Archivi categoria: Media

Pubblicità rimossa

E un’altra!

Forza e coraggio: non desistere e incalzare con le segnalazioni delle pubblicità offensive nei confronti del corpo e della figura della donna! 

A proposito della pubblicità che riguardava una ditta produttrice di oli lubrificanti per motori, commentata il 29 marzo al post n. 1, più sotto, UDI rc riceve dall’IAP, Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria:

Segnalazione messaggio pubblicitario “The no. 1 in friction reducing”, relativo al prodotto ‘Ceramic Power V-Twin Liquid’

rilevato su Moto Special – data copertina Marzo – Aprile 2011

Desideriamo informarVi che, il Comitato di Controllo, esaminato il messaggio pubblicitario in oggetto, ha deliberato di emettere ingiunzione di desistenza per violazione degli artt. 9 – Violenza, volgarità, indecenza e 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

A seguito del suddetto provvedimento autodisciplinare l’inserzionista ha comunicato l’intenzione di desistere dall’ulteriore diffusione del messaggio contestato.

Potrete rinvenire il contenuto del provvedimento inibitorio nel nostro sito internet www.iap.it, nella sezione “Le decisioni del Giurì e del Comitato di Controllo”.

 RingraziandoVi per l’apprezzata collaborazione, porgiamo i nostri migliori saluti.

I.A.P.

La Segreteria

Morale: impiego di risorse economiche buttate al vento per la campagna, probabile calo di vendite, essere additate ditte piuttosto con un certo discredito, correre ai ripari per rifarsi la facciata con una nuova campagna … Vale la pena?

I mezzi per contrastare questa spregevole tendenza di offendere le donne in parte ci sono, in parte andrebbero rafforzati. Occorrono un tenace lavoro per una maggiore sensibilità sociale, che spetta a tutte/i, e i codici deontologici dei pubblicitari che dovrebbero essere un protocollo normativo istituzionale. Ma soprattutto  dispositivi e sanzioni molto severe specialmente per le recidive. Per esempio divieto di qualsiasi pubblicità per un anno su ogni canale di comunicazione, stampa, TV, rete, oltre a multe salatissime e disincentivi. Scoraggerebbero decisamente le ditte avventuriere che adottano blitz pubblicitari e clamore piuttosto che la solidità del prodotto, l’intelligente comunicazione delle sue qualità. Non ci stanchiamo di ripetere che non ci devono essere censure, moralismi o bacchettonismi, ma Costituzione, codici e normativa proporzionata al danno sociale.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Contro la pubblicità sessista, Contro la violenza sulle donne, Media

Un vero uomo non compra donne

Real Men Don’t Buy Girls.

Un vero uomo non compra le ragazze.

Qualsiasi riferimento cade da oltreatlantico. E’ una campagna contro lo sfruttamento sessuale minorile lanciata dalla fondazione Demi&Ashton, sostenuta dagli attori Demi Moore e Ashton Kutcher. Coinvolge star maschili di Hollywwod come testimonial di spot e pubblicità: Bradley Cooper, Drake, Jamie Foxx, Jason Mraz, Sean Penn, Justin Timberlake e persino Mustafa Isaia dei bagnoschiuma…

Sull’account Demi & Ashton Foundation si può provare se si è un real men o se si preferisce un real men. Si viene invitati a scegliere in quale degli spot si vuole entrare… un’applicazione permette di aggiungere la propria immagine e una ragazza annuncerà poi con voce suadente che quel real men siete proprio voi, o che preferite proprio quello.

La presentazione dice: schiavitù sessuale infantile non è un problema che sta accadendo da qualche altra parte. Queste ragazze potrebbero essere le tue vicine, le tue sorelle, o le tue figlie.

L’età media delle ragazze che vengono forzate alla prostituzione è di 13 anni con un giro di 39 miliardi di dollari per gli sfruttatori.

Nei video sotto: il marito di Demi Moore Ashton Kutcher (più di un milione di contatti su Twitter) e  Sean Penn (due Oscar).

 

Album su fb con testimonial.

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, Iniziative, Media, Spot

“A volte ritornano: la società italiana e lo spettro del femminile”

Un’interessante riflessione di Olivia Guaraldo, ricercatrice presso l’Università di Verona:

Le filosofie della storia sono sempre approssimative e, per certi versi, fallaci, in quanto cercano di comprendere in uno sguardo d’insieme la realtà nella sua complessità e contingenza. Tuttavia esse possono avere una precisa funzione politica se riescono a dare una, se pure approssimativa e provvisoria, interpretazione agli eventi che presi nel loro accadere quotidiano risultano caotici, contraddittori, privi di senso. Non è un caso che il massimo rappresentante di una filosofia della storia davvero universale, il filosofo Gerog Wilhelm Friedrich Hegel, si premurò di affermare che la filosofia è come “la nottola di Minerva che spicca il suo volo sul far della sera”, ovvero quando gli eventi di cui si vuole fornire una interpretazione alta, speculativa, filosofica appunto, si sono compiuti, sono giunti al loro tramonto.

