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I fatti di Colonia, cioè di sempre

foglietto fatti colonia

 

Un foglio con scritte, in arabo e in tedesco, frasi con espliciti riferimenti sessuali è stato ritrovato nelle mani di due sospettati, nell’ambito delle indagini condotte dalla polizia locale sulle violenze della notte di San Silvestro a Colonia. Lo riporta la Bild on line, che pubblica il biglietto giallo con appunti presi a mano. Tra le frasi segnate, «voglio scopare», «grandi tette», «ti voglio baciare», «sto scherzando con lei», «io la uccido». (Ansa)-Corsera

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Lo stupro è un’arma di guerra: quella del terrore e quella dichiarata ufficialmente. Lo dice l’ONU

A Colonia contro le donne stupri e molestie. La politica, e la polizia, balbettano.

Di fronte alle azioni terroristiche in Europa, perpetrate nell’ultimo anno con armi convenzionali, evolute o rudimentali, la rivolta civile e la solidarietà, nel continente, sono scattate in modo evidente e senza distinguo di nessun genere. Qui, in Italia, il desiderio di mostrarsi contro è stato più forte del timore di dar sponda a ideologie razziste. È stato possibile: abbiamo assistito anche alla mitigazione delle esternazioni xenofobe e razziste da parte di formazioni, altrimenti, connotate sull’enfatizzazione di questo tipo di pulsioni.

Le strumentalizzazioni nella ricerca di consenso spicciolo, da parte delle forze politiche, hanno ceduto il passo a un atteggiamento consono a un palcoscenico meno angusto dei singoli scenari locali. La certezza che ha unito soggetti tanto differenti è stata ed è fondata sul fatto che “nessuno vuole la guerra in casa”. Il trasporto col quale è sembrato a molti doveroso esprimere solidarietà alle vittime è stato, evidentemente, proporzionale al numero di morti causato da quelle azioni, ma anche innegabilmente, soprattutto da parte delle comunità islamiche, misurato dall’esigenza di prendere le distanze dalla matrice integralista di un movimento politico che si caratterizza per volontà di distruzione e per implicito rifiuto della cultura occidentale, accusata di aver innescato meccanismi violenti nel mondo arabo e mediorientale. Chi, come chi parla, in questi anni, e da sempre, ha espresso una critica forte “all’esportazione della democrazia, si è sentito maggiormente chiamato a esprimere il proprio orrore per quanto avvenuto e, purtroppo, promette ancora di avvenire.

L’azione concordata tra criminali, che ha portato all’aggressione di massa su centinaia di donne soprattutto a Colonia, ma anche ad Amburgo, Stoccarda, Düsseldorf, non è stata avvertita, invece, dallo schieramento assemblato dopo gli attacchi di Parigi. Le ragioni risiedono nel fatto che la violenza sulle donne anche quando causa la morte delle vittime, è data per scontata nella fisiologia dei processi sociali ed economici: la condanna è un rito che quasi mai provoca profonde ridiscussioni sulle cause politiche che la violenza generano e impongono.

Nel caso di queste aggressioni, un problema è stato quello di prendere parola nella consapevolezza che non sono solo “quegli uomini” a pensare che le donne siano a disposizione contro la loro volontà, ma che lo sono anche altri, cioè coloro che pensano che l’integrazione tra culture possa avvenire nonostante i diritti delle donne. Su questa questione ritorna il vecchio tema dei due tempi: prima i bisogni di tutti e poi quelli delle donne. Nel 1977 Armanda Guiducci pubblicò un saggio dal titolo “la donna non è gente”, documentando gli elementi che delineavano la qualità monosessuata, al maschile, di ciò che si definisce progresso. Da allora le cose, schiavitù lavorativa e sessuale, segregazione culturale, subordinazione politica, hanno preso altri nomi, definizioni che rendono apparentemente dinamica una società rimasta invece ancorata alla convinzione che le donne “vengono dopo”.

L’agire della polizia tedesca ha dimostrato che il terrorismo verso le donne è, infondo, cosa che va tenuta sotto traccia per non disturbare il piano sull’immigrazione.

Tutto sommato sembra che non sia avvenuta una cosa poi tanto grave, anche per alcune donne autorevoli, ansiose di non interrompere l’unità di un movimento umanitario, che, non si sa perché, sarebbe messo alla prova inutilmente su una questione tutto sommato fisiologica.

Se gli stupri e le aggressioni non fossero stati mostrati dai criminali come atto concordato, se fossero avvenuti in modo più “occidentale”, per così dire sul modello “Tusciano”, se ancora si fossero rivolti a donne “non gente” per eccellenza, se fossero stati rivolti a connazionali, o per assurdo (?) a Prostitute immigrate: “se”, varianti che in questo caso non ci sono state. Ciò che poteva generare i soliti crudeli dubbi è stato sconfitto dall’evidenza. Che evidentemente non è bastata perché i toni dimostrano che, per gli stati, prendere consapevolezza di aver fatto sì che l’immigrazione fosse un fatto da uomini e da concordare tra uomini, è durissimo contraddittorio e destabilizzante. Si fa finta di non vedere la variante, cioè il femminicidio, che comunque perpetrato è lo scoglio su cui si arena ogni proposta che non voglia considerarlo come fenomenologia viva e condizionante.

