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Banalmente morire

Gabriella Cipolletta muore a 20 anni, all’Ospedale Cardarelli di Napoli, per emorragia durante un intervento di interruzione di gravidanza. In seguito alla denuncia dei genitori vengono inviati Ispettori ministeriali. Gli stessi hanno rilevato “criticità” in 3 casi su 4 riguardanti le ultime quattro tragedie di donne in gravidanza morte a dicembre durante il ricovero negli ospedali di Bassano del Grappa, San Bonifacio (VR) e Brescia.

***

Inoltriamo il nostro appello per la verità sulla tragica vicenda che ha portato alla morte, per emorragia nel corso di un intervento di IVG, di una giovane donna, Gabriella. E’ a lei e a chi l’ama che dobbiamo tutto il nostro impegno a presidiare l’applicazione delle norme che abbiamo conquistato per salvaguardare la nostra salute. A noi tutte e a tutte coloro che si accostano alla sanità pubblica per l’esercizio del diritto alla salute, deve essere data la certezza che le ideologie integraliste incombenti non interferiscano nella qualità delle prestazioni sanitarie rivolte alle donne.

Le eventuali strumentalizzazioni, rivolte a ridiscutere norme come la legge 194, sarebbero volgari tentativi volti a dissimulare il fatto che a pagare tanto gli sprechi quanto i tagli, nel servizio sanitario, sono proprio le donne.

Chiediamo di sottoscrivere l’appello e di diffonderlo 

UDI di Napoli

Non si può morire d’aborto

Il “Comitato per l’applicazione della legge 194” della Campania esprime la propria solidarietà e vicinanza alla famiglia di Gabriella a cui si stringe. E’ necessario dire che va respinta ogni strumentalizzazione di questa perdita drammatica di una ragazza di appena 19 anni, strumentalizzazione volta ad attaccare l’interruzione volontaria di gravidanza. Vogliamo ricordare che la legge 194 garantisce la tutela e la salute della vita delle donne. D’altra parte l’Ospedale Cardarelli, rispetto all’IVG, è sempre stato un presidio costantemente monitorato. Ci chiediamo se questo decesso non sia da ricondurre a uno dei casi di malasanità, occorsi recentemente perfino in donne partorienti, e chiediamo che sia fatta piena luce sulle cause del decesso e sulle procedure di intervento seguite. È questa la prima  di giustizia e di rispetto per la memoria di Gabriella e per la sua famiglia. Ricordiamo che lo slogan nei lontani anni settanta era: aborto libero per non morire, contraccezione per non abortire.

Adesioni:  Comitato per l’applicazione della legge 194, Assemblea delle Donne di Napoli per la restituzione, Associazione Casa delle Donne di Napoli, Udi Napoli, Udi Reggio Calabria, Collettivo 105, Adateoriafemminista, Save194 insiemepernontornareindietro, Terra Prena, Le Kassandre, Donne in nero di Napoli, Arcidonna Napoli, Collettivo Resistenza femminista, UDI Nazionale, Noi Donne.

Simona Ricciardelli, Stefania Cantatore , Elena Pagliuca, Liliana Valenti, Chiara Guida, Stefania Tarantino, Raffaella Capuozzolo, Anna Maria Cicellyn Comneno, Iaia de Marco, Laura Capobianco, Teresa Potenza; Grazia Zimmaro, Anna Canzanella, Franca Pinto,Rosanna Ferreri, Ileana Remini, Roberta Capone, Gigliola De Feo, Elena Merolla, Angela Gentiletti, Amalia Fanelli , Elisabetta Riccardi ,Vera Cimmaruta, Marina Frezza, Emilia Valentino, Tina Marroccoli, Anna Abbate, Mriarosaria Bonetti, Tina Cimmino, Mariateresa Scarpelli, Marcella Torre, Marianna Matacena, Nadia Nappo, Maura Maffezzoli, Graziella Matera, Clara Pappalardo, Pina Tommasielli, Lucia Coletta, Maria Luisa Nolli, Enza Turco, Laura Fiore, Marsia Modola, Anna Riccardi, Melina Gatti, Carmen Armaroli, Anna La Ragione, Annamaria Raimondi, Vittoria Tola, Maria Acampa.