Risulta perciò tanto più difficile e azzardato, oggi, provare a delineare i tratti di una filosofia della storia che abbia al suo centro fenomeni storico-politici e sociali che si sono innescati in maniera decisiva a partire dalla fine degli anni ‘60 ma che non possono oggi affatto dirsi conclusi, anzi. Risulta altresì ulteriormente azzardato cercare di fornire una filosofia della storia ‘nostrana’, ovvero relativa alla specificità del caso italiano, quando secondo i dettami e i canoni della filosofia della storia tradizionale, lo sguardo d’insieme del filosofo dovrebbe essere ‘universale’. Un’ultima cautela, poi, dev’essere riservata al contenuto specifico della filosofia della storia che vorrei modestamente tentare di delineare, ovvero la libertà femminile, in quanto, sempre secondo i dettami tradizionali del sapere filosofico, come è noto, tale opzione – la libertà – riguarda l’essere umano nella sua neutralità e non specifici soggetti sessuati.
Libertà femminile, poi, sarebbe per Hegel un vero e proprio ossimoro, in quanto la donna è, secondo il filosofo tedesco, un essere la cui identità è una ‘eterna ironia della comunità’, ovvero un essere la cui essenza è incapace di porsi al di sopra delle leggi ‘naturali’ della famiglia e del corpo, un soggetto che ha sempre a cuore prima il genos della polis (Hegel pensava ad Antigone), prima la famiglia e la stirpe del diritto, della politica, insomma di tutte quelle cose che invece caratterizzano l’essenza del maschile. Non è quindi un caso che uno dei libri più dirompenti e radicali del femminismo italiano degli anni ’70 , scritto da Carla Lonzi, portasse il titolo “Sputiamo su Hegel”.

Lonzi, in un altro dei suoi preziosissimi scritti di quegli anni, caratterizzati da un radicale ma circostanziato e filosoficamente fondato rifiuto per i paradigmi universalizzanti del sapere filosofico e delle sue versioni politiche (tra cui anche l’ideologia marxista così come imperava nei movimenti di allora) afferma: “Il nostro futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”. Lonzi, assieme alle donne del suo gruppo, Rivolta femminile, pronunciava questa frase agli inizi degli anni ’70, forse per scongiurare un ingiusto e automatico inserimento del progetto di liberazione della donna, tanto caro al femminismo di quegli anni, in più ampi progetti emancipativi di carattere ‘universale’. “Non vogliamo essere le protagoniste di una storia altrui”, sembra dirci Lonzi, “vogliamo tracciare da noi il nostro percorso verso la libertà”.
Il difficile cammino di autonomia e creatività, per le donne, doveva iniziare, per Lonzi, dai rapporti fra i sessi, dall’analisi lucida delle condotte sessuali e dei modi specificamente femminili di accesso al desiderio e al godimento. L’autonomia psichica, afferma Lonzi con grande coraggio, si conquista anche attraverso l’accesso libero e autonomo delle donne al piacere sessuale (divenne celebre la sua proposizione della donna clitoridea, rispetto alla donna vaginale). L’importanza, oggi, di una riattualizzazione del pensiero di Lonzi al fine di analizzare, decodificare, comprendere il rapporto fra sesso e potere nelle recenti vicende italiane, è davvero cruciale, per sottrarsi ai moralismi, alle facili generalizzazioni, alle categorizzazioni di donne per bene e donne per male (ho tentato di farlo nel mio saggio, di recente pubblicazione, (In)significante padrone. Media, sesso e potere nell’Italia contemporanea, in Filosofia di Berlusconi, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte 2011.)

Dicendo però che il futuro delle donne doveva essere ‘imprevisto’ piuttosto che eccezionale, non stava forse Lonzi negando ogni legittimità alla prospettiva di una filosofia della storia? E, per fare la parte dell’advocatus diaboli, non è forse vero che le recenti vicende riguardanti alcune (forse molte) giovani donne italiane, il loro rapporto con il potere, il sesso, il desiderio, testimoniano di una notevole dose di ‘imprevedibilità’, anche e soprattutto per le femministe? Era forse questo, quello a cui pensavamo, si sono chieste molte delle ‘storiche’ rappresentanti del movimento delle donne, quando auspicavamo la liberazione dal patriarcato e il libero accesso alla nostra autonomia e libertà?

