Non OMSA!

Comunicato UDI

Vogliamo essere al fianco delle lavoratrici OMSA per sostenerne il diritto a lavorare nell’impresa che le ha viste protagoniste orgogliose della loro attività, un’impresa sana che non deve sparire.

Chiediamo quindi ad ogni donna UDI e alle Sedi e ai Gruppi locali, di agire con iniziative concrete quali:

- Non comprando e invitando le altre donne a non comprare più Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa, fino a quando tutte le operaie di Faenza non verranno riassunte e garantite nel loro diritto al lavoro.

- Diffondendo e chiedendo a tutti i nostri contatti di attivarsi per sollecitare sia il boicottaggio sia la comunicazione della notizia per creare una forte rete di solidarietà.

- Appendendo un cartello, su ogni nostra auto con scritto: IO NON COMPRO OMSA FINO A QUANDO LE OPERAIE NON VERRANNO RIASSUNTE.

- Promuovendo a livello locale flash-mob o volantinaggi di fronte ad ogni supermercato, nelle scuole, negli uffici postali e in ogni luogo pubblico possibile, invitando a non comprare i marchi del gruppo.

- Attraverso il web, partecipando ai blog di denuncia e sostegno già attivi contro il licenziamento che, se non riusciremo a fermarlo, sarà esecutivo nel marzo 2012.

- Inserendo in calce ad ogni nostra comunicazione e-mail e inviando all’indirizzo info@goldenladycompany.org la frase:

“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA non verranno riassunte”

Siamo certe che tutte sapremo essere vicino alle donne dell’Omsa, con azioni concrete ed efficaci.

Ogni azione locale sarà tesa a far sì che quanto ci separa dalla data effettiva dei licenziamenti, MARZO 2012, non sia la semplice attesa di una fatalità. La crisi non deve essere il pretesto per estendere la povertà delle donne a vantaggio di una concezione dell’economia che ha come valore unico e assoluto l’incremento dei profitti.

UDI – Unione Donne in Italia
Sede nazionale Archivio centrale
Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma
Tel 06 6865884 Fax 06 68807103
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“Io non compro Golden Lady, Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon, NY Legs, Hue, Arwa fino a quando tutte le operaie OMSA non verranno riassunte”

***

L’Omsa non è un’azienda in crisi: quando ha deciso di delocalizzare noi in Italia facevano la cassintegrazione, mentre in Serbia aumentavano i dipendenti da 1500 a 1900, accrescendo di conseguenza anche la produzione”. Sono dichiarazioni della rappresentante Samuela Meci della Cgil Filctem di Faenza, ospite alla trasmissione Servizio Pubblico  di Michele Santoro. Sono 239 le operaie colpite, hanno meno di 60 giorni per piombare nella disperazione, se una decisa pressione pubblica non riesce a rovesciare la decisione di licenziamento, fissato al 14 marzo.

L’UDI, Senonoraquando, Le donne in nero di Ravennae decine di altre associazioni si mobilitano a fianco delle lavoratrici di Faenza.

Oltre centomila su fb per boicottare il gruppo OMSA: “Boicotta Omsa”, “Mai più Omsa”, “A piedi nudi! Io non compro Omsa e Golden Lady finché non riassumono”…

La COOP tramite il suo vicepresidente: “A livello formale è possibile che Coop non accetti più come fornitore chi decide di delocalizzare a discapito del territorio…”, e potrebbe anche decidere di non importare più non solo i prodotti del gruppo OMSA, ma tutti i prodotti serbi. La Serbia infatti con una politica di finanziamenti torrenziali come incentivi e una forte defiscalizzazione attira le imprese che in nessun paese europeo potrebbero godere di tanto. Una concorrenza sleale che mette in difficoltà la stessa Unione Europea dal momento che, per es., un’intesa di scambio merci tra Serbia, Kazakistan, Russia, Bielorussia non prevede imposte se non per un 1%. Nella stessa Serbia, costo del lavoro zero per un anno, sgravi consistenti per ogni posto di lavoro creato, esenzione per dieci anni sugli utili al di sopra di un certo tetto di capitali impiegati e numero addetti, finanziamenti di cui un quarto a fondo perduto, ecc. Troppo allettante.

La nostra Repubblica è fondata sul lavoro. Chi lavora e chi dà lavoro in modo onesto, dunque, ogni volta è come se rifondasse la Repubblica. Lavoratrici e lavoratori non sono un limone, e l’impresa non è pura proprietà privata. E’ invece un ganglio vitale con forte funzione sociale.

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Enza Cappuccio, 33 anni

Uccisa a Marano di Napoli, 16/01/2012


Strangolata dal marito, cui è stato fornito un tentativo di alibi dalla piena collaborazione della famiglia.
Enza è giunta cadavere al Cardarelli di Napoli, con la messa in scena di un tentativo di soccorso.
Enza era cieca, aveva sei figli, soprattutto aveva solo 33 anni, tutti di maltrattamenti e sofferenze.
Nessuno si è accorto prima, nessuno poteva denunciare grazie ad un legge che demanda alla querela il perseguimento di un reato contro la persona.
Forse Enza avrebbe voluto, ma era materialmente cieca: la sua morte è il solito epilogo (l’ottavo in famiglia, e il decimo femminicidio tra i casi “riportati” dalla stampa nella prima metà del gennaio 2012), in un paese che ancora considera un’ opinione il male fatto alle donne. Enza era cieca davvero, ma molte donne continuano ad essere accecate dalla promessa di altre percosse, ammutolite dall’irrisione e dal ricatto dell’indigenza. Sono accecate non da se stesse ma dalla mancanza di sostegno, tacciono sperando di cavarsela di nuovo, e considerare il male meglio del peggio che si prospetta, in un paese che le vuole comunque a casa. Le botte e gli stupri sono il preludio alla morte, ma in qualche modo appaiono come un’alternativa.. Anche chi sta per essere rapinato tace sperando di scamparla. Ma in quel caso chi altro vede e non interviene, anche per la legge e non solo umanamente, commette un reato.
Nessuno nega più, a parole, la diretta responsabilità della politica nel reiterarsi del crimine che in assoluto uccide ed invalida le donne più di ogni malattia. Ormai nessuno più sostine, a parole, il carattere privato dei delitti come quello dell’uccisione di Enza.
Nei fatti, invece, il femminicidio è ancora trattato come un delitto di scarsa pericolosità sociale, come un elemento fisiologico inevitabile nei rapporti umani, come un incidente o una colpa della vittima. È vero finchè le cose stanno così, con nessun contrasto efficace, con la delega completa alla discrezionalità dei capi famiglia, con nessuna attenzione all’occupazione femminile, con lo sbandieramento di immagini femminili inventate e denigratorie, il femminicidio sarà normale ed inevitabile per lo Stato. Per noi, invece, ogni vita di donna persa è un universo stappato al futuro e all’armonia della convivenza possibile.
Dire basta è ormai retorica, non lo facciamo più noi femministe, smetta di dirlo qualche parlamentare o ministro e faccia piuttosto quel qualcosa che indichiamo da anni.
Il potere politico, anche al minimo storico del suo prestigio, è quello chiamato a fare gesti concreti: dai comuini fino al Governo centrale. Noi non aspettiamo, le nostre reti fanno già più del possibile, ma pretendiamo la nostra parte di cittadinanza, libere dai ricatti e dalle leggi mal fatte tese a zittire noi tutte e a farci sentire la sopravvivenza come un dono.
Le donne dell’UDI di Napoli
N.B.-Il TG Regionale della Campania, prima di parlare della vittima, ha parlato del degrado nel quale viveva. Alla facile retorica giornalistica opponiamo la nostra “cronaca vera”: il benesse come il degrado possono essere parte dei diversi contesti dei delitti, ma la costante del femminicidio è quella degli autori. Gli assassini sono tutti uomini che nel commettere il delitto sono certi di essere padroni della vita delle donne.


Ilaria Palummieri 21 anni, uccisa a Milano dall’ex fidanzato a Luglio 2011, era un’allieva modello
Annunziata Romeo, 66 anni, uccisa materialmente dal figlio(che aveva un decreto di allontanamento dalla madre) con l’aiuto del padre il 22 Luglio 2011, era una normale anziana pensionata
Grazyna Tarkowska, 40 anni uccisa il 9 dicembre 2011 dal marito, era una donna normale
Antonella Riotino,20 anni, uccisa dal fidanzato a Putignano il 5 Gennaio, era una donna con un dignitoso tenore di vita
Stefania Mighali, uccisa il 12 gennaio a coltellate dal marito, che ha poi incendiato l’appartamento sterminando l’intera famiglia, viveva in un ambiente normale
S
iharna, 18 ann e uccisa il 13 gennaio, voleva costruirsi un futuro in Italia.

Ci fermiamo qui e le prime storie del 2012, di cui sappiamo, sono di più, e sono certamente di più quelle che non conosciamo e quelle che ancora si stanno preparando nel silenzio del ricatto e nella disperazione della mancanza di sostegno e prospettive.

UDI di Napoli, 16 Gennaio 2012

*** 

I militari ritengono che l’omicidio sia maturato in un ambiente di profondo degrado sociale. La frase tratta da uno degli infiniti articoli farebbe intendere che se non ci fosse stato il degrado il delitto non sarebbe avvenuto. A parte che di femminicidio si tratta e non di omicidio. Batti e ribatti il termine femminicidio deve entrare nell’uso comune tanto per chiamare le cose in modo appropriato. Ma soprattutto per la consapevolezza che è la mostruosità di un modo di pensare e di un comportamento. Non occorrono complicate statistiche per rendersi conto che anche in ambienti con ottime condizioni sociali le donne vengono ammazzate. Siamo tristemente costrette a ripetere all’infinito che è un costume, una cultura tipica che si trasmette e crea uomini che reputano proprietà privata il corpo e i sentimenti delle donne. La stragrande maggioranza del giornalismo continua a rimanere ottusamente ancorato allo stereotipato fraseggio delle vecchie veline della cronaca nera, ignorando che se ogni due giorni e mezzo viene uccisa una donna qualcosa di enorme lo produce. Se ogni due giorni e mezzo venisse ucciso un benzinaio o un direttore di banca o un fornaio, l’allarme sociale sarebbe altissimo. Ma per una donna no.

Bollettino di guerra e Femminismo a sud possono essere ben definiti un osservatorio instancabile nel monitoraggio del feroce susseguirsi del femminicidio.

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Tunisia – Il Sindacato UGTT esclude le donne dai ruoli di responsabilità

Alle Sedi e Gruppi locali UDI
Alle Donne dell’UDI
[4/1/'12] 
In allegato e di seguito vi trasmettiamo Comunicato Stampa inviato, in data odierna  in merito a:
 
Tunisia – Il Sindacato UGTT esclude le donne dai ruoli di responsabilità

Si è tenuto negli ultimi giorni dell’anno appena trascorso il Congresso della centrale sindacale tunisina UGTT: un congresso molto importante per il rinnovamento della storica organizzazione, che ha organizzato e partecipato alla lotta per la cacciata di Ben Ali e che per molti anni è stata una isolata voce di resistenza nel Paese.

