Archivi categoria: storia delle donne

Le Resistenti ieri e oggi / Bruna e Adele 70 anni dopo

DSCN3608_a

pieghevole esterno_J2+

 [locandina]

La Mostra Le Resistenti ieri e oggi, [di cui si era data ampia anticipazione], inaugurata a Reggio Calabria l’8 Marzo al Museo Archeologico Nazionale e alla Biblioteca Comunale “P. De Nava”, è rimasta aperta fino al 25 Aprile. Due date care all’Unione Donne in Italia e naturalmente a UDI RC, curatrice e organizzatrice.

Il progetto nasce da un’idea condivisa tra UDI Catania e UDI Reggio Calabria per la preparazione del 70° della nascita dei Gruppi di Difesa della Donna durante la Resistenza (’44) e il 70° dell’Unione Donne Italiane nata dalla fusione degli stessi Gruppi di Difesa a guerra appena finita (’45) e dei Comitati UDI territoriali. L’Unione Donne Italiane dal 2003 ha lievemente mutato l’acronimo in Unione Donne in Italia per includere tutte le donne indipendentemente dalla nazionalità.

Lo scambio di idee porta allo sviluppo e alla realizzazione in particolare di una graphic novel, Bruna e Adele 70 anni dopo, disegnata in 60 tavole per UDI da Reno Ammendolea, con la sceneggiatura di Marsia Modola del Coordinamento UDI Nazionale e responsabile di UDI Reggio Calabria. I disegni, o meglio la storia disegnata tenta di condensare una materia poco conosciuta, anzi “taciuta” o “negata” sulla resistenza di molte donne nella seconda guerra mondiale. Resistenza che fu collettiva e individuale, organizzata e non, ma vasta e capillare, a volte eroica. Senza l’infiltrazione nel territorio della presenza femminile per le operazioni di collegamento e logistiche, accuratamente dissimulate, i gruppi combattenti per la Liberazione sarebbero rimasti isolati, con difficoltà di rifornimenti e comunicazioni ed esposti a pericolo enormemente superiore. Molto spesso erano presenti i legami della famigliarità e dell’affettività: erano mariti, fidanzati, fratelli, padri, amici e amiche …

Il lavoro è dedicato soprattutto alla trasmissione della memoria per le giovani generazioni, coniugando i linguaggi attuali a loro più vicini, fumetto, cinema, comunicazione mediatica e social-net.

Ed è motivo di speranza, per una società migliore, il fatto che abbiano visitato la mostra diverse centinaia di ragazze e ragazzi, anche bambine e bambini delle ultime classi elementari, molto disponibili a recepire i contenuti, adattati alla loro psicologia e grado di comprensione. Anche un corso di grafica dell’Accademia di Belle Arti ha ritenuto di interesse una visita tecnica.

8_nonna_racconta_J26_ricerchina_radiolondr_JLa Mostra con alcune differenze nel titolo e nelle sezioni, ma con le stesse intenzionalità, era stata ospitata a Catania in ottobre / novembre scorsi, all’Archivio di Stato e al Museo Emilio Greco nel Palazzo Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini, a cura di UDI Catania.

La Direzione del Museo del Fumetto di Milano, contatta l’autrice e l’autore della graphic novel Bruna e Adele chiedendo di poterla esporre. Con nostro grande piacere le due mostre centrate sulla Resistenza delle donne aprono in contemporanea a Reggio Calabria e a Milano, e per lo stesso periodo: dall’8 Marzo al 25/26 Aprile.

Ne parla ovviamente il gemellato Museo del Fumetto della Fondazione Fossati di Milano, e poi l’Ansala Repubblica, L’Espresso, Il Giorno, La Stampa, SBAM!comics, il Corsera, Famiglia Cristiana, il TG3 Lombardia …

TV e stampa locale un po’ sonnacchiose.

Emozionante, proprio come a una prima, l’inaugurazione con lo scambio dei saluti in collegamento streaming Reggio-Milano e il momento musicale che le allieve del Conservatorio di Reggio aprono sulle note profonde eppure lievi della Sarabanda di Haendel.

Appena dopo l’inaugurazione della Mostra nel Comune di S. Alessio (317 abitanti!), organizzata dal presidente della Pro Loco, si celebra la giornata dell’8 Marzo con la presenza richiesta di tre rappresentanti dell’UDI. Si proietta il film 8 Marzo di Marisa Ombra e Tilde Capomazza, si tiene una tavola rotonda sulla Giornata Internazionale della Donna e si chiariscono le finalità della Mostra.

 

Gli eventi culturali al contorno della Mostra, molto curati da relatrici e relatori, hanno rivelato aspetti poco conosciuti e molto interessanti, come era nell’attesa.

Rocco Lentini e Nuccia Guerrisi, presidente e ricercatrice rispettivamente dell’Istituto Storico “Ugo Arcuri” di Cittanova, tracciano un nitido anche se sintetico profilo della Resistenza in Calabria e sulle figure femminili che vi hanno preso parte, tante ancora da studiare e ricostruire. La storiografia “ufficiale” per molto tempo rimase sull’assunto di Federico Chabod, storico autorevole, che da Napoli in giù non vi fu Resistenza. Nel corso degli anni è invece dimostrato dalla ricerca che il fermento della Resistenza come opposizione al nazifascismo “per alcune regioni meridionali, come Calabria e Sicilia inizia con largo anticipo rispetto al resto del paese…” (Lentini).

pieghevole int_T2_J

[calendario degli eventi]

Francesca Prestia, cantastorie, trascinante e originale interprete della cultura popolare, canta con l’anima dolorante la resistenza di Lea Garofalo, stroncata con ferocia e viltà dal padre di sua figlia, dal clan mafioso cui non voleva appartenere. Ma per tragico paradosso quella resistenza resta fortemente vincente come icona nella memoria civile.

Rosangela Pesenti, del Coordinamento Nazionale UDI, parla di un vocabolario energico cui pensare nel quotidiano dovendo annodare un filo alla Resistenza delle donne, diversamente la memoria, i diritti, le conquiste si affievoliscono. La resistenza per le donne è quotidiana. Oltre che individuale dev’essere collettiva, non frammentata, lontana da narcisismi e gelosie, diversamente non smuove.

Purtroppo non sono potute intervenire secondo calendario Anna Condò, reggina, testimone resistente e piccola staffetta all’epoca quando suo fratello Ruggero è catturato nell’eccidio della Benedicta e deportato in Germania, da dove non tornerà più. E Marisa Ombra, attuale vicepresidente dell’ANPI, staffetta partigiana operante nei Gruppi di Difesa della Donna, già dirigente UDI. Eventi, questi, programmati in collaborazione dall’ANPI, come per il 24 aprile la presentazione del libro di Maria Eisenstein – L’internata numero 6 a cura di Carlo Spartaco Capogreco, storico dell’Unical.

Le donne della Resistenza di Liliana Cavani è un classico che è d’obbligo presentare alle giovani generazioni. Man mano che passa il tempo è sempre più preziosa come testimonianza viva. Fa emozione sentire i racconti di quelle donne della Resistenza come in una macchina del tempo. All’epoca del filmato erano ancora più o meno giovani (1965), quasi tutte oggi ormai non sono più.

Bandite, documentario di Alessia Proietti ribadisce nella presentazione: “Le donne non furono, come la storiografia ufficiale ci riporta, solo assistenti dei partigiani, cuoche o infermiere, in molte furono guerrigliere, pronte ad imbracciare le armi per la liberazione di tutti e tutte. Non solo il recupero di una parte della memoria storica, spesso lasciata nell’oblio, ma anche una sua ri-contestualizzazione per l’analisi del presente e come esempio per il rinnovamento sociale e politico del futuro”.

Anna, Teresa e le resistenti, per la regia di Matteo Scarfò e sceneggiatura in comune con Giovanni Scarfò, padre, richiama almeno due maggiori punti di interesse storico. Il primo: la modalità dell’esecuzione di Teresa Talotta, di Cittanova, Gullace cognome del marito, che ispirò a Rossellini in Roma città aperta l’indimenticabile sora Pina/Anna Magnani. Il secondo: la battaglia sullo Zillastro tra un reparto regio di paracadutisti italiani in ritirata e una divisione canadese in avanzata. Il film si apre proprio con l’angosciato ripercorrere i luoghi da parte del figlio del soldato Joe, calabro-canadese, che allo Zillastro fu costretto ad uccidere i fratelli italiani. Magico interprete Nick Mancuso. Alla presentazione-dibattito, presenti i due autori, negli interventi viene sottolineato come la battaglia avvenne nella mattinata dell’otto settembre ’43, giorno dell’armistizio, 20 morti tra le due parti. Ma l’armistizio era già stato firmato il 3 settembre a Cassibile e, tergiversando, comunicato dall’EIAR solo a sera dell’otto, per la voce di Badoglio (ma più di un’ora dopo dell’annuncio dato da radio Algeri per opera degli anglo-americani). Sul piano dello Zillastro, poco sopra S. Cristina d’Aspromonte, i venti ragazzi erano già morti.

Lo spazio offerto al dibattito tra Associazioni mette in luce la necessità di resistenza continua. I centri antiviolenza in generale languono per il taglio dei fondi. A Cosenza da qualche anno si è dovuto chiudere la Casa rifugio R. Lanzino, a Reggio il Centro di accoglienza Margherita sopravvive per volontariato, ma non può accogliere.

La Responsabile UDIrc facendo il punto sottolinea che Il Consiglio d’Europa raccomanda un centro ogni 10.000 persone e un rifugio ogni 50.000. Dunque a Reggio dovrebbero esistere circa 20 centri e 4 rifugi.

In sede locale un forte rilievo viene posto sulla mozione del consigliere di minoranza Ripepi, pastore evangelico in missione politica, approvata in Comune sulla “famiglia naturale” che tanto ha fatto sorridere per l’ingenuità sociologica e indignare per l’imposizione di una sola visione della vita, quella confessionale.

Una visione laica democratica non impone ma offre e garantisce alternative multiculturali rispettando le linee della Carta Costituzionale, una visione confessionale “impone”, “vieta” secondo un pensiero esclusivo e indiscutibile, come in un vecchio collegio educante. D’altra parte un’alternativa “laica” non è certo obbligante per chi pratica una professione confessionale.

(R)esistenze – Il passaggio della staffetta è un documentario in un progetto multimediale di ricerche storiche di fonti orali della sociologa Laura Fantone insieme con la storica Giovanna Bernardini. L’astuzia, l’intelligenza, l’ironia, la tenacia, la paura … traspaiono nei racconti delle donne partigiane che si raccontano con una profondità e insieme semplicità che è raro cogliere. Dall’esperienza pur tragica e pericolosa della loro Resistenza emerge una specificità e singolarità che disegna qualcosa di molto diverso dalle consuete ufficiali narrazioni al maschile.    

