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novembre 2015 – pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI

missili

PACE o GUERRA?

Art. 11 della Costituzione Italiana

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ministra della Difesa Roberta Pinotti – intervista del 5 novembre al Corriere della Sera

«Niente è stato ancora deciso su eventuali bombardamenti, ma i nostri militari sanno essere efficaci e rispondere con impegno alle differenti richieste operative».

Sul tema del momento: i droni. «Abbiamo chiesto di poterli armare perché questo è il futuro dell’arma aerea.”

Dal 3 al 6 novembre si è tenuta la Trident Juncture 2015 (TJ15), una delle più grandi esercitazioni Nato che ha coinvolto 36 mila uomini.

Hanno partecipato oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7 partner, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra, anzitutto cacciabombardieri a duplice capacità, convenzionale e nucleare.

I comandi NATO l’hanno definita come esercitazione della sua “più affidabile forza di risposta”, “ad altissima prontezza operativa”. All’evento sono state invitate le maggiori industrie belliche europee e statunitensi in qualità di osservatori “per trovare soluzioni tecnologiche che accelerino l’innovazione militare”. Su questo particolare aspetto manca una riflessione non solo sulle spese militari italiane ma anche sulla dipendenza tecnologica e militare dei nostri apparati, civili e militari. E sulla accettabilità di scelte che prevedono l’uso di droni armati già in operativi.

Venti di guerra – non solo ‘lontani’, ma molto, molto vicini. Sopra di noi

La partecipazione all’esercitazione TJ15 traccia anche il profilo geografico della Grande Nato, che dal nord Atlantico arriva alle montagne dell’Afghanistan e copre quindi tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche il nostro Mediterraneo.

I luoghi in Italia:

  • Poggio Renatico (in provincia di Ferrara, sede del Centro operativo del Sistema di Comando e controllo della Nato)
  • Le basi sede di forze aeree Decimomannu, Trapani, Pratica di Mare, Pisa, Amendola, Sigonella, Capo Teulada
  • Napoli, il Joint Command (800 militari)

Armi nucleari – in Italia

Sono in arrivo in Italia (a Aviano/Pordenone e a Ghedi Torre/Brescia) le nuove testate nucleari B 61-12 e sono già previsti adeguamenti logistici nelle due basi aeree US Air Force.

Armi nucleari – in Europa

Diversi ‘conteggi’ da fonti autorevoli riferiscono della presenza in Europa di 2340 testate Nato (Italia, Germania, Belgio, Olanda, Turchia) – nel conteggio sono comprese anche le armi francesi e britanniche.

(i dati utilizzati in questa nota sono tratti da articoli di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco per ReteVoltaire e Il Manifesto)

Perché questa nota in MEDITERRANEA?

Non ci appassiona il conteggio dei soldatini, degli aereoplanini, delle navi, dei droni sempre più smart, non ci piacciono i videogame di guerra….

Ma è giusto fare il punto, anche coi numeri, di quello che succede sulle nostre teste, non solo e non più solo nelle sperdute lande afghane (come se lì donne, bambini e uomini non fossero ogni giorno sotto tiro da anni…)

Un interrogativo ci richiama tutte/i: perché non riusciamo a esprimere un grande movimento popolare per la pace e contro gli armamenti, come è stato anche nel recente passato in Italia?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

***

 

Steve McCurry, 'Aung San Suu Kyi and the flag' (1996), Rangoon, Burma

[Steve McCurry, ‘Aung San Suu Kyi and the flag’ (1996), Rangoon, Burma]

Ha vinto Aung San Suu Kyi, ha vinto la Birmania

9 novembre 2015 – da poche ore la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi ha annunciato la vittoria alle elezioni, con un risultato che supera il 70% di consensi.

Ha vinto la donna, la leader che da 25 anni si batte per il suo Paese, contro i militari, contro la frammentazione identitaria tra gruppi etnici, contro la corruzione. Non potrà essere Presidente, per una assurda norma della Costituzione che lo vieta perché i suoi figli hanno la cittadinanza britannica! Solo accettando di farli vivere all’estero li ha messi al sicuro nei lunghi e sanguinosi anni della sua detenzione prima e poi della lunga prigionia in casa.

Ma per il suo popolo, e per tanti nel mondo, è Lei la Presidente di Myanmar. E non lo è da oggi, con la vittoria schiacciante alle elezioni lo è da anni, rispettata e amata per la sua determinazione e il suo coraggio.

L’UDI in occasione di passaggi difficili della storia del suo Paese le ha rivolto messaggi di solidarietà e vicinanza – sappiamo che ha innanzi a sé anni difficili, forse anche più pericolosi e velenosi di quelli passati.

Oggi ci preme ribadire affetto, sostegno e vicinanza alla Presidente Aung San Suu Kyi.

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

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Rasha Ahmed Ryian_biglietto

Rasha Ahmed Ryian,

“Faccio questo con mente lucida, in difesa della Nazione, dei giovani e delle giovani. Non posso più sopportare quello che vedo”.

Pare sia questo il contenuto del biglietto che aveva nella borsa Rasha Ahmed Ryian, 23 anni, di Kalkiliya (città palestinese circondata dal Muro della segregazione).

Lo riferiscono fonti del ministro della difesa israeliano, da cui vengono le istruzioni per abbattere con armi da fuoco i nuovi (e tante nuove) palestinesi che si lanciano con il coltello sui soldati ai check point militarizzati e agli innumerevoli posti di controllo in tutta la Cisgiordania, nei territori che dovrebbero  essere di competenza e vigilanza dell’Autorità palestinese.

Un altro episodio simile, secondo le autorità israeliane e riportato in video sulla rete, descrive il gesto disperato di Halva Aliyan, 22 anni, che ha tentato di aggredire uno dei vigilantes che presidiano l’insediamento ebraico (illegale) di Betar Illit, alle porte di Gerusalemme.

La stampa di tutto il mondo parla da qualche settimana di “intifada dei coltelli” (ad oggi 73 vittime tra i palestinesi e 9 israeliani). Una analisi più realistica e dura della realtà dice che nessuno riesce/vuole riportare a un serio tavolo di trattative le parti in conflitto e che la combinazione occupazione militare/povertà/mancanza di prospettive colpisce i più deboli, i palestinesi, nelle forme della disperazione: il ‘protagonismo’ delle ragazze palestinesi rischia così di essere una manifestazione ulteriore, terribile e imputabile all’intera comunità internazionale, del fallimento, addirittura dell’incapacità di schierare almeno una forza di interposizione con compiti umanitari sotto le bandiere dell’ONU. Mentre a qualche centinaia di chilometri continua la mattanza di Daesh.

Le donne e le ragazze che stanno morendo (si stanno suicidando?) in terra di Palestina non si dichiarano ‘martiri’ – la loro solitudine non cerca nemmeno l’illusoria e terribile ‘consolazione’ della religione.

C’è qualcuno che le ascolta nei piccoli villaggi isolati fin dentro Gerusalemme?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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