I fatti di Colonia, cioè di sempre

foglietto fatti colonia

 

Un foglio con scritte, in arabo e in tedesco, frasi con espliciti riferimenti sessuali è stato ritrovato nelle mani di due sospettati, nell’ambito delle indagini condotte dalla polizia locale sulle violenze della notte di San Silvestro a Colonia. Lo riporta la Bild on line, che pubblica il biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, «voglio scopare», «grandi tette», «ti voglio baciare», «sto scherzando con lei», «io la uccido». (Ansa)-Corsera

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Lo stupro è un’arma di guerra: quella del terrore e quella dichiarata ufficialmente. Lo dice l’ONU

A Colonia contro le donne stupri e molestie. La politica, e la polizia, balbettano.

Di fronte alle azioni terroristiche in Europa, perpetrate nell’ultimo anno con armi convenzionali, evolute o rudimentali, la rivolta civile e la solidarietà, nel continente, sono scattate in modo evidente e senza distinguo di nessun genere. Qui, in Italia, il desiderio di mostrarsi contro è stato più forte del timore di dar sponda a ideologie razziste. È stato possibile: abbiamo assistito anche alla mitigazione delle esternazioni xenofobe e razziste da parte di formazioni, altrimenti, connotate sull’enfatizzazione di questo tipo di pulsioni.

Le strumentalizzazioni nella ricerca di consenso spicciolo, da parte delle forze politiche, hanno ceduto il passo a un atteggiamento consono a un palcoscenico meno angusto dei singoli scenari locali. La certezza che ha unito soggetti tanto differenti è stata ed è fondata sul fatto che “nessuno vuole la guerra in casa”. Il trasporto col quale è sembrato a molti doveroso esprimere solidarietà alle vittime è stato, evidentemente, proporzionale al numero di morti causato da quelle azioni, ma anche innegabilmente, soprattutto da parte delle comunità islamiche, misurato dall’esigenza di prendere le distanze dalla matrice integralista di un movimento politico che si caratterizza per volontà di distruzione e per implicito rifiuto della cultura occidentale, accusata di aver innescato meccanismi violenti nel mondo arabo e mediorientale. Chi, come chi parla, in questi anni, e da sempre, ha espresso una critica forte “all’esportazione della democrazia, si è sentito maggiormente chiamato a esprimere il proprio orrore per quanto avvenuto e, purtroppo, promette ancora di avvenire.

L’azione concordata tra criminali, che ha portato all’aggressione di massa su centinaia di donne soprattutto a Colonia, ma anche ad Amburgo, Stoccarda, Düsseldorf, non è stata avvertita, invece, dallo schieramento assemblato dopo gli attacchi di Parigi. Le ragioni risiedono nel fatto che la violenza sulle donne anche quando causa la morte delle vittime, è data per scontata nella fisiologia dei processi sociali ed economici: la condanna è un rito che quasi mai provoca profonde ridiscussioni sulle cause politiche che la violenza generano e impongono.

Nel caso di queste aggressioni, un problema è stato quello di prendere parola nella consapevolezza che non sono solo “quegli uomini” a pensare che le donne siano a disposizione contro la loro volontà, ma che lo sono anche altri, cioè coloro che pensano che l’integrazione tra culture possa avvenire nonostante i diritti delle donne. Su questa questione ritorna il vecchio tema dei due tempi: prima i bisogni di tutti e poi quelli delle donne. Nel 1977 Armanda Guiducci pubblicò un saggio dal titolo “la donna non è gente”, documentando gli elementi che delineavano la qualità monosessuata, al maschile, di ciò che si definisce progresso. Da allora le cose, schiavitù lavorativa e sessuale, segregazione culturale, subordinazione politica, hanno preso altri nomi, definizioni che rendono apparentemente dinamica una società rimasta invece ancorata alla convinzione che le donne “vengono dopo”.

L’agire della polizia tedesca ha dimostrato che il terrorismo verso le donne è, infondo, cosa che va tenuta sotto traccia per non disturbare il piano sull’immigrazione.

Tutto sommato sembra che non sia avvenuta una cosa poi tanto grave, anche per alcune donne autorevoli, ansiose di non interrompere l’unità di un movimento umanitario, che, non si sa perché, sarebbe messo alla prova inutilmente su una questione tutto sommato fisiologica.

Se gli stupri e le aggressioni non fossero stati mostrati dai criminali come atto concordato, se fossero avvenuti in modo più “occidentale”, per così dire sul modello “Tusciano”, se ancora si fossero rivolti a donne “non gente” per eccellenza, se fossero stati rivolti a connazionali, o per assurdo (?) a Prostitute immigrate: “se”, varianti che in questo caso non ci sono state. Ciò che poteva generare i soliti crudeli dubbi è stato sconfitto dall’evidenza. Che evidentemente non è bastata perché i toni dimostrano che, per gli stati, prendere consapevolezza di aver fatto sì che l’immigrazione fosse un fatto da uomini e da concordare tra uomini, è durissimo contraddittorio e destabilizzante. Si fa finta di non vedere la variante, cioè il femminicidio, che comunque perpetrato è lo scoglio su cui si arena ogni proposta che non voglia considerarlo come fenomenologia viva e condizionante.