Daniela Santanché sostiene di sì, e insieme a lei molti dei fedeli servitori del Cavalier sultano, che non perdono occasione per applicare un lucido e cinico realismo al dato di fatto della libertà femminile, salvo poi trasformare per opportunità politica quel realismo in idealismo familistico e cattolico, quando si tratta di limitare e regolamentare le libertà femminili non funzionali al bunga bunga. Siamo di fronte, ancora una volta, alla declinazione ad personam di criteri di giudizio e diritti, questa volta non nella loro versione anti-magistratura, bensì in quella molto più innovativa e d’avanguardia: la versione hard del conflitto di interessi o, se preferite, la doppia morale di antico stampo cattolico condita di richiami post-moderni sull’indecidibilità di bene e male; un “siamo tutti peccatori”, declinato da Antonio Ricci, il vero intellettuale organico del berlusconismo, in un “nessuno si erga a giudice della dignità delle donne, perché loro la dignità non ce l’hanno, basta guardare le veline, non esiste dignità, così come non esiste la verità”. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe ben altri approfondimenti.  Ciò che tuttavia i programmi di Antonio Ricci e di altri geni del mezzo televisivo ci insegnano, al di là della fine delle ideologie e della fine della verità, è che proprio nel mezzo televisivo si è giocata e si gioca, a mio avviso, una partita centrale per la costruzione della nuova società italiana, una partita che ha al suo centro le donne e i loro corpi.

La breve ed approssimata filosofia della storia sul percorso della libertà femminile in Italia negli ultimi 20 o 30 anni presume che quell’imprevedibilità del futuro delle donne, a cui Lonzi accennnava, sia stata fagocitata da un sistema di segni e di significati interamente volto a neutralizzare la nascente libertà femminile nonché la sua partecipazione massiccia ed attiva nella società, nelle istituzioni, nella politica. C’è stato, insomma, a fronte di una massiccia e attiva partecipazione delle donne al femminismo, a fronte di una contaminazione della società e delle istituzioni delle istanze sollevate del movimento delle donne, un serrare le fila da parte del patriarcato (chiamiamolo ancora così, per favore), al fine di arginare e delegittimare le aspirazioni di libertà e partecipazione delle donne. La filosofia della storia non indaga le singole intenzioni degli uomini, e quindi non ci chiederemo se tale chiusura sia stata il frutto consapevole di un gruppo di persone, o sia semplicemente stata determinata da una costellazione di concause (fra le quali è lecito inserire il quotidiano lavorio della televisione nell’assecondare e plasmare una certa idea di donna e di corpo femminile, assieme anche ad una certa idea di sesso).

Il femmile dunque, dopo il femminismo, ritorna nel discorso pubblico solo come corpo, ma non il corpo liberato delle donne consapevoli di sè e del proprio desiderio, bensì il corpo oggetto esaltato e idolatrato, curato ed esibito, discusso e sezionato dagli occhi impietosi delle telecamere nostrane. Non solo dagli uomini, però. Quel corpo di cui ci eravamo impossessate è diventato la nostra ossessione, e nell’ossessione esso si è autonomizzato, ancora una volta, dai nostri desideri e dalla nostra consapevolezza, entrando senza intoppi nel tritacarne mediatico guidato da sapienti manipolatori del consenso e vezzeggiatori del ventre molle dei nostri maschi. Ma ciò che più conta, ai fini di una filosofia della storia femminista, provvisoria e militante ad un tempo, è che il portato ‘etico’ di questa appropriazione indebita dei nostri corpi, forse con il nostro consenso o con il nostro silenzio, è caratterizzato da due atteggiamenti, rintracciabili nella diffusa mentalità italiana: da una parte la cosiddetta messa in mostra dei corpi femminili da parte dei mass-media, pervasiva e violenta ad un tempo, è in un certo senso rassicurante, perché colloca la donna nel suo vecchio, antico ruolo di oggetto, e quindi non minaccia il prestigio e il potere maschili.
Dall’altra, quella stessa rappresentazione – così efficacemente resa nell’ormai celebre documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne – rafforza un atavico disprezzo – correlato forse indispensabile del desiderio maschile di possedere quel corpo –  per il femminile.  Il disprezzo, forse inconscio, forse a malapena celato, per un corpo eccessivamente esibito ed eccessivamente femminilizzato – i tratti dei corpi delle donne in tv sono a dir poco parossistici, come ben sottolinea Zanardo – è il rovescio della medaglia dell’addomesticamento, del tentativo di soffocare ogni istanza di vera libertà femminile, di mantenere le donne sulla soglia di una vera autonomia, confinandole nella familiare e rassicurante sfera della loro bellezza e trivialità. Quei corpi non sono di donne vere ma di spettri, ombre di un immaginario tutto maschile, interiorizzato e incarnato al massimo grado dai prototipi delle bellezze televisive e ora anche politiche. Nelle aule della politica quel femminile, addomesticato, rassicurante e a volte anche apertamente disprezzato, ha preso il posto delle donne reali, dei loro desideri e dei loro bisogni. Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione che è insostenibile.

