Maria Calvarano

maria calvarano1

Maria Calvarano, tra le fondatrici di UDI LE ORME di Reggio Calabria e presidente dell’Associazione fino a ieri, anche se non più attiva, ci ha lasciate.  

                         

Maria merita di essere portata per sempre nel cuore di tutti coloro che l’hanno conosciuta e di tutte noi dell’UDI. Certamente per le sue doti personali, di nobiltà e gentilezza d’animo, la sua cultura, l’ingegno, la forza di carattere. La nitidezza di pensiero e il sorriso dolcissimo, sempre stampato sulle labbra.

Ma certamente anche per l’impegno etico e politico che con il gruppo dell’UDI ha mantenuto a favore delle donne, in una terra difficile, in cui molte dovevano essere aiutate perfino a diventare consapevoli delle proprie schiavitù in situazioni a volte di miseria e di condizionamento familiare.

Il bisogno di affermazione e autonomia, il bisogno di costruire una identità personale e la propria libertà, nascono nelle donne calabresi e reggine grazie anche al gruppo di donne dell’UDI, coordinate per ultimo da Maria. Si andava di casa in casa come lei stessa ci ha ricordato appena qualche mese fa in una nostra visita, con gli occhi che le brillavano per l’emozione del ricordo. Si parlava con le donne nei quartieri, all’insaputa dei mariti, per renderle consapevoli e informarle sui loro diritti, sulle condizioni di sfruttamento che vivevano, che subivano in casa e sul lavoro di operaie o di raccoglitrici di olive, quando era possibile averlo, per dare loro anche aiuti economici e sostegno psicologico.

Accanto alle azioni concrete a favore delle donne, Maria seppe lanciare una UDI impegnata anche sul piano teorico e culturale. Ricordo molti preziosi incontri e seminari di lunga durata nei quali conoscemmo molte delle donne più affermate e importanti nel campo della filosofia, della politica e dello studio del movimento delle donne, alcune di loro ancora viventi e sulla breccia, grandi studiose e scrittrici. Come Elettra Deiana, Lidia Menapace, Luisa Muraro, altre …

Oggi le donne sono cambiate, la società è cambiata, ma il patto fondativo dell’UDI che Maria ha abbracciato interamente e trasferito nell’Associazione che ha guidato, impegna a costruire un mondo in cui l’esperienza della libertà e autodeterminazione femminili generi legami sociali di giustizia e pace. Un patto fondativo, che rimane essenziale ancora e da trasmettere alle future generazioni, suo obiettivo prioritario e nostro.

Oggi strette accanto alla famiglia, salutiamo commosse l’ultimo volo di una bellissima farfalla che non vedremo più.

Ciao Maria, e grazie per il modello che sei stata per tutte noi e per me in particolare.

Marsia Modola

UDI Reggio Calabria

In memoria di Maria Calvarano alla cerimonia di saluto                     08/04/2016

***

Ma ora che il nodo in gola si è un po’ allentato, a poche ore dal saluto, è doveroso ricordare Maria Calvarano anche per l’eccellenza delle sue qualità di studiosa e di ricercatrice.

Era laureata in chimica, una materia che amò e che fece lievitare nella sua vita fino alla risonanza delle citazioni internazionali e ai riconoscimenti per merito scientifico ed organizzativo, in un settore particolarissimo, denso di “calabresità”: gli agrumi e soprattutto il bergamotto.

Negli anni Cinquanta lavorò un paio d’anni in una industria agrumaria e nel 1956 fu assunta come ricercatrice CNR nella Stazione Sperimentale per le Essenze e i Derivati degli Agrumi, SSEA, un glorioso ente pubblico di ricerca applicata, scientifica e tecnologica, istituito a Reggio con DL luogotenenziale già nel 1918, oggi non più autonomo, ma accorpato.

In pochi anni vince il concorso come assistente ed è promossa aiuto della Direzione dello stesso Ente. Seguono il conseguimento della libera docenza in Chimica ed Applicazioni delle Essenze e degli aromi, e la vicedirezione dell’Ente.

Dal 1991 al 1998 è direttrice della struttura di ricerca.

La stessa passione che Maria ha riversato generosamente per il riscatto della figura della donna nella società, si ritrova nella sua ricerca scientifica specializzata, in un settore industriale poco conosciuto, ma molto legato alla sua terra e “creativo”. Si occupava di tecniche analitiche e selettive per la produzione di aromi ed essenze floreali, riutilizzo degli scarti, miglioramento e innovazione tecnologica della produzione, normativa e certificazione, soprattutto la valorizzazione del bergamotto. Agrume particolarissimo dalla fragranza unica, che cresce solo in alcune fasce microclimatiche della Calabria reggina.

Si è occupata di processi produttivi e innovativi in progetti CNR, e di ambito nazionale e comunitario, per es., AIR-CT 93-1335 “Process and products innovation for the citrus industry“; ECLAIR-AGRE 0058 “Advanced and innovative technologies for the citrus industry …, dell’attuazione di progetti sperimentali con impianti per la produzione di antociani, flavonoidi, edulcoranti non calorici.

Ha al suo attivo 92 pubblicazioni e tre monografie, ed è coautrice di un lavoro sugli Olii essenziali agrumari in Italia.

Nel 1992 su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri le viene conferita l’Onorificenza di Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Questa intensa attività di studio e ricerca Maria l’ha vissuta con delicata modestia, quasi con pudore, senza mai esibirla o farla pesare, a noi stesse quasi sconosciuta dato il settore molto specializzato.

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

UDI intorno all’8 Marzo

 

vasiliki nella renata-polistena

Polistena – 70 anni dal voto alle donne –  Vasiliki Vourda, Nelly Creazzo, Annarosa Macrì, Nella Garganese, Renata Raineri, Michele Tripodi sindaco (Gazzetta del Sud)

A Polistena l’Amministrazione Comunale, insieme con la cittadinanza e con le scolaresche delle Superiori, ha celebrato nel Salone delle Feste la Giornata internazionale dell’8 Marzo e contemporaneamente la conquista del diritto al voto delle donne. L’assessora alle politiche culturali Nelly Creazzo ha tessuto le fila per recuperare ed estendere il significato della Giornata internazionale della donna, specialmente agli occhi delle giovani generazioni, giornata sommersa da stratificazioni mediatiche e commerciali che ne oscurano il senso. Non a caso la dizione ufficiale della Risoluzione dell’ONU è Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale (16 dicembre 1977 – R32/142), ma comunemente detta Festa della donna. E l’altra importante ricorrenza, sulla scia dell’8 Marzo, per ricordare quel 10 marzo del 1945 quando le donne cominciarono ad esercitare il diritto di voto alle prime amministrative nelle aree liberate.

