Maria Cumani e Salvatore Quasimodo un triste copione

Maria Cumani

MARIA CUMANI – LA DANZATRICE CHE RENDEVA VISIVA LA MUSICA

Maria Cumani nasce a Milano il 20 maggio 1908 da una famiglia dell’alta borghesia milanese. Incontra Quasimodo nel 1936 in casa di Raffaello Giolli, suo professore di storia dell’arte. Lui aveva 35 anni e lei 28.

Quella sera – scrive nel suo Diario – raccontava la sua situazione familiare ( separato, aveva avuto una figlia, Orietta, da una relazione extraconiugale e aveva chiuso la sua relazione con Sibilla Aleramo). L’andava raccontando con quel suo accento distaccato e ironico senza alcuna partecipazione sentimentale. Maria a 28 anni ha il suo sogno d’amore. Vuole innamorarsi.

Lui fisicamente non le piace.

Devo dire che non persi la testa. La mente incominciò a volere ciò che il cuore e il fisico ancora non accettavano. Il cuore voleva amare e i sensi avrebbero voluto essere travolti. Mi affascinò con le sue parole, il suo modo di esprimersi.. Dopo di allora praticamente non ci lasciammo più.

Attraversava un difficile momento sentimentale. Aveva avuto solo amori platonici, tutti contrariati e impossibili, sempre bruscamente interrotti.

La mia famiglia sarebbe stata ferita, violentemente, se io avessi scelto la danza come professione e Quasimodo come compagno.

Il padre interruppe i rapporti con lei dopo aver scoperto la sua relazione. Li ristabilirà dopo averla incontrata casualmente con il figlio Alessandro. Maria pensa che l’amore per lui la renderà forte e sicura.

Ho messo nelle tue mani, intelligenti e buone, tutto, tutto di me oggi e tutto di me domani, i giorni che verranno e i giorni che sono stati, prima anche. Non più sola ora! Noi ci amiamo, che cosa dunque potrebbe dividerci?

Che cosa potrà dividerli? L’infedeltà di lui. Lui la tradì sempre. Lei gli rimase fedele. A distanza di 7 anni dall’inizio della sua relazione, lei scrive:

Io voglio salvarmi… Io voglio vincere. Voglio essere libera delle mie azioni – Perché pensare a ciò che diranno gli altri? Dare un senso alla mia vita… Diventare una donna. Una vera donna… dovrò essere una vera madre anche, ma non soltanto madre. 

Nel 1939 diventa una “ragazza” madre. Nasce suo figlio Alessandro, il figlio che la riscatterà di tutte le umiliazioni che riceverà da Quasimodo. Il figlio che, dopo la sua morte, diventerà custode della sua memoria.

Questo figlio è stato una grande fortuna perché fin da piccolo è riuscito ad incantare chiunque. Grazie a lui sono riuscita a salvare quei rapporti sociali che la mia situazione familiare aveva reso molto difficili.

Maria si sente sola. Quasimodo con i suoi tradimenti le infligge continue umiliazioni. Dopo il più grave, consumato con una sua amica nel 1946, Maria prende atto di una rottura insanabile. Dopo pochi mesi la crisi tra i due si aggrava. Sarà indotta da lui ad abortire.

Egli è soltanto infastidito, seccato. Non lo sento soffrire con me e superare con me questo dolore… Fui spinta con durezza, fui spinta a quel gesto da lui. Da lui che dice di amarmi sopra tutte le donne da lui piegate a soffocare il suo germe. Io non volevo !

Sarà indotta ad abortire altre 4 volte. Per Maria segue un periodo spaventoso. E’ terrorizzata persino dalle finestre aperte che la invitano a precipitarsi nel vuoto.

Mi abituerò a camminare io un giorno? E quale sarà il mio cammino? Non mi sono ancora e mai impegnata a fondo. 

Tutti i miei talenti sono ancora sotto terra, o forse soltanto uno ho osato con me e cercare di averne frutto. Due forse. Come madre e come amante? E come danzatrice no? 

Sente che l’amore per il marito e per il figlio non le basta. Ha bisogno di esprimere se stessa, creare, danzare.

Ho bisogno di creare per dare una ragione alla mia vita. Quante cose ho dovuto dimenticare, distruggere per raggiungere lui. Egli mi ama e io lo amo. Ma la mia vita ha bisogno di realizzarsi nell’amore. Io devo danzare e anche scrivere per trovare una mia voce. Io so di non avere ancora una mia voce, ma sento che devo trovarla. E che non più le vicende avverse mi allontanino dalla danza che è la mia vita e mi salverà e mi contenterà di tutto. Lo amo più di me stessa ( il figlio), sì questo posso dire, ma non mi ha salvata da me neppure lui. Egli (Quasimodo) non lo crede, ma io sarei andata molto lontano se pur amandomi mi avesse lasciata libera e sola. Ora sono una povera donna stanca e non so più amare nulla della vita. (1940)