La performance teatrale curata dal regista Gaetano Tramontana di SpazioTeatro con un gruppo di ragazze del Liceo Statale “T. Gulli” dà forma alla drammatizzazione e traduzione scenica di contenuti o fatti reali riportati nella raccolta di documenti estratti dall’Archivio Nazionale UDI (dichiarato Bene culturale), editi per il 50°, I Gruppi di Difesa della donna 1943-1945. Le allieve attrici nel gioco delle luci creano sequenze dinamiche tra i pannelli della mostra diventati quinte e il pubblico, in un micro happening d’effetto. Toccante la lettura della Lettera di una diciassettenne. Gaetano dà voce poi al celebre discorso di Ferruccio Parri che in Parlamento sancì e lodò i principi etici su cui le donne fondarono i Gruppi di Difesa della Donna e da cui ebbe vita l’UDI. Le allieve attrici ricevono una pergamena di riconoscimento da parte di UDIrc.

Le Resistenti del grande schermo, una estrapolazione miscellanea dal grande schermo con taglio critico originale e preparata ad hoc, del critico ed esperto di cinema Nicola Petrolino: La Ciociara, La ragazza di Bube, Roma Città aperta … Una lectio magistralis fatta di immagini e caratteri di donne diverse e “resistenze” a confronto.

Non ci è stato regalato niente, film di Eric Esser. Nel film, Anita “Laila” Malavasi e due sue compagne, Gina “Sonia” Moncigoli e Pierina “Iva” Bonilauri, raccontano della propria esperienza nella Resistenza e di cosa essa abbia significato per loro e per molte altre donne.
UDIrc ringrazia il regista tedesco Eric Esser per la gentile concessione del film, presentato in prima regionale.

Sabato 25 Aprile, festeggiamenti per il 70° della Liberazione con la cerimonia civile dell’ANPI e la ricorrenza della 32a Corrireggio indetta da Legambiente. A chiusura della giornata e della Mostra, alle 19 Concerto al Conservatorio cittadino.

Intanto a Milano la Mostra Donne Resistenti con le tavole della graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo viene prorogata fino al 3 maggio. Per la chiusura precedentemente prevista per il 26 aprile era stata invitata Rosangela Pesenti, del Coordinamento nazionale UDI, che per una momentanea indisposizione stagionale non può intervenire.

Un ringraziamento particolare a Luigi Bona, direttore di Spazio WAW-Museo del Fumetto di Milano e a Rossella Orofino PR dello Staff, che hanno creduto valido il lavoro.

locandina_donne_resistenti

[locandina del Museo del Fumetto di Milano]

Un grazie alle Allieve, al direttore del Conservatorio Franco Barillà, alla presidente Daniela De Blasio e Consigliera di Parità della Provincia, che hanno sostenuto il desiderio di aprire e concludere la Mostra con le atmosfere musicali. Alla Soprintendente per i Beni Archeologici per la Calabria Simonetta Bonomi che generosamente ha concesso la sala espositiva del prestigioso Museo Archeologico Nazionale ed è intervenuta per un saluto all’inaugurazione. Alla funzionaria  Maria Pia Mazzitelli responsabile della Biblioteca Comunale “P. De Nava” per aver accolto nostro materiale espositivo, permesso la ricerca storica ed esposto materiali dell’archivio bibliografico. 

E un ringraziamento a quanti e quante hanno voluto partecipare, all’ANPI cui è stato offerto spazio per i suoi eventi, alle docenti e ai docenti, alle donne dell’UDI che si sono prodigate per la buona riuscita della Mostra, capace di ottenere risonanza nazionale.

 

Gli altri segmenti della Mostra, pur compressa data la complessità e vastità della materia, erano costituiti da:

  • riproduzioni di documenti dell’Archivio Nazionale UDI, molto preziosi dal punto di vista storico e della sociologia dei movimenti politici: relazioni clandestine dalle fabbriche, dai comitati e “comitatini”, dai Gruppi di Difesa, dal CNL, comunicazioni alle famiglie dei/delle combattenti, liste di viveri, indumenti e altri fabbisogni, segnalazioni di spostamenti di truppe, disposizioni organizzative, stampati e giornali clandestini, come lo storico NOI DONNE di cui sono riprodotti i primi otto numeri, 600 mila copie al suo massimo di diffusione come rivista, poi la crisi e l’uscita dalle edicole ma sopravvive fino ad oggi …;

NOI DONNE_primi 8 numeri_pdf_page12_image9

Particolare alle pagine centrali 4 – 5. NOI DONNE, diventato quindicinale Organo dell’UDI – UNIONE DONNE ITALIANE, anno III n. 4 – 20 giugno 1946, Milano – una copia L. 10 di otto pagine

  • schede di figure di donne dei GDD e di partigiane che hanno imbracciato le armi, di religiose perfino che hanno partecipato alla Resistenza in diversi modi: producendo stampa clandestina, nascondendo nei loro conventi soldati “sbandati” e partigiani, facendo le staffette, raccogliendo vestiti, medicinali, viveri per le famiglie e per i gruppi combattenti. E’ proprio questo il comportamento delle donne organizzate in rete capillare nei Gruppi di Difesa della Donna. Donne di ogni appartenenza, dalle cattoliche alle comuniste, dalle intellettuali alle operaie, alle contadine … ma anche di molte altre che hanno offerto sostegno spontaneo individuale, che storiche e storici hanno definito come la più grande operazione di maternage di tutti i tempi;
  • manifesti con un libro disponibile, Donne manifeste – L’UDI dal 1944 al 2004 a cura di Marisa Ombra, testi di diverse autrici con ricca documentazione grafica;
  • una sezione di partigiane calabresi (di alcune figure ancora poco studiate si sa solo il nome);
  • una sezione di disegni di quattro note disegnatrici Giuliana Maldini, Elena Terrin, Mariagrazia Quaranta e Marilena Nardi che interpretano grandi donne partigiane. Ne hanno fatto dono alla Mostra di Reggio tramite il Museo del Fumetto di Milano. A loro un caloroso grazie;
  • la graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo, in 60 tavole a colori in mostra sul percorso dei pannelli dedicati. Tavole disponibili anche in opuscolo dal titolo omonimo.

All’ingresso della Mostra e in un angolo all’interno sono disposti alcuni oggetti d’epoca. All’ingresso una bicicletta maschile degli anni quaranta; all’interno una pesante macchina per scrivere tedesca Groma, nera; un abat-jour Tiffany; due lanterne, una Feuerhand 1926 a petrolio, una ad acetilene usata in ferrovia, in quegli anni, per controllare ruote e binari.
Evocano suggestioni e pensieri, atmosfere, luoghi, condizioni di vita: ‘40 – ‘45, gli anni della seconda guerra mondiale.

DSCN3672_aDSCN3798a

Gli uomini prima al fronte, Africa, Balcani, Russia… poi (dopo l’otto settembre) sbandati. Riarruolati forzatamente o rastrellati, deportati, fucilati come disertori, o sui monti, nelle foreste con le formazioni partigiane per la Liberazione del Paese. O nascosti, “imboscati”. Strumenti di comunicazione straordinari la bicicletta, la macchina per scrivere.

La bicicletta era vietata agli uomini. Le donne utilizzavano quella propria o di casa, magari maschile, lasciata da padri, mariti, fratelli. Anche 60 e più chilometri in un giorno (Firenze-Viareggio tutta una volata riferisce Walkiria Terradura) per portare stampa clandestina, ordini, informazioni, viveri, anche armi … La macchina serviva a preparare con la carta carbone dispacci, volantini, anche bozze di giornali che poi con grande rischio venivano stampati col ciclostile nelle postazioni segrete. E le lanterne, insieme pericolose e amiche, servivano nelle notti piene di ansia e di paura nei luoghi sperduti dove non poteva esservi luce elettrica o non si poteva tenere accesa.

Altra preziosa sezione alla Biblioteca Comunale, saletta Pietro De Nava“.

Sul ripiano tra le due alte vetrine sono allineate una serie di foto: donne scalze contadine seppelliscono un partigiano; una madre e i suoi quattro figli sfollano portando appena il necessario; una famiglia dopo la Liberazione ritorna nel luogo d’origine, tirando un carretto; donne sgombrano macerie, gli uomini stanno a guardare; donne vestite di bianco con bandiera bianca e la croce sanitaria internazionale, addette al trasporto dei feriti.

Nelle due vetrine verticali articoli di giornali d’epoca, elaborati con OCR e ingranditi per facilitarne la lettura accanto agli originali.

la funzione delle donne1944 il tempo rc_J

[Il Tempo – Note di Cronaca – Reggio Calabria, 20 agosto 1944]

Sul piano del massiccio tavolo che fu la scrivania di Pietro De Nava, sono disposti libri con didascalie, diversi rari o esauriti, il numero zero e il numero uno di effe storica rivista femminista degli anni settanta (diretta da Adele Cambrìa, vi collaborarono Dacia Maraini, Rossana Rossanda, Franca Pieroni Bortolotti, Elena Gianini Belotti, Grazia Francescato … ).
Cuore di donna di Carla Capponi; Diario partigiano di Ada Gobetti; La Resistenza senza armi di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone; Corpo a Corpo – Almanacco Bompiani a cura di Natalia Aspesi e Lietta Tornabuoni … altro.

La Mostra non a caso è stata inaugurata l’8 Marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna e conclusa il 25 Aprile, giornata della Liberazione dal nazifascismo. Due giornate fortemente simboliche per le donne: per la prima, la considerazione sociale acquisita non paragonabile a quella di solo pochi decenni fa e  i diritti conquistati. Motivo di festa, ma anche di sgomento per quanto ancora resta da raggiungere, considerando che vi sono vaste aree nel mondo dove la vita e i diritti di una donna possono valere quanto quelli di un oggetto da baratto.

.

Come già accennato, la vasta Resistenza delle donne (si stima 35.000 partigiane, 70.000 Gruppi di Difesa e non meno di 2 milioni di donne sul territorio) non è emersa nelle trattazioni storiche se non ad opera di pochi studiosi e soprattutto studiose, anzi è stato perfino impedito che emergesse nell’immediato della Liberazione. Si è parlato di resistenza “taciuta” e “negata” anche per alcune direttive interne ai movimenti partigiani (che le donne rimanessero preferibilmente poco visibili: a casa) e per il relativo criterio del riconoscimento e del grado, strettamente burocratico-militare, da parte delle Istituzioni. Accanto, in generale, al pregiudizio al maschile che le donne non ci sapessero fare, serpeggiò inconfessato l’altro: che quelle donne fuori casa, sui monti con altri uomini, chissà … ogni fidanzato, marito, fratello, padre ne poteva essere segretamente imbarazzato (in fondo tutti erano passati obbligatoriamente sotto il rullo compressore dell’educazione virile-guerresca di Stato …).

