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Museo della Magna Grecia Reggio Calabria – Conferenza dei Servizi per l’ampliamento

aggiornamento aprile 2014

Dopo il blocco del Ministro Bray sull’intervento invasivo Museo-Piazza De Nava e le pronte indicazioni metodologiche offerte dalle Associazioni, nessun seguito da parte delle Istituzioni.

aggiornamento dicembre  2013

Linee metodologiche proposte dopo l’incontro col governatore della Regione

aggiornamento 25-26 settembre 2013

3ᵃ Conferenza dei Servizi “Museo Archeologico Nazionale / Ampliamento e nuovo ingresso da Piazza De Nava” indetta da Direzione Reg. BCP Calabria:

Punti nodali:

1)     trasparenza

Trascurando l’iter amministrativo pur molto discutibile, c’è da aggiungere a quanto già espresso nella precedente Conferenza, una riflessione sul termine “sistemazione” utilizzato nell’intestazione del progetto in discussione. Il termine  stando alla lingua italiana significa riordino e riorganizzazione di un assetto perduto o stravolto o rovinato. Fa pensare nel caso in questione che verranno magari ridisegnate le aiole, sostituita la pavimentazione malandata, riparato qualche angolo sberciato, l’illuminazione…

continua  a leggere  Relazione-udirc-museo-3a-conferenza-servizi1

2-piazza denava-dallalto

Museo Nazionale della Magna Grecia e Piazza De Nava, a sinistra il Roof Garden – Reggio Calabria

Conferenza dei Servizi cui partecipa UDIrc come soggetto portatore di “interesse diffuso” (art. 9 L. 241/90) 

Si è svolta il 7 agosto scorso, all’interno del Museo Nazionale della Magna Grecia, la seconda Conferenza dei Servizi decisoria (la precedente si era tenuta il 26 giugno) per una discussione allargata sul progetto di ampliamento del Museo Archeologico Nazionale, più comunemente detto della Magna Grecia, che coinvolge Piazza De Nava e il tratto incluso del Corso Garibaldi, sia in superficie che nel sottosuolo, su cui prospetta la facciata del Museo progettato da Marcello Piacentini, in seguito alle critiche mosse da diversi fronti e alla mobilitazione promossa dagli Amici del Museo.

Nel nuovo ambiente del museo coperto da lucernario, ricavato dal vecchio cortile interno, erano presenti la Direzione Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici, le Soprintendenze per i Beni Archeologici e per i Beni Architettonici e Paesaggistici, rappresentanti del Comune e Associazioni cittadine, tra cui gli Amici del Museo, Italia Nostra, Kronos, UDIrc.

Durante la seduta il Direttore Reg. BCP arch. Francesco Prosperetti traccia il percorso istituzionale e le finalità generali dell’intervento architettonico, e l’arch. Nicola Di Battista, autore del progetto, ne espone i caratteri e le particolarità attraverso gli elaborati geometrici, piante, sezioni, viste d’insieme. Il dibattito porta subito ai nodi oggetto di critiche anche aspre, sia per l’iter del bando di concorso, emesso per inviti dalla Direzione Regionale BCP, sia per la soluzione progettuale prescelta.

DSCN2689aIl Museo, da Piazza De Nava (foto Udirc)

L’intervento di UDIrc è estratto dal testo seguente, una sintesi resterà agli atti.

Motivazioni di un dissenso.

Una premessa con un breve pensiero di Renzo Piano:

Tradire il senso del luogo è un peccato gravissimo. I luoghi parlano anche se con voce sottile. E gli architetti non li ascoltano. In epoca antica non c’era tempio che non venisse costruito ascoltando la voce del luogo.

Le parole di Renzo Piano sono molto critiche, forse anche nei confronti di se stesso.

Nessun tempio greco o teatro è mai sorto in un luogo di risulta e tanto meno in un sotterraneo, ma di regola nelle aree più panoramiche della polis e tali da interpretare la sacralità. E non c’è centro storico che non si sia formato assecondando e interpretando la naturale conformazione che chiamiamo vocazione dei luoghi.

Il centro storico ha quindi troppa storia alle spalle perché si possa eludere la sua voce, e la sua valenza è paragonabile a quella di un’opera d’arte compiuta. E come una statua, un dipinto non sono modificabili, così il centro storico quando integro e non disturbato va custodito il più possibile nella sua integrità, come il testo di un’opera scritta, nel suo immaginario e nella sua qualità costitutiva.

