuto voglia di partecipare, esserci, ma… senza ricevere consenso. Uomini e donne non hanno votato per le donne.

Gli uomini perché non intendono cedere il potere, che rappresenta nella stratificazione dell’immaginario maschile forse l’unico strumento di identificazione individuale-collettiva. Perderebbero il proprio status, la propria identità. Ma non si tratta di perdere il potere, solo di condividerlo. Anzi di assumere insieme delle responsabilità pubbliche.

Le donne perché dopo secoli di recinzioni domestiche e imput mentali scoraggianti tendono a diffidare delle donne, diffidando al fondo di sè stesse. Infinito il sillabario misogino, distruttivo, decostruente piuttosto che costruttivo dell’autostima, recitato fin dalla più tenera età, dentro e fuori casa. Le donne finiscono per crederci.  Gli uomini in questo senso vincono due volte: la prima perché mantengono granitico e sotto traccia il dominio, la seconda perché le hanno convinte che questo è giusto.

La Calabria, ma l’Italia tutta, è in una condizione di particolare arretratezza … Solo con precise e intelligenti norme antimonopolistiche si potrà spezzare un dominio maschile radicato, mantenuto e difeso.

Il 50E50 pensato dall’UDI (a distanza di anni dalla sua proposta, dopo una iniziale irrisione, tutti a correre sul 50e50 da destra e da sinistra)  era un’idea di legge che permetteva di concorrere nella gara elettorale in parità numerica, indipendentemente dal risultato, serviva e servirebbe come porta aperta per un coinvolgimento in quella parità di diritti riconosciuta dalla Costituzione nel lavoro e nella vita pubblica. Una porta aperta è solo una porta aperta, non determina né i soggetti o gli oggetti né la loro qualità che troveremo al di là nella stanza, ma favorisce l’entrata di diritto per i due generi, non di fatto per uno solo. E tante le situazioni in cui le donne prenderebbero decisioni diverse da quelle degli uomini, presumibilmente senza prevaricazioni ma per il bene collettivo.

Questo  però non basta. Occorrono misure di sensibilizzazione nell’istruzione scolastica, è necessaria un’educazione ai sentimenti e alla socialità, un’educazione civica fatta non solo di normative. La obbligatorietà delle leggi anche se necessaria, per la giusta impazienza di migliorare una democrazia monca, si deve accompagnare al processo di acquisizione delle consapevolezze per azzerare pregiudizi e stereotipi. E dunque educazione, formazione, cultura.

L’interscambio, la condivisione delle responsabilità, la negoziazione sono il futuro di quello che chiamiamo civiltà. Nel privato come nel pubblico. Una forma democratica più matura che metta in discussione perfino il concetto di maggioranza e proponga nuovi modi di pensare, nuove visioni,  che le donne sono in grado di esprimere secondo la loro specificità … sarà un altro discorso.

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Archiviato in Donne a Reggio Calabria, Parità di genere, Partecipazione

Pari Opportunità DirCredito n. 39/2014

 

Riceviamo da Giovanna.

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A Cleto, a Cleto …

Cleto, il Castello Un microcosmo, un paesino arroccato di 1.300 abitanti circa, con un immaginario collettivo ricchissimo, nelle pieghe più profonde e sconosciute del paese Italia, maltrattato, depredato, dove spesso si coltiva l’ignoranza e la perdita della memoria. Ma non a Cleto  

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BEFFA FEMMINICIDIO

Massimo Parlanti, reo confesso, è stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di carcere per aver assassinato la ex moglie Beatrice Ballerini, mia sorella.

Dall’Inps ho poi appreso che mentre i bambini di mia sorella, che noi stiamo accudendo, prendono il 40 per cento della pensione che spetta loro perché maturata dalla loro mamma, a lui – l’omicida – spetta l’altro 60 per cento, e ne avrà diritto a vita.

Questo accade perché non c’è un meccanismo automatico che prevede la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge, e così oltre la pensione, agli assassini spetta anche le eredità di chi ammazzano.

È inevitabile la sensazione di vivere in un paradosso.

La domanda a cui ancora oggi non riesco a dare risposta è: abbiamo una legge assurda e demenziale, fatta per i delinquenti, oppure semplicemente la giustizia, si scorda qualcosa, si distrae ulteriormente?

Vi prego rispondetemi e rispondete nel nome di tutte le donne ammazzate, il numero delle quali sta crescendo, e crescerà se non si arginano almeno le conseguenze nefaste di una giustizia paradossale.

È importane perchè il fenomeno cresce e questi massacri non devono diventare “appetibili” per chi con ragionamento contorto, è sull’orlo di una decisione.

Deve esserci un meccanismo automatico che preveda la dichiarazione di “indegnità a succedere” per l’assassino del coniuge. Questo è quello che chiedo nel nome di mia sorella e di tutte le donne uccise.

Grazie

Lorenzo Ballerini via Change.org

firma la petizione

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Maria Cumani e Salvatore Quasimodo un triste copione

Maria Cumani

MARIA CUMANI – LA DANZATRICE CHE RENDEVA VISIVA LA MUSICA

Maria Cumani nasce a Milano il 20 maggio 1908 da una famiglia dell’alta borghesia milanese. Incontra Quasimodo nel 1936 in casa di Raffaello Giolli, suo professore di storia dell’arte. Lui aveva 35 anni e lei 28.

Quella sera – scrive nel suo Diario – raccontava la sua situazione familiare ( separato, aveva avuto una figlia, Orietta, da una relazione extraconiugale e aveva chiuso la sua relazione con Sibilla Aleramo). L’andava raccontando con quel suo accento distaccato e ironico senza alcuna partecipazione sentimentale. Maria a 28 anni ha il suo sogno d’amore. Vuole innamorarsi.

Lui fisicamente non le piace.

Devo dire che non persi la testa. La mente incominciò a volere ciò che il cuore e il fisico ancora non accettavano. Il cuore voleva amare e i sensi avrebbero voluto essere travolti. Mi affascinò con le sue parole, il suo modo di esprimersi.. Dopo di allora praticamente non ci lasciammo più.

Attraversava un difficile momento sentimentale. Aveva avuto solo amori platonici, tutti contrariati e impossibili, sempre bruscamente interrotti.

La mia famiglia sarebbe stata ferita, violentemente, se io avessi scelto la danza come professione e Quasimodo come compagno.

Il padre interruppe i rapporti con lei dopo aver scoperto la sua relazione. Li ristabilirà dopo averla incontrata casualmente con il figlio Alessandro. Maria pensa che l’amore per lui la renderà forte e sicura.

Ho messo nelle tue mani, intelligenti e buone, tutto, tutto di me oggi e tutto di me domani, i giorni che verranno e i giorni che sono stati, prima anche. Non più sola ora! Noi ci amiamo, che cosa dunque potrebbe dividerci?