In tutti i grandi appuntamenti, in tutte le lotte, le donne e le sindacaliste tunisine (nella scuola, nel tessile, nel turismo) sono state parte attiva e in preparazione del congresso di dicembre hanno presentato le loro candidature nelle diverse liste per la Direzione (Bureau Executif) nazionale dell’UGTT.

Fino a pochi giorni prima del congresso il portavoce del sindacato aveva confermato che la presenza delle donne negli organismi dirigenti ‘è un principio inviolabile per l’UGTT’: ricordiamo che le donne sono oltre il 47% degli iscritti al sindacato in tutto il Paese!

Nella nuova Direzione eletta dal congresso, composta da 13 rappresentanti, non ci sono donne.

Hanno presentato la loro candidatura: Wassila Ayachi, Habiba Selliti, Mongia Zebidi, Naima Hammami, Fadhila Melliti.

A loro il nostro sostegno e incoraggiamento. All’UGTT tutta ci permettiamo di dire: peccato, avete mancato un appuntamento importante, non avete onorato la storia della vostra organizzazione. Auspichiamo che al più presto troviate la strada per correggere l’errore e dare i giusti riconoscimenti alle sindacaliste, nell’interesse della giovane democrazia tunisina e di tutte le donne e gli uomini che lavorano e lottano per una democrazia reale.

Le Responsabili della Sede Nazionale

Vittoria Tola – Grazia Dell’Oste

UDI – Unione Donne in Italia
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***

Una notizia passata inosservata e non commentata dalla stampa, data l’importanza del Congresso UGTT in questo momento. La Confederazione sindacale tunisina è forte di quasi mezzo milione di iscritte e iscritti e questo suo 22° Congresso è il primo del nuovo corso dopo la rivoluzione democratica. Non vi è dubbio sui propositi democratici e sull’osservatorio democratico istituito (aspre sono state le critiche ai delegati uscenti), ma è inspiegabile l’assenza delle donne nel direttivo sebbene quattro abbiano presentato la loro candidatura. Sebbene moltissime donne del sindacato abbiano avuto un ruolo attivo nelle proteste e nei sit-in di piazza da quando il giovane Mohamed Boaziz si diede fuoco. E sebbene Ahlem Belhaj, rappresentante dell’Associazione Tunisina Donne Democratiche, nel primo giorno dei lavori, abbia richiesto con forza col suo intervento parità nelle cariche e per i diritti di genere all’interno della struttura sindacale. Facendone una proposta per l’inserimento non solo nello Statuto sindacale, ma anche nella Costituzione nazionale.  Sette le donne inizialmente su 50 candidati, in cinque liste poi ridotte a tre di 13 candidati. Nel nuovo Comitato Esecutivo di 13 membri, su quattro uscenti tre sono stati rieletti, nessuna donna dunque, e Hassine Abbassi eletto segretario generale, proveniente dal mondo della scuola. (fonte CGL)

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mediterranea

Udi Catania – dicembre 2011

Paese – Egitto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate Egiziane scatena la violenza contro le donne. Sdegno in tutto il mondo, manifestazioni di donne nei Paesi arabi: le donne sono la linea rossa!

Diffusa su internet, la foto della ragazza trascinata a terra, spogliata e presa a calci dalle forze speciali testimonia una fase nuova e preoccupante del corso dell’Egitto dopo – Mubarak, mentre nelle operazioni di completamento del processo elettorale si conferma il successo delle formazioni islamiste …

Tunisia. Solo 3 donne nel nuovo governo.

… Dati Save the Children, Atlante dell’Infanzia. In Italia 1.876.000 minori vivono in situazione di povertà. Nel Mezzogiorno vivono in povertà relativa 2 minori su 3, quota più alta in Sicilia (44%), seguita da Campania (31%) e Basilicata.

Arabia Saudita. Diritto alla guida per le donne? Pericolo per la verginita

Afganistan. Una donna è incarcerata per adulterio, in realtà per stupro, ma viene graziata a patto di sposare il suo violentatore …

Mediterranea_dicembre11 

(Mediterranea si prepara ad uscire in formato multilingue: Italiano/Inglese/Francese).

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All’ambasciatore Claudio Pacifico

L’UDI – Unione Donne in Italia rivolge un appello di solidarietà per le donne egiziane tramite l’Ambasciata italiana al Cairo dopo gli sconvolgenti avvenimenti di piazza Tahrir  dove una donna è stata malmenata dai militari, calpestata, trascinata e spogliata come estrema offesa al suo essere donna e donna musulmana. Un invito a quante/i volessero aderire di inviare mail all’ambasciatore Claudio Pacifico.

 

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centrale

 

Ambasciata Italiana Cairo

Ambasciatore Claudio Pacifico

e-mail ambasciata.cairo@esteri.it

 

Gent.mo Signor Ambasciatore,

le rivolgiamo un appello affinché tramite la nostra Ambasciata arrivi, tra le altre, anche la nostra voce di solidarietà e vicinanza alle donne egiziane colpite dalla violenza delle forze di repressione: “Le donne sono la linea rossa per la libertà, la democrazia e i diritti umani”. L’Italia, partner del nuovo Egitto, deve fare sentire la sua voce, quella di mille e mille donne italiane che non tollerano la violenza, ovunque, contro popolazioni indifese, contro ragazze e donne colpite nella loro dignità e nel loro diritto a manifestare. Noi siamo a fianco delle egiziane che vogliono un Paese (e un Mediterraneo) di democrazia, di diritti e di pace.

UDI – Unione Donne in Italia

Sede nazionale Archivio centale

Le Responsabili della Sede Nazionale

Vittoria Tola

Grazia dell’Oste

Via dell’Arco di Parma 15 – 00186 Roma / Tel. +39 06 6865884 Fax +39 06 68807103 / udinazionale@gmail.com – www.udinazionale.org

 

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Lettera aperta dei braccianti africani alla città di Rosarno

Cari fratelli e sorelle rosarnesi, siamo lavoratori africani di tante nazionalità.

Abbiamo voluto scrivere questa lettera per ringraziarvi della vostra ospitalità. Poiché negli ultimi giorni si è parlato molto di noi, abbiamo deciso di parlare in prima persona. Malgrado la triste situazione che si è verificata due anni fa, che ha fatto male a tutti, ci troviamo di nuovo insieme, nella vostra città e sulla vostra terra.

Quella situazione triste ce la portiamo nel nostro cuore, così come voi nel vostro. Noi siamo persone come voi. Vogliamo lavorare per vivere, come voi. Siamo in difficoltà quando non c’è lavoro, come voi. Emigriamo per trovare lavoro come tanti di voi in passato e ancora oggi. Abbiamo famiglie, madri, fratelli, figli, come voi. Siamo qui per cercare una vita migliore, non per creare problemi.

Per questo vi diciamo che non dovete avere paura di noi. L’emigrazione è una risorsa, economica, culturale… un’occasione di cui approfittare, noi e voi. Chi in questi giorni ha parlato di noi diffondendo la paura è responsabile per le sue parole. Noi non ci riconosciamo in quello che si è detto su di noi. Se qualcuno tra noi sbaglia, fa soffrire noi più di voi. Ma non vuol dire che tutti sbagliamo. Come quando un italiano sbaglia, non tutti gli italiani hanno colpa. Approfittando di questa occasione, noi immigrati, in particolare noi africani, vogliamo farvi sapere che siamo qui per lavorare e partecipare allo sviluppo di questa città e della regione e nel futuro partecipare alle sorti della nazione italiana.

Noi siamo fieri del nostro impegno e del nostro sudore. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Allora noi dobbiamo parlarci, capirci e insieme riuscire ad andare avanti. Purtroppo le nostre condizioni di vita non ci permettono di farlo. Dopo una giornata di lavoro nei campi, abbiamo solo il tempo per fare un po’ di spesa e telefonare a casa e poi camminare a lungo fino ai luoghi in cui dormiamo. Noi stiamo nelle case abbandonate, senza luce né acqua. E’ una vita molto dura, ogni giorno.

Molti di noi non riescono a trovare una casa in affitto. Facciamo appello alla vostra sensibilità e intelligenza: siamo persone come voi, noi dobbiamo rispettare tutti e tutti devono rispettare noi. Tutti insieme dobbiamo trovare una soluzione perché ci possiamo integrare con tutti i cittadini – di Rosarno, di Roma, del mondo…

Auguriamo a tutti buon Natale e felice anno nuovo

   (foto Nico Musella)

 

Ai lavoratori di Rosarno

Avete lasciato i vostri affetti, la vostra terra e i vostri paesaggi, le vostre lingue, i vostri immaginari, le vostre fiabe, i vostri simboli perché qualcosa più forte di tutto, di tutto questo vi ha sospinto, travolto. Voi siete qui per dolore, per l’insulto della fame e della sete, della povertà totale, per la ferocia della guerra o della dittatura, perché la vostra vita stessa è negata. Perché a voi abbiamo tolto secoli fa, e ieri e oggi.

Dovremo lavorare insieme per estirpare questi mali profondi che sembrano oggi troppo estesi e crescenti, minacciano la vita del pianeta stesso.  L’amore, l’affetto, l’amicizia, non hanno nazionalità, la solidarietà non è lusso, è un dovere. Il rispetto per le donne, per gli uomini, per gli animali e le piante, per l’acqua, per l’aria: ecco cosa dobbiamo offrirci insieme. 

Le religioni non possono separare.  Le diversità sostanziate su questi assunti universali non possono ferire. Anzi il viaggio della vita potrà diventare bellissimo proprio per le infinite bellissime cose viste e vissute che ci sapremo consapevolmente scambiare, donne e uomini, nella immensa famiglia del mondo.

In questa parte del mondo dove vi trovate, le feste di fine anno sono (erano) anche  della tenerezza e della poesia, è così che vogliamo ricambiare. Auguri.

UDI reggiocalabria

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auguri

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mediterranea

 

Udi Catania -  speciale dicembre 2011

Un anno di primavera araba / Dov’è l’Europa / E le donne?

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***

 

UDI Catania – novembre supplemento

“Spero che ogni donna sia protagonista di un cambiamento in nome della legalità: in Calabria sono loro l’ago della bilancia, è grazie alle donne che la mafia può essere battuta”. E l’auspicio lanciato dal magistrato Michele Prestipino, della DDA di Reggio Calabria …

L’identikit del ‘boss in gonnella’ / Se le donne calabresi rompono l’omertà

Mediterranea_suppl nov11

Mediterranea_nov11

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Angela Montagna

Angelina Montagna, più nota come Angela Casella e Mamma coraggio, se ne è andata qualche giorno fa. Suo figlio Cesare fu rapito nel gennaio del 1988 dalla mafia calabrese, tenuto segregato sulla montagna dell’Aspromomte locrese e liberato a gennaio del 1990, dopo 743 giorni. Angela sprigiona tutta la sua forza vitale di donna e madre nella decisione di sfidare un intero territorio percorrendolo casa per casa. Si incatena ad una cabina telefonica nel cuore del labirinto mafioso, nel disperato tentativo di cercare solidarietà e affetto tra le donne. Un antichissimo istinto che ha più radici nella parte femminile della specie, nelle società matrilineari, che nella parte maschile spinta a cercare alleanze e complicità nella forza, nell’assoggettamento e nello scontro guerresco. Angela al di là di liturgie ideologiche ha praticato d’istinto quella che può essere chiamata politica dell’incontro e della relazione contro un pericolo mortale, la perdita di un figlio e del suo stato stesso di madre. Franca ce ne offre un ricordo.