Erano gli anni della guerra, quando scriveva queste parole. Guerra di cui lei sentiva profondamente l’atrocità. E anche nell’orrore voleva Primum vivere.  Certo è vergogna oggi pensare a come trascorrere l’estate quando.. si muore nelle città. Ma non è appunto per ciò? Perché ancora si combatte? Ed io perché ne soffro e non partecipo, non vivo né alcun modo dentro alla guerra. Sono spettatrice per ora almeno. Aspetto il mio giorno. Mi preparo a danzare, mi preparo a dire. Ed intanto fugge irreparabile il tempo. Sono fuori dal mondo e soffro il dolore del mondo. Terribile è questa guerra! Atroce, al di là d’ogni capacità di sentire in sé  il disumano e l’atroce. Si sposano nel 1948 dopo la morte della prima moglie di Quasimodo, Bice Donetti.

Quando ho accettato di sposarlo, sapevo di far soffrire la mia famiglia, ma ero convinta che l’amore sarebbe arrivato solo con l’uomo che aveva incuriosito il mio intelletto fin dall’inizio. Lui le disse: Ti darò il mio nome, sposandoti, ma quando uscirò la sera non chiedermi dove vado. 

Nel 1949 Maria Cumani scrive della sua “terza vita”. La prima fu quella dell’amore trasgressivo. La seconda, senza più l’amore del compagno, l’amore per il figlio e il teatro: danza, prosa, danza. La terza vita mia è quella che sto più che vivendo subendo… Ho l’inverno nel cuore. Quanti anni sono volati via con pene e gioie (poche e dolori tanti).

Maria Cumani è innanzitutto una danzatrice. Passione che coltivò per tutta la vita.

In qualsiasi posto si trovava – ricorda il figlio Alessandro – danzava. Mi sento sempre nel vento – diceva lei.

Quando incontrò Quasimodo andava a scuola di danza da Jia Ruskaja, danzatrice, coreografa e fondatrice della Regia Scuola di danza annessa all’Accademia di arte drammatica di Roma. La Ruskaja nel 1948 fondò l’Accademia Nazionale di danza.

Maria aveva frequentato la Libera Accademia fondata dal suo professore di storia dell’ arte. Questi, in seguito alle leggi razziali, verrà deportato in un campo di sterminio e non tornerà più. Maria non è stata una ballerina, ma una danzatrice, che creava. Sua maestra ideale fu Isadora Duncan che, prima fra tutte, volle “danzare la sua anima”, cioè i sentimenti che una data musica suscitava in lei. Rivoluzionò la danza. La prima idea della danza le venne dal ritmo delle onde.

Isadora Duncan – scrive Maria nel suo diario – risuscitò la danza greca, la gravità nobilissima dei suoi ritmi, l’austerità dei suoi movimenti. Prima fra tutte con le sue composizioni libere e plastiche volle “far danzare la sua anima” e volle liberare i ritmi naturali del corpo. Che cos’è la danza per Maria? Danzare è un modo di cantare invece che con la voce, con tutto il nostro corpo. Come il canto, la danza può esprimere ogni sentimento del cuore. Io non ho fatto danza classica, ma danza da concerto. Sceglievo una musica che mi ispirava e poi provavo a muovermi dentro questa musica. Non ho mai avuto registi, mi sono sempre creata da sola le mie danze, fino a quando mi si disse che < rendevo visiva la musica >. Poi feci una cosa inedita con Quasimodo, danzai le sue poesie. Cominciai nel 1952 e finì nel ’54 con una danza su poesie recitate per la fesa dell’Unità.

Per quelle danze alla festa dell’Unità, a cui partecipò dal 1945 in poi, viene licenziata in quanto “progressista”, dall’Accademia Filodrammatica di Milano, dove insegnava danza e dove studiava il figlio Alessandro. Nel 1957 apre una sua Accademia di ballo Vorrei che la danza fosse accessibile a molti… Pochi sanno quale gioia intima dia la danza.

La danza è la sua vita.  A volte l’ispirazione si bloccava, non componevo più nuove danze. In molti mi chiedevano: “Perché non smetti con la danza?”. Ma non potevo, faceva parte della mia vita.

Maria è stata un’artista a tutto tondo. Danzatrice, coreografa, attrice di prosa, partecipò a numerosi film: I Sovversivi dei fratelli Taviani, Giulietta degli spiriti di Fellini, la Medea di Pasolini, Galileo diLiliana Cavani, Atti degli apostoli diRossellini, Teresa di Dino Risi, Caligola di Tinto Brass, Aquero di Elisabetta Valgiusti.  Fu poetessa. Quando incontrò Quasimodo si tormentava per non essere capace di scrivere. Ispirò e aiutò, modificandoli, danzandoli, i versi di lui, ma non scrisse niente di suo.