Che cosa potrà dividerli? L’infedeltà di lui. Lui la tradì sempre. Lei gli rimase fedele. A distanza di 7 anni dall’inizio della sua relazione, lei scrive:

Io voglio salvarmi… Io voglio vincere. Voglio essere libera delle mie azioni – Perché pensare a ciò che diranno gli altri? Dare un senso alla mia vita… Diventare una donna. Una vera donna… dovrò essere una vera madre anche, ma non soltanto madre. 

Nel 1939 diventa una “ragazza” madre. Nasce suo figlio Alessandro, il figlio che la riscatterà di tutte le umiliazioni che riceverà da Quasimodo. Il figlio che, dopo la sua morte, diventerà custode della sua memoria.

Questo figlio è stato una grande fortuna perché fin da piccolo è riuscito ad incantare chiunque. Grazie a lui sono riuscita a salvare quei rapporti sociali che la mia situazione familiare aveva reso molto difficili.

Maria si sente sola. Quasimodo con i suoi tradimenti le infligge continue umiliazioni. Dopo il più grave, consumato con una sua amica nel 1946, Maria prende atto di una rottura insanabile. Dopo pochi mesi la crisi tra i due si aggrava. Sarà indotta da lui ad abortire.

Egli è soltanto infastidito, seccato. Non lo sento soffrire con me e superare con me questo dolore… Fui spinta con durezza, fui spinta a quel gesto da lui. Da lui che dice di amarmi sopra tutte le donne da lui piegate a soffocare il suo germe. Io non volevo !

Sarà indotta ad abortire altre 4 volte. Per Maria segue un periodo spaventoso. E’ terrorizzata persino dalle finestre aperte che la invitano a precipitarsi nel vuoto.

Mi abituerò a camminare io un giorno? E quale sarà il mio cammino? Non mi sono ancora e mai impegnata a fondo. 

Tutti i miei talenti sono ancora sotto terra, o forse soltanto uno ho osato con me e cercare di averne frutto. Due forse. Come madre e come amante? E come danzatrice no? 

Sente che l’amore per il marito e per il figlio non le basta. Ha bisogno di esprimere se stessa, creare, danzare.

Ho bisogno di creare per dare una ragione alla mia vita. Quante cose ho dovuto dimenticare, distruggere per raggiungere lui. Egli mi ama e io lo amo. Ma la mia vita ha bisogno di realizzarsi nell’amore. Io devo danzare e anche scrivere per trovare una mia voce. Io so di non avere ancora una mia voce, ma sento che devo trovarla. E che non più le vicende avverse mi allontanino dalla danza che è la mia vita e mi salverà e mi contenterà di tutto. Lo amo più di me stessa ( il figlio), sì questo posso dire, ma non mi ha salvata da me neppure lui. Egli (Quasimodo) non lo crede, ma io sarei andata molto lontano se pur amandomi mi avesse lasciata libera e sola. Ora sono una povera donna stanca e non so più amare nulla della vita. (1940)

Erano gli anni della guerra, quando scriveva queste parole. Guerra di cui lei sentiva profondamente l’atrocità. E anche nell’orrore voleva Primum vivere.  Certo è vergogna oggi pensare a come trascorrere l’estate quando.. si muore nelle città. Ma non è appunto per ciò? Perché ancora si combatte? Ed io perché ne soffro e non partecipo, non vivo né alcun modo dentro alla guerra. Sono spettatrice per ora almeno. Aspetto il mio giorno. Mi preparo a danzare, mi preparo a dire. Ed intanto fugge irreparabile il tempo. Sono fuori dal mondo e soffro il dolore del mondo. Terribile è questa guerra! Atroce, al di là d’ogni capacità di sentire in sé  il disumano e l’atroce. Si sposano nel 1948 dopo la morte della prima moglie di Quasimodo, Bice Donetti.

Quando ho accettato di sposarlo, sapevo di far soffrire la mia famiglia, ma ero convinta che l’amore sarebbe arrivato solo con l’uomo che aveva incuriosito il mio intelletto fin dall’inizio. Lui le disse: Ti darò il mio nome, sposandoti, ma quando uscirò la sera non chiedermi dove vado. 

Nel 1949 Maria Cumani scrive della sua “terza vita”. La prima fu quella dell’amore trasgressivo. La seconda, senza più l’amore del compagno, l’amore per il figlio e il teatro: danza, prosa, danza. La terza vita mia è quella che sto più che vivendo subendo… Ho l’inverno nel cuore. Quanti anni sono volati via con pene e gioie (poche e dolori tanti).

Maria Cumani è innanzitutto una danzatrice. Passione che coltivò per tutta la vita.

In qualsiasi posto si trovava – ricorda il figlio Alessandro – danzava. Mi sento sempre nel vento – diceva lei.

Quando incontrò Quasimodo andava a scuola di danza da Jia Ruskaja, danzatrice, coreografa e fondatrice della Regia Scuola di danza annessa all’Accademia di arte drammatica di Roma. La Ruskaja nel 1948 fondò l’Accademia Nazionale di danza.

Maria aveva frequentato la Libera Accademia fondata dal suo professore di storia dell’ arte. Questi, in seguito alle leggi razziali, verrà deportato in un campo di sterminio e non tornerà più. Maria non è stata una ballerina, ma una danzatrice, che creava. Sua maestra ideale fu Isadora Duncan che, prima fra tutte, volle “danzare la sua anima”, cioè i sentimenti che una data musica suscitava in lei. Rivoluzionò la danza. La prima idea della danza le venne dal ritmo delle onde.

Isadora Duncan – scrive Maria nel suo diario – risuscitò la danza greca, la gravità nobilissima dei suoi ritmi, l’austerità dei suoi movimenti. Prima fra tutte con le sue composizioni libere e plastiche volle “far danzare la sua anima” e volle liberare i ritmi naturali del corpo. Che cos’è la danza per Maria? Danzare è un modo di cantare invece che con la voce, con tutto il nostro corpo. Come il canto, la danza può esprimere ogni sentimento del cuore. Io non ho fatto danza classica, ma danza da concerto. Sceglievo una musica che mi ispirava e poi provavo a muovermi dentro questa musica. Non ho mai avuto registi, mi sono sempre creata da sola le mie danze, fino a quando mi si disse che < rendevo visiva la musica >. Poi feci una cosa inedita con Quasimodo, danzai le sue poesie. Cominciai nel 1952 e finì nel ’54 con una danza su poesie recitate per la fesa dell’Unità.

Per quelle danze alla festa dell’Unità, a cui partecipò dal 1945 in poi, viene licenziata in quanto “progressista”, dall’Accademia Filodrammatica di Milano, dove insegnava danza e dove studiava il figlio Alessandro. Nel 1957 apre una sua Accademia di ballo Vorrei che la danza fosse accessibile a molti… Pochi sanno quale gioia intima dia la danza.