All’indomani di un dramma vissuto nella notte di capodanno da donne libere, fino a alle ricorrenti prove contrarie, la timidezza di quello che ci si ostina a chiamare movimento in Italia è un riconoscimento implicito dei così detti due tempi della democrazia.

L’analisi fatta da un noto sito di controinformazione, pone l’accento sul fatto che sarebbe stato strumentalizzato il fatto, in quanto le donne “veramente stuprate” erano davvero poche: il resto ragazzate. Davvero non è difficile pensare che il pensiero dell’Arcivescovo di Canterbury, “lasciamo che l’ordine familiare sia governato in autonomia dalle singole religioni”, sia un paradigma per la politica occidentale che forse non vede con sfavore l’eventualità di pagare qualche prezzo, se a farlo sono le donne.

Il silenzio sulle violenze sessuate non è solo un costume, non è solo la copertura della connivenza di chi crede che tutto sommato è un alleato dell’ordine chi tiene le donne sotto schiaffo: la politica ne ha fatto moneta di scambio per quanto di analogo è avvenuto da parte dei propri eserciti “nei paesi da liberare”. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che bambine e bambini sono stati (?) violentati e sedotti in cambio di pane.

Non solo l’Italia ma per esempio in Inghilterra è successo che il silenzio abbia coperto la violenza subito da donne e bambine: nello Yorkshire millequattrocento ragazzine schiavizzate sessualmente tra il 1997 e il 2013.

I fatti di Colonia sono un banco di prova, non per la sicurezza ma per la serietà dell’agire politico, per chi della serietà fa una bandiera.

Lo stupro è terrorismo, è guerra: il tacerne la natura, anche quando è dichiarata, è il frutto dell’arroganza verso tutte le donne.

Stefania Cantatore

Napoli 11, 01, 2016

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I fatti di colonia interessano tutti e tutte noi

Quanto accaduto a molte donne in Germania sera di San Silvestro, per opera di uomini in gran parte stranieri – secondo la polizia – di origine “araba” o nordafricana”, interessa tutte e tutti noi. I fatti sono ormai noti, grazie alle testimonianze di tante delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Nella notte di Capodanno, mille uomini a Colonia – ma anche in altre città come Francoforte, Amburgo, Dusseldorf, Bielefeld – centinaia di donne sono state aggredite, derubate, molestate sessualmente e alcune stuprate da un migliaio di uomini ubriachi, davanti alle forze dell’ordine dimostratesi impotenti ed inadeguate ad intervenire e porre fine alle violenze.

Se i 31 uomini arrestati in questi giorni sono rappresentativi dei mille violentatori e molestatori – nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniani, quattro siriani, due tedeschi, uno iracheno, uno degli Stati Uniti – è del tutto evidente che si è trattato di maschi, nient’altro che di maschi che, organizzati in branco, si sono scatenati nella caccia alle donne, per afferrarle, dominarle, terrorizzarle, possederle in quanto preda. Maschi, solo maschi, che incarnano quella cultura della violenza e del dominio, della distruzione e dell’odio da cui molti di loro dicono di voler fuggire. Maschi, solo maschi, non importa la loro nazionalità di origine, la religione che professano, non importa come sono arrivati, se a piedi, nei barconi, in aereo o in treno, non importa se sono richiedenti asilo o uomini stranieri residenti, quello che conta è che sono giovani uomini che – come tanti ogni giorno nella nostra civilissima Europa – si sono sentiti autorizzati a terrorizzare donne considerate a loro disposizione, come alcune di loro hanno raccontato.

“Si sentivano onnipotenti e pensavano di poter fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada”. “ A un certo punto della notte ci siamo trovate circondate da una ventina di uomini. Ci hanno preso per le braccia cercando di separarci e di strapparci i vestiti. Poi hanno provato a toccarci tra le gambe e in altre parti. Alla fine ci hanno derubate di tutto quello che avevamo nelle nostre tasche”. “Cercavamo aiuto. Siamo corse verso le macchine della polizia e non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare la situazione”.

E’ una storia, questa, non nuova purtroppo e che appartiene agli uomini e alla loro cultura, che diventano feroci ovunque, se si uniscono, molti o pochi che siano. Ogni donna almeno una volta ha sperimentato la paura o quantomeno il disagio di trovarsi sola davanti a un gruppo di uomini. Sentimenti che un uomo non ha mai provato davanti a un gruppo di donne.

“L’intera piazza – ha raccontato una delle testimoni – era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio”.

E’ la “questione maschile” che mostra il suo volto globalizzato di uomini incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, che sia nelle piazze delle cosiddette “primavere arabe” dove violenze e stupri hanno accompagnato le manifestazioni, dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria all’Iran, o che sia nelle piazze tedesche dove le donne si erano riversate per festeggiare la fine dell’anno. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merker a condannare l’accaduto e a chiedere che i colpevoli vengano individuati e condannati per i ”ripugnanti” crimini commessi, tenendo separata la questione della violenza sul corpo delle donne da quella delle immigrazioni, dove si rende visibile – a Rosarno come a Colonia, al Cara di Mineo come al Centro di Sant’Anna di Crotone – che quando si parla di violenza e di stupri si parla sempre e solo di uomini e non di donne, anche loro straniere ed immigrate.

