Violenza donne e Pari Opportunità

Violenza donne e minori – ipotesi di azioni di contrasto

(titolo dell’iniziativa della Commissione Regionale per le Pari Opportunita in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, sala Giuditta Levato, Palazzo Campanella, Reggio C.) 

Una tavola rotonda senza dibattito con cinque tra relatori e relatrici e una moderatrice per parlare di violenza contro le donne e i bambini. Questo, l’incontro avvenuto ieri a Palazzo Campanella su iniziativa della Commissione Regionale Pari Opportunità, a ridosso del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza nei confronti delle donne. L’aula Giuditta Levato quasi straripante. Una novità, essendo ormai abituate/i ad un pubblico numericamente modesto in ogni occasione culturale. Si spiega però da una parte con il richiamo di un nome noto della Tv del dolore e delle morbose cronache nere: il criminologo Francesco Bruno (per il quale l’omosessualità è una malattia), dall’altra con la partecipazione di alcune scuole che hanno risposto all’invito di chi ha organizzato.

Il ringraziamento iniziale va al Rotary da parte della Presidente regionale delle Pari Opportunità avv. Giovanna Cusumano (avvocate o mediche, perché non una sociologa mai alle Pari Opportunità?) e rende evidente la stranezza di organizzare una tavola rotonda così delicata, affidandosi alla collaborazione di un’Associazione di Service Club, che per quanto rispettabile non ha un’attività specifica di studio, conoscenza capillare territoriale e iniziative sui temi trattati.

Le relazioni, di professione medica e giuridica, hanno fornito soprattutto indicazioni tecniche e normative sul doppio problema della violenza riguardante donne e minori, ma mescolato purtroppo, come se le due cose avessero una unica radice, un’unica evoluzione, una identica spiegazione. Segno di una impostazione e una conoscenza approssimativa delle rispettive radici pensate più come atto o comportamento che non come conseguenza di una strutturazione sociale.

Va dato atto a Francesco Bruno di aver rilevato questa carenza d’impostazione, di avere richiamato coscienza e sensibilità per andare oltre il dato normativo, e di aver dato una veste sociologica alla questione spostando la trattazione verso un diverso taglio, quello culturale e della analisi storica e preistorica.

I motivi della violenza sulle donne ormai si conoscono perfettamente come si conosce perfettamente il percorso che va fatto per annientare il fenomeno con le azioni concrete relative. Poiché solo analizzando con percorsi integrati e diacronici se ne capisce la matrice e si individuano le soluzioni. Fuori da questa ottica non resta che la non-soluzione per via penale.    

Bastano una Convenzione internazionale: CEDAW, adottata dall’ONU fin dal 1979, e il Trattato di Istanbul di più recente adozione, che avrà valenza giuridica appena si saranno completate le ratifiche, per fornirci esattamente il quadro della situazione e le strade da percorrere.

La violenza, è scritto nei trattati, non è un atto privato che si consuma all’interno di un conflitto famigliare per turbe mentali dell’uomo o per inadempienze della donna, o per mero incidente, gelosia, passione, come continuano a scrivere e comunicare troppi media. Al contrario è un atto che ha valenza politica e che deriva dalla disparità di potere per consuetudine instaurata nella coppia, e dalla mentalità piramidale gerarchica patriarcale dominante dell’uomo, fin troppo sostenuta dalla società. Questo va detto chiaro negli incontri informativi, soprattutto quando ad organizzarli è una Commissione Regionale delle Pari Opportunità.

Sono decenni che diverse Associazioni hanno elaborato studi approfonditi e raccolto dati e fatto campagne e proposte. Non c’è quasi più niente da studiare, molto da far conoscere. E’ urgente passare ad azioni concrete. E non c’è nessuna struttura, competenza, organismo meglio della molteplicità femminile a saper parlare della violenza che subisce in quanto soggetto.

Le Amministrazioni pubbliche, dietro raccomandazioni dell’Onu, devono lavorare in stretta collaborazione con le Associazioni che si occupano attivamente di questi problemi, e creare reti locali competenti in multidisciplinarietà per sensibilizzare, educare e tutelare.

Al Convegno del 26 novembre non sono state invitate a parlare né l’UDI né altre Associazioni regolarmente attive in materia di violenza né una rappresentanza di qualche centro Antiviolenza.