   

Angela parla con una donna di Ciminà

 

abbraccia le donne della Locride

 

 si incatena a una cabina telefonica a Platì (foto Ansa)

 

QUANDO nel 1989 Angela Casella venne in Calabria per chiedere la liberazione del proprio figlio, sequestrato dai mafiosi, immediatamente si pensò di definire il suo gesto a partire dal suo ruolo familiare e la si battezzò “mamma coraggio” – come i giornali hanno ricordato in questi giorni in occasione della sua morte. Oggi che Angela è morta, non mi interessa ricordare il fastidio e il disagio, che insieme ad altre, provai di fronte alla retorica dell’eroismo “naturale” di una madre per il proprio figlio di cui grondarono tutti gli interventi e manifestazioni.

Voglio invece ricordarla con la lettera che le inviai quando, per la seconda volta, nel 1992, tornò in Calabria. Tornò come candidata al Senato nel collegio di Lamezia Terme nelle liste della Dc. Allora lei disse che ciò che l’aveva spinta ad accettare la candidatura era stato il suo desiderio di combattere la mafia, non più da madre ma da donna. L’accoglienza che le fu riservata fu ben diversa da quella della prima volta. Anche da parte di donne dell’antimafia. Decisi allora di scriverle.

“Cara Angela Casella, è alla donna, non alla madre, né alla candidata che scrivo, per esprimerle tutta la mia più sincera ammirazione per la sua grande ambizione a voler combattere la mafia, a partire dal suo desiderio. Quando è venuta, la prima volta, in Calabria, in quanto madre, io non ho partecipato alle manifestazioni contro la mafia, né sono venuta ad esternarle la mia solidarietà, non perché non sentissi “pietà” verso la donna, alla quale era stato tolto il figlio, portandola alla disperazione, ma perché ho sentito un grande fastidio per tutto quel “rumore” della stampa, dei partiti, dei sindacati, delle Associazioni antimafia che, ancora una volta, esaltavano il martirio “naturale” di una madre per il proprio figlio. Ho visto, allora, molta retorica e molto spettacolo e sul quel palcoscenico molte donne vi sono salite, le stesse che, in questi giorni, l’hanno respinta ed insultata solo perché ha avuto l’ardire e l’indecenza, questa volta, di parlare e di presentarsi solo come “donna”, con le sue ambizioni e desideri, e non in quanto madre e moglie “gloriosa”. Questo al di là della sua scelta di candidarsi nella Democrazia Cristiana, scelta che rispetto pur non condividendola. E’ la sua ambizione e il suo sincero desiderio di combattere la mafia che, oggi, mi avvicina a lei, anche se per farlo, io e lei, abbiamo scelto luoghi e modi diversi. Io, infatti, insieme ad un’altra donna, ho incominciato a riflettere sulle mie ragioni nella lotta contro la mafia e su come, da insegnante, educo o no le ragazze ad una cultura anti – mafia, tentando di educarle alla libertà e all’amore femminile per la madre. Sono consapevole della mia estraneità alla società e alla cultura mafiosa – patriarcale, la quale si sostiene e si alimenta dell’amore, del lavoro, della complicità – colpevole delle “loro donne” (madri, mogli, figlie, sorelle). Sottrarre il sostegno, l’amore, delle donne ai mafiosi è togliere loro gran parte della loro forza. Vivere ed educare le ragazze nella e alla fedeltà a se stesse permette di riconoscere nell’ambizione e nel desiderio di un’altra donna (una donna come lei) potenziale forza femminile nella lotta alla mafia. Il mio bisogno di scriverle, per esprimerle tutta la mia simpatia, è nato dal “fastidio” che, questa volta, ha suscitato in me la reazione “scomposta” di alcune donne, le quali hanno celato la loro incapacità a riconoscere ed ammirare la sua grande ambizione, dietro a questioni di metodo o di appartenenza al proprio partito. Nell’esprimerle, ancora una volta, tutta la mia ammirazione, la saluto con molto affetto e le faccio tanti auguri perché possa essere eletta.”

Angela Casella mi rispose, ringraziandomi per la “graditissima” lettera.

Addio Angela e grazie per aver capito, prima di altre/i, la forza femminile nella lotta alla mafia.

Franca Fortunato 

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“Non nascondiamoci dietro un dito”. Per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili

“Dietro il dito dei luoghi comuni, degli stereotipi o dei pregiudizi ci sono le vite di tante donne e tanti uomini, vite fatte di legami affettivi, di amore, di una casa comune, spesso di figli. Di queste storie d’amore e di convivenza ce ne sono così tante che non possono più nascondersi dietro un dito”

Oggi alle 10,30 si è tenuta a Palazzo San Giorgio la conferenza stampa relativa alla campagna “Non nascondiamoci dietro un dito”, promossa dal movimento Energia Pulita, con la partecipazione di associazioni, soggetti politici diversi e singol* cittadin*. Il progetto consiste nella sensibilizzazione sulla necessità di istituire un registro comunale delle unioni civili, omosessuali ed eterosessuali, come già hanno fatto diversi comuni (Bagherìa, Pisa, Empoli, e altri), in assenza di una normativa nazionale in merito. La stessa Regione Calabria risulta, da statuto, favorevole a una normazione sul tema.

La conferenza cade in un giorno particolarmente importante, la giornata internazionale dei diritti umani, ed è infatti in primo luogo sul piano dei diritti umani che si tratta di affrontare la questione, come è stato ribadito dai presenti.

A presentare il progetto, che non si esaurisce nella sensibilizzazione ma che torna per la seconda volta come proposta nel consiglio comunale reggino, sono stati Laura Cirella, amica dell’UDI rc e tra le promotrici del movimento Energia Pulita, i consiglieri comunali Demetrio Delfino e Nino Liotta, il presidente dell’Associazione Arcigay “I due mari” di Reggio Calabria Andrea Misiano, e l’associazione Ghineca con Silvia Raschillà.

Vorrei proporre alcune considerazioni. C’è più di un denominatore comune nelle rivendicazioni degli e delle omosessuali e in quelle delle donne.

1)      L’abisso, particolarmente profondo in Italia, tra diritti formali e diritti sostanziali. I diritti formali, nella fattispecie, propugnano parità di diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine; di fatto, però, le donne sono sottorappresentate e nella vita devono affrontare infiniti ostacoli in quanto donne. Le coppie omosessuali sono le “grandi invisibili” persino nel diritto, benché la Costituzione sancisca l’uguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le cittadine a prescindere da ogni genere di differenza.

2)      Per millenni – terzo compreso – si è ritenuto che le donne fossero per natura deboli, inferiori, sentimentali, incapaci di fare certi mestieri, materne a prescindere, maliziose per costituzione, portatrici di un tipo di ragione (la “metis”) inferiore a quella maschile (il “logos”). Delle unioni fra omosessuali si dice, parimenti, che siano contro natura. Il meccanismo ideologico è lo stesso: si strumentalizza il concetto di natura, applicandolo a uno status quo di potere che di naturale ha ben poco. Noi diffidiamo di questo criterio strumentale di “Natura” e crediamo che sia innanzitutto riconoscendo la matrice culturale, quindi variabile e discutibile, dell’invisibilità giuridica delle coppie omosessuali, ovvero delle rappresentazioni di un genere femminile “deficitario”, si possa ambire a una sostanzializzazione e universalizzazione dei diritti.

Per quanto riguarda le/gli omosessuali, inoltre, e ciò è stato anche ribadito in sede di conferenza stampa, il mancato riconoscimento giuridico delle loro unioni è persino incostituzionale (lo sostiene anche Persio Tincani nell’interessante libro “Le nozze di Sodoma”, L’Ornitorinco); di più, la legge italiana non si pronuncia affatto esplicitamente contro le unioni omosessuali. Ciò che costituisce un ulteriore incoraggiamento ad attuare, al momento solo a livello comunale (ma si spera, presto, in ambito nazionale), delle proposte per il loro riconoscimento giuridico.

L’UDI Le Orme di Reggio ha sottoscritto la proposta perché crede nell’importanza e nell’urgenza dell’universalizzazione dei diritti, che includa nel rango dei beneficiari dei diritti tutti coloro che non trovano rappresentazione giuridica, ma che esistono e che spesso subiscono le conseguenze di questo silenzio giuridico in termini di disparità di diritti. Si è parlato, infatti, delle difficoltà nell’assistenza al compagno/alla compagna malato/a, all’inaccessibilità all’eredità del compagno/della compagna defunto/a, all’inaccessibilità all’edilizia popolare e via dicendo, per le coppie di fatto.

Personalmente sono a favore dell’istituzionalizzazione del matrimonio fra omosessuali. Ma riconosco valore e importanza anche alla proposta di un registro delle coppie di fatto, pensando a coloro che concretamente costituiscono delle famiglie a pieno titolo –  famiglie anzitutto affettive, al di là dello schema, trito e ormai quasi anacronistico, di famiglia intesa esclusivamente e rigidamente come “padre+madre+figlio/a”. La società si è mossa oltre, l’istituto matrimoniale è in crisi, probabilmente anche perché sono in molti a non riconoscersi in un istituto giuridico millenario, spesso associato a criteri patriarcali, sorpassati. Con ciò non intendiamo affatto screditare l’istituto matrimoniale civile, ma prendiamo atto dell’evoluzione sociale che porta ogni anno sempre più coppie a rifiutare quel tipo di riconoscimento, e che è penalizzata per questa scelta etico-politica in modo discriminatorio.

Il silenzio giuridico porta a discriminazioni quotidiane, che è urgente superare nell’ottica di un paese civile quale l’Italia si qualifica di essere, e, nella fattispecie, di città metropolitana  quale Reggio Calabria è rappresentata mediaticamente e, si spera, presto anche sostanzialmente.

Denise

Video “Non nascondiamoci dietro un dito”: http://www.youtube.com/watch?v=uYunFu62gfA

 

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Architetture del desiderio

Riceviamo da Franca.

Architetture del desiderio

a cura di Bianca Bottero – Anna Di Salvo – Ida Farè

ed. Liguori  pgg. 157 – €19,90

Emerge dall’insieme un quadro vivissimo dei modi creativi con cui le donne si esprimono, per affermare la bellezza, la convivenza, la memoria delle loro città e dei conflitti che guidano in prima persona contro il malgoverno che, nell’Italia di oggi, devasta la qualità degli spazi pubblici urbani e quindi la ricchezza intrinseca della polis.