Non si usino le donne per giustificare, ieri le guerre – come in Afghanistan – oggi le violenze di Capodanno, il proprio odio verso gli stranieri e le straniere. A noi donne, ovunque nel mondo, non resta che continuare sulla nostra strada aperta da altre e non rinunciare mai ad arrabbiarci ed indignarci di fronte a uomini – stranieri o meno – che non vogliono e non sanno cambiare il loro rapporto con il loro corpo delle donne. A quanti di noi, donne e uomini, abbiamo la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, non resta che continuare a lavorare per quel cambio di civiltà delle relazioni tra i sessi affinché gli uomini non temano più la libertà femminile ma capiscano che questa può essere un’occasione anche per loro per liberarsi di quella cultura patriarcale da cui nasce la violenza maschile sul corpo delle donne.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud – 11.01.2016

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Centri antiviolenza: la Legge Regione Calabria n. 20-2007 viene elusa

Calabria, dove sono finiti i soldi per i centri antiviolenza?

Un appello perché la Regione applichi la legge ed eroghi i fondi promessi.

Su GIULIA giornaliste, Giovanna Pezzuoli qualche settimana fa riassumeva una delle condizioni mortificanti che la Regione Calabria non riesce a risparmiare al suo territorio e che riguarda i Centri antiviolenza. Da troppi anni con vari marchingegni, ben chiariti nell’articolo da Antonella Veltri, una delle colonne del Centro Roberta Lanzino di Cosenza, la Regione elude l’impegno dell’ottemperanza alla sua stessa Legge Regionale n. 20 del 2007.

La legge sancisce il diritto alla sicurezza, alla protezione e al sostegno (anche per la prole) per le donne che subiscono violenza “al fine di ripristinare la propria inviolabilità e di riconquistare la propria libertà”. Quei pochissimi centri che potrebbero funzionare sul territorio regionale (e il Centro Lanzino funzionava egregiamente dal 1988) si sono visti tagliare fondi e opportunità, senza dire della assoluta noncuranza delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa.

Le direttive europee in materia di contrasto alla violenza esercitata sulle donne raccomandano la presenza di un Centro antiviolenza ogni 10.000 persone e un Centro di accoglienza ogni 50.000. Pertanto in una città come Reggio dovrebbero esistere circa 20 + 4 centri.

In tutto il Paese al 2011 vi erano 54 Centri rifugio contro i 685 dell’Inghilterra.

È drammatica dunque la condizione di arretratezza in cui versa non solo la Calabria, ma l’intero territorio nazionale lontano dagli standard europei.

Ci siamo interessate assieme ad altre donne e Associazioni, con assemblee, comunicati stampa, istanze dirette, costituendo perfino ad hoc una Rete delle donne Calabresi, già dal settembre 2010 e di seguito …

https://udireggiocalabria.wordpress.com/2010/09/18/rende-la-casa-rifugio-del-centro-antiviolenza-r-lanzino-ha-chiuso/ 

Malgrado le promesse il muro di gomma è assoluto a tutt’oggi.

UDIrc

https://udireggiocalabria.wordpress.com/?s=lanzino

https://udireggiocalabria.wordpress.com/2010/10/12/importante-comunicato-stampa-delle-donne-calabresi-in-rete/

Su change.org manca solo qualche centinaio di firme al SOS lanciato dal Centro Roberta Lnzino, occorre affrettarsi:

PETIZIONE URGENTE DA FIRMARE / Violenza alle donne: la Regione Calabria ignora la legge

Roberta (foto Fondazione R. Lanzino)

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Auguri 2016 UDIrc

auguri_2016_udi

Buon Anno

UDIrc

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La donna, tutte le donne fuori dalla fabbrica della violenza

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La guerra non è la guerra, come entità separata nei fatti che accadono sulla terra, ma è un ingranaggio della enorme macchina distruttiva che noi della specie azioniamo sulla terra senza risparmiare nessuna cosa e nessun essere.

È una macchina che dura da migliaia di anni e ce la scambiamo di secolo in secolo, di generazione in generazione, ne sostituiamo i pezzi, la manteniamo pulita ed efficiente per distruggere tutto, soprattutto i sogni delle giovani generazioni.

È una macchina perché è una entità senza anima e senza cuore, senza pensiero, senza affetti, punta a distruggere il futuro, a far ritornare tutto ad un anno zero del dolore e della morte. All’annientamento. Non pensa e soprattutto non ama nessuna cosa o essere. L’hanno azionata sempre gli uomini in modo collettivo e la azionano tuttora. Qualche volta le donne, per lo più in modo individuale.
La macchina distruttiva non agisce solo tra schieramenti militari, ma si materializza diffusamente anche nelle relazioni ordinarie tra le persone compiendo un lavoro che ha un nome: violenza. La potenza che esprime va da un grado elementare che parte dall’insulto della parola, del gesto, che penalmente potrebbe essere nemmeno sanzionabile, ma c’è. Fino al grado massimo, di distruzione e autodistruzione collettiva.
Ma c’è un obiettivo costante verso cui la macchina millenaria della violenza dirige la sua potenza e compie il suo lavoro: le donne. Non necessariamente è un lavoro sanguinario. Va dal pagarle meno degli uomini sul lavoro, ostacolarle nella carriera, ostacolarne la maternità, assoggettarle socialmente e nel nucleo familiare. Non considerarle. Appropriarsene sessualmente, offenderle nel sesso e nell’etnia. La soluzione finale: sopprimerle se non si sottomettono e dopo l’abuso…