La danza è la sua vita.  A volte l’ispirazione si bloccava, non componevo più nuove danze. In molti mi chiedevano: “Perché non smetti con la danza?”. Ma non potevo, faceva parte della mia vita.

Maria è stata un’artista a tutto tondo. Danzatrice, coreografa, attrice di prosa, partecipò a numerosi film: I Sovversivi dei fratelli Taviani, Giulietta degli spiriti di Fellini, la Medea di Pasolini, Galileo diLiliana Cavani, Atti degli apostoli diRossellini, Teresa di Dino Risi, Caligola di Tinto Brass, Aquero di Elisabetta Valgiusti.  Fu poetessa. Quando incontrò Quasimodo si tormentava per non essere capace di scrivere. Ispirò e aiutò, modificandoli, danzandoli, i versi di lui, ma non scrisse niente di suo.

Quelle poesie ( di Quasimodo) hanno nutrito per anni il mio tormento affettivo, fino alla decisione drastica di toglierle dal comodino. Quella volta ho scelto di vivere. Devo imparare il duro lavoro dello scrivere. Prima del ’59 non avrei mai pensato di poter scrivere un verso. Poi lo choc del suo infarto a Mosca. E una notte ho sentito la voglia di scendere dal letto e annotare dei versi. S’è aperta una vena strana che è durata quattro anni. Forse quando si è feriti duramente… quando si soffre…

Che cosa era successo?  Già nella poesia di Quasimodo “Improvviso un vento”, Maria aveva capito che il marito parlava di un’altra donna. E quando fu colpito da infarto nel 1958 a Mosca, non le permise di raggiungerlo. Lo raggiunse l’altra donna con cui aveva una relazione. Maria affretta la decisione della separazione quando lui vince il Nobel per la poesia e a Stoccolma si porta la sua ultima amante.  Moltiplicava i suoi amori per soffocare la paura di invecchiare… Lui era debole, aveva come una voglia di riscattare una giovinezza amara. Si sentiva frodato dalla vita, poco amato e cercava l’amore… Voleva essere amato da tutti. Si è sentita tradita- racconta il figlio- più che in qualsiasi altro momento. Lo aveva aiutato a sopravvivere durante la guerra dando lezioni, aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora sposato, aveva passato le notti accanto a lui. 

Lei dice: Ero troppo giovane, ero troppo esasperata. Mi dissero: aspetta che torni dal Nobel, si sente gli occhi del mondo addosso. Io chiesi invece la separazione legale e per lui, fu un’offesa mortale. La chiesi da donna del Nord, e per lui, uomo del Sud, non era concepibile. Lui commentò: Ma che figura ci faccio? Io, abbandonato da una donna. 

Scrive nel suo diario: La sua infanzia, ma soprattutto la sua adolescenza e prima giovinezza, si erano formate in ambienti in cui non si reputa infedeltà verso l’amata quella dell’uomo, ma soltanto quella della donna.

Se fosse stato un uomo del Nord, cresciuto in un ambiente del Nord, sarebbe stata la stessa cosa. Quasimodo incarnava l’uomo nato e cresciuto dentro il patriarcato, dentro una cultura e un ordine sociale con doppia morale, costruita sugli interessi degli maschi a danno delle donne. Una cultura, durata millenni, e che va ben oltre il Sud.

Maria è ancora giovane e bella, quando si separa. A lei viene affidato il figlio, ancora minorenne. Si interroga, si sente distrutta. Vuole reagire, studiare, lavorare, creare, danzare. E’ una donna ferita.

Quando si è colpiti in molti modi nell’affetto e amore, e offese e umiliazioni sono il vostro pane quotidiano, per resistere vi forzate a non vedere fino in fondo, a volgere altrove lo sguardo, a distrarsi, a non sentire, a desensibilizzarsi. Quando questo esercizio dura per anni vi inaridisce… Poi tutto diventa relativo ed allora non vi impegnate più come prima, siete stanche e fisicamente non reggete più… E vi abbandonate all’inerzia… Io devo agire, reagire, impegnarmi, studiare, lavorare, creare danza e coreografie, devo riconquistare buona salute, scossa dalle ferite morali dagli choc emotivi… Riparerò il tempo perduto. 

Riparare il tempo perduto, è quello che farà, una volta tornata a Milano (1965) dove continuerà a scrivere poesie, a danzare, a fare l’attrice, la coreografa, a leggere le sue amate scrittrici come Virginia Woolf, Emily Dickinson, le sue amiche poetesse, Alda Merini e Anna Maria Ortensia e la sua amata Katherine Mansfield, il cui diario l’accompagnò per tutta la vita.

Penso a Caterina Mansfield. La sua vita di dolore, le sue sofferenze fisiche, tutto essa ha trasformato in gioia, veramente in gioia per sé e per gli altri. Come si respira nelle sue pagine. Tutto vi è trasfigurato. 

Quando nel 1968 Quasimodo, colpito da emorragia celebrale, morì, Maria ne rimase profondamente colpita. Lui le aveva telefonato qualche giorno prima e le aveva fatto capire quanto desiderasse vederla.

L’intesa era che si sarebbero rivisti il 14 giugno, giorno della sua morte. Annota nel suo diario E’ finita, è finita per sempre, e non ho parole.

Maria Cumani muore il 22 novembre 1995 all’età di 87 anni. Muore la donna, l’adolescente. La danza prolunga l’adolescenza.- ha scritto lei – Non si è mai stanche di sentirsi fanciulle.

Tu avrai sempre quattordici anni dentro – le disse lui – , perché ogni mattina ti inventi la vita. Ti invidio perché io non ci riesco.

Ricordo che mio padre – racconta il figlio – mi ripeteva: Tua madre avrà sempre 14 anni.

Franca Fortunato

(relazione tenuta il 28.02.2014 al 2° incontro di ” POESIA… IN CITTA’ ” – un’idea della poetessa e scrittrice Marisa Provenzano – pubblicata dalla rivista on line ” LA CIMINIERA” maggio 2014

[intervista a Maria Cumani]

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Lea, Denise

lea garofalo

LEA, GIARDINIERA DELLA LIBERTA’

SABATO a Petilia Policastro per ricordare e onorare Lea Garofalo c’ero anch’io. Per niente al mondo avrei rinunciato ad essere presente in quella piazza, per testimoniare la mia gratitudine per una donna che ha difeso con coraggio, pagandone un prezzo altissimo, come tante altre, la sua e la nostra libertà di donne.

La giornata non prometteva bene, piovigginava, il sole tardava ad apparire, quando io e la mia amica Lina Scalzo ci siamo messe in macchina per raggiungere il piccolo paese del crotonese. Nessuna di noi due era mai stata a Petilia. Arrivate al bivio per Cutro abbiamo imboccato la strada che si inerpica, come un serpente, su, su fino al paese. Ci siamo fermate più volte per chiedere indicazioni. Alcuni uomini si sono offerti di farci da apri – strada con la loro macchina. Finalmente dopo aver percorso strade tortuose, simili a quelle di tanti altri paesini interni della Calabria, siamo arrivate a destinazione.

