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Reggio Calabria, solo due donne

rc 26-10-2014

Solo due donne nella Giunta comunale.

“Per ragioni storiche il potere è saldamente in mani maschili e ancora vi rimane, a meno che non intervengano specifiche norme a porre limiti e regole contro un monopolio di fatto che si protrae. Solo una legge lo può spezzare. I monopoli si sa non finiscono spontaneamente” Lorenza Carlassare, la prima donna alla cattedra di Diritto Costituzionale in una università italiana).

Il governo della città resta dunque ancora appannaggio di un unico genere, quello maschile. Nonostante la presenza massiccia delle donne nelle liste elettorali, a Reggio C. ci saranno praticamente solo uomini a decidere le complesse e delicate dinamiche sociopolitiche della città. Le misure predisposte dalle nuove norme elettorali con la doppia preferenza non potevano garantire e non hanno garantito l’elezione di una rappresentanza equilibrata fra uomini e donne nell’amministrazione della cosa pubblica. Alla fine sono risultate inefficaci. Prevedibile, previsto. Il paradosso è che questa volta la presenza delle donne nelle liste è stata alta, dunque le donne hanno avuto voglia di partecipare, esserci, ma… senza ricevere consenso. Uomini e donne non hanno votato per le donne.

Gli uomini perché non intendono cedere il potere, che rappresenta nella stratificazione dell’immaginario maschile forse l’unico strumento di identificazione individuale-collettiva. Perderebbero il proprio status, la propria identità. Ma non si tratta di perdere il potere, solo di condividerlo. Anzi di assumere insieme delle responsabilità pubbliche.

Le donne perché dopo secoli di recinzioni domestiche e imput mentali scoraggianti tendono a diffidare delle donne, diffidando al fondo di sè stesse. Infinito il sillabario misogino, distruttivo, decostruente piuttosto che costruttivo dell’autostima, recitato fin dalla più tenera età, dentro e fuori casa. Le donne finiscono per crederci.  Gli uomini in questo senso vincono due volte: la prima perché mantengono granitico e sotto traccia il dominio, la seconda perché le hanno convinte che questo è giusto.

La Calabria, ma l’Italia tutta, è in una condizione di particolare arretratezza … Solo con precise e intelligenti norme antimonopolistiche si potrà spezzare un dominio maschile radicato, mantenuto e difeso.

Il 50E50 pensato dall’UDI (a distanza di anni dalla sua proposta, dopo una iniziale irrisione, tutti a correre sul 50e50 da destra e da sinistra)  era un’idea di legge che permetteva di concorrere nella gara elettorale in parità numerica, indipendentemente dal risultato, serviva e servirebbe come porta aperta per un coinvolgimento in quella parità di diritti riconosciuta dalla Costituzione nel lavoro e nella vita pubblica. Una porta aperta è solo una porta aperta, non determina né i soggetti o gli oggetti né la loro qualità che troveremo al di là nella stanza, ma favorisce l’entrata di diritto per i due generi, non di fatto per uno solo. E tante le situazioni in cui le donne prenderebbero decisioni diverse da quelle degli uomini, presumibilmente senza prevaricazioni ma per il bene collettivo.

Questo  però non basta. Occorrono misure di sensibilizzazione nell’istruzione scolastica, è necessaria un’educazione ai sentimenti e alla socialità, un’educazione civica fatta non solo di normative. La obbligatorietà delle leggi anche se necessaria, per la giusta impazienza di migliorare una democrazia monca, si deve accompagnare al processo di acquisizione delle consapevolezze per azzerare pregiudizi e stereotipi. E dunque educazione, formazione, cultura.

L’interscambio, la condivisione delle responsabilità, la negoziazione sono il futuro di quello che chiamiamo civiltà. Nel privato come nel pubblico. Una forma democratica più matura che metta in discussione perfino il concetto di maggioranza e proponga nuovi modi di pensare, nuove visioni,  che le donne sono in grado di esprimere secondo la loro specificità … sarà un altro discorso.

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Pari Opportunità DirCredito n. 39/2014

 

Riceviamo da Giovanna.

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Fiorella Mannoia scrive alle donne

manifesto doveri sposeDoveri della famiglia cristiana, riprod. stampa del 1895, conservata nel ristorante “Casa Baroni” – Fellicarolo-MO – fonte e notizie radiocittadelcapo   

Vorrei aggiungere a tutte le riflessioni di ieri anche la mia e la voglio indirizzare alle donne. Sorelle, qui sotto ci sono scritte le regole che ci sono state inculcate in centinaia di anni. Sono retaggi duri a morire, circolano nel nostro sangue, nel nostro DNA.