Nella pianificazione contemporanea certi sventramenti non hanno avuto rispetto per i centri storici in nome di una architettura e un paesaggio urbano trionfalistico e monumentale, avulso dal territorio profondo, luogo di vita vissuta. Lo stesso Piacentini porta la macchia della Spina di Borgo, a Roma, dissolta per tracciare Via della Conciliazione. E Leonardo Benevolo vorrebbe ricostituire la Spina per far rivivere l’intuizione, il colpo di scena spaziale del Bernini, contro la grossolana e tronfia rappresentanza della via ricavata. Sempre più agli architetti viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, spesso compiuta dietro una presunta istanza di riqualificazione o artisticità (grandi kermesse Olimpiadi, Expo, grandi aree commerciali e turistiche, centri direzionali, residenziali…). Ci si prende la libertà di vetrinizzare la città come se fosse solo un piacere ludico-formale e per di più innocuo, e si scavalca la responsabilità sociale politica e civile connessa con la progettazione. La grande architettura è sempre più lontana dalla vita della gente e dall’interesse pubblico, peggiora a volte le condizioni dell’abitare.

Il paesaggio viene vissuto e percepito fisicamente ma soprattutto con la mente e con l’immaginario. Vivere nella valle, sulla montagna, al mare, presso il fiume, il lago, nell’isola, in città, nella pianura sterminata, nel deserto… sono condizioni che influenzano il nostro profondo. Lo stesso linguaggio verbale è fortemente influenzato da riferimenti spaziali. E il più delle volte non ne siamo consapevoli. La deprivazione dei luoghi corrisponde ad una deprivazione della mente. L’amministrazione burocratica moderna del territorio sottesa ai modelli di vita correnti ha sottratto i luoghi, la strada, la piazza … alla conformazione diretta e creativa degli spazi. Spazietti come cubetti di ghiaccio. Cellule senza corpo. Luoghi decontestualizzati senza storia e senza affetti, abitati con segreta malinconia. La sottrazione, il disturbo, la distruzione del luogo, la profanazione, riguardano il vissuto emozionale, il profondo della propria persona, che tocca la memoria e il futuro. La reazione contro chi sottrae qualcosa al luogo con cui abbiamo stabilito una relazione affettiva profonda è inevitabile.

Adolf Loos scriveva che gli architetti buoni o cattivi che fossero finiscono per deturpare i luoghi, il contadino con la sua millenaria mente locale ha prodotto i paesaggi, i borghi, le case, belle come sono belle la rosa e il cardo… (Franco La Cecla, 1995) 

Questo oggi è assurto a largo dibattito nelle conferenze di urbanistica e architettura, e la tendenza è di riflettere sul fatto che le città rischiano di diventare brutte, invivibili e tutte uguali fra di loro.

Grazie alle decisioni di amministrazioni più orientate verso attrazioni economiche e all’opera di architetti che hanno formato una sorta di star system dell’architettura, dimenticando la dimensione umana e storica della progettazione, abbiamo fatto diventare tutte le periferie di tutte le città del mondo assolutamente uguali, oltre che amorfe, e allo stesso modo stiamo favorendo l’omologazione di parti delle città storiche a quello che è diventato un unico modello del futuro: la città dei petrolieri alla Dubai, un sogno privo di cultura storica e antropologica, dove le estreme strutture pinnacolari o veleggianti sono il nuovo status della città supertecnologica, di alta griffe.

Entrando nel merito del progetto. Sull’ipogeo:

Al centro del cortile del Louvre a Parigi è ben nota la grande piramide in vetro che copre uno spazio sotterraneo con le stesse funzioni del progetto in discussione. Questo ipogeo può essere in accordo con una città nebbiosa che vive delle sue grigie atmosfere, dei suoi grigi palazzi, della sua vita underground. Una rilevanza non dispregiativa.

Al contrario Reggio è una città solare, ariosa, i suoi spazi aperti sullo stretto condurrebbero naturalmente ad interventi che interpretino questi caratteri. Reggio vive della totalità della luce solare e dell’acqua, la sua realtà storica pur ferita e ridisegnata di cui va comunque salvaguardata la memoria, e la bellezza paesaggistica non spingono verso la necessità di funzioni ricreative e culturali importanti sotterranee. Sarebbero come frasi fuori sintassi nel discorso. Piacentini, con calibrata intuizione in questo caso, non poté infatti rinunciare a prevedere corpi aperti terrazzati, anche se poi non realizzati, che permettevano l’immersione in questa straordinaria spazialità.