L’Associazione femminile più legata in Italia all’8 Marzo, storicamente, è senza dubbio l’UDI, che nell’ultimo anno di guerra, nelle aree liberate, e a guerra finita (’45-’46) in tutto il paese, festeggiò le donne, la libertà e il diritto di voto appena riconosciuto col simbolo dei fiori di mimosa. Teresa Mattei insieme con Rita Montagnana e Teresa Noce ne furono le ideatrici, l’Associazione allora si chiamava Unione Donne Italiane (dal 2003 Unione Donne in Italia).

Ma le donne a partire da metà Ottocento in America, Europa e nella Russia zarista hanno un lungo percorso di rivendicazioni e diritti simboleggiati nella data e nella mimosa. Per il diritto di voto l’UDI sviluppò un grande lavoro politico fino all’ottenimento. Tra le ventuno Madri Costituenti elette (metà circa tra meridionali e centromeridionali), diverse erano dell’UDI, in particolare Teresa Mattei che rese incisivo l’articolo 3 della Costituzione.

Grande sensibilità politica dell’Amministrazione comunale, dunque, invitare l’UDI a ricordare, riflettere, offrire la propria esperienza storica nel Convegno su queste ricorrenze. Vi hanno preso parte la moderatrice Annarosa Macrì, giornalista TG3 regionale, Nelly Creazzo assessora, il sindaco Michele Tripodi e in rappresentanza dell’UDI Nella Garganese, Renata Raineri, Vasiliki Vourda che ha proiettato il video 8 marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra.

polistena1-

(foto Vasiliki Vourda)

***

Dall’articolo di Attilio Sergio sulla Gazzetta del Sud:

Donne, la lunga lotta per i diritti / Ricordate le 21 Costituenti e le vittorie su maternità, aborto e divorzio

“70 anni dalla conquista del voto in Italia. La lunga lotta delle donne per i diritti”. Questo il tema scelto dall’UDI (Unione donne in Italia) che, grazie agli assessori comunali Nelly Creazzo e Valentina Martello, ha scelto Polistena per ricordare quel 10 marzo di 70 anni fa.

In un salone delle feste gremito di studenti … (continua)

***

via ottoMarzo LAUR 2

Il sindaco Paolo Alvaro scopre la targa della Via 8 Marzo a Laureana

Il Consiglio Comunale di Laureana di Borrello, con il Sindaco Paolo Alvaro, ha intitolato una strada alla Giornata dell’8 MARZO, dove verranno piantati alberi di mimose. È stata invitata a far da madrina alla cerimonia dell’inaugurazione l’UDI di Reggio Calabria, che tramite una propria rappresentante ha inviato un messaggio di saluto e di ringraziamento oltre che di riflessione sulla Giornata. Nella stessa cerimonia è stata conferita la Cittadinanza onoraria ad una donna prestigiosa, Maria Rosaria Russo, preside, che da anni con passione e tenacia lavora sull’educazione dei giovani alla legalità in luoghi difficili.

Cettina Denicola, dell’UDI e concittadina, ha letto il messaggio indirizzato al Sindaco, al Consiglio Comunale, alle Cittadine e ai Cittadini di Laureana di Borrello. La ormai prestigiosa formazione musicale giovanile di Laureana diretta da Maurizio Managò ha offerto un intermezzo musicale. Prestigiosa per i premi ottenuti, fu diretta anche dal maestro Riccardo Muti, ma soprattutto perché tenacemente sostenuta dall’Istituzione locale e dalla cittadinanza costituisce un formidabile polo di aggregazione di ragazze e ragazzi che si formano sull’espressione profonda dei sentimenti e sull’arte, il miglior antidoto educativo contro mafie, criminalità e violenza sulle donne. Laureana è nota per un’altra caratteristica educativa sociale: ospita un carcere modello diretto da una donna e studiato a livello internazionale. Una struttura di eccellenza che attua in pieno il dettato costituzionale della rieducazione e del reinserimento sociale attraverso una studiata metodologia.

il messaggio dell’UDI RC:

L’UDI – Unione Donne in Italia – saluta il Sindaco prof. Paolo Alvaro e l’Amministrazione Comunale esprimendo compiacimento per la decisione di dare all’8 Marzo un significato che vada oltre le parole. Saluta tutte le donne e gli uomini presenti che ne stanno condividendo il senso e ringrazia per l’invito di tenere a battesimo l’iniziativa, essendo stata protagonista e ideatrice in Italia di quel lontano profumo di mimosa.

In Italia nel 1945, nelle aree liberate …  [continua messaggio]

***

A Reggio Calabria un grande sforzo di comunicazione per l’8 Marzo è stato compiuto da Amministrazione provinciale e Comunale. In particolare la Consigliera di Parità Daniela De Blasio per la Provincia ha indetto un OPEN DAY aperto a tutte le Associazioni, Commissioni di Parità degli Ordini professionali, scuole, ma anche agli apporti individuali, un centinaio nel complesso, tra cui anche l’UDI. Conferenze, video, musica con una esibizione di ballerine e ballerini di tango delle scuole locali. Grande profusione di fiori gialli per ogni sezione.

L’UDI nel Salone della Biblioteca della Provincia ha proposto una selezione di tavole della Mostra Le Resistenti ieri e oggi tenuta già a Catania (Archivio di Stato e Palazzo Cruyllas-Museo Emilio Greco, casa natale di Bellini), a Reggio al Museo Archeologico Nazionale e in contemporanea a Milano al Museo del Fumetto per più di un mese e mezzo. Ha inoltre proiettato il video 8 marzo: una storia lunga un secolo di Tilde Capomazza e Marisa Ombra, una robusta ricerca storica.

Nella Garganese e Vasiliki Vourda dell’UDI sono intervenute anche alla celebrazione della Giornata che ne ha fatto l’Università della Terza Età dove è stato proiettato il film Nyfes (Spose) del regista greco P. Voulgaris, proposto da Vasiliki di madrelingua greca.

DSCN4922a

DSCN4916-

provincia8marzo16c

Salone della Biblioteca della Provincia

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

L’Europa che vogliamo / convegno

l'Europa che vogliamo

L’EUROPA DELLE CITTA’ VICINE

L’Europa delle Città Vicine è il titolo del convegno che ha visto, domenica 21 febbraio 2016 alla Casa Internazionale delle donne a Roma, circa centoventi donne e uomini, più donne che uomini, provenienti da molte città, misurarsi sulla crisi dell’Europa e sulle prospettive e possibilità, a partire dalle esperienze già in atto, di aprire nuove vie per un’Europa più vicina alle vite, ai bisogni, ai desideri. Un’Europa che oggi presenta due facce, come hanno detto in apertura del convegno Anna Di Salvo, Simonetta Patané e Loredana Aldegheri.