All’indomani di un dramma vissuto nella notte di capodanno da donne libere, fino a alle ricorrenti prove contrarie, la timidezza di quello che ci si ostina a chiamare movimento in Italia è un riconoscimento implicito dei così detti due tempi della democrazia.

L’analisi fatta da un noto sito di controinformazione, pone l’accento sul fatto che sarebbe stato strumentalizzato il fatto, in quanto le donne “veramente stuprate” erano davvero poche: il resto ragazzate. Davvero non è difficile pensare che il pensiero dell’Arcivescovo di Canterbury, “lasciamo che l’ordine familiare sia governato in autonomia dalle singole religioni”, sia un paradigma per la politica occidentale che forse non vede con sfavore l’eventualità di pagare qualche prezzo, se a farlo sono le donne.

Il silenzio sulle violenze sessuate non è solo un costume, non è solo la copertura della connivenza di chi crede che tutto sommato è un alleato dell’ordine chi tiene le donne sotto schiaffo: la politica ne ha fatto moneta di scambio per quanto di analogo è avvenuto da parte dei propri eserciti “nei paesi da liberare”. Non dobbiamo e non possiamo dimenticare che bambine e bambini sono stati (?) violentati e sedotti in cambio di pane.

Non solo l’Italia ma per esempio in Inghilterra è successo che il silenzio abbia coperto la violenza subito da donne e bambine: nello Yorkshire millequattrocento ragazzine schiavizzate sessualmente tra il 1997 e il 2013.

I fatti di Colonia sono un banco di prova, non per la sicurezza ma per la serietà dell’agire politico, per chi della serietà fa una bandiera.

Lo stupro è terrorismo, è guerra: il tacerne la natura, anche quando è dichiarata, è il frutto dell’arroganza verso tutte le donne.

Stefania Cantatore

Napoli 11, 01, 2016

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I fatti di colonia interessano tutti e tutte noi

Quanto accaduto a molte donne in Germania sera di San Silvestro, per opera di uomini in gran parte stranieri – secondo la polizia – di origine “araba” o nordafricana”, interessa tutte e tutti noi. I fatti sono ormai noti, grazie alle testimonianze di tante delle donne che hanno denunciato le violenze subite. Nella notte di Capodanno, mille uomini a Colonia – ma anche in altre città come Francoforte, Amburgo, Dusseldorf, Bielefeld – centinaia di donne sono state aggredite, derubate, molestate sessualmente e alcune stuprate da un migliaio di uomini ubriachi, davanti alle forze dell’ordine dimostratesi impotenti ed inadeguate ad intervenire e porre fine alle violenze.

Se i 31 uomini arrestati in questi giorni sono rappresentativi dei mille violentatori e molestatori – nove di origine algerina, otto del Marocco, cinque iraniani, quattro siriani, due tedeschi, uno iracheno, uno degli Stati Uniti – è del tutto evidente che si è trattato di maschi, nient’altro che di maschi che, organizzati in branco, si sono scatenati nella caccia alle donne, per afferrarle, dominarle, terrorizzarle, possederle in quanto preda. Maschi, solo maschi, che incarnano quella cultura della violenza e del dominio, della distruzione e dell’odio da cui molti di loro dicono di voler fuggire. Maschi, solo maschi, non importa la loro nazionalità di origine, la religione che professano, non importa come sono arrivati, se a piedi, nei barconi, in aereo o in treno, non importa se sono richiedenti asilo o uomini stranieri residenti, quello che conta è che sono giovani uomini che – come tanti ogni giorno nella nostra civilissima Europa – si sono sentiti autorizzati a terrorizzare donne considerate a loro disposizione, come alcune di loro hanno raccontato.

“Si sentivano onnipotenti e pensavano di poter fare qualsiasi cosa alle donne che stavano festeggiando in strada”. “ A un certo punto della notte ci siamo trovate circondate da una ventina di uomini. Ci hanno preso per le braccia cercando di separarci e di strapparci i vestiti. Poi hanno provato a toccarci tra le gambe e in altre parti. Alla fine ci hanno derubate di tutto quello che avevamo nelle nostre tasche”. “Cercavamo aiuto. Siamo corse verso le macchine della polizia e non c’era nessuno. Gli agenti erano carenti e non potevano affrontare la situazione”.

E’ una storia, questa, non nuova purtroppo e che appartiene agli uomini e alla loro cultura, che diventano feroci ovunque, se si uniscono, molti o pochi che siano. Ogni donna almeno una volta ha sperimentato la paura o quantomeno il disagio di trovarsi sola davanti a un gruppo di uomini. Sentimenti che un uomo non ha mai provato davanti a un gruppo di donne.