Tuttavia questa provvisoria filosofia della storia non può limitarsi ad una miserevole denuncia di ciò che è avvenuto a un livello di immaginario di massa, ma considerare anche le numerose esperienze di riflessione femminile che in questi anni, forse in maniera carsica ma persistente, hanno appassionato molte donne: nelle università, nelle associazoini, nella vita di tutti i giorni, nelle esperienze di lavoro e di cura, nella passione per la politica e per la cultura, nell’arte, nella letteratura, ma anche nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali, le donne hanno elaborato e criticato, hanno vissuto e cresciuto altre donne e altri uomini secondo diversi ideali e modelli. Chi consapevolmente e in maniera militante, chi forse inconsapevolmente ma rispondendo ad una propria idea di libertà e autonomia, ciascuna a proprio modo ha avversato i pervasisi e martellanti tentativi di un addomesticamento della propria autonomia, perseguito attraverso la promessa della visibilità mediatica, della bellezza, del successo al prezzo di una piacevolezza garbata e silenziosa.

Quelle donne, con le loro differenze, alcune armate di un sapere e di una consapevolezza militante e femminista, altre con la loro ingenuità, ma tutte accomunate dal desiderio, forse dal bisogno di esprimere per una volta una voce unica e forte, sono scese in piazza il 13 febbraio, dopo anni di silenzio pubblico per certi versi allarmante, per altri forse preparatorio ad una lenta ma prorompente rinascita collettiva. Benché sia stato detto che le donne ‘vere’ sono altre da quelle che appaiono in tv, che le donne non hanno bisogno di scendere in piazza per mostrare il loro valore e la loro ‘serietà’, la sorprendente partecipazione alla manifestazione del 13 febbraio testimonia di una percezione diffusa e collettiva della necessità di contrastare quei modelli, di affermare la propria ‘dignità’ e libertà. Nessun altro grande tema avrebbe portato in piazza così tante donne, e questo è necessario ribadirlo.

Questa breve filosofia della storia si ferma qui, non pretende di essere una ricostruzione fedele o imparziale degli eventi che hanno caratterizzato il nostro paese negli ultimi 30 anni a proposito della libertà femminile: tale libertà non si è assopita, ha solo cessato di mostrarsi in pubblico in maniera massiccia, fino al 13 febbraio e da lì poi anche l’8 marzo del 2011. Da adesso in poi la storia resta tutta da fare – e poi eventualmente da scrivere in forma di una sua filosofia – e non potrà essere fatta se non prendiamo sul serio quella libertà che si è tentato di sottrarci con i mezzi più abili e diversi. Mi pare di poter dire che di quella libertà potremo fare molto solo se ci riappropriamo insieme di una storia che è comune, che tutte ci riguarda, che tocca le nostre vite individuali ma che non può essere risolta individualmente: dobbiamo insomma essere in grado di tornare a dire ‘noi’.

3 commenti

Archiviato in Femminismo, La differenza, libertà delle donne, Media

Lettera di Laura su quello che non è semplicemente uno “scandalo sessuale”

Sono indignata oggi, lo sono nel profondo. Sono certa che lo siamo tutte. Quello che si sta consumando nel nostro paese in questi mesi è forse il peggiore delitto culturale nella storia d’Italia, e si sta consumando proprio su noi donne. E ciò che rende questo delitto tra i peggiori è l’escalation assurda di questi anni, questo di oggi è il frutto estremo e amaro di un ventennio in cui, lentamente, sub liminalmente, sottilmente e furbescamente, la cattiva politica, il potere e diversi uomini che, con cattiva politica e potere, hanno costruito il proprio consenso, hanno attaccato il concetto stesso di dignità umana calpestando ripetutamente diritti, conquiste, sacrifici.

Oggi, noi donne, perdiamo una battaglia culturale.

La perdiamo di fronte agli occhi del resto del mondo che ci guarda inebetito, la perdiamo di fronte alle nuove generazioni, di fronte all’Italia stessa che non merita, ne sono certa, questa classe politica.

Sono indignata dai linguaggi, dalle parole, dal modo orrendo di stigmatizzare uno scandalo che non è semplicemente uno “scandalo sessuale”, dai sorrisi ammiccanti di fronte alle notizie che ricoprono i giornali, i sorrisi e le barzellette di fronte a notizie agghiaccianti, di fronte a un uso delle parole sempre più violento, sempre più irrispettoso e sbracato.