Il 25 Novembre, Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci invita sempre a riflettere. Ogni anno il fraseggio, gira gira, è scontato per le addette ai lavori e per chi è ben consapevole, ma non è così per moltissimi uomini (e donne) a cui una sola giornata di sensibilizzazione forse apporta e importa poco o nulla. E’ in ogni caso un rito necessario per mantenere alta l’attenzione. Ma non sufficiente.
Per tradizione (ignoranza-disinformazione) per molto tempo si è parlato di raptus e momenti di follia sui giornali, in televisione, persino nelle relazioni di psicologi e sociologi, anche donne. Si sosteneva con convinzione, in più settori culturali e sottoculturali, che si trattava di gelosie o turbe mentali dell’uomo o addirittura di inadempienze della donna.

Ancora perdura qualche formula del delitto passionale. Anche in un Convegno a Reggio, organizzato dalle Pari Opportunità nel 2012 in cui si mescolavano grossolanamente violenza sulle donne e violenza sui bambini, le donne relatrici più o meno sostenute da un noto criminologo parlavano di delitti passionali e patologie.
Oggi è un dato indiscutibile che all’origine della violenza sulle donne ci sia la disparità di potere instaurata storicamente e ufficialmente riconosciuta nella coppia. C’é la persistente gerarchia patriarcale dominante nelle società ricche e povere, con i relativi privilegi. C’è un clima di sopraffazione che soprattutto nei paesi più poveri non viene né ostacolato né conosciuto o denunciato, piuttosto occultato. Di conseguenza in una umanità dispari e a mentalità maschile dominante, sono a rischio sia il riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, non ancora pienamente metabolizzata dall’uomo, sia l’applicazione di sanzioni soprattutto nei paesi più poveri.

«Il femminicidio, compiuto spesso dopo stupri e tortura è all’ordine del giorno in Guatemala». Così dice sul manifesto Ana Cofiño, antropologa e femminista di lunga esperienza, fondatrice del mensile La Cuerda.

Ma richiamiamo anche altre violenze estreme che le donne subiscono in aree di guerra per stupro-etnico, in medioriente e Africa e altrove. Si sequestrano per torturarle, schiavizzarle sessualmente, se ne fa compravendita o si uccidono …

Decenni di studio da parte di Comunità internazionali e nazionali (la C. CEDAW adottata dall’ONU nel 1979, Convenzione di Istanbul, il testo NoMore promosso dall’UDI, realizzato e sottoscritto da più di una decina di Associazioni) basterebbero oggi per orientare gli amministratori sulle giuste misure da prendere e sulle strade da percorrere.

Non c’è quasi più niente da studiare. C’è da fare azioni concrete soprattutto nell’ambito dell’educazione, familiare e scolastica, educare al rispetto dei diritti umani e civili di ogni essere vivente e dell’ambiente. C’è da fare prevenzione e tutela nell’ambito delle Istituzioni investendo in cultura, Università, Osservatori, Eventi, Reti e Strutture antiviolenza.

Come è scritto nella Convenzione No More la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:
• nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
• nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
• nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
• nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ma non si dirà mai abbastanza quanto diverse realtà femminili attive, preziose, restino marginali e frammentate con poca forza d’urto nello stabilire strategie comuni e perfino poco amichevoli nel piccolo litigio delle precedenze e delle visibilità.

UDIrc

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mediterranea

novembre 2015 – pagine di lettura verso il Congresso dell’UDI

missili

PACE o GUERRA?

Art. 11 della Costituzione Italiana

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ministra della Difesa Roberta Pinotti – intervista del 5 novembre al Corriere della Sera

«Niente è stato ancora deciso su eventuali bombardamenti, ma i nostri militari sanno essere efficaci e rispondere con impegno alle differenti richieste operative».

Sul tema del momento: i droni. «Abbiamo chiesto di poterli armare perché questo è il futuro dell’arma aerea.”

Dal 3 al 6 novembre si è tenuta la Trident Juncture 2015 (TJ15), una delle più grandi esercitazioni Nato che ha coinvolto 36 mila uomini.

Hanno partecipato oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di 28 paesi alleati e 7 partner, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra, anzitutto cacciabombardieri a duplice capacità, convenzionale e nucleare.

I comandi NATO l’hanno definita come esercitazione della sua “più affidabile forza di risposta”, “ad altissima prontezza operativa”. All’evento sono state invitate le maggiori industrie belliche europee e statunitensi in qualità di osservatori “per trovare soluzioni tecnologiche che accelerino l’innovazione militare”. Su questo particolare aspetto manca una riflessione non solo sulle spese militari italiane ma anche sulla dipendenza tecnologica e militare dei nostri apparati, civili e militari. E sulla accettabilità di scelte che prevedono l’uso di droni armati già in operativi.

Venti di guerra – non solo ‘lontani’, ma molto, molto vicini. Sopra di noi

La partecipazione all’esercitazione TJ15 traccia anche il profilo geografico della Grande Nato, che dal nord Atlantico arriva alle montagne dell’Afghanistan e copre quindi tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche il nostro Mediterraneo.