“L’intera piazza – ha raccontato una delle testimoni – era gremita di soli uomini. C’erano poche donne isolate, impaurite, che venivano fissate. Non posso descrivere come mi sono sentita a disagio”.

E’ la “questione maschile” che mostra il suo volto globalizzato di uomini incapaci di rapportarsi alla libertà femminile, che sia nelle piazze delle cosiddette “primavere arabe” dove violenze e stupri hanno accompagnato le manifestazioni, dall’Egitto alla Turchia, dalla Siria all’Iran, o che sia nelle piazze tedesche dove le donne si erano riversate per festeggiare la fine dell’anno. Bene ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merker a condannare l’accaduto e a chiedere che i colpevoli vengano individuati e condannati per i ”ripugnanti” crimini commessi, tenendo separata la questione della violenza sul corpo delle donne da quella delle immigrazioni, dove si rende visibile – a Rosarno come a Colonia, al Cara di Mineo come al Centro di Sant’Anna di Crotone – che quando si parla di violenza e di stupri si parla sempre e solo di uomini e non di donne, anche loro straniere ed immigrate.

Non si usino le donne per giustificare, ieri le guerre – come in Afghanistan – oggi le violenze di Capodanno, il proprio odio verso gli stranieri e le straniere. A noi donne, ovunque nel mondo, non resta che continuare sulla nostra strada aperta da altre e non rinunciare mai ad arrabbiarci ed indignarci di fronte a uomini – stranieri o meno – che non vogliono e non sanno cambiare il loro rapporto con il loro corpo delle donne. A quanti di noi, donne e uomini, abbiamo la consapevolezza di vivere in un’epoca di passaggio, non resta che continuare a lavorare per quel cambio di civiltà delle relazioni tra i sessi affinché gli uomini non temano più la libertà femminile ma capiscano che questa può essere un’occasione anche per loro per liberarsi di quella cultura patriarcale da cui nasce la violenza maschile sul corpo delle donne.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud – 11.01.2016

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Archiviato in Contro la violenza sulle donne

V-Day 14 febbraio 2013

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1 Billion Rising

Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere

V-DAY 

Non sopporto

di Eve Ensler

Non sopporto lo stupro.

Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.

Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.

Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo. 

Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.

Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.

Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.

Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.

Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.

Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.

Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.

Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.

Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.

Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!

Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.

Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.

Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.

Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.

Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita – distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.

Niente donne, niente futuro, chiaro.

Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico  possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.

Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.

Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?

Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?

Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.

E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.

E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.

E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.

Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.

Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.

Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.

UN MILIARDO DI DONNE.

Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.

Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.

Perchè noi non lo sopportiamo più.

(Uffington Post 11/11/11)

(trad. UDIrc)

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Provocazione e scaldaletto

Rientrare nella materia oscura dopo la piccola pausa festiva è duro, persino doloroso. Perché è dolore per tutte le donne lo stupro, il massacro e la morte della ragazza avvenuta giorni fa in India (non se ne conosce il nome perché la legge indiana vieta la divulgazione per le vittime di stupro).

A poche ore dal funerale si sono avute notizie di altri stupri, quelli approdati ai media, ma centinaia quelli quotidiani subiti nel chiuso delle case, del posto di lavoro, per strada o su un autobus. In India risultano denunciati  circa 24.000 stupri nel 2011, ma l’incidenza reale è sconosciuta e certamente altissima su una popolazione di 1,2 miliardi di persone.

Lo stupro in India è un codice comportamentale maschile legato anche alla concezione per caste della società, e dentro ogni casta la donna occupa la parte più bassa, ma ha soprattutto alla base la concezione planetaria che il corpo della donna è di dominio dell’uomo, gli spetta, uno ius naturale.

Lo stupro si ripete con le stesse modalità e intenzionalità sotto ogni latitudine, in India diventa un codice d’onore diversificato. Da quello domestico per sottomissione della donna, suppellettile di proprietà, a quello di casta, a quello di offesa etnica militare, a quello punitivo per le donne che vestono o hanno modi all’occidentale.

Le donne indiane per quanto possano occidentalizzarsi vestono comunque in lungo, sari o pantaloni, e mussulmane col velo. Ciò nonostante molti stupratori si difendono asserendo che sono stati provocati, unica difesa possibile.

C’entrano poco i centimetri di pelle scoperta, è una cultura.

Una cultura che è possibile sradicare, qui da noi come altrove. Basta provarci, cioè investire in contro-cultura, in programmi educativi e di socializzazione tra i generi, certo più di due, per sconfiggere sullo stesso piano omofobie, stereotipi e rapporto violento. Non servono ergastoli, pene inasprite, censure e divieti da neobigottismo.

