Settanta anni dei Gruppi di Difesa della Donna nella Resistenza

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Bruna e Adele 70 anni dopo

Bruna e Adele 70 anni dopo è un lavoro pensato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna, nati nel novembre del 1943 come reazione e unione multiculturale e multipolitica in un momento gravissimo della Nazione contro il nazifascismo.

Racconta “Lina” Fibbi: … Giovanna Barcellona, Ada Gobetti, Lina Merlin, Rina Picolato ed io. Eravamo in cinque… Sono l’unica rimasta. Tutti vogliono sapere il giorno della fondazione dei “Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà”, ma io non ricordo se fu proprio il 13 novembre del 1943, non ricordo se nella casa c’era una stufa rossa, ricordo che ci siamo trovate in un appartamento di Milano, ma allora si era costretti a cambiare le case così spesso che è difficile ricordare… Quello che ricordo con certezza è che non ci incontrammo quel giorno per fondare i Gruppi, non sono cose che nascono in un giorno (il 13, il 15?) per decidere la responsabile (Rina Picolato), il nome definitivo, un documento che contenesse lo scopo e gli obiettivi di questa organizzazione” (fonte ANPI).

Assolutamente rivoluzionario e socialmente creativo il programma di azione nell’atto costitutivo dei GGD:

donne di ogni ceto sociale… di ogni fede religiosa, di ogni tendenza politica, donne senza partito si uniscono per il comune bisogno che ci sia pane, pace, libertà… organizzano nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nei villaggi la resistenza… con gli scioperi, con le fermate di lavoro, con le dimostrazioni di massa… raccolgono denaro, viveri, indumenti per i combattenti…

Entrano nelle formazioni partigiane, vengono riconosciute come parte del Comitato di Liberazione Nazionale, coprono ruoli clandestini pericolosi, arrivano molte anche ad impugnare le armi. Ma vi sono inoltre punti fondativi di civiltà sociale nei loro programmi, come affermare il valore della cultura nel desiderio della liberazione, nonostante le minacce della fame, del freddo, delle malattie, della morte, e rivendicare diritti di equità che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro – non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati  possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte e non di obbedienza partitica. E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale. (  )

Organo di stampa clandestino dei GDD fu un ciclostilato: NOI DONNE, che apparve come primo numero nel giugno 1944 ad opera di un gruppo napoletano di donne. Si ispirava all’omonimo stampato NOI DONNE fondato nel ’37 da Xenia Silberberg e Teresa Noce esuli a Parigi.

NOI DONNE sarà poi per lungo tempo (fino al ’90) la rivista dell’UDI, arrivando fino 600 mila copie a numero con la distribuzione militante negli anni ’70. Oggi è diretta da Tiziana Bartolini.

A pochi mesi dalla fine della guerra, dai GDD nascerà l’UDI (allora Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia) con il proposito di continuare a contrastare tutto ciò che sul piano politico, sociale e culturale ha da sempre represso o ostacolato le donne, sia nelle forme storiche che in quelle attuali contemporanee. Ma anche col proposito di promuovere l’ingresso delle donne nella vita attiva sociale, politica e culturale e per il riconoscimento di diritti paritari che avrebbero portato “seri vantaggi sia alla famiglia che alla nazione” (Appello del 15 settembre 1944 del Comitato d’iniziativa diffuso sul numero speciale di «Noi donne» del 10 ottobre 1944).

Nell’ottobre del 1945, come risulta dai fascicoli 50-51 dell’Archivio storico UDI, il I° Congresso dell’UDI (Firenze, 20-23 ottobre, già 400 mila iscritte) approva l’art. n.1 della sua nascita: I gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà sorti nell’Italia settentrionale durante il periodo di occupazione tedesca nel novembre 1943, e l’Unione Donne Italiane, costituitasi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944, si fondono in una unica associazione: l’Unione Donne Italiane, con sede nazionale a Roma”.

Dunque nel 2015 appuntamento per il 70° della nascita dell’UDI.

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La forma espressiva adottata in Bruna e Adele non è di immediata catalogazione, avendo seguito diverse tracce per poter portare contenuti, oggi poco conosciuti o magari indigesti alle generazioni giovanili attuali per la tragedia a cui si annodano. Dunque una ibridazione tra diversi generi, soprattutto tra il fumetto e la graphic novel, di cui non segue i codici in modo ortodosso.