A tutt’oggi nei raduni e nelle celebrazioni partigiane l’immagine scenografica è prevalentemente unilaterale-maschile di retorica rituale. E di fatto la maggiore Associazione partigiana nazionale continua a nominarsi al maschile. La retorica della trasmissione della memoria mitizzata e come un format è forse una delle cause dell’affievolimento di essa.

Nel giorno della Liberazione le azioni di quelle donne vanno ricordate alla pari con quelle degli uomini, deve essere ormai chiaro: non è stato un supporto, un sostegno, hanno inciso sia nella storia delle donne che nella storia della Repubblica, malgrado gli ostracismi. Sarebbe bello oltre che doveroso: Associazione Nazionale Partigiani e Partigiane d’Italia

Anna Bravo, storica autorevole, ne parla in modo incisivo e approfondito. Sul versante della vasta azione di resistenza delle donne non visibile e non quantificabile, per dare una interpretazione storica corretta sul così detto maternage (nel senso di resistenza civile e non soltanto di impulso sentimentale), sul fare politica delle donne e sull’affievolimento della memoria annota:

“… Penso che in quei momenti fosse all’opera un codice materno che si potrebbe definire come la tendenza a un pensiero, a uno stile conoscitivo e sofisticato, che discerne, che gradua anche, che media, che sceglie non l’aut aut ma l’et et, che tenta di agire la politica in senso non specialistico, di proporre un modo di giudicare che vada al di là delle scelte dicotomiche. Ma quel codice era debole, era solo e perde e si perde perché non viene neanche avvertito come un modo di fare diversamente la politica, ma viene etichettato appunto come maternità nel senso più tradizionale: la mamma che tutto perdona, indulgente, la donna tutta sentimento, irrazionale, impolitica. Per cui, passata l’emergenza, è come se si dicesse: “adesso basta”; la madre che andava ad intromettersi nella sfera pubblica torna ad aver voce in capitolo solo nella domesticità. Tra l’altro, proprio negli anni del dopoguerra, sull’onda di teorie anglosassoni secondo le quali se i bambini non hanno la madre a tempo pieno diventano disturbati irrimediabilmente, si diffondono correnti ideologiche che spingono verso il ritorno a casa. Ci sono anche i fattori di politica interna, molto presto scoppia la contrapposizione contro le sinistre, la guerra fredda… E poi credo che abbia contato una mancanza di memoria storica: come noi nel ’68 abbiamo dimenticato le donne dell’Udi, della Resistenza, le donne nella Resistenza hanno dimenticato il femminismo di fine ’800 e primo ’900 e questo ha contribuito a far sì che quell’embrione di pensiero differente non fosse abbastanza valorizzato”.

E la violenza subita dalle donne nella vita sociale, ancora oggi, porta all’estensione del concetto di resistenza: dall’accezione specifica di guerra a quello di pratica civile permanente come opposizione a uno stato di fatto repressivo, umiliante, di negazione di diritti e della persona. Soprattutto negli ambienti insospettabili per definizione, come nella famiglia o nella cerchia famigliare o delle amicizie, entro cui con molta più frequenza avvengono le uccisioni di donne. E per restare nell’insospettabile, come nella “civilissima” Europa del Nord, ai primi posti in classifica per stupro.

UDIrc

.

Gli spazi espositivi

DSCN3692_aDSCN3720_aDSCN3647_aDSCN3666_aDSCN3675_aDSCN3661_aDSCN3816aDSCN3819aDSCN3821aDSCN3841aDSCN3846aDSCN3854aDSCN3864a

 

Le prime 12 tavole della graphic novel Bruna e Adele 70 anni dopo

1_sogno_J         2_caccia_adornu_J

3_risveglio_J           4_risveglio_colaz_J

5_in_treno_J           6_pranzo_nonna_J

7_biciclette_J         8_nonna_racconta_J

9_divieto_biciclette_J          10_ricerchinapc_J

11_altelefono_congatto_J           12_suore_mondovì_J

0_cop_brunaadele_J       61_numeri

1ª e 4ª di copertina della versione  in volumetto

 

Dai documenti dell’Archivio Nazionale UDI

n19_a_J    n27p1_a_J

n14p2_a_J     N97_a_J

Il CNLAI riconosce i Gruppi di Difesa come organizzazione aderente al CNL

Rivendicazioni in fabbrica / Comunicazioni del CNL ai Gruppi di Difesa

 

Dalle schede

giuseppina russo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

francesca rolla 1          francesca rolla 2

 

Manifesti dell’UDI (il primo dell’ottobre ’45)

manifesto udi 2_J         manifesto udi 3_J

 

La tessera UDI 2015 evocativa del 70°

tessera_UDI_2015_fronte_individuale_ripul_J

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Iniziative, storia delle donne

Settanta anni dei Gruppi di Difesa della Donna nella Resistenza

volume brunaadele

Bruna e Adele 70 anni dopo

Bruna e Adele 70 anni dopo è un lavoro pensato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna, nati nel novembre del 1943 come reazione e unione multiculturale e multipolitica in un momento gravissimo della Nazione contro il nazifascismo.

Racconta “Lina” Fibbi: … Giovanna Barcellona, Ada Gobetti, Lina Merlin, Rina Picolato ed io. Eravamo in cinque… Sono l’unica rimasta. Tutti vogliono sapere il giorno della fondazione dei “Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà”, ma io non ricordo se fu proprio il 13 novembre del 1943, non ricordo se nella casa c’era una stufa rossa, ricordo che ci siamo trovate in un appartamento di Milano, ma allora si era costretti a cambiare le case così spesso che è difficile ricordare… Quello che ricordo con certezza è che non ci incontrammo quel giorno per fondare i Gruppi, non sono cose che nascono in un giorno (il 13, il 15?) per decidere la responsabile (Rina Picolato), il nome definitivo, un documento che contenesse lo scopo e gli obiettivi di questa organizzazione” (fonte ANPI).

Assolutamente rivoluzionario e socialmente creativo il programma di azione nell’atto costitutivo dei GGD:

donne di ogni ceto sociale… di ogni fede religiosa, di ogni tendenza politica, donne senza partito si uniscono per il comune bisogno che ci sia pane, pace, libertà… organizzano nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nei villaggi la resistenza… con gli scioperi, con le fermate di lavoro, con le dimostrazioni di massa… raccolgono denaro, viveri, indumenti per i combattenti…

Entrano nelle formazioni partigiane, vengono riconosciute come parte del Comitato di Liberazione Nazionale, coprono ruoli clandestini pericolosi, arrivano molte anche ad impugnare le armi. Ma vi sono inoltre punti fondativi di civiltà sociale nei loro programmi, come affermare il valore della cultura nel desiderio della liberazione, nonostante le minacce della fame, del freddo, delle malattie, della morte, e rivendicare diritti di equità che riguardano la vita e il lavoro, validi come principi di giustizia non solo per le donne ma per l’individuo-persona:

 diritto al lavoro – non sia permesso di sottoporle a sforzi che pregiudichino la salute – proibizione del lavoro a catena – essere pagate con salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini – vacanze sufficienti e assistenza nel periodo che precede e segue il parto – partecipare all’istruzione – non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici ai lavori meno qualificati  possibilità di accedere a qualsiasi impiego, unico criterio di scelta il merito – partecipare alla vita sociale nei corpi elettivi locali e nazionali, l’organizzazione democratica … 

Emoziona tanta precisione e lungimiranza in questa elaborazione di pensiero che è insieme politico-sociale ed etico per il bene collettivo, non certo ad uso di questa o quella parte e non di obbedienza partitica. E’ la lotta particolare individuale e collettiva che innescò, successivamente, il movimento per i diritti e l’emancipazione in circostanze che produssero un cambio di costumi e di coscienza. E’ l’avvio di un proprio ruolo attivo nella storia. Una esigenza di base che coinvolgerà le donne di qualunque appartenenza politica e culturale. (  )

Organo di stampa clandestino dei GDD fu un ciclostilato: NOI DONNE, che apparve come primo numero nel giugno 1944 ad opera di un gruppo napoletano di donne. Si ispirava all’omonimo stampato NOI DONNE fondato nel ’37 da Xenia Silberberg e Teresa Noce esuli a Parigi.

NOI DONNE sarà poi per lungo tempo (fino al ’90) la rivista dell’UDI, arrivando fino 600 mila copie a numero con la distribuzione militante negli anni ’70. Oggi è diretta da Tiziana Bartolini.

A pochi mesi dalla fine della guerra, dai GDD nascerà l’UDI (allora Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia) con il proposito di continuare a contrastare tutto ciò che sul piano politico, sociale e culturale ha da sempre represso o ostacolato le donne, sia nelle forme storiche che in quelle attuali contemporanee. Ma anche col proposito di promuovere l’ingresso delle donne nella vita attiva sociale, politica e culturale e per il riconoscimento di diritti paritari che avrebbero portato “seri vantaggi sia alla famiglia che alla nazione” (Appello del 15 settembre 1944 del Comitato d’iniziativa diffuso sul numero speciale di «Noi donne» del 10 ottobre 1944).

Nell’ottobre del 1945, come risulta dai fascicoli 50-51 dell’Archivio storico UDI, il I° Congresso dell’UDI (Firenze, 20-23 ottobre, già 400 mila iscritte) approva l’art. n.1 della sua nascita: I gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà sorti nell’Italia settentrionale durante il periodo di occupazione tedesca nel novembre 1943, e l’Unione Donne Italiane, costituitasi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944, si fondono in una unica associazione: l’Unione Donne Italiane, con sede nazionale a Roma”.

Dunque nel 2015 appuntamento per il 70° della nascita dell’UDI.

11_altelefono_congatto_J

La forma espressiva adottata in Bruna e Adele non è di immediata catalogazione, avendo seguito diverse tracce per poter portare contenuti, oggi poco conosciuti o magari indigesti alle generazioni giovanili attuali per la tragedia a cui si annodano. Dunque una ibridazione tra diversi generi, soprattutto tra il fumetto e la graphic novel, di cui non segue i codici in modo ortodosso.