E come hanno confermato i contributi delle persone presenti e anche assenti, come il lampedusano Giacomo Sferlazzo che ha mandato gli auguri di buon lavoro da parte delle donne e degli uomini di Askavusa di Lampedusa e il curdo Tulip che in un commovente intervento ha portato i saluti delle donne curde.

Da una parte c’è il volto dell’Europa delle istituzioni, del potere politico tecnocratico ed economico, un volto duro, di imposizione del linguaggio del rigore, dell’austerità, del controllo dei debiti e che produce impoverimento, meno diritti, segregazioni, frontiere, muri, «dimostrano – ha affermato Anna Di Salvo – l’ottusità politica di un occidente europeo che esporta guerra, anche vendendo armi e militarizzando i territori in Sicilia come in Sardegna, a Lampedusa e in tutte le altre isole pelagiche, asseconda i nazionalismi, erige barriere e srotola lungo i confini filo spinato che tanto non potrà arginare i flussi migratori di moltitudini di donne, uomini e bambini in fuga da paesi affamati e devastati che guerre intestine e invasioni terroristiche dell’Isis hanno reso luoghi dove la vita non ha più valore»

Dall’altra parte c’è il volto dell’Europa dei luoghi dell’approdo delle e dei migranti dove donne e uomini – continua Anna – danno senso alle politiche dell’accoglienza: Ventimiglia, Calais, Lesbo, Kos e altre isole della Grecia, Lampedusa e tutti  gli  approdi siciliani, calabresi e pugliesi. Qui l’Europa sembra aver ritrovato la propria anima e i confini e le barriere respingenti si sono configurate in porte e soglie accoglienti simili a quelle delle nostre case. Di quest’altra Europa, poco visibile, fa parte anche “la capacità generativa” di altri modi di fare economia da parte di molte  imprese sociali di comunità e di territorio, dove a partire da forze umane – ha sostenuto Loredana Aldegheri della Mag di Verona – relazionali e sociali si adopera per un’Europa con al centro l’economia dei beni comuni, che può riposizionare il mercato.

Di quest’altra Europa fanno parte i luoghi della politica delle donne, le pratiche di cura delle città, dei suoi spazi e dei suoi tempi di cui Le Città Vicine sono espressione e che Donatella Franchi ha raccontato a partire dalla pratica creativa che insieme alle/agli abitanti di Bologna ha inventato per ripulire le strade, i muri degradati, scrostati, abbruttiti, intorno all’università. Il racconto di questa «pratica di invenzione» che ha aperto orizzonti e coinvolto molti giovani, Donatella l’ha affidato anche al linguaggio artistico in una mostra fotografica che ha esposto al convegno. La ricerca artistica ha sempre fatto parte delle pratiche delle Città Vicine per raccontare le nostre città, così come hanno fatto artiste/i, intellettuali turchi – ha detto Katia Ricci –  in una mostra al Maxxi di Roma su Istanbul, dove raccontano la lotta contro la demolizione del Gezi Park e contro la distruzione di gran parte dei quartieri della città. Dunque esistono i luoghi, le azioni, un’altra politica, un’altra economia  – ha aggiunto Stefania Tarantino, sostenuta dall’intervento di Antje Shrup,  giunta appositamente dalla Germania per partecipare al convegno – che hanno trasformato il nostro modo di abitare il pianeta e che sono parte di quella Europa che vogliamo e che già stiamo costruendo con la nostra politica della differenza. Sono queste le «nuove istituzioni» – ricordate da Maria Luisa Gizzio – che Simone Weil considerava necessario inventare per poter rifondare l’Europa, dopo la tragedia della guerra e dei totalitarismi. «Al di sopra delle istituzioni – scrisse la Weil – destinate a tutelare il diritto, le persone, le libertà democratiche, bisogna inventarne altre, destinati a discernere e a eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza. Bisogna inventarle, perché sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili». La scommessa oggi è rendere visibili le nuove istituzioni che già esistono, diverse da quelle che sono andate in crisi, aprire un conflitto tra le due anime dell’Europa e questo – come ha affermato Letizia Paolozzi –  richiede un lavoro sul simbolico, sul linguaggio in parte esistente, in parte da inventare. La scommessa passa dal pretendere di essere prese sul serio come noi oggi facciamo qui –  ha detto Stefania Tarantino –  il che vuol dire fare in modo che il pensiero delle donne agisca non solo nei luoghi che conosciamo ma anche fuori e contagi il mondo sociale e mediatico che ci circonda.

In questa Europa che si frantuma e consuma emerge in modo drammatico la questione del potere, ancora largamente in mano agli uomini, e che Maria Concetta Sala ha definito una «tragedia» perché «quando il potere si mette al servizio di se stesso» bisogna sapere che non ci può essere spazio né per la verità, né per la giustizia (che per la Weil non sono di questo mondo) e né per la bellezza (l’unica ad essere di questo mondo) da connettere a una nuova “visione” dell’Europa. Cosa possiamo chiedere alle donne e agli uomini – si è chiesta Maria Concetta Sala – che esercitano il potere? Possiamo aspettarci che possano ridurre in qualche misura il potere? Alla sua risposta negativa, Rosetta Stella ha osservato  che se la verità e la giustizia non appartengono a questo mondo, uomini veri e uomini giusti sono di questo mondo, e sono quegli uomini che «danno ascolto al salto che si apre dalla tragedia del potere e che questo salto lo fanno». All’obiezione di molte donne in sala dell’ambiguità del parlare di uomini («e le donne?»), Rosetta ha spiegato di voler parlare davvero solo di uomini perché «le donne giuste e le donne vere le conosciamo, invece riconoscere un uomo giusto e un uomo vero è sempre più difficile a questo mondo, tanto più in Europa».  Uomini veri e uomini giusti sono forse gli uomini dell’Associazione Maschile Plurale che hanno cambiato il loro rapporto con la logica del potere. Un cambiamento – ha detto uno di loro, Alberto Leiss – che riguarda anche altri uomini come dimostra il fatto che «ci sono sempre più uomini che, anche quando non dicono cose condivisibili, parlano in quanto uomini». Ed è del sesso maschile che ci parlano anche i fatti di Colonia che hanno reso evidente come l’immigrazione è fatta per lo più da corpi di uomini “soli”, il che – secondo Letizia Paolozzi –  solleva problemi sull’accoglienza. Forse, si è chiesta, sarebbe il caso di leggere meglio la legge canadese che prevede l’ingresso solo di nuclei familiari «perché la presenza delle donne significa per gli uomini autocontrollo attraverso lo sguardo femminile». E Simonetta De Fazi narra come nel corso delle sue attività dedicate alla questione delle migrazioni le sia stato chiesto di suggerire soluzioni che impegnino gli uomini nei campi profughi, in quanto le donne il da fare se lo trovano da sé.