La linea narrativa si svolge sulle vicende quotidiane di una ragazza, Bruna di Reggio Calabria, e della sua amica Adele di Catania, digiune inizialmente di storia e consapevolezze al femminile. Bruna sceglie per gli esami una tesina sulla Resistenza delle donne e dei Gruppi di Difesa della Donna. Tutta la materia e i contenuti che riuscirà a ricercare passeranno in soggettiva attraverso l’uso che saprà fare del suo computer in real time, senza descrizioni, richiami o voci fuori campo.

L’aiuterà con qualche imbeccata la nonna che abita a Cuneo… non a caso. Bruna e Adele sono sulla buona strada per cominciare il loro percorso di donne consapevoli di sé e dell’eredità storica di cui oggi godono/godiamo.

Sono riportati alcuni avvenimenti e descritte alcune figure femminili della Resistenza con l’artificio narrativo che tutto restasse filtrato dalla psicologia della ragazza protagonista.

Un tentativo, speriamo, agile e leggero, di aprire varchi di interesse per l’argomento.

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L’appartenenza geografica delle ragazze Bruna e Adele ha due connotazioni iniziali: una, il lavoro è partito per una iniziativa delle UDI territoriali di Catania e Reggio Calabria, quindi circoscritta, ma aperta a chi avesse voluto parteciparvi per allargarne l’orizzonte… l’altra era ricordare alcune figure della Resistenza poco note, in particolare catanesi e reggine, come indicatore non tanto di una Resistenza meridionale, che fu  più carsica e di altro indirizzo rispetto al Nord, ma di una Resistenza dei meridionali.

Con l’obiettivo primario di trasmettere memoria civile alle giovani generazioni.

Si sarebbe potuto fare un lavoro più mirato e approfondito psicologicamente e come ricerche storiche… ma poi sarebbe diventato un libro di testo e forse poco attraente.

Marsia Modola, del Coordinamento nazionale UDI e responsabile di UDI Reggio C., ha curato la sceneggiatura e Reno Ammendolea (illustratore di libri e autore di vignette satiriche) ha curato la grafica.

Le sessanta tavole di Bruna e Adele 70 anni dopo sono in esposizione a Catania nel Museo Emilio Greco a cura di UDI Catania, a Palazzo Gravina Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini che ospita anche un Museo Belliniano.

In contemporanea all’Archivio di Stato di Catania, fino al 27 novembre e sempre a cura di UDI Catania, è visitabile la mostra di documenti e materiale storico dell’Archivio di UDI nazionale e dell’Archivio di Stato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna: “GDD. Questa storia è la nostra. L’UDI racconta la sua nascita nella Resistenza”.

Le mostre verranno allestite prossimamente anche a Reggio Calabria.

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***

La prefazione di

Rosangela Pesenti

del Coordinamento nazionale UDI

 

DONNE RESISTENTI

I libri di storia presenti nella scuola, soprattutto i manuali, parlano quasi sempre di guerre, elencano battaglie e trattati, manovre di governi e schieramenti di eserciti. Una storia di uomini che decidono, subiscono, accettano, uccidono, muoiono, si entusiasmano, si rassegnano, ma la guerra, ogni guerra, non si vive solo sui campi di battaglia, non è mai confinata ai giorni dei combattimenti, si vive anche nelle retrovie, nei territori attraversati, dove si forgiano le armi e si preparano cibo abiti e riparo per i combattenti.

Così erano le guerre del passato, guerre di uomini raccontate da uomini che nulla ci hanno detto delle donne.

Mancano nei racconti storici, insieme alle donne, i sentimenti degli uomini, le paure, i dubbi, le costrizioni, le necessità, tutto ciò che ognuna/o di noi percepisce come lo scorrere della vita.

Tutto cambia però con la seconda guerra mondiale, incuneata nel cuore del Novecento, dopo la prima, di cui è prosecuzione ed espansione, matrice delle successive, disseminate sul globo, fino ad oggi, con la complicità e connivenza anche dei paesi che si erano dichiarati solennemente “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra”[1].