Sulla piattaforma sopralzata.

Viene detto che il bando richiedeva espressamente un intervento integrato con la città. La soluzione progettuale proposta impone invece con tutta evidenza delle cesure nette, delle barriere percettive, sia lungo l’asse del corso Garibaldi, sia all’interno degli spazi della stessa piazza De Nava. La cesura sull’asse longitudinale di corso Garibaldi è una barriera fisica non solo percettiva. Un dosso.

Mai si penserebbe, per es., di interrompere la storica Spaccanapoli che collega il Vomero a Forcella con l’annessione di una piazzetta sopraelevata da parte di un edificio. Nessun architetto, ente ecclesiastico o nobile per quanto carico d’investitura o di potere ha mai pensato di annettere spazio fisico antistante alla costruzione prediletta, sottraendolo fisicamente alla fluidità lineare dell’antica plateia. Né per mezzo di piattaforme, sagrati, gradini, né per mezzo di occlusioni o corpi posticci. Le piazze, gli spazi di rispetto, gli slarghi a completamento delle cortine costruite restano una delimitazione percettiva dell’immaginario, ma non ricavate con intagli in rilevato o in scavo, tramite cesure. Una strada ha un flusso di energia potentissimo. Spaccanapoli è un immaginario e come tale nessuno si sogna di modificarlo. Conservazione? No, memoria, quando antropologicamente il segno è troppo forte.

Ma un altro enorme segno, vivente, dalla connotazione antropologica fortissima, due volte l’anno penetra lo spazio tra la piazza e il museo. Un magma brulicante, oggi fino a 120.000 persone, scorre lungo un percorso che ha il suo segnapunto spaziale proprio su Piazza De Nava. La grande processione annuale di settembre qui imbocca il rettilineo di arrivo quando in discesa dal Santuario segue la Vara verso la Cattedrale. E da qui ripassa quando a novembre la Vara viene riportata in risalita verso il Santuario dove è custodita tutto l’anno. Da oltre quattro secoli. Qui persone, luoghi, percorsi, orientamenti, pratiche di culto, rituali sono intrecciati in una dimensione spazio-temporale difficile da spezzettare. Eliminando un fattore ne risente fortemente tutto l’assetto societario per una perdita che tocca le forme, le modalità, l’identità dell’espressività collettiva.

plateau

La piattaforma-cesura longitudinale innalzata sul nastro stradale di Corso Garibaldi. Sulla sinistra l’accenno della facciata del museo, sulla destra il grande corpo vetrato che impatta contro la piazza De Nava (prog. Di Battista)

corpo vetrato

Il grande corpo vetrato-cesura trasversale sopra la piattaforma (sovrastante l’ambiente ricavato sotto il piano stradale del Corso Garibaldi) che taglia visivamente l’en plein di piazza De Nava  (prog. Di Battista)

Sul corpo vetrato-lanterna

La facciata del progetto piacentiniano parla alla piazza, e la piazza ascolta, nel presupposto progettuale originario, in un gioco di reciprocità spaziale, di pieno-vuoto senza intrusioni o corpi estranei. Ma la piazza non potrebbe essere più fruita nella sua interezza.

Passando da un lato del corpo vetrato, ingombrante per tutta la lunghezza del prospetto e alto oltre quattro metri, non si percepisce la spazialità della piazza; e passando nella strettoia tra il corpo vetrato e la piazza non si percepisce la volumetria del museo. E’ come vedere frammenti al disopra di una palizzata, o come se una testa ci ostacolasse la visione al cinema. Un tir di vetro, vetro come male minore (la foto più sotto con l’autobus ne dà un’idea azzardata e scherzosa).

Per capire quanto si ponga come diaframma tra la piazza e il Museo, la cosiddetta lanterna, malgrado le integrazioni raccomandate dal bando, basta guardare Piazza De Nava dall’interno del Museo, al di qua dell’ingresso vetrato. Quella che ci appare in un pomeriggio di sole è una scenografia mozzafiato con un asse di profondità leggermente asimmetrico e un orizzonte che si interrelaziona con il Museo e vi penetra con il gruppo statuario e gli alberi, i colori e la luce, grazie all’espediente del piano del pavimento della stessa piazza in lieve pendenza, una vera pedana di palcoscenico. Un’opera d’arte spaziale realizzata con una semplicità disarmante.