Recensione di Franca Fortunato

IN questo periodo in cui l’Italia intera frana, si sgretola, sotto la pioggia, al nord come al sud, trascinando nel fango cose e persone, appare di grande attualità il libro, uscito da poco, dal titolo Architetture del quotidiano, edito da Liguori. Curato da Bianca Bottero, Anna Di Salvo e Ida Farè, il testo è nato da un convegno del 2008 dal titolo Microarchitetture del quotidiano: sapere femminile e cura della città, organizzato da donne e uomini della rete delle Città Vicine, in relazione con architette, urbaniste e docenti del Politecnico di Milano e dello storico gruppo “Vanda”.

La città, con le sue abitanti e abitanti è al centro di questo libro, in cui si rende visibile un agire e un pensare, più di donne che di uomini, che hanno a cuore la cura del territorio a partire dai corpi che la abitano e dalle relazioni che l’attraversano. Oggi più che mai serve la consapevolezza, espressa nel libro, che il sapere della cura e le pratiche femminili possono orientare e fornire nuove chiavi interpretative al modo d’intendere lo spazio urbano anche da parte di ingegneri, urbanisti, designer, ambientalisti, tecnici. Un sapere che dalla scienza della casa si apre al desiderio più ampio di “una città dove il pubblico si fa domestico”.

Il libro, attraverso i racconti delle protagoniste e protagonisti, dà conto del lavoro simbolico e delle lotte con cui, in tante città, Comitati civici, associazioni, gruppi spontanei di cittadine e cittadini in relazione tra loro, si riappropriano, della cura della città e di chi la abita, partendo dal proprio desiderio. Non c’è lamento, non c’è schieramento o opposizione a tutti i costi, ma assunzione di presa in carico, a partire dal proprio desiderio, da parte di ognuna e ognuno di ciò che serve al bene comune. Salvare e difendere la città, con pratiche creative, dalla distruzione di parchi, giardini, ville, case barocche,  per fare posto a centri commerciali o a parcheggi sotterranei, è possibile. Salvaguardare la memoria dei luoghi, la salute propria e della propria terra, col presidio del territorio destinato ad inceneritori e con l’organizzare Comitati, come “Donne 29 agosto” di Napoli, per la raccolta differenziata, è possibile.

Spostare lo sguardo sulla propria città dal denaro alle relazioni, dal profitto al bene comune, dal mercato alla vita, è possibile. Il libro non fa che rendere visibile tutto ciò e altro. Catania, Foggia, Catanzaro, Milano, Firenze, Roma, Mestre, Bologna, Verona, Chioggia, Napoli, sono solo alcune delle città presenti nel libro, dove lo spostamento di sguardo trova nell’esperienza artistica l’insegnamento “ a vedere,  riconoscere e preservare la bellezza più o meno manifesta del contesto in cui si vive”. Da questa si può affrontare il negativo che ci circonda.” Un libro ricchissimo di esperienze, di pensiero e pratiche politiche che fanno  luce nel buio della cementificazione selvaggia del territorio e delle scelte urbanistiche avventate,  di cui  stiamo pagando le tragiche conseguenze. Un libro che orienta nel cambiamento di cui oggi, più che mai, c’è bisogno per salvare le città, la terra, la vita per noi e le generazioni che verranno.

***

(dal libro pg. 6)

“… In una di queste periferie c’è la mia casa. Proprio di fronte a me ho visto in questi ultimi anni lo scempio più evidente del territorio: là dove si estendeva un prato selvaggio, che in primavera si copriva di fiori e di erba ondeggiante al vento, oggi sorgono file continue di case, alcune così alte che la montagna retrostante, che prima delimitava il mio orizzonte, ne è stata nascosta. La città disordinata, speculativa è dunque sempre più brutta. Di una bruttezza da cui, però, non mi lascio schiacciare, perché dalla politica delle donne e dalla rete delle Città Vicine ho imparato a riconoscere il bello delle relazioni. Perché nella mia casa, dove trascorro gran parte del tempo a leggere e scrivere – oggi insegno e collaboro da giornalista pubblicista con “Il Quotidiano della Calabria” – mi piace accogliere le mie amiche per condividere idee, passioni, desideri e iniziative nella città…”

(Franca Fortunato, La città che abito)

(dal libro pg.151)

“…La novità di questa pratica politica è che a Catania, per la creazione di performance e installazioni, non chiamiamo a intervenire artiste e artisti esterni, ma realizziamo le opere insieme agli abitanti, studenti e donne e uomini di altre associazioni, facendo ricorso alle competenze artistiche di ciascuno e adoperando materiali che fanno parte delle nostre vite, recuperati in ambiti che ci sono familiari. Ogni successo, ogni passo avanti è quindi frutto di un lavorio minuto, fatto di relazioni ed elaborazioni che non si esauriscono con la realizzazione delle opere, ma che anzi iniziano proprio dalla loro creazione. Le opere assumono cosi una funzione archetipa, perché costituiscono il precedente che tiene unito simbolicamente ogni elemento, rendendolo parte integrante del contesto, in vista di nuove, possibili iniziative. Gli abitanti dei vari quartieri, coinvolti nelle pratiche artistiche, scoprono l’amore per l’arte incontrandola attraverso il desiderio per la città. Inoltre osservando quel che avviene in luoghi più o meno vicini intrecciano reti di relazioni e scambi d’esperìenze … “

(Anna Di Salvo, Le molte dimensioni dell’arte)

    

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25 novembre

Ogni cinque donne in Europa, una è vittima di violenze (fonte Amnesty I.). Dovunque: in casa, sul lavoro, per strada, al parco, in discoteca… E se allarghiamo lo sguardo incontriamo le più assurde e feroci negazioni dei diritti sanciti come universali.

La violenza esercitata ha una graduazione che va dalle forme più sottili, psicologiche, di linguaggio, di subordinazione, ai maltrattamenti fisici, alla morte.

Anche impedire alle donne di decidere del proprio corpo di fatto o con leggi istituzionalizzate è violenza, come in casa nostra, o negare le medicine come in Sierra Leone.

Le infermiere ti trattano male, non si capisce quello che dicono. Ho provato a spiegare, le ho scongiurate. Mi hanno detto che stavo facendo perdere tempo e mi hanno cacciata via. Ho pregato e pregato, ma niente soldi, niente medicine. Parlano di cure gratuite, ma non se ne vedono qui. (Hawa, 28 anni incinta, Sierra Leone).

La violenza sottile, quotidiana è statisticamente enorme, ce la ritroviamo in casa e sul pianerottolo nella porta accanto sotto forma di divieti, contrasti, asprezze, tutele non richieste e non dovute, sottostima, che normalmente non si esercitano nella cerchia maschile. Fino alle più dolorose ed estreme: percosse, stalking, stupri, morte: una donna è uccisa ogni due giorni e mezzo. Se questa media è più o meno stabile non c’è casualità, è un costume, una cultura. I giornali e i media, nella grande maggioranza, continuano a non riconoscere e non indicare come femminicidio l’uccisione sistematica delle donne per mano maschile.

Un genere incapace di gestire il conflitto ricorre alla soluzione estrema della soppressione come soluzione finale.

Non se ne esce se non con una presa di coscienza individuale, che moltiplicata diventa consapevolezza e forza collettiva. Così ogni atto individuale consapevole diventa politico. Così si può parlare di politica delle donne senza in realtà praticare la politica attiva o essere iscritte a un partito. La fase successiva della conversione in legge va perseguita poi con tenacia, diversamente le proposte di legge giacciono nel sonno eterno.

Lo scambio, la partecipazione, l’opposizione motivata, la negoziazione… sono gli strumenti che dobbiamo utilizzare in forme interpersonali e collettive.

Molto è cambiato grazie ai movimenti delle donne. Nulla è stato regalato in termini di riconoscimento dei diritti. E nulla verrà regalato. Il corso verso una società più aperta e paritaria tra i generi è presumibilmente inarrestabile. Perché le tecnologie sebbene studiate e prodotte dalle tecnocrazie ancora patriarcali, diventano un’arma a doppio taglio: sanno utilizzarle anche le donne sempre di più. E la comunicazione è un’arma micidiale. E’ anche vero che contemporaneamente soffriamo di lunghe pause o processi involutivi. Ne abbiamo appena trascorso un ventennio.

Ma qualcosa cambia e cambierà con effetto domino. E non è detto che quel battito d’ala laggiù non produca un uragano proprio qui. O viceversa.

Manal e le altre hanno sfidato la monarchia saudita con un gesto privato e personale, ma che si è fatto politico: guidare l’auto, per loro vietata. Re Abdullah ha promesso qualcosa per il 2013.

Le donne egiziane sono appena uscite dalla dura forma del governo Mubarak anche per merito loro, nel movimento della Rivoluzione del 25 Gennaio. I militari ora al potere hanno fatto finta di non vedere e non sentire, ma loro sono tornate all’attacco e chiedono oggi uguaglianza di diritti e compartecipazione decisionale di governo.

La mortalità per maternità in Sierra Leone è fra le maggiori del mondo. Negare le medicine alle donne nel loro atto riproduttivo, è una violenza e una violazione dei diritti fondamentali. Dietro le pressioni di Amnesty I. e altri fronti, dal 27 aprile 2010 il governo concede a parole “Cure mediche gratuite” (Fhci), ma non di fatto.

Donne yemenite: protestano contro la fatwa favorevole alla repressione e cantano per le strade l’inno nazionale, persino nei villaggi contro i tagli all’elettricità e all’erogazione dell’acqua, alcune avrebbero bruciato il velo davanti ai militari del regime presidenziale.

Si potrebbe continuare con le donne di Plaza de Mayo, che gridano la mancanza di lavoro è un crimine e una violenza, le donne di Ciudad Juarez, le donne per il diritto all’acqua, alle sementi…, le donne che si ribellano alla legge feroce delle mafie e sono sciolte o suicidate con l’acido, tutte le donne che nel privato e in pubblico strappano a forza pezzi di dignità per ricostituirla nella propria persona e nella persona di tutte.

E in casa europea molti sforzi si stanno compiendo sul piano istituzionale, con risultati a volte confortanti a volte deludenti. Il Consiglio dell’Unione e la Commissione hanno adottato una Carta delle Donne con una dichiarazione d’intenti per combattere la violenza nei confronti delle donne e stabilire la parità di genere attraverso una disegno politico. Tuttavia sono trascorsi già due anni e gli impegni concreti tra gli Stati tardano ad arrivare.

Il 10 e 11 maggio 2011, nella sessione a presidenza turca del Consiglio d’Europa tenuto a Istambul, 13 paesi del Consiglio d’Europa hanno firmato una Convenzione per prevenire e combattere la violenza di genere. Rispetto alle consimili precedenti deliberazioni si propone come un vero e proprio trattato internazionale vincolante. Ogni stato ha l’obbligo di fornire servizi specializzati alle donne vittime di violenza e di adottare delle procedure unificate dalla prevenzione alla pena. Il Trattato si configura come diritto internazionale, ma avrà valore di legge solo dietro ratifica del Parlamento nazionale.