Sono guerre con l’aggettivo quelle successive: fredda, irregolare, convenzionale, chirurgica, perfino umanitaria ma, come per la seconda guerra mondiale, non c’è più campo né fronte, si combatte sulla terra la guerra che attraversa e devasta paesi, campagna, montagna e arrivano dal cielo le bombe che distruggono città, strade, ponti, linee ferroviarie, quelle bombe che resteranno a lungo conficcate dove i bambini le trovano giocando, a seminare morte e mutilazioni anche in tempo di pace .

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La vita quotidiana è interamente coinvolta e le donne, che ne custodiscono la vivibilità, vi sono normalmente attive: nei lavori dei campi e in fabbrica, occupate in attività tradizionalmente maschili che spesso si aggiungono alle proprie, nella gestione dell’economia famigliare come nell’organizzazione di possibili rifugi, alla ricerca di cibo come di salvezza.

La guerra, annunciata come una passeggiata brevissima, diventa lunga, inviando ai tanti fronti dei paesi via via aggrediti dal nostro paese contingenti maschili di varie classi di età e caricando sulle spalle delle donne sempre maggiori responsabilità, fino alla data cruciale per l’Italia: l’8 settembre 1943.

Sono molte e diverse le guerre che precipitano sull’Italia da quel momento, con la fuga del re a Brindisi, l’armistizio con gli Alleati, annunciato per radio senza che l’esercito sia avvertito, l’immediata occupazione tedesca della penisola e la successiva istituzione dello Stato fantoccio denominato Repubblica di Salò.

Alla speranza per la fine della guerra succede immediatamente la consapevolezza che la guerra continua, ben più cruenta e devastante, su tutto il territorio della penisola.

L’esercito, rimasto senza ordini, si sbanda, i tedeschi da alleati sono diventati nemici e i soldati italiani cercano istintivamente salvezza da quella che poi diventerà deportazione di massa nei campi di concentramento tedeschi.

In quel momento le donne diventano fondamentali e sono il cuore della più grande operazione di travestimento e salvataggio della storia italiana, come ricorda Anna Bravo, “realizzata in ordine sparso e in spirito nonviolento: né armi, né scontri fisici, in loro vece la capacità di simulare, dissimulare, confondere le carte in tavola – le tattiche elettive per risparmiare sangue”[2]

Ogni soldato che bussa a una porta riceve soccorso, abiti, viene rifocillato, trova alloggio, viene nascosto, ottiene indicazioni, conforto, aiuto.

Un’attività che comincia spontaneamente e continuerà nei lunghi mesi fino al ’45 in forme via via più consapevoli, con scelte via via più rischiose, una strada che porta molte a diventare partigiane.

Dal salvataggio dei soldati italiani a quello di ebrei in fuga e di prigionieri alleati fino a tutte le azioni resistenti che si oppongono all’invasore e contemporaneamente tendono alla conservazione della vita quotidiana nelle, case, nei campi, nelle città.

Non c’è solo il rifiuto della guerra e una coraggiosa solidarietà umana, ma il crescente disgusto per il fascismo di cui si vedono e si patiscono, insieme alle azioni criminali nei confronti degli oppositori, l’arroganza dei gesti in mille occasioni.

Si colloca in questa situazione la nascita dei Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà nel novembre del 1943.

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Il documento costitutivo mette in primo piano il peso insopportabile dell’occupazione tedesca e fascista indicando tutte le possibili azioni di lotta, ma sono di pari importanza le richieste avanzate sul piano del diritto al lavoro e a quella parità giuridica che le donne italiane non avevano avuto dall’unità d’Italia.

Si può dire che i GDD sono la prima organizzazione di lotta nonviolenta, la cui azione contribuisce a diffondere quel tessuto di resistenza civile che, riconosciuto con ritardo dalla storiografia, oggi viene considerato parte di quell’impasto dentro cui lievita e cresce la Resistenza armata, la lotta di liberazione italiana.

Nei venti mesi di occupazione la Resistenza delle donne si rende visibile in mille forme, con una presenza determinante non solo sul piano delle azioni, ma anche per la diffusione di sentimenti, atteggiamenti, di quella rivolta morale fatta di coraggio quotidiano che costituisce l’humus emotivo favorevole alla Resistenza e sempre più avverso al nazifascismo.