Pochi accenni indicativi dello stato sociale delle donne indiane. Il numero di donne rispetto agli uomini sulla popolazione è inferiore per la soppressione delle femmine alla nascita o da piccole (aree rurali più interne e fasce più povere), per evitare la tassa sempre più esosa della dote al futuro marito (pratica tuttavia illegale), causa anche di femminicidio se non riscossa  (donna come costo da rimuovere, Armellini). Lo sfregio sul viso con l’acido può essere la terribile punizione per un rifiuto o insubordinazione (un campionario scioccante su internet). Maltrattamenti e umiliazioni tra le mura domestiche hanno frequenza quotidiana (secondo Amnesty per il 45% delle donne sposate). I movimenti delle donne per contro sono molto attivi per operatività e ricchezza di dibattito. (fonte ISPI

Un rapper indiano, tuttora in hit parade, esalta l’amore violento e di possesso (un suo pezzo è titolato Prostituta), si è visto annullare un concerto il 26 dicembre sull’onda delle proteste dilaganti di donne, ancora in corso.

Ma più di altre, la scena atroce di un fratello che punisce una sorella con una decapitazione pubblica è emblematica di una mentalità. La sorella, riferisce l’Hindustan Times, era fuggita con l’ex fidanzato per sottrarsi alle «torture quotidiane subite nella casa dei famigliari del marito». Il fratello scova i due amanti: «Ha trascinato per i capelli la sorella in strada e l’ha decapitata sotto gli occhi dei passanti. “Avrei ucciso anche l’amante se l’avessi trovato in casa”, ha giurato il 29enne». (AGI). Ma la cosa più terrificante è che percorre alcuni chilometri con la spada in una mano e la testa della sorella nell’altra per andare a costituirsi alla stazione di polizia. Spiega agli agenti di essere stato costretto al gesto «per salvare l’onore della famiglia».

Su questo filo, tre preti che hanno capito poco delle donne.

Uno le vuole ingravidare per vedere l’effetto che fa, uno le striglia perché provocano: il femminicidio se lo sono cercato, uno intervistato sullo stupro in India dice che solo il cristianesimo ha liberato la donna.

E che dire allora degli abusi sessuali su minori, della pedofilia ecclesiastica nelle ombre delle sacrestie? Le bambine e i bambini provocano, vestono in modo provocante? Se lo sono cercato? Fenomeno tutt’altro che trascurabile se l’avvocato Jeff Anderson riesce ad ottenere per i suoi assistiti 30 milioni di dollari di risarcimento dalle diocesi americane, e se alla Corte internazionale dell’Aja è stata tentata una denuncia contro il Vaticano dalle associazioni delle vittime, con un dossier di 20.000 pagine che documentano i reati per violenza sessuale di ecclesiastici nei cinque continenti. L’atto è stato prodotto probabilmente anche per risonanza mediatica, la denuncia è stata ritirata nel febbraio 2012 e il caso archiviato, ma i fatti restano.

E le povere ragazze, dette maggies, delle Magdalene Laundries nella cattolicissima Irlanda? Tutte provocatrici. L’ultima casa-lavanderia fu chiusa nel 1996 (non per ragioni etiche ma per l’arrivo massiccio delle lavatrici elettromeccaniche) dopo 150 anni dall’istituzione. Quasi 30.000 donne vi sono passate, sfruttate e abusate sia da suore che da preti, confessori e direttori spirituali. Sex in a Cold Climate, documentario con interviste dirette, e Magdalene, film di Peter Mullen, ne hanno raccontato le storie. Le denunce risalenti anche fino agli anni ’40 del secolo scorso sono state 3.000, fu istituita una commissione d’inchiesta governativa nel 2000 e nel 2004 suor Breeg O’Neill, superiora dell’ordine che aveva gestito le case Magdalene, chiese scusa pubblicamente: «Senza alcuna riserva e incondizionatamente noi ci scusiamo di fronte a ciascuno di voi per la sofferenza che abbiamo potuto causare. Noi esprimiamo il nostro sincero dolore e domandiamo il vostro perdono». L’associazione Justice for Magdalenes fondata prevalentemente da figlie di quelle donne lotta ancora per il diritto al risarcimento.

magdalene hausesWomen inside one of the original Magdalene laundries, circa 1940s. Photograph: Roz Sinclair/Testimony Films

Se la notizia è inestinguibile e si muovono i tribunali e la storia irreversibile e le risultanze scietifiche inconfutabili, restano le scuse.

Ammettere e riconoscere pubblicamente colpe storiche non è facile per la chiesa cattolica. Una di queste è la concezione della donna ricorrente nei testi teologici e dottrinali, insostenibile alla luce dell’evoluzione storica culturale e scientifica di oggi.

Perché il parroco di S. Terenzo-Lerici, Piero Corsi, fa suo un pessimo editoriale di un web-fogliaccio fondamentalista-integralista misogino e lo espone nella bacheca della sua chiesa? Così tuona:

«Una stampa fanatica e deviata attribuisce all’uomo che non accetterebbe la separazione la spinta alla violenza. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni. Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici. Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (forma di violenza da condannare e punire con fermezza) spesso le responsabilità sono condivise».

