Giorni e Luoghi della Memoria

 

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

Alcuni bambini, sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz, escono dalle loro baracche, poco dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945 — US Holocaust Memorial Museum

Le Foto di Alex

Il repertorio di atrocità naziste, basato su documenti e testimonianze, è così vasto ed estremo, che qualunque cosa si possa dire sul numero delle vittime (sei milioni o quattro…) o sulle varianti delle atrocità: c’è stata o no saponifcazione, non potevano esserci camere a gas… come diversi irriducibili negazionisti o revisionisti continuano a sostenere – e come perfino qualche prelato ( 1 ) ( 2 ) ha sostenuto – è operazione che non sposta il termine estremo, nel senso letterale, della ferocia e non conferisce alcuna attenuante generica, né ridimensionamento.

Le Foto dette di Alex sono un documento rarissimo del momento in cui sta per essere compiuto un frammento del genocidio. La grande maggioranza delle foto e delle riprese terribili che possiamo vedere oggi sono di fotografi e reporter alleati o sovietici che documentarono i momenti della liberazione dei campi di concentramento o di sterminio. Le foto  dette di Alex sono invece la ripresa dall’interno, del momento reale di un eccidio, perciò suscitano grande emozione, pur nella loro non  perfetta leggibilità.

Chi ha compiuto un crimine quasi sempre scappa, si nasconde, non ha il coraggio del male che infligge. Cancella le tracce. È ciò che tentarono di fare i nazisti negli ultimi giorni della loro disfatta facendo saltare in aria impianti e distruggendo o nascondendo prove e documenti  dei crimini perpetrati.

Ma a Bad Arolsen al civico 5 della Grosse Allee e negli edifici intorno, in Assia, vi sono 50 milioni di documenti in 26 chilometri di schedari. È l’International Tracing Service, immenso centro di convogliamento dei materiali interni burocratici riguardanti la registrazione delle azioni di controllo, repressione, schiavizzazione, eliminazione su circa 17,5 milioni di persone. Per esempio già dal 1933 vi si può trovare documentazione sul lavoro imposto a prigionieri e prigioniere, in quanto nemici dello Stato, di cui hanno beneficiato oltre allo Stato nazista stesso anche fabbriche come Thyssen, Krupp, IG Farben, Siemens, Porshe, Volkswagen, Knorr, BMV… Bastava fare richiesta all’ufficio gerarchico soprintendente ai campi (IKL) di Oranienburg.

Lo slogan “Arbeit macht frei” – Il lavoro rende liberi – era il sarcastico tragico slogan della rieducazione sociale, fittizio perché in realtà il piano generale sempre più perfezionato era l’eliminazione, anzi in un certo senso l’autoeliminazione a rotazione continua per rapida debilitazione dovuta alla scarsa alimentazione e agli stenti, come pulizia sociale e soprattutto razziale.

Un programma d’ingegneria eugenetica sociale perverso che nella storia di tutti i tempi resterà la più grande espressione di crudeltà e insensatezza.

Ogni azione veniva maniacalmente annotata e descritta in schedature e dossier. Solo dal 2008 sono accessibili alle consultazioni degli stessi perseguitati ancora in vita e dei loro familiari. È tenuto dalla Croce Rossa internazionale sotto accordo giurisdizionale di Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Israele, Italia, Germania, Francia, Olanda, Polonia, Grecia e Lussemburgo.

Qui si trovano faldoni recuperati, segnati Aushwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen… e dentro il cimitero dei nomi delle vittime ebree, con la cronologia esatta dell’ora e del minuto dell’esecuzione. Una serie sterminata di fatture contabili collegate al numero tatuato sul braccio sinistro, estremamente precise di connotazioni, ma su qualcosa che era ritenuta di nessun valore, la loro vita. Tanto che per gli ebrei e le ebree provenienti dalla rivolta del Ghetto di Varsavia non si eseguì nemmeno la registrazione: si sarebbe proceduto il più velocemente possibile all’eliminazione.

I gruppi tedeschi ariani internati e quelli da rieducare non portavano il tatuaggio, ma tutti erano distinti da una segnaletica: triangoli colorati, naturalmente rosa per gli omosessuali, doppio triangolo-stella di David, cerchietti, numero di registrazione, fascia al braccio per gruppi speciali.

Vi è ancora molto da studiare e dipanare attraverso le storie personali e gli intrecci coi gruppi sociali perseguitati, anche se tutta la trama strutturale è dolorosamente chiarita.

L’impatto morale sulla società del dopoguerra è stato enorme.

Al di là di ogni possibile strumentalizzazione o retorica l‘immenso progetto nazista di eliminazione è incontrovertibile.

Tuttavia c’è stato (già dai primi anni dopoguerra), e c’è oggi, chi prova a smontare ogni fatto descritto da deposizioni e memorie, o raccontato in prima persona, con l’assunto che se non esiste una prova, un reperto “certo”, non vi è affidabilità e credibilità, esasperando all’inverosimile i criteri di accertamento e verifica comunemente accettati. Ogni imprecisione è un falso, una mistificazione. E dunque il fatto viene respinto e ritenuto inesistente: l’onere della prova resta alla parte che sostiene lo sterminio. E non a caso i nazisti, alla disfatta, tentarono di distruggere ogni traccia.