La linea narrativa si svolge sulle vicende quotidiane di una ragazza, Bruna di Reggio Calabria, e della sua amica Adele di Catania, digiune inizialmente di storia e consapevolezze al femminile. Bruna sceglie per gli esami una tesina sulla Resistenza delle donne e dei Gruppi di Difesa della Donna. Tutta la materia e i contenuti che riuscirà a ricercare passeranno in soggettiva attraverso l’uso che saprà fare del suo computer in real time, senza descrizioni, richiami o voci fuori campo.

L’aiuterà con qualche imbeccata la nonna che abita a Cuneo… non a caso. Bruna e Adele sono sulla buona strada per cominciare il loro percorso di donne consapevoli di sé e dell’eredità storica di cui oggi godono/godiamo.

Sono riportati alcuni avvenimenti e descritte alcune figure femminili della Resistenza con l’artificio narrativo che tutto restasse filtrato dalla psicologia della ragazza protagonista.

Un tentativo, speriamo, agile e leggero, di aprire varchi di interesse per l’argomento.

 31_arrivoamica_rc_J

L’appartenenza geografica delle ragazze Bruna e Adele ha due connotazioni iniziali: una, il lavoro è partito per una iniziativa delle UDI territoriali di Catania e Reggio Calabria, quindi circoscritta, ma aperta a chi avesse voluto parteciparvi per allargarne l’orizzonte… l’altra era ricordare alcune figure della Resistenza poco note, in particolare catanesi e reggine, come indicatore non tanto di una Resistenza meridionale, che fu  più carsica e di altro indirizzo rispetto al Nord, ma di una Resistenza dei meridionali.

Con l’obiettivo primario di trasmettere memoria civile alle giovani generazioni.

Si sarebbe potuto fare un lavoro più mirato e approfondito psicologicamente e come ricerche storiche… ma poi sarebbe diventato un libro di testo e forse poco attraente.

Marsia Modola, del Coordinamento nazionale UDI e responsabile di UDI Reggio C., ha curato la sceneggiatura e Reno Ammendolea (illustratore di libri e autore di vignette satiriche) ha curato la grafica.

Le sessanta tavole di Bruna e Adele 70 anni dopo sono in esposizione a Catania nel Museo Emilio Greco a cura di UDI Catania, a Palazzo Gravina Cruyllas, casa natale di Vincenzo Bellini che ospita anche un Museo Belliniano.

In contemporanea all’Archivio di Stato di Catania, fino al 27 novembre e sempre a cura di UDI Catania, è visitabile la mostra di documenti e materiale storico dell’Archivio di UDI nazionale e dell’Archivio di Stato per il 70° dei Gruppi di Difesa della Donna: “GDD. Questa storia è la nostra. L’UDI racconta la sua nascita nella Resistenza”.

Le mostre verranno allestite prossimamente anche a Reggio Calabria.

 UDIrc

***

La prefazione di

Rosangela Pesenti

del Coordinamento nazionale UDI

 

DONNE RESISTENTI

I libri di storia presenti nella scuola, soprattutto i manuali, parlano quasi sempre di guerre, elencano battaglie e trattati, manovre di governi e schieramenti di eserciti. Una storia di uomini che decidono, subiscono, accettano, uccidono, muoiono, si entusiasmano, si rassegnano, ma la guerra, ogni guerra, non si vive solo sui campi di battaglia, non è mai confinata ai giorni dei combattimenti, si vive anche nelle retrovie, nei territori attraversati, dove si forgiano le armi e si preparano cibo abiti e riparo per i combattenti.

Così erano le guerre del passato, guerre di uomini raccontate da uomini che nulla ci hanno detto delle donne.

Mancano nei racconti storici, insieme alle donne, i sentimenti degli uomini, le paure, i dubbi, le costrizioni, le necessità, tutto ciò che ognuna/o di noi percepisce come lo scorrere della vita.

Tutto cambia però con la seconda guerra mondiale, incuneata nel cuore del Novecento, dopo la prima, di cui è prosecuzione ed espansione, matrice delle successive, disseminate sul globo, fino ad oggi, con la complicità e connivenza anche dei paesi che si erano dichiarati solennemente “decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra”[1].

Sono guerre con l’aggettivo quelle successive: fredda, irregolare, convenzionale, chirurgica, perfino umanitaria ma, come per la seconda guerra mondiale, non c’è più campo né fronte, si combatte sulla terra la guerra che attraversa e devasta paesi, campagna, montagna e arrivano dal cielo le bombe che distruggono città, strade, ponti, linee ferroviarie, quelle bombe che resteranno a lungo conficcate dove i bambini le trovano giocando, a seminare morte e mutilazioni anche in tempo di pace .

22_ritorno_rc_J

La vita quotidiana è interamente coinvolta e le donne, che ne custodiscono la vivibilità, vi sono normalmente attive: nei lavori dei campi e in fabbrica, occupate in attività tradizionalmente maschili che spesso si aggiungono alle proprie, nella gestione dell’economia famigliare come nell’organizzazione di possibili rifugi, alla ricerca di cibo come di salvezza.

La guerra, annunciata come una passeggiata brevissima, diventa lunga, inviando ai tanti fronti dei paesi via via aggrediti dal nostro paese contingenti maschili di varie classi di età e caricando sulle spalle delle donne sempre maggiori responsabilità, fino alla data cruciale per l’Italia: l’8 settembre 1943.

Sono molte e diverse le guerre che precipitano sull’Italia da quel momento, con la fuga del re a Brindisi, l’armistizio con gli Alleati, annunciato per radio senza che l’esercito sia avvertito, l’immediata occupazione tedesca della penisola e la successiva istituzione dello Stato fantoccio denominato Repubblica di Salò.

Alla speranza per la fine della guerra succede immediatamente la consapevolezza che la guerra continua, ben più cruenta e devastante, su tutto il territorio della penisola.

L’esercito, rimasto senza ordini, si sbanda, i tedeschi da alleati sono diventati nemici e i soldati italiani cercano istintivamente salvezza da quella che poi diventerà deportazione di massa nei campi di concentramento tedeschi.

In quel momento le donne diventano fondamentali e sono il cuore della più grande operazione di travestimento e salvataggio della storia italiana, come ricorda Anna Bravo, “realizzata in ordine sparso e in spirito nonviolento: né armi, né scontri fisici, in loro vece la capacità di simulare, dissimulare, confondere le carte in tavola – le tattiche elettive per risparmiare sangue”[2]

Ogni soldato che bussa a una porta riceve soccorso, abiti, viene rifocillato, trova alloggio, viene nascosto, ottiene indicazioni, conforto, aiuto.

Un’attività che comincia spontaneamente e continuerà nei lunghi mesi fino al ’45 in forme via via più consapevoli, con scelte via via più rischiose, una strada che porta molte a diventare partigiane.

Dal salvataggio dei soldati italiani a quello di ebrei in fuga e di prigionieri alleati fino a tutte le azioni resistenti che si oppongono all’invasore e contemporaneamente tendono alla conservazione della vita quotidiana nelle, case, nei campi, nelle città.

Non c’è solo il rifiuto della guerra e una coraggiosa solidarietà umana, ma il crescente disgusto per il fascismo di cui si vedono e si patiscono, insieme alle azioni criminali nei confronti degli oppositori, l’arroganza dei gesti in mille occasioni.

Si colloca in questa situazione la nascita dei Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Combattenti della Libertà nel novembre del 1943.

18 _roma_udi_J

Il documento costitutivo mette in primo piano il peso insopportabile dell’occupazione tedesca e fascista indicando tutte le possibili azioni di lotta, ma sono di pari importanza le richieste avanzate sul piano del diritto al lavoro e a quella parità giuridica che le donne italiane non avevano avuto dall’unità d’Italia.

Si può dire che i GDD sono la prima organizzazione di lotta nonviolenta, la cui azione contribuisce a diffondere quel tessuto di resistenza civile che, riconosciuto con ritardo dalla storiografia, oggi viene considerato parte di quell’impasto dentro cui lievita e cresce la Resistenza armata, la lotta di liberazione italiana.

Nei venti mesi di occupazione la Resistenza delle donne si rende visibile in mille forme, con una presenza determinante non solo sul piano delle azioni, ma anche per la diffusione di sentimenti, atteggiamenti, di quella rivolta morale fatta di coraggio quotidiano che costituisce l’humus emotivo favorevole alla Resistenza e sempre più avverso al nazifascismo.

Una stagione fatta di rischi, di scelte difficili, ma proprio per questo anche di straordinaria libertà, come raccontano le tante donne che hanno cambiato le proprie abitudini, la propria vita e per la prima volta hanno fatto riferimento a decisioni che nascevano solo dalla propria coscienza.

Tantissime le ragazze, come nella Resistenza maschile, che escono dall’angustia delle tradizionali subalternità familiari e sociali per affermare la volontà di liberare l’Italia dalla guerra e dal nazifascismo attuando con questo gesto un passo fondamentale per la propria liberazione.

Per gli uomini, inquadrati nell’esercito, sbandati, richiamati, imprigionati, la scelta è d’obbligo, ma per le donne è diverso, potrebbero restare a casa, ritirarsi nelle pratiche di sopravvivenza personale e famigliare, continuare ad aderire a quello stereotipo nel quale sono state plasmate con l’educazione e invece moltissime fanno una scelta e i loro gesti, le loro gesta, ben più delle parole che molte non possiedono e dalle quali sono tradite nel racconto, segnano una visibilità inedita, esprimono idee, convinzioni, personalità che vanno ben oltre le immagini tradizionali a cui più tardi si vorranno ridurre.

57_testomostracat_1_J

E dopo, che cosa accade nel dopoguerra?

Le inedite figure femminili, che si sono rese visibili sulla scena della grande storia senza nemmeno sapere di essersi idealmente ricollegate alla cancellata tradizione delle attiviste risorgimentali e poi femministe, non trovano spazio in un’Italia interessata a rinvigorire la nascente repubblica con nuovi miti di una Resistenza eroica solo maschile e armata e ruoli femminili ricondotti al laborioso silenzio della casa.

La delusione è di molte: un sentimento diffuso e spesso muto, lo stesso che esprime bene la protagonista del romanzo di Alba de Céspedes[3] quando si chiede se allora quelle che ha portato nella borsa della spesa fossero in realtà bombe false, che i volantini per i quali rischiava la vita fossero pieni di parole insignificanti, mentre ascolta in silenzio i progetti dei suoi compagni di lotta che ormai la escludono.

La scelta di fondare l’Udi, unificando l’esperienza politica e organizzativa dei GDD sviluppatasi al nord con quella vissuta nell’Italia liberata del sud, rappresenta, nel 1945, una discontinuità importante e un’aspirazione alla piena cittadinanza che, se ancora non ha trovato le parole per esprimersi appieno, vive nella tensione ideale e nell’impegno pratico di migliaia e migliaia di donne a cui dobbiamo la ricostruzione del tessuto sociale del dopoguerra e l’attenzione per i diritti di tutte e tutti, a cominciare dall’infanzia.

