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Reggio Calabria, solo due donne

rc 26-10-2014

Solo due donne nella Giunta comunale.

“Per ragioni storiche il potere è saldamente in mani maschili e ancora vi rimane, a meno che non intervengano specifiche norme a porre limiti e regole contro un monopolio di fatto che si protrae. Solo una legge lo può spezzare. I monopoli si sa non finiscono spontaneamente” Lorenza Carlassare, la prima donna alla cattedra di Diritto Costituzionale in una università italiana).

Il governo della città resta dunque ancora appannaggio di un unico genere, quello maschile. Nonostante la presenza massiccia delle donne nelle liste elettorali, a Reggio C. ci saranno praticamente solo uomini a decidere le complesse e delicate dinamiche sociopolitiche della città. Le misure predisposte dalle nuove norme elettorali con la doppia preferenza non potevano garantire e non hanno garantito l’elezione di una rappresentanza equilibrata fra uomini e donne nell’amministrazione della cosa pubblica. Alla fine sono risultate inefficaci. Prevedibile, previsto. Il paradosso è che questa volta la presenza delle donne nelle liste è stata alta, dunque le donne hanno avuto voglia di partecipare, esserci, ma… senza ricevere consenso. Uomini e donne non hanno votato per le donne.

Gli uomini perché non intendono cedere il potere, che rappresenta nella stratificazione dell’immaginario maschile forse l’unico strumento di identificazione individuale-collettiva. Perderebbero il proprio status, la propria identità. Ma non si tratta di perdere il potere, solo di condividerlo. Anzi di assumere insieme delle responsabilità pubbliche.

Le donne perché dopo secoli di recinzioni domestiche e imput mentali scoraggianti tendono a diffidare delle donne, diffidando al fondo di sè stesse. Infinito il sillabario misogino, distruttivo, decostruente piuttosto che costruttivo dell’autostima, recitato fin dalla più tenera età, dentro e fuori casa. Le donne finiscono per crederci.  Gli uomini in questo senso vincono due volte: la prima perché mantengono granitico e sotto traccia il dominio, la seconda perché le hanno convinte che questo è giusto.

La Calabria, ma l’Italia tutta, è in una condizione di particolare arretratezza … Solo con precise e intelligenti norme antimonopolistiche si potrà spezzare un dominio maschile radicato, mantenuto e difeso.

Il 50E50 pensato dall’UDI (a distanza di anni dalla sua proposta, dopo una iniziale irrisione, tutti a correre sul 50e50 da destra e da sinistra)  era un’idea di legge che permetteva di concorrere nella gara elettorale in parità numerica, indipendentemente dal risultato, serviva e servirebbe come porta aperta per un coinvolgimento in quella parità di diritti riconosciuta dalla Costituzione nel lavoro e nella vita pubblica. Una porta aperta è solo una porta aperta, non determina né i soggetti o gli oggetti né la loro qualità che troveremo al di là nella stanza, ma favorisce l’entrata di diritto per i due generi, non di fatto per uno solo. E tante le situazioni in cui le donne prenderebbero decisioni diverse da quelle degli uomini, presumibilmente senza prevaricazioni ma per il bene collettivo.

Questo  però non basta. Occorrono misure di sensibilizzazione nell’istruzione scolastica, è necessaria un’educazione ai sentimenti e alla socialità, un’educazione civica fatta non solo di normative. La obbligatorietà delle leggi anche se necessaria, per la giusta impazienza di migliorare una democrazia monca, si deve accompagnare al processo di acquisizione delle consapevolezze per azzerare pregiudizi e stereotipi. E dunque educazione, formazione, cultura.

L’interscambio, la condivisione delle responsabilità, la negoziazione sono il futuro di quello che chiamiamo civiltà. Nel privato come nel pubblico. Una forma democratica più matura che metta in discussione perfino il concetto di maggioranza e proponga nuovi modi di pensare, nuove visioni,  che le donne sono in grado di esprimere secondo la loro specificità … sarà un altro discorso.

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Museo etnomusicale di Reggio Calabria al rogo la cultura raffinata

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Sera inoltrata di lunedì, dopo il sit-in del pomeriggio gruppi di amici e conoscenti si attardano ancora increduli a commentare, esecrare, fare ipotesi, inveire. L’incendio nella notte del museo etnomusicale all’ex Stazione Lido di Reggio Calabria è ormai ritenuto doloso. Sono stati rinvenuti una tanica e un piede di porco. Poco più di un anno fa il Centro Cartella, in estate la Chiesa Ortodossa di Sbarre, ora il Museo etnomusicale … sembra una strano disegno di pianificazione urbana via fuoco contro i centri di socialità e di aggregazione creativa.    

Una parte di popolo che non sa nulla di musica nel paese dei grandi musicisti, che non sa nulla di arte nel paese dei grandi artisti, che ama il peggiore trash nel paese che ha molto amato la bellezza. E che ha imparato a litigare in modo spocchioso anche se semplicemente respiri. Questa parte di popolo, di cui vanno difesi comunque i diritti e compresi i drammi, è però temibile perché è la base dura dello stereotipo, della cattiva politica, del malaffare, più inconsapevole che consapevole lascia fare e quindi nutre con la propria inconsapevolezza la canaglia ristretta che riesce a sbranare l’Italia. Se questa base dura porta utile, viene lasciata così com’è, e piuttosto è alimentata.

Un’altra parte di popolo fa dono di sé, del proprio pensiero, della propria arte, senza nulla in cambio, magari dei propri soldi per tenere un piccolo grande museo musicale come un bene pubblico.

Questo aveva fatto Demetrio Spagna per circa venti anni, dando vita e allevando con grande amore e passione la sua creatura del museo etnomusicale nei locali della Stazione Lido, a suo tempo avuti in concessione, e da lui sottratti alla discarica e recuperati.

Il riconoscimento istituzionale di bene pubblico al Museo dello Strumento Musicale non arrivò mai, né sotto forma di acquisizione come bene culturale, né sotto forma di elargizione di fondi né con l’assegnazione di una sede più consona. Una politica inetta e proterva, ma col sensorio obnubilato verso temi vitali, preferisce celebrare la sua ignoranza piuttosto che crescita culturale e civile.