Per adesioni donnedinapoliperlarestituzione@gmail.com, oppure messaggi o commenti su Facebook.

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LA CORTE COSTITUZIONALE E L’ARROGANZA DEL POTERE

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LA Corte Costituzionale, ancora una volta, è intervenuta per cancellare un divieto della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita. Si tratta in questo caso del divieto della diagnosi pre – impianto per le coppie fertili ma portatrici sane di patologie genetiche. Anche questa volta, come per le 36 sentenze dei tribunali e le 3 della Consulta, seguite all’approvazione della legge e al referendum abrogativo dove, l’entrata a gamba tesa del Vaticano, permise il non raggiungimento del quorum, la sentenza arriva in conseguenza di un ricorso.

Maria Cristina Paolini, Armando Catalano, Valentina Magnanti e Fabrizio Cipriani, sono loro le coppie che si sono rivolte alla Corte contro quel divieto. A undici anni dall’approvazione della legge 40, che molte donne abbiamo, a suo tempo, definito “oscurantista, moralista, proibizionista”, nata da sentimenti di rivalsa maschile contro la libertà femminile, sono ben 4, compreso l’ultimo, i divieti cancellati dai tribunali e dalla Consulta e condannati dalla Corte suprema europea dei diritti di Strasburgo. Il divieto di produzione di più di tre embrioni e quello dell’obbligo di contemporaneo impianto di tutti e tre sono stati rimossi dalla Consulta nel 2009, mentre il divieto della fecondazione eterologa è stato cancellato dalla Corte nell’ aprile 2014.

Le battaglie giudiziarie non sono ancora terminate, si è in attesa, infatti, di udienza sia presso la Consulta che la suprema Corte europea del divieto di utilizzo degli embrioni per la ricerca scientifica e la revoca del consenso. Insomma dell’impianto della legge 40, così come l’avevano voluta i politici, sostenuti dalla chiesa del cardinale Ruini, è rimasto ben poco, grazie a quelle donne che non si sono arrese alla forza della legge. E’ la libertà femminile che le varie sentenze hanno riconosciuto, contro la volontà dei politici, contro la forza e la violenza del potere.

Non è più possibile – come hanno tentato di fare politici e Vaticano – imbrigliare la volontà di una donna di decidere quando e come diventare madre. Lo hanno dimostrato tutte quelle donne che, dopo averne contrastato la sua approvazione insieme ad altre, tenacemente l’hanno combattuta nei tribunali. Quelle sentenze non cancellano solo degli articoli di legge, ma condannano un modo, più maschile che femminile, di intendere il potere – confuso con la politica – come esercizio della forza contro le donne, in questo caso, sul cui corpo si è legiferato.

Condannano l’arroganza , la sordità, l’autoreferenzialità di una classe politica che ha “tirato dritto”, nonostante le ragioni e le proteste di tante donne, ed ha cercato di imporre per legge la propria visione del mondo. E’ questa una delle eredità del ventennio berlusconiano che il governo Renzi, convintamente, ha raccolto e sta portando avanti con spregiudicatezza, nel tentativo di imporre la sua visione neoliberista – individualista del mondo, del lavoro, delle istituzioni, dell’economia, della scuola, dove a dominare è la legge del più forte e chi non è d’accordo col “sovrano” di turno, è visto come “un nemico” da disprezzare, umiliare, abbattere.

In questo mondo non c’è spazio per il dialogo, le relazioni, lo scambio, le mediazioni, i sentimenti – su cui le donne hanno costruito la loro politica – considerati intralci, perdita di tempo. Renzi e il suo governo, alla sentenza della Corte sulla cancellazione del divieto della fecondazione eterologa, hanno risposto, pur non potendolo fare, ribadendo il divieto in mancanza di un intervento legislativo del Parlamento, di cui non si ha più notizia. Un tentativo questo per continuare a rendere difficile per una donna diventare madre quando e come lo desideri.