La violenza di genere ha raggiunto un livello intollerabile ed è purtroppo un fenomeno in continuo aumento: una donna su quattro in Europa subisce violenza durante la sua vita, a scuola, in ufficio e soprattutto in casa, poiché il pericolo maggiore viene da persone conosciute, quindi di cui la donna si fida, principalmente il partner … Le denunce continuano ad essere molto rare,  così come le condanne, pur in presenza di arresti immediati dei criminali da parte della polizia, e che però, in assenza di prove certe, fa sì che questi continuino a girare liberamente.

Sono quattro le fasi determinanti contenute nella Convenzione: prevenzione del reato, protezione delle vittime, azione giudiziaria sui colpevoli e politiche più coordinate, che, attingendo all’esperienza di ogni paese, formeranno un’unica struttura di diritto internazionale (Thorbjorn Jagland, segretario generale, nel presentare la Convenzione a Istambul).

La Convenzione è anche aperta ad altri stati oltre a quelli dell’Unione. Ad oggi 17 paesi hanno controfirmato ma non è stata ancora ratificata da nessuno. L’Italia, il governo di Berlusconi, non l’ha nemmeno firmata.

Qualora riuscissimo a far scomparire le forme di violenza esercitate nei confronti delle donne avremmo raggiunto una pienezza di sensibilità, che si riverserebbe anche sugli uomini, sugli animali, sugli ecosistemi. Su ciò che genera la nostra vita.

 

***

mediterranea

UDI Catania – novembre 2011

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Un bene comune

ONCOLOGIA AL CIACCIO UNA REALTA’ DA TENERE STRETTA

LEGGO su questo giornale che, ancora una volta, c’è chi pensa di chiudere il Centro oncologico Pugliese-Ciaccio per “fonderlo” con l’università. Ci aveva provato l’ex governatore del centrosinistra Agazio Loiero con un colpo di mano, alla vigilia delle elezioni amministrative, suscitando l’indignazione e la disapprovazione generale.

Oggi ci riprova il governatore del centrodestra, Giuseppe Scopelliti, che, per non essere da meno del suo collega che l’ha preceduto, non solo ha sottoscritto un accordo con il Rettore dell’università per cancellare il Centro, ma ha già deciso che al suo posto sorgerà un Centro di riabilitazione. Chi come me da anni è costretta a frequentare quel luogo per essere curata, seguita, sempre con la speranza nel cuore della guarigione, sa cosa significa trovarsi all’improvviso di fronte a una tale decisione, che sconvolge la tua vita senza che nessuno te ne abbia chiesto il permesso. Nella “sfortuna” mi sono sentita sempre “fortunata” perché ho potuto curarmi nella mia città, restando accanto ai miei cari. Mi sono sentita “fortunata” che in questa città ci fosse un dottore come il dottore Molica e la sua equipe, che avevano lavorato per prepararmi un luogo accogliente, umano, sereno e di altissima professionalità, con tecnologie e protocolli di cura avanzati. Mi sono sentita “fortunata” di aver ricevuto le stesse cure che avrei avuto in qualsiasi Centro d’eccellenza d’Italia. La mia “fortuna” è stata di aver trovato in quel luogo l’essenziale per chi si affida alle mani di medici ed infermiere/i.

Vi ho trovato uomini e donne, preparati/e professionalmente e umanamente, che mi hanno permesso di affrontare la chemio con serenità e di continuare ad andare ai controlli periodici con la speranza nel cuore e la tranquillità che li avrei sempre trovati in quel luogo. Ora questa certezza e questa serenità Scopelliti e il rettore dell’università, un signore che neppure conosco, hanno deciso di togliermele. Con il loro accordo gli interessi di chi hanno fatto? Non certo i miei e quelli delle tante ammalate e ammalati del Centro. Non so se la città si ribellerà ancora una volta, come un anno fa, ma mi colpisce il silenzio che oggi regna sulla vicenda, anche da parte delle attuali amministrazioni locali, pronte a gridare allo scandalo se a decidere di chiudere il Centro è l’avversario politico e zitti se lo decide il governatore amico.

Mi colpisce il silenzio di colui che un anno fa, da rappresentante sindacale insieme ad altri, creò un Comitato in difesa del Ciaccio contro quella che definì una “beffa”, ed oggi da consigliere del centrodestra e presidente della Commissione urbanistica non dice una parola. I governanti amici non si criticano, si lusingano, si applaudono e un giorno si e uno pure si lodano, per quello che fanno, come sta capitando in questa regione. In questa città si sta permettendo al governatore Scopelliti di cancellare un Centro di eccellenza, di distruggere professionalità e vite umane a favore di una Fondazione, che ancora non si sa bene neppure cosa sia. E intanto la città si impoverisce, nell’indifferenza generale, rendendo la vita ad ammalate e ammalati ancora più difficile e triste. Il dottore Molica e la sua equipe hanno dato tanto in questi anni a questa città. Ora tocca alla città ricambiare con riconoscenza e gratitudine, mettendo da parte tutte le appartenenze, con la consapevolezza che quel Centro va difeso e protetto, perché non si può consentire a nessuno di distruggere un bene comune.

Franca Fortunato

[Quotidiano della Calabria/14.11.2011]

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XV° Congresso UDI – Bologna

 

RIFLESSIONI POSTCONGRESSUALI

Al XV° Congresso UDI abbiamo partecipato in tre, appartenenti a UDI le Orme di Reggio Calabria. Una partecipazione che abbiamo il piacere di definire storica, al di là degli avvenimenti. 

Supero la descrizione analitica dei fatti, che pure ho annotato con precisione. Mi soffermerò su qualche riflessione che si è imposta dopo l’esperienza delle due giornate e mezza di Congresso, che per altro deve ancora portare a termine i lavori.

L’UDI della Cappella Farnese è apparsa spaccata. La frattura ha insieme connotazione generazionale e di appartenenza. Generazionale perché il gruppo di donne frazionante è delle trentenni-quarantenni. Di appartenenza perché con ogni evidenza è legato al gruppo dirigente che ha coltivato la scuola politica.

E’ certo una stupidaggine competere tra generazioni anziane e giovani, opporre una chiusura laddove si dovrebbe in primo luogo trasmettere e ricevere da una parte e dall’altra. Ma non è una stupidaggine pensare che esista un conflitto generazionale, di contesti. Nei termini, oggi, in cui non è mai esistito.

Una certa generazione iperprotetta affettivamente, e quindi anche fragile, educata in assenza di limiti e divieti, complici forti modelli mediatici, cresciuta in un mondo in cui il rispetto cede allo sberleffo e il linguaggio ad un fraseggio meccanico e insolente dovrà pur dare il suo saggio comportamentale pubblico e manifestare il suo stile appena arriva ad esercitare un potere o manifestarne il desiderio. In questo blob-contesto le anziane e gli anziani non servono, impacciano, rallentano. Sono la morte del dinamismo muscolare e mediatico attuale, l’anti-bellezza. Meritano le parodie pubbliche mortificanti di certi programmi televisivi.

E’ così anche nell’UDI si è avvertito un vento che alita tratti del modello appena descritto. Sberleffi di basso profilo che è bene non amplificare. Non ho sentito o letto nessuna sdegnarsi dall’interno, anzi: una sfilza di mi piace su Facebook.

Un pedigree preteso e ostentato, l’irrisione o disprezzo aperto verso le diverse, le avversarie, le incontinenti, nasconde una scorza di intolleranza. E ancora: Ci riprenderemo l’UDI ci organizzeremoriuniamoci a Roma se la vedranno con noila mia UDI … A poche ore dal termine della seduta congressuale.

Rottamatrici al contrario, sicure che non serve un ricambio dopo dieci anni di stessa conduzione, sicure che la linea seguita non sia discutibile, e soprattutto sbagliando sulla proprietà, perché l’UDI non è di nessuna. Bisogna solo lavorare in sorellanza e solidarietà anche nel dissenso.

E’ bene ricordare che UDI nazionale è solo un’indicazione funzionale-geografica e non di struttura, giacché la struttura UDI è federativa, senza gerarchie e assolutamente aperta in autogoverno dove le funzioni direttive sono delegate e non autonome e sovrastanti. L’attività della funzione delegata è sottoposta, dice lo Statuto, a verifica annuale dietro relazione scritta, a garanzia di derive decisioniste o peggio autoritarie. Se ci sono malumori o contestazioni, basta confrontarsi, discuterne senza separatismi udichesiamo, nel migliore-peggiore stile partitico. E dileggio pubblico, intollerabile.

Da questo punto di vista avremmo voluto che i lavori congressuali piuttosto che alle autocelebrazioni si fossero protratti fino a notte alta sul raccontare e raccontarsi della politica presente e futura dell’UDI. Politica dell’UDI in una accezione grande e integrale, non di scuola politica intimista dell’UDI.

Qualcuna tempo fa scrisse: non vi spaventate signori uomini se noi donne andremo al potere, perché penseremo prima al vostro bene e poi al nostro come siamo state abituate a fare da sempre … La oriento verso la politica dell’UDI che non può che pensare in termini di benefici per tutte, ma in primo luogo per le nuove generazioni, qualunque sia la reggenza. Meraviglia non poco invece la rivendicazione delle 30-40enni arroccate attorno ad una figura direttiva che ha rappresentato forse per loro un riferimento imprescindibile o perfino materno, ma che si è rivelato ad altre centralista e mono-dirigenziale. La successione di una carica, l’agone politico, può comportare scontri e confronti, consensi e dissensi, ma l’alternanza è da considerare un inevitabile giusto ancoraggio democratico. Soprattutto quando i tempi lunghi e le ambizioni fanno diventare la conduzione una monocrazia manifesta o larvata. La competizione può essere fortemente liberatoria, ma non mai saccheggiatrice ed offensiva. A meno che il berlusconismo sia una metastasi talmente indistinguibile da esserne portatrici sane.

L’UDI ha creato in questi anni diverse campagne difficili e importanti che hanno impegnato tante donne e richiamato molte all’Associazione. Di questo non possiamo che essere fiere, tutte. Ma spingiamoci oltre. Chiediamoci se e quanto siamo riuscite a incidere, e se c’è stato un cambiamento di mentalità nella società grazie alle nostre campagne, o un risvolto legislativo; quali strategie di comunicazione che non siano casalinghe o dilettantesche abbiamo adottato o dovre(m)mo adottare, se la nostra ottica non sia sociologicamente povera, fino dove abbiamo osato, dove non abbiamo osato, quale la ricaduta politica nella vita delle donne.

Celandosi dietro la maschera dell’efficienza – scrive U. Galimberti, riportandolo da da J Hillman – il potere ottiene da un lato l’ubbidienza dei subordinati, inducendo in loro un pensiero a breve scadenza, per cui non si guarda più intorno e in avanti e a lungo termine sui valori di fondo della vita con conseguente atrofizzazione dei sentimenti … e il semplice fare trova la sua giustificazione indipendentemente da ciò che si fa.”