Se vogliamo cambiare la mentalità maschile, dobbiamo cominciare a cambiare anche la nostra, toglierci dalla nostra “mappa genetica” questa vocazione della “crocerossina” quel pensiero malato che ci porta a sperare che “LUI” possa cambiare. Quel “LUI” non cambierà.

Sottomettere una donna (o chiunque) crea dipendenza, innesca, nelle persone vigliacche, una sindrome di onnipotenza difficile da sradicare, permettere anche una sola volta che il nostro compagno alzi una mano su di noi, o che eserciti una qualsiasi violenza anche psicologica ci fa scivolare lentamente in un pozzo dal quale è difficile risalire. Sono i nostri atteggiamenti sottomessi che inducono l’uomo (anche lui vittima degli stessi retaggi culturali che questa foto elenca così bene) a pensare ad una donna come una proprietà, e a non accettare il suo rifiuto.

Il mio invito è a riflettere sui nostri comportamenti. Bisogna scappare a gambe levate da un uomo violento, immediatamente. Invece spesso le donne sopportano, giustificano, perdonano, aspettano, sperano… che qualcosa possa cambiare, che LUI possa cambiare, rendendosi complici di una spirale pericolosa che spesso, troppo spesso, sfocia nelle tragedie che conosciamo. Quando una donna dice no è NO. Punto. Che sia una moglie, o una prostituta non fa differenza. Sradichiamo una volta per tutte le regole qui sotto riportate e non permettiamo a nessuno di toglierci la dignità che ogni essere umano ha diritto di avere. Ma deve partire da noi, dall’educazione che diamo ai nostri figli, una madre sottomessa è un cattivo esempio per i figli, maschi e femmine. Sorelle, riflettiamoci sopra.

Fiorella Mannoia

doveri spose(estratto Doveri delle spose)

***

Molto apprezzabili le riflessioni e generoso l’appello di Fiorella in occasione del 25 Novembre, e per una causa di civiltà basilare che dovrà quanto prima inondare il mondo. Sono ormai poche le donne che credono di dover obbedire al cliché della sottomissione, tuttavia la pericolosità di alcuni comportamenti maschili, manifesti o nascosti, permane nel nostro paese e nelle aree occidentali e può generare sottomissione, finché a un rifiuto non esplode incontenibile la punizione o la vendetta. E’ impensabile che in Europa, per esempio, si trovino alcuni paesi scandinavi ai primi posti per stupro, la forma più di ogni altra odiosa di sottomissione e annullamento fulmineo della personalità. Comportamenti violenti verso le donne sono abnormi e di massa in altre aree e nei terzi mondi, per il permanere di strutture tribali repressive, politiche o civili-religiose, e per la concezione arcaica del possesso dei beni tra cui era inclusa la donna.

La ribellione e la denuncia sono necessarie. La cosa più problematica è che dopo la denuncia vi sia il pericolo della vendetta senza la necessaria rete di protezione, e il contesto generale è quello delle gravi carenze in termini di prevenzione. Quando le situazioni sono complesse e pericolose, occorre possibilmente una strategia. Uscirne al più presto, chiedere aiuto, non rimanere sole.

E non rimanere sole, isolate, in generale per tutte le donne è un’esigenza in questa prospettiva di dovere estirpare, in casa o fuori casa, le culture offensive o violente contro di loro: unirsi e riunirsi in una partecipazione pubblica, non importa in quale forma associativa, per concorrere a raggiungere questo grado di civiltà dei diritti e dei doveri paritari. Capita di vedere tutte donne in varie sezioni di uffici istituzionali, ma poi il ruolo del capufficio è ininterrottamente maschile, e così il direttore generale, e quello regionale, e il sottosegretario e il ministro, e… il presidente della repubblica.

In questo senso il salto obbligato è quello di compartecipare ai ruoli decisionali e legislativi nella cosa pubblica, inserendo nuovi modelli di pensiero operativo e di analisi e con l’abbandono di quegli schemi maschili di potere che ignorano o ostacolano la dimensione femminile.

Diversamente sarà, come è già, una tela di Penelope.

La riproduzione sopra riportata dei Doveri delle Spose, cui si riferisce Mannoia e che circola in rete, è un corpuscolo, come è nella natura frammentata e frammentaria di fb, non meglio chiarito. Il primo equivoco che si può ingenerare è che fosse una vecchia pagina o stampa, come potrebbero indicare i caratteri, risalente a molti anni fa di Famiglia Cristiana, rivista cattolica.

Si tratta invece di una locandina, come diremmo oggi, stampata in occasione di una predicazione, una catechesi dedicata alla famiglia, tenuta dal 29 giugno al 7 luglio 1895 nella parrocchia di Fellicarolo, una frazione di Fanano in provincia di Modena.