Faranno lo stesso con quest’ultima sentenza? Per fortuna le sentenze, tutte, hanno valore esecutivo immediato. In questi anni per le donne è diventato sempre più difficile e rischioso, in questo Paese, non solo decidere di interrompere una gravidanza ma anche partorire.

E questo è ancora più vero nella nostra regione, dove in molti ospedali non solo la 194 viene disattesa ma si muore anche di parto. E muoiono anche neonati. In molti ospedali non esiste il reparto di neonatologia – come a Vibo Valentia – e dove c’era, come a Lamezia Terme, è stato chiuso in nome della spending review.

Le donne muoiono come la giovane Katia Caloiero, di 39 anni, morta dopo il parto all’ospedale Pugliese Ciaccio di Catanzaro. Sulla vicenda la Procura ha aperto un’indagine ed iscritto nel registro degli indaganti otto persone.

Muoiono neonati per asfissia come la bambina sull’autombulanza, durante il trasporto da Vibo a Catanzaro. E intanto il reparto di neonatologia di Catanzaro scoppia e una bimba da giorni combatte per sopravvivere ad un’infezione di streptococco. Malasanità?

Non solo.

Franca Fortunato

Quotidiano del Sud 16/05/2015

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Le madri

madri nuragiche(Le madri – bronzetti nuragici, da Giovanni Lilliu, 1966)

LA SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE

LA SENTENZA della Corte di Cassazione, che ha confermato l’affidamento della figlia minorenne alla madre separata, che convive con un’altra donna, la trovo un capolavoro di riconoscimento giuridico dell’amore femminile per la madre. Protagoniste tutte donne. Donna anche la presidente della Suprema Corte, che ha emanato la sentenza, Maria Gabriella Luccioli, che già nel marzo scorso aveva sancito che i <i gay hanno diritto a una vita familiare>.

La sentenza riconosce quello che le donne sanno da sempre, che una famiglia di sole donne non rappresenta un pericolo per una crescita “sana” ed “equilibrata” di una bambina o di un bambino, e aggiunge che non c’è  alcuna “certezza scientifica” o “esperienza” che provino il contrario. Conferma della giustezza della sentenza viene da alcune testimonianze riportate da  Repubblica (12.01.2013).

Morena, 21 anni, cresciuta con la madre e la sua compagna, anche lei madre di una bambina, così racconta: < Come sono cresciuta? Serena, felice, forte, amata, anche se non è stato facile mettere insieme le nostre quattro vite … Alle scuole medie è stata dura, avevo diviso il mondo tra gli amici che potevano capire e quelli che mi avrebbero emarginato. Ricordo le loro facce stupefatte … Poi al liceo è cambiato: della mia storia ne ho fatto un punto di forza, ho iniziato ad aprirmi, a far sapere ai prof. e agli altri che esistono famiglie diverse, gay, lesbiche, e che si può essere figli e felici anche in famiglie così. Oggi ho un legame fortissimo con la mia famiglia tutta di donne. Mi sento forte, sostenuta, il mio compagno Renè le adora>.

Livia, 13 anni : <L’unico luogo in cui mi sento a disagio è la scuola, se i miei compagni vengono a sapere che mia madre è lesbica mi insultano senza pietà>. Fa la terza media e dice di vivere in una <famiglia allegra e calda, dove tutti i parenti rispettano la scelta di mia madre, anche mio padre. C’ è un mio amico di classe che viene preso in giro ogni giorno perché non guarda le ragazze, “sei gay, sei f…” gli dicono. Per questo la mia storia l’ho raccontata soltanto a pochi amici fidati e ad alcuni prof. Spero che la scuola cambi. Magari alle superiori. Perché con mia madre e la sua compagna io sono felice. Ci vuole tanto a capirlo?>.

Sara 11 anni, figlia avuta con il seme di donatore: <Per me questa è la normalità – racconta – , non ne conosco un’altra, e mi sento serena così. I miei amici dicono che ho una famiglia simpaticissima. Alle scuole elementari non ho avuto alcun problema, adesso che sono in prima media capisco che le cose sono diverse, potrebbero prendermi in giro e magari non racconto tutto a tutti. Un padre? No, non mi manca, le mie madri mi bastano. Può sembrare strano ma siamo felici>.