Una crisi, quella dell’immigrazione, scoppiata – ha detto Loretta Napoleoni, arrivata al convegno alla ripresa del pomeriggio – «solo nel 2015, dopo quelle economiche finanziarie  e del debito sovrano,  quando improvvisamente abbiamo avuto il flusso di migranti che scappavano non dallo Stato islamico ma dai bombardamenti degli europei e degli americani». E mentre l’Europa dal volto duro si chiude in se stessa, l’altra Europa, quella dell’accoglienza, ne fa occasione di rinascita di tanti borghi abbandonati e spopolati, come in Calabria. Perché c’è chi respinge i rifugiati e chi l’accoglie? Domanda  a cui ha risposto Mirella Clausi dicendo che «i posti di approdo  sono i posti dell’accoglienza perché non c’è una distanza fisica. Invece quando il corpo non vede quale tragedia immensa stia succedendo, quelli sono i posti in cui c’è il rifiuto. Questo, purtroppo, fa la differenza».

Le immigrazioni che hanno messo in crisi questa Europa, hanno messo a nudo – ha ripreso Giusy Milazzo – le debolezze e le insufficienze di questa Europa economica, hanno però aperto per noi la possibilità, l’occasione, il kairòs, per fare emergere l’Europa che abbiamo cominciato a costruire con la nostra politica della differenza e ricomporre, ricucire, riparare la frammentazione dell’Europa, secondo l’antica tecnica giapponese del kintsugj, a cui Katia Ricci insieme alle Città Vicine, alla Merlettaia di Foggia e all’associazione Arteria di Matera, ha dedicato una mostra mail-art che ha esposto al convegno. Sulla strada della costruzione, invenzione e creazione dell’Europa che vogliamo c’è un lavoro enorme da fare, ma un po’ lo stiamo facendo, come ha mostrato questo convegno.

Franca Fortunato

sul sito LIBRERIA DELLE DONNE di Milano

CONVEGNO DEL 21 FEBBRAIO 2016 A ROMA

 

Lascia un commento

Archiviato in Comunicazioni, Donne in Europa

UDI invia lettera a Merkel Tusk Juncker Renzi

fatti colonia

Care,

in seguito ai gravi fatti accaduti in Germania a Capodanno,  abbiamo inviato oggi alla Cancelliera Merkel, ai Presidenti del consiglio e della Commissione Europea e al Presidente Matteo Renzi la lettera che vi alleghiamo.

Un caro saluto

Vittoria Tola e il Coordinamento nazionale

 

 

 udi                           Alla Cancelliera Angela Merkel

                                                            Al Presidente Donald Tusk

                                                            Al Presidente Jean-Claude Juncker

                                                            Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi

Le violenze avvenute tra la notte di S. Silvestro e Capodanno 2016 a Colonia e in altre città tedesche hanno provocato indignazione e dolore nelle donne di tutta Europa.

Per tutti i fenomeni riconducibili alla violenza maschile sulle donne, dolore e indignazione sono sentimenti che conosciamo bene. Il femminicidio è un’esperienza che unisce le donne di tutto il mondo, come le unisce la solitudine di fronte ai responsabili istituzionali, che nonostante gli impegni assunti negli organismi internazionali, persistono in un atteggiamento omissivo e parziale.

La Convenzione di Istanbul, fortemente voluta dal Consiglio d’Europa e purtroppo non sottoscritta e ratificata dalla Germania e dalla UE, prescrive interventi non solo di sostegno alle vittime, ma dà indicazioni chiare sul piano squisitamente politico. Su questo, e ciò ci lascia sgomente, la reazione complessiva in sede Europea di fronte al gravissimo attacco subito da centinaia di donne il 31 dicembre 2015, è stata tardiva, imbarazzata e, purtroppo, occasione per dirigere il giusto disgusto per l’accaduto a finalità estranee alle priorità avvertite, ormai storicamente, dalle donne. Prima fra tutte il perseguimento della piena libertà.

Noi crediamo che gli Stati europei, prima ancora di essere inadeguati nell’accoglienza delle persone, siano fortemente in contraddizione, in quanto a dichiarazioni e fatti, di fronte alla prima delle differenze: quella tra donne e uomini.

Lo spirito solidale manifestato di fronte agli attacchi criminali, in più occasioni e coralmente, dai massimi rappresentati degli Stati, dalle comunità religiose di ogni confessione, fino ai massimi esponenti della cultura, è mancato nell’occasione della strage di libertà perpetrata a Capodanno.

Ancora una volta abbiamo visto l’impreparazione, l’incertezza e l’usuale tolleranza verso le espressioni muscolari della dominanza machista.

Noi, pur consapevoli dell’essere tuttora e da sempre in lotta per la nostra liberazione dalla violenza maschile, riteniamo insopportabile che alcuni obiettivi, anche i più parziali, in materia di libertà femminile, conquistati con fatica, siano elusi da paesi autorevoli in Europa e dall’Europa stessa e che queste elusioni costituiscano il segnale allarmante di un disimpegno.

Disimpegno nell’applicazione di norme minime e non negoziabili, come quelle sulla violenza, che bene o male tutti i paesi hanno approvato. Lasciate sulla carta, vengono nominate per diffondere un falso senso comune della parità e, con il linguaggio dei media forti e manipolatori della realtà, si danno per anacronistici i termini che descrivono la condizione imposta alle donne. La violenza sessuata tra le pareti domestiche, nei rapporti di lavoro dipendente, nelle istituzioni scolastiche, viene suggerita come male inarginabile, quella subita per le strade, o nei luoghi del tempo libero dal lavoro e degli impegni quotidiani, come male procurato dalle vittime stesse.

Nelle forze di polizia, nei responsabili politici, è radicata la convinzione che la violenza perpetrata da sconosciuti, da bande criminali o da branchi di maschi di qualunque colore o religione, che da sempre avanzano il diritto di proprietà sulla notte, sia conseguenza di un naturale rischio che le donne si assumono, per quella specie di binomio tanto radicato nella cultura occidentale: rischio-colpa.

La rimozione di uno o più responsabili è non solo insufficiente, ma fuorviante, perché non si sono uditi né visti ripensamenti sul linguaggio e sui modi di porsi verso le cittadine, sia europee che provenienti da altri paesi. Noi ci chiediamo quale sia il tipo di formazione richiesto al mondo dell’informazione, alle forze di polizia e agli operatori dei servizi nel nostro continente.

Teniamo a ricordare, come prescrive la Convenzione di Istanbul, che le donne danneggiate hanno diritto al risarcimento del danno subito, ed è naturale che sia l’amministrazione competente a provvedere, in attesa di una possibile rivalsa sui responsabili. C’è poi un altro risarcimento ed è quello dovuto a tutte le donne presenti nel nostro paese, che consiste nella vera attenzione dei politici alla salvaguardia delle libertà conquistate dal femminismo per tutte.