Oggi perdiamo una battaglia lunga un cinquantennio e oltre e che per un attimo ci eravamo illuse di aver vinto e che subito dopo invece, in una controffensiva senza pari, ci ha disarmato del tutto e ci sta annientando giorno dopo giorno.

Ho riletto la riflessione breve pubblicata da Udi Nazionale, mi inquieta perché dice “noi donne Udi” e dentro quel Noi ci dovrei stare anche io. Una riflessione che richiama alla “responsabilità femminile”, che sostanzialmente rimprovera le donne di aver  voluto sì l’autodeterminazione ma in fondo di non essere sufficientemente responsabili. Certo, care “noi donne Udi”, so bene che Ruby Rubacuori e le sue amiche non rappresentano il mio essere donna, so bene di essere diametralmente differente da loro. Non ho bisogno di prendere le distanze da loro e, vi dirò di più, care “noi donne Udi”, non lo voglio nemmeno.

Non cedo a questa provocazione, troppo facile dire che ci sono delle donne cattive ed altre buone, delle donne responsabili altre meno responsabili. No, oggi è calpestata la dignità dell’intero genere femminile.

Sono arrabbiata con Ruby ma, permettetemi, lo sono decisamente di più con quell’uomo ottantenne che ha abusato di lei, delle sue fragilità, della sua giovane età, della sua situazione drammatica e della sua vita sbandata. Sono arrabbiata con Noemi, Nicole e le altre come loro, ma lo sono ancora di più con i loro genitori, con le loro madri e i loro padri che le “spronano verso il successo”. Sono arrabbiata con Alessandra che sognava di fare la meteorina e ci è riuscita, probabilmente vendendo il suo corpo. A chi? A uomini. Uomini potenti (ma cosa è il potere?…), con tanti soldi e con una buona dose di depravazione. Ecco con loro, con questi uomini, sono molto più arrabbiata, sono furente.

Sono arrabbiata di più con chi questo modello sub-culturale fatto di sesso, soldi, potere, mercificazione l’ha costruito negli anni e lo ha fatto scientificamente, con l’intento reale di sfornare nuove generazioni le cui aspirazioni potessero essere queste, andare a cena di illustri potenti, calcare un palco seminuda o anche diventare onorevole e parlamentare ma pur sempre con labbra e seno rifatti, corpi fintamente perfetti e stili di vita all’insegna dell’eccesso credendo che sia questa la vita.

Sono arrabbiata anche con me stessa e con noi donne che, invece, questo modello sub-culturale abbiamo imparato a riconoscerlo e a distanziarcene, magari anche ad additarlo e a criticarlo senza renderci conto, però, che mentre noi isolavamo un fenomeno, uno schifoso fenomeno, questa stessa società isolava noi relegandoci a una minoranza (o una maggioranza?) poco rumorosa. E così adesso abbiamo difficoltà noi stesse a riconoscerci e rimaniamo fortemente inadeguate di fronte a un pensiero forte traviato (ma pur sempre un pensiero forte) senza essere in grado di contrapporne uno che possa almeno tenerne testa. In questo sì, siamo state irresponsabili o semplicemente non ci siamo riuscite. Non siamo riuscite a rielaborare il nostro pensiero in una società che cambiava velocissimamente e che si riempiva di innumerevoli nuove contraddizioni, prima di tutto economiche e sociali. E forse oggi, quelle stesse contraddizioni restate irrisolte sono il terreno fertile dove si consumano scelte a nostro giudizio immorali (e lo sono!) per cui se hai 25 anni e una laurea in tasca puoi comunque fare leva sul tuo bel sorriso (se ne hai uno) e sperare che un uomo ricco e potente ti sposi o ti sistemi. Ecco dove siamo state irresponsabili e forse continuiamo ad esserlo. Nel non riuscire a progettare alternative plausibili, fossero anche delle speranze, nel non provarci nemmeno! Anzi, ci siamo allontanate anche dalla politica e dall’impegno perché non siamo state in grado di superare le nostre delusioni per riscattarci, o comunque abbiamo preso le distanze con superficialità anche dai partiti o dall’impegno istituzionale, dagli strumenti della democrazia, senza renderci conto che stavamo continuando a delegare. Abbiamo smarrito persino l’aspirazione a un’egemonia culturale che potesse essere fatta di principi e valori sani, di progetti virtuosi per vite piene. E conseguentemente abbiamo perso gli strumenti, abbiamo iniziato a “far cultura” per il nostro stesso gusto e continuiamo a perdere ancora oggi la dimensione sociale di noi stesse. Anzi, oggi sono costretta a leggere che “noi donne Udi” e chissà quante altre prendono le distanze dalle donne che non rappresentano il genere femminile così come si dovrebbe, ma non una parola contro chi ha usato le donne, chi le ha violentate nel corpo e nell’anima, ripetutamente e negli anni, arrivando a modificarle e a trasformarle, e lo ha fatto con tutti gli strumenti che aveva a disposizione.