Proporre di alterare il profilo altimetrico della piazza spianandola e quindi infossandola, come è stato proposto da Italia Nostra, significa sconvolgere gravemente le proporzioni, i rapporti, le reciproche armonie geometriche e visive delle unità di tutto lo spazio visivo che hanno il loro focus organizzatore proprio nel gruppo marmoreo integrato nel complemento planivolumetrico descritto.

DSCN2675aVista dall’interno del Museo (foto UDIrc)

DSCN2683aPiazza De Nava vista dall’ingresso del Museo (foto UDIrc)

DSCN2680a (foto UDIrc)

Reggio che doveva essere una splendida città magnogreca, per le distruzioni subite mantiene poche configurazioni significative dal punto di vista architettonico e urbanistico e queste non dovrebbero essere stravolte, piuttosto manutenute e eventualmente anche riqualificate, ma nel caso, con appropriata discrezione.

Inoltre quella maglia stradale di Reggio, di cui il Corso Garibaldi fa parte, presenta un sistema di assi paralleli al mare che la percorrono da Nord a Sud con una continuità e geometria regolare, tipica e ormai storica. La sopraelevazione della piattaforma con le doppie gradinate seziona l’arteria principale della città, micronizza la sua fluida continuità periferizzando idealmente, più oltre, un’area che accoglie pregevoli architetture residenziali e il grande complesso delle architetture razionaliste con annessa Piazza del Popolo.

La funzione urbanistica di questo asse nella sua interezza è primaria. E’ infatti una demarcazione, che regola e ordina in senso parallelo l’allineamento del tessuto urbano verso monte, mentre verso mare accoglie le confluenze stradali e segna il mutare di orientamento della maglia urbana che per seguire la curva del litorale si piega su un angolo di circa 30°. Porre un blocco, un fermo, un chiavistello in questo episodio è operazione architettonicamente un po’ autoritaria e urbanisticamente non molto considerata. Una marcata compattazione museo-piattaforma-piazza fa pensare ad una anchilosi dove tre vertebre si sono rinsaldate e non si ha più la flessibilità del bacino.

Basta guardare le bellissime immagini satellitari.

Dunque si crea una netta doppia cesura ad assi ortogonali ingiustificata, non una integrazione con gli elementi preesistenti.

 asse-cesure-piazzeL’asse viario rettilineo spezzato, Piazza De Nava, Piazza del Popolo

Il problema non è costruire ancora con archi capitelli e colonne, o essere ottusamente contrari all’innovazione, ma creare la continuità del logos visivo e simbolico con passaggi rispettosi della memoria e del costume territoriale. Perché ogni unità spaziale con cui siamo entrati in rapporto ci porta a una semiologia dove la metafora si fa vissuto personale-collettivo e il vissuto si fa metafora. Se passeggiando arrivo al museo i gradini della piattaforma mi dicono che ho finito la mia vasca e devo tornare indietro, sento più ostentato il concetto del percorso di rappresentanza, se proseguo la passeggiata o il mio percorso, magari di fretta, devo superare un dosso con salto di quota, una barriera, cioè un ostacolo estraneo alla fluidità naturale planare della mia deambulazione.

Enorme interrogativo con tale soluzione suscita inoltre il grande scavo di circa dieci metri di profondità, per tutto il fronte-museo e per tutta la sezione strada, in relazione alle sicure consistenze archeologiche presenti nel sottosuolo.

Riteniamo che, proposta peraltro non nuova, una procedura amministrativa mirata avrebbe potuto acquisire ottimamente il fatiscente immobile detto Roof Garden, in una posizione spaziale felicissima in relazione al Museo, risolvendo due problemi in uno: acquisire gli spazi di servizio senza gravi sacrifici urbanistici (e probabilmente archeologici) e il risanamento di quello spazio-volume che per privata incuria danneggia la città in un nodo funzionale e visuale nevralgico, Piazza Indipendenza. Potrebbe essere annesso al Museo tramite opportuni interventi progettuali, non escluso quello aereo come perfino Piacentini aveva previsto verso mare in una versione del suo progetto originario. Operazione che richiederebbe un deciso atto di acquisizione che qualsiasi Comune avrebbe già fatto per pubblica utilità, ma definita e ritenuta impraticabile.