Il senso di disuguaglianza che noi tutte subiamo dai nostri governi, indipendentemente dal loro colore, ci spinge a dichiararci tutte tedesche e tutte migranti in attesa di giustizia.  

 

UDIUnione Donne in Italia

 

***

Alcuni titoli di giornali italiani: Colonia, decine di donne violentate da branco di 1000 islamici … Notte di orrore a Colonia. Stupri di massa a Capodanno

Qualche autorevole giornale fa immediata dietro-antropologia: … Da dove viene il branco di Coloniafra chi arriva vi sono portatori di usi e costumi che si originano dalle lotte ataviche per pozzi d’acqua, donne e bestiame. Le conseguenze sono nelle cronache di questi giorni …

La polizia tedesca per giorni tergiversa, appare quasi svogliata, cade qualche testa, tuttora non sono ben definiti i tratti reali e l’estensione del “vergognoso episodio”: … le donne, accompagnate o meno, sono rimaste in balìa di folle di uomini sbronzi …

C’è comunque una tacita conventio: sono loro, loro che … erano organizzati … era premeditato … ll capro espiatorio simbolico ostentato o timidamente indicato come autore delle violenze è l’islamico.

Ma d’altra parte sono le stesse violenze che avvengono durante le ricorrenze dell’Oktoberfest, 7,5 milioni di boccali di birra, Maßkrug da un litro, con una decina di denunce di stupri in media, come rilevano da tempo osservatrici e osservatori. Ma si calcola che possano arrivare fino a 200 e più non denunciati, dal momento che l’articolo 177 del codice penale tedesco richiede l’indagine e l’onere della prova della “resistenza oppositiva” da parte della vittima.

“Il solo tragitto verso il bagno diventa una sfida. Uomini sconosciuti che cercano di abbracciarti, pacche sul sedere, tentativi di alzarti la gonna e una pinta versata di proposito nella scollatura sono il bilancio di soli 30 metri,” scrivevano Karoline Beisel e Beate Wild nel 2011 sulla Suddeutschen Zeitung. E continuavano, “Se reagisci in modo scontroso, ti danno della ‘troia’ o peggio.” [Vice.com]

Senza minimamente voler attenuare le responsabilità sia individuali che collettive sul piano penale, anche ammettendo la premeditazione come potrebbe dimostrare il frasario offensivo sequestrato a qualche arrestato, il discorso di fondo solo da poche parti è tracciato con forza. Ed è quello di sempre, quello delle “infinite volte” in particolare quando viene inflitta una umiliazione o violenza o morte ad una donna.

È un discorso universale sulla condizione della donna che non ha latitudine, etnia, che da migliaia di anni perseguita le donne: l’assoggettamento, il senso di proprietà fisica e mentale da parte degli uomini. È diffuso in ogni paese, ha radice in ogni mente maschile e purtroppo si auto-semina.

Le democrazie “avanzate” non riescono a mascherare questo dato di fatto. Non si spiega come i paesi scandinavi per esempio siano ai primi posti in Europa per stupro.

“… è veramente carente l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati nell’agire con la dovuta diligenza per la promozione e protezione dei diritti delle donne..”

“Le donne sono discriminate e subordinate non solo sulla base del sesso, ma per altri motivi, come casta, classe, abilità, orientamento sessuale, tradizione e altre realtà che espongono molte di loro a una violenza continua nel corso di tutta la vita, dal grembo materno alla tomba” [Rashida Manjoo, relatrice speciale ONU per la violenza sulle donne, 2012]

L’UDI vuole rivolgere oggi alle personalità politiche di cui sopra non una lezione etica ma un accorato appello perché le cose cambino per quanto nella loro disponibilità.

La struggente voce di Mia Martini canta: Gli uomini non cambiano … No. Devono cambiare.

UDIrc

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne

mediterranea

 

mediterranea

No al sessismo No al razzismo

A poche settimane di distanza dalla notte di violenze contro le donne in Germania che ha suscitato il dibattito anche sui media italiani, ci sembra interessante proporre un articolo ‘decentrato’ – abbiamo scelto e tradotto l’analisi di una giovane studiosa di scienze sociali, Salimata Sali, originaria del Senegal che vive e lavora in Canada. Si autodefinisce femminista e impegnata sul terreno dei diritti civili.  

Carla Pecis, UDI Catania

***

MEDITERRANEA 2016

pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI gennaio 2016

Salimata Sali – Nude o vestite, le donne non sono prede sessuali

Centinaia di donne hanno presentato denuncia alle autorità tedesche per aggressioni sessuali durante la notte di San Silvestro a carico di uomini descritti come “arabi” o “nord-africani”. Il fenomeno di grande impatto è stato messo sotto silenzio per evitare di stigmatizzare o colpevolizzare una determinata componente sociale. È stato un grave errore. Una ingiustizia rimane sempre tale e nominarla non vuol dire generalizzare. È un fatto.

Nessuna sorpresa, sono colpita, non è la prima volta che le violenze contro le donne mi lasciano in uno stato d’animo di pena profonda, dolore profondo che spinge all’azione contro l’ingiustizia. D’altro canto, le aggressioni sessuali commesse in terra tedesca mi riportano verso altri luoghi,soprattutto in Africa nelle zone di guerra o in quelle devastate dalle ingiustizie e dalle diseguaglianze, dove tutte le forme di violenza sono costantemente rivolte contro le donne.

L’esempio più duro che mi umilia mi viene dal Congo. In quell’area assistiamo al totale disimpegno delle autorità locali e della comunità internazionale, assuefatte alla non azione e alla banalizzazione che finisce per normalizzare un fenomeno crudele a cui invece non ci si dovrebbe assuefare. Donne e bambine vivono una vita d’inferno sotto scacco di maschi aggressori e di una società che le rifiuta, che sempre riporta sulle vittime la colpa delle aggressioni sessuali considerandole esseri senza valore, quindi oggetti sporchi da abbandonare, che sono causa della loro stessa mala sorte…

Colpevolizzare le vittime: questa inumana scorciatoia priva di giustizia e partecipazione è stato l’atteggiamento assunto dalla sindaca di Colonia Henriette Reker, che consigliava alle donne “di tenersi ad una certa distanza dagli sconosciuti per proteggersi dalle aggressioni”: no, non sono le donne che devono tenersi alla larga dagli uomini, sconosciuti o conosciuti. Le donne non devono cambiare il loro modo di vestire per non eccitare la libido di uomini incapaci di controllo. No.