«… Quante volte vediamo ragazze e signore mature circolare per strada con vestiti provocanti e succinti? Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre e nei cinema? Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e poi si arriva alla violenza o abuso sessuale (lo ribadiamo. Roba da mascalzoni). Facciano un sano esame di coscienza: forse questo ce lo siamo cercate anche noi?»

E perché il parroco di Condera-Reggio Calabria, Nuccio Cannizzaro, cerimoniere della Curia e cappellano della polizia municipale, in una intercettazione sui suoi intrighi, e resa pubblica, così si esprime sulle donne? «A noi preti ci dovrebbero autorizzare almeno una volta nella vita a mettere incinta una donna “per vedere l’effetto che fa”, senza sposarla, qualche prete e qualche vescovo lo ha fatto» … «questo religioso è diventato vescovo nonostante le porcate che ha fatto».

Qualcosa come un semplice tiro al pallone per godersi il gol. O piuttosto fa pensare al piromane malato che appiccato l’incendio poi si gode la terribilità dello spettacolo, incurante della tragedia procurata a piante animali case persone. Il corpo femminile in queste parole è inerte, una bambola gonfiabile, senza volto, solo l’apparato riproduttivo come un’escrescenza alien di godimento, ma anche di punizione.

Chi autorizza cosa? Tanta sensibilità e profondità di pensiero in che rapporto sta con la professione teologica?  Lo ius naturale sul corpo delle donne, la cultura planetaria maschile dell’appropriazione, della rapina sessuale tocca anche il profondo ecclesiastico?

Gli stereotipi sociali correnti assorbiti fin dall’infanzia sono corrosivi e indelebili senza un buon lavoro di conoscenza e di consapevolezza. Un prete non ne è esentato. Ed è ovvio che ci sono uomini e preti meravigliosi.

Quanto al paesaggio culturale dove abitano e convivono le figure teologiche e quelle reali, come quella della donna, studiato e vissuto dall’uomo di chiesa se ne può dare un campionario sterminato. E capire come venga da lontano una certa sostanza strutturante. Se ne sono accorte da un po’ anche le donne ecclesiastiche e ne discutono, con voce più forte oltreoceano.

Levitico, 15

19 Quando una donna abbia flusso di sangue, cioè il flusso nel suo corpo, la sua immondezza durerà sette giorni; chiunque la toccherà sarà immondo fino alla sera. 20 Ogni giaciglio sul quale si sarà messa a dormire durante la sua immondezza sarà immondo; ogni mobile sul quale si sarà seduta sarà immondo. 21 Chiunque toccherà il suo giaciglio, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. 22 Chi toccherà qualunque mobile sul quale essa si sarà seduta, dovrà lavarsi le vesti, bagnarsi nell’acqua e sarà immondo fino alla sera. 23 Se l’uomo si trova sul giaciglio o sul mobile mentre essa vi siede, per tale contatto sarà immondo fino alla sera. 24 Se un uomo ha rapporto intimo con essa, l’immondezza di lei lo contamina: egli sarà immondo per sette giorni e ogni giaciglio sul quale si coricherà sarà immondo.

Dunque occorreva scomparire dalla faccia della terra come appestate o lebbrose, colpevoli per danni personali, sociali e all’ambiente. Lo sbigottimento e la paura dell’uomo arcaico davanti all’affioramento misterioso del sangue sul corpo della donna si codifica con l’isolamento e la punizione, poi la riammissione con la purificazione. Una volta al mese la donna fertile è un essere immondo che turba la collettività e contamina tutto.

Paolo riprende e amplia un precetto del Levitico:

«Di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza» (Prima lettera ai Corinzi, XI).

Ecco lo ius naturale di cui deve godere l’uomo, non due persone pari e responsabili ma una dominante e l’altra subordinata come figurante di utilità, servizio, abnegazione. Figurante di piacere o di curiosità riproduttiva: il mettere incinta senza sposarla, per vedere l’effetto che fa. Il corpo nella sua diversità e bellezza goduto per effrazione senza alcuna responsabilità e insieme negato e punito.

In quanto peccatrice per natura (diaboli ianua) e istigatrice al peccato, anzi origine del peccato primordiale la donna è così descritta da Tertulliano, dottore della Chiesa (De cultu feminarum, 1,1):

«Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione.

“Nel dolore e nella inquietudine partorirai, donna; verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ed egli sarà il tuo padrone”. Cita Genesi 3,16, riproponendo l’inizio della rappresentazione femminile biblica, e continua «Tu sei la porta del demonio!…».

Robert L. Wilken  sull’Enciclopedia Britannica indica Tertulliano come «iniziatore della ecclesiastica latina, determinante nel plasmare il vocabolario e il pensiero del cristianesimo occidentale».

La violazione corporale come punizione interiore profonda (non è così anche lo stupro?) che la donna deve accettare, anche ringraziando:

«Allora il sacerdote farà giurare alla donna con un’imprecazione; poi dirà alla donna: Il Signore faccia di te un oggetto di maledizione e di imprecazione in mezzo al tuo popolo, facendoti avvizzire i fianchi e gonfiare il ventre; quest’acqua che porta maledizione ti entri nelle viscere per farti gonfiare il ventre e avvizzire i fianchi! E la donna dirà: Amen, Amen!» (Numeri 5, 21). Era un rituale (offerta della gelosia) cui poteva ricorrere  il marito sospettoso portando la donna davanti al sacerdote: se la donna era pura, la maledizione per quella volta non avrebbe avuto effetto.