[UDIrc in proposito durante la Conferenza dei Servizi fa ripetutamente una interrogazione ai rappresentanti delle Istituzioni presenti per conoscere i motivi della sua impraticabilità, ma senza esito soddisfacente. E dunque UDIrc fa espressa richiesta di messa a verbale dell’interrogazione].

DSCN2692aProspetto del Museo verso mare prospiciente al Roof Garden (foto UDIrc)

 DSCN2696aRoof e prospetto Museo verso mare visti da Piazza Indipendenza (fotoUDIrc)

Infine il vasto intervento denominato Regium Waterfront di Zaha Hadid e Patrick Schumacher prevede un mega spazio museale con centri polifunzionali dagli accenti ipertecnologici-international style e con l’interessamento delle stesse aree litorali adiacenti al Museo della Magna Grecia di cui anche il progetto Di Battista si occupa. Estrapolazioni progettuali che sembrano al di fuori di un’organica pianificazione di tutto il bene ambientale litoraneo di altissimo valore storico e paesaggistico.  Ci si chiede in quale correlazione i due poli museali e annessi spazi serventi vengano a trovarsi, poiché potrebbero ignorarsi, duplicarsi, sovrastarsi o declassarsi, dal momento che i Bronzi prenderebbero il via verso il museo dalla cifra internazionale. Forse la mano sinistra potrebbe non sapere cosa fa la mano destra.

L’augurio è che in prima istanza si possano riconsiderare le alternative di pubblica utilità o che il progetto possa essere modificato alla luce delle riflessioni esposte, o infine una diversa impostazione di bando pubblico. E che si possa stabilire una relazione di funzione con il mega Regium Waterfront, per non avere alla fine un patchwork irreversibile.

Il  Museo del Mediterraneo nel mega progetto Regium Waterfront

Che cosa c’entra un’associazione di donne in questa materia?

Una Associazione di donne non solo ha titolo civico di intervento ed eventualmente di critica riguardo l’uso della città, di cui gli spazi pubblici sono a sovranità popolare, ma invita a riflettere sul dato ormai riconosciuto che le piccole o grandi trasformazioni urbane – la res publica territoriale –  sono state appannaggio del pensiero e della tradizione culturale maschile. Le città funzionano diversamente per i due generi, e di questo la mente maschile non ha mai tenuto conto. Se diverse sono le sensibilità per quanto riguarda pensiero, tradizione, esigenze tra mondo maschile e femminile come soggetti, diversi potranno essere gli orientamenti nelle soluzioni, in questo caso progettuali, necessariamente da maturare con una mediazione-condivisione. Oggi c’è bisogno che in ogni decisione politica istituzionale e sociale si tenga conto dei punti di vista di genere con una gestione più oculata e totalmente condivisa del territorio anche perché le città soffrono di un malfunzionamento progressivo, e la terra con le ormai poche risorse sta mostrando la sua fragilità.

UDIrc

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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UDI Catania – ottobre 2011
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Manal e le altre

Io non ho paura di nessuno. Be’ con grandi protezioni alle spalle si può dire. Manal al Sharif ha sfidato, come donna, il potere non certo femminile in Arabia Saudita, senza salvaguardie di nessun genere. E con lei tutte le donne per una delle azioni più comuni: guidare l’auto, vietata per loro in quel paese.

Manal è una delle organizzatrici via web della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne, campagna che data fin dal 1991, quando furono bloccate in massa, ad oggi senza alcun esito. E di nuovo in massa al volante, ma non concentrate, oggi 17 giugno le donne  saudite sfidano il regno con una protesta ufficiale. E’ pur sempre una sfida anche se con qualche precauzione: velate in modo rituale, preferibilmente accompagnate da un uomo per facilitare il rilascio se fermate, una bandierina nazionale ben esposta a lato cruscotto, una dichiarazione di fedeltà al regno per evitare accuse di sovversione e naturalmente il simbolo della Campagna.

Manal era stata trattenuta in arresto per nove giorni, perché attivista, per aver guidato e pubblicato il video, per aver invitato alla guida in massa alla data del 17 giugno. Al rilascio, in un comunicato sul giornale al Hayat, Manal riconosce però di aver fatto un errore, dichiara di rinunciare agli obiettivi della campagna e si dice impegnata ad ascoltare solo Allah e il suo paese. E’ facile immaginare con quali argomenti o sistemi di persuasione minacciati o addirittura attuati da parte degli addetti ai lavori.