Con l’incendio dei locali dell’ex Stazione Lido il Museo ha perso strumenti provenienti da varie parti del mondo specialmente dell’area mediterranea, libri e partiture anche rare, un organo ottocentesco…

Vi erano anche esemplari di zufoli ricavati dalla corteccia scollata da virgulti di castagno, che realizzavano i nostri contadini e pastori. Erano detti frischjottu i nu jornu perché suonavano solo a primavera e per qualche giorno finché la linfa era fresca. Geniale la costruzione e geniale il modo di suonarlo modulando le armoniche con un solo dito.

Ma ai feroci esecutori magari col rolex al polso, e ai loro mandanti forse in viaggio sullo yacht, ma anche solo poveri dannati a servizio irreversibile, o dannati fanatici delle simbologie nerofumo, non interessa proprio nulla di tanta umile genialità. Anzi il grande progetto che si è fatto perfino politica è estinguerla e colonizzare invadere dominare persone, cose, luoghi, in cambio di un utile immediato concreto ingente: consenso, potere, affari, denaro …

È la storia di sempre. Ma se questa storia va avanti da sempre vuol dire che ancora non abbiamo imparato la lezione.

Come donne siamo una grande forza ancora inespressa, frammentata, sfruttata, offesa, considerata un ornamento. Ma una grande forza. E siamo con voi amici del Museo etnomusicale. Ricominciate, ricominciamo da quei dieci strumenti bruciacchiati salvati.

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tratto da I musei della Calabria – Museo degli Strumenti musicali,  vol. 2, a cura di Rosa Maria Cagliostro.

Ricostruiamo il Museo, ecco come contribuire

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Sciopero delle donne 25 Novembre 2013

irenegrassi_sun&sea(foto Irene Grassi sea&sun)

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25 Novembre 2013

L’UDI – Unione Donne in Italia  a proposito dello  sciopero delle donne

Dove sono le donne, l’UDI c’è, ci siamo riconosciute  in molte delle parole con cui è stato promosso lo sciopero delle donne come gesto collettivo per dare forza alla data del 25 novembre, considerandolo un paziente lavoro di tessitura che potrebbe incidere, almeno in parte, nella cultura violenta che ha avvelenato e sta avvelenando il nostro Paese, con un gesto responsabile e collettivo.

Certo, questo è un primo passo, in questi anni ne abbiamo fatti molti da un giorno lontano in cui abbiamo detto che lo ius corrigendi non era un diritto del marito e del padre di famiglia, lo stupro non era reato contro la morale, il delitto d’onore era un assassinio e non un dovere maschile. Abbiamo inventato con altre parole per nominare la realtà occultata, leggi e servizi specializzati di genere, la Staffetta di donne contro la violenza alle donne che ha attraversato l’Italia, campagne contro le pubblicità lesive e violente  e UDI STOP FEMMINICIDIO quando in troppi/e  mettevano in luce che non era parola contemplata dal dizionario della Crusca. Abbiamo promosso con altre la  piattaforma  NO MORE che richiamava lo stato alle sue responsabilità e indicava le politiche necessarie e strategiche da intraprendere… Proposte che hanno convinto e conquistato tante donne e qualche uomo ma le risposte non sono ancora all’altezza dell’impegno profuso da tutte.

Ma noi donne siamo tessitrici di futuro, anche se impazienti, e continuiamo ad essere con e in ogni donna colpita, a fianco ci chi non si rassegna. L’indifferenza ci è estranea come qualunque forma di complicità e di minimizzazione della violenza maschile e delle funzioni che svolge. Siamo sempre state testimoni attive e continuiamo ad esserlo, con il dolore e la fatica che questo comporta. E spesso la rabbia di fronte alla complicità silente che continuiamo a vedere, alle minimizzazioni  o vittimizzazioni interessate e alle deformazioni emergenziali inutili. Per combattere la “normalizzazione” della violenza non bastano la condanna e la denuncia, come non servono solo  leggi più severe. Occorre promuovere  processi che mutino la consapevolezza del potere e una nuova coscienza basata sulla libertà, sull’autodeterminazione e sul  rispetto  delle  differenze, su una diversa civiltà delle relazioni tra uomini e donne.

Il   25 novembre del 2008 in cui  partiva la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne” dell’ UDI,

tutte gridammo e recitammo parole di Adrienne Rich, che sono ancora molto attuali e valide oggi e desideriamo riproporle.

… Se noi riusciremo, con le nostre parole, a rompere silenzi storici, liberando noi stesse dai nostri problemi, questo sarà già un nuovo modo di agire.

Il 25 novembre del 2012 abbiamo detto “Mai più”  NO MORE!

Per il 25 novembre 2013  diciamo Sciopero delle donne contro la violenza maschile

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Una parola che è una provocazione e che non è solo un modo per continuare, per non fermarsi ma anche per reinventare una parola che storicamente ha affascinato le donne ma è stata altro dalle donne.

Il sogno di dimostrare fermandoci e incrociando le braccia che tutto il mondo si fermerebbe e tutti dovrebbero prendere atto che tutto funziona grazie alle donne. Nella cura ,nella produzione e nella riproduzione sociale. Ma non tutte le controparti sono uguali e  lo sciopero, che in relazione alla violenza significa ricordare  a chi non fa niente per affermare i diritti delle donne che il mondo va avanti grazie al nostro agire .Non possiamo usare lo sciopero tradizionale ma dimostreremo nei vari luoghi, dove  con fermate simboliche e tutte le forme che le donne inventeranno,  che la nostra presenza è garanzia di vita, di lavoro di cura  per tutte e tutti. Con l’azione. E il pensiero, la parola  e la capacità di ascolto che chiediamo a tutte/ i. Inventando questa parola e questa giornata a nostra misura. In ogni luogo, in ogni città, in ogni casa, Provando a farci ascoltare e ascoltando.

                               stopfemminicidio-GRANDE

Ritorniamo ad A. Rich che ci chiede:

“In che modo ascoltiamo?

Come possiamo aiutare un’altra donna a rompere il suo silenzio? Ricordando come troppo spesso raccontando  “la menzogna del “matrimonio felice”, – la vita domestica – siamo state complici, abbiamo recitato la parte di una vita ben spesa, fino al giorno in cui siamo andate in tribunale a testimoniare stupri, violenze fisiche, crudeltà psichiche, umiliazioni pubbliche e private.

*

E dunque dobbiamo considerare seriamente la questione della sincerità tra donne, della sincerità verso le donne.