Dopo lo choc, la lucidità mi impone di sottolineare alcune evidenti differenze tra la Germania e il Congo. La sofferenza dei migranti non ha lasciato quasi nessuno indifferente. Malgrado la partecipazione umana alcuni hanno presentato la priorità della sicurezza come condizione per l’accoglienza. È una scelta molto razionale. Tuttavia la Germania, che ha dato prova di disponibilità e generosità nei confronti del flusso migratorio rispetto alle altre grandi potenze occidentali, ha trascurato lo scontro di culture e l’esperienza d’ineguaglianza basata sul genere, il sessismo. Lo scontro dei rapporti tra generi è quindi più forte. Di grande portata. Le statistiche parlano di centinaia di aggressioni e non di casi isolati. I presunti colpevoli condividono caratteristiche comuni riferibili al patriarcato, cioè il potere e l’abuso degli uomini sulle donne. Il patriarcato è ingiustizia comune a quasi tutte le società nel corso della storia. L’Occidente non vi è sfuggito. Ma alcune società soprattutto occidentali se ne sono sbarazzate grazie alle lotte femministe e all’affermazione di una domanda di giustizia sociale che ha ancora passi da fare, mentre altre società ancora sono immerse nel patriarcato e lo coltivano con la religione e la cultura È un fatto.

Per governare i problemi aperti dalle migrazioni di massa generate dalle ingiustizie planetarie bisogna riconoscere che l’arrivo di persone provenienti da altre culture, da altri valori e religioni possono creare tensioni. Questo non vuole assolutamente dire che si devono chiudere le porte ai migranti. Ma occorre trovare mezzi efficaci che precedono l’accoglienza e proporre loro un aggiornamento/adeguamento con la popolazione locale sull’eguaglianza dei uomini e donne nella dignità e nei diritti, sulla laicità e la libertà d’espressione. Bisogna riconoscere che i paesi occidentali, con tutti i loro difetti, al loro interno sono avanti sui rapporti di genere. In questo senso sono dei modelli per alcuni paesi come per il mio paese d’origine, il Senegal, ma anche e maggiormente per i paesi islamici. Le statistiche ci dicono che esiste una forte correlazione tra ingiustizie e diseguaglianze nei paesi islamici governati dalla Sharia diversamente che nei paesi laici. È un fatto.

In Occidente le donne hanno abbandonato i ruoli secondari per prendere il loro posto a pieno titolo nella società. La minigonna non sarà barattata con la gonna lunga. I capelli al vento non saranno imprigionati da un velo per un sedicente pudore compiacente con l’atteggiamento degli uomini. Il pudore è nella civiltà, nei rapporti giusti e paritari tra donne e uomini a prescindere dagli abiti che si indossano. Consiste nel rispetto assoluto e incondizionato della donna e del suo corpo, vestito o nudo. Per questo il valore occidentale più invidiabile e degno di essere copiato ovunque sulla terra dove vivono esseri umani è l’eguaglianza in dignità e diritti tra uomini e donne. Non è barattata a fronte di qualsiasi religione, cultura; non si deve piegare, non si piega. Prima di concludere, a quelli che si chiedono perché parlo del Congo rispondo che ho scelto l’occasione di una ingiustizia per denunciare questa e insieme altre che si compiono altrove. Troppe donne nel mondo soffrono di ingiustizie religiose, culturali, sociali, politiche ed economiche. Ci vuole tolleranza zero, bisogna denunciare a piena voce chi aggredisce le donne, essere dalla loro parte senza guardare a fatti particolari che sembrano poter giustificare i comportamenti aggressivi. I colpevoli devono essere individuati e condannati severamente. Devono essere assunte iniziative per prevenire altri abusi e aggressioni. Come le persone, le ingiustizie viaggiano, prendono l’aereo e le navi, entrano in contatto con altre culture e civiltà, con stili di vita completamente diversi. Questo scontro deve farci ricordare e praticare che che l’eguaglianza tra uomini e donne è superiore a tutto.

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

***

 

med-hebdo

DUE VIGNETTE

Una vignetta di Charlie Hebdo: per commentare la notte di violenza contro le donne in Germania si riprende la morte sulla spiaggia di Aylan (migrante di 6 anni), e si inserisce in un contesto di ‘uomini’ (?) che rincorrono donne con la bava alla bocca.

Il titolo della vignetta è ‘MIGRANTI’.

La domanda è “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?”

Il nostro commento è: vergognoso, inaccettabile. Lasciate stare i bambini.

 

A distanza di qualche giorno una risposta che condividiamo: una vignetta pubblicata sul blog della regina Rania di Giordania, il 15 gennaio.

La domanda è la stessa: “Cosa sarebbe diventato il piccolo Aylan se fosse cresciuto?  

La risposta è: “Un ragazzino, uno studente, forse un medico, un padre affettuoso…”

med-hebdo2_fr

Mediterranea UDI Catania a cura di Carla Pecis  –  carlapecis@tiscali.it

***

Ha pianto Abdullah Kurdi, il padre del piccolo Aylan, vedendo la vignetta in cui Charlie Hebdo ironizza su chi sarebbe diventato da grande il bambino siriano di tre anni trovato morto a inizio settembre sulla spiaggia turca di Bodrum – un “palpeggiatore” in Germania. “Quando ho visto quell’immagine non ho potuto far altro che piangere”, ha raccontato Abdullah all’agenzia di stampa francese Afp. “La mia famiglia è ancora sotto shock”.  [Huffigton Post]

Davanti alla grande tristezza che la tragedia porta con se e al dolore inconsolabile per chi lo ha vissuto e lo vive, il “cinismo” satirico deve restare in silenzio e trovare altri bersagli. Non può muovere nessun riso o sorriso. Il bambino aveva solo il diritto di continuare a vivere.

***

ragazze primavaraba

PARLIAMO DELL’ESITO DELLE ELEZION IN EGITTO :   90 DONNE IN PARLAMENTO

Sono state poche le notizie e pochissimi commenti alle elezioni egiziane che hanno eletto il nuovo Parlamento attraverso un percorso elettorale durato sei mesi – per comprendere cosa sta avvenendo e i possibili sviluppi nella realtà del Paese più importante dell’area araba mediterranea sottolineiamo la novità di una notevole presenza di donne elette e leggiamo un articolo di commento più ampio del direttore del quotidiano Asharaq Al Awsat, Ali Ibrahim ( 12 gennaio  – trad. MC. Minniti)  

Sembra che la politica internazionale sia in certa misura governata dalle suggestioni, a prescindere dai fatti sul terreno e senza tentare di comprendere realmente ciò che sta accadendo. Questa impressione deriva dalla posizione assunta da molti in Occidente rispetto agli sviluppi in Egitto post 30 giugno e la deposizione del governo guidato dai Fratelli Musulmani. Si tratta in parte di un atteggiamento comprensibile alla luce della cultura delle democrazie occidentali che si inquietano per l’intervento dell’esercito nell’arena politica. È stata, dunque, assunta una posizione critica verso gli eventi in Egitto, incomprensibile agli occhi di attori arabi e regionali che non riescono a capirne l’origine riconducibile alla cultura delle democrazie politiche.