Questo sguardo lungo che poi è anche capacità di autocritica, lungimiranza e valutazione degli effetti, manca, ma è necessario. Altrimenti rischiamo di girare in tondo, ma intorno a noi stesse in slanci autoreferenziali, pur in una laboriosa efficienza …

E nonostante le varie iniziative, l’UDI appare a me e a molte, in una situazione di isolamento e ombra. Nei giorni di Congresso, evitando fanatismi, e controproducenti  defezioni, avremmo potuto o dovuto azzerare arroccamenti intorno ai propri assunti, cariche acquisite, prestigi, attaccamenti sentimentali e altro, discutere e concordare. Ridisegnare la politica piuttosto che acquiescere nell’impolitica generale. Ma, nell’assenza di una progettazione oculata dei tempi, poco spazio si è dedicato a discussione e proposte. E consequenziale è stato il rinvio ad una assemblea ristretta delle elezioni di rappresentanze e organismi statutari, che dovrebbero invece essere espresse da un consesso il più possibile allargato. Questo è motivo di preoccupazione.

Non è scaturito dal Congresso chi e cosa sarà l’UDI di domani né di quest’oggi così difficile e involutivo per le donne, quali saranno i nostri obiettivi principali, quali le strategie, quali gli interlocutori … E dunque  non si è parlato di POLITICA delle donne. Forse l’abbiamo fatta seduta stante in un modo sui generis, con un personale che un tempo si diceva fosse politico, ma con altri sensi. D’altra parte ci eravamo assuefatte in questi due anni di attività territoriale reggina nell’ambito UDI ad uno stile dirigenziale che si opponeva fortemente ad un rapporto dialettico con le figure politiche e istituzionali tradizionali, partiti, sindacati, ecc. e ad iniziative che presupponevano contatti e convergenze pur nella assoluta autonomia, con le stesse forze, per serie necessità territoriali.

Nella stessa sala congressuale si è negato l’intervento a donne di partito che avevano chiesto di intervenire. Il Congresso è una specie di ecumene dove il dire e l’ascoltare per decidere-fare contempla la presenza anche di personalità non allineate e di diversi orientamenti culturali e politici. La pregiudiziale del rifiuto di ascolto in quanto donna di partito è insensata e offensiva. Perché non riconosce primariamente il soggetto donna ma l’appartenenza, come dire tu non puoi parlare in quanto prete, tu in quanto proveniente da Bufalonia e così via. In una struttura orizzontale aperta è impensabile. E’ giustificato solo per gravi connotazioni: rappresentanza o propaganda di idee o forme politiche razziste o violente. La donna politica fa la passerella? Si dissuade e si controbatte. Fa propaganda? Si contesta. La si inchioda alle sue responsabilità in quanto donna e in quanto politica. Basta avere sicurezza di pensiero o costruirsela, perché l’avversario si affronta per ordinarietà, se non lo si teme. 

L’UDI ha scelto di guardarsi sia all’esterno che al suo interno dalle influenze di potere, per una consapevole indipendenza. Sembra un controsenso poi, che voglia rifuggire da forme di potere che possano limitarla dall’esterno, ma non sappia riconoscerne i lineamenti all’interno.

Oggi il potere è diventato più subdolo, più mascherato, più nascosto, ma proprio per questo più pervasivo, fino a permeare il nostro inconscio, al punto di farci apparire ovvia quella che in realtà è una sua imposizione. Per rendercene conto dobbiamo domandarci se abbiamo del potere un concetto troppo grossolano al punto da non riconoscerlo proprio là dove ci assedia. Il potere non si presenta mai come tale, ma indossa sempre i panni del prestigio, dell’ambizione, dell’ascendente, della reputazione, della persuasione, del carisma, della decisione, del veto, del controllo, e dietro queste maschere non è facile riconoscere le due leve su cui si fonda: il controllo assoluto delle nostre condizioni di vita e la massima efficienza delle prestazioni che ci sono richieste. (U. Galimberti, I miti del potere).

Questa metodologia di analisi l’abbiamo sempre applicata per scoprire e riconoscere gli attributi e le forme del patriarcato, ma deve valere anche per riconoscere quelle che potrebbero essere delle forme circolari di dolce matriarcato organizzativo al nostro interno.

E a proposito della rotazione dell’incarico alla delegata, da una mail inviata in risposta ad una interlocutrice:

due o tre anni, il tempo di disegnare e completare un progetto, così nessuna si affeziona troppo all’arredamento e non mette su casa, da cui poi è doloroso sloggiare. In nessuna struttura aperta/orizzontale d’altro canto è pensabile per principio che una figura direttiva possa alloggiare per altrettanti anni [già dieci], che sarebbe una contraddizione nei termini. La struttura orizzontale è multiverso, abbiamone il coraggio. Ma un’altra contraddizione in questo senso è non accorgersi di sostituire i contenuti e i valori che deve esprimere la base associativa che li affida alla delegata, con quelli che la delegata e il suo gruppo autonomamente propone. Non è una questione di persona, ma di metodo … e si eviti di dire  demagogicamente che si vuole tornare sotto l’ascella del partito. I semplicismi viaggiano più velocemente e non aiutano a capire. Non solo, ma una volta consolidati è difficile smontarli. Se si continua a parlare di golpe, allora forse ci sono le pasdaran. Basta, per favore …

Aggiungo:

ho visto due donne, figure storiche, grandi donne dell’UDI allontanarsi in silenzio, sole, a chiusura del Congresso. Mi aspettavo un crocicchio di ragazze a salutarle ringraziandole per quello che hanno fatto anche e soprattutto per tutte loro, nella storia delle impegnative campagne per i diritti e la Liberazione. Indipendentemente dagli schieramenti. O Vasco Rossi merita di più?

Donne che a settanta-ottanta anni ancora affrontano un viaggio faticoso per essere testimoni di un Congresso. Che si adoperano ancora attivamente per l’UDI e con uno stile modesto ed elegante che non contraddistingue invece le frondiste contestatarie. Ringraziamole queste donne. Le nostre Madres de Plaza de Mayo. Sono rimaste in poche. Un brutto giorno ci mancheranno, spero lontanissimo. Ci verranno a mancare le loro voci che vengono da lontano, altisonanti o modeste, sempre fiere, coraggiose. E sapienti. Abbiamo da imparare ancora, perché una indiscutibile intelligenza  non basta da sola ad afferrare il senso profondo delle cose. Non precludiamoci la possibilità di crescere anche ascoltando chi ha molto da trasmettere attraverso l’elaborazione del suo pensiero e la preziosa ruggine degli anni. Saremmo meno libere oggi senza il loro impegno.

Queste note escono a distanza dalle polemiche, spero sopite, e a distanza dalla conclusione dei lavori congressuali di dicembre, nella speranza di una coraggiosa assunzione di consapevolezza in ogni senso.

Sono rimasti agli atti congressuali il documento propositivo preparato da UDI RC e una mozione politica, l’unica presentata, riguardante i rapporti con le realtà politiche e associative [DOCUMENTO_UDI_Rc-XV_CONGRESSO].

L’abstract di seguito per chi non avesse il tempo o la voglia di leggere integralmente il documento.

marsia

***

 [dall'abstract DOCUMENTO_UDI_Rc-XV° CONGRESSO_ab]

 

In Calabria, e non soltanto, le metastasi mafiose invadono il territorio con progressione geometrica. Le donne ribelli pagano con la vita. Suicidate, con l’acido. La situazione è gravissima ma sottopelle. Occorre dunque accettare di essere coinvolte, perché contro una dittatura sommersa non sono ammissibili né distinguo, né tattiche astensionistiche né pretese di dirigismo o leadership nei confronti di altre forze.

Anche … Per questo oggi forse la questione chiave è se lottare per la causa delle donne o invece puntare ad una più ampia rivoluzione (Cecilia Zecchinelli). Perché rischiamo di circoscrivere  le nostre lotte ad una scaletta ristretta di categoria.

La parità nelle istituzioni, il 50E50, è un obiettivo di giustizia che va perseguito. Ma forse non basta, il discorso della parità – è scritto nel  documento sul lavoro sottosopra_ManifestoLavoro - fa acqua da tutte le parti e il femminismo non ci basta più. Laddove le donne hanno raggiunto l’obiettivo paritario (Svezia, Norvegia, ecc.) permangono non solo disparità sociali, anche se attenuate, ma perfino un maschilismo-patriarcato latente che fa ostruzionismo. Ricordiamo anche che i paesi nordici sono ai primi posti per quanto riguarda gli stupri in Europa. ….

E la vita sociale, dappertutto, è diventata un incubo. Viviamo tra ansie, frustrazioni, ingiustizie. Un disastro di cui noi donne abbiamo la massima consapevolezza, perché forse le più colpite, anche se spesso partecipi.

Occorre una rivoluzione del Sistema di produzione e di Potere. Occorre  proporre nuove regole che scaturiscano finalmente anche dalla nostra concezione, quella femminile, di patria, guerra, stato, famiglia, lavoro … Ma, piegate a leggi economiche che ci fanno entrare in competizione tra di noi, invece di imparare a conoscerci, ammirarci e collaborare, spinte dal mito dell’efficienza a trascurare il nostro vissuto emotivo, difficilmente esprimeremo i nostri punti di vista in difformità da quelli acquisiti di matrice maschile, se non si cambia paradigma. Se non si impone una visione filosofica del mondo, una concezione del sociale non più solo come mercato, ma come luogo dello stare insieme e del cooperare. Come ambiente vissuto di relazioni e affetti.

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ITALIA, ore 21,47

 

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Quel dramma di Barletta

altra faccia della globalizzazione

IL 3 OTTOBRE al centro di Barletta crollava una palazzina, uccidendo cinque giovani donne, di cui una adolescente. Quattro di loro, Matilde, Giovanna, Antonella e Tina, erano operaie, che per 4 euro al giorno lavoravano, dalle 8 alle 14 ore, a seconda delle commesse, nell’opificio, ubicato nello scantinato della palazzina stessa, e una, Maria, era la figlia quattordicenne dei titolari del “maglificio”.

E’ passato un mese da allora e la città non le ha dimenticate, né il Presidente, Giorgio Napolitano, che il 4 novembre sarà a Barletta per ricordarle. Anch’io non le ho dimenticate e sono qui a chiedermi ancora il perché della loro morte, il senso del loro lavoro e di quel crollo. Io credo che le due questioni siano le facce di una stessa medaglia, che si chiama dottrina neoliberista e mercificazione della vita. La crisi economica, che stiamo attraversando, e che altri hanno attraversato prima di noi, è crisi di quel modello di capitalismo neoliberista che ha fatto del decentramento e polverizzazione della produzione, del lavoro nero, del sottosalario e del basso costo del lavoro, la sua bibbia, per arricchirsi ed espandersi globalmente.

Ovunque nel mondo ci sono donne, come quelle di Barletta, che lavorano per 3 o 4 euro all’ora, per un numero di ore indefinito. Ovunque, nel capitalismo globalizzato, ci sono richiedenti, come quello di Barletta, che accettano commesse alle condizioni dei committenti.

