Indennizzo dello Stato a vittime di reati gravi e intenzionali

Una nostra amica interlocutrice, che chiameremo Giovanna, ci scrive.

Salve, trovo il vostro articolo molto interessante e vorrei porvi un quesito. Se una persona subisce comportamenti di stalking, tentato sequestro e comportamenti da parte di una terza persona che per mancanza di prove non viene imputata, può la persona che subisce i danni psicologici e non solo chiedere un risarcimento allo Stato? Se si in che modo dovrebbe muoversi? Avendo come conseguenza l’annullamento di se stessa e gravi blocchi psicologici?

Grazie

Cara Giovanna, ci scuserai se non siamo state tempestive nel risponderti, ma abbiamo preferito rivolgere il tuo quesito direttamente allo Studio Ambrosio&Commodo di Torino, studio che aveva patrocinato la causa promossa da una ragazza per un grave episodio violento subito nel 2005.

***

Sintetizziamo il presupposto normativo e il precedente giudiziario che origina il quesito di Giovanna.

Il Tribunale di Torino, con sentenza emessa dalla giudice Roberta Dotta nel 2010 (n. 3145/10 del 6 maggio 2010), aveva riconosciuto l’inottemperanza dello Stato italiano alla direttiva europea che obbliga gli Stati membri a costituire un fondo per indennizzare la vittima di reato grave e intenzionale qualora non venga risarcita dal danneggiante, per mancanza di risorse economiche o per irreperibilità o altro.

Quindi condannava la Presidenza del Consiglio dei Ministri, in primo grado, ad un indennizzo di 90.000 euro per le conseguenze morali e psicologiche subite da una ragazza rumena sequestrata, seviziata, stuprata da due connazionali prima irreperibili, poi arrestati e condannati, ma senza risorse per risarcire i danni.

Risultato che è uno sfondamento enorme nei confronti degli arcaici arroccamenti o perduranti noncuranze istituzionali, e che produce per un verso civiltà giuridica e per un altro giustizia sociale.

Per questo la sentenza può essere definita storica.

Nell’atto introduttivo gli avvocati Marco Bona e, dello Studio Ambrosio&Commodo, Stefano Bertone, Renato Ambrosio, Stefano Commodo avevano assunto che lo Stato Italiano non aveva ancora attuato la tutela risarcitoria che la legislazione comunitaria aveva imposto agli stati membri, con decorrenza dal 1° luglio 2005, a favore delle vittime di reati intenzionali violenti. Nonostante gli inviti e la procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea avanti la Corte di Giustizia CE nel gennaio del 2007, conclusasi con una sentenza di condanna dell’Italia (29.11.2007). []

Costituendosi in primo grado la Presidenza del Consiglio, con diverse eccezioni di nullità, aveva contestato la domanda dell’attrice. La sentenza di primo grado era stata quindi appellata, ma anche il secondo grado di giudizio, con motivazioni pubblicate a gennaio di quest’anno, confermava l’obbligo del risarcimento da parte dello Stato.

La Corte d’Appello di Torino afferma doversi ritenere che la condotta dello Stato inadempiente sia suscettibile di essere qualificata come antigiuridica nell’ordinamento comunitario …

La conclusione: … Spettava, e spetta, dunque ad una cittadina rumena residente in Italia, il risarcimento del danno patito per la violenza sessuale di cui è rimasta vittima, in conseguenza dell’inadempimento dello Stato italiano alla Direttiva comunitaria del 2004. []

La sentenza ritoccava in 50.000 euro l’ammontare dell’indennizzo, oltre spese ed onorari a carico dello Stato.

E’ in corso l’ultimo grado in Corte di Cassazione, che si auspica possa riconoscere definitivamente l’inadempimento dello Stato alla direttiva comunitaria e dunque il suo onere risarcitorio nei confronti delle vittime.

***

L’avvocata Sara Commodo dello Studio Ambrosio&Commodo, specializzato in questo settore ci invia alcune note operative.

La DIRETTIVA 2004/80/CE art. 12 comma 2 impone a tutti gli Stati membri dell’U. E. di garantire – entro il 1 luglio 2005 – l’esistenza di un sistema che garantisca un indennizzo equo ed adeguato alle vittime di reati violenti ed intenzionali commessi nei rispettivi territori, al fine di superare l’ostacolo, spesso riscontrato in capo alle vittime, di conseguire dai loro offensori il risarcimento integrale dei danni subiti e patendi in quanto questi non possiedono le risorse per ottemperare ad una condanna al risarcimento dei danni oppure non possa essere identificato o perseguito.

L’obiettivo perseguito dalla Direttiva è quello di valorizzare la promessa di legalità e garantire la sicurezza di qualunque cittadino comunitario stazioni nel territorio nazionale di uno stato membro o lo attraversi, rimanendo vittima di reato intenzionale violento valorizzando la promessa di legalità.

Secondo la direttiva le CONDIZIONI PER L’INDENNIZZO sono:

a. reato violento ed intenzionale (tutte le fattispecie gravi che prevedano la ‘violenza’: dalla rapina all’omicidio volontario, alle lesioni volontarie, alle violenze sessuali…)

b. vittima sia cittadino comunitario

c. reato commesso in ambito comunitario dopo il 2005

LA DIRETTIVA 2004/80/CE NON E’ STATA OSSERVATA.

Lo Stato Italiano si è limitato a promulgare il decreto legislativo 204/2007 che riconosce l’accesso alla tutela risarcitoria solo nelle ipotesi di reati per cui siano già previste in Italia forme di indennizzo (terrorismo, Ustica, usura, Uno bianca, criminalità organizzata, reati di tipo mafioso).

La direttiva invece interessa tutti i reati intenzionali violenti.

Lo spirare del termine senza che si sia provveduto al recepimento della direttiva comporta l’inadempienza dello Stato Italiano.

LA CORTE DI GIUSTIZIA CE CON SENTENZA 29.11.2007 HA RISCONTRATO L’INADEMPIMENTO

All’inadempimento consegue il diritto degli interessati a domandare il risarcimento dei danni nei confronti dello Stato inadempiente.

A fronte di tale inadempimento il nostro Studio ha promosso, nell’interesse delle vittime da reato violento, cause contro lo Stato Italiano per ottenere il risarcimento dei danni da loro subiti.

La lettrice riferisce d’esser stata vittima di reati violenti in Italia e, se cittadina comunitaria, avrebbe titolo per agire nei confronti dello Stato.

Il fatto, però, che, all’interno del procedimento penale, l’imputato sia stato assolto per mancanza di prove rappresenta un pregiudizio che senz’altro renderebbe difficoltoso il procedimento civile nei confronti della Presidenza.

In quella sede, infatti, la lettrice sarà comunque chiamata a dar prova (testimonialmente o documentalmente) dei fatti, del danno subito e del nesso di causa tra i fatti ed i danni. Difettando di tali prove non sussisterebbero gli estremi per poter ottenere il risarcimento.

Temo, pertanto, nel caso di specie che, salvo che la lettrice non sappia acquisire prove ulteriori rispetto a quelle (evidentemente insufficienti) offerte nel procedimento penale, ella non potrà aver accesso al giudizio avverso lo Stato.

Lascia un commento

Archiviato in Contro la violenza sulle donne, diritti della persona, Giustizia

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...