Una stagione fatta di rischi, di scelte difficili, ma proprio per questo anche di straordinaria libertà, come raccontano le tante donne che hanno cambiato le proprie abitudini, la propria vita e per la prima volta hanno fatto riferimento a decisioni che nascevano solo dalla propria coscienza.

Tantissime le ragazze, come nella Resistenza maschile, che escono dall’angustia delle tradizionali subalternità familiari e sociali per affermare la volontà di liberare l’Italia dalla guerra e dal nazifascismo attuando con questo gesto un passo fondamentale per la propria liberazione.

Per gli uomini, inquadrati nell’esercito, sbandati, richiamati, imprigionati, la scelta è d’obbligo, ma per le donne è diverso, potrebbero restare a casa, ritirarsi nelle pratiche di sopravvivenza personale e famigliare, continuare ad aderire a quello stereotipo nel quale sono state plasmate con l’educazione e invece moltissime fanno una scelta e i loro gesti, le loro gesta, ben più delle parole che molte non possiedono e dalle quali sono tradite nel racconto, segnano una visibilità inedita, esprimono idee, convinzioni, personalità che vanno ben oltre le immagini tradizionali a cui più tardi si vorranno ridurre.

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E dopo, che cosa accade nel dopoguerra?

Le inedite figure femminili, che si sono rese visibili sulla scena della grande storia senza nemmeno sapere di essersi idealmente ricollegate alla cancellata tradizione delle attiviste risorgimentali e poi femministe, non trovano spazio in un’Italia interessata a rinvigorire la nascente repubblica con nuovi miti di una Resistenza eroica solo maschile e armata e ruoli femminili ricondotti al laborioso silenzio della casa.

La delusione è di molte: un sentimento diffuso e spesso muto, lo stesso che esprime bene la protagonista del romanzo di Alba de Céspedes[3] quando si chiede se allora quelle che ha portato nella borsa della spesa fossero in realtà bombe false, che i volantini per i quali rischiava la vita fossero pieni di parole insignificanti, mentre ascolta in silenzio i progetti dei suoi compagni di lotta che ormai la escludono.

La scelta di fondare l’Udi, unificando l’esperienza politica e organizzativa dei GDD sviluppatasi al nord con quella vissuta nell’Italia liberata del sud, rappresenta, nel 1945, una discontinuità importante e un’aspirazione alla piena cittadinanza che, se ancora non ha trovato le parole per esprimersi appieno, vive nella tensione ideale e nell’impegno pratico di migliaia e migliaia di donne a cui dobbiamo la ricostruzione del tessuto sociale del dopoguerra e l’attenzione per i diritti di tutte e tutti, a cominciare dall’infanzia.

In quella storia più generazioni di donne hanno trovato alimento per il proprio desiderio di libertà chiedendo un’emancipazione che metteva via via in discussione gli assetti tradizionali della cittadinanza fondata sulla presunzione di neutralità del diritto maschile.

Il passaggio dalla soggezione giuridica, ma anche economica, sociale, psicologica, alla soggettività, alla capacità di riconoscersi libere e quindi responsabili della propria vita, rappresenta probabilmente la rivoluzione più importante del Novecento, certo quella segna e modifica le relazioni umane, tra i generi prima di tutto ma poi anche tra le generazioni.

Una storia di cui leggiamo i movimenti nella nostra stessa vita e di cui cominciamo a riconoscere gli snodi che hanno aperto inedite strade alla pienezza dell’esistenza femminile.

Uno di questi snodi fondamentali è certamente in Italia la Resistenza femminile e, nel dopoguerra, l’originale esperienza dell’Udi.

Una storia che ancora ci parla, a settant’anni di distanza, con la voce delle ragazze di allora, una storia che chiede le nostre domande per illuminare quel passato senza il quale le strade del futuro diventano più oscure.

[1] Cfr.: Carta delle Nazioni Unite, S. Francisco (U.S.A.), 26 giugno 1945

[2] Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, 2013, p. 96

[3] Alba de Céspedes, Dalla parte di lei, 1949, Arnoldo Mondadori Editore, Milano

***

Disegni tratti da Bruna e Adele 70 anni dopo, graphic novel realizzata per UDIrc

recensione NOI DONNE

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