LA CORTE COSTITUZIONALE E L’ARROGANZA DEL POTERE

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LA Corte Costituzionale, ancora una volta, è intervenuta per cancellare un divieto della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita. Si tratta in questo caso del divieto della diagnosi pre – impianto per le coppie fertili ma portatrici sane di patologie genetiche. Anche questa volta, come per le 36 sentenze dei tribunali e le 3 della Consulta, seguite all’approvazione della legge e al referendum abrogativo dove, l’entrata a gamba tesa del Vaticano, permise il non raggiungimento del quorum, la sentenza arriva in conseguenza di un ricorso.

Maria Cristina Paolini, Armando Catalano, Valentina Magnanti e Fabrizio Cipriani, sono loro le coppie che si sono rivolte alla Corte contro quel divieto. A undici anni dall’approvazione della legge 40, che molte donne abbiamo, a suo tempo, definito “oscurantista, moralista, proibizionista”, nata da sentimenti di rivalsa maschile contro la libertà femminile, sono ben 4, compreso l’ultimo, i divieti cancellati dai tribunali e dalla Consulta e condannati dalla Corte suprema europea dei diritti di Strasburgo. Il divieto di produzione di più di tre embrioni e quello dell’obbligo di contemporaneo impianto di tutti e tre sono stati rimossi dalla Consulta nel 2009, mentre il divieto della fecondazione eterologa è stato cancellato dalla Corte nell’ aprile 2014.

Le battaglie giudiziarie non sono ancora terminate, si è in attesa, infatti, di udienza sia presso la Consulta che la suprema Corte europea del divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Insomma dell’impianto della legge 40, così come l’avevano voluta i politici, sostenuti dalla chiesa del cardinale Ruini, è rimasto ben poco, grazie a quelle donne che non si sono arrese alla forza della legge. E’ la libertà femminile che le varie sentenze hanno riconosciuto, contro la volontà dei politici, contro la forza e la violenza del potere.

Non è più possibile – come hanno tentato di fare politici e Vaticano – imbrigliare la volontà di una donna di decidere quando e come diventare madre. Lo hanno dimostrato tutte quelle donne che, dopo averne contrastato la sua approvazione insieme ad altre, tenacemente l’hanno combattuta nei tribunali. Quelle sentenze non cancellano solo degli articoli di legge, ma condannano un modo, più maschile che femminile, di intendere il potere – confuso con la politica – come esercizio della forza contro le donne, in questo caso, sul cui corpo si è legiferato.

Condannano l’arroganza , la sordità, l’autoreferenzialità di una classe politica che ha “tirato dritto”, nonostante le ragioni e le proteste di tante donne, ed ha cercato di imporre per legge la propria visione del mondo. E’ questa una delle eredità del ventennio berlusconiano che il governo Renzi, convintamente, ha raccolto e sta portando avanti con spregiudicatezza, nel tentativo di imporre la sua visione neoliberista – individualista del mondo, del lavoro, delle istituzioni, dell’economia, della scuola, dove a dominare è la legge del più forte e chi non è d’accordo col “sovrano” di turno, è visto come “un nemico” da disprezzare, umiliare, abbattere.

In questo mondo non c’è spazio per il dialogo, le relazioni, lo scambio, le mediazioni, i sentimenti – su cui le donne hanno costruito la loro politica – considerati intralci, perdita di tempo. Renzi e il suo governo, alla sentenza della Corte sulla cancellazione del divieto della fecondazione eterologa, hanno risposto, pur non potendolo fare, ribadendo il divieto in mancanza di un intervento legislativo del Parlamento, di cui non si ha più notizia. Un tentativo questo per continuare a rendere difficile per una donna diventare madre quando e come lo desideri.

Faranno lo stesso con quest’ultima sentenza? Per fortuna le sentenze, tutte, hanno valore esecutivo immediato. In questi anni per le donne è diventato sempre più difficile e rischioso, in questo Paese, non solo decidere di interrompere una gravidanza ma anche partorire.

E questo è ancora più vero nella nostra regione, dove in molti ospedali non solo la 194 viene disattesa ma si muore anche di parto. E muoiono anche neonati. In molti ospedali non esiste il reparto di neonatologia – come a Vibo Valentia – e dove c’era, come a Lamezia Terme, è stato chiuso in nome della spending review.

Le donne muoiono come la giovane Katia Caloiero, di 39 anni, morta dopo il parto all’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Sulla vicenda la Procura ha aperto un’indagine ed iscritto nel registro degli indaganti otto persone.

Muoiono neonati per asfissia come la bambina sull’autombulanza, durante il trasporto da Vibo a Catanzaro. E intanto il reparto di neonatologia di Catanzaro scoppia e una bimba da giorni combatte per sopravvivere ad un’infezione di streptococco. Malasanità?

Non solo.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud 16/05/2015

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Archiviato in Aborto, autodeterminazione delle donne, Maternità

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