In quella storia più generazioni di donne hanno trovato alimento per il proprio desiderio di libertà chiedendo un’emancipazione che metteva via via in discussione gli assetti tradizionali della cittadinanza fondata sulla presunzione di neutralità del diritto maschile.

Il passaggio dalla soggezione giuridica, ma anche economica, sociale, psicologica, alla soggettività, alla capacità di riconoscersi libere e quindi responsabili della propria vita, rappresenta probabilmente la rivoluzione più importante del Novecento, certo quella segna e modifica le relazioni umane, tra i generi prima di tutto ma poi anche tra le generazioni.

Una storia di cui leggiamo i movimenti nella nostra stessa vita e di cui cominciamo a riconoscere gli snodi che hanno aperto inedite strade alla pienezza dell’esistenza femminile.

Uno di questi snodi fondamentali è certamente in Italia la Resistenza femminile e, nel dopoguerra, l’originale esperienza dell’Udi.

Una storia che ancora ci parla, a settant’anni di distanza, con la voce delle ragazze di allora, una storia che chiede le nostre domande per illuminare quel passato senza il quale le strade del futuro diventano più oscure.

[1] Cfr.: Carta delle Nazioni Unite, S. Francisco (U.S.A.), 26 giugno 1945

[2] Anna Bravo, La conta dei salvati, Laterza, 2013, p. 96

[3] Alba de Céspedes, Dalla parte di lei, 1949, Arnoldo Mondadori Editore, Milano

***

Disegni tratti da Bruna e Adele 70 anni dopo, graphic novel realizzata per UDIrc

recensione NOI DONNE

Lascia un commento

Archiviato in storia delle donne

Maria Cumani e Salvatore Quasimodo un triste copione

Maria Cumani

MARIA CUMANI – LA DANZATRICE CHE RENDEVA VISIVA LA MUSICA

Maria Cumani nasce a Milano il 20 maggio 1908 da una famiglia dell’alta borghesia milanese. Incontra Quasimodo nel 1936 in casa di Raffaello Giolli, suo professore di storia dell’arte. Lui aveva 35 anni e lei 28.

Quella sera – scrive nel suo Diario – raccontava la sua situazione familiare ( separato, aveva avuto una figlia, Orietta, da una relazione extraconiugale e aveva chiuso la sua relazione con Sibilla Aleramo). L’andava raccontando con quel suo accento distaccato e ironico senza alcuna partecipazione sentimentale. Maria a 28 anni ha il suo sogno d’amore. Vuole innamorarsi.

Lui fisicamente non le piace.

Devo dire che non persi la testa. La mente incominciò a volere ciò che il cuore e il fisico ancora non accettavano. Il cuore voleva amare e i sensi avrebbero voluto essere travolti. Mi affascinò con le sue parole, il suo modo di esprimersi.. Dopo di allora praticamente non ci lasciammo più.

Attraversava un difficile momento sentimentale. Aveva avuto solo amori platonici, tutti contrariati e impossibili, sempre bruscamente interrotti.

La mia famiglia sarebbe stata ferita, violentemente, se io avessi scelto la danza come professione e Quasimodo come compagno.

Il padre interruppe i rapporti con lei dopo aver scoperto la sua relazione. Li ristabilirà dopo averla incontrata casualmente con il figlio Alessandro. Maria pensa che l’amore per lui la renderà forte e sicura.

Ho messo nelle tue mani, intelligenti e buone, tutto, tutto di me oggi e tutto di me domani, i giorni che verranno e i giorni che sono stati, prima anche. Non più sola ora! Noi ci amiamo, che cosa dunque potrebbe dividerci?

Che cosa potrà dividerli? L’infedeltà di lui. Lui la tradì sempre. Lei gli rimase fedele. A distanza di 7 anni dall’inizio della sua relazione, lei scrive:

Io voglio salvarmi… Io voglio vincere. Voglio essere libera delle mie azioni – Perché pensare a ciò che diranno gli altri? Dare un senso alla mia vita… Diventare una donna. Una vera donna… dovrò essere una vera madre anche, ma non soltanto madre. 

Nel 1939 diventa una “ragazza” madre. Nasce suo figlio Alessandro, il figlio che la riscatterà di tutte le umiliazioni che riceverà da Quasimodo. Il figlio che, dopo la sua morte, diventerà custode della sua memoria.

Questo figlio è stato una grande fortuna perché fin da piccolo è riuscito ad incantare chiunque. Grazie a lui sono riuscita a salvare quei rapporti sociali che la mia situazione familiare aveva reso molto difficili.

Maria si sente sola. Quasimodo con i suoi tradimenti le infligge continue umiliazioni. Dopo il più grave, consumato con una sua amica nel 1946, Maria prende atto di una rottura insanabile. Dopo pochi mesi la crisi tra i due si aggrava. Sarà indotta da lui ad abortire.

Egli è soltanto infastidito, seccato. Non lo sento soffrire con me e superare con me questo dolore… Fui spinta con durezza, fui spinta a quel gesto da lui. Da lui che dice di amarmi sopra tutte le donne da lui piegate a soffocare il suo germe. Io non volevo !

Sarà indotta ad abortire altre 4 volte. Per Maria segue un periodo spaventoso. E’ terrorizzata persino dalle finestre aperte che la invitano a precipitarsi nel vuoto.

Mi abituerò a camminare io un giorno? E quale sarà il mio cammino? Non mi sono ancora e mai impegnata a fondo. 

Tutti i miei talenti sono ancora sotto terra, o forse soltanto uno ho osato con me e cercare di averne frutto. Due forse. Come madre e come amante? E come danzatrice no? 

Sente che l’amore per il marito e per il figlio non le basta. Ha bisogno di esprimere se stessa, creare, danzare.

Ho bisogno di creare per dare una ragione alla mia vita. Quante cose ho dovuto dimenticare, distruggere per raggiungere lui. Egli mi ama e io lo amo. Ma la mia vita ha bisogno di realizzarsi nell’amore. Io devo danzare e anche scrivere per trovare una mia voce. Io so di non avere ancora una mia voce, ma sento che devo trovarla. E che non più le vicende avverse mi allontanino dalla danza che è la mia vita e mi salverà e mi contenterà di tutto. Lo amo più di me stessa ( il figlio), sì questo posso dire, ma non mi ha salvata da me neppure lui. Egli (Quasimodo) non lo crede, ma io sarei andata molto lontano se pur amandomi mi avesse lasciata libera e sola. Ora sono una povera donna stanca e non so più amare nulla della vita. (1940)

Erano gli anni della guerra, quando scriveva queste parole. Guerra di cui lei sentiva profondamente l’atrocità. E anche nell’orrore voleva Primum vivere.  Certo è vergogna oggi pensare a come trascorrere l’estate quando.. si muore nelle città. Ma non è appunto per ciò? Perché ancora si combatte? Ed io perché ne soffro e non partecipo, non vivo né alcun modo dentro alla guerra. Sono spettatrice per ora almeno. Aspetto il mio giorno. Mi preparo a danzare, mi preparo a dire. Ed intanto fugge irreparabile il tempo. Sono fuori dal mondo e soffro il dolore del mondo. Terribile è questa guerra! Atroce, al di là d’ogni capacità di sentire in sé  il disumano e l’atroce. Si sposano nel 1948 dopo la morte della prima moglie di Quasimodo, Bice Donetti.

Quando ho accettato di sposarlo, sapevo di far soffrire la mia famiglia, ma ero convinta che l’amore sarebbe arrivato solo con l’uomo che aveva incuriosito il mio intelletto fin dall’inizio. Lui le disse: Ti darò il mio nome, sposandoti, ma quando uscirò la sera non chiedermi dove vado. 

Nel 1949 Maria Cumani scrive della sua “terza vita”. La prima fu quella dell’amore trasgressivo. La seconda, senza più l’amore del compagno, l’amore per il figlio e il teatro: danza, prosa, danza. La terza vita mia è quella che sto più che vivendo subendo… Ho l’inverno nel cuore. Quanti anni sono volati via con pene e gioie (poche e dolori tanti).

Maria Cumani è innanzitutto una danzatrice. Passione che coltivò per tutta la vita.

In qualsiasi posto si trovava – ricorda il figlio Alessandro – danzava. Mi sento sempre nel vento – diceva lei.

Quando incontrò Quasimodo andava a scuola di danza da Jia Ruskaja, danzatrice, coreografa e fondatrice della Regia Scuola di danza annessa all’Accademia di arte drammatica di Roma. La Ruskaja nel 1948 fondò l’Accademia Nazionale di danza.

Maria aveva frequentato la Libera Accademia fondata dal suo professore di storia dell’ arte. Questi, in seguito alle leggi razziali, verrà deportato in un campo di sterminio e non tornerà più. Maria non è stata una ballerina, ma una danzatrice, che creava. Sua maestra ideale fu Isadora Duncan che, prima fra tutte, volle “danzare la sua anima”, cioè i sentimenti che una data musica suscitava in lei. Rivoluzionò la danza. La prima idea della danza le venne dal ritmo delle onde.

Isadora Duncan – scrive Maria nel suo diario – risuscitò la danza greca, la gravità nobilissima dei suoi ritmi, l’austerità dei suoi movimenti. Prima fra tutte con le sue composizioni libere e plastiche volle “far danzare la sua anima” e volle liberare i ritmi naturali del corpo. Che cos’è la danza per Maria? Danzare è un modo di cantare invece che con la voce, con tutto il nostro corpo. Come il canto, la danza può esprimere ogni sentimento del cuore. Io non ho fatto danza classica, ma danza da concerto. Sceglievo una musica che mi ispirava e poi provavo a muovermi dentro questa musica. Non ho mai avuto registi, mi sono sempre creata da sola le mie danze, fino a quando mi si disse che < rendevo visiva la musica >. Poi feci una cosa inedita con Quasimodo, danzai le sue poesie. Cominciai nel 1952 e finì nel ’54 con una danza su poesie recitate per la fesa dell’Unità.

Per quelle danze alla festa dell’Unità, a cui partecipò dal 1945 in poi, viene licenziata in quanto “progressista”, dall’Accademia Filodrammatica di Milano, dove insegnava danza e dove studiava il figlio Alessandro. Nel 1957 apre una sua Accademia di ballo Vorrei che la danza fosse accessibile a molti… Pochi sanno quale gioia intima dia la danza.