*

Lavorando fianco a fianco, tessendo con pazienza le nostre reti anche dentro le istituzioni patriarcali, noi donne possiamo mettere a confronto i problemi dei rapporti con le madri che ci hanno generato, con le sorelle costrette a dividere con noi il mondo, con le figlie che amiamo e temiamo.

*

Possiamo anche sfidarci, o ispirarci a vicenda, gettare luce sulle zone oscure, accompagnare e incoraggiare il doloroso formarsi delle nostre intuizioni.

*

In primo luogo dobbiamo prenderci sul serio.

*

(Dobbiamo) riconoscere le fondamentali responsabilità che ogni donna ha verso di sé, senza le quali rimarremmo sempre l’Altra, la definita, l’oggetto, la vittima.

*

Uomini e donne non ricevono un’educazione uguale per il semplice fatto che appena fuori dalle aule, le donne vengono considerate prede, non esseri sovrani.

*

Non è facile pensare femminilmente in un mondo maschile, nel mondo della competizione.

*

Pensare come donne (…) significa ricordare che ogni intelletto abita in un corpo; significa conservare la responsabilità dei corpi femminili in cui viviamo; e la verifica costante delle ipotesi con le esperienze vissute.

*

Significa una costante critica del linguaggio.

*

E significa la cosa forse più difficile di tutte: cercare nell’arte e nella letteratura, nelle scienze sociali e in ogni descrizione che ci è stata offerta del mondo, i silenzi, le assenze, l’inesprimibile, il taciuto, il non catalogato, perché è lì che troveremo la vera cultura delle donne.

*

Rompendo quei silenzi, chiamandoci per nome, scoprendo le realtà nascoste, incominceremo a tracciare i contorni di una realtà che risuonerà per noi, che sarà testimone del nostro essere: vale a dire, iniziare ad assumerci il peso delle nostre esistenze.

Da Women and Honor: Some Notes on Lying (Donne e onore: brevi note sul mentire) di Adrienne Rich, 19 

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Museo della Magna Grecia Reggio Calabria – Conferenza dei Servizi per l’ampliamento

aggiornamento aprile 2014

Dopo il blocco del Ministro Bray sull’intervento invasivo Museo-Piazza De Nava e le pronte indicazioni metodologiche offerte dalle Associazioni, nessun seguito da parte delle Istituzioni.

aggiornamento dicembre  2013

Linee metodologiche proposte dopo l’incontro col governatore della Regione

aggiornamento 25-26 settembre 2013

3ᵃ Conferenza dei Servizi “Museo Archeologico Nazionale / Ampliamento e nuovo ingresso da Piazza De Nava” indetta da Direzione Reg. BCP Calabria:

Punti nodali:

1)     trasparenza

Trascurando l’iter amministrativo pur molto discutibile, c’è da aggiungere a quanto già espresso nella precedente Conferenza, una riflessione sul termine “sistemazione” utilizzato nell’intestazione del progetto in discussione. Il termine  stando alla lingua italiana significa riordino e riorganizzazione di un assetto perduto o stravolto o rovinato. Fa pensare nel caso in questione che verranno magari ridisegnate le aiole, sostituita la pavimentazione malandata, riparato qualche angolo sberciato, l’illuminazione…

continua  a leggere  Relazione-udirc-museo-3a-conferenza-servizi1

2-piazza denava-dallalto

Museo Nazionale della Magna Grecia e Piazza De Nava, a sinistra il Roof Garden – Reggio Calabria

Conferenza dei Servizi cui partecipa UDIrc come soggetto portatore di “interesse diffuso” (art. 9 L. 241/90) 

Si è svolta il 7 agosto scorso, all’interno del Museo Nazionale della Magna Grecia, la seconda Conferenza dei Servizi decisoria (la precedente si era tenuta il 26 giugno) per una discussione allargata sul progetto di ampliamento del Museo Archeologico Nazionale, più comunemente detto della Magna Grecia, che coinvolge Piazza De Nava e il tratto incluso del Corso Garibaldi, sia in superficie che nel sottosuolo, su cui prospetta la facciata del Museo progettato da Marcello Piacentini, in seguito alle critiche mosse da diversi fronti e alla mobilitazione promossa dagli Amici del Museo.

Nel nuovo ambiente del museo coperto da lucernario, ricavato dal vecchio cortile interno, erano presenti la Direzione Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici, le Soprintendenze per i Beni Archeologici e per i Beni Architettonici e Paesaggistici, rappresentanti del Comune e Associazioni cittadine, tra cui gli Amici del Museo, Italia Nostra, Kronos, UDIrc.

Durante la seduta il Direttore Reg. BCP arch. Francesco Prosperetti traccia il percorso istituzionale e le finalità generali dell’intervento architettonico, e l’arch. Nicola Di Battista, autore del progetto, ne espone i caratteri e le particolarità attraverso gli elaborati geometrici, piante, sezioni, viste d’insieme. Il dibattito porta subito ai nodi oggetto di critiche anche aspre, sia per l’iter del bando di concorso, emesso per inviti dalla Direzione Regionale BCP, sia per la soluzione progettuale prescelta.

DSCN2689aIl Museo, da Piazza De Nava (foto Udirc)

L’intervento di UDIrc è estratto dal testo seguente, una sintesi resterà agli atti.

Motivazioni di un dissenso.

Una premessa con un breve pensiero di Renzo Piano:

Tradire il senso del luogo è un peccato gravissimo. I luoghi parlano anche se con voce sottile. E gli architetti non li ascoltano. In epoca antica non c’era tempio che non venisse costruito ascoltando la voce del luogo.

Le parole di Renzo Piano sono molto critiche, forse anche nei confronti di se stesso.

Nessun tempio greco o teatro è mai sorto in un luogo di risulta e tanto meno in un sotterraneo, ma di regola nelle aree più panoramiche della polis e tali da interpretare la sacralità. E non c’è centro storico che non si sia formato assecondando e interpretando la naturale conformazione che chiamiamo vocazione dei luoghi.

Il centro storico ha quindi troppa storia alle spalle perché si possa eludere la sua voce, e la sua valenza è paragonabile a quella di un’opera d’arte compiuta. E come una statua, un dipinto non sono modificabili, così il centro storico quando integro e non disturbato va custodito il più possibile nella sua integrità, come il testo di un’opera scritta, nel suo immaginario e nella sua qualità costitutiva.