Eravamo emozionate. Non ci siamo sentite estranee né abbiamo sentito la pesantezza della presenza della ‘ndrangheta. Petilia per noi era Lea, eravamo lì per lei. Carabinieri, polizia, vigili urbani, uomini della Protezione civile ci hanno indirizzate alla piazza, con cortesia e cordialità. Ci siamo sentite accolte. Ci siamo sentite a casa. Petilia, grazie a Lea, ci apparteneva e non avevamo niente da temere. Intanto il sole faceva la sua apparizione ed espandeva il tiepido calore dei suoi raggi sulla piazza che, piano piano, si andava riempiendo di donne e uomini e di tanta “bella gioventù”, studenti, ragazze, molte ragazze, dal viso pulito e raggiante, venuti ad onorare Lea, maestra di vita, lei che la sua vita l’ha persa per qualcosa di più grande, di più importante, per una donna, della legalità e della lotta alla ‘ndrangheta, la libertà femminile.

Libertà di decidere della propria vita e del proprio futuro. Libertà da ogni violenza sul proprio corpo. E’ questa consapevolezza femminile, irreversibile, che distruggerà, lo sta già facendo, questa ‘ndrangheta dove la famiglia mafiosa si identifica con quella di sangue. E’ questa consapevolezza di tante donne, di questa Calabria, che cambierà, ha già cambiato, questa terra.

Lea Garofalo non è un’ “eccezione”, né una martire o una santa, ma una donna “comune”, una di noi a cui è capitato di vivere in questo tempo di libertà femminile. Viviamo in un tempo di passaggio di civiltà nei rapporti tra i sessi e molte donne, e ancora di più donne come Lea, stanno pagando con la propria vita la fine di un mondo maschile, fondato sul dominio degli uomini sul corpo femminile. Gli uomini della ‘ndrangheta hanno da subito intuito la forza dirompente, devastante per loro, della libertà femminile. La temono più della giustizia e dei magistrati. Più del carcere e della galera. Temono il suo contagio e combattono, ammazzano, distruggono quelle come Lea, che credevano essere le “loro” donne.

Essere abbandonati da una donna è insopportabile per un uomo, come dimostrano le tante uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, ex, ma per un mafioso lo è ancora di più, perché ne va del suo “onore” di uomo e di ‘ndranghetista. Ecco da dove viene la crudeltà, l’efferatezza di chi non si è accontentato di uccidere Lea, dopo averla torturata, ma ne ha bruciato il corpo, come è accaduto a tante donne nella storia, su cui si è abbattuto l’odio degli uomini – da Ipazia d’Alessandria alle tante bruciate sui roghi come streghe ed eretiche –.

Un gesto simbolico per dire la volontà di cancellazione di una donna dalla faccia della terra. Lea è più viva che mai –come ha ricordato anche don Ciotti – , lo è e lo sarà in sua figlia Denise e in tutte le donne che sabato erano in piazza, e non solo. Dal parco giochi, dove è stato sistemato il monumento a Lea, lei potrà – secondo la felice espressione del professore Giovanni Ierardi – essere “la giardiniera dell’infanzia di Petilia e del mondo”.

Una “giardiniera” che, ancora una volta, avvicina Milano alla Calabria, a Petilia Policastro. Le giardiniere, infatti, si sono chiamate quelle donne che a Milano, nei primi decenni dell’800, si sono spese per la causa risorgimentale. Giardiniere perché si trovavano nei giardini per far nascere un’altra patria, un’altra Milano, liberata dall’oppressione e dalla tirannia.

Grazie Lea. Grazie Denise.

Franca Fortunato

[05.05.2014 – Il quotidiano della Calabria]

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25 Aprile 2014

staffette biellesi in un dormitorio(Staffette biellesi in un dormitorio – foto da la LA RESISTENZA E LE DONNE, più sotto cit.) 

 

Sulle prime pagine dei grandi giornali nazionali campeggiano Renzi e l’ex Cavaliere, abbondano grandi pubblicità a tutta pagina di signore griffate. Meno di un sesto di pagina per Corsera su Resistenza e Costituzione. Il Fatto Q. nell’edizione emiliana pone il tema donne e Resistenza, qualche timido accenno su qualche altro giornale, una o due trattazioni soddisfacenti,  vetriolo e sarcasmo per la stampa gridata.
La Resistenza, come la Costituzione, è una coperta strattonata da più mani nel tentativo di coprirsi in esclusiva o di lacerarla o di farla scomparire.

Cos’è la Resistenza, il 25 Aprile?

Boh … festa … vacanza … du’ palle… E’ ben spiegato in una inchiestina tra i ragazzi di Tor Bella Monica, Piazza Bologna, Quartiere Prati, a Roma capitale, in mezza pagina del Fatto Quotidiano di oggi. Una tundra gelata su cui i nostri ragazzi sono stati abbandonati senza memoria civile.

 

RESISTENZA delle donne

L’UDI – Unione Donne in Italia – [fino al 2003 Unione Donne Italiane] ha la sua storia collegata alla Resistenza, anzi una nascita derivata. Poiché l’Associazione di fatto si forma a guerra appena conclusa, il 1° ottobre 1945, dall’unione delle donne dei Gruppi di Difesa della Donna sorti al nord nel novembre del ’43 e del Comitato per l’Unione Donne Italiane costituitosi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944. Formazioni che, parallelamente e in modi diversi, avevano lottato per la liberazione dagli oppressori e dalla miseria della guerra.
Il ruolo delle donne è stato di primo piano nell’organizzazione del fronte antifascista e antinazista… ma nella storiografia ufficiale le complesse e vaste operazioni delle donne vengono classificate come apporto laterale, complementare, non strutturale né fondamentale. Di conseguenza si è parlato di Resistenza taciuta.

noi donne gennaio '45(NOI DONNE-gennaio 1945)

Nemmeno i movimenti femministi nel complesso hanno sostenuto l’essenzialità e l’importanza dell’opera delle donne nella Resistenza, il cui  ruolo rimase semplice e obbligato sostegno di mariti e famiglia.

Alla Resistenza le donne approdarono inizialmente con una rapida o già presente costruzione intellettuale, oppure con semplicità e spontaneismo poi maturato in coscienza civile. Nel primo caso con una storia personale di antifascismo, nel secondo per solidarietà, dovere, patriottismo, a causa di violenze e lutti subiti o per buon senso.

Le donne agirono non solo per sostenere i propri padri, fratelli, mariti, compagni, figli, ma si mossero anche per una idea politica di libertà e giustizia che comprendeva il proprio percorso di emancipazione e di liberazione dai vincoli di una domesticità obbligata e forse soffocante e anche di indipendenza economica, basti ricordare la catena di massicci scioperi femminili nelle fabbriche.