L’intestazione del foglio originario infatti recita: RICORDO DELLA SACRA PREDICAZIONE in apparecchio alla solenne consacrazione della Famiglia cristiana.

La catechesi era stata sistematica e contemplava tutti gli aspetti comportamentali e interrelazionali dei componenti della famiglia, intesa come sacra famiglia di Nazaret, ma che di fatto investiva tutta la società di cui la famiglia era considerata nucleo, e di fatto nella sola componente maschile: i capifamiglia, i dipendenti, i figli maschi erano la struttura operante della società, le donne non avendo nessuna incidenza né come soggetto pubblico né come privato, sottomesse alla potestà maritale o paterna. Il documento oltre che diretto specchio di quella forma religiosa integralista è anche uno spaccato della struttura sociale gerarchica e patriarcale. Un capo assoluto per l’impero, il regno, il principato, il ducato…, un marito a capo della famiglia e del territorio domestico come microimpero. E la signoria era assoluta: dal territorio fisico ai corpi, all’anima, cui badava la chiesa. Facile ottenere obbedienza e sottomissione con l’umiliazione, la tortura, la terribile punizione, l’uccisione, il rogo, materializzazione dell’inferno.

Da allora è cambiato moltissimo per un verso, e sono stati i movimenti di donne a partire da metà Ottocento (l’ultima strega fu arsa all’alba di quel secolo) a portare cambiamenti per la loro parte, a scuotere la piramide societaria e né la parte maschile né la struttura ecclesiastica eorum sponte l’avrebbero mai voluto. Cedere potere è quasi un dolore fisico.

Per un altro verso coesiste ancora un enorme fenomeno carsico maschilista che può andare dalle forme più piccole e inconsapevoli (nessuno è perfetto) fino alle forme più macroscopiche con l’epilogo criminale del femminicidio. Ancora troppa letteratura mediatica celebra e alimenta il sentimento del possedimento d’amore per sempre, piuttosto che il sentimento del rispetto di un amore come legame consapevole nella libertà reciproca, finché potrà durare.

Il compendio della precettistica:

Doveri dei capi di casa

Doveri dei figli e dei dipendenti

Doveri delle spose

Doveri delle madri

Doveri dei mariti

Doveri di padri

Doveri dei giovani

Doveri delle giovani.

E’ evidente l’elencazione dei comandamenti in ordine gerarchico: capi-famiglia / figli e dipendenti; mariti / spose; padri / madri; giovani (maschi) / giovani (donne). Il prospetto-vademecum termina con le esortazioni: OPERA IL BENE / FUGGI IL MALE, con altra serie di precetti e giaculatorie.

A margine destro della riproduzione in verticale è scritto: Riproduzione originale di un’antica stampa conservata presso il ristorante “Casa Baroni” – Fellicarolo (MO) tel… Infatti la riproduzione è esposta in quel ristorante e a notarla è stato uno storico locale, Massimo Turchi.

I coniugi Fernando e Pina Corsini molti anni fa comprano un vecchio cascinale sull’Appenino tosco-emiliano per farne un ristorante, e nei lavori di ristrutturazione tra i vecchi oggetti agricoli delle soffitte trovano la stampa ingiallita, tutta piegata in un cesto. Fernando, che ha oggi 72 anni, descrive la borgata a più di mille metri sotto il monte Cimone come una piccola comunità di montanari pastori dediti alla transumanza, e che vivevano proprio secondo le regole del foglio ingiallito. L’unica trasgressione per i bisnonni dell’epoca era alzare il gomito la domenica all’osteria.

Sul tritatutto di fb e twitter i commenti crescono a dismisura, ma preoccupano soprattutto molte approvazioni da parte maschile. Qualche insulto a Mannoia, che pensasse solo a cantare, e qualche commento del tipo: le donne non sono di proprietà ma in comodato d’uso, il che non sposta molto i termini e fa vedere quanto vi sia ancora una dotazione mentale di luoghi comuni acriticamente accolta e dura a demolire. Costrette fino allo sfinimento ogni volta a indicarne le radici: il millenario patriarcato (planetario) che non ha religione, le forme istituzionali del potere repressivo che hanno a modello il capo, le religioni che hanno vissuto e vivono di gerarchie maschili da cui la donna storicamente è stata considerata inferiore, impura…  e oggi quelle voci, quei personaggi, quei media e quella comunicazione che perpetuano questo sottofondo.

Eppure al tempo arcaico quando il maschio non sapeva di chi fosse la prole generata, e non era ancora instaurata la proprietà domestica individuale e per clan, la figura della donna era omologa di una divinità portatrice dello stupore della nascita, strettamente legata ai cicli naturali. I gruppi erano paritari pacifici e collaboranti, matrilineari, come dimostrano l’assenza di tracce di guerra o strutture difensive negli insediamenti, le sepolture, i reperti archeologici delle dee madri.