Care “noi donne Udi”, di fronte a questo scatafascio culturale, vi appellate alla responsabilità delle donne che non sanno “amministrare” la propria autodeterminazione e che sperperano il proprio corpo o che imboccano scorciatoie senza nemmeno fermarvi un attimo a pensare: ma lo hanno scelto consapevolmente e se sì in base a quale sistema culturale di riferimento? E chi lo ha creato questo sistema di riferimento? Chi lo ha voluto e avallato?

Allora io vi dico che siete voi delle irresponsabili, lo siete gravemente e io prendo le distanze da quel “noi” e mi indigno ancora di più. State facendo il loro gioco, il gioco degli uomini e di chi ora avrà un motivo in più per dire che le giovani donne d’oggi sono disposte a tutto per ottenere ciò che credono di volere. Additiamo “le donne del Presidente” ma non additiamo il Presidente o almeno ciò che la sua persona disgustosamente rappresenta. E’ inconcepibile!

Non può essere quella la riflessione da compiere né quella il punto dal quale ripartire. No, non è da un’ipotetica irresponsabilità delle donne a saper gestire il proprio corpo che dobbiamo ripartire. Semmai dall’irresponsabilità di alcuni uomini a rivestire ruoli istituzionali importanti e a gestire il potere e il corpo delle donne a proprio uso e consumo e da un’incapacità, quella sì anche femminile (ma non solo), a saper confutare questo modello culturale con forza.

Cordialmente

Laura Cirella

 

Artemisia Gentileschi

Susanna e i Vecchioni, 1610, collezione Schönborn, Pommersfelden

8 commenti

Archiviato in autodeterminazione delle donne, Contro la violenza sulle donne, Donne cittadine, Media, Stereotipi

LE DONNE: “CATEGORIA SVANTAGGIATA” DALLA REGIONE

Comunicato stampa delle Donne Calabresi in Rete

Ha destato meraviglia la risposta data il 27 ottobre dalla Presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità alle sollecitazioni provenienti da moltissime donne e associazioni femminili che nei giorni scorsi hanno inondato di mail e fax la Regione chiedendo l’attuazione della legge 20 del 2007 a sostegno dei centri antiviolenza.

Da lei, per la posizione istituzionale che riveste, ci si sarebbe aspettata – o almeno auspicata – totale solidarietà rispetto alle ragioni delle donne e dei Centri in difficoltà e non certo un ingiustificato attacco ai Centri, aggravato dal fatto che le circostanze invocate a pretesto dell’inazione della Giunta non hanno nulla a che vedere con l’applicazione della legge da parte della Regione.

La Presidente Cusumano ha spostato l’attenzione dall’inosservanza da parte della Regione dell’obbligo di attivare le procedure per erogazione di contributi a favore dei Centri antiviolenza a presunte irregolarità circa la mancata predisposizione, da parte dei Centri già assegnatari dei contributi, di relazioni e resoconti sulle attività svolte.

I fatti riferiti sono però inesatti e assolutamente fuorvianti.

Vero è, invece, che l’emanazione del bando per finanziare le attività dei Centri antiviolenza è un preciso impegno che la Regione ha inteso assumere con la legge 20 del 2007, e al cui adempimento non può certo sottrarsi. Non solo, nel testo normativo vi è un espresso obbligo a concludere l’istruttoria dei progetti entro il 30 ottobre di ogni anno. Ad oggi si proclama, nella nota della Presidente della Commissione Regionale Pari opportunità, solo la generica volontà “di sostenere azioni per realizzare infrastrutture dirette a migliorare le condizioni di vita di categorie svantaggiate”, nascondendosi dietro il dito della sensibilità al fenomeno della violenza ed alle politiche di genere, mentre invece, se la Giunta Regionale avesse bene operato, avrebbe dovuto già da mesi approvare il bando per la selezione dei progetti dei centri antiviolenza, e dunque concludere il procedimento proprio in questi giorni. Solo ottemperando alle disposizioni normative si sarebbe consentita l’erogazione di prestazioni ad alta valenza sociale e favorita realmente l’azione sul territorio dei Centri antiviolenza, costretti invece, proprio a causa dell’inadempimento della Regione, a contrarre sensibilmente la loro attività o addirittura a chiudere le case d’accoglienza per mancanza di fondi, con grave nocumento anche per l’offerta al pubblico del servizio.

