Loro mi cercano ancora

cop loro mi cercano ancora

“LORO MI CERCANO ANCORA” – MARIA STEFANELLI

LORO mi cercano ancora” è il titolo del libro – memoriale di Maria Stefanelli, vedova del boss della ‘ndrangheta Francesco Marando, oggi testimone di giustizia nel maxiprocesso denominato Minotauro, di cui in questi giorni si sta celebrando l’appello a Torino contro i presunti affiliati alla ‘ndrangheta radicatasi in Piemonte.

Dal 1998, anno in cui è entrata nel programma di protezione, gli uomini della famiglia del marito la cercano, per averli accusati di aver ucciso suo fratello e zio Antonino, per aver raccontato dei loro affari al Nord tra gli anni Settanta e Ottanta, e per averli fatti condannare. Vive in località protetta con la figlia. E’ a lei che si rivolge nel libro – scritto insieme alla giornalista Manuela Mareso del mensile “Narcomafie” – e le racconta, per la prima volta, tutta la sua storia.

“Attraverso le pagine di questa memoria – le scrive – hai saputo ciò che fino ad oggi non avevo trovato il coraggio di raccontarti. Potrai capire meglio quello che ho sofferto, ora che sei mamma anche tu (..). Come ho cercato in tutti i modi di proteggerti. La verità è che tu sei stata l’unico appoggio. In te ho trovato la forza di lottare, di vivere, sconfiggere il cancro”, di cui si è ammalata dopo essere diventata testimone di giustizia.

Le racconta della sua breve infanzia ad Oppido Mamertina, suo paese natio. Un’infanzia “povera” ma “felice”, che finisce nel 1974, quando i suoi genitori si traferiscono al Nord, in seguito all’incendio per ritorsione del forno della madre. Maria aveva solo nove anni. Le racconta la sua vita al Nord, fatta di “povertà”, di “botte” e “violenze” in famiglia, per mano dello zio Antonino, l’ “orco”, che per anni ha violentato lei e le sue sorelle, dopo averne sposata la madre, alla morte del padre.

Alla figlia racconta del matrimonio con suo padre, accettato solo per uscire da quella situazione familiare di degrado “morale”, divenuta insopportabile. Le parla del suo dolore di figlia per una madre che non ha saputo “difenderla”, “salvaguardarla”, “salvarla” perché “lei non era stata in grado di proteggere nemmeno se stessa”, come capì il giorno in cui , “sopraffatta dalla vita”, sua madre tentò il suicidio.

Col suo racconto Maria apre il sipario su quel mondo mafioso – patriarcale, dove le donne che si sottomettono all’obbedienza della legge del padre, negano libertà a se stesse e alle proprie figlie.“ Se subisci violenze stai zitta, perché vedi che è così anche per le altre (…). E se tua figlia subisce violenze, non la soccorrerai perché così è stato per te”, e chi “ ha avuto il coraggio di spezzare questa spirale ha pagato con la vita” e chi si sottomette si imbottisce di psicofarmaci e tranquillanti, per sopravvivere. No, non è questa la vita che Maria voleva per sua figlia. Lotta contro sua madre, contro la famiglia del marito, contro l’uomo che ha sposato e che la costringe a seguirlo da un carcere all’altro, ad andare da un avvocato all’altro, ad aiutarlo ad evadere, a coprirlo nella latitanza e seguirlo a Platì.

Anni di violenze, di botte e maltrattamenti, fino a perdere il figlio che portava in grembo. Maria, non si piega, resiste e grida la sua liberazione, la sua felicità il giorno in cui le portano la notizia dell’uccisione del marito. Balla, canta, non accetta di portare il lutto, di fare la “vedova” e, con grande scandalo, va via con sua figlia da quel paese, pronto a rendere omaggio alla salma del boss.

Il racconto di Maria, al di là dal voler “spiegare dall’interno che cos’è quel mondo. Le menti malate che lo abitano, i meccanismi che lo governano”, è un grande atto d’amore di una madre verso la figlia, che ha saputo difendere e salvare perché lei è stata capace di difendere e salvare se stessa, in nome del suo desiderio di libertà di donna, prima che di madre. Il libro è la testimonianza di una delle tante donne calabresi coraggiose, venute dopo di lei, divenute testimoni o collaboratrici di giustizia, che hanno dato inizio ad un’altra storia, che le loro figlie e figli porteranno avanti, nel nome della madre, come sta facendo Denise, la figlia di Lea Garofalo.

Maria Stefanelli con la sua storia dimostra come per una donna, consapevole che “la ‘ndrangheta non dimentica”, “loro mi cercano ancora”, l’amore per la libertà femminile può essere più forte della paura.

recensione di Franca Fortunato

“Loro mi cercano ancora” – Maria Stefanelli con Manuela Mareso – ed. Mondadori pgg. 201 –  € 17,00

Quotidiano del sud 16/05/2015

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[estratto]

… Il giorno precedente il rito funebre, mia suocera, mia madre e le mie cognate portano in casa le sedie per accogliere chi mi porgerà le condoglianze. Caccio via tutti, non intendo stare alle pagliacciate, grido. Accendo la radio, ho voglia di musica. Uno scandalo. Non riesco a trattenere l’euforia. Mia suocera si dispera: «Lo ammazza una seconda volta!». Mia madre la consola. Entrambe sanno quello che ho passato. ma ai loro occhi il mio comportamento è inaccettabile.

Quando sento parlare di lotta per l’emancipazione femminile e penso alle ragazze di ‘ndrangheta, mi viene in mente un documentario che vidi in televisione anni fa sull’infibulazione, una pratica di menomazione genitale cui le bambine di alcune regioni africane e asiatiche devono sottoporsi. Un antropologo analizzava la ripercussione nel tessuto sociale di questo tradimento perpetrato dalle madri nei confronti delle figlie: una pratica sadica, umiliante, pericolosa, che distrugge nell’inconscio il legame tra le donne. Una bambina che non si sente protetta dalla madre, mai potrà fidarsi di un’altra donna. Così è nelle famiglie ‘ndranghetiste. Prima di tuo padre, dei tuoi fratelli, di tuo marito, a sottometterti e a tradirti sono tua madre, le zie, le nonne. Sono le persone con cui dovresti essere complice a costringerti a indossare i panni dell’obbedienza e dell’abnegazione. Così hanno fatto loro, così deve essere per te.   

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