I luoghi in Italia:

  • Poggio Renatico (in provincia di Ferrara, sede del Centro operativo del Sistema di Comando e controllo della Nato)
  • Le basi sede di forze aeree Decimomannu, Trapani, Pratica di Mare, Pisa, Amendola, Sigonella, Capo Teulada
  • Napoli, il Joint Command (800 militari)

Armi nucleari – in Italia

Sono in arrivo in Italia (a Aviano/Pordenone e a Ghedi Torre/Brescia) le nuove testate nucleari B 61-12 e sono già previsti adeguamenti logistici nelle due basi aeree US Air Force.

Armi nucleari – in Europa

Diversi ‘conteggi’ da fonti autorevoli riferiscono della presenza in Europa di 2340 testate Nato (Italia, Germania, Belgio, Olanda, Turchia) – nel conteggio sono comprese anche le armi francesi e britanniche.

(i dati utilizzati in questa nota sono tratti da articoli di Manlio Dinucci e Tommaso Di Francesco per ReteVoltaire e Il Manifesto)

Perché questa nota in MEDITERRANEA?

Non ci appassiona il conteggio dei soldatini, degli aereoplanini, delle navi, dei droni sempre più smart, non ci piacciono i videogame di guerra….

Ma è giusto fare il punto, anche coi numeri, di quello che succede sulle nostre teste, non solo e non più solo nelle sperdute lande afghane (come se lì donne, bambini e uomini non fossero ogni giorno sotto tiro da anni…)

Un interrogativo ci richiama tutte/i: perché non riusciamo a esprimere un grande movimento popolare per la pace e contro gli armamenti, come è stato anche nel recente passato in Italia?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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Steve McCurry, 'Aung San Suu Kyi and the flag' (1996), Rangoon, Burma

[Steve McCurry, ‘Aung San Suu Kyi and the flag’ (1996), Rangoon, Burma]

Ha vinto Aung San Suu Kyi, ha vinto la Birmania

9 novembre 2015 – da poche ore la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi ha annunciato la vittoria alle elezioni, con un risultato che supera il 70% di consensi.

Ha vinto la donna, la leader che da 25 anni si batte per il suo Paese, contro i militari, contro la frammentazione identitaria tra gruppi etnici, contro la corruzione. Non potrà essere Presidente, per una assurda norma della Costituzione che lo vieta perché i suoi figli hanno la cittadinanza britannica! Solo accettando di farli vivere all’estero li ha messi al sicuro nei lunghi e sanguinosi anni della sua detenzione prima e poi della lunga prigionia in casa.

Ma per il suo popolo, e per tanti nel mondo, è Lei la Presidente di Myanmar. E non lo è da oggi, con la vittoria schiacciante alle elezioni lo è da anni, rispettata e amata per la sua determinazione e il suo coraggio.

L’UDI in occasione di passaggi difficili della storia del suo Paese le ha rivolto messaggi di solidarietà e vicinanza – sappiamo che ha innanzi a sé anni difficili, forse anche più pericolosi e velenosi di quelli passati.

Oggi ci preme ribadire affetto, sostegno e vicinanza alla Presidente Aung San Suu Kyi.

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

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Rasha Ahmed Ryian_biglietto

Rasha Ahmed Ryian,

“Faccio questo con mente lucida, in difesa della Nazione, dei giovani e delle giovani. Non posso più sopportare quello che vedo”.

Pare sia questo il contenuto del biglietto che aveva nella borsa Rasha Ahmed Ryian, 23 anni, di Kalkiliya (città palestinese circondata dal Muro della segregazione).

Lo riferiscono fonti del ministro della difesa israeliano, da cui vengono le istruzioni per abbattere con armi da fuoco i nuovi (e tante nuove) palestinesi che si lanciano con il coltello sui soldati ai check point militarizzati e agli innumerevoli posti di controllo in tutta la Cisgiordania, nei territori che dovrebbero  essere di competenza e vigilanza dell’Autorità palestinese.

Un altro episodio simile, secondo le autorità israeliane e riportato in video sulla rete, descrive il gesto disperato di Halva Aliyan, 22 anni, che ha tentato di aggredire uno dei vigilantes che presidiano l’insediamento ebraico (illegale) di Betar Illit, alle porte di Gerusalemme.

La stampa di tutto il mondo parla da qualche settimana di “intifada dei coltelli” (ad oggi 73 vittime tra i palestinesi e 9 israeliani). Una analisi più realistica e dura della realtà dice che nessuno riesce/vuole riportare a un serio tavolo di trattative le parti in conflitto e che la combinazione occupazione militare/povertà/mancanza di prospettive colpisce i più deboli, i palestinesi, nelle forme della disperazione: il ‘protagonismo’ delle ragazze palestinesi rischia così di essere una manifestazione ulteriore, terribile e imputabile all’intera comunità internazionale, del fallimento, addirittura dell’incapacità di schierare almeno una forza di interposizione con compiti umanitari sotto le bandiere dell’ONU. Mentre a qualche centinaia di chilometri continua la mattanza di Daesh.

Le donne e le ragazze che stanno morendo (si stanno suicidando?) in terra di Palestina non si dichiarano ‘martiri’ – la loro solitudine non cerca nemmeno l’illusoria e terribile ‘consolazione’ della religione.

C’è qualcuno che le ascolta nei piccoli villaggi isolati fin dentro Gerusalemme?