... Il Calzaturificio Borri era diventato un simbolo, un punto di riferimento. Lì c’era la roccaforte delle donne. E i fascisti lo sapevano. Nel marzo del 1944 nella nostra fabbrica, la Borri, irruppe infatti una squadra delle brigate nere. Il fattaccio avvenne così. C’era il solito sciopero per le rivendicazioni economiche. Uno dei padroni aveva radunato tutti i dipendenti, donne e uomini, in uno stanzone al pianterreno della fabbrica, per convincerci a tornare a lavorare. Proprio mentre stava parlando, sono entrati correndo con i mitra spianati una ventina di fascisti della brigata nera. A quel punto noi donne abbiamo invitato i nostri uomini a tornare sul posto di lavoro. Avremmo incrociato noi le braccia. E avremmo preso noi la responsabilità dello sciopero. I fascisti non avrebbero osato prendersela con noi. E infatti non sapevano che cosa fare. Poi ne presero una, la Gemma Milani, e la portarono in carcere, nelle cantine della sede della brigata nera, in piazza Trento e Trieste.
La reazione delle donne della Borri però è stata immediata e ha colto di sorpresa anche gli stessi gerarchi fascisti. Siamo uscite dalla fabbrica in corteo, siamo andate a chiamare le donne delle altre fabbriche che erano in sciopero. Siamo andate tutte a gridare davanti alla caserma della brigata nera. A parlare con noi è uscito il segretario del Fascio, Mazzeranghi. Gli abbiamo detto che avremmo ricominciato a lavorare solo quando avrebbe rilasciato la nostra compagna. All’inizio non ne voleva proprio sapere. Poi invece abbiamo ottenuto che una delegazione di noi potesse far visita alla “prigioniera”. Dormiva sul pagliericcio ma stava bene. La pressione davanti alla casa della brigata nera e lo sciopero sono durati tre giorni. Alla fine Mazzeranghi l’ha lasciata andare ed è tornata in fabbrica.
Testimonianza di Giannina Tosi, Responsabile dei “Gruppi di Difesa della Donna”-Busto Arsizio

donne rimpiazzano  gli uomini nei posti di lavoro

(Le donne rimpiazzano gli uomini nei posti di lavoro – foto archivio l’Unità)

Gli uomini erano alle armi. I luoghi sociali, economici, produttivi, erano affidati ormai prevalentemente alle donne (malgrado il regime avesse curato l’immagine della donna fattrice), responsabilizzate nella gestione e nell’organizzazione di quasi tutto, dalla campagna alla città.

Sul fronte della rivolta di quello schieramento popolare chiamato Resistenza agirono trasversalmente donne di ogni estrazione sociale e credo politico ed età, borghesi ed operaie, contadine e casalinghe, benestanti e non abbienti, colte e meno colte.
Anche grazie a questa presenza varia di figure femminili la Resistenza ha avuto una connotazione di rivolta popolare armata ma anche di vasta struttura capillare, a differenza dei moti risorgimentali in cui operarono quasi esclusivamente grandi donne dell’aristocrazia e dei ceti elevati. Eppure, appena unificata l’Italia risorgimentale, alle dure repressioni sabaude ecco sorgere altre rivolte armate popolari, chiamate brigantaggio, dove le donne ebbero un ruolo analogo di rete protettiva e connettiva per i propri uomini, ma anche di guerriglia attiva: le brigantesse.

I dati riportati dalla fonte nazionale dell’ANPI registrano 35.000 partigiane, 20.000 patriote, di cui 4563 arrestate e torturate, 2900 fucilate, impiccate o cadute in combattimento, 2750 deportate, commissarie di guerra 512, medaglie d’oro 16, d’argento 17.
Ma molte non si fecero avanti per ritirare medaglie e riconoscimenti. E di molte altre ai margini della lotta clandestina forse non si saprà mai.

La partecipazione femminile alla lotta di Liberazione dal nazifascismo fu, dunque, ampia e si organizzò massimamente in un movimento aperto definito Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti per la Libertà, con 70.000 iscritte, la cui caratteristica era l’unione senza preclusioni, per una grave emergenza e un importante obiettivo da raggiungere.

I GDD, sono stati fondamentali sia per il ruolo organizzativo e logistico della Resistenza che per il sostegno psicologico e materiale ai combattenti, oltre che significativo anche nelle azioni di combattimento, ma come già detto, spesso taciuto e trascurato.

Scrive la storica Anna Bravo: “all’indomani dell’8 settembre 1943 quando migliaia di militari si sbandano sul territorio, a nutrirli, soccorrerli e vestirli in borghese sono le donne dando luogo ad una operazione di salvataggio senza precedenti“. La studiosa conferisce delle specificazioni alla Resistenza con aggettivi che sono in grado di mettere in risalto l’opera straordinaria delle donne.
Oltre alla resistenza armata, scrive di resistenza civile, di resistenza quotidiana, resistenza privata.

 

Resistenza armata – Il 25 aprile il pensiero va ai partigiani e alle partigiane, alla Resistenza combattuta con tutto l’equipaggiamento armato tra le montagne ma anche in città, con conflitti a fuoco come veri atti di guerra, agguati, incursioni, sabotaggi e immancabili atti eroici. E che vede circa 1.000 donne partigiane cadute in battaglia.

Non sono mancate le vendette e le esecuzioni sommarie anche della parte resistente, ma su questo la storiografia seria farà luce, non certo i compulsivi negazionismi o le saghe ritorsive in escalation.

“Divento la staffetta di «Medici» e poi di «Ezio» (Bazzanini), imparo a montare bombe a mano, che preparo alla sera al lume di un lanternino a petrolio, affronto il primo rastrellamento nel dicembre (i tedeschi arrivano con pochi mezzi fino a Casteldelfìno) con una cassa di bombe sotto il letto. Trascorro l’inverno in valle, facendo la spola a volte in bicicletta, più spesso a piedi o in corriera, fra la valle e Saluzzo, affronto rischi, pericoli, posti di blocco e spie con la beata incoscienza dei diciotto anni.” (Lidia Beccaria Rolfi – Partigiana deportata nel primo gruppo di donne italiane smistate a Ravensbrück – da LA RESISTENZA E LE DONNE – La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Hélène Zago)

 

Resistenza civile – E’ la risposta della società tutta all’opressione nazifascista che “si serve non delle armi, ma di strumenti immateriali come il coraggio morale, la duttilità, l’astuzia, la simulazione e la dissimulazione”. ( A. Bravo).

Franca Lanzone –  anni 25 –  casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 – Il 1° ottobre 1943 si unisce alla Brigata «Colombo», Divisione «Gramsci », svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere -tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il 1° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani. (resistenzaitaliana.it).

 

Resistenza privata interna – Come saldezza mentale e morale contro la deriva della disperazione. (A.B.)

Franca Lanzone scrive:

Caro Mario, sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute. Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre. Franca. Cara mamma,  perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua Franca.