Paolo, senza mezzi termini:

«Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto» (Lettera agli Efesini 5, 22).

La donna provoca anche quando sceglie la vita consacrata? Con doppi sai e coperture integrali? Nei conventi?

Scipione de’ Ricci, vescovo di Prato, riferisce nelle sue Memorie (1°, pg 113) vicende del convento di S. Caterina di Pistoia (ultimo sorcio ’700) dove «quasi tutte le monache erano state in vari modi tentate, e non poche anche sedotte, come apparisce dai loro deposti…» la stessa priora del convento Flavia Peraccini in una lettera riferisce che la situazione è estesa a tanti altri conventi più di quanto non si immagini.

Si dirà che erano altri tempi, ma il rapporto di Maria O’Donohue, suora incaricata dalla Congregazione vaticana per la vita consacrata dietro le molte denunce di violenze sessuali in ambienti ecclesiastici, riferisce che “gli abusi sono diffusi” e perfino del caso di un “prete che spinge una suora ad abortire, lei muore e lui celebra ufficialmente la messa requiem” (Repubblica, 20/3/2011). Una perfetta sceneggiatura horror.

Fino agli anni ’50 – ’60 del secolo passato si usavano i bracieri per scaldarsi. Prima di andare a letto poteva essere infilato sotto le coperte posto in un’armatura a castelletto, convessa. Curioso il modo popolare regionale di indicare questo scaldaletto che ormai non si usa più: il monaco, il frate, il prete, la monaca. Altre dizioni e appellativi, proverbi, filastrocche, fiabe, pietanze, che da sempre richiamano frati, preti, monache, con l’arguzia e il malizioso humor popolare forse ci spiegano molto.

 scaldaletto monaco

Un terzo prete, Piero Gheddo, missionario, scrive per l’Avvenire, Famiglia Cristiana, in un’intervista sugli stupri indiani con una certa deformazione professionale afferma che solo il cristianesimo ha liberato la donna.

«Le femministe dovrebbero ricordarsi del fatto che il cristianesimo ha portato il riscatto della donna molto prima del movimento delle suffragette. Gesù è stato il primo ad affermare l’uguaglianza delle donne dando loro l’opportunità di conoscere i loro diritti, 19 secoli prima del femminismo che risale solo ai primi del novecento».

Padre Gheddo però avanza subito delle riserve:

«In molte attaccano la Chiesa perché non permette il sacerdozio alle donne, ma questo è un altro problema: il fatto che la donna abbia gli stessi diritti dell’uomo non significa che debba fare tutto, in quanto fa ciò per cui è stata creata da Dio…».

La visione modernista della gerarchia riconosce cioè pieni diritti tra uomo e donna, ma con riserva. Altre riserve per persone che di fatto formano generi: gay, lesbiche, transgender…

L’assunto dottrinale del subordine femminile nelle gerarchie ecclesiastiche è perpetuato oggi con strumenti moderni, non più per fortuna via tortura, inquisizione e rogo (l’ultima strega fu arsa in Italia intorno ai primi dell’ottocento), ma per esempio tramite commissariamento delle suore americane impertinenti, con supervisione della gerarchia maschile.

La Leadership Conference of Women Religious (LCWR) è un’organizzazione che accoglie le 1.500 madri superiore degli ordini religiosi americani  cui fa capo la gran parte delle 60-70.000 religiose. Ha espresso una grande vivacità operativa e culturale per aver innescato intensi dibattiti su come coniugare religione e contemporaneità e per aver fatto emergere la soggettività della componente femminile nello sfondo del magistero ecclesiale. Temi come l’ordinazione sacerdotale femminile e la disponibilità pastorale verso l’omosessualità sono quelli che più hanno disturbato la gerarchia, e poi i temi bioetici, la pena di morte, non ultimo il sostegno alla riforma sanitaria dato a Barak Obama.

W. J. Levada, cardinale statunitense, successore di Ratzinger  come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (ex Sant’Uffizio) condusse un’inchiesta sulla LCWR da cui emersero “seri problemi dottrinali”: vi  sono raccolti comportamenti e affermazioni pubbliche che «sfidano i vescovi autentici maestri della Chiesa, della fede e della morale … temi da femministe radicali incompatibili con la dottrina cattolica». Un arcivescovo è stato preposto a seguire e supervisionare l’operato ed è stato istituito un progetto di riforma della stessa LCWR. Per contro le religiose si sono definite «sbalordite dalle conclusioni della valutazione dottrinale» e dalla poca trasparenza del procedimento. In conclusione ad agosto 2012 nell’udienza consuntiva con 900 delegate presenti ha vinto la diplomazia nel senso del dialogo, pur vigilato dalla gerarchia. Una frattura scismatica di 60-70mila donne religiose accusate di radical feminism, con tutto il loro seguito, oggi sarebbe molto temibile.