Mediterranea UDI Catania – novembre 2015

a cura di Carla Pecis

 

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E’ Paola che ha liquidato l’egregio dott. MM

Il sessismo nei confronti della figura donna-lavoro è una piaga. Oltre che sui luoghi di lavoro è già in agguato nei colloqui per l’assunzione.

Alcuni tratti particolari sono rivelati dall’Indipendent sulla base di una ricerca della società londinese Thomas Mansfield Solicitors Limited. La società è di fatto un grande studio legale di specialisti nel diritto del lavoro per patrocinio, consulenza, mediazione per tutti i casi come licenziamenti senza giusta causa, discriminazioni, razzismo, molestie sessuali, bullismo, ecc.

Laureate di 20 università britanniche sono state interpellate se volessero condividere le cose più bizzarre e offensive richieste nell’approccio al lavoro.

Molte delle risposte dimostrano quanto il sessismo e le molestie siano vitali sui luoghi di lavoro. Julie Goodway, avvocata presso la società londinese di legali, dichiara all’Indipendent: “Purtroppo le esperienze delle intervistate non sono casi isolati. Ci viene spesso chiesto come rispondere a domande come queste”.

Dice anche come il semplice questionario di tale profilo costituisca molestia sessuale ed è improbabile che le stesse domande vengano poste ai candidati di sesso maschile.

Per esempio:

Come valuta l’eventualità di uscire con un dipendente dell’azienda?

Ha in mente di diventare mamma nei prossimi anni?

Potrebbe truccarsi di più nel caso in cui questo colloquio andasse a buon fine?

Sarebbe in grado di flirtare con i clienti per convincerli?

Soffre di sindrome premestruale?

Quella che segue è l’esperienza di Paola Filippini che ha voluto raccontare la sua esperienza sulla sua pagina fb. Il dottor MM umilia Paola come persona, ma soprattutto come donna e nello stesso istante tutte le donne in quanto donne e persone. L’umiliazione e l’insulto sono lanciati contro la mente e il corpo delle donne di qualsiasi latitudine. Non condividiamo alcune espressioni colorite di Paola, ma comprendiamo e sosteniamo la sua rabbia.

***

(Paola Filippini)

Premetto che ho contato fino a diecimila prima di scrivere queste parole. Ma non riesco a non dirle. E le scrivo qui, per una massima diffusione. Perché tutti devono sapere cosa accade al giorno d’oggi. Vi chiedo di prendervi un paio di minuti per leggere e condividere ciò che mi è successo, perché mi sento offesa e arrabbiata, e tutti, uomini e donne, devono sapere.
E’ SUCCESSO DI NUOVO, ED E’ ORA DI DIRE BASTA.
Questa mattina sono stata convocata per un colloquio di lavoro presso una nota agenzia immobiliare di Mestre che si occupa-anche-di affitti turistici. Sto cercando un lavoretto saltuario per arrotondare perché non sono ancora abbastanza brava e famosa per vivere di sola fotografia, quindi mi sono proposta come hostess per check-in per alloggi turistici, un lavoro che ho già fatto per tanti anni.
Lui, l’egregio Dott. M.M. si presenta all’appuntamento con 30 minuti di ritardo. Non fa niente. Ha una maglia verde lega, ma mi astengo da pregiudizi. Entro nell’agenzia, e dietro di me, sulla porta, un signore che parla poco l’italiano chiede di poter entrare a chiedere un’informazione. Lui, l’egregissimo M.M., lo secca con un “Torna dopo!”. Soppesando il suo grado di educazione e professionalità, lo seguo verso il suo ufficio.
Mi fa accomodare alla sua scrivania, ma non si presenta, non mi da la mano, non si scusa del ritardo, mi da del tu. Questa cosa mi da fastidio, ma anche qui passo oltre.
Prende un foglio prestampato. Questionario Informativo, c’è scritto. Inizia con le domande:
Lui: “la tua data di nascita?”
io:“1-12-87”
Lui:“e quanti anni hai?”
io: “28”
Lui:“dove vivi?”
io: “risiedo a Mestre”
Lui:“..mi serve l’indirizzo preciso”
io: “sono certa di averlo già scritto nel mio C.v.” sorrido educata.
Lui:“mi serve questa informazione di nuovo” (seccato)
io: “va bene, via ***”
Lui:“ok. Stato civile?”
io: “in che senso?” (oh no, sento già lo stomaco chiudersi)
Lui:“sei sposata? Convivi? Hai figli?”
Respiro “E’ necessario che io risponda a questa domanda?”
Lui:“si, è necessario” (si sta agitando)
io: “posso non rispondere”?
Tenetevi forte.
Lui: “Certo. Allora ti puoi anche accomodare fuori, per me il colloquio finisce qui”.
Prende il Questionario Informativo, lo strappa davanti alla mia faccia con fare da vero uomo duro. Si alza, mi apre la porta.
“Non capisco,” dico io “perchè mi sta congedando in questo modo”
Lui: “Perchè tu mi devi rispondere alle domande, e se non mi rispondi il colloquio non può proseguire”
Io: “Non può proseguire il mio colloquio se io non le descrivo la mia situazione famigliare?”
Lui: “esattamente.”
Io: “mi può fornire almeno una spiegazione?” (cerco di insistere)
Lui: “Devo sapere se sei sposata e se hai figli, perché questo determina la tua disponibilità lavorativa”
Io: “mi scusi Dottore, ritengo che la mia disponibilità lavorativa esuli dalla mia condizione privata. Se vuole sapere quanto e quando posso lavorare, mi può semplicemente chiedere qual’è la mia disponibilità oraria”
Lui, ormai furibondo:“Io chiedo quello che mi pare, e se non vuoi rispondere non posso darti il lavoro. Ora te ne puoi anche andare”.
1…2….3……Vabe dai, ormai è fatta. Parto con le mie:
“Posso dirle una cosa? E’ proprio per colpa di persone come lei che questo Paese sta andando a puttane. Perché se a una donna viene chiesto di dichiarare la sua situazione famigliare prima di chiederle quali sono le sue capacità, cosa sa fare e quali sono le sue aspettative lavorative, allora siamo proprio in un mondo di merda. Lei non sa che parlo perfettamente 3 lingue straniere, non sa che questo lavoro l’ho fatto per anni, che ho tanta esperienza e capacità. Lei non me lo ha chiesto. Mi tolga una curiosità, anche ai maschi chiede se hanno figli e se sono sposati quando fa loro un colloquio?”
Lui: “no, ai maschi non lo chiedo. Perché questo è un lavoro che ritengo debbano fare solo le donne”
Io (ormai balba): “Sul serio? Ma lei si sente quando parla?”
A questo punto prendo la porta, ma prima di andarmene gli porgo la mano per salutarlo, professionalmente. Ma lui “no, non ti do la mano”
io: “e perché?”
Lui: “Perchè non voglio darti la mano, buona giornata”.
Sorrido, arrivederci, me ne vado. Torno all’ingresso, e lì, mentre sto per uscire, con gran classe mi urla dalla sua scrivania “spero proprio che troverai un lavoro!!”