Che cosa c’è di sconvolgente in questi racconti di vita, per gli uomini della Conferenza episcopale e per i politici alla Giovanardi e Gasparri?  Di quali conseguenze devastanti “per la prossima generazione” parla l’arcivescovo Vincenzo Paglia? Di quale “pericolo per la tutela della prossima generazione” parla l’Avvenire? Lo sanno o no che in Italia le figlie e i figli, biologici o adottivi, di coppie omosessuali sono 100 mila e in Usa 14 milioni?  Come fanno a non capire che le loro parole rafforzano paure e pregiudizi?

In molti Paesi europei come Gran Bretagna, Spagna, Svezia, Belgio, Olanda, l’adozione per coppie omosessuali è legale. Ai vescovi, uomini di poca fede, e ai politici, uomini di grande malafede, risulta che in quei Paesi ci siano state le conseguenze “devastanti” di cui (stra)parlano? E’ significativo che gli “sconvolti” non abbiano speso una parola di condanna nei confronti del padre che “si è allontanato dalla bimba – come si legge nella sentenza – quando aveva solo dieci mesi, ha usato violenza con la sua compagna e si è sottratto agli incontri protetti con la piccola”. Forse avrebbero preferito che la bambina venisse affidata a lui o sottratta alla madre e data in adozione, in nome dell’interesse della minore? La verità di tanto sconcerto, forse, sta solo nel fatto che la sentenza ha riconosciuto che si può essere felici anche senza un uomo.

Franca Fortunato 

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Pescecani in incognito

L’agente Betulla è un giornalista: Renato Farina. O meglio, il giornalista Farina è anche agente dei Servizi Segreti. Fornisce informazioni e notizie manipolate o false per fini eterodiretti. Più volte scoperto, processato, riconosciuto colpevole: [ha] irrimediabilmente compromesso il decoro e la dignità professionale… arrecato danno alla dignità dell’Ordine professionale, recita una sentenza (diversi infatti i procedimenti giudiziari per vari casi).

Radiato dall’Albo (anche se si dimette poco prima), non può scrivere come professionista, ma gli viene lanciata una ciambella di salvataggio e come opinionista può continuare a scrivere. Si firma Dreyfus. L’allusione al caso del celebre capitano francese è plateale: condannato ingiustamente per spionaggio, fu degradato con cerimonia di rito: strappati i gradi, spezzata la spada, ma riabilitato poi faticosamente.

Per Betulla, condannato e degradato – fuori dall’Albo, la penna spezzata – i suoi solidali si adoperano immediatamente e facilmente, di fatto, per un risarcimento e una riabilitazione: al Miting di Rimini lo applaudono come salvatore della patria (Betulla al processo per il rapimento dell’imam di Milano dichiara di aver agito secondo l’art. 52 della Costituzione: difendere la Patria è sacro dovere del cittadino), proposto dal Pdl per l’Ambrogino d’oro, Berlusconi lo candida in parlamento, il direttore Vittorio Feltri del giornale Libero, per cui scriveva, continua a tenerlo. E ugualmente il successivo direttore Sandro Sallusti, adottando la tecnica storica, in contromossa, della santificazione o istituzionalizzazione o promozione immediata.

E’ da presumere che Dreyfus-Betulla scriva dunque sotto un esaltato quanto beffardo impulso-proclama d’innocenza.

La linea continua tanto da essere incriminato un suo (oggi sappiamo) articolo per falso e diffamazione su querela. Si celebrano i tre gradi di processo, esito 14 mesi di carcere ma comminati a Sallusti come direttore.

In parlamento il deputato Farina confessa, è lui Dreyfus, dopo che Feltri ne aveva rivelato l’identità: Quel testo è mio, me ne assumo la responsabilità morale e giuridica. Chiedo scusa al magistrato: le notizie di quel commento erano sbagliate.