La danza è la sua vita.  A volte l’ispirazione si bloccava, non componevo più nuove danze. In molti mi chiedevano: “Perché non smetti con la danza?”. Ma non potevo, faceva parte della mia vita.

Maria è stata un’artista a tutto tondo. Danzatrice, coreografa, attrice di prosa, partecipò a numerosi film: I Sovversivi dei fratelli Taviani, Giulietta degli spiriti di Fellini, la Medea di Pasolini, Galileo diLiliana Cavani, Atti degli apostoli diRossellini, Teresa di Dino Risi, Caligola di Tinto Brass, Aquero di Elisabetta Valgiusti.  Fu poetessa. Quando incontrò Quasimodo si tormentava per non essere capace di scrivere. Ispirò e aiutò, modificandoli, danzandoli, i versi di lui, ma non scrisse niente di suo.

Quelle poesie ( di Quasimodo) hanno nutrito per anni il mio tormento affettivo, fino alla decisione drastica di toglierle dal comodino. Quella volta ho scelto di vivere. Devo imparare il duro lavoro dello scrivere. Prima del ’59 non avrei mai pensato di poter scrivere un verso. Poi lo choc del suo infarto a Mosca. E una notte ho sentito la voglia di scendere dal letto e annotare dei versi. S’è aperta una vena strana che è durata quattro anni. Forse quando si è feriti duramente… quando si soffre…

Che cosa era successo?  Già nella poesia di Quasimodo “Improvviso un vento”, Maria aveva capito che il marito parlava di un’altra donna. E quando fu colpito da infarto nel 1958 a Mosca, non le permise di raggiungerlo. Lo raggiunse l’altra donna con cui aveva una relazione. Maria affretta la decisione della separazione quando lui vince il Nobel per la poesia e a Stoccolma si porta la sua ultima amante.  Moltiplicava i suoi amori per soffocare la paura di invecchiare… Lui era debole, aveva come una voglia di riscattare una giovinezza amara. Si sentiva frodato dalla vita, poco amato e cercava l’amore… Voleva essere amato da tutti. Si è sentita tradita- racconta il figlio- più che in qualsiasi altro momento. Lo aveva aiutato a sopravvivere durante la guerra dando lezioni, aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora sposato, aveva passato le notti accanto a lui. 

Lei dice: Ero troppo giovane, ero troppo esasperata. Mi dissero: aspetta che torni dal Nobel, si sente gli occhi del mondo addosso. Io chiesi invece la separazione legale e per lui, fu un’offesa mortale. La chiesi da donna del Nord, e per lui, uomo del Sud, non era concepibile. Lui commentò: Ma che figura ci faccio? Io, abbandonato da una donna. 

Scrive nel suo diario: La sua infanzia, ma soprattutto la sua adolescenza e prima giovinezza, si erano formate in ambienti in cui non si reputa infedeltà verso l’amata quella dell’uomo, ma soltanto quella della donna.

Se fosse stato un uomo del Nord, cresciuto in un ambiente del Nord, sarebbe stata la stessa cosa. Quasimodo incarnava l’uomo nato e cresciuto dentro il patriarcato, dentro una cultura e un ordine sociale con doppia morale, costruita sugli interessi degli maschi a danno delle donne. Una cultura, durata millenni, e che va ben oltre il Sud.

Maria è ancora giovane e bella, quando si separa. A lei viene affidato il figlio, ancora minorenne. Si interroga, si sente distrutta. Vuole reagire, studiare, lavorare, creare, danzare. E’ una donna ferita.

Quando si è colpiti in molti modi nell’affetto e amore, e offese e umiliazioni sono il vostro pane quotidiano, per resistere vi forzate a non vedere fino in fondo, a volgere altrove lo sguardo, a distrarsi, a non sentire, a desensibilizzarsi. Quando questo esercizio dura per anni vi inaridisce… Poi tutto diventa relativo ed allora non vi impegnate più come prima, siete stanche e fisicamente non reggete più… E vi abbandonate all’inerzia… Io devo agire, reagire, impegnarmi, studiare, lavorare, creare danza e coreografie, devo riconquistare buona salute, scossa dalle ferite morali dagli choc emotivi… Riparerò il tempo perduto. 

Riparare il tempo perduto, è quello che farà, una volta tornata a Milano (1965) dove continuerà a scrivere poesie, a danzare, a fare l’attrice, la coreografa, a leggere le sue amate scrittrici come Virginia Woolf, Emily Dickinson, le sue amiche poetesse, Alda Merini e Anna Maria Ortensia e la sua amata Katherine Mansfield, il cui diario l’accompagnò per tutta la vita.

Penso a Caterina Mansfield. La sua vita di dolore, le sue sofferenze fisiche, tutto essa ha trasformato in gioia, veramente in gioia per sé e per gli altri. Come si respira nelle sue pagine. Tutto vi è trasfigurato. 

Quando nel 1968 Quasimodo, colpito da emorragia celebrale, morì, Maria ne rimase profondamente colpita. Lui le aveva telefonato qualche giorno prima e le aveva fatto capire quanto desiderasse vederla.

L’intesa era che si sarebbero rivisti il 14 giugno, giorno della sua morte. Annota nel suo diario E’ finita, è finita per sempre, e non ho parole.

Maria Cumani muore il 22 novembre 1995 all’età di 87 anni. Muore la donna, l’adolescente. La danza prolunga l’adolescenza.- ha scritto lei – Non si è mai stanche di sentirsi fanciulle.

Tu avrai sempre quattordici anni dentro – le disse lui – , perché ogni mattina ti inventi la vita. Ti invidio perché io non ci riesco.

Ricordo che mio padre – racconta il figlio – mi ripeteva: Tua madre avrà sempre 14 anni.

Franca Fortunato

(relazione tenuta il 28.02.2014 al 2° incontro di ” POESIA… IN CITTA’ ” – un’idea della poetessa e scrittrice Marisa Provenzano – pubblicata dalla rivista on line ” LA CIMINIERA” maggio 2014

[intervista a Maria Cumani]

Lascia un commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Poesia, storia delle donne

Memoria

Noi Donne –  gennaio 2014 / pag 25 – dal testo dell’articolo originale pubblicato da Noi Donne nel luglio del 1949

                                                   da noidone

MARTIRIO DI DONNE

Nel sesto anniversario della morte di Vittoria Nenni, l’orribile calvario delle deportate di Auschwitz, raccontato da TERESA NOCE (Estella)

Luglio 1943 – luglio 1949 … Sei anni sono trascorsi dal giorno lontano in cui le ceneri di Vittoria Nenni, assieme alle ceneri di altri martiri di ogni nazionalità, furono buttate al vento nel campo di Auschwitz.

… Chi non è mai stato nei campi della morte non può immaginare l’orrore. Tutto quanto è stato detto, tutto quanto è stato scritto rimarrà sempre al disotto della realtà. Fame e sete. Pidocchi grassi e bianchi che succhiavano le povere carni. Fatica, stanchezza, sonno. Malattie, ascessi, diarree. Bastonate, scudisciate, calci e sputi. Il lavoro disumano, bestiale, nelle paludi, nei boschi, nelle officine: 84 ore di lavoro per settimana, giorno e notte, un giorno dopo l’altro senza riposo, una settimana dopo l’altra. E la morte che è tutt’intorno, nel bosco e nell’officina, che entra con voi nelle baracche, che si installa all’infermeria, che veglia i vostri sonni, che rende di gelo il corpo della compagna che vi giace accanto e che la mattina ritrovate stecchito, con gli occhi spalancati, che guardano dall’al di là questo soggiorno infernale.

Selezione – Trasporto nero – Doccia… Parole terribili che avevano, tutte, un solo significato: MORTE.

Morte per le ebree e per le ariane, per le francesi come per le polacche, per le russe come per le italiane. Morte per le antifasciste, per le patriote, per le resistenti, per queste donne che avevano lottato solo per la pace e la libertà. Morte per le giovani e le vecchie, per le ammalate e per gli ostaggi, per le mamme ed i bambini. Torture. Torture inumane senza nome. Blocco della morte dove le deportate non morivano una volta sola, ma dieci volte, cento volte, ogni volta che moriva la vicina, la compagna. Celle delle condannate, dove in dieci o in cento in due metri quadrati, non si poteva né sedere né appoggiarsi: dove filtrava a rigagnoli, il sangue di quelle che fucilavano fuori, al muro delle esecuzioni. Blocco degli esperimenti dove si iniettavano il cancro e la sifilide alle vergini e ai bambini.

Questo erano i campi della morte. Questo erano Ravensbruck e Auschwitz.

Il primo non l’ho più rivisto. Nel secondo, le delegazioni degli ex deportati di tutte le nazionalità vi hanno fatto un primo pellegrinaggio nel gennaio 1946. Erano con noi un prete e due patriote francesi che avevano conosciuto Vittoria Nenni ad Auschwitz. Con loro abbiamo rivisto le orride baracche, abbiamo contemplato i sacchi colmi di capelli umani tagliati alle morte e alle vive, i mucchi di denti d’oro strappati ai cadaveri.

… Rovine e ceneri. Ceneri umane di centinaia di migliaia di donne, uomini, bambini. Si affondava nelle ceneri fino a metà gamba. Si inciampava, si singhiozzava … Dove furono le rovine del forno a gas n. 2 – quello dove, in maggioranza, si uccidevano i francesi – due ex deportate francesi e il prete si inginocchiarono e piamente riempirono di ceneri un’urna che avevano portato con loro da Parigi, per seppellirla in Patria. Avrei voluto fare così anch’io per riportare simbolicamente in Patria le ceneri di Vittoria Nenni. Ma invano cercai una traccia che dicesse in quale forno venissero immolati gli italiani … Da Auschwitz pochissimi ritornarono. Dai registri della morte che i tedeschi non fecero in tempo a distruggere e che sono conservati nel museo di Cracovia, accanto ad ogni nome di italiano vi è una croce …

Mischiate alle ceneri degli uomini e delle donne che sono morte per la pace e la libertà, le ceneri di Vittoria Nenni rimangono sul luogo del suo martirio. Ma nel ricordo di lei e del suo sacrificio, alla memoria delle centinaia di migliaia di donne e di madri che morirono eroicamente, giuriamo che sul loro esempio noi lotteremo perché questo non ritorni mai più, giuriamo che risparmieremo ai nostri figli questi orrori!