Già quale centro antiviolenza? Il Consiglio d’Europa indica standard minimi come dispositivi di tutela, per es. raccomanda un Centro antiviolenza ogni 10.000 abitanti e un centro d’accoglienza ogni 50.000. Altro che kermesse e fiere delle vanità urbane-urbanistiche con fondi pubblici a perdere nella voragine dei favoritismi e degli sprechi.

I conti sono presto fatti nella nostra area reggina dove i servizi sociali, che operano come centri antiviolenza, sono per lo più centri cattolici che tutelano soprattutto la famiglia e non favoriscono l’autodeterminazione autonoma e laica della donna.

Uniformarsi agli standard europei è forse utopia nella situazione drammatica di crisi attuale, ma almeno che ci venga spiegato in un incontro come quello cui abbiamo assistito, perché un centro antiviolenza di ottima conduzione come quello di Cosenza, il Centro Roberta Lanzino, ha chiuso la casa rifugio e da due anni aspetta l’erogazione di fondi per sopravvivere, spettanti per legge (Legge Regionale 20 del 21 agosto 2007).

Si spingono le donne a denunciare, ma dopo? Quali le garanzie per le donne, di vivere una vita normale? Può darsi che l’uomo venga fatto allontanare dalla casa, ma dove va? si aggirerà nei dintorni continuando a minacciare? Può darsi che l’uomo venga messo in carcere. Ma quale vendetta tramerà e attuerà una volta uscito dal carcere? E la donna, liberata dal persecutore, se non è autonoma, con quali mezzi si sosterrà? La direttiva europea del 2004/80/CE del 29 aprile 2004 prevede che lo stato risarcisca le vittime di reato violento volontario quando i colpevoli non sono in grado di farlo, ma lo stato italiano è inadempiente.

In Gran Bretagna e in altri paesi europei le vittime vengono monitorate e seguite quando escono di casa, gli uomini vengono sottoposti a risocializzazione prima e dopo l’eventualità del carcere. E ogni decisione politica è frutto di un dibattito che coinvolge la società civile e interamente non confessionale, con il ruolo delle donne e delle Associazioni in grande considerazione.

Come UDI abbiamo promosso e già divulgato, ufficialmente il 25 novembre, una Convenzione No More! stipulata con numerose altre prestigiose Associazioni perché si disponga di una forte pressione da esercitare sulla cronica deresponsabilizzazione del governo. Perché possano essere riconosciute tutte le sfaccettature del problema e perché si prendano impegni precisi e concreti.

Vi abbiamo scritto che la centralità del contrasto alla violenza in ogni sua forma consiste:

  • nel cambiamento radicale di cultura e mentalità
  • nella rappresentanza appropriata delle donne e degli uomini in ogni ambito della società
  • nell’uso non sessista del linguaggio, anche nei media, al fine di promuovere un rapporto rispettoso e un livello di potere equo tra donne e uomini
  • nell’intervento delle istituzioni che non possono lasciare le cittadine e i cittadini sole/i davanti a un tale fenomeno, siano italiane o italiani, straniere o stranieri; le istituzioni sono tenute a prevenire, contrastare, proteggere con politiche attive coerenti, coordinate, l’intera popolazione, con il sostegno delle reti locali a partire dai centri antiviolenza.

Ci sarebbe piaciuto che questo fosse emerso in tutta evidenza ieri. E che fosse arrivata agli studenti presenti l’urgenza di un lavoro serio nelle scuole dove, per smontare la cultura del patriarcato, non basta la settimana scolastica autunnale dedicata alla violenza sulle donne, o la celebrazione di facciata del 25 novembre magari elettorale, ma servono programmi seri che contemplino la rivisitazione della storia, l’analisi semiologica della comunicazione, degli stereotipi mercificanti del corpo delle donne e di certo frasario sessista corrente, lo smantellamento dei modelli televisivi che ne supportano per audience i più bassi profili, e l’insegnamento fondamentale: il rispetto verso la persona e le differenze, come socializzazione integrale, naturale.

Così avremmo apprezzato l’incontro.

1 Commento

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Contro la violenza sulle donne, diritti della persona

Una risposta a “Violenza donne e Pari Opportunità

  1. Pingback: La donna, tutte le donne fuori dalla fabbrica della violenza | UDI di Reggio Calabria

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...