Nella pianificazione contemporanea certi sventramenti non hanno avuto rispetto per i centri storici in nome di una architettura e un paesaggio urbano trionfalistico e monumentale, avulso dal territorio profondo, luogo di vita vissuta. Lo stesso Piacentini porta la macchia della Spina di Borgo, a Roma, dissolta per tracciare Via della Conciliazione. E Leonardo Benevolo vorrebbe ricostituire la Spina per far rivivere l’intuizione, il colpo di scena spaziale del Bernini, contro la grossolana e tronfia rappresentanza della via ricavata. Sempre più agli architetti viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, spesso compiuta dietro una presunta istanza di riqualificazione o artisticità (grandi kermesse Olimpiadi, Expo, grandi aree commerciali e turistiche, centri direzionali, residenziali…). Ci si prende la libertà di vetrinizzare la città come se fosse solo un piacere ludico-formale e per di più innocuo, e si scavalca la responsabilità sociale politica e civile connessa con la progettazione. La grande architettura è sempre più lontana dalla vita della gente e dall’interesse pubblico, peggiora a volte le condizioni dell’abitare.

Il paesaggio viene vissuto e percepito fisicamente ma soprattutto con la mente e con l’immaginario. Vivere nella valle, sulla montagna, al mare, presso il fiume, il lago, nell’isola, in città, nella pianura sterminata, nel deserto… sono condizioni che influenzano il nostro profondo. Lo stesso linguaggio verbale è fortemente influenzato da riferimenti spaziali. E il più delle volte non ne siamo consapevoli. La deprivazione dei luoghi corrisponde ad una deprivazione della mente. L’amministrazione burocratica moderna del territorio sottesa ai modelli di vita correnti ha sottratto i luoghi, la strada, la piazza … alla conformazione diretta e creativa degli spazi. Spazietti come cubetti di ghiaccio. Cellule senza corpo. Luoghi decontestualizzati senza storia e senza affetti, abitati con segreta malinconia. La sottrazione, il disturbo, la distruzione del luogo, la profanazione, riguardano il vissuto emozionale, il profondo della propria persona, che tocca la memoria e il futuro. La reazione contro chi sottrae qualcosa al luogo con cui abbiamo stabilito una relazione affettiva profonda è inevitabile.

Adolf Loos scriveva che gli architetti buoni o cattivi che fossero finiscono per deturpare i luoghi, il contadino con la sua millenaria mente locale ha prodotto i paesaggi, i borghi, le case, belle come sono belle la rosa e il cardo… (Franco La Cecla, 1995) 

Questo oggi è assurto a largo dibattito nelle conferenze di urbanistica e architettura, e la tendenza è di riflettere sul fatto che le città rischiano di diventare brutte, invivibili e tutte uguali fra di loro.

Grazie alle decisioni di amministrazioni più orientate verso attrazioni economiche e all’opera di architetti che hanno formato una sorta di star system dell’architettura, dimenticando la dimensione umana e storica della progettazione, abbiamo fatto diventare tutte le periferie di tutte le città del mondo assolutamente uguali, oltre che amorfe, e allo stesso modo stiamo favorendo l’omologazione di parti delle città storiche a quello che è diventato un unico modello del futuro: la città dei petrolieri alla Dubai, un sogno privo di cultura storica e antropologica, dove le estreme strutture pinnacolari o veleggianti sono il nuovo status della città supertecnologica, di alta griffe.

Entrando nel merito del progetto. Sull’ipogeo:

Al centro del cortile del Louvre a Parigi è ben nota la grande piramide in vetro che copre uno spazio sotterraneo con le stesse funzioni del progetto in discussione. Questo ipogeo può essere in accordo con una città nebbiosa che vive delle sue grigie atmosfere, dei suoi grigi palazzi, della sua vita underground. Una rilevanza non dispregiativa.

Al contrario Reggio è una città solare, ariosa, i suoi spazi aperti sullo stretto condurrebbero naturalmente ad interventi che interpretino questi caratteri. Reggio vive della totalità della luce solare e dell’acqua, la sua realtà storica pur ferita e ridisegnata di cui va comunque salvaguardata la memoria, e la bellezza paesaggistica non spingono verso la necessità di funzioni ricreative e culturali importanti sotterranee. Sarebbero come frasi fuori sintassi nel discorso. Piacentini, con calibrata intuizione in questo caso, non poté infatti rinunciare a prevedere corpi aperti terrazzati, anche se poi non realizzati, che permettevano l’immersione in questa straordinaria spazialità.

Sulla piattaforma sopralzata.

Viene detto che il bando richiedeva espressamente un intervento integrato con la città. La soluzione progettuale proposta impone invece con tutta evidenza delle cesure nette, delle barriere percettive, sia lungo l’asse del corso Garibaldi, sia all’interno degli spazi della stessa piazza De Nava. La cesura sull’asse longitudinale di corso Garibaldi è una barriera fisica non solo percettiva. Un dosso.

Mai si penserebbe, per es., di interrompere la storica Spaccanapoli che collega il Vomero a Forcella con l’annessione di una piazzetta sopraelevata da parte di un edificio. Nessun architetto, ente ecclesiastico o nobile per quanto carico d’investitura o di potere ha mai pensato di annettere spazio fisico antistante alla costruzione prediletta, sottraendolo fisicamente alla fluidità lineare dell’antica plateia. Né per mezzo di piattaforme, sagrati, gradini, né per mezzo di occlusioni o corpi posticci. Le piazze, gli spazi di rispetto, gli slarghi a completamento delle cortine costruite restano una delimitazione percettiva dell’immaginario, ma non ricavate con intagli in rilevato o in scavo, tramite cesure. Una strada ha un flusso di energia potentissimo. Spaccanapoli è un immaginario e come tale nessuno si sogna di modificarlo. Conservazione? No, memoria, quando antropologicamente il segno è troppo forte.