Lascia un commento

Archiviato in storia delle donne

Hannah Arendt, ma solo per due giorni

             Hannah Arendt

 Barbara Sukowa interpreta Hannah Arendt

IN USCITA IL FILM SU HANNAH ARENDT

IN OCCASIONE della Giornata della Memoria, il 27 e 28 gennaio,  arriva nelle sale italiane, ma solo in poche (70 in 19 città), in nessuna in Calabria, il film di Margarethe von Trotta sulla vita di Hannah Arendt, una delle più grandi pensatrici del Novecento. Un film realizzato in coproduzione con la Germania, Lussemburgo, Francia e Israele e che il New York Times ha definito “uno dei dieci film migliori del 2013”. Dopo la presentazione  al festival di Toronto nel 2012, il film ha viaggiato negli Stati Uniti e in tutta Europa, tranne in Italia perché – come ricorda Ida Dominjanni su Alfapiù –  le sale non ritennero “commestibile la storia di una ignota filosofa”.

Per anni io stessa, da insegnante di filosofia, ho fatto conoscere la vita e il pensiero di questa grande pensatrice che non voleva essere annoverata tra i filosofi, “professionisti del pensiero”. Nel 1993 scrissi un testo scolastico “Hannah Arendt – L’amore per la politica” ediz. Ursini, che ancora oggi è in uso nella mia scuola. La mia non è un’eccezione, basta guardare dentro molte scuole ed università italiane e in tanti luoghi politici delle donne.

Ma, torniamo al film. Ha un cast di produzione tutto femminile: la regista, la co-sceneggiatrice americana Pam Katz, la produttrice Bettina Brokemper, la direttrice della fotografia Caroline Champetier, la montatrice Bettina Boler. Il racconto si concentra negli anni 1960 – 1964, gli anni del processo Eichmann, a cui seguì il “caso Arendt”.

Quando Hitler prese il potere, nel 1933, Arendt visse una svolta decisiva: il riconoscimento di essere ebrea segnava una profonda radicalizzazione esistenziale e, preso congedo dall’ambiente della filosofia esistenzialistica, in cui era cresciuta, insieme alla madre Martha Cohn, clandestinamente emigrò in Francia, dove rimase quasi dieci anni. Nel 1941 partì per gli Stati Uniti. Il congedo dalla filosofia avvenne per il giudizio duro che lei espresse sulla filosofia: un riflettere accademico che perde la connessione con la politica, come aveva visto accadere con Heidegger, che chinò il capo di fronte ai nazisti e, delirando, vide nel nazismo un momento di rinnovamento della vita stessa, e con Jaspers, suo maestro, che non capì cosa stesse succedendo fino a quando fu cacciato dall’università e dovette fuggire in Francia perché sua moglie era un’ebrea.

Arendt, interrotta la sua carriera intellettuale, si dedica interamente all’attività politica: a Berlino frequenta i gruppi sionisti, a Parigi lavora per l’organizzazione che provvedeva a far emigrare ragazzi ebrei in Palestina, a New York diventa pubblicista, scrivendo su varie riviste ebraiche. Da queste colonne auspica la formazione di un esercito ebraico che partecipi alla lotta contro Hitler. Subito dopo la fondazione dello Stato d’Israele si unisce ad un gruppo, guidato da Judat Magnus, che cercava un riavvicinamento tra arabi e ebrei sul suolo palestinese.

Nel 1961, come inviata del settimanale New York, assisté alle 120 sedute del processo ad Eichmann, l’ex SS. a cui era stata affidata l’organizzazione dello sterminio ebraico e che i servizi segreti israeliani avevano catturato e rapito in un misero sobborgo di Buenos Aires, dove si era rifugiato con la famiglia. Tutto era ormai finito, quando scoppiò il caso Arendt, in seguito alla pubblicazione del suo libro “ La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme”. Libro che la Feltrinelli oggi ripubblica in formato digitale, in coincidenza con l’arrivo del film della von Trotta.

Si cominciò ad accusarla di essere stata iniqua nei confronti dei capi delle varie comunità ebraiche che avevano dovuto collaborare con le autorità naziste e a cui sembrava imputare la colpa di una mancata resistenza al massacro; si finì col dare a tutto il libro il significato di un gesto di inimicizia verso il nuovo Stato degli ebrei, le sue istituzioni, la sua giustizia. Fu accusata di non “amare” il popolo ebraico.

In effetti lei aveva messo in discussione l’idea rassicurante dell’assoluta innocenza delle vittime. Cosa insopportabile per gli ebrei, ma che già una di loro, Etty Hillesum, morta nel campo di concentramento di Auschwitz, aveva denunciato nel suo Diario.  Arendt aveva definito il caso Eichmann “banalità del male” intendendo che lo spaventoso era che l’imputato non si rivelava la belva umana che l’accusa voleva  dimostrare al mondo e che il mondo si attendeva di vedere

Per assurdo che fosse, il processo rivelava un Eichmann che aveva sempre concepito la sua attività come un “lavoro”, con tutte le caratteristiche del lavoro d’ufficio, meticoloso ed ordinato, che doveva esser fatto al meglio e che era moralmente neutrale. Eichmann manifestatamente non capiva, era incapace di pensare, si riteneva un uomo corretto e un buon cittadino, un funzionario scrupoloso e onestissimo (alla caduta del nazismo aveva perfino consegnato la cassa, di cui disponeva, ad un funzionario civile). Rifuggiva dal sangue e, personalmente, non aveva mai ammazzato nessuno. Anzi, non odiava nemmeno gli ebrei, tra i quali aveva qualche parente, e se fosse dipeso da lui li avrebbe deportati nel Madagascar, dove si sarebbero forse salvati.

Pure non era arretrato di fronte a nulla. Con lo svelare la “normalità” di Eichmann, per questo ancora più terribile, Arendt metteva in discussione l’idea rassicurante della eccezionalità della mostruosità del male. A distanza di tanti anni il suo insegnamento “per prevenire il male c’è bisogno dell’esercizio del pensare”, vive in quelle ebree ed ebrei,  come  la filosofa statunitense Julith Butler, recentemente accusata di appoggiare Hamas e Hezbollah, per aver condannato la politica israeliana – l’occupazione, l’uso delle detenzioni a tempo indefinito e il bombardamento della popolazione a Gaza – nei confronti del popolo palestinese

< L’ errore – scrive nel suo libro “A chi spetta una buona vita?” Ed. nottetempo – sta nel considerare lo Stato d’Israele come l’attuale rappresentante dell’ebraismo e nel pensare che, se una persona si definisce ebrea, questo implica dare sostegno a Israele e alle sue azioni.  Ci sono sempre state tradizioni ebraiche che si sono opposte alla violenza di Stato, che hanno affermato la coabitazione multiculturale e difeso i principi dell’uguaglianza. Oggi è molto importante mettere in luce e tenere in vita queste tradizioni.>

Franca Fortunato

[Quotidiano della Calabria 25/1/2014]

Lascia un commento

Archiviato in filosofia, storia delle donne

La tigre e il violino

locan tigreviolino3aJ
Appuntamento sabato 16 febbraio, Palazzo della Provincia, h 16.30
Sala Conferenze
Incontreremo Loredana Cornero, di Rai International, autrice del libro “La tigre e il violino” e Anna Rosa Macrì, scrittrice e giornalista di Rai 3 regione. Nel libro viene disegnata la parabola di un programma televisivo coraggioso, primo e unico nel suo genere che affrontò le realtà fatte emergere dai movimenti delle donne anni ’60 – ’70.
Si chiamava Si dice donna, condotto in modo asciutto ed essenziale da Tilde Capomazza, e preparato da un’équipe quasi di sole donne. Parlavano le donne e si parlava di donne su temi che incrociavano lavoro, maternità, sessualità, aborto, famiglia, in una visione allargata della società reale. Proprio la realtà della rappresentazione con occhi femminili non piacque alle alte sfere che alla quarta edizione ne decisero la soppressione.
E’ anche un’occasione per verificare quanto il femminismo storico abbia influito sull’acquisizione di diritti e libertà delle donne e quali difficoltà esse incontrano oggi nel mantenere e difendere gli spazi guadagnati oltre che nel perseguire ulteriori traguardi per i diritti paritari e le giustizie sociali.

Lascia un commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, diritti della persona, Femminismo, Il sapere delle donne, libertà delle donne, Libri, storia delle donne

Alma mater ma non per donne

L’articolo che segue è di Laura Testoni, scritto per Tropismi, blog d’informazione universitariaE’ un disegno-patchwork, con testi interessanti per quante volessero approfondire, sulla persistente cocciuta filtrazione sessista nei confronti delle donne in ambito universitario. La più antica università occidentale potrebbe invece chiamarsi Almus Pater Studiorum. E non si discosta la situazione degli altri atenei italiani.

Laura circa il suo campo d’interesse ci scrive: Per quanto riguarda il testo che ho scritto nasce dalla mia elaborazione sull’università, in particolare quella di Bologna e sulla deriva del c.d. Processo di Bologna. Un libro che ritengo molto valido e attorno a cui ho un progetto di pratica e studio in cantiere, insieme a colleghe e colleghi, è “Università Fertile. Una scommessa politica” di Anna Maria Piussi.

Finché lo Stato resta al penultimo posto in Europa come investimento nell’istruzione superiore, perversione incorregibile, finché la scure taglia più rami verdi che rami secchi, finché la creatività, l’eccellenza femminile non entra di diritto come struttura primaria paritaria anche nel numero negli organi di decisione – dal meno elevato al più elevato e non per quote-concessione di sopportazione -, il Processo di Bologna e tutto il suo vasto impianto, che pure ha avuto notevoli risultati, può ben dirsi alla deriva. A parte la crisi generale, non è un difetto tecnico ma una concezione intrisa di patria potestas. Poi vai a vedere e trovi cervelle italiane a dirigere centri di ricerca della massima importanza scientifica e tecnologica, ma in Europa o oltreoceano, non qui. Forse, più in là, ce ne potrà fare il punto Laura. Speriamo nell’Università Fertile.

***

Una lettura del senso politico della creazione femminile anche all’università

Ateneo sempre più tabù per le donne. Si laureano in tante ma non vengono assunte. L’Università di Bologna in media con l’Italia: da 6 donne su 10 al momento della laurea, la presenza femminile passa ad un misero 20% tra i professori ordinari. Per usare le parole di Eugenia Lodini, ricercatrice dell’Università di Bologna, le ragazze sono in testa per iscrizioni, laurea, mobilità, master, ma a livello di dottorato comincia l’imbuto, la strada si restringe“.

