Il progetto

Campagna Immagini Amiche

 

 

8 marzo  – 25 novembre 2010

 L’UDI nazionale ha promosso una campagna di contrasto alla comunicazione sessista, chiamata Immagini amiche e alla quale ha aderito l’UDI  Le Orme di Reggio Calabria. La Campagna è in corso, e si concluderà il 25 novembre prossimo in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Risultati, materiali raccolti e istanze verranno quindi portati  a Bruxelles.

Il suo obiettivo è di contrastare una pratica di comunicazione massicciamente generalizzata nei media, soprattutto visuale ma anche linguistica, che usa un unico modello stereotipato e lesivo dell’immagine femminile.

Il corpo, e di conseguenza la figura della donna e del suo immaginario, vengono tradotti in semplici quanto logore equazioni o metafore di seduzione, e mercificati. In modo grossolanamente esplicito o più raffinato o subliminale, il desiderio, il possesso, l’attrazione per gli attributi che deve suscitare l’oggetto da vendere vengono sessualizzati secondo un’esclusiva ottica maschile. In ogni circostanza di comunicazione, anche la più banale, il corpo e la figura della donna  sono di  servizio, non pensanti, non parlanti, semplici strumenti di piacere visivo, in ricorrenti posture erotiche codificate. Per la missione tecnica di vendita devono svolgere le funzioni simboliche di vampiro e di odalisca con la finalità del consumo-acquisto. Tali tecniche di suggestione ben studiate e sperimentate da specialisti  hanno ormai creato un vero e proprio linguaggio sul piano percettivo e, quando manca una riflessione critica, non vengono consapevolmente avvertite perché ormai hanno dato forma a una normalità.

Esprimiamo preoccupazione, esclusivamente sul piano culturale e della implicazione sociale, al di fuori di ogni possibile moralismo che censuri la nudità e la libertà dell’eros, per ciò che stiamo trasmettendo di distorto  alle giovani generazioni. Il modello unico proposto attraverso la moda, la tv, i media in generale, si traduce in modello di riferimento e ha la pretesa di dettare uno style life esclusivo elitario, dove è sottilmente implicita l’irrisione per chi non lo adotta. Un deterrente psicologico utilitaristico da cui in particolare giovani e giovanissimi  vengono fortemente influenzati  e condizionati.

Se le giovani donne non dispongono di capacità selettive e difensive, possono assorbire informazioni aberranti  che spingono a competere con icone false e irraggiungibili, e che si traducono in un messaggio martellante: ecco l’unico modo per poter piacere a lui, per essere prescelta e avere in cambio successo e denaro. Le immagini cui si ricorre appartengono al repertorio archetipico maschile che desidera questo tipo di donna: seducente, disponibile, non reattiva. Con buona pace di quei milioni di donne “ordinarie” e invisibili: intellettuali, scienziate, filosofe, operaie, impiegate, casalinghe  che vivono l’eccellenza dell’intelletto e  la consuetudine della quotidianità.

Ciò che viene trasmesso nella comunicazione pubblicitaria, in tv e in molte altre occasioni pertinenti e non pertinenti, con l’ossessiva presenza di corpi femminili, belli allusivi, provocatori non è un gioco innocente. Ogni dettaglio viene studiato per mesi e non è concesso fallire. Quelle donne che pensano di affermare la propria libertà e autodeterminazione stando a questo gioco, e diventandone interpreti e complici, non avvertono di essere indotte a scelte di libertà vigilata e guidata. Il loro corpo usato di volta in volta come un gioiello prezioso, come un fantoccio ingessato o una bambola garrula, con costanti allusioni sessuali, informa su quelli che sono i modelli richiesti per l’accettazione e il consenso sociali.

Da dimensione affettiva intima e privata, il corpo diventa merce omologata sui banchi di un mercato polivalente e impietoso, mezzo di transazioni e unico strumento di riconoscibilità di sé. E crea il mito del successo facile o possibile,  obiettivo  da raggiungere ad ogni costo. ignorando e travalicando ogni altro valore sociale e individuale. Soprattutto azzerando anni di conquiste e lotte femminili per affermare il diritto alla realizzazione di sé attraverso lo studio e il lavoro, le competenze, l’esperienza.

E se il modello appare irraggiungibile, ci penserà il chirurgo estetico perché il successo diventa  un valore che si compra o si scambia solo con la bellezza del corpo.

Questa immagine sociale femminile sistematicamente ed esclusivamente legata a qualità estetiche-anatomiche, in bilico tra pornografia e idealizzazione standardizzata, distorce l’ immagine reale della donna. È una vera e propria offesa pubblica e sta diventando un’emergenza sociale, perché intacca il percorso della parità di diritti tra i sessi, viola i diritti della persona, lede la dignità, la libertà. È minacciata perfino l’integrità psicofisica delle donne che possono compromettere lo sviluppo della propria autostima e il riconoscimento della propria identità personale fino a imboccare percorsi patologici estremi che chiamiamo  anoressia e bulimia.

L’UDI chiede a tutte le donne e a tutti gli uomini che sentono l’urgenza di una inversione culturale, di appoggiare e sostenere la campagna

  • segnalando  i messaggi e le situazioni offensive
  • creando gruppi di pressione sulle aziende che li utilizzano
  • non acquistando i loro prodotti
  • contribuendo economicamente  alla sua riuscita

Il Parlamento europeo ha emesso una risoluzione con la quale invita gli Stati membri a sorvegliare  affinché i messaggi pubblicitari e la comunicazione in genere non alludano o ricorrano  esplicitamente  al corpo delle donne, a scapito di altre loro competenze  e qualità culturali, sociali, lavorative.  (qui)

È difficile, se non impossibile, vedere in altri paesi  cartelloni pubblicitari che sovraespongono il corpo delle donne, o ne utilizzano esplicitamente o implicitamente solo l’aspetto estetico-anatomico.

Ci aspettiamo precise assunzioni di responsabilità da parte dello Stato Italiano.

Intanto molti Comuni dal Sud al Nord (sotto elencati) recependo le raccomandazioni del PE, soprattutto attraverso le pressioni delle UDI  territoriali, si sono dichiarati liberi dalla pubblicità offensiva. Attendiamo un segnale anche dal Comune di Reggio Calabria.

Marsia Modola

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Una risposta a “Il progetto

  1. Stefania

    “Attendiamo un segnale anche dal Comune di Reggio Calabria.”

    Novità da Reggio Calabria col nuovo sindaco Falcomatà?

    Comunque in tv i giornalisti continuano imperterriti come al solito, da “tradizione”.
    Negli ultimi casi di femminicidio avvenuti durante le fasi della separazione, la solita litania dei tg è stata: “Il marito/partner era un bravo padre, lavoratore, stimato da tutti…” e via con foto mielose (in compagnia di moglie e figli) dell’assassino in questione. Ma almeno le telegiornaliste non si possono ribellare ed evitare di dare queste notizie usando certi insulsi termini?

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