Ora è troppo tardi, infame! – commenta Mentana. Infatti l’articolo è del 2007, la sentenza è ormai in giudicato con pronuncia della Cassazione e nota della Corte: “Condanna non per opinione ma per pubblicazione di notizia palesemente falsa”. Dreyfus era rimasto in incognito.

Cosa vi era di falso nell’articolo e non dunque solo un’opinione che ha offeso e diffamato, secondo la Corte?

Parole gesti comportamenti letteralmente inventati, giusto per creare una fiction emozionale, per aizzare fino allo sdegno da pena di morte.

Una ragazza minorenne rimane incinta e l’opinionista Dreyfus così la descrive, alle prime battute: … Costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata. Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione del cuore infallibile di una madre.

Deduciamo che Dreyfus era presente, ha visto e sentito… la ragazza non voleva, si divincolava (non l’avrà il ginecologo legata a un letto di contenzione)… non sentiva ragioni per avere già il cuore infallibile di madre (fa pensare a… un cuore ex cathedra). La terminologia è ancorata a quel repertorio sulla ferrea affermazione della proprietà sociale e confessionale del corpo della donna. I termini, le loro sfumature emozionali, gli impliciti, e i personaggi: madre e padre, ginecologo, giudice subiscono un riadattamento per l’esigenza rappresentativa dell’assunto della fiction, ignorando come le cose siano andate in realtà. Il tratto fondamentale è la loro criminalizzazione.

I genitori hanno pensato: «È immatura, si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi»Capiamo che Betulla è riuscito a infiltrarsi anche nei pensieri dei genitori. E continua ad arpeggiare parole lacrimevoli e irrispettose (… strappare in fretta quel grumo dal ventre… quell’altro … rompiballe urlante) per suscitare disprezzo, anzi odio sociale nei loro confronti attraverso i pensieri attribuiti.

Entra in scena nel pezzo-fiction il magistrato: … allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando: aborto coattivo … Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale. Betulla per la precisione dei termini adottati è presente, vede è sente – noi capiamo. Coattivo significa coattivo, pazza significa pazza, pazzia il sostegno psicofisico necessario… Ma è il comportamento attribuito al giudice che farà scattare la querela, il giudice non può aver agito come viene riferito nell’articolo.

Le disposizioni in merito non conferiscono al giudice poteri giudiziali-discrezionali, ma di tutela e verifica di fronte a una richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte della donna minorenne, con l’assenso di padre e madre e con l’ausilio dei servizi di assistenza sociale.

Se manca l’assenso delle parti genitoriali, o di una, interviene il giudice che verifica le condizioni e la volontà di procedere alla IVG. In tal caso ricorre alle valutazioni delle strutture esterne: … il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza (art 12,  L. 194).

Non applica dunque giurisprudenza, non emette sentenza, ma autorizza con un nihl obstat a dar corso alla volontà della donna, nella traccia di quanto prescrive la 194.

Dunque perfettamente legittima la querela di Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare del caso, contro Dreyfus e di conseguenza contro il direttore Sallusti che ha ospitato un articolo che riferisce comportamenti attribuiti non veritieri e diffamatori.

Fosca Binker su Libero fa la cronistoria di come Dreyfus non poteva non scrivere così. Riferisce che tutto parte da un articolo della Stampa di Torino: «Obbligata ad abortire a 13 anni» con occhiello e altre notizie (che si riveleranno non vere).

Boccone ghiotto per Dreyfus che ricuce a tavolino l’elzeviro (18/02/’07/ e senza avere conoscenza diretta e verifica dei fatti, soprattutto il sospetto sulla procedura abnorme.

Diverse le smentite e le rettifiche che si susseguiranno sulle notizie false, ma a Libero non arrivano, perché – scrive Binker –  … Libero … non è abbonato all’Ansa… 

Rettifiche e smentite: «Tredicenne in psichiatria dopo l’aborto. “Costretta dai genitori”. “No, non è vero”. / «Aborto tredicenne: nessun intervento giudici tutelari» / «Non c’è stata alcuna costrizione del giudice». / Il giudice Giuseppe Cocilovo «le ha dato il permesso di prendere autonomamente una decisione».