Ma un altro enorme segno, vivente, dalla connotazione antropologica fortissima, due volte l’anno penetra lo spazio tra la piazza e il museo. Un magma brulicante, oggi fino a 120.000 persone, scorre lungo un percorso che ha il suo segnapunto spaziale proprio su Piazza De Nava. La grande processione annuale di settembre qui imbocca il rettilineo di arrivo quando in discesa dal Santuario segue la Vara verso la Cattedrale. E da qui ripassa quando a novembre la Vara viene riportata in risalita verso il Santuario dove è custodita tutto l’anno. Da oltre quattro secoli. Qui persone, luoghi, percorsi, orientamenti, pratiche di culto, rituali sono intrecciati in una dimensione spazio-temporale difficile da spezzettare. Eliminando un fattore ne risente fortemente tutto l’assetto societario per una perdita che tocca le forme, le modalità, l’identità dell’espressività collettiva.

plateau

La piattaforma-cesura longitudinale innalzata sul nastro stradale di Corso Garibaldi. Sulla sinistra l’accenno della facciata del museo, sulla destra il grande corpo vetrato che impatta contro la piazza De Nava (prog. Di Battista)

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Il grande corpo vetrato-cesura trasversale sopra la piattaforma (sovrastante l’ambiente ricavato sotto il piano stradale del Corso Garibaldi) che taglia visivamente l’en plein di piazza De Nava  (prog. Di Battista)

Sul corpo vetrato-lanterna

La facciata del progetto piacentiniano parla alla piazza, e la piazza ascolta, nel presupposto progettuale originario, in un gioco di reciprocità spaziale, di pieno-vuoto senza intrusioni o corpi estranei. Ma la piazza non potrebbe essere più fruita nella sua interezza.

Passando da un lato del corpo vetrato, ingombrante per tutta la lunghezza del prospetto e alto oltre quattro metri, non si percepisce la spazialità della piazza; e passando nella strettoia tra il corpo vetrato e la piazza non si percepisce la volumetria del museo. E’ come vedere frammenti al disopra di una palizzata, o come se una testa ci ostacolasse la visione al cinema. Un tir di vetro, vetro come male minore (la foto più sotto con l’autobus ne dà un’idea azzardata e scherzosa).

Per capire quanto si ponga come diaframma tra la piazza e il Museo, la cosiddetta lanterna, malgrado le integrazioni raccomandate dal bando, basta guardare Piazza De Nava dall’interno del Museo, al di qua dell’ingresso vetrato. Quella che ci appare in un pomeriggio di sole è una scenografia mozzafiato con un asse di profondità leggermente asimmetrico e un orizzonte che si interrelaziona con il Museo e vi penetra con il gruppo statuario e gli alberi, i colori e la luce, grazie all’espediente del piano del pavimento della stessa piazza in lieve pendenza, una vera pedana di palcoscenico. Un’opera d’arte spaziale realizzata con una semplicità disarmante.

Proporre di alterare il profilo altimetrico della piazza spianandola e quindi infossandola, come è stato proposto da Italia Nostra, significa sconvolgere gravemente le proporzioni, i rapporti, le reciproche armonie geometriche e visive delle unità di tutto lo spazio visivo che hanno il loro focus organizzatore proprio nel gruppo marmoreo integrato nel complemento planivolumetrico descritto.

DSCN2675aVista dall’interno del Museo (foto UDIrc)

DSCN2683aPiazza De Nava vista dall’ingresso del Museo (foto UDIrc)

DSCN2680a (foto UDIrc)

Reggio che doveva essere una splendida città magnogreca, per le distruzioni subite mantiene poche configurazioni significative dal punto di vista architettonico e urbanistico e queste non dovrebbero essere stravolte, piuttosto manutenute e eventualmente anche riqualificate, ma nel caso, con appropriata discrezione.

Inoltre quella maglia stradale di Reggio, di cui il Corso Garibaldi fa parte, presenta un sistema di assi paralleli al mare che la percorrono da Nord a Sud con una continuità e geometria regolare, tipica e ormai storica. La sopraelevazione della piattaforma con le doppie gradinate seziona l’arteria principale della città, micronizza la sua fluida continuità periferizzando idealmente, più oltre, un’area che accoglie pregevoli architetture residenziali e il grande complesso delle architetture razionaliste con annessa Piazza del Popolo.

La funzione urbanistica di questo asse nella sua interezza è primaria. E’ infatti una demarcazione, che regola e ordina in senso parallelo l’allineamento del tessuto urbano verso monte, mentre verso mare accoglie le confluenze stradali e segna il mutare di orientamento della maglia urbana che per seguire la curva del litorale si piega su un angolo di circa 30°. Porre un blocco, un fermo, un chiavistello in questo episodio è operazione architettonicamente un po’ autoritaria e urbanisticamente non molto considerata. Una marcata compattazione museo-piattaforma-piazza fa pensare ad una anchilosi dove tre vertebre si sono rinsaldate e non si ha più la flessibilità del bacino.

Basta guardare le bellissime immagini satellitari.

Dunque si crea una netta doppia cesura ad assi ortogonali ingiustificata, non una integrazione con gli elementi preesistenti.

 asse-cesure-piazzeL’asse viario rettilineo spezzato, Piazza De Nava, Piazza del Popolo

Il problema non è costruire ancora con archi capitelli e colonne, o essere ottusamente contrari all’innovazione, ma creare la continuità del logos visivo e simbolico con passaggi rispettosi della memoria e del costume territoriale. Perché ogni unità spaziale con cui siamo entrati in rapporto ci porta a una semiologia dove la metafora si fa vissuto personale-collettivo e il vissuto si fa metafora. Se passeggiando arrivo al museo i gradini della piattaforma mi dicono che ho finito la mia vasca e devo tornare indietro, sento più ostentato il concetto del percorso di rappresentanza, se proseguo la passeggiata o il mio percorso, magari di fretta, devo superare un dosso con salto di quota, una barriera, cioè un ostacolo estraneo alla fluidità naturale planare della mia deambulazione.

Enorme interrogativo con tale soluzione suscita inoltre il grande scavo di circa dieci metri di profondità, per tutto il fronte-museo e per tutta la sezione strada, in relazione alle sicure consistenze archeologiche presenti nel sottosuolo.

Riteniamo che, proposta peraltro non nuova, una procedura amministrativa mirata avrebbe potuto acquisire ottimamente il fatiscente immobile detto Roof Garden, in una posizione spaziale felicissima in relazione al Museo, risolvendo due problemi in uno: acquisire gli spazi di servizio senza gravi sacrifici urbanistici (e probabilmente archeologici) e il risanamento di quello spazio-volume che per privata incuria danneggia la città in un nodo funzionale e visuale nevralgico, Piazza Indipendenza. Potrebbe essere annesso al Museo tramite opportuni interventi progettuali, non escluso quello aereo come perfino Piacentini aveva previsto verso mare in una versione del suo progetto originario. Operazione che richiederebbe un deciso atto di acquisizione che qualsiasi Comune avrebbe già fatto per pubblica utilità, ma definita e ritenuta impraticabile.