Vigorosa e decisa dunque Fiorella Mannoia.

***

In quanto peccatrice per natura (diaboli ianua) e istigatrice al peccato, anzi origine del peccato primordiale la donna è così descritta da Tertulliano, dottore della Chiesa (De cultu feminarum, 1,1):

«Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che le deriva da Eva, l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio insito in lei, causa dell’umana perdizione…

Dunque da tenere molto a bada…

(per una riflessione più approfondita e integrata continua a leggere)

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Alma mater ma non per donne

L’articolo che segue è di Laura Testoni, scritto per Tropismi, blog d’informazione universitariaE’ un disegno-patchwork, con testi interessanti per quante volessero approfondire, sulla persistente cocciuta filtrazione sessista nei confronti delle donne in ambito universitario. La più antica università occidentale potrebbe invece chiamarsi Almus Pater Studiorum. E non si discosta la situazione degli altri atenei italiani.

Laura circa il suo campo d’interesse ci scrive: Per quanto riguarda il testo che ho scritto nasce dalla mia elaborazione sull’università, in particolare quella di Bologna e sulla deriva del c.d. Processo di Bologna. Un libro che ritengo molto valido e attorno a cui ho un progetto di pratica e studio in cantiere, insieme a colleghe e colleghi, è “Università Fertile. Una scommessa politica” di Anna Maria Piussi.

Finché lo Stato resta al penultimo posto in Europa come investimento nell’istruzione superiore, perversione incorregibile, finché la scure taglia più rami verdi che rami secchi, finché la creatività, l’eccellenza femminile non entra di diritto come struttura primaria paritaria anche nel numero negli organi di decisione – dal meno elevato al più elevato e non per quote-concessione di sopportazione -, il Processo di Bologna e tutto il suo vasto impianto, che pure ha avuto notevoli risultati, può ben dirsi alla deriva. A parte la crisi generale, non è un difetto tecnico ma una concezione intrisa di patria potestas. Poi vai a vedere e trovi cervelle italiane a dirigere centri di ricerca della massima importanza scientifica e tecnologica, ma in Europa o oltreoceano, non qui. Forse, più in là, ce ne potrà fare il punto Laura. Speriamo nell’Università Fertile.

***

Una lettura del senso politico della creazione femminile anche all’università

Ateneo sempre più tabù per le donne. Si laureano in tante ma non vengono assunte. L’Università di Bologna in media con l’Italia: da 6 donne su 10 al momento della laurea, la presenza femminile passa ad un misero 20% tra i professori ordinari. Per usare le parole di Eugenia Lodini, ricercatrice dell’Università di Bologna, le ragazze sono in testa per iscrizioni, laurea, mobilità, master, ma a livello di dottorato comincia l’imbuto, la strada si restringe“.

Questo è quanto scriveva, a marzo 2012, Giovanni Stinco su Il Fatto Quotidiano (articolo integrale qui). Non c’è che dire, colpisce come la più antica università del mondo, quella di Bologna, sia anche all’origine del motto Alma Mater Studiorum. Ricordare questo, ad oggi, significa confermare il primato del paradosso, poiché la notizia della penalizzazione delle eccellenze femminili  contrasta con l’ispirazione all’autorevolezza materna che ha segnato e allegoricamente incarnato la nascita degli studi accademici: alma mater, “madre nutrice” che cura, che dona la parola, che fa passare amore dalla conoscenza.

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Le radici fondative – ancor prima che simboliche – a quanto pare, sono state tradite a tal punto da rivelare gli immotivati ostacoli che le donne incontrerebbero nel periodo post laurea, soprattutto, rispetto alla possibilità di carriera interna all’UniBo. Statistiche poco incoraggianti, ma preziosissime, perché guardare alla posizione femminile nel mondo ci aiuta ad assumere una prospettiva realistica:

“Dati impressionanti che dimostrano, spiega Paola Govoni sempre dell’ateneo bolognese, la discriminazione a cui le donne sono sottoposte sul posto di lavoro universitario. Non solo una questione di ingiustizia sociale, ma anche un’enorme spreco di denaro pubblico. Milioni e milioni usati per formare migliaia di studiose che poi non riescono a fare carriera e a affermarsi nel mondo accademico. Insomma un disastro.

Il sistema accademico ancora a predominanza maschile e questo comporta un inevitabile impoverimento dello sguardo sul sapere e sulla parzialità della formazione. Tra potere e autorità, disciplina e dirigismo si perde troppo spesso quella carica di energia creativa, trasformativa, piena di significati trainati dal di più della differenza, non solo disciplinare, ma anche incarnata da individui sessuati. Perché nulla è “neutro”, nemmeno le illusioni o le ideologie. Ma quali sono le dinamiche che riescono a frenare la misura femminile?