Binker: Si va avanti così per giorni. Solo il 21 [2007] marzo su La Stampa appare bella nascosta nella rubrica delle lettere la rettifica firmata dal presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato. Titolo: «Ma il giudice non “ ordina” l’aborto». L’avesse mandata anche a Libero, sarebbe stata pubblicata. Ma questo non è avvenuto. Mai una rettifica diretta, solo la querela rivolta esclusivamente a Libero (nessuna citazione a La Stampa). Così per un’opinione espressa su una notizia pubblicata da un altro giornale oggi va in carcere Sallusti. Per restarci 14 mesi.

Le parole sono macigni e i danni sociali di una comunicazione lesiva sono incalcolabili. L’apparato di forza di Dreyfus fa parte del piano sinergico, ogni volta che se ne presenta l’occasione, per avversare l’autonomia e il diritto all’auto-determinazione delle donne, per contenerle nell’ovile di sempre.

Negare questo diritto alimenta umori di avversione e sfocia nella violenza anche fisica su di loro. Il fondamentalismo finto-etico mira a creare uno steccato di biasimo pubblico contro una determinazione individuale consapevole che investe la dimensione profonda della donna, nel suo corpo e nella sua mente. Offensiva la presunzione di incapacità ad esercitare una scelta consapevole sul proprio corpo, offensivo il divieto nello stesso senso. Offensivo un giudizio additante che ha una valenza e un riscontro di tipo sociale.

Giacché il senso dell’articolo, pur difendendo la presunta determinazione della ragazza di mantenere la gravidanza, è quello di demolire la 194 e di denigrare, demonizzare i suoi operatori sia che la applichino legittimamente sia attribuendo loro la volontà di applicarla a tutti i costi e con abuso, come riferisce Dreyfus.

E’ puro terrorismo scrivere: … se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice. Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretto alla follia.

E le successive smitragliate con Virgilio, l’Eneide, l’uccisione del figlioletto di Priamo, lager, gulag, il costringere una madre a veder uccidere il figlioletto davanti ai suoi occhi, sono la truce incastellatura sul corpo della ragazza nel presupposto che il giudice abbia ordinato l’aborto … far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene.

Semplicemente il giudice non poteva farlo. E Dreyfus doveva saperlo, se non altro come agente Betulla.

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Consultori familiari

Perché difendere e potenziare i consultori familiari ci aiuta a risparmiare

di Pina Adorno e Maria Marcelli

Sappiamo tutti che il momento che stiamo vivendo non consente di sprecare le risorse ormai estremamente limitate di cui disponiamo, e sappiamo anche che per affrontare i serissimi problemi che la società del 2000 ha di fronte è necessario dotarsi di un piano globale che ottimizzi  le risorse e metta in sinergia le linee di intervento già in atto o da implementare nei diversi settori.

Non sappiamo ancora nel dettaglio a cosa porteranno i tagli nella sanità che in questi mesi sono allo studio del governo Monti, tagli necessari per ridurre il debito pubblico e che coinvolgono tutti noi.

Ci preme però sottolineare un aspetto che riteniamo fondamentale se vogliamo razionalizzare la spesa sanitaria ed eliminare gli sprechi: i servizi di primo livello vanno salvaguardati e in prospettiva incrementati perché consentono di massimizzare i risultati in termini di salute con il minor costo possibile. Infatti, servizi come  i consultori familiari consentono di investire sulla salute della popolazione in termini di stili di vita sani, con un effetto moltiplicatore sul benessere complessivo  e sulla consapevolezza di ciascuno della propria responsabilità nella tutela della salute, prevenendo patologie che richiederebbero in prospettiva costi molto maggiori.

Negli ultimi anni, analisti delle banche centrali, economisti vincitori di premi Nobel, esperti di organismi internazionali dedicati allo sviluppo, hanno sottolineato la necessità di aumentare gli investimenti pubblici per sostenere :

  • la relazione madre bambino nei primissimi anni di vita, (questo sulla base di studi che dimostrano che tali interventi possono mettere le nuove generazioni sulla strada di uno sviluppo delle loro potenzialità, prevenendo vari tipi di esiti sfavorevoli a medio e lungo termine)
  • i servizi dedicati alla salute delle donne per la possibilità di incidere  in termini di salute sull’intera popolazione.  