[UDIrc in proposito durante la Conferenza dei Servizi fa ripetutamente una interrogazione ai rappresentanti delle Istituzioni presenti per conoscere i motivi della sua impraticabilità, ma senza esito soddisfacente. E dunque UDIrc fa espressa richiesta di messa a verbale dell’interrogazione].

DSCN2692aProspetto del Museo verso mare prospiciente al Roof Garden (foto UDIrc)

 DSCN2696aRoof e prospetto Museo verso mare visti da Piazza Indipendenza (fotoUDIrc)

Infine il vasto intervento denominato Regium Waterfront di Zaha Hadid e Patrick Schumacher prevede un mega spazio museale con centri polifunzionali dagli accenti ipertecnologici-international style e con l’interessamento delle stesse aree litorali adiacenti al Museo della Magna Grecia di cui anche il progetto Di Battista si occupa. Estrapolazioni progettuali che sembrano al di fuori di un’organica pianificazione di tutto il bene ambientale litoraneo di altissimo valore storico e paesaggistico.  Ci si chiede in quale correlazione i due poli museali e annessi spazi serventi vengano a trovarsi, poiché potrebbero ignorarsi, duplicarsi, sovrastarsi o declassarsi, dal momento che i Bronzi prenderebbero il via verso il museo dalla cifra internazionale. Forse la mano sinistra potrebbe non sapere cosa fa la mano destra.

L’augurio è che in prima istanza si possano riconsiderare le alternative di pubblica utilità o che il progetto possa essere modificato alla luce delle riflessioni esposte, o infine una diversa impostazione di bando pubblico. E che si possa stabilire una relazione di funzione con il mega Regium Waterfront, per non avere alla fine un patchwork irreversibile.

Il  Museo del Mediterraneo nel mega progetto Regium Waterfront

Che cosa c’entra un’associazione di donne in questa materia?

Una Associazione di donne non solo ha titolo civico di intervento ed eventualmente di critica riguardo l’uso della città, di cui gli spazi pubblici sono a sovranità popolare, ma invita a riflettere sul dato ormai riconosciuto che le piccole o grandi trasformazioni urbane – la res publica territoriale –  sono state appannaggio del pensiero e della tradizione culturale maschile. Le città funzionano diversamente per i due generi, e di questo la mente maschile non ha mai tenuto conto. Se diverse sono le sensibilità per quanto riguarda pensiero, tradizione, esigenze tra mondo maschile e femminile come soggetti, diversi potranno essere gli orientamenti nelle soluzioni, in questo caso progettuali, necessariamente da maturare con una mediazione-condivisione. Oggi c’è bisogno che in ogni decisione politica istituzionale e sociale si tenga conto dei punti di vista di genere con una gestione più oculata e totalmente condivisa del territorio anche perché le città soffrono di un malfunzionamento progressivo, e la terra con le ormai poche risorse sta mostrando la sua fragilità.

UDIrc

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V-Day 14 febbraio 2013

1 billion_vd

1 Billion Rising

Uno sciopero globale
Un invito alla danza
Una chiamata a uomini e donne per il rifiuto di sostenere lo status quo finché lo stupro e la cultura dello stupro non finiscano
Un atto di solidarietà, per dimostrare alle donne la comunanza delle loro lotte e il loro potere in numero
Un rifiuto dell’accettazione della violenza contro donne e bambine come un dato
Un nuovo tempo e un nuovo modo di essere

V-DAY 

Non sopporto

di Eve Ensler

Non sopporto lo stupro.

Non sopporto la cultura dello stupro, la mentalità dello stupro, certe pagine di Facebook sullo stupro.

Non sopporto le migliaia di persone che firmano quelle pagine con i loro veri nomi senza vergogna.

Non sopporto che persone richiedano come loro diritto quelle pagine, invocando la libertà di parola o giustificandolo come uno scherzo. 

Non sopporto le persone che non capiscono che lo stupro non è un gioco, e non sopporto di sentirmi dire che non ho senso dell’umorismo, che le donne non hanno senso dell’umorismo, quando invece la maggior parte delle donne che conosco (e ne conosco un sacco) cavolo se sono divertenti. Semplicemente non crediamo che un pene non invitato dentro al nostro ano o alla nostra vagina faccia rotolare dal ridere.

Non sopporto il lungo tempo che occorre perché qualcuno dia una risposta contro lo stupro.

Non sopporto che Facebook impieghi settimane per eliminare le pagine sullo stupro.

Non sopporto che centinaia di migliaia di donne in Congo stiano ancora aspettando che finiscano gli stupri e che i loro violentatori siano incriminati.

Non sopporto che migliaia di donne in Bosnia, Burma, Pakistan, Sud Africa, Guatemala, Sierra Leone, Haiti, Afghanistan, Libia, puoi dire in un luogo qualsiasi, siano ancora in attesa di giustizia.

Non ne posso più degli stupri che avvengono in pieno giorno.

Non sopporto che in Ecuador 207 cliniche supportate dal governo facciano catturare, violentare e torturare le donne lesbiche per renderle etero.

Non sopporto che una donna su tre nell’esercito americano (Happy Veterans Day!) venga stuprata dai suoi cosiddetti “compagni”.

Non sopporto che le forze neghino ad una donna che è stata stuprata il diritto all’aborto.

Non sopporto il fatto che quattro donne abbiano dichiarato di essere state palpeggiate, costrette e umiliate da Herman Cain e lui stia ancora correndo per la carica di Presidente degli Stati Uniti. E non sopporto che a un dibattito della CNBC Maria Bartimoro, quando gli ha chiesto una spiegazione, abbia ricevuto fischi. E’ stata fischiata lei, non Herman Cain!

Questo mi ricorda anche di non poter sopportare che gli studenti, a Penn State, abbiano protestato contro il sistema giudiziario invece che contro il pedofilo presunto violentatore di almeno 8 bambini, o il suo capo Joe Paterno, il quale non ha fatto nulla per proteggere quei bambini dopo aver saputo cos’era successo loro.

Non sopporto che le vittime di stupro siano ri-stuprate ogni volta che il fatto lo rendono pubblico.