Il termine femminismo ricorre spesso come accusa virale nei media di massa come classifica negativa di pensiero e operato femminile ribelle, provocatorio, eversivo. E’ dunque incluso anche tra le riserve confessionali delle categorie dell’essere donna…

Cosa sia femminismo vivo e costruttivo si può vedere dal brano riportato più avanti. Qualcosa per cui ogni donna può comunicare, creare, lavorare per se stessa e per le altre con l’obiettivo di opporsi ad una condizione collettiva subita di sopruso, sfruttamento, privazione.

«Una singolare forma di ribellione al femminile si è verificata in questi anni proprio nelle zone rurali dell’India, dove più arretrate sono le condizioni di vita e minori le speranze delle donne di “emanciparsi”, di sfuggire al loro destino di oggetti di proprietà del marito. Nello Stato settentrionale dell’ Haryana è iniziata una campagna intitolata: “No WC, No Bride”: molte giovani donne  si sono rifiutate di sposarsi  a meno che il pretendente non fornisse la loro  futura casa di un bagno. Stufe di utilizzare servizi igienici comuni, di accovacciarsi nei campi, e di soffrire per infezioni genitali divenute spesso croniche a causa della carenza d’igiene personale,  queste donne hanno dato voce al loro disagio utilizzando l’unica arma a loro disposizione: la loro verginità, il loro essere donne e mogli…(Silvia Carena).

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L’insospettabile 1

Maria Carlshamre

Vive in Svezia da 45 anni. Un giorno a vent’anni vi andò forse a cercare le bionde e non è ancora tornato. Sul suo blog bilingue, Franco: dalla Svezia con amore [...], qualche giorno fa ci ha ricordato qualcosa della Svezia che non è molto divulgato, ma comunque già in circolazione da diversi anni.

L’insospettabile ha molto a che fare con le disavventure o con le sciagure che colpiscono le donne. E’ che la Svezia, il luogo dove forse è più alta l’attenzione per la parità, sta ai primi posti in Europa per violenze sessuali sulle donne. E gli altri paesi scandinavi non sono molto distanti. La Svezia è un mito per alcuni atti legislativi di civiltà che in altri paesi sono arrivati in seguito o non sono mai arrivati. Per esempio è stato il primo paese europeo a sanzionare, a qualsiasi titolo, le punizioni corporali sui bambini già nel ’79, contrariamente ad altri paesi dell’Unione che ancora non vi hanno provveduto (anzi il famoso scapaccione viene ritenuto perfino utile). Per l’otto marzo 2010 Amnesty International sul problema dello stupro nei paesi scandinavi rilanciava un appello speciale, fatto già l’anno prima (6/3/2009) in seguito all’allarmante rapporto del 2008.   

“Nel rapporto del 2008, intitolato “Il caso è chiuso: stupro e diritti umani nei paesi scandinavi” Amnesty International sottolinea come le donne che riferiscono alla polizia di essere state stuprate hanno una piccola possibilità che i loro casi siano giudicati da un tribunale a causa delle barriere che incontrano nelle leggi e nelle procedure e a causa delle norme stereotipate relative al comportamento sessuale di uomini e donne. Il pregiudizio di genere, inoltre, interferisce ad ogni livello dell’iter legale intrapreso dalle donne sopravvissute. Di conseguenza molti responsabili non sono mai stati chiamati a rispondere dei loro reati.”

(http://www.amnesty.it/scandinavia_stupro_protezione_donne.html)

 

Viene in mente Ciudad Juàrez (ma le realtà complessive sono enormemente diverse e non paragonabili) per il muro di gomma che si può avere anche nel fior fiore del primo mondo e con tanto di fiore all’occhiello in tema di parità.

Ad un aumento dei casi di violenza sessuale, per es. di 140% negli anni ’80-2000, non corrisponde in proporzione un numero conseguente di condanne, statisticamente fermo come indice agli anni 60-70.

Nel suo blog, Franco Fazio, conoscendo bene ormai la Svezia e vivendoci da 45 anni, afferma che tutt’oggi statisticamente una persona rischia più di subire uno stupro che una rapina.

 

Volete sapere – racconta Lilli Gruber – che faccia ha una donna che è stata maltrattata e picchiata per anni dal marito? Eccola. Così ho conosciuto la prima volta, a un dibattito al Parlamento Europeo per la Festa della Donna nel 2005, la giornalista Maria Carlshamre. La sua denuncia ha squarciato un velo che per anni ha nascosto una verità inconfessabile.

Pubblicamente, in diretta televisiva, Maria trova il coraggio di denunciare suo marito, mandando in mille pezzi il grande porta-ritratto di cristallo con la foto cartolina della Svezia.