Un fattore è la cooptazione: finché a decidere sulle nomine saranno gli uomini, ad essere scelti saranno altri uomini. Una tesi sostenuta dal progetto europeo Diva: Science in a different voice. Per i ricercatori del Diva i professori ordinari si comporterebbero involontariamente come circoli esclusivi “che lasciano fuori dalla stanza delle decisioni (carriere, finanziamenti, attribuzioni di responsabilità) le tanto brave colleghe”.

Non si tratta per forza di opposizioni di genere, potrebbe essere una comune impresa di donne e uomini che ragionano insieme sul buon governo della realtà universitaria che è da inserire nel più ampio progetto di rinegoziazione del contratto sociale. Il punto, in fin dei conti, è semplice: la questione della differenza sessuale, che cosa significhi essere uomini o donna, che cosa comporti che vi siano donne e uomini, che cosa sia cercare la felicità, la libertà o la verità essendo una donna oppure un uomo, tutto questo è divenuto urgente e anzi, è divenuto una realtà dell’esperienza (di Riccardo Fanciullacci e Susy Zanardo, in Donne e Uomini. Il significare della differenza, ed. V&P, 2010).

La presenza femminile all’università è ormai maggioritaria, così anche la qualità della presenza pubblica femminile che interroga la questione di “un vivere politicamente” consapevoli del primato delle relazioni e del cambiamento epocale che stiamo attraversando: dal momento la realtà si trasforma perché sono cambiate le donne e cambiano gli uomini, allora cambiano le leggi, cambia la cultura, cambia il rapporto che abbiamo con il mondo, perché “la storia non è soltanto storia di guerre, di patti internazionali, ma è la storia che tu fai modificando le tue condizioni di vita, modificando la cultura. Questo per noi significava modificare la storia.” (dal docufilm Ragazze la vita trema di Paola Sangiovanni)

L’imbuto che ferma la presenza femminile post laurea, nel lavoro e nell’ambito di dottorati accademici è imbarazzante e per questo tante sono in movimento: il fine di affrontare le barriere storiche e psicologiche. Evitando le coazioni, spostando lo sguardo.

Le donne sono cambiate. Gli uomini dovranno cambiare nonostante la paura che provano gli stessi di fronte a un mondo messo sottosopra dall’avanzare delle donne. C’è un’evidente crisi di autorità che indebolisce la politica e la democrazia” (Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica, ed. Il Saggiatore, 2009).

Proprio in un mondo dove la finanza sembra dettare le regole del sistema globale, non è ancora chiara la lezione in base alla quale il disimpiego e la sottovalutazione delle risorse, crea una vera disfunzione economica. Sempre su Il Fatto si legge:

Penalizzare le donne che lavorano nel mondo scientifico attraverso pratiche informali, ma non per questo meno efficaci, di discrezionalità nella cooptazione, è però incongruo rispetto alle ragioni stesse della ricerca e dell’eccellenza scientifica. Infatti – recita un rapporto di Rossella Palomba e Adele Menniti – impedire a studiose di qualità di accedere in misura significativa alle posizioni di eccellenza per il solo fatto di appartenere al genere femminile non solo discrimina le donne, ma penalizza l’innovazione”. Detto in altri termini peggiora e di molto i risultati scientifici del sistema universitario italiano. Per non parlare del costo di formazione di migliaia di donne che non riescono a fare carriera accademica perché discriminate. Sulla questione mancano ancora studi precisi, “ma lo spreco economico è enorme. Qualcuno – conclude Govoni – se ne sta finalmente rendendo conto”.

La politica femminile che non aspetta la “presa del potere” per cambiare le cose è già attiva sui vari fronti della realtà avendo imparato dall’esperienza: le donne hanno imparato la necessità di continuare a lavorare sul piano simbolico al di fuori dei circuiti convenzionali, in luoghi dove agire un’adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio” (Annarosa Buttarelli, in Il pensiero dell’esperienza, ed.Baldini e Castoldi, 2008).

Vero è che le donne hanno già intessuto una rete tra loro, ma devono farlo sempre di più: collaborare e contarsi ed insieme spingere indietro ogni prevaricazione. Ecco, il gioco da ragazze di cui scrive Marina Terragni e la pratica della relazione descritta da Maria-Milagros Rivera Garretas:

Un cambio di civiltà comparve improvvisamente, quasi spontaneamente, dove meno lo si aspettava. Consisteva nella presa di coscienza del fatto che le donne che avevi intorno sentivano il malessere che stavi sentendo tu e che credevi che nessun altro sentisse. Di modo che, una a una, di singola in singola, si intrecciò delicatamente tra molti corpi femminili un merletto enorme, incompiuto e libero che ci unì. Ci unì in innumerevoli relazioni duali: queste relazioni, allacciate in mille toni e spessori, formarono un movimento politico che ha attraversato molte delle barriere di senso che fino ad allora inceppavano la politica: barriere di classe, di nazionalità, di lingua, di età, di religione, di erudizione, di ricchezza”.