Non sopporto che le affamate donne somale siano stuprate nei campi profughi di Dadaab in Kenya, e non sopporto che le donne che hanno subito stupro durante l’Occupy a Wall Street siano state messe a tacere su questo per il fatto che sostenevano un movimento che si batte contro la devastazione e la rapina dell’economia e del pianeta… Come se lo stupro dei loro corpi fosse qualcosa a parte.

Non sopporto che le donne ancora tacciano riguardo allo stupro perchè si fa credere che sia colpa loro o che abbiano fatto qualcosa per farlo accadere.

Non sopporto che la violenza sulle donne non abbia il primo posto nelle priorità internazionali nonostante che una donna su tre sarà stuprata o picchiata durante la sua vita – distruggere ma anche mettere a tacere e soggiogare le donne è distruggere la vita stessa.

Niente donne, niente futuro, chiaro.

Non ne posso più di questa cultura dello stupro in cui i privilegiati che dispongono di potere politico fisico economico  possono appropriarsi di quello che vogliono, quando lo vogliono, nella quantità che vogliono, tutte le volte che lo vogliono.

Non sopporto la continua rivivificazione delle carriere degli stupratori e degli sfruttatori della prostituzione – registi, leader mondiali, dirigenti d’azienda, star del cinema, atleti – mentre le vite delle donne che loro hanno violato sono per sempre distrutte, spesso obbligate a vivere in un esilio sociale e affettivo.

Non sopporto la passività degli uomini per bene. Dove diavolo siete?

Vivete con noi, fate l’amore con noi, siete nostri padri, nostri amici, siete nostri fratelli, generati, amati e da sempre sostenuti da noi, e dunque perchè non vi sollevate insieme a noi? Perchè non puntate contro la follia e l’azione che ci violenta e ci umilia?

Non sopporto che sono anni e anni che sto a non sopportare stupri.

E di pensare allo stupro ogni giorno della mia vita da quando avevo 5 anni.

E di star male per lo stupro, e depressa per lo stupro e arrabbiata per lo stupro.

E di leggere nella mia casella di posta dannatamente piena orribili storie di stupro ad ogni ora di ogni singolo giorno.

Non sopporto di essere educata nei confronti dello stupro. E’ passato troppo tempo adesso, siamo state troppo a lungo comprensive.

Abbiamo bisogno di un OCCUPYRAPE [protesta contro lo stupro] in ogni scuola, parco, radio, rete televisiva, casa, ufficio, fabbrica, campo profughi, base militare, retrobottega, nightclub, vicolo, aula di tribunale, ufficio delle Nazioni Unite. Abbiamo bisogno che la gente provi davvero ad immaginare, una volta per tutte, cosa si prova ad avere il proprio corpo invaso, la propria mente dissociata, la propria anima distrutta. Abbiamo bisogno che la nostra rabbia e la nostra compassione ci unisca tutte così che possiamo rovesciare il sistema globale dello stupro.

Nel pianeta ci sono approssimativamente un miliardo di donne che sono state violate.

UN MILIARDO DI DONNE.

Adesso è il momento. Preparati per l’escalation.

Comincia oggi, fino ad arrivare al 14 febbraio 2013 quando un miliardo di donne si solleveranno per mettere fine agli stupri.

Perchè noi non lo sopportiamo più.

(Uffington Post 11/11/11)

(trad. UDIrc)

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Incontro UDI con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti a Reggio C.

L’UDI Unione donne in Italia sede di Reggio Calabria invita a un incontro con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti sul tema: “Produzione / Riproduzione – dalla politica allo spazio vissuto -” presso la Sala delle Conferenze della Provincia, il 3 novembre alle ore 16.
Il primo di una serie di incontri sugli interrogativi che ci poniamo di fronte alla cattiva politica, ad un modo di vivere autodistruttivo e alle relazioni difficili tra le persone e con l’ambiente in cui viviamo. Riflettendo su possibili proposte, in un’ottica specificamente di genere, poichè le alternative non possono prescindere dalla necessità di colmare le forti disparità ancora esistenti.
Abbiamo conosciuto Lidia Menapace negli anni 90 qui a Reggio nel corso di un seminario organizzato dall’UDI di Rc. Ci affascinò subito e questo fascino è rimasto intatto fino ad oggi. Lidia ha vissuto le esperienze più significative della storia d’Italia, dalla Resistenza all’attività parlamentare. E’ stata ed è tra i riferimenti primari in tutti i passaggi della storia del Movimento delle donne, anche nel panorama attuale, e dell’UDI di cui è parte. Dal 2011 è parte anche del Comitato Nazionale ANPI. Autrice di numerosi libri  tra cui l’ultimo, A furor di popolo, che mette insieme ricordi di vita e preziose riflessioni politiche. E su cui poggeranno  le riflessioni dell’incontro.Rosangela Pesenti, fa parte del direttivo di UDI naz. Mente fra le più incisive del mondo intellettuale e del Movimento delle donne. Complessi e integrati i suoi campi di ricerca come testimoniano i numerosi sritti. Docente, Analista Transazionale, Counselor e formatrice. Redattrice della rivista di cultura di genere Marea. Studiosa di Antropologia ed Epistemologia. Da questi studi il suo ultimo saggio pronto per la stampa: Racconti di case – Il linguaggio dell’abitare nella relazione tra generi e generazioni.  Dalla sua ricerca recente e dai suoi saperi integrati prenderà spunto la sua relazione.

Vi aspettiamo e vi auguriamo un piacevole e costruttivo ascolto.

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Centro sociale Angelina Cartella in fumo

Pensavamo di aver definitivamente allontanato il tempo degli attentati, delle molotov, delle gambizzazioni, dei bolzaneto, ma in una piccola frazione di tempo l’incubo è riapparso. Ingenua la nostra fiducia. Che pur dobbiamo coltivare.

Piccoli mastri della politica hanno abbattuto muri portanti e indebolito pilastri ignorando la statica dell’edificio della democrazia. Sdoganato e rivitalizzato tutto un fronte che la storia e la nostra coscienza di donne rigetta perché è prevaricazione, sottomissione, eliminazione. Dentro una cornice, per quanto ci riguarda, che è il più feroce patriarcato militare mafioso, che vive di rapina e di accumulo.