Si potrebbero stimare anche in Italia i costi e i risparmi che un servizio di primo livello organizzato come il Consultorio Familiare  può assicurare, per questo abbiamo delineato nello schema che segue alcuni indicatori utili: 

 

OBIETTIVI

EFFETTI ATTESI

POTENZIALI RISPARMI

tutela salute donna

maggiore ricorso alla prevenzione e alla diagnosi precoce

minori costi per interventi per patologie in fase avanzata

applicazione legge 194

promozione uso contraccezione

minori costi per  IVG                                                                               I rapporti annuali del Ministero della salute confermano che nei territori in cui operano i CCFF è più evidente la riduzione del ricorso all’IVG

promozione della salute sessuale e della fertilità in età adolescenziale

riduzione delle gravidanze indesiderate in età adolescenziale

minori costi sanitari e sociali per l’assistenza di gravidanze a rischio

consulenza preconcezionale

promozione di stili di vita sani per prevenzione gravidanze a rischio e patologie dei nascituri

minori costi sanitari e sociali a breve – medio e lungo termine

 

(-Nei paesi anglosassoni la stima sui ritorni economici degli interventi precoci di sostegno alla relazione madre bambino è stata calcolata da due-tre volte a dieci-quindici volte quanto investito)

 

sostegno gravidanza e gruppi di accompagnamento alla nascita

riduzione dell’eccessiva medicalizzazione

migliori esiti per la gravidanza e il parto

riduzione del n° di parti cesarei

sostegno alla genitorialità e promozione di azioni efficaci per la salute del bambino

maggiore soddisfazione nella relazione madre padre bambino

attivazione di reti di mutuo aiuto tra pari

promozione allattamento seno

riduzione del n° di patologie per incidenti e per SIDS

 

Se al contrario non si riconosce il valore e l’efficacia di investire sulla “base” della piramide dei servizi sanitari e sociosanitari  significa che l’obiettivo non è lo stato di salute della popolazione e che il modello di riferimento non è quello del servizio sanitario pubblico, ma un sistema che incentiverà il ricorso alle assicurazioni private, moltiplicando le prestazioni specialistiche che saranno accessibili solo a chi se le potrà permettere.

Per questo ci stupisce  leggere  nel “Piano Famiglia” formulato di recente dal governo, un attacco al modello consultoriale in quanto tale, soprattutto perché caratterizzato come servizio di genere, dimenticando che tutte le agenzie internazionali considerano prioritario intervenire per la salute delle donne, ritenute target strategico per la possibilità di incidere in termini di salute sull’intera popolazione, oltre che per la necessità di riequilibrare le discriminazioni che le colpiscono per quanto attiene tutti quei fattori considerati determinanti di salute.

Ci preme invece ricordare che «quando le donne stanno bene, tutto il mondo sta meglio» e lo afferma un grande economista contemporaneo come Amartya Sen!

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Roma, manifestazione e pacchi contro la proposta Tarzia

CONSULTORI, CORTEO CONTRO LEGGE TARZIA:  foto omniroma ag. stampa

 

 foto noidonne

Bellissima manifestazione!

rassegna stampa

L’Unità

Repubblica

Corriere delle Sera

Il Messaggero

Udirc

Noidonne

L’unico

Omniroma

Corriere Romano

video CGIL

da La Villetta-Sez. G. Cinelli

 

La Legge Tarzia: perchè la contestiamo 

di Gabriella Magnano

 

La legge Tarzia ovvero “Riforma e  riqualificazione dei consultori familiari” in realtà dovrebbe chiamarsi “Smantellamento dei consultori familiari pubblici”.  Vediamone alcuni profili:

– I consultori familiari vengono introdotti nella legislazione italiana da una legge del 1975, che fissa i principi generali, delegando alle Regioni il compito di organizzare il servizio pubblico in sede territoriale. Quella legge del ’75, sembrerà strano, dal punto di vista concettuale è  più avanzata addirittura della 194: è l’unica legge italiana che considera la sessualità della donna per tutto l’arco della vita, dallo sviluppo alla menopausa, ed inserisce i problemi inerenti non solo alla gravidanza, ma anche al concepimento, alla sterilità, alla tutela della salute,  nel quadro sanitario pubblico: la sessualità della donna non è un “problema sociale”, ma un problema sociosanitario. Lo Stato ritiene necessario istituire un servizio pubblico destinato alle donne, ai singoli, alle famiglie, alle coppie.

La proposta di legge Tarzia stravolge completamente questi principi: il soggetto cui il servizio del consultorio, nella Regione Lazio, è destinato non è più la donna o la coppia, bensì la famiglia regolarmente costituita. Già questo è un primo motivo di censura, la legge regionale non può essere contraria a qualla nazionale e, comunque, la norma si pone in palese violazione degli artt. 2 e  3 della Costituzione che sanciscono il principio di eguaglianza e la tutela del cittadino considerato “come singolo”, oltre che nelle formazioni sociali.

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Roma, consultori, le prime ottantamila firme per bloccare la proposta Tarzia

 

Succede a Roma, 14 Aprile 2011

Appuntamento alle 10 davanti al Consultorio di Via dei Lincei con le Donne e le Associazioni dell’Assemblea Permanente contro la proposta Tarzia.
Siamo partite, eravamo tante, quasi tutte, con le nostre scatole variopinte e ammonitrici che rappresentavano simbolicamente le prime 80.000 firme a sostegno del ritiro della irricevibile proposta di legge.
Il corteo ha raggiunto la sede della Regione attraversando Via Cristoforo Colombo e bloccando per un po’ anche il traffico ….. che non ha protestato, affascinato dalla musica della Banda e dalla danza di bravissime giovani donne e incuriosito dai nostri scatoloni tenuti alti nel passaggio. Giunte a destinazione abbiamo richiesto, come precedentemente annunciato, di incontrare la Presidente Renata Polverini per consegnare a lei le firme.
Polverini non ci ha ricevute. Abbiamo intanto consegnato due leggiadre e simboliche scatole rosa all’Assessore Forte, che era uscito a parlare con noi, che le ha prese in carico, e “in braccio”.
La mobilitazione continua …. e continua la raccolta delle firme, fino al ritiro della proposta di legge Tarzia che è il nostro obiettivo, che è l’obiettivo dell’Assemblea Permanente delle Donne
Su questa pagina (in: La legge Tarzia non parla di noi) anche per firmare on-line e per scaricare i moduli raccolta firme in cartaceo.

L’attacco all’autodeterminazione delle donne e delle loro conquiste, che si va consumando da troppo tempo e con tutti i mezzi, saldamente in mano alla confraternita maschile, che volutamente non chiamo patriarcato, è sempre più evidente.
Sapevamo, e lo abbiamo detto, che nel Lazio la questione dei consultori sarebbe stata emblematica ed anche un banco di prova per una strategia nazionale. La rivista Noi Donne nel numero di Settembre dedicò uno speciale alla vicenda del Lazio e ogni mese parla della situazione dei consultori nelle varie regioni.
L’attacco alle donne, la palese volontà di riportarci indietro e di farci tacere, la riduzione a oggetto della nostra immagine, neanche più solo fisica ormai, il tentativo continuo di sostituire la dignità del soggetto politico Donna reiterando astutamente in sua vece la parola “famiglia” sono un ulteriore tentativo di depotenziamento della nostra Carta Costituzionale.

I messaggi, diretti e indiretti, che passano attraverso il collo di bottiglia imposto dalla comunicazione di massa, sempre saldamente in mani maschili, sono parte integrante della strategia, sempre più evidente, mirata a moderare e ridimensionare la metà di tutto che ci appartiene per diritto di cittadinanza. 
Per questo noi ci siamo e ci saremo sempre, ovunque potremo.

Carla Cantatore, UDI Monteverde

 

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