(in Donne in relazione, ed. Liguori, 2007)

Questo vale anche per l’università, infatti molte donne non si stanno solo battendo per ottenere quello che spetta loro, ma si stanno anche interrogando su una preliminare questione: vale ancora la pena scommettere su questa università? No, su questa no, ma su quella dove anche il discorso femminile verrà incluso sì. Con discorso femminile si intende il far entrare in un sistema chiuso e spesso violento – preteso universale – istanze diverse, tempi diversi, metodi diversi, per aprire una conflittualità ed un dibattito che porti alla rappresentazione vera, plurale della realtà.

L’intuizione coltivata, curata e fatta maturare è ciò che genera lo sviluppo. Questo è secondo me il paradigma femminile dello sviluppo, al di là del fatto che lo conducano uomini o donne. Non so dire se siano cause culturali o biologiche e genetiche ad orientare le donne al futuro, ma fermiamoci al dato di fatto: la donna è evidentemente attrezzata a immaginare e assumersi la responsabilità delle nuove generazioni; e anche della ‘generazione’ di nuove realtà economiche durature”.

(di Simona Beretta, in Le donne reggono il mondo, a cura di Beatrice Costa e Elena Sisti)

Questo vale per tutti gli ambiti, non solo per l’università. Molte stanno lavorando e facendo massa critica insieme, facendo eco per contaminare l’ordine già dato che deve essere rimesso in discussione, ben sapendo che la libertà non è fatta una volta per tutte, ma che va messa al mondo ogni giorno.

Scriveva Carla Lonzi, “il soggetto non cerca la cosa di cui ha bisogno, la fa esistere… Qualcuna doveva ben cominciare e la sensazione che mi portavo addosso era che o lo facevo io o nessuna mi avrebbe salvata. Ho operato in modo che l’ho fatto io. Dovevo trovare chi ero alla fine, dopo aver accettato di essere qualcuna che non sapevo”, infatti, la sfida, anche all’università, non è quella di “bruciarsi” rimanendo isolate – con un atteggiamento più o meno competitivo – fino al punto di burn out o omologandosi al modello di potere maschile, ma di relazionarsi con le altre che condividono quel senso di trasformazione che non può più aspettare.

Una sororità che va al di là di quote rosa e rivendicazioni, bensì che si fa spinta gioiosa verso nuovi orizzonti condivisi, che fa cittadinanza e che propone possibilità diverse, ragionando empaticamente su quanto è già stato fatto e su quanto si può fare per analizzare le statistiche e rilanciare con inventiva il proprio esserci costante, a patto che ci si assuma pienamente la responsabilità della propria partecipazione attiva:

Il maggior senso di cautela delle ragazze e delle donne può impedire loro di infrangere le regole e sfidare lo status quo durante gli anni della crescita. Di conseguenza, probabilmente non scopriranno che questo tipo di rischi, e per estensione ogni altro metodo non sancito per ottenere ciò che vogliono (come chiedere qualcosa che non sia stato offerto), può essere una strategia vincente”.

(Linda Babcock e Sara Laschever, Le donne non chiedono, ed. Il Sole24Ore, 2004).

Per mantenersi centrate si può guardare chi prima di noi ha lottato per spianarci la strada lasciandoci consigliare e spronare nel non rinunciare ad una postura all’altezza dei nostri desideri, senza mai dimenticare che “ciò che hai in mano, tienilo stretto; ciò che stai facendo, fallo e non tralasciarlo; ma con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa, vivace sul sentiero di una pensosa felicità, senza prestar fede nè consensi a chiunque voglia sviarti dalla tua determinazione” (Caterina d’Assisi).

Laura Testoni

(il titolo è ispirato al capitolo scritto dalla docente Remei Arnaus contenuto nel saggio “Università Fertile. Una scommessa politica”, ed. Rosenberg&Sellier, 2011: il mio corpo mi avvertiva che con una inquietudine sempre più presente, che aveva e ha a che vedere con la distanza tra la realtà vissuta e sentita e la ir-realtà dell’istituzione universitaria, sempre più patente e sempre meno estranea al mio desiderio di essere universitaria; desiderio che ho mantenuto vivo da quando sono entrata a lavorare lì per amore dello studio, della relazione educativa e della ricerca*).