 

Resistenza quotidianaCome sforzo individuale e collettivo per far fronte allo sfacelo della guerra e all’emergenza. (A.B.)

“Erano le donne che dovevano provvedere ai vecchi, ai bambini e, quando potevano, lavoravano. Tieni conto che la guerra bruciava delle enormi risorse, per la popolazione civile c’era sempre meno roba. Mancavano indumenti, legna, carbone, alimenti, sapone… Ed erano sempre più cari! Il peso sulle donne era enorme … Se si veniva a sapere che qualcosa arrivava in qualche negozio, al di fuori della tessera, si andava lì e si facevano chilometri e chilometri per andare a prendere uova, farina, formaggio e fagioli. Io e mia mamma andavamo come tutti gli altri a cercare, a fare ore di coda e di contrattazione con i contadini; alla fine offrivamo in cambio gli orologi, le lenzuola, le stoviglie.Tutte le donne perdevano ore per rivoltare i cappotti e i vestiti, per ridurli da quelli degli adulti per darli ai bambini, per fare pantofole, calze. Io da allora ho sempre odiato le maglie mélange, perché mia mamma disfaceva maglie e poi metteva insieme il bianco e il blu, il bianco e il rosso… E io ho avuto sempre, per anni, queste maglie che adesso odio! La vita delle donne era una vita di tanto lavoro. Occorreva inventiva. Questa era la situazione che ha cambiato il ruolo della donne, ne ha creato la coscienza” (da LA RESISTENZA E LE DONNE,  La partecipazione femminile al movimento di Liberazione – Intervista a Rosetta Molinari di Hélène Zago).

 

Lettera di una diciassettenne

Carissimi, quando riceverete questo mio scritto sarò già lontana. Andrò a… e poi proseguirò per la montagna, andrò coi partigiani. Vi prego di perdonarmi se vi lascio, non pensate che faccia questo a cuor leggero, anch’io prima di prendere questa decisione ho riflettuto molto, è stata una vera lotta tra l’affetto e il dovere e finalmente questo ha vinto. Ha vinto quando ieri sera i fascisti hanno compiuto un altro delitto.
Quei morti mi hanno additato la via da seguire. E ti assicuro babbo che darò la parte migliore di me stessa per questa lotta, che ci condurrà alla vittoria finale. Sono pronta a dare anche la mia vita, se è necessario, come mi hai insegnato tu. Tu mi comprendi, e ne sono certa, e per questo ti prego di assicurare la mamma, che soffrirà molto per questo mio distacco.
Cara mamma una soia cosa ti dico, bisogna essere forti e devi pensare che tutti dobbiamo dare la nostra opera. Io non ho fatto altro che seguire l’esempio di tante mie compagne. Dimostriamo così agli sgherri fascisti cosa sanno fare le ragazze d’Italia. Per il loro ideale sanno affrontare tutte, anche la morte, col sorriso sulle labbra.
Tanti, tanti bacioni dalla vostra figlia Paola.
(Dagli archivi dell’UDI, Noi Donne – numero straordinario – Agosto 1944)

 

“Facevo l’ultimo anno delle superiori, eravamo una quarantina di ragazze, quando ci portarono ad assistere all’impiccagione di un certo numero di ragazzi,  c’erano anche dei nostri amici e c’era anche il fratello della mia compagna di banco. A parte il trauma che ciascuna di noi subì, fu subito naturale interrogarsi sulla liceità di quello che stava accadendo … Naturalmente nacquero tra di noi discussioni molto violente: chi era per la non liceità da parte dello Stato di impiccare persone innocenti del reato per cui venivano condannate e c’erano quelli che dicevano che lo Stato lo poteva fare questo ed era lecito che l’avesse fatto. Da queste domande derivarono delle risposte che andavano sostanzialmente ad affermare che anche se si era in guerra gli ostaggi erano innocenti e non potevano essere uccisi; da ciò venne come conseguenza il fatto che se uno Stato governa con questi metodi, è uno Stato che non si può accettare. Ecco, io ho incontrato la politica così. Quando sono tornata a casa dopo avere visto le impiccagioni dei ragazzi, sapendo che quello che avevamo visto si sarebbe chiaramente ripetuto, la prima scelta che ho fatto è stata di dire: uno Stato che legittima queste uccisioni non è uno Stato che si può accettare, occorre impegnarsi per abbatterlo e per abbatterlo occorre perdere la guerra, combattere per la pace, perché dopo la pace si possa realizzare una società dove eccidi, uccisioni e barbarie non siano più ammessi”. Tina Anselmi.

 

Queste molteplici sfaccettature, sono in grado di dare il massimo valore all’opera delle donne che comprende tutte le forme di lotta: per la liberazione, ma anche per la sopravvivenza in quelle condizioni durissime. Nell’atto costitutivo dei GGD infatti vi sono punti fondativi come affermazione e rivendicazione di diritti che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro – non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati -possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte. Ecco l’UDI dove e perché nasce.

E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un  proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale.

Il fenomeno della partecipazione delle donne alla Resistenza non è un fatto secondario, di utile contorno quindi. Equivale ad un enorme corpo di ufficiali di collegamento senza il quale le operazioni di liberazione, pur tristi e dolorose, non potevano esplicarsi.
La storia come consuetudine del primato maschile ha sottaciuto pesantemente la portata della gestione e dell’organizzazione che le donne hanno avuto nei due anni di lotta per la liberazione dall’occupazione nazifascista.

Ma…

«Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della Resistenza a Torino. “Ma tu sei una donna!”, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano, quando chiede spiegazione dei gradi riconosciuti soltanto ad altri. Ed a Barge, il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato bombe molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo essere stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, sarà riconosciuta dalla Commissione regionale come “soldato semplice”». Così racconta Anna Maria Bruzzone in un suo testo.

“La fame, le rinunce, i sacrifici sono continuati per anni. E’ presto svanita l’illusione che con la libertà sarebbero arrivate presto giustizia sociale e benessere. La conquista dei diritti sanciti dalla Costituzione per molti anni è rimasta parola scritta e ci sono volute molte lotte perché quei principi si trasformassero in legge e da legge in realtà. Pensiamo alla parità nel lavoro: solo nel 1960 arrivano le leggi che permettono l’accesso delle donne a tutte le carriere o la parità nelle assunzioni e di retribuzione per lo stesso lavoro”. E così commenta Rosetta Molinari in una lunga intervista di Hélène Zago (cit.).

 

Ci auguriamo  un riconoscimento pieno e condiviso di quanto è dovuto a quelle donne. Per esempio, anche con il semplice aggiustamento dello stesso acronimo dell’ANPI, che pure riserva tanto spazio  all’operato delle donne nella Resistenza. Potrebbe essere rinominato ANPPIAssociazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia. Una simbologia doverosa.