Il percorso intrapreso dall’Egitto dopo il 30 giugno presentava elementi complicati da capire in Occidente, tra cui il chiaro sostegno popolare con milioni di persone scese in strada a manifestare contro il governo dei Fratelli Musulmani, l’intervento dell’esercito e poi il periodo di transizione caratterizzato dalla road map incentrata su tre fasi, il tutto sullo sfondo di un’ondata di violenza e atti terroristici il cui primo obiettivo era colpire l’economia, riuscendo a centrare una delle sue arterie più importanti, ovvero il turismo. Il percorso politico, tuttavia, non si è fermato: lo Stato si è rimesso in movimento e sono stati inaugurati nuovi progetti che sono fonte di speranza per il futuro. Il percorso, poi, si è completato con la promulgazione della Costituzione e in seguito con le elezioni presidenziali e infine quelle parlamentari.

L’elezione di questo parlamento è stata piuttosto controversa, dal momento che l’affluenza alle urne non è stata elevata e secondo i numeri diffusi si è attestata intorno a un quarto degli elettori registrati. Si tratta, tuttavia, di milioni di elettori che sono stati chiamati alle urne diverse volte in un lasso temporale limitato, ed è comunque una percentuale che si registra anche in molte democrazie occidentali. L’aspetto più importante di questo Parlamento è che per la prima volta sono entrate a farne parte circa 90 donne, un numero senza precedenti che corrisponde a oltre il 15% dei membri. La maggior parte sono state elette in liste di raggruppamenti politici oppure hanno vinto nelle loro circoscrizioni dopo battaglie elettorali. Si tratta di un grande successo rispetto alle passate elezioni in cui le donne potevano entrare in parlamento solo mediante nomina.

Questa percentuale rispecchia, inoltre, la partecipazione politica della donna egiziana nel percorso del 30 giugno e nella road map che ne è scaturita. La presenza delle donne è stata molto forte sia nelle manifestazioni in strada sia nella partecipazione politica alle votazioni che si sono svolte in diverse fasi della road map, così come nel numero di candidate e nella loro partecipazione alle “battaglie” elettorali. Questo ruolo è stato incoraggiato dallo Stato.

Se guardiamo gli eventi attraverso lenti nere non riusciremo a vedere niente di positivo in tutto ciò che è accaduto e invece non si può ignorare questa presenza femminile nel Parlamento del 30 giugno poiché è da considerarsi un successo storico che compiace il compianto Qasim Amin (giurista dell’Università del Cairo, autore di “I diritti delle donne nell’Islam” in particolare su matrimonio e divorzio, “La liberazione della donna” (1899) – “La donna nuova” (1900). Muore nel 1908.)

Mediterranea UDI Catania
a cura di Carla Pecis – carlapecis@tiscali

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, diritti della persona, libertà delle donne

In Italia morire per aborto

laiga.logo

14 gennaio 2015

In Italia morire per aborto volontario è un evento straordinario.
Infatti nel 2013 vi sono state 102760 Interruzioni Volontarie di gravidanza e sempre in quell’anno la percentuale di complicanza emorragica è stato del 1,7%, senza nessun decesso.

La complicanza può purtroppo accadere, anche se i medici operano con coscienza e diligenza.

In questi casi i medici non obiettori quelli che eseguono materialmente le interruzioni di gravidanza tutti i giorni, possono trovare difficoltà nell’essere aiutati nell’immediato dall’ambiente intorno, che può trincerarsi nell’obiezione di coscienza e rallentare le prestazioni nell’emergenza.

Infatti gli altri operatori sanitari, medici, infermieri ed ostetriche, in primis, pongono attenzione sul fatto che si tratta di interruzione di gravidanza e quindi il caso non li coinvolge.

Vi è cioè una latenza psicologica, uno “iato” mentale, prima che il personale e l’ambiente tutto, intorno, entri in movimento attivo e rapido e dopo un momento di rifiuto (sono obiettore) realizzi che vi è uno stato di emergenza in cui deve essere attivo e rapido.

Talvolta questo iato mentale, che noi non obiettori conosciamo, può far sì che all’inizio di una complicanza si sia soli ad affrontarla e può rallentare pericolosamente la gestione di una complicanza grave.

I servizi di interruzione di gravidanza sono spesso isolati all’interno degli ospedali, visti come qualcosa che non dovrebbe proprio esserci, e che meno si vede, meno si guarda e meglio è. Infatti, in diversi ospedali, sono dislocati al di fuori degli edifici centrali ove sono le sale operatorie attrezzate per le emergenze.

Questo, più che gli errori, può provocare dei danni alle donne. Il diritto alla scelta deve essere riconosciuto pienamente dalle istituzioni, con il sostegno chiaro agli operatori che applicano la legge 194.

Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 [zeroviolenza]

***

Il comunicato della LAIGA diramato in relazione alla morte di Gabriella Cipolletta, che era ricorsa ad un intervento di IVG  all’Ospedale Cardarelli di Napoli, apporta tristi riflessioni sul contesto sanitario-legale e deontologico nel quale viene eseguito. E non solo al Cardarelli.

Nel Giuramento di Ippocrate tra i vari principi deontologici viene accettato l’obbligo: di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute ,,,

Il Giuramento non è un obbligo giuridico, ma solo etico, senza il quale si può comunque esercitare la professione medica (anche se nel fascicolo personale può costituire notazione disciplinare). Ma se c’è una professione esattamente sul filo della vita e della morte è quella medica che presuppone una deontologia etica non certo confessionale, ma sul piano dei diritti universali.

Nella fattispecie è come se le figure sanitarie mosse da ideologie integraliste dicessero: non posso salvarti perché sei in peccato o stai commettendo un peccato, punendo nell’eventualità mortalmente la peccatrice.

Strano che nella giurisprudenza non vengono, secondo dottrina (anche la giurisprudenza è molto sul filo della vita e della morte), anteposti principi confessionali, mentre nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza l’obiezione confessionale è vincente.

E’ opportuno qui richiamare il comunicato-appello della LAIGA, del 1° ottobre 2015, che mette in allarme: EMERGENZA 194: UNA LEGGE DELLO STATO NON PIU’ APPLICABILE.

L’appello rivolto alle/ai parlamentari tra l’altro lamenta:

Si tratta di una vera e propria emergenza visto che la maggior parte dei medici non obiettori, quelli che nel rispetto della legge 194 praticano l’IVG nelle strutture pubbliche, sono prossimi alla pensione. L’età media dei/lle ginecologi/ghe non obiettori, infatti, è superiore ai cinquanta anni.