 

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0,10 % di colpa, bastava toccare mani e piedi

bapi asharam(Bapi Asaram nel video mentre commenta lo stupro della donna)

Nirmala Carvalho (premio Staines International Award per l’armonia religiosa, 2009) giornalista indiana corrispondente di Asia News, molto attiva con denunce coraggiose per i diritti delle donne, riferisce del folle commento di un guru hindu molto seguito, Asaram Bapu, sullo stupro della ragazza, poi morta per le sevizie, avvenuto a New Delhi.

Bapu (padre) ha spiegato che la ragazza è “ugualmente responsabile” del crimine quanto i suoi carnefici. “Avrebbe dovuto chiamare i suoi aggressori “fratelli” toccare le loro mani e i loro piedi, e pregarli di fermarsi … ella avrebbe salvato la sua dignità e la sua vita. Si può applaudire con una sola mano? Non credo”.

Una valanga di proteste si sta muovendo per le folli dichiarazioni del bapu nel paese ancora sotto shock: irresponsabili, vergognose, lesive della dignità umana. E cosa dire allora alle donne indiane che muoiono di dote uccise arse o suicide (una ogni quattro ore) per non aver assolto alla completa corresponsione.

Nei fatti è risultata una spietata quanto vile esecuzione con stupro della ragazza, di cui non è stato per legge rivelato il nome (il Daily Mirror però lo ha  pubblicato domenica). Ma Asaram nonostante le proteste e il biasimo di personalità politiche e religiose e della società si è rifiutato di chiedere scusa. Anzi ha pure affermato che non va inflitta ai colpevoli una condanna troppo severa, perché «spesso le leggi esistenti sono mal utilizzate».

La sua portavoce ha cercato di correggere il tiro con la solita formula di rito del fraintendimento dell’estrapolazione dal contesto.

“Voleva dire che gli uomini sono responsabili, ma la ragazza ha uno 0,1% di colpa per essere salita su quell’autobus. Se avesse scelto un autobus pieno o con altri uomini, non sarebbe incappata in questa situazione. Se avesse pregato, allora qualcosa le avrebbe impedito di prendere il mezzo, e avrebbe fermato gli uomini”.

Tragedia e ridicolaggine si mescolano nel determinare il microdosaggio decimale della colpa della donna. Colpa di tornare a casa – era insieme al fidanzato -, di aver preso un autobus con solo sette persone a bordo, colpa di non aver previsto, colpa solo di essere donna più chiaramente. Avrebbe dovuto chiamarli “fratelli”, umiliarsi, supplicare remissiva, toccando quattordici mani e, chinandosi, quattordici piedi.

E poi  in nome di un qualcosa di superiore, dio dea o sostanza divina che dicono essere infinitamente dolce e tenera, ma che non ispira loro stessi che ne professano i precetti. Anche per la religione o meglio insieme di correnti religiose indicate come induismo ciò che viene professato non è conoscenza terrena ma verità rivelate.

All’altro capo del mondo insomma c’è un altro che dice se l’è cercato. Zelatori estremi che credono molto nei comandamenti punitivi specie se applicati al connubio donna-sesso.

Perché tanto universale questo atteggiamento di condanna delle donne vittime di sesso violento, insinuando sempre che se lo sono cercato, o andando a vedere se hanno provocato? Al contrario perché tolleranza e tante giustificazioni per gli uomini che abusano e uccidono, descrivendoli come presi da raptus o follia d’amore o incontinenza ormonale. Quasi sempre dette brave persone, nessun segno

Da diversi decenni molto è emerso sul piano storico e della ricerca, ma ancora difficile da fare accettare definitivamente alla totalità della conoscenza scientifica. Al di là delle pulsioni e della dinamica psichiatrica.

Quando vivevamo in comunità aperte in epoca preistorica antecedente il neolitico, nessuno/nessuna sapeva di chi fosse la figlia o il figlio avuto che in ogni caso restava, sì, presso la madre, ma in una comunità di madri, per forza di cose unite sia per la cura che per il procacciamento del cibo in comune. I maschi, frenando gli impulsi predatori e sessuali, avevano imparato a convivere  in un rapporto paritario collaborante, non violento e di venerazione per la femmina capace dell’atto procreativo inspiegabile e quindi divinizzato. Una mole imponente di tracce e reperti archeologici e soprattutto studi comparati, integrati e multidisciplinari lo dimostrano abbondantemente. Erano le società pacifiche né matriarcali né patriarcali, studiate e chiamate gilaniche da Rian Esler, matristiche o matrilineari. Marija Gimbutas, archeologa, ha scavato centinaia di siti e portato alla luce migliaia di reperti sistematizzando la mappatura dell’Europa protostorica in relazione alla struttura sociale e alle credenze.