Nel regno saudita di re Abdullah le donne possono essere solo accompagnate in auto da uomini, parenti o amici, o avere l’autista. E così che una donna manager viene violentata dal suo autista dopo essersi diretto in una zona industriale isolata della città santa di Medina e averla minacciata con la pistola ().    

Il vento del web è inarrestabile dal nord-Africa per le rivoluzioni, all’Italia per acqua e nucleare, all’Arabia Saudita per la patente alle donne …

Innumerevoli i canali sul web dedicati o a sostegno dell’iniziativa per Manal al Sharif: HonkforSaudiWomen, Io guido con Manal, I drive with ManalSaudi Women Revolution 

NON LASCIAMOLE SOLE!

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Una scelta assai discutibile dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro per l’8 Marzo

Il Comitato Pari Opportunità della Provincia di Catanzaro destina i fondi raccolti con il concerto di Noa organizzato per l’8 marzo al Movimento per la vita.

Da www.suddegenere.wordpress.com ()

Che significato ha, oggi, celebrare l’8 Marzo ?

… A Catanzaro, unica città italiana nella quale Assessore provinciale alle Pari Opportunità è un uomo. Ricordiamo a chi legge che l’esigenza della nascita delle commissioni per le pari opportunità è datata 1984 perché sia consentita la reale applicazione dell’articolo 3 della Costituzione Italiana sulla non discriminazione delle donne.

Accade che il Comitato Pari Opportunità dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro promuova per l’8 Marzo un’iniziativa, un concerto presso il Teatro Politeama, i cui proventi saranno destinati ad un Centro inserito a livello nazionale nel “Movimento italiano per la Vita”, organizzazione che contrasta apertamente, e spesso con modalità aggressive e violente, l’applicazione di una legge dello Stato che laicamente garantisce il diritto alla scelta per una maternità libera e responsabile.

L’iniziativa, dicono, è contro ogni forma di violenza sulle donne.

Ma non è forse una forma di violenza, questa? Non è violenza negare alla donna il diritto di decidere del proprio corpo e della propria vita? Non è violenza la volontà di imporre una scelta sui corpi altrui? Chi può decidere, se non la donna stessa se sia in grado o meno di ospitare un altro essere umano dentro di sé, se non la donna stessa, che offre corpo e sangue alla procreazione?
Noi siamo per la vita perché siamo donne e la vita ce la portiamo dentro anche quando non la mettiamo al mondo, siamo palingenesi di carne noi, anche se non diventiamo madri. Non siamo incubatrici ma persone, non siamo proprietà della Chiesa e nemmeno dello Stato, siamo (o meglio vorremmo essere) Libere Cittadine.

Dunque il corpo delle donne è il luogo biopolitico per eccellenza e l’Amministrazione provinciale ci marcia sopra come un caterpillar, mentre la cittadinanza e i movimenti politici (anche quelli di sinistra) sono in stato narcolettico, rispetto al significato simbolico dell’evento promosso.

Desideriamo altresì sottolineare, nel “panorama” tutto locale, che l’ospedale Pugliese di Catanzaro sul numero complessivo del personale, dispone di soli due medici non obiettori (fonte:Emilia Celia, referente regionale Cittadinanza Attiva-Tribunale per i diritti del malato- Catanzaro). Come viene tutelata, anche in questo caso, la salute e la libertà di scelta delle donne? Non viene presa in considerazione, dalla struttura ospedaliera, la necessità di bilanciare il diritto all’obiezione di coscienza con la responsabilità professionale e con il diritto di ogni paziente ad accedere tempestivamente a legittime cure mediche ? Pare proprio di no.