Mi fermo un momento davanti alla porta. Non rispondo, semplicemente perché non è mio costume urlare alla gente da un ufficio all’altro. Chi mi conosce sa quanto sono Signora. Esco, e faccio un profondo respiro. Ho detto un decimo delle cose che avrei potuto dirgli. Perchè in quei momenti ti senti così male e così offesa che il cervello rallenta per l’incredulità.
E allora: Caro piccolo uomo col maglione verde e il cazzo sicuramente minuscolo, nel tuo bellissimo ufficio hai incorniciato la foto di tua figlia, una graziosa ragazzina di circa 16 anni, che – per ironia della sorte – assomiglia tantissimo a me quando avevo la sua età. Prova a pensare, piccolo uomo con piccolo cervello e grande presunzione, quando un giorno non molto lontano, la tua piccola vergine figliola andrà a fare un colloquio di lavoro, ed incontrerà un piccolo uomo che le chiederà se è sposata, se ha figli, se convive, e che le sue risposte in merito alla sua situazione famigliare determineranno il suo successo lavorativo. Prova a pensare per un momento come può sentirsi una donna, quando le viene fatta una domanda del genere. E’ offensivo, è bruttissimo, è una VIOLENZA. Perchè non importa se hai studiato, se hai lavorato tanti anni, se hai fatto gavetta, se hai un bel C.v.. Importa se hai figli. Perché se li hai, è meglio che tu stia a casa ad allattarli.

Ho scritto questo fatto su facebook, e lo racconterò a tutti. Perché le donne devono sapere che non si devono mai abbassare a queste offese, e gli uomini devono sapere che esistono tanti uomini di merda a questo mondo. Proprio ieri ne parlavo con alcuni colleghi, fatalità oggi mi è successo, di nuovo. Ho perso la possibilità di un lavoro, ma non mi importa niente. Ho salvato la mia dignità, ho mantenuto la mia privacy. La condizione della donna al giorno d’oggi è ancora molto difficile.
Sappiatelo tutti.

Paola Filippini

fotografa

[fonte fb alla sua pagina]

***

Ecco alcune delle norme che il dott. MM straccia sui diritti del lavoro e della persona.

Articolo 3 / Costituzione

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 37 / Costituzione

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione …

art. 8 / Statuto dei Lavoratori

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Art. 2 / Direttiva europea n. 76/207/

1. Ai sensi delle seguenti disposizioni il principio di parità di trattamento implica l’assenza di qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, direttamente o indirettamente, in particolare mediante riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia.

Inoltre, il Testo Unico in materia di protezione dei dati personali garantisce il pieno diritto alla riservatezza.

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Ancora ci credo

Grazia Giurato

STORIA DI GRAZIA GIURATO – LA ROMPISCATOLE DI “ANCORA CI CREDO”

ARRIVARE a 75 anni e sentire dentro la necessità di “ricomporre” la propria vita, raccontandosi, è quello che è capitato alla siciliana Grazia Giurato, catanese di nascita, quando ha deciso – dopo averci rinunciato per anni – di scrivere il suo libro “Ancora ci credo” edito da La Tecnica della Scuola. Vita di una donna che ci consegna uno spaccato dell’irrompere del movimento delle donne negli anni Settanta e Ottanta in una Sicilia e in una Catania che, grazie alle donne, stava cambiando.