L’incendio, all’alba di avantieri, e la conseguente quasi totale distruzione del Centro Cartella di Gallico (da due-tre mesi si sono susseguiti atti vandalici) è uno dei segnali  che sempre più si stanno cogliendo in Italia.

Poesia, musica, letteratura, cinema, libri, feste, mercato equo-solidale, italiano per gli immigrati, no-ponte, no-tav, sostegno ai lavoratori neri di Rosarno. Solidarietà. Missionari e missionarie che non chiedono l’anima in cambio. Ecco il CSOA, il Centro sociale Angelina Cartella a Gallico, frazione di Reggio. Un amore e una passione sociale che in questi dieci anni sono cresciuti fino all’intollerabile per chi ama svastiche e nerofumo.

E infatti svastiche, simboli SS, un latinorum di repertorio sul basco di un Ghevara in murales, qualche altro scarabocchio sono la firma di chi conosce bene i suoi simboli e li usa con rozza sottigliezza come armi di sfregio, di stupro simbolico. Di solito spray nero, ma qui in rosso per esigenze cromatiche e compositive: nero su nero del basco dove apporre la scritta, che segue le curve, non avrebbe reso. Un manovale di mafia presumibilmente non dispone di sottigliezze semiologiche, ma presumibilmente ha prestato garanzie logistiche in una reciproca sponsorizzazione per spartire gli utili.

     

E una volta sfrattato il Cartella, gli utili sono il ghiotto bocconcino del parco, demaniale, e una voce scomoda in meno.

Dopo costruita la struttura a suo tempo, con fondi pubblici,  fu subito abbandonata a se stessa, diventando luogo di degrado e di spaccio, quindi occupato dieci anni fa e vivificato da ragazzi e ragazze, ma tanti anche i capelli grigi e bianchi, che amano il proprio territorio in modo partecipativo e appassionato.

Perché non restare indifferenti. Perché è minacciato il nostro stesso diritto di parola, di espressione, di voce individuale o pubblica entro diritti e doveri costituzionali, compresa la giusta protesta.

Le mani sulla città è un tragico epilogo se manca la risposta popolare. Non un rimando in un gioco a tennis o peggio una sfida in un game di guerra, ma una risposta compatta, estesa e profonda di presenze, di aiuti, collaborazioni, di modi di essere nella legalità e chiedendo cultura e anche regalando.

Nella piccola arena del parco, nel pomeriggio, un’assemblea aperta, convocata col tamtam di rete, manifestava immediata solidarietà al Centro Cartella con molte voci accorse da otrestretto e da molti chilometri di distanza, e una sottoscrizione.

  (foto UDIrc)

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Riceviamo dal Cartella.

 DOPO L’INCENDIO DEL c.s.o.a CARTELLA

UNA MANIFESTAZIONE A REGGIO CALABRIA IL 26 MAGGIO

E UNA CAMPAGNA PER RICOSTRUIRLO PIU’ BELLO E PIU’ GRANDE DI PRIMA 

Non ci poteva essere sveglia più triste a buttarci giù dal letto ieri mattina. La notizia che la struttura, che per dieci anni ci ha visto discutere, lavorare, creare, cantare, suonare, crescere, stava andando letteralmente in fumo è stata un pugno allo stomaco, un colpo tremendo. La vista poi di quelle pareti di cemento rimaste in piedi, mentre tutto quello che c’era dentro, sopra, di lato, era stato trasformato in cenere e detriti contorti dal calore, è stato il colpo del definitivo Knock Out.

Ma presto il senso di smarrimento, di confusione, è stato spazzato via dall’incredibile fiume di solidarietà che ci ha sommerso: dal quartiere, dalla città, dall’Italia tutta è stato un continuo chiamare, chiedere, offrire braccia, mezzi, soldi. Un abbraccio talmente caloroso da ridarci immediatamente forza, voglia, combattività. Una vicinanza talmente eterogenea quanto sincera, da essere per noi più legittimante di qualsiasi carta bollata, figlia del riconoscimento del lavoro svolto in questi anni.

Ricostruire il Cartella, più bello e più grande di prima, abbiamo detto nel corso di una partecipatissima assemblea, tenutasi ieri pomeriggio, vicino a quelle macerie ancora fumanti. Lo ricostruiremo noi, come abbiamo sempre fatto, con l’aiuto di tutti quelli che sono al nostro fianco, di tutti quelli che dalla Val di Susa a Palermo, dal Friuli alla Puglia, ci stanno dicendo di essere pronti a sostenerci in qualsiasi modo.

Lo ricostruiremo perché non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci a chi, con questo vile atto, pensa di poter chiudere la nostra esperienza, e soprattutto distogliere il nostro impegno politico. Se la mano che ha compiuto questo vile atto è facilmente individuabile nella bassa manovalanza fascista e mafiosa, purtroppo sempre numerosa in questa città, la mente è per noi da individuare nella tanto famosa area grigia, in tutti quei gruppi affaristici, di interesse, che considerano questo territorio una enorme speculazione, e le casse pubbliche bancomat privati. Vorrebbero che tutti i nostri sforzi si riversassero sulla difesa degli spazi, sullo scontro ideologico e sull’antifascismo, senza preoccuparci più della privatizzazione dei servizi pubblici, della svendita del territorio a fini speculativi, della tremenda crisi economica e soprattutto sociale in cui versa la nostra città. Se il fine è questo, hanno sbagliato di grosso!

Il Cartella è stato ferito sì, ma è vivo e vegeto.

Stiamo verificando le condizioni per una manifestazione contro ogni tentativo di far chiudere questa esperienza, per la difesa degli spazi sociali, da tenersi sabato 26 maggio.

Stiamo vagliando, insieme ai nostri tecnici e legali, le modalità per avviare al più presto la ricostruzione della struttura fortemente danneggiata, che sarà sostenuta dal lancio di una campagna nazionale di solidarietà.

Nel frattempo, confermiamo tutte le iniziative già programmate, e diamo appuntamento a tutte e tutti per sabato 19 maggio, per la chiusura delle tre giornate contro l’omofobia che l’ArciGay e gli altri promotori hanno deciso di far tenere al Cartella, e i cui proventi andranno nella cassa di solidarietà per la ricostruzione.

“Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo”

“Potrete tagliare tutti i fiori, ma non fermerete mai la primavera”

c.s.o.a. Angelina Cartella
via Quarnaro I, Gallico
89135 Reggio Calabria
http://www.csoacartella.org

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