Gentile Presidente Ferro,

disconosciamo con forza l’iniziativa dell’Amministrazione provinciale, che porta avanti il solito vessillo di chi non rispetta le scelte altrui e non è avvezzo a una dialettica democratica, ma impone la propria visione del mondo e dell’esistenza alla generalità delle cittadine e dei cittadini. La legge 194 è ancora in vigore: è una legge dello stato, è una conquista delle donne, ha permesso (peraltro) la caduta verticale del tasso di interruzioni di gravidanza nel nostro paese. La richiamiamo, Presidente Ferro, al rispetto di un ruolo istituzionale che ci auguriamo sia prevalente rispetto al suo orientamento personale, religioso e politico e che dovrebbe, prima di tutto tenere conto del dettato normativo e dei suoi principi ispiratori. Scegliere, sotto le mentite spoglie del “contrasto alla violenza”, di finanziare con i soldi della collettività un evento i cui proventi andranno a favore di chi apertamente nega il diritto al pluralismo delle idee, strumentalizzando il significato vero e profondo dell’8 Marzo, ci sembra assai discutibile sul piano istituzionale (ma non solo) e glielo segnaliamo pubblicamente.

Altre considerazioni avremmo potuto esprimere se, ad esempio, si fosse deciso di devolvere il ricavato dell’iniziativa ad un centro antiviolenza, uno dei tanti che rischia la chiusura e che ad oggi, nonostante la legge regionale 20 del 21 Agosto 2007, non ha ricevuto i finanziamenti a sostegno della propria attività. Questa si, che sarebbe un’iniziativa a favore del contrasto alla violenza sulle donne.

Donne Catanzaresi in Rete

(nota aggiuntiva: Siamo a dir poco basite per il fatto che, a Catanzaro e dintorni, nessuna-o abbia dato un commento pubblico alla notizia, rilevandone la gravità. Chiediamo pertanto a tutte le amiche e gli amici di sottoscrivere il nostro comunicato, che verrà inviato – con tutte le firme – alla c.a. dell’Amministrazione provinciale. Grazie)

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13 febbraio

Chi fugge dai commenti del giorno dopo, chi fa finta di niente, chi rettifica. E poi ci si mette anche Sanremo a formattare. Chi è felice per l’ottima riuscita: il 13 ha portato bene.

Un oceano di donne. Strumentalizzate ? politicizzate? radical-chic?

Per la legge dei grandi numeri in un fenomeno o evento c’è sempre qualcosa che non appartiene per statistica obbligata al fenomeno stesso: assumere questo campione per etichettare o derubare di un significato non è corretto. C’erano sindacalisti o rappresentanti di partito o qualche radical-chic naturalmente, ma lo ritengo un “relativo” rispetto ad un “assoluto” rappresentato dalla massa di donne e uomini che erano presenti per esprimere uno stato d’animo e obiettivi che prescindono  da interessi di partito. Non partecipare può aver significato anche allinearsi con quell’area partitica che non condivideva, ed essere accomunati a quel tipo di sentire. 

L’appello è stato lanciato da donne. A quel punto o ci interessava l’appello o ci interessava l’aspetto che queste donne incarnassero i desiderata di un partito. Alla stragrande maggioranza di noi ha interessato l’appello, come raccolta civica degli umori generali. E non mi sembrano ragionevoli i distinguo quando la situazione politica e sociale va verso il disastro. Condivido quanto scrive la sociologa Bianca Beccalli … Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali … partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta?

Le valutazioni politico-teorica, sociologica, mediatica, non coincidono sicuramente e il perenne gioco del tiro alla fune è sempre presente.

Una cosa è certa: nessun gruppo, associazione, sindacato o partito, in un solo giorno in contemporanea e con risonanza anche in molte capitali estere, è mai riuscito a raccogliere tante donne. Circa 230 città in Italia e una trentina nel globo. Con tutto l’intorno di radio e televisioni, stampa, fb, sms. La paura della strumentalizzazione la ritengo un sottovalutare l’intelligenza e la libertà di quante hanno scelto, senza ricette, di volersi incontrare nella giornata del 13 perché un nuovo corso avvenga. Se no perché? Se non ora quando? E se sempre, perché non anche il 13?

Fosse solo per far cadere Berlusconi se la sarebbero spicciata i due tre partiti e qualche altro soggetto, con preponderanza di uomini, in questo caso sì, politicizzati. A parte il fatto che essere politicizzati/e nei modi e nei luoghi non è un’infamia, e a insultare o rifuggire per questo ci si trascina appresso il luogo comune che la politica è cosa sporca. Come quello che le donne sono tutte con la p.

Ridare dignità e credibilità alla politica ecco il compito primario che ci spetta e ci aspetta.

