Lettera di Stefania

vanessa beecroft

(Corpi di donne – performance Vanessa Beecroft, Deitch Projects, NY 2009)

Nell’estate del 1999, per un’azione dell’UDI di Napoli e senza l’intervento dello IAP (Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria), fu fatta rimuovere una pubblicità affissa per promuovere Radio KissKiss che ritraeva una donna svestita con una radio in mezzo alle gambe. Si trattava di migliaia di manifesti formato 3×6. A chi accusava le promotrici di quell’azione di moralismo codino, furono spiegate le motivazioni: si trattava di un gesto politico contro immagini induttive di una cultura dello stupro che, a sua volta, implica la reificazione di corpi femminili inermi.

Altre pubblicità all’epoca, bastava scegliere, proponevano immagini di consumatrici gaudenti e totalmente sottomesse alle “esigenze familiari”. Si trattava degli “sterotipi di genere” complici della reazione attraverso il “braccio economico” alla messa in discussione, da parte delle donne, dei ruoli tradizionali. Era evidente, non solo per le femministe, ormai che il consumo e il potere politico erano in stretta relazione, e che il progetto di espansione della cosiddetta democrazia asessuata si sovrapponeva, o viceversa, al governo economico dei desideri. Le donne erano e sono, in questo schema di governo necessariamente le agenti di un consumo direzionato. Privarle, o rendere possibile che accada, della possibilità di accedere ad un reddito primario, fa parte del quadro programmatico di governo.

Un universo nel quale ovunque si accenda l’obiezione politica femminile si innesca una spropositata controffensiva non necessariamente violenta. Una reazione a volte di condiscendente aggiramento delle ragioni, a volte di proterva conferma di predominio maschile. Tant’è che in 15 anni mentre le azioni politiche delle donne, che l’Udi ha giustamente in parte significativa incarnato, si sono strutturate intorno alla teoria del femminicidio, le politiche economiche e governative hanno tenuto un contegno confermativo del patriarcato.

Il controllo sulla violenza espressa insita nella pubblicità e nella comunicazione in genere in questi anni è stata espressa unicamente dal movimento delle donne propriamente detto, tanto che cittadine e cittadini hanno preso a rivolgersi per esempio all’Udi per contrastare singole affissioni e campagne pubblicitarie.

Le pratiche si sono dovute adeguare alla crescente giusta intolleranza verso le immagini e le affermazioni più corrive, quindi individuare gli interlocutori istituzionali tenuti a far rispettare le norme europee in materia di messaggi pubblicitari.

La campagna delle Città Libere dalla pubblicità lesiva, il concorso Immagini Amiche, i protocolli stipulati in sede ministeriale con lo IAP, hanno segnato un riconoscimento della legittimità delle istanze politiche delle donne, ma solo apparentemente dei passi in avanti.

Cavilli di ordine burocratico e di competenza territoriale impedirebbero l’azione dei Comuni, ma in realtà costituiscono il pretesto delle amministrazioni nel compiacere imprenditori locali e grosse industrie “che danno lavoro” e sarebbero quindi al di sopra delle regole: cioè autorizzate ad un uso incrudelito delle immagini di donne e bambini.

Con l’avanzare della crisi il controllo femminile in ogni campo si mostra sempre più sgradito al potere, tanto che a partire dalla scomparsa del Ministero delle PP OO molte città hanno cancellato gli omologhi assessorati.

A seguito delle dichiarazioni e dei pochi provvedimenti pubblici contro il femminicidio, inteso nel suo reale senso di fenomenologia del controllo della libertà femminile, si può constatare che dopo brevi periodi di moderazione dei contenuti più evidentemente sessisti e violenti e proclamato riconoscimento dei diritti femminili, riemergono immutate e modernizzate le proposte di ruoli così detti tradizionali per le donne.

Il 2014 sembra essere l’anno della scomparsa del femminicidio omicidiario nelle cronache, ma anche della scomparsa dell’indignazione per la pedofilia e per gli stupri commessi sul suolo patrio. Va notata per esempio l’enfasi con la quale sono stati presentati i dati emersi da una statistica sulla “ammissibilità” delle pratiche sessuali sui minori: la maggioranza le tollera se non le approva. Se non altro per la risaputa estensione, e sommersione, del fenomeno, si tratta di fatto risaputo, eppure la notizia tiene banco quasi si volesse ritacitare lo sfruttamento di bambini e bambine, addossandone la responsabilità “al popolo”, elidendo ancora una volta la responsabilità pubblica nella produzione dei valori condivisi.

Quello che pare un banale episodio ovvero l’affissione di un manifesto poco differente da quello ritirato nel 2010, ritraente una modella nuda che stira i pantaloni di un maschio che attende in piedi e leggendo il giornale di poterli infilare, da una parte dimostra l’inefficacia non solo dello IAP, ma di tutti i protocolli stipulati per la tutela dalle immagini lesive della dignità femminile (nel sito dell’UDI si può leggere la vicenda del 2010, e si allega la lettera con la quale si denunciava la pubblicità).

Un movimento delle donne che condivise con gli uomini e con le maggiori rappresentanze della sinistra Italiana la propria indignazione verso un capo di governo, Berlusconi, dedito all’insulto verso le donne e implicato in affari che comprendono tra gli scambi anche quello di prestazioni sessuali a pagamento di minori, oggi sembra afasico di fronte alla prospettiva della sua riproposizione come negoziatore di riforme e progetti per lo sviluppo del Paese. Questo nonostante ratifica delle condanne per via giudiziaria.

Il silenzio delle donne, la loro muta ratifica della ragion di stato, solo in parte giustifica la riemersione di modelli opposti a quelli proposti dal femminismo, ma certamente lascia il segno del fallimento strategico di campagne politiche, anche quelle lanciate dall’UDI, private della loro radicalità originaria.

Oggi la riproposizione di un modello politico appartenente alla “classicità” del patriarcato offre un’infinità di argomenti che il movimento, ma anche l’UDI sembra non cogliere.

La lotta per la liberazione femminile è l’obiettivo per il quale reclamiamo il riconoscimento politico del movimento delle donne, ma il riconoscimento svuotato da quell’obiettivo è una contraddizione che va risolta. Il contrasto alla violenza culturale va sfilato da quei canali istituzionali che lo congelano e assorbono energie e risorse che andrebbero meglio usate.

Un primo passo che propongo è quello di chiedere la rescissione del protocollo tra IAP e governo denunciando nelle sedi istituzionali la connivenza complessiva dello stesso governo nella diffusione di immagini lesive ivi compreso l’infittimento dei rapporti con la persona Berlusconi a capo di un impero mediatico diffusore privilegiato di immagini lesive.

Stefania

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...