Per questi gruppi, detti negazionisti, è importante utilizzare tecniche e strategie comunicative dalla studiata persuasività per dare l’impressione che esista un vasto dibattito storiografico serio, alternativo non allineato.

Valentina Pisanty ha scritto in proposito un saggio non tanto sulla veridicità o meno degli assunti negazionisti quanto sull’analisi semiologica delle loro tesi in relazione alla documentazione sostenuta o negata e sull’armamentario dialettico.

È chiaro che, anche se trascurabile come peso storiografico, tale pressione negazionista ostinata e aggressiva sulla comunità mondiale di storici e storiche detta tout court sterminazionista, parte già ideologizzata con l’intento di scagionare, alleggerire, sdoganare per quanto possibile episodi o pezzi interi della storia nazi-fascista, a parte la constatazione che la storia la fa comunque la parte vincitrice.  Uso politico della Storia, deleterio specialmente per le nuove generazioni a cui bisogna affidare la memoria, senza retorica altrimenti si svuota, ma con sofferto sentimento di condanna per un’atrocità, senza alcuna attenuante.

Il nodo primario dello scontro è l’esistenza delle camere a gas. I doccioni sarebbero stati veri doccioni per il passaggio dell’acqua e non del gas. La quantità di barattoli di Zyklon B (l’agente tossico fumigante in granuli) trovati dagli alleati sarebbero serviti solo allo spidocchiamento e alla disinfestazione in generale. Le vittime giustiziate sarebbero poche decine di migliaia…

Il numero esatto delle vittime della Shoah forse non si saprà mai, stimato sui sei milioni. A queste vanno aggiunte le altre dei gruppi etnici rom, slavi, polacchi, sovietici, quelle dell’opposizione interna e della resistenza degli stati occupati, omosessuali, quelle considerate persone socialmente inutili … il numero stimato  è almeno pari a quello della Shoah, in tutto da 12 a 18 milioni.

Se folle è stato il concepimento, il progetto dell’eliminazione totale, folle è la negazione o l’ammorbidimento, il tentativo di salvataggio, la giustificazione. E molto preoccupante da sempre l’esaltazione che lascia segni di svastiche sui muri nella notte, e invia teste di maiali alla Sinagoga o compie l’ennesima profanazione.

Rispetto alla grandezza dei numeri esistono pochissime  prove dirette dello sterminio nei momenti in cui venne attuato (punto forte dei negazionisti). Tutto il materiale orripilante che conosciamo è ripreso a scopo documentario e dimostrativo dall’Armata sovietica e dagli Alleati non appena penetrati nei lager. Ma in particolare sono stati trovati nel 1945 dei manoscritti degli addetti allo smaltimento dei cadaveri (Sonderkommando). Erano riusciti a nasconderli sotto uno strato di terra vicino al Crematorio III di Birkenau, oggi sono al museo di Aushwitz. I Sonderkommando, visto il delicato lavoro cui erano addetti, meglio trattati e nutriti, avevano un più lungo tratto di sopravvivenza. Erano considerati conoscitori di segreti, quindi tenuti in isolamento, ma anche loro eliminati a cadenze, smaltiti e sostituiti dai nuovi arrivati.

E soprattutto, ci sono pervenute 4 foto particolarissime di un certo Alex, ebreo greco proveniente dalla resistenza polacca e impiegato in una squadra Sonderkommando del campo di Aushwitz-Birkenau. Le foto sono state scattate nell’arco di una ventina di minuti, col proposito di passarle all’esterno come documentazione delle esecuzioni in camera a gas, vicino al Forno V, estate 1944. Per quanto non molto nitide, una addirittura nella concitazione inquadra solo i rami alti degli alberi nello stesso luogo, sono altamente drammatiche. Si fondono nelle immagini della sequenza la percezione angosciante di quello che sta avvenendo e la percezione del tremore, della paura di chi sta scattando, tanto da non poter controllare bene l’inquadratura (l’apparecchio fotografico era stato sottratto nel magazzino degli oggetti requisiti e portato al di fuori in un secchio per le pulizie). Due scatti riprendono dall’interno, attraverso un’apertura, il rogo dei cadaveri che sta avvenendo all’aperto vicino al boschetto del campo. Un successivo scatto riprende un gruppo di donne spogliate che si dirige con molta evidenza verso la camera delle docce. Un ultimo scatto non riesce ad inquadrare, appaiono solo i rami degli alberi.

I sonderkommando erano riusciti a far pervenire il rullino alla resistenza polacca all’esterno del campo dentro un tubo di dentifricio, con un messaggio che richiedeva altri rullini 6×9 adatti all’apparecchio fotografico segreto.

UDIrc

Fotografías obtenidas por el grupo Sonderkommando de las labores de exterminio en Auschwitz(negativi n. 277, 278, 282, 283)

(n.277)

sonderkom278(n. 278)

sonderkom282(n.282)

sonderkom282a(ingrandimento dell’angolo inferiore sinistro, n.282)

sonderkom283

(n. 283) scatto accidentale nella concitazione –

Sequenza di Anonimo Sonderkommando, indicato come Alex, che riprende corpi cremati all’aperto e donne spinte verso la camera a gas del crematorio di Auschwitz, agosto 1944. Oswiecim, Museo di Stato di Auschwitz-Birkenau

 

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