A Reggio nessun palco, donne e uomini hanno parlato in piedi sul basalto di piazza Camagna gremita fin sopra le rampe scenografiche, con un microfono-amplificazione recuperati chissà come, non proprio da grande concerto. Un cerchio prossemico naturale e chi ha voluto ha parlato. Tre grandi pannelli di cartone con pennarelli apposti, su cui scrivere qualsiasi cosa. Le frasi scritte nella loro contrazione e frammentazione denotano un gran bisogno di saggezza, di filosofia di vita, di immaginario altro, quello che molto raramente si ha modo di cogliere per strada, nei media, perfino in famiglia: amore, dignità, figli/e, giustizia, lavoro, futuro…  qualche lampo poetico che lega il sorriso del figlio, l’odore del mare, l’arcobaleno…  E qualche cartello di sapore antiberlusconiano: io sono la figlia di Agamennone. Una signora mi ha chiesto cosa volesse dire, non essendo riuscita ad  agganciare le parentele fino a Mubarak.  

Difficile pensare che l’antiberlusconismo come punto unico potesse essere così ben organizzato e nello stesso tempo dissimulato. Il senso da cogliere è più apocalittico, universale, è: basta, oltre. Con quella determinazione e risolutezza della femmina animale quando la sua prole è in pericolo.  Ecco, Il livello di guardia di un’esondazione del degrado generale questa volta lo ha voluto esprimere un grandissimo numero di donne. Con una partecipazione alquanto eterogenea. Perfino il clero femminile per dire alla società e mandare a dire anche alla loro domus aurea. Qui potrebbe infilarsi il tanto sbandierato “moralismo” e “ puritanesimo”.  Le donne, tutte, dalle prostitute alle giovani veline, sono libere di usare il proprio corpo come credono, ma la mercificazione va oltre la proprietà del proprio corpo e richiamo nuovamente  B. Beccalli Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale… quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili.

Ci sono state ragioni per prendere le distanze e buone ragioni per esserci. L’Udi di Reggio c’è stata, oltre che per condivisione, per un principio di inclusione che è nel nostro nome, non separatezza.

Perché il corpo femminile non rimanga intrappolato in un sistema di potere, come baratto, ricompensa, ornamento, usufrutto.

Ma la dignità femminile ha le altre molteplici coniugazioni che riguardano il lavoro come diritto, la scelta come diritto senza la quale non vi è libertà, la parità come diritto e non fittizia, o concessione… 

E per questo abbiamo lavorato e lavoreremo con passione e… fatica.

Si calcola un milione di donne accorse. E un milione i messaggi di donne raccolti nell’Anfora della Staffetta Udi poco più di un anno fa.

marsia

(foto Udirc)

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Olympe de Gouges

 A Roma il 26 gennaio

  

 …. correva l’anno 1791
DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA
Olympe de Gouges
 
 
 “Uomo, sei capace d’essere giusto? E’ una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi, dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro immortale.
Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più”.
  

Noi Donne  on line () pubblica l’intervista a cura di Tiziana Bartolini a Carla Cantatore, che conduce l’incontro, sull’iniziaiva di UDILab Monteverde. 

 
Olympe de Gouges fu una di quelle donne la cui grandezza non è mai stata riconosciuta. Il suo pensiero fu interrotto dalla ghigliottina nel 1793 con le esecuzioni del Terrore sui girondini durante la Rivoluzione francese. La sua opera è fondativa nella concezione delle democrazie moderne, soprattutto per quanto riguarda i diritti e il riconoscimento sociale delle donne. Nei testi scolastici abbiamo appreso che nel contesto della Rivoluzione francese nacque quella che sarà chiamata poi la Carta dei diritti dell’uomo, ma non che contemporaneamente Olympe de Gouges stese una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina in parallelo a quella dell’uomo e del cittadino. Aveva anticipato i tempi ponendo i problemi che attanagliano ancora i nostri giorni e che non hanno a tutt’ oggi una soddisfacente soluzione. Il diritto al voto universale, il divorzio, il sostegno alla maternità, un tetto per i diseredati, un tavolo di studio per contrastare la disoccupazione … 
Per la sua condanna a morte venne espressa soddisfazione. Era andata troppo oltre l’obbligo dei comportamenti morali muliebri oltre ad essersi opposta all’esecuzione di Luigi XVI.
E un secolo e mezzo prima Marie de Gournay aveva scritto dell’Uguaglianza degli uomini e delle donne.       

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