Questo è quanto scriveva, a marzo 2012, Giovanni Stinco su Il Fatto Quotidiano (articolo integrale qui). Non c’è che dire, colpisce come la più antica università del mondo, quella di Bologna, sia anche all’origine del motto Alma Mater Studiorum. Ricordare questo, ad oggi, significa confermare il primato del paradosso, poiché la notizia della penalizzazione delle eccellenze femminili  contrasta con l’ispirazione all’autorevolezza materna che ha segnato e allegoricamente incarnato la nascita degli studi accademici: alma mater, “madre nutrice” che cura, che dona la parola, che fa passare amore dalla conoscenza.

alma_mater

Le radici fondative – ancor prima che simboliche – a quanto pare, sono state tradite a tal punto da rivelare gli immotivati ostacoli che le donne incontrerebbero nel periodo post laurea, soprattutto, rispetto alla possibilità di carriera interna all’UniBo. Statistiche poco incoraggianti, ma preziosissime, perché guardare alla posizione femminile nel mondo ci aiuta ad assumere una prospettiva realistica:

“Dati impressionanti che dimostrano, spiega Paola Govoni sempre dell’ateneo bolognese, la discriminazione a cui le donne sono sottoposte sul posto di lavoro universitario. Non solo una questione di ingiustizia sociale, ma anche un’enorme spreco di denaro pubblico. Milioni e milioni usati per formare migliaia di studiose che poi non riescono a fare carriera e a affermarsi nel mondo accademico. Insomma un disastro.

Il sistema accademico ancora a predominanza maschile e questo comporta un inevitabile impoverimento dello sguardo sul sapere e sulla parzialità della formazione. Tra potere e autorità, disciplina e dirigismo si perde troppo spesso quella carica di energia creativa, trasformativa, piena di significati trainati dal di più della differenza, non solo disciplinare, ma anche incarnata da individui sessuati. Perché nulla è “neutro”, nemmeno le illusioni o le ideologie. Ma quali sono le dinamiche che riescono a frenare la misura femminile?

Un fattore è la cooptazione: finché a decidere sulle nomine saranno gli uomini, ad essere scelti saranno altri uomini. Una tesi sostenuta dal progetto europeo Diva: Science in a different voice. Per i ricercatori del Diva i professori ordinari si comporterebbero involontariamente come circoli esclusivi “che lasciano fuori dalla stanza delle decisioni (carriere, finanziamenti, attribuzioni di responsabilità) le tanto brave colleghe”.

Non si tratta per forza di opposizioni di genere, potrebbe essere una comune impresa di donne e uomini che ragionano insieme sul buon governo della realtà universitaria che è da inserire nel più ampio progetto di rinegoziazione del contratto sociale. Il punto, in fin dei conti, è semplice: la questione della differenza sessuale, che cosa significhi essere uomini o donna, che cosa comporti che vi siano donne e uomini, che cosa sia cercare la felicità, la libertà o la verità essendo una donna oppure un uomo, tutto questo è divenuto urgente e anzi, è divenuto una realtà dell’esperienza (di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, in Donne e Uomini. Il significare della differenza, ed. V&P, 2010).

La presenza femminile all’università è ormai maggioritaria, così anche la qualità della presenza pubblica femminile che interroga la questione di “un vivere politicamente” consapevoli del primato delle relazioni e del cambiamento epocale che stiamo attraversando: dal momento la realtà si trasforma perché sono cambiate le donne e cambiano gli uomini, allora cambiano le leggi, cambia la cultura, cambia il rapporto che abbiamo con il mondo, perché “la storia non è soltanto storia di guerre, di patti internazionali, ma è la storia che tu fai modificando le tue condizioni di vita, modificando la cultura. Questo per noi significava modificare la storia.” (dal docufilm Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni)

L’imbuto che ferma la presenza femminile post laurea, nel lavoro e nell’ambito di dottorati accademici è imbarazzante e per questo tante sono in movimento: il fine di affrontare le barriere storiche e psicologiche. Evitando le coazioni, spostando lo sguardo.

Le donne sono cambiate. Gli uomini dovranno cambiare nonostante la paura che provano gli stessi di fronte a un mondo messo sottosopra dall’avanzare delle donne. C’è un’evidente crisi di autorità che indebolisce la politica e la democrazia” (Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica, ed. Il Saggiatore, 2009).

Proprio in un mondo dove la finanza sembra dettare le regole del sistema globale, non è ancora chiara la lezione in base alla quale il disimpiego e la sottovalutazione delle risorse, crea una vera disfunzione economica. Sempre su Il Fatto si legge:

Penalizzare le donne che lavorano nel mondo scientifico attraverso pratiche informali, ma non per questo meno efficaci, di discrezionalità nella cooptazione, è però incongruo rispetto alle ragioni stesse della ricerca e dell’eccellenza scientifica. Infatti – recita un rapporto di Rossella Palomba e Adele Menniti – impedire a studiose di qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza per il solo fatto di appartenere al genere femminile non solo discrimina le donne, ma penalizza l’innovazione”. Detto in altri termini peggiora e di molto i risultati scientifici del sistema universitario italiano. Per non parlare del costo di formazione di migliaia di donne che non riescono a fare carriera accademica perché discriminate. Sulla questione mancano ancora studi precisi, “ma lo spreco economico è enorme. Qualcuno – conclude Govoni – se ne sta finalmente rendendo conto”.

La politica femminile che non aspetta la “presa del potere” per cambiare le cose è già attiva sui vari fronti della realtà avendo imparato dall’esperienza: le donne hanno imparato la necessità di continuare a lavorare sul piano simbolico al di fuori dei circuiti convenzionali, in luoghi dove agire un’adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio” (Annarosa Buttarelli, in Il pensiero dell’esperienza, ed.Baldini e Castoldi, 2008).

Vero è che le donne hanno già intessuto una rete tra loro, ma devono farlo sempre di più: collaborare e contarsi ed insieme spingere indietro ogni prevaricazione. Ecco, il gioco da ragazze di cui scrive Marina Terragni e la pratica della relazione descritta da Maria-Milagros Rivera Garretas:

Un cambio di civiltà comparve improvvisamente, quasi spontaneamente, dove meno lo si aspettava. Consisteva nella presa di coscienza del fatto che le donne che avevi intorno sentivano il malessere che stavi sentendo tu e che credevi che nessun altro sentisse. Di modo che, una a una, di singola in singola, si intrecciò delicatamente tra molti corpi femminili un merletto enorme, incompiuto e libero che ci unì. Ci unì in innumerevoli relazioni duali: queste relazioni, allacciate in mille toni e spessori, formarono un movimento politico che ha attraversato molte delle barriere di senso che fino ad allora inceppavano la politica: barriere di classe, di nazionalità, di lingua, di età, di religione, di erudizione, di ricchezza”.

(in Donne in relazione, ed. Liguori, 2007)

Questo vale anche per l’università, infatti molte donne non si stanno solo battendo per ottenere quello che spetta loro, ma si stanno anche interrogando su una preliminare questione: vale ancora la pena scommettere su questa università? No, su questa no, ma su quella dove anche il discorso femminile verrà incluso sì. Con discorso femminile si intende il far entrare in un sistema chiuso e spesso violento – preteso universale – istanze diverse, tempi diversi, metodi diversi, per aprire una conflittualità ed un dibattito che porti alla rappresentazione vera, plurale della realtà.

L’intuizione coltivata, curata e fatta maturare è ciò che genera lo sviluppo. Questo è secondo me il paradigma femminile dello sviluppo, al di là del fatto che lo conducano uomini o donne. Non so dire se siano cause culturali o biologiche e genetiche ad orientare le donne al futuro, ma fermiamoci al dato di fatto: la donna è evidentemente attrezzata a immaginare e assumersi la responsabilità delle nuove generazioni; e anche della ‘generazione’ di nuove realtà economiche durature”.

(di Simona Beretta, in Le donne reggono il mondo, a cura di Beatrice Costa e Elena Sisti)

Questo vale per tutti gli ambiti, non solo per l’università. Molte stanno lavorando e facendo massa critica insieme, facendo eco per contaminare l’ordine già dato che deve essere rimesso in discussione, ben sapendo che la libertà non è fatta una volta per tutte, ma che va messa al mondo ogni giorno.

Scriveva Carla Lonzi, “il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, la fa esistere… Qualcuna doveva ben cominciare e la sensazione che mi portavo addosso era che o lo facevo io o nessuna mi avrebbe salvata. Ho operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero alla fine, dopo aver accettato di essere qualcuna che non sapevo”, infatti, la sfida, anche all’università, non è quella di “bruciarsi” rimanendo isolate – con un atteggiamento più o meno competitivo – fino al punto di burn out o omologandosi al modello di potere maschile, ma di relazionarsi con le altre che condividono quel senso di trasformazione che non può più aspettare.

Una sororità che va al di là di quote rosa e rivendicazioni, bensì che si fa spinta gioiosa verso nuovi orizzonti condivisi, che fa cittadinanza e che propone possibilità diverse, ragionando empaticamente su quanto è già stato fatto e su quanto si può fare per analizzare le statistiche e rilanciare con inventiva il proprio esserci costante, a patto che ci si assuma pienamente la responsabilità della propria partecipazione attiva:

Il maggior senso di cautela delle ragazze e delle donne può impedire loro di infrangere le regole e sfidare lo status quo durante gli anni della crescita. Di conseguenza, probabilmente non scopriranno che questo tipo di rischi, e per estensione ogni altro metodo non sancito per ottenere ciò che vogliono (come chiedere qualcosa che non sia stato offerto), può essere una strategia vincente”.

(Linda Babcock e Sara Laschever, Le donne non chiedono, ed. Il Sole24Ore, 2004).

Per mantenersi centrate si può guardare chi prima di noi ha lottato per spianarci la strada lasciandoci consigliare e spronare nel non rinunciare ad una postura all’altezza dei nostri desideri, senza mai dimenticare che “ciò che hai in mano, tienilo stretto; ciò che stai facendo, fallo e non tralasciarlo; ma con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa, vivace sul sentiero di una pensosa felicità, senza prestar fede nè consensi a chiunque voglia sviarti dalla tua determinazione” (Caterina d’Assisi).

Laura Testoni

(il titolo è ispirato al capitolo scritto dalla docente Remei Arnaus contenuto nel saggio “Università Fertile. Una scommessa politica”, ed. Rosenberg&Sellier, 2011: il mio corpo mi avvertiva che con una inquietudine sempre più presente, che aveva e ha a che vedere con la distanza tra la realtà vissuta e sentita e la ir-realtà dell’istituzione universitaria, sempre più patente e sempre meno estranea al mio desiderio di essere universitaria; desiderio che ho mantenuto vivo da quando sono entrata a lavorare lì per amore dello studio, della relazione educativa e della ricerca*).

 

Lascia un commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Il sapere delle donne, Parità di genere, Progetti, Stereotipi, storia delle donne