Il presunto ritardo nell’esibizione della relazione o dei rendiconti da parte di tutti i Centri antiviolenza che sono risultati negli anni precedenti destinatari del finanziamento, anche qualora fosse reale, non può essere certo preso a pretesto dalla Regione per omettere un comportamento dovuto. Il fatto grave è che si sia erroneamente ritenuto che le due attività fossero l’un l’altra condizionanti e che figure istituzionali, seppure animate dalle migliori intenzioni, pensino che l’azione dei pubblici poteri debba solo per questo paralizzarsi, anche a discapito di nuovi soggetti interessati a partecipare alla procedura selettiva.

Si precisa, infine, che non sono ancora scaduti i termini per l’esibizione dei rendiconti e quant’altro e che, ancor prima della scadenza, alcuni Centri hanno fatto pervenire alla Regione la documentazione di rito. Ma questo, come dicevamo, è del tutto irrilevante.

Cosenza, 6 Novembre 2010 Donne Calabresi in Rete

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, Donne a sud, Donne Calabresi in Rete, Donne cittadine, Donne in Calabria, Giustizia, Iniziative, Media, Partecipazione

Nuoce gravemente alla salute

Nella speranza che la parte dell’Italia indignata dalle ultime berlusconate, esternazioni omofobe annesse, sia maggioritaria; nella speranza che quella stessa parte d’Italia, un minuto prima di entrare dentro la prossima cabina elettorale, non scelga di abdicare il proprio cervello alla demenza mediatica imperante scegliendo quantomeno con ragionevolezza, è triste constatare come la nocività del singolo spesso sia contagiosa. “Meglio guardare le belle ragazze che essere gay”: l’esternazione è spregevole, omofoba, discriminatoria. Però chissà quanti uomini, sentendola, hanno reagito a tali parole con il ghigno beffardo di soddisfazione. Qualcuno, pochi mi auguro, si sarà detto “Bravo Silvio! Diglielo tu quanto sei virile!”. Parlare alla pancia delle persone è uno stratagemma facile e subdolo ma, non me ne vogliano gli uomini, è altrettanto facile fare breccia nel loro orgoglio virile! Temo, purtroppo, che anche molte donne abbiano sorriso ugualmente. Saranno state le stesse che, sentita la notizia che il Presidente del Consiglio ha a cuore le sorti di una diciassettenne pagata 7.000 euro per fargli “compagnia”, abbiano esclamato “Troia lei!” piuttosto che “Schifoso lui…”, rimuovendo automaticamente il dettaglio, che però fa la differenza, che Ruby, anzi, Karima aveva soli 17 anni fino a ieri e dormiva sulle panchine, prima di finire ad Arcore. Poi c’è stato chi, tantissimi, preso dall’indignazione e, sono certa, nella buona fede, ha inteso parafrasare Berlusconi. Si sono susseguiti in un tamtam via web i “Meglio Gay che Berlusconi; meglio gay che sporcaccione; meglio gay che malato di mente; meglio gay che pedofilo; meglio gay che la peggiore cosa del mondo…” e via dicendo. Un pò senza rendersi conto, narcotizzati ormai dal linguaggio, che il gioco alla rovescia risulta ugualmente omofobo, ugualmente discriminatorio, ugualmente irragionevole. Perchè “gay” non è una condizione scelta, non è una categoria sociale, non è un dare o avere, non è nemmeno una tendenza sessuale o una moda, non è una qualità migliore o peggiore di un essere umano. E’ appunto un essere umano. Oggi anche queste declinazioni sono nei nostri vocabolari e purtroppo non ne usciranno più facilmente. Oggi è toccato ai gay…come altre volte…come alle donne. Perchè le “veline” nelle liste elettorali hanno consentito a molti, troppi, di umiliare tutte le donne impegnate in politica, di bollarle facilmente come facili e stupide. Perchè una che è stata dodici mesi con il seno al vento, scelta da uomini a ricoprire l’incarico di Ministro della Repubblica, ha permesso di svilire un concetto così fine e indispensabile per una democrazia o anche solo per la civiltà che è quello delle “pari opportunità per tutti”, pari diritti, pari dignità. Non so se Berlusconi sia davvero un uomo malato, ma noi siamo ammalati da tempo.

Laura Cirella

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, Donne cittadine, libertà delle donne, Media, Stereotipi

La nube tossica

La scorsa domenica pomeriggio duemila automobili, provenienti dalla provincia, in gita sul luogo o sul set dell’assassinio di Sarah.

Sabrina dice del padre: ci ha preso in giro per 42 giorni.

L’amica di Sabrina: Sabrina mi ha preso in giro.