«Volete sapere che faccia ha una donna che è stata picchiata? Eccola. Mio marito abusa di me da più di dieci anni». Immediatamente licenziata. Avevano tentato in ogni modo di dissuaderla, dove lavorava.  Uno shock per il paese.

Appena rotti gli argini molte altre donne rivelano di essere state malmenate e stuprate. Il dato costante europeo è che la maggioranza dei casi di violenza, intorno al 70%, avviene in famiglia. Questo conferma con chiarezza che il filo rosso del patriarcato annoda ancora la struttura societaria ancestrale a quella moderna. Una triste realtà di sopraffazione emerge con forza nel paese della più avanzata parità di genere raggiunta. Meno di un quarto delle donne che subiscono violenza sporge denuncia, il resto per paura di ritorsione, paura di non essere credute, per vergogna, subisce in silenzio. Gli agenti che ricevono le denunce tendono più a sminuire e ridimensionare, che a perseguire la reale e completa entità del fatto violento, in un eccesso di garantismo insospettabile a rovescio.

Conclude il corrispondente bloger dalla Svezia: … è parere comune tra gli ufficiali che le donne che denunciano questo tipo di crimine “stiano mentendo o si stiano confondendo”. Questo atteggiamento dei poliziotti genera un fenomeno denominato “attrito”: le donne preferiscono non denunciare l’accaduto, o far cadere le accuse in un secondo momento. La condizione degli stupratori in Svezia è quindi di sostanziale impunità.

  

«Dobbiamo cambiare l’immagine di noi stessi. Non siamo i campioni del mondo dell’uguaglianza» è l’amara riflessione di Maria Carlshamre divenuta in seguito parlamentare europea.

 

fonti:

http://www.amnesty.it/scandinavia_stupro_protezione_donne.html
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/03_Marzo/31/violenza.shtml
http://franco-francofaziocom.blogspot.com/2010/08/la-svezia-e-seconda-al-mondo-e-detiene.html

 

 

Il film Racconti da Stoccolma, di Anders Nilsson, 2008, in una delle tre storie racconta proprio quella di Maria. Lo abbiamo proiettato al Politeama Siracusa, la sera del  10 gennaio 2009, al passaggio dell’Anfora da Reggio (vedi ABBIAMO FATTO). Al 57mo Festival di Berlino ha ricevuto il Premio Amnesty International.   

“L’onore o la perdita dell’onore è al centro di queste tre storie. Storie che ho voluto raccontare nello stile di Alfred Hitchcock, ovvero dal punto di vista delle vittime” dichiara il regista Nilsson in un’intervista prima dell’uscita del film a Roma. Gli viene chiesto se per caso non c’entri l’alcol: “… mi sembra riduttivo pensare questo. Conosco delle persone che bevono che non hanno mai picchiato la moglie e altri sobri che lo fanno. Insomma non me la sento di segnalare l’alcol come la principale causa della violenza“. (ANSA, 2008-04-24, 49501295).

«Sono stata picchiata e maltrattata per dieci anni da mio marito … e io tutte le volte ero convinta che la colpa era mia, che ero io la causa … È fondamentale che le vittime parlino di questa loro condizione». Nel film si chiama Carina (Boysen), nella realtà è Maria Carlshamre, una giornalista svedese che ha avuto il coraggio di “uscire allo scoperto” e denunciare in diretta televisiva le violenze subite ad opera del marito, collega di lavoro e “geloso” del successo della moglie. Eletta poi al Parlamento Europeo, Carina /Maria ha potuto presentare un programma per la difesa dei diritti delle donne.

(scheda film:http://www.critamorcinema.it/online/?p=2234)

 

 

La violenza degli uomini contro le donne non costituisce solo un reato ma anche un grave problema per la società nonché una violazione dei diritti umani. E’ quanto afferma la relazione d’iniziativa di Maria CARLSHAMRE (ADLE/ADLE, SE) – adottata dalla Plenaria con 545 voti favorevoli, 13 contrari e 56 astensioni – sottolineando che la violenza contro le donne è un fenomeno universale “collegato all’iniqua distribuzione del potere tra i generi che ancora caratterizza la nostra società”.
La relazione ricorda inoltre che una dichiarazione dell’ONU definisce la violenza contro le donne come “ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o nel privato”.

da: 

http://assemblealegislativa.regione.emilia-romagna.it/biblioteca/pubblicazioni/MonitorEuropa/2006/Monitor_2/PE/Violenza_Donne.htm

 

Il Parlamento europeo ha adottato il 2 febbraio il parere dell’on. Maria Carlshamre, elaborato in seno alla commissione per i diritti delle donne, in cui si raccomanda alla Commissione europea e a tutti gli Stati membri di adottare azioni ed iniziative tese a combattere la violenza sulle donne e soprattutto di considerare la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani. (…)

 Testi approvati Giovedì 2 febbraio 2006 – Bruxelles http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?language=IT&pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA2006-0038+0+DOC+XML+V0//IT
http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+TA+P6-TA-2006-0038+0+DOC+XML+V0//IT&language=IT

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