UDIrc, 25 Aprile 2014

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LA VOCE DELLE LAVORATRICI AUTONOME CON IL TUMORE AL SENO

Mi chiamo Daniela Fregosi e mi occupo dal ’92 di formazione aziendale come libera professionista con partita iva. Fin dal momento della diagnosi di cancro al seno, intuendo le difficoltà che mi aspettavano, ho cominciato a mettere in atto una serie di strategie di adattamento: ho iniziato a informarmi su quali potessero essere gli “ammortizzatori sociali” a cui avevo diritto consapevole che, anche se tutto andava bene, sarei stata fuori gioco per un bel po’ (come è poi accaduto).

Ma nessuno sapeva nulla sui miei diritti di lavoratrice autonoma. Mi sforzavo di dire a destra e manca che ero una libera professionista e che questo tumore al seno non aveva su di me lo stesso effetto che poteva avere su una dipendente. Ma niente, nessun consiglio mi arrivava dai medici e dal commercialista. E’ iniziato allora per me un viaggio terrificante con i patronati che fanno quello che possono con code interminabili di utenti in cerca di informazioni, call center Inps cui devi spiegare tu l’ultima circolare del maggio 2013 sui lavoratori autonomi e che ti ringraziano pure per l’informazione. Insomma, meno male che sono bella sveglia, che il tumore mi è arrivato alla tetta e non al cervello e che so navigare su internet.

Ma c’è anche la beffa. Mi sono dovuta difendere anche da un mantra ricorrente tuttora “Ma come, non ce l’hai un’assicurazione privata?”. Una cosa così la chiedono solo ai liberi professionisti, tutti convinti che, siccome ce la spassiamo a far quello che ci pare, a non avere padroni, ad evadere di brutto e arricchirci alla faccia degli altri poveri lavoratori, il minimo è che cacciamo i soldi almeno per le assicurazioni private e non rompiamo troppo le scatole all’Inps, anche se abbiamo un tumore. Sì, l’assicurazione malattia ce l’ho ma visto che dal 1997 l’Inps ha reso obbligatori i versamenti e l’aliquota è passata dal 10% all’attuale 27,72%, i soldi doppi per pagare tutto un qualsiasi autonomo non ce l’ha. E’ già grasso che cola se riesce ad avere una piccola assicurazione malattia con premi bassi che non copre quasi nulla (giusto la degenza ospedaliera, non certo mesi e mesi di terapie per un cancro).

Mi sono letta innumerevoli guide e libretti informativi per pazienti oncologici dove venivano descritti i diritti dei lavoratori. Tutte le informazioni riguardano i dipendenti: di noi neppure un cenno. Come se non esistessimo. Come se in Italia non ci fosse il popolo delle P.Iva. Ma un paziente oncologico non è un paziente oncologico e basta? No, esistono malati di cancro di serie A e di serie B. Noi siamo di serie B e per noi gli articoli 3-32-38 della Costituzione sono opzionali. Dato che come lavoratrice autonoma non esisto ho iniziato la mia disobbedienza fiscale rifiutandomi di pagare l’acconto dell’Inps che arriva regolare a dicembre di ogni anno.

Chiedo a nome mio, di tutti i lavoratori autonomi e di ACTA l’Associazione Consulenti del Terziario Avanzato cui appartengo e che mi sostiene, che venga rispettata la Costituzione Italiana e che sia data anche agli autonomi la possibilità di una malattia dignitosa: diritto ad una indennità di malattia che copra l’intero periodo di inattività, il diritto ad un’indennità di malattia a chi abbia versato all’INPS almeno 3 annualità nel corso della sua intera vita lavorativa, un indennizzo relativo alla malattia uguale a quello stabilito per la degenza ospedaliera quando ci si deve sottoporre a terapie invasive (chemio, radio etc), il riconoscimento della copertura pensionistica figurativa per tutto il periodo della malattia e la possibilità di sospendere tutti i pagamenti (INPS, IRPEF), che saranno poi dilazionati e versati a partire dalla piena ripresa lavorativa, così come l’esclusione dagli studi di settore.

Grazie,

Daniela Fregosi in arte Afrodite K via Change.org

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Accordo di azione comune per la democrazia paritaria

 demoparitaria

                                              COMUNICATO

L’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria,

in vista della costituzione di un  nuovo Governo, ritiene essenziale che sia nominata una Ministra per le Pari opportunità che sia  in grado nel Consiglio dei Ministri di far sentire la voce delle donne e i problemi del nostro paese in un rapporto di interlocuzione anche con l’insieme dell’associazionismo femminile. Un punto di riferimento per le politiche di genere in questa fase in cui la crisi economica colpisce le donne doppiamente nella loro vita pubblica e privata. Non possono continuare a essere trascurati o ad avere politiche deboli o di pura facciata problemi quali la disoccupazione femminile, il precariato, in particolare delle giovani, la violenza contro le donne e il femminicidio che continua a colpire in forme gravi il nostro paese, la necessità di rappresentare le donne contro le distorsioni operate sui media, la carenza di servizi sociali dovuta alle ridotte risorse degli enti locali, l’esigenza di promuovere la parità della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali. Politiche che ci aspettiamo siano contemplate nel suo programma di governo e che dovranno impegnare tutti i ministri ma per le quali è importante avere una figura di stimolo e di coordinamento in una logica di mainstreaming. Sono molte le dimostrazioni di questa necessità che abbiamo avuto nel tempo, anche sulle politiche “generali” ma l’ennesima dimostrazione della necessità di una Ministra per le Pari Opportunità si è avuta di recente con le vicende derivanti dalla condanna di Strasburgo per la violazione del principio di parità nell’attribuzione del cognome alle figlie ed ai figli, cui ha fatto seguito un DDL approvato dal Consiglio dei ministri, lodevole per la tempestività, ma criticabile nei contenuti, del quale, peraltro, non si è avuto più notizia. Se non si provvederà al riguardo, la condanna avrà i suoi effetti e incombe anche un giudizio davanti alla Corte Costituzionale.

Roma, 15 febbraio 2014

Le Firmatarie dell’Accordo

L’ UDI, in quanto parte dell’Accordo, è cofirmataria della lettera al presidente incaricato

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Lettera di Stefania

vanessa beecroft

(Corpi di donne – performance Vanessa Beecroft, Deitch Projects, NY 2009)

Nell’estate del 1999, per un’azione dell’UDI di Napoli e senza l’intervento dello IAP (Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria), fu fatta rimuovere una pubblicità affissa per promuovere Radio KissKiss che ritraeva una donna svestita con una radio in mezzo alle gambe. Si trattava di migliaia di manifesti formato 3×6. A chi accusava le promotrici di quell’azione di moralismo codino, furono spiegate le motivazioni: si trattava di un gesto politico contro immagini induttive di una cultura dello stupro che, a sua volta, implica la reificazione di corpi femminili inermi.

