Ancora ci credo

Grazia Giurato

STORIA DI GRAZIA GIURATO – LA ROMPISCATOLE DI “ANCORA CI CREDO”

ARRIVARE a 75 anni e sentire dentro la necessità di “ricomporre” la propria vita, raccontandosi, è quello che è capitato alla siciliana Grazia Giurato, catanese di nascita, quando ha deciso – dopo averci rinunciato per anni – di scrivere il suo libro “Ancora ci credo” edito da La Tecnica della Scuola. Vita di una donna che ci consegna uno spaccato dell’irrompere del movimento delle donne negli anni Settanta e Ottanta in una Sicilia e in una Catania che, grazie alle donne, stava cambiando.

Grazia è una delle tante protagoniste del movimento femminile siciliano e il suo impegno politico lo ha portato avanti nell’ Udi, Unione donne italiane, passando per i partiti, Pci, Italia dei Valori, “Gli amici di Beppe Grillo”, spinta a un certo punto dal desiderio di cambiare la politica della sua città, stando dentro le istituzioni, restando fedele a se stessa ed esprimendo sempre “un dissenso ragionato”. Nata negli anni trenta (1936), Grazia ha vissuto il clima del regime fascista e la tragedia della guerra attraverso il padre, Placido, che dopo essersi iscritto al partito di Mussolini, perché il fratello maggiore era uno di quelli che a Catania nel partito “contavano”, parte per la guerra da dove – come tanti – non tornerà più.

Vive la sua infanzia ed adolescenza con la madre, Angela, “bella donna” dal “bel portamento”, una “brava sarta”, che fino alla fine della propria vita porterà il lutto per il marito morto. Una madre che Grazia nel suo libro racconta con amore e ammirazione e che – come tante della sua generazione – autorizzò la figlia a studiare e lavorare per essere autonoma dagli uomini. “Dovete studiare” ripeteva a lei e alla sorella Anna. E’ dall’autorizzazione materna, di donne che avrebbero voluto studiare, che scaturirà l’entrata in massa delle donne nella scuola negli Sessanta e Settanta fino al sorpasso femminile sugli uomini degli anni Novanta.

Ma se la madre la spinge sulla strada dell’emancipazione, che Grazia inaugurò quando nel 1956, dopo il diploma magistrale, entrò a lavorare in Banca, rompendo il pregiudizio che il lavoro fosse “degradante” per le donne, è zia Peppina, la donna “più intelligente” della famiglia, “perspicace, “curiosa”, che le trasmette “la voglia di sapere”, di informarsi, di leggere e di “ribellarsi” alle pretese di essere “come gli altri avevano deciso che fosse”.

Il nonno e la nonna avevano tentato di farla sposare ma zia Peppina non aveva voluto accettare quei matrimoni combinati. Rimase nubile, come la sorella Ciuzza, la più dimessa, la più remissiva”. L’impegno politico di Grazia è strettamente legato alla sua vita, alle sue scelte e alle sue esperienze di madre di tre figli maschi – Franz, Riccardo e Federico – e di donna, la cui consapevolezza la porta a sentirsi “parte di una nuova epoca”, segnata da quella rivoluzione simbolica che, prima di tutto nella consapevolezza femminile, stava capovolgendo il senso del nascere donna, non più una “disgrazia” ma una “fortuna”.

“Quando aspettavo il terzo figlio, ricordo che mio marito – un medico – mi diceva sempre “ma perché vuoi una bambina? Voi donne avete una vita difficile in questa società. Meglio un altro maschio. Io tenevo sul comodino la foto di una bella bambina”. E’ quando scopre l’Udi – da cui in seguito si allontanerà perché non le “piaceva la commistione con il partito (il Pci) ” – che Grazia entra da protagonista nelle tante manifestazioni dove “la cosa più carina che ci dicevano era che eravamo puttane. Ricordo i cortei per fare approvare le leggi che dormivano in Parlamento: il divorzio che divenne legge nel 1970, la legge sull’aborto nel 1978, e poi i referendum confermativi del 1974 e del 1981, la legge per il Nuovo Diritto di famiglia (1975), la raccolta firme per la legge contro la violenza sulle donne (1979), l’istituzione dei consultori. Mia sorella si vergognava che io partecipassi ai cortei andando in giro a dire “l’utero è mio” e per i miei tre figli ero la mamma che scendeva in piazza con il megafono e portava a casa le ragazze in difficoltà”.

Negli anni ‘93 – ’97 dalle piazze, dove stava e sta tutt’ora a suo agio, passa alle istituzioni come consigliera comunale, dove si sentiva “sempre più fuori posto e inadeguata”. Nel 2006 si candida alle elezioni regionali con Rita Borsellino per “realizzare la presenza delle donne nelle istituzioni” e nel 2008 a sindaca di Catania per “sfidare” i “sette candidati maschi, potenti e politici di professione”.

Una vita ricca ed intensa quella che Grazia racconta nel suo libro dove pubblico e privato si intrecciano e si incontrano nella passione e nella determinazione di lottare, oggi come ieri, dove crede “ci sia da lottare”. “Oggi a 75 anni il fatto che mi interessi ancora di tante cose, partecipi alle manifestazioni, protesti, mi indigni e inviti anche gli altri a farlo, ciò viene visto come una mia stranezza. Ma è così che voglio spendere gli anni che mi restano”, perché “Ancora ci credo”.

La storia di Grazia e delle donne a lei di riferimento è solo una parte di quella più grande e più ricca del femminismo catanese, dove il pensiero della differenza e la pratica della politica delle donne vivono nell’amore per la città in donne come Anna Di Salvo, Mirella Clausi e le altre e altri dell’associazione “La Città Felice” e della rete delle “Città Vicine”. Donne con cui condivido un lungo percorso politico e grazie alle quali ho conosciuto Grazia e il suo libro.

articolo di Franca Fortunato 

su Casablanca di settembre / 0ttobre 2015 qui in anteprima per la cortesia di Franca

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CASABLANCA SETTEMBRE – OTTOBRE 2015 n. 41

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