Già ora le difficoltà nell’applicazione della legge 194/78 sono enormi per l’alto numero dei medici obiettori, perché le norme impediscono a chi è in pensione di lavorare in strutture pubbliche o convenzionate e, inoltre, non consentono a chi è in servizio di lavorare part time presso altre strutture pubbliche.

La situazione è già disastrosa ma molto presto peggiorerà: i medici non obiettori negli ospedali scompariranno e le donne che non intendono portare avanti la gravidanza non potranno più abortire. Una legge dello Stato sarà di fatto inapplicabile.

Va anche considerato che non ci sono scuole di specializzazione in cui i/le giovani che intendono specializzarsi in ginecologia possano formarsi apprendendo le più moderne tecniche per l’IVG.

Nel volgere di un tempo rapidissimo l’effetto sarà la scomparsa di medici non obiettori e la conseguenza sarà la solitudine delle donne in un momento delicato come quello di una gravidanza indesiderata.

Questo appello intende informare tutti/e i/le parlamentari di questa gravissima situazione e chiedere di prendere dei provvedimenti urgenti per evitare che le donne italiane siano costrette a tornare all’aborto clandestino …

***

Va ricordato anche che proprio l’8 Marzo 2014:

… il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha ufficialmente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che – alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978 – intendono interrompere la gravidanza

La legge 194/1978 prevede che, indipendentemente dalla dichiarazione di obiezione di coscienza dei medici, ogni singolo ospedale debba poter garantire sempre il diritto all’interruzione di gravidanza delle donne. Oggi purtroppo, a causa dell’elevato numero, sempre crescente come dimostrano i dati forniti da IPPF EN nell’ambito del giudizio davanti al Comitato Europeo (documentazione reperibile in http://www.coe.int/socialcharter), di medici obiettori, alcune strutture si trovano a non avere all’interno del proprio organico medici che possono garantire l’effettiva e corretta applicazione della legge. Questo riconoscimento di violazione può essere riconosciuto come una vittoria per le donne, e per l’Italia, e mira a garantire la piena applicazione di una legge dello Stato, la 194, che la Corte costituzionale ha definito irrinunciabile. [LAIGA]  

Lascia un commento

Archiviato in Aborto, autodeterminazione delle donne, diritti della persona, libertà delle donne

Banalmente morire

Gabriella Cipolletta muore a 20 anni, all’Ospedale Cardarelli di Napoli, per emorragia durante un intervento di interruzione di gravidanza. In seguito alla denuncia dei genitori vengono inviati Ispettori ministeriali. Gli stessi hanno rilevato “criticità” in 3 casi su 4 riguardanti le ultime quattro tragedie di donne in gravidanza morte a dicembre durante il ricovero negli ospedali di Bassano del Grappa, San Bonifacio (VR) e Brescia.

***

Inoltriamo il nostro appello per la verità sulla tragica vicenda che ha portato alla morte, per emorragia nel corso di un intervento di IVG, di una giovane donna, Gabriella. E’ a lei e a chi l’ama che dobbiamo tutto il nostro impegno a presidiare l’applicazione delle norme che abbiamo conquistato per salvaguardare la nostra salute. A noi tutte e a tutte coloro che si accostano alla sanità pubblica per l’esercizio del diritto alla salute, deve essere data la certezza che le ideologie integraliste incombenti non interferiscano nella qualità delle prestazioni sanitarie rivolte alle donne.

Le eventuali strumentalizzazioni, rivolte a ridiscutere norme come la legge 194, sarebbero volgari tentativi volti a dissimulare il fatto che a pagare tanto gli sprechi quanto i tagli, nel servizio sanitario, sono proprio le donne.

Chiediamo di sottoscrivere l’appello e di diffonderlo 

UDI di Napoli

Non si può morire d’aborto

Il “Comitato per l’applicazione della legge 194” della Campania esprime la propria solidarietà e vicinanza alla famiglia di Gabriella a cui si stringe. E’ necessario dire che va respinta ogni strumentalizzazione di questa perdita drammatica di una ragazza di appena 19 anni, strumentalizzazione volta ad attaccare l’interruzione volontaria di gravidanza. Vogliamo ricordare che la legge 194 garantisce la tutela e la salute della vita delle donne. D’altra parte l’Ospedale Cardarelli, rispetto all’IVG, è sempre stato un presidio costantemente monitorato. Ci chiediamo se questo decesso non sia da ricondurre a uno dei casi di malasanità, occorsi recentemente perfino in donne partorienti, e chiediamo che sia fatta piena luce sulle cause del decesso e sulle procedure di intervento seguite. È questa la prima  di giustizia e di rispetto per la memoria di Gabriella e per la sua famiglia. Ricordiamo che lo slogan nei lontani anni settanta era: aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire.

Adesioni:  Comitato per l’applicazione della legge 194, Assemblea delle Donne di Napoli per la restituzione, Associazione Casa delle Donne di Napoli, Udi Napoli, Udi Reggio Calabria, Collettivo 105, Adateoriafemminista, Save194 insiemepernontornareindietro, Terra Prena, Le Kassandre, Donne in nero di Napoli, Arcidonna Napoli, Collettivo Resistenza femminista, UDI Nazionale, Noi Donne.

Simona Ricciardelli, Stefania Cantatore , Elena Pagliuca, Liliana Valenti, Chiara Guida, Stefania Tarantino, Raffaella Capuozzolo, Anna Maria Cicellyn Comneno, Iaia de Marco, Laura Capobianco, Teresa Potenza; Grazia Zimmaro, Anna Canzanella, Franca Pinto,Rosanna Ferreri, Ileana Remini, Roberta Capone, Gigliola De Feo, Elena Merolla, Angela Gentiletti, Amalia Fanelli , Elisabetta Riccardi ,Vera Cimmaruta, Marina Frezza, Emilia Valentino, Tina Marroccoli, Anna Abbate, Mriarosaria Bonetti, Tina Cimmino, Mariateresa Scarpelli, Marcella Torre, Marianna Matacena, Nadia Nappo, Maura Maffezzoli, Graziella Matera, Clara Pappalardo, Pina Tommasielli, Lucia Coletta, Maria Luisa Nolli, Enza Turco, Laura Fiore, Marsia Modola, Anna Riccardi, Melina Gatti, Carmen Armaroli, Anna La Ragione, Annamaria Raimondi, Vittoria Tola, Maria Acampa.

Per adesioni donnedinapoliperlarestituzione@gmail.com, oppure messaggi o commenti su Facebook.

Lascia un commento

Archiviato in Aborto, diritti della persona, Maternità