Altre pubblicità all’epoca, bastava scegliere, proponevano immagini di consumatrici gaudenti e totalmente sottomesse alle “esigenze familiari”. Si trattava degli “sterotipi di genere” complici della reazione attraverso il “braccio economico” alla messa in discussione, da parte delle donne, dei ruoli tradizionali. Era evidente, non solo per le femministe, ormai che il consumo e il potere politico erano in stretta relazione, e che il progetto di espansione della cosiddetta democrazia asessuata si sovrapponeva, o viceversa, al governo economico dei desideri. Le donne erano e sono, in questo schema di governo necessariamente le agenti di un consumo direzionato. Privarle, o rendere possibile che accada, della possibilità di accedere ad un reddito primario, fa parte del quadro programmatico di governo.

Un universo nel quale ovunque si accenda l’obiezione politica femminile si innesca una spropositata controffensiva non necessariamente violenta. Una reazione a volte di condiscendente aggiramento delle ragioni, a volte di proterva conferma di predominio maschile. Tant’è che in 15 anni mentre le azioni politiche delle donne, che l’Udi ha giustamente in parte significativa incarnato, si sono strutturate intorno alla teoria del femminicidio, le politiche economiche e governative hanno tenuto un contegno confermativo del patriarcato.

Il controllo sulla violenza espressa insita nella pubblicità e nella comunicazione in genere in questi anni è stata espressa unicamente dal movimento delle donne propriamente detto, tanto che cittadine e cittadini hanno preso a rivolgersi per esempio all’Udi per contrastare singole affissioni e campagne pubblicitarie.

Le pratiche si sono dovute adeguare alla crescente giusta intolleranza verso le immagini e le affermazioni più corrive, quindi individuare gli interlocutori istituzionali tenuti a far rispettare le norme europee in materia di messaggi pubblicitari.

La campagna delle Città Libere dalla pubblicità lesiva, il concorso Immagini Amiche, i protocolli stipulati in sede ministeriale con lo IAP, hanno segnato un riconoscimento della legittimità delle istanze politiche delle donne, ma solo apparentemente dei passi in avanti.

Cavilli di ordine burocratico e di competenza territoriale impedirebbero l’azione dei Comuni, ma in realtà costituiscono il pretesto delle amministrazioni nel compiacere imprenditori locali e grosse industrie “che danno lavoro” e sarebbero quindi al di sopra delle regole: cioè autorizzate ad un uso incrudelito delle immagini di donne e bambini.

Con l’avanzare della crisi il controllo femminile in ogni campo si mostra sempre più sgradito al potere, tanto che a partire dalla scomparsa del Ministero delle PP OO molte città hanno cancellato gli omologhi assessorati.

A seguito delle dichiarazioni e dei pochi provvedimenti pubblici contro il femminicidio, inteso nel suo reale senso di fenomenologia del controllo della libertà femminile, si può constatare che dopo brevi periodi di moderazione dei contenuti più evidentemente sessisti e violenti e proclamato riconoscimento dei diritti femminili, riemergono immutate e modernizzate le proposte di ruoli così detti tradizionali per le donne.

Il 2014 sembra essere l’anno della scomparsa del femminicidio omicidiario nelle cronache, ma anche della scomparsa dell’indignazione per la pedofilia e per gli stupri commessi sul suolo patrio. Va notata per esempio l’enfasi con la quale sono stati presentati i dati emersi da una statistica sulla “ammissibilità” delle pratiche sessuali sui minori: la maggioranza le tollera se non le approva. Se non altro per la risaputa estensione, e sommersione, del fenomeno, si tratta di fatto risaputo, eppure la notizia tiene banco quasi si volesse ritacitare lo sfruttamento di bambini e bambine, addossandone la responsabilità “al popolo”, elidendo ancora una volta la responsabilità pubblica nella produzione dei valori condivisi.

Quello che pare un banale episodio ovvero l’affissione di un manifesto poco differente da quello ritirato nel 2010, ritraente una modella nuda che stira i pantaloni di un maschio che attende in piedi e leggendo il giornale di poterli infilare, da una parte dimostra l’inefficacia non solo dello IAP, ma di tutti i protocolli stipulati per la tutela dalle immagini lesive della dignità femminile (nel sito dell’UDI si può leggere la vicenda del 2010, e si allega la lettera con la quale si denunciava la pubblicità).

Un movimento delle donne che condivise con gli uomini e con le maggiori rappresentanze della sinistra Italiana la propria indignazione verso un capo di governo, Berlusconi, dedito all’insulto verso le donne e implicato in affari che comprendono tra gli scambi anche quello di prestazioni sessuali a pagamento di minori, oggi sembra afasico di fronte alla prospettiva della sua riproposizione come negoziatore di riforme e progetti per lo sviluppo del Paese. Questo nonostante ratifica delle condanne per via giudiziaria.

Il silenzio delle donne, la loro muta ratifica della ragion di stato, solo in parte giustifica la riemersione di modelli opposti a quelli proposti dal femminismo, ma certamente lascia il segno del fallimento strategico di campagne politiche, anche quelle lanciate dall’UDI, private della loro radicalità originaria.

Oggi la riproposizione di un modello politico appartenente alla “classicità” del patriarcato offre un’infinità di argomenti che il movimento, ma anche l’UDI sembra non cogliere.

La lotta per la liberazione femminile è l’obiettivo per il quale reclamiamo il riconoscimento politico del movimento delle donne, ma il riconoscimento svuotato da quell’obiettivo è una contraddizione che va risolta. Il contrasto alla violenza culturale va sfilato da quei canali istituzionali che lo congelano e assorbono energie e risorse che andrebbero meglio usate.

Un primo passo che propongo è quello di chiedere la rescissione del protocollo tra IAP e governo denunciando nelle sedi istituzionali la connivenza complessiva dello stesso governo nella diffusione di immagini lesive ivi compreso l’infittimento dei rapporti con la persona Berlusconi a capo di un impero mediatico diffusore privilegiato di immagini lesive.

Stefania

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mediterranea

foto francesca paciniBambine a Istanbul – foto di Francesca Pacini

Udi Catania – gennaio/febbraio 2014

Documento “ NOI CON LE DONNE SPAGNOLE: NO ALLA PROPOSTA GALLARDÓN”

Paese – Italia – La tratta delle schiave a Roma

Paese – Francia- Tea party francese contro la ‘teoria dei generi’ ?

Paese – Palestina – Ancora arresti e paura per i bambini palestinesi

Paese – Tunisia – Una radio per le donne, dal nord al sud

Paese – Marocco – Cancellato dal Codice penale il ‘matrimonio riparatore’

Paese – Libano – Per le ragazze libanesi “Non martiri ma vittime”

Paese – Libano – Per le ragazze libanesi “Non martiri ma vittime”

Allegato: persone, libri, film, siti ecc.

… nuovo libro di Marinella Fiume, “Sicilia esoterica” ed. Newton Compton …

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