Quelle poesie ( di Quasimodo) hanno nutrito per anni il mio tormento affettivo, fino alla decisione drastica di toglierle dal comodino. Quella volta ho scelto di vivere. Devo imparare il duro lavoro dello scrivere. Prima del ’59 non avrei mai pensato di poter scrivere un verso. Poi lo choc del suo infarto a Mosca. E una notte ho sentito la voglia di scendere dal letto e annotare dei versi. S’è aperta una vena strana che è durata quattro anni. Forse quando si è feriti duramente… quando si soffre…

Che cosa era successo?  Già nella poesia di Quasimodo “Improvviso un vento”, Maria aveva capito che il marito parlava di un’altra donna. E quando fu colpito da infarto nel 1958 a Mosca, non le permise di raggiungerlo. Lo raggiunse l’altra donna con cui aveva una relazione. Maria affretta la decisione della separazione quando lui vince il Nobel per la poesia e a Stoccolma si porta la sua ultima amante.  Moltiplicava i suoi amori per soffocare la paura di invecchiare… Lui era debole, aveva come una voglia di riscattare una giovinezza amara. Si sentiva frodato dalla vita, poco amato e cercava l’amore… Voleva essere amato da tutti. Si è sentita tradita- racconta il figlio- più che in qualsiasi altro momento. Lo aveva aiutato a sopravvivere durante la guerra dando lezioni, aveva abbandonato la famiglia quando lui era ancora sposato, aveva passato le notti accanto a lui. 

Lei dice: Ero troppo giovane, ero troppo esasperata. Mi dissero: aspetta che torni dal Nobel, si sente gli occhi del mondo addosso. Io chiesi invece la separazione legale e per lui, fu un’offesa mortale. La chiesi da donna del Nord, e per lui, uomo del Sud, non era concepibile. Lui commentò: Ma che figura ci faccio? Io, abbandonato da una donna. 

Scrive nel suo diario: La sua infanzia, ma soprattutto la sua adolescenza e prima giovinezza, si erano formate in ambienti in cui non si reputa infedeltà verso l’amata quella dell’uomo, ma soltanto quella della donna.

Se fosse stato un uomo del Nord, cresciuto in un ambiente del Nord, sarebbe stata la stessa cosa. Quasimodo incarnava l’uomo nato e cresciuto dentro il patriarcato, dentro una cultura e un ordine sociale con doppia morale, costruita sugli interessi degli maschi a danno delle donne. Una cultura, durata millenni, e che va ben oltre il Sud.

Maria è ancora giovane e bella, quando si separa. A lei viene affidato il figlio, ancora minorenne. Si interroga, si sente distrutta. Vuole reagire, studiare, lavorare, creare, danzare. E’ una donna ferita.

Quando si è colpiti in molti modi nell’affetto e amore, e offese e umiliazioni sono il vostro pane quotidiano, per resistere vi forzate a non vedere fino in fondo, a volgere altrove lo sguardo, a distrarsi, a non sentire, a desensibilizzarsi. Quando questo esercizio dura per anni vi inaridisce… Poi tutto diventa relativo ed allora non vi impegnate più come prima, siete stanche e fisicamente non reggete più… E vi abbandonate all’inerzia… Io devo agire, reagire, impegnarmi, studiare, lavorare, creare danza e coreografie, devo riconquistare buona salute, scossa dalle ferite morali dagli choc emotivi… Riparerò il tempo perduto. 

Riparare il tempo perduto, è quello che farà, una volta tornata a Milano (1965) dove continuerà a scrivere poesie, a danzare, a fare l’attrice, la coreografa, a leggere le sue amate scrittrici come Virginia Woolf, Emily Dickinson, le sue amiche poetesse, Alda Merini e Anna Maria Ortensia e la sua amata Katherine Mansfield, il cui diario l’accompagnò per tutta la vita.

Penso a Caterina Mansfield. La sua vita di dolore, le sue sofferenze fisiche, tutto essa ha trasformato in gioia, veramente in gioia per sé e per gli altri. Come si respira nelle sue pagine. Tutto vi è trasfigurato. 

Quando nel 1968 Quasimodo, colpito da emorragia celebrale, morì, Maria ne rimase profondamente colpita. Lui le aveva telefonato qualche giorno prima e le aveva fatto capire quanto desiderasse vederla.

L’intesa era che si sarebbero rivisti il 14 giugno, giorno della sua morte. Annota nel suo diario E’ finita, è finita per sempre, e non ho parole.

Maria Cumani muore il 22 novembre 1995 all’età di 87 anni. Muore la donna, l’adolescente. La danza prolunga l’adolescenza.- ha scritto lei – Non si è mai stanche di sentirsi fanciulle.

Tu avrai sempre quattordici anni dentro – le disse lui – , perché ogni mattina ti inventi la vita. Ti invidio perché io non ci riesco.

Ricordo che mio padre – racconta il figlio – mi ripeteva: Tua madre avrà sempre 14 anni.

Franca Fortunato

(relazione tenuta il 28.02.2014 al 2° incontro di ” POESIA… IN CITTA’ ” – un’idea della poetessa e scrittrice Marisa Provenzano – pubblicata dalla rivista on line ” LA CIMINIERA” maggio 2014

[intervista a Maria Cumani]

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