La cultura androcentrica non ha considerato nel suo peso storico e antropologico queste risultanze per aver schematizzato il corso della civilizzazione con l’inizio delle civiltà guerriere, della prima scrittura, e delle tecnologie meno arcaiche.

La pratica della guerra, del possesso violento, la gerarchizzazione, l’aggregazione in nuclei di proprietà comprendenti terra-donne-animali-acqua, non sono modelli originari, comportamenti innati, ma sopraggiunti nella storia della specie. Anzi imposti. L’uomo è cacciatore (razziatore) e al cuore non si comanda (nel senso che se mi piace me la/lo prendo), come innatismo, potrebbero essere l’estrema semplificazione del processo.

Nel corso della nostra evoluzione orde di nomadi indo-eurpei (ipotesi Kurgan)ben equipaggiati di cavalli e strumenti di guerra efficaci, compiono razzie, stabiliscono marcature di territorio, detengono come proprietà donne e animali, e avanzando distruggono facilmente le società pacifiche gilaniche assumendo il controllo del corpo delle donne. Una formazione più utilitaristica e di accumulo che funziona sotto comando, per strati obbedienti, con punizioni ed esecuzioni, e che può essere stanziale e soprattutto nomadica.

Ora gli uomini capi sanno quali e quanti figli o figlie posseggono: i maschi sono la forza del gruppo, del clan, della tribù, le femmine si occupano totalmente dell’accudimento interno, servono per gli scambi e le alleanze, gli apparentamenti di rafforzamento. E per godimento esclusivo.

La guerra di Troia è la grande epopea storica della perdita o dell’ appropriazione di un corpo di donna.

Da allora fino ad oggi il controllo maschile si è fatto società, si è molto perfezionato e complicato, più sottile anche invisibile, ma esteso e compatto, o dichiarato e violento più vicino a certi primordi, quasi immutato.

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Incontro UDI con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti a Reggio C.

L’UDI Unione donne in Italia sede di Reggio Calabria invita a un incontro con Lidia Menapace e Rosangela Pesenti sul tema: “Produzione / Riproduzione – dalla politica allo spazio vissuto -” presso la Sala delle Conferenze della Provincia, il 3 novembre alle ore 16.
Il primo di una serie di incontri sugli interrogativi che ci poniamo di fronte alla cattiva politica, ad un modo di vivere autodistruttivo e alle relazioni difficili tra le persone e con l’ambiente in cui viviamo. Riflettendo su possibili proposte, in un’ottica specificamente di genere, poichè le alternative non possono prescindere dalla necessità di colmare le forti disparità ancora esistenti.
Abbiamo conosciuto Lidia Menapace negli anni 90 qui a Reggio nel corso di un seminario organizzato dall’UDI di Rc. Ci affascinò subito e questo fascino è rimasto intatto fino ad oggi. Lidia ha vissuto le esperienze più significative della storia d’Italia, dalla Resistenza all’attività parlamentare. E’ stata ed è tra i riferimenti primari in tutti i passaggi della storia del Movimento delle donne, anche nel panorama attuale, e dell’UDI di cui è parte. Dal 2011 è parte anche del Comitato Nazionale ANPI. Autrice di numerosi libri  tra cui l’ultimo, A furor di popolo, che mette insieme ricordi di vita e preziose riflessioni politiche. E su cui poggeranno  le riflessioni dell’incontro.Rosangela Pesenti, fa parte del direttivo di UDI naz. Mente fra le più incisive del mondo intellettuale e del Movimento delle donne. Complessi e integrati i suoi campi di ricerca come testimoniano i numerosi sritti. Docente, Analista Transazionale, Counselor e formatrice. Redattrice della rivista di cultura di genere Marea. Studiosa di Antropologia ed Epistemologia. Da questi studi il suo ultimo saggio pronto per la stampa: Racconti di case – Il linguaggio dell’abitare nella relazione tra generi e generazioni.  Dalla sua ricerca recente e dai suoi saperi integrati prenderà spunto la sua relazione.

Vi aspettiamo e vi auguriamo un piacevole e costruttivo ascolto.

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NO MORE! Stand up for my right Convenzione Nazionale contro la violenza maschile sulle donne –femminicidio

Testo Convenzione

No-more_Convenzione

Appello

No-more_Appello

Promotrici della Convenzione:

UDI Nazionale (Unione donne in Italia), Casa Internazionale delle Donne, GiULiA (Giornaliste unite, autonome, libere), Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa onlus, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), Piattaforma CEDAW “30 anni lavori in corsa CEDAW”: Fondazione Pangea onlus, Giuristi Democratici, Be Free, Differenza Donna, Le Nove, Arcs-Arci, ActionAid, Fratelli dell’Uomo.

Chi sono: 

No-more_Realta_promotrici

per info e adesioni: convenzioneantiviolenza@gmail.com

 

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