Grazia è una delle tante protagoniste del movimento femminile siciliano e il suo impegno politico lo ha portato avanti nell’ Udi, Unione donne italiane, passando per i partiti, Pci, Italia dei Valori, “Gli amici di Beppe Grillo”, spinta a un certo punto dal desiderio di cambiare la politica della sua città, stando dentro le istituzioni, restando fedele a se stessa ed esprimendo sempre “un dissenso ragionato”. Nata negli anni trenta (1936), Grazia ha vissuto il clima del regime fascista e la tragedia della guerra attraverso il padre, Placido, che dopo essersi iscritto al partito di Mussolini, perché il fratello maggiore era uno di quelli che a Catania nel partito “contavano”, parte per la guerra da dove – come tanti – non tornerà più.

Vive la sua infanzia ed adolescenza con la madre, Angela, “bella donna” dal “bel portamento”, una “brava sarta”, che fino alla fine della propria vita porterà il lutto per il marito morto. Una madre che Grazia nel suo libro racconta con amore e ammirazione e che – come tante della sua generazione – autorizzò la figlia a studiare e lavorare per essere autonoma dagli uomini. “Dovete studiare” ripeteva a lei e alla sorella Anna. E’ dall’autorizzazione materna, di donne che avrebbero voluto studiare, che scaturirà l’entrata in massa delle donne nella scuola negli Sessanta e Settanta fino al sorpasso femminile sugli uomini degli anni Novanta.

Ma se la madre la spinge sulla strada dell’emancipazione, che Grazia inaugurò quando nel 1956, dopo il diploma magistrale, entrò a lavorare in Banca, rompendo il pregiudizio che il lavoro fosse “degradante” per le donne, è zia Peppina, la donna “più intelligente” della famiglia, “perspicace, “curiosa”, che le trasmette “la voglia di sapere”, di informarsi, di leggere e di “ribellarsi” alle pretese di essere “come gli altri avevano deciso che fosse”.

Il nonno e la nonna avevano tentato di farla sposare ma zia Peppina non aveva voluto accettare quei matrimoni combinati. Rimase nubile, come la sorella Ciuzza, la più dimessa, la più remissiva”. L’impegno politico di Grazia è strettamente legato alla sua vita, alle sue scelte e alle sue esperienze di madre di tre figli maschi – Franz, Riccardo e Federico – e di donna, la cui consapevolezza la porta a sentirsi “parte di una nuova epoca”, segnata da quella rivoluzione simbolica che, prima di tutto nella consapevolezza femminile, stava capovolgendo il senso del nascere donna, non più una “disgrazia” ma una “fortuna”.

“Quando aspettavo il terzo figlio, ricordo che mio marito – un medico – mi diceva sempre “ma perché vuoi una bambina? Voi donne avete una vita difficile in questa società. Meglio un altro maschio. Io tenevo sul comodino la foto di una bella bambina”. E’ quando scopre l’Udi – da cui in seguito si allontanerà perché non le “piaceva la commistione con il partito (il Pci) ” – che Grazia entra da protagonista nelle tante manifestazioni dove “la cosa più carina che ci dicevano era che eravamo puttane. Ricordo i cortei per fare approvare le leggi che dormivano in Parlamento: il divorzio che divenne legge nel 1970, la legge sull’aborto nel 1978, e poi i referendum confermativi del 1974 e del 1981, la legge per il Nuovo Diritto di famiglia (1975), la raccolta firme per la legge contro la violenza sulle donne (1979), l’istituzione dei consultori. Mia sorella si vergognava che io partecipassi ai cortei andando in giro a dire “l’utero è mio” e per i miei tre figli ero la mamma che scendeva in piazza con il megafono e portava a casa le ragazze in difficoltà”.

Negli anni ‘93 – ’97 dalle piazze, dove stava e sta tutt’ora a suo agio, passa alle istituzioni come consigliera comunale, dove si sentiva “sempre più fuori posto e inadeguata”. Nel 2006 si candida alle elezioni regionali con Rita Borsellino per “realizzare la presenza delle donne nelle istituzioni” e nel 2008 a sindaca di Catania per “sfidare” i “sette candidati maschi, potenti e politici di professione”.

Una vita ricca ed intensa quella che Grazia racconta nel suo libro dove pubblico e privato si intrecciano e si incontrano nella passione e nella determinazione di lottare, oggi come ieri, dove crede “ci sia da lottare”. “Oggi a 75 anni il fatto che mi interessi ancora di tante cose, partecipi alle manifestazioni, protesti, mi indigni e inviti anche gli altri a farlo, ciò viene visto come una mia stranezza. Ma è così che voglio spendere gli anni che mi restano”, perché “Ancora ci credo”.

La storia di Grazia e delle donne a lei di riferimento è solo una parte di quella più grande e più ricca del femminismo catanese, dove il pensiero della differenza e la pratica della politica delle donne vivono nell’amore per la città in donne come Anna Di Salvo, Mirella Clausi e le altre e altri dell’associazione “La Città Felice” e della rete delle “Città Vicine”. Donne con cui condivido un lungo percorso politico e grazie alle quali ho conosciuto Grazia e il suo libro.

articolo di Franca Fortunato 

su Casablanca di settembre / 0ttobre 2015 qui in anteprima per la cortesia di Franca

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CASABLANCA SETTEMBRE – OTTOBRE 2015 n. 41

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