La madre di Sabrina forse …

E ultim’ora, il padre in quel momento dormiva…

E’ un’ottima infilata adesso per dimostrare quanto perfide e malefiche sono le donne di quella casa, intorno al pover’uomo … per quanto la scialuppa della seminfermità era già nella linea della difesa. Per Sabrina, se risulteranno responsabilità nel concorso o nell’atto dell’assassinio, nessuna pietà e attenuante. In quanto donna. Nella mente collettiva rivive lo stereotipo della donna diabolica, un serpente per ogni capello, la vera dominatrice di casa. Un lussureggiante plastico è riapparso per celebrare la liturgia sul topos del delitto, con i modellini delle auto appartenenti ai componenti del gruppo famigliare. []

La misoginia di default su fb e l’accanimento del processo mediatico stanno apparecchiando.

 

La storia di un padre e di una figlia dentro un mulino bianco: da leggere [].

 

Il ragazzo Alessio ventenne che con un pugno ha ucciso Maricica, infermiera rumena, un bambino, viene arrestato ma i suoi amici e addirittura fan – un centinaio, non cinque sei – insultano i carabinieri e ne gridano la liberazione. Nel senso che sì, la donna sarà morta, ma lui non voleva e poi era rumena  (… uccidine un’altra!) e attaccabrighe. Lui è dei nostri. La madre del ragazzo definisce Maricica troppo sicura di sé.

Uno ius universale condiviso nel mettere a tacere le donne, specie se sveglie, riporta di volta in volta all’ordine estremo le malcapitate. E una orrenda telenovela a puntate quotidiane ci racconta con ogni dettaglio come, dove, ma quasi mai un perché profondo.

Se il fatto fosse invertito, Alessio un rumeno, e Maricica una mamma italiana con un bambino, sicuramente una vibrazione eroica di ordine pubblico ci sommergerebbe assieme a grandi costituzioni di parti civili.

 

Il delitto nella realtà prevede già il copione televisivo e l’auto-contemplazione in una specie di second life fotogenica nel film mediatico.

 

Una vita ha valore secondo il cognome. Secondo il colore della pelle. Secondo la nazionalità e l’etnia, secondo se chi la porta è maschio o femmina, secondo se è amico o no, secondo se è giovane o vecchio, secondo se è ricco o povero, secondo che si chiami Mike Bongiorno o Domenico.

 

 

Visioni dal gusto funereo in un Caffè di Torino, quasi una preparazione alla dissezione anatomica. Per chi ricorda Rembrandt l’accostamento è fulmineo.

Imbarazzo delle modelle che si prestano a fare da nudo vassoio, contenitore inerte nel senso anche dell’immagine inanimata, morta. Imbarazzo degli avventori che fingono disinvoltura. In realtà risulta una seriosa e ridicola omologia di quell’attenzione che i presenti nel quadro prestano alla lezione dell’anatomo-patologo seicentesco dottor Tulp.

 

foto La Stampa 15/10/2010 []

Su ogni tavolo dove giacciono le modelle-vassoio un cartello avvisa: Si richiede educazione e rispetto per il lavoro delle modelle.

Per il lavoro delle modelle, sì, per le donne che possono essere anche modelle, no. Donne → modelle → lavoro: si richiede rispetto solo per quest’ultimo. Strane dieresi.

[segnala allo IAP: Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria (vedi post del 28 aprile)

http://www.iap.it/it/messaggi.htm

aggiornamento:

http://www.facebook.com/event…

luogo: info@caffedelprogresso.it ]

 

 

E Boffo dopo essersi fatto dimettere dalla direzione dell’Avvenire dai vescovi, dagli stessi viene ora nominato direttore della loro TV. Doppia riabilitazione.

 

Una piccola morale di convenienza sta diventando una nube tossica enorme formatasi da sfiatatoi ben precisi. Un’antropologia piccolissimo-borghese confeziona insaccati di emozioni pensieri comportamenti moduli e modalità da interiorizzare.

 

Ci eravamo interrogate dieci giorni fa: a chi toccherà nelle prossime ore, nei prossimi giorni?

Intanto sappiamo, un anno dopo, di Lea Garofalo uccisa e sciolta nell’acido per aver avuto il coraggio di ribellarsi alle cosche di ‘ndrangheta.

Santina, Kamila, Anna, Anna Maria, Anna Maria e Eva, Paola … la barbarie delle violenze e delle esecuzioni familiari è come un flusso a regime, non puntiforme, ma equidistribuito: Treviglio, Catania, Alessandria, Caltanissetta, San Nicandro, Cagliari, Milano, Firenze, Roma … Senza dubbio nessuna città o cittadina è o verrà risparmiata alla violenza maschile che, fino alla noia, sappiamo esplode per grandissima parte in famiglia. Ed è una cultura.

 

 

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, Donne a Reggio Calabria, Donne a sud, Donne Calabresi in Rete, Giustizia, Le madri, Maternità, Media, Stereotipi, Uncategorized