Chi sono gli sfruttati, chi gli sfruttatori?  Ho pensato molto a quelle donne e alla loro scelta di lavorare a quelle condizioni per poter sopravvivere, e ogni volta ai miei occhi si imponeva l’immagine dei loro giovani volti sorridenti, pubblicata su tutti i giornali. Volti di donne libere non di schiave, nonostante le condizioni di necessità. Si può essere libere nella necessità? Si, rispondo.  E’ quello che mi ha insegnato prima di tutto mia madre. Lei faceva la sarta, era molto brava, e quando lasciava la sua casa per andare a lavorare in quella delle “signore”, sue “clienti”, la sera tornava sempre più tardi. Io mi arrabbiavo, mi indignavo perché si faceva sfruttare. Lei mi rispondeva sempre che era vero, che le signore non erano mai contente, ma non si sentiva una sfruttata, perché stava bene in quelle case dove  parlava, comunicava, si relazionava alle altre e il lavoro non le pesava, il tempo passava velocemente. Io mi arrabbiavo per lei e credo che è stata quella esperienza che ha fatto, poi, di me una comunista. Volevo riscattare mia madre.

Oggi, che ho imparato a riconoscere la libertà di una donna, capisco la risposta di mia madre e il comportamento di quei familiari delle operaie di Barletta, che non hanno avuto alcuna parola di odio o di condanna per quel datore di lavoro, che non considerano un sfruttatore. Capisco anche Mariangela, l’unica operaia sopravvissuta, la cui prima preoccupazione è stata: <Quando esco dall’ospedale devo cercarmi subito un altro lavoro, ho tre figli e l’affitto da pagare>.  Mia madre non si sentiva una sfruttata, le operaie di Barletta neppure, anche se, sicuramente sognavano un lavoro migliore e un guadagno maggiore. Con questo non voglio dire che il lavoro nero, il sottosalario, frutto di un capitalismo globale avido, che nel Sud ha molte volte anche il volto delle organizzazioni mafiose, non si debbano combattere. Lo si faccia, ma non per liberare le donne, ma per liberare il mondo dalla cupidigia del denaro e del guadagno.

Da chi riceveva le commesse il loro datore di lavoro? Chi era la casa matrigna? Su quali scaffali, in quale vetrina di quale boutique finivano le loro tute e con quale prezzo?  Sono queste le domande a cui dobbiamo rispondere per sapere chi sono gli sfruttati e chi gli sfruttatori. Il crollo della palazzina è l’altra faccia di questo mondo globalizzato, le cui città, in mano alla speculazione e alla cementificazione, hanno smarrito il senso della cura e della responsabilità verso l’altra/o, verso le cittadine e i cittadini.

Franca Fortunato

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Un giorno le Donne dell’UDI

Un giorno le Donne dell’UDI hanno incominciato a conoscersi e a parlarsi, quelle di tutta Italia, quelle che erano state indotte a pensare di essere incompatibili, quelle che hanno scoperto che non era vietato, come sembrava, parlarsi. E, tra loro, molte si sono conosciute e riconosciute. Sono diventate, con la collaborazione e lo scambio di idee e pareri,  intellettualmente nazionali davvero, senza recinti. Così, avendo anche lavorato insieme, nonostante le difficoltà, si sono create relazioni umane e politiche.

Ricordo di aver ricevuto, un giorno, una telefonata in cui mi si chiedevano i nomi di tutte le donne che avevano svolto il ruolo di garanti  nella storia dell’UDI, ma chi me lo chiedeva voleva qualcosa di più, non la risposta che avrebbe potuto trovare in un archivio, voleva innanzitutto uno scambio, e così scatenò la mia curiosità. Trovai nomi e persone, narrazioni e storie, e ritrovai anche donne che avevo conosciuto e perso di vista. La mia prima interlocutrice sparì, ho scoperto poi nel tempo che è fatta un po’ così, a fasi alterne. Ormai la comunicazione era avviata e andava avanti, che lo volessimo o no. Così ho scoperto donne di grande valore e generosità, vere maestre, quelle che ti offrono senza imporre, e poi altre donne che hanno scoperto insieme a me che la fiducia è reciproca e non si costruisce, arriva e basta.

Tutte queste donne ormai si conoscono e parlano tra loro, la comunicazione si allarga e l’UDI è cambiata in modo irreversibile. Si è creata una relazione  che prima era come “bloccata” da pregiudizi e stereotipi forse, ma soprattutto da una specie di “paura”, come un’idea nata non so da dove, per cui non era “carino” e opportuno comunicare  con le altre.

“Paura”, l’ho sempre chiamata così, perché anch’io, che per natura non ne avrei avuta, sentivo che c’era qualcosa come un invisibile ma pesante lenzuolo che ricopriva le nostre riunioni e le nostre relazioni. Non era mancanza di fiducia, ma proprio “paura di non essere  o di non essere abbastanza UDI”. Essere UDI, ognuna declina questo strano verbo a modo suo. Ho ben chiaro che non si è l’UDI, ma che si aderisce all’UDI, una associazione di donne che ha iscritte, associate, tutte diverse tra loro e che hanno ognuna la propria storia, ogni donna che arriva, non importa quando, è una bella scommessa ed è prima di tutto se stessa.

Ho sentito spesso parlare di “prassi dell’UDI” quasi sempre con una accezione giudicante e restrittiva. Poiché la spiegazione non è certamente nello statuto, mi sono informata, e non ci sono risposte.  La praxis è azione, dovrebbe essere un complesso di attività che si propone una trasformazione dell’organizzazione sociale. Oppure procedure a cui ci si conforma, che si seguono come dogmi. Nel tempo ho potuto comprendere e credo che “prassi” siano quei paletti che alcune, ma non tutte possono spostare.

L’UDI è cambiata da quando molte delle donne  che ne fanno parte si sono scoperte a vicenda, e questo sta, lentamente ma costantemente, facendo cadere “la paura”.

Gemma

   

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Rivoluzionarie

 

(foto da wuz.it)

La politica delle madri

Le madri di Plaza de Mayo hanno vinto per i tanti loro “Figli”

CI CHIAMAVANO le pazze, e qualcuno pensava che fosse un’offesa. Certo, ci mettevano dentro i giovedì, e noi ritornavamo. Ci dicevano, eccole , le pazze. Le arrestiamo e loro ritornano. Ma noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli … E poi, perché no? Un po’ di pazzia è importante per lottare”. Sono parole di Hebe de Bonafini, presidente delle Madri argentine di Plaza de Mayo, che dopo il golpe del 24 marzo 1976, ebbero il coraggio di sfidare la dittatura e conquistare la piazza, decise a ritrovare i figli scomparsi. Caduta la dittatura, le Madri continuarono a chiedere giustizia ed oggi possiamo dire che hanno vinto definitivamente.

L’ultima condanna ai criminali argentini è di questi giorni. Alfredo Astiz, “l’angelo della morte”, che uccise anche la fondatrice delle madri, Azucena Villaflor, con altri undici torturatori dell’Esma, l’Auschwitz della dittatura argentina, è stato condannato all’ergastolo e altri 4 torturatori a 18, 20 e 25 anni di carcere. Madri coraggiose, che hanno saputo, con l’azione, tenere accesa la speranza, quando il futuro era buio, non solo in Argentina ma in tutta l’ America latina, dove governavano dittatori con il beneplacito della Cia.

Oggi, dopo più di 30 anni, tutto quello per cui le Madri hanno lottato è diventato coscienza collettiva. Il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla, l’Uraguay di Alvarez, il Brasile di Garrastazu Medici, appartengono ormai al passato. In Cile sette ex alti ufficiali dell’esercito saranno processati per il sequestro di tre uruguaiani, scomparsi subito dopo il golpe del 1973 che portò al potere Pinochet. In Uraguay la Camera ha approvato una legge che dichiara i delitti commessi durante la dittatura militare del ’73 – ‘85 crimini di lesa umanità e pertanto imprescrittibili, abolendo di fatto la legge sull’impunità. In Brasile il Senato federale ha finalmente approvato la creazione di una Commissione per la verità, che dovrà investigare sui crimini e abusi, violazioni dei diritti umani, durante la dittatura militare del ’64 – ’85. In Guatemala l’ ex dittatore Mejia, al potere dal 1983 al gennaio ’86, è stato accusato, insieme ad altri militari, di crimini di guerra e genocidio.

Le Madri hanno vinto, sono loro che hanno scavato sulla pietra per anni, giorno dopo giorno, senza violenza, senza disperazione, e alla fine le loro idee sono divenute coscienza collettiva. Questo vuol dire che “nessuno perde quando vincono le donne”, come titola Via Dogana, l’ultimo numero della rivista di pratica politica delle donne della Libreria di Milano.

< La storia –  scrive Rebecca Solnit – non è  un esercito, non si muove in linea retta, ma piuttosto come un granchio spaventato, o un rivolo di acqua che gocciola sulla pietra, consumandola>, il che vuol dire – come ci insegnano le Madri – che non sempre le conseguenze di un’azione sono immediatamente valutabili.

“Quello che a volte non riesce a milioni di persone, può riuscire a una decina di donne”, loro erano in 14 e, da quel lontano 1976, hanno cambiato l’Argentina e reso possibile, nel presente, l’elezione a presidente di una donna, Cristina Kirchner.

“Siamo figli delle Madri di Plaza de Mayo” disse il presidente Kirchner nel suo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, quel presidente che, insieme alle Madri e a tutto il popolo, si oppose alle politiche del Fondo Monetario, che portò l’Argentina al collasso con la crisi economica del 2001 – 2002.

E’ così che le Madri rivendicano i valori rivoluzionari e di giustizia sociale dei propri figli. Figli delle Madri sono Brasile, Bolivia, Cile, Uraguay, Venezuela, Equador che, da laboratorio preferito del neoliberismo alla fine degli anni ’70, divennero nel 2004 scenario di straordinari movimenti contro la privatizzazione dell’acqua, del gas naturale, delle terre, per la giustizia, la democrazia, la riforma agraria e i diritti dei popoli indigeni. Le questioni sollevate dalle Madri, dai popoli del Sudamerica e dal movimento per la pace, che irruppe nel mondo per prevenire la guerra in Iraq, sono oggi patrimonio comune, beni comuni, riconosciuti e riconoscibili nel movimento degli indignados, che hanno già di fatto dato vita a un nuovo ordine simbolico mondiale, di origine femminile, che pone al primo posto la qualità della vita, non il denaro e il mercato.

Franca Fortunato
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mediterranea

UDI Catania – ottobre 2011
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Avevo 15 anni quando conobbi mio marito …

Scavalcando ogni incombenza, non possiamo fare a meno di pubblicare questa straziante lettera di Giorgia (nome fittizio), che ripete un dolorosissimo copione, e pregando chiunque possa darle un aiuto anche di conforto di farlo contattandoci. Anche noi faremo quanto possibile per le nostre piccole forze. Giorgia sa usare da sé le parole giuste che le vengono dal profondo, e pone problemi legislativi-giudiziari della massima importanza per la difesa dei diritti e della dignità delle donne.   

Lettera di Giorgia

Salve, sto leggendo da un po’ il vostro interessante ed importante link e per quanto io abbia raccontato la mia storia tante volte a vari corpi la cui istituzione dovrebbe essere di aiuto a tutte le donne in difficoltà, personalmente, mi sento davvero delusa dai provvedimenti mai seriamente presi o presi per niente.

La mia brutta storia risale a qualche anno fa, dopo la separazione che decido di attuare per violenze psicofisiche da parte del mio ex marito durante il matrimonio. Quindi materiale porno, proposte al limite della decenza umana, umiliazioni di varia natura dietro i miei rifiuti, proposte di presenza di altre persone o la pretesa di rinchiudermi nell’armadio per assistere ad atti con altre persone etc…

Avevo 15 anni quando conobbi mio marito ma niente mi lasciava immaginare che in quel soggetto si nascondesse un vile mostro. Tutto inizia a venir fuori dopo averlo sposato. A 21 anni. Le mie perplessità diventano man mano che il tempo passa, una realtà dura da affrontare, ma arriva il mio primo figlio a 22 anni e la mancanza di coraggio mi induce a sopportare.

Le proposte oscene continuano sebbene io mi rifiuti ed il mostro continua imperterrito. Iniziai a fare il possibile per evitare mi toccasse, magari mi addormentavo insieme al bambino nella cameretta, ma non sempre riuscivo a sottrarmi. Arriva intanto la mia secondogenita, le cose sono sempre piu’ difficili ed io non faccio altro che pensare a come fare per andar via. Purtroppo paese piccolo, mentalità retrograda, pregiudizi, etc….

Apriamo un’ attività di ristorazione, la situazione precipita perchè le sue proposte da pervertito vengono rivolte anche al fornitore di turno. GLI ESPERTI LO HANNO DEFINITO UN BORDERLINE SESSUALE SOLO ASCOLTANDO LA MIA STORIA. Dopo una dura giornata di lavoro al ristorante che io stessa gestivo, compreso la cucina, le pulizie, la pulizia del pesce, due bambini piccoli, la seconda la allattavo ancora, arrivavo a casa a notte fonda, anche le 4 del mattino. Forse e’ umano che succedesse mi addormentassi per la stanchezza…. Mi svegliavo di soprassalto e trovavo lui nel letto con video porno che ” sbrigava da solo le sue faccende”.

Schifata e inorridita riuscivo a dire solo NON HAI RISPETTO NENCHE PER I TUOI FIGLI CHE POTREBBERO SVEGLIARSI E VEDERTI. Sapete come mi rispondeva? SE TU NON SEI CAPACE, FACCIO DA ME. Allora mi alzavo e me ne andavo dai miei figli. Lo so, è proprio per il bene dei miei figli che sarei dovuta andar via molto prima, ma non sempre si riesce ad imboccare la strada giusta in queste situazioni. Comunque, arriva il momento in cui decido per la separazione, sebbene lui sia convinto che la mia decisione dipenda da altro. (E’ troppo comodo per un vigliacco credere che si venga lasciati per la presenza di qualcun altro. La presenza di qualcun altro e’ vero c’è stata , ma dopo essermene andata).

Da circa sei mesi dormivo in camera con i miei figli perchè non sopportavo più niente ormai, così un giorno lo chiamai sul lavoro e gli dissi di tornare perchè dovevamo assolutamente parlare. Faccio venire a casa mia i miei genitori per rimanere con i bambini e noi usciamo. Vuole mangiare una pizza, mentre la mangiamo parlo dei problemi che ci sono e all’improvviso senza che io parlassi di divorzio, lui mi dice di aver gia’ contattato un legale per la separazione. Lì mi rendo conto che tutto da parte sua era stato programmato. Dall’ inizio. Forse dal fidanzamento. Sì perche’ poi mi e’ stato spiegato che questi soggetti sono grandi e meschini manipolatori e calcolatori. Comunque a quel punto non resta che iniziare le pratiche per la separazione. Dico che voglio tornare a casa dai bambini. Usciamo dal ristorante e la mia percezione che sarebbe successo qualcosa di brutto si rivelo’ fondata. Mi dice di volersi fermare un po’ sulla spiaggia, ma lo prego di portarmi a casa. Niente, imbocca una strada sterrata ed arriva in un parcheggio su una spiaggia. La paura è tantissima mentre gli dico che non voglio fare niente e che voglio solo tornare dai miei bambini. Blocca le portiere della macchina, mi volta con forza di spalle, mi gira le braccia indietro per bloccarmi e sebbene io ci abbia messo tutta la forza possibile per divincolarmi, gridando fino a perdere quasi la voce, mi violenta. Una violenza animalesca durata più di un’ora che mi terrorizzò al punto da pensare che quella sera non sarei tornata a casa viva.

Quando mi lasciò stremata dopo aver finito, le sue parole furono: QUESTA E’ LA PUNIZIONE CHE MERITI PER QUELLO CHE MI HAI FATTO. Mi rivestii a fatica perchè il dolore DIETRO, sì perchè la violenza carnale la subii dietro, era tale da farmi muovere molto a fatica. Dissi solo di riportarmi a casa. Arrivata a casa mia madre si accorse che non stavo bene, le raccontai, mi credette. Lo raccontai a mio padre, mi disse che non era possibile mi avesse fatto ciò. NON mi credette.

Per una settimana dovetti sedermi sui lati senza potermi appoggiare. Mia madre continuava a chiedermi cosa volessi fare in merito all’accaduto, ma riuscivo solo a rispondere aspetta, ci sono i bambini, ho paura possa fare qualcosa di più brutto se parlo. Mi crollò il mondo addosso, ero stata privata del mio essere donna, del mio intimo in maniera spregevole ed irriparabile. La mancanza di autostima non tardò ad arrivare, anche se da lì a poco lasciai quell’ essere immondo definitivamente. Questo nel 2003. Non lo denunciai. Il trascorrere del tempo non rimarginava le mie ferite, anzi, ma c’erano i bambini e dovevo farmi forza. Dovevo riprendermi perchè lui doveva essere punito per ciò che aveva fatto.

Ma trascorse il tempo e tutti gli avvocati a cui raccontavo la mia vicenda, dicevano che ormai era scaduto il tempo per la denucia e che ci volevano le prove della violenza subita. E’ vero, io sbagliai quella sera a non andare in ospedale o dai carabinieri, ma qualcuno mi dica per favore, perchè su cose di questo genere ci sono dei termini, delle prescrizioni? Perchè esiste una scadenza per denunciare uno stupratore e lo stesso stupratore deve camminare a piede libero anche se una donna che subisce trova il coraggio per parlare dopo tempo?

Dopo cinque anni, mio figlio una sera di giugno ha la febbre molto alta, telefono al padre, gli dico della situazione e che nonostante le medicine la febbre non scende, che dall’ospedale mi dicono di fare impacchi con alcool . Quell’alcool in casa non ce l’ho, così chiedo se ce l’ha lui. Mi dice: VIENI A PRENDERTELO NON POSSO USCIRE ORA CON LA MACCHINA. Io, presa dalla preoccupazione per mio figlio, mi metto in macchina e corro a prendere l’alcool. CREDETEMI, NON HO RIFLETTUTO SULLA PERICOLOSITA’ DELLA COSA. NON SAREI DOVUTA ANDARE, ALMENO NON DA SOLA. Arrivo a casa sua, mi fermo sulla soglia senza entrare e lui esce dalla porta ubriaco, mi tira dentro, mi fa cadere sul divano, usa la stessa metodologia di allora. Lo prego di lasciarmi andare e di pensare solo al figlio che sta male. Niente. Mi tappa la bocca questa volta, perche’ qualcuno potrebbe sentire, Mi minaccia dicendo: STAI ZITTA E NON GRIDARE SE NO’ TI FACCIO LO STESSO SERVIZIO DELL’ALTRA VOLTA E SE DICI A QUALCUNO ED AI TUOI FIGLI QUELLO CHE TI HO FATTO, NON SO COSA FACCIO.

Questa volta crollo davvero, perché se non mi avesse minacciata di fare qualcosa ai mie cari, SICURAMENTE sarei andata a denunciarlo. Passa un po’ di tempo prima che io racconti l’accaduto. I tempi? SCADUTI. Il procuratore capo conosce la mia storia, i carabinieri conoscono la mia storia e sapete cosa mi hanno risposto dopo essermi rivolta a loro in seguito a problemi che lo stesso soggetto mi sta arrecando ancora oggi, raccontando della violenza subita? SIGNORA…. MA TANTO E’ SUCCESSO SOLO UNA VOLTA…! Qualcuno mi faccia capire…. C’è un numero di volte stabilito dalla legge, per cui una donna dopo aver subito violenza carnale, può essere difesa? E quale diritto ha, un’arma dei carabinieri, di dire con quel tono cio che dice? Dov’è la legge che difende i diritti di donne vittime di violenza? Allora è vero gli omertosi ci sono anche in Procura…! Poi arrestano coloro la cui giustizia se la fanno da soli……………!!!!!!!!!!!!!! Oppure altre cose che mi hanno chiesto… SIGNORA, CI SERVONO DEI TESTIMONI DELL’ACCADUTO. Ma stiamo scherzando o cosa ??????????? Ma ditemi voi? Uno stupratore, violenta una donna in pubblico per cui è possibile avere testimoni oculari? DOVE SI NASCONDE LA LEGGE? NOI CHE SUBIAMO E NON VENIAMO CONSIDERATE E DIFESE NEL GIUSTO MODO, SIAMO TESTIMONI DI UNA SOCIETA’ LA CUI UNICA DIFESA A VOLTE E QUANDO CI RESTANO LE FORZE, SIAMO NOI STESSE PER NOI. Oppure chiudiamo un occhio…. TANTO…!!!! QUANTI OCCHI DI DONNE E BAMBINI CHE SI CHIUDONO PER SEMPRE DOBBIAMO ANCORA VEDERE PRIMA CHE LA LEGGE SI SVEGLI DA UN LETARGO QUASI SEMPRE VOLUTO????????????? I BAMBINI SOPRATTUTTO SONO IL CUORE DEL MONDO IN CUI VIVIAMO TUTTI, COSA SI STA ASPETTANDO? RINGRAZIO CHI HA AVUTO LA PAZIENZA DI LEGGERE TUTTO CIO’ CHE HO SCRITTO E SPERO CHE CHIUNQUE SUBISCA, ABBIA LA FORZA ED IL CORAGGIO DI PARLARE. ABBIAMO IL DIRITTO DI VIVERE LIBERI DALLA VIOLENZA….

Giorgia

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Campane contro 194

E’ L’ANNUNCIO DELLA MORTE DELLA SUA CHIESA

SU QUESTO giornale leggo che a San Giovanni in Fiore c’ è un certo don Emilio Salatino, parroco della chiesa di Santa Lucia, che ogni volta che nel locale ospedale c’è una donna che sceglie di non portare a termine la gravidanza, lui suona le campane a morto e lo fa fuori dagli orari usuali dei funerali, forse per attirare di più l’attenzione sulla donna che ha abortito, esponendola così a pubblico ludibrio.

Non conosco quest’uomo, questo novello inquisitore che pensa di avere l’autorità di giudicare, condannare e punire, come se fosse Dio in terra, ma sono certa che le donne di quel paese, a me noto per la sua storia di lotte e battaglie di civiltà e di progresso, sapranno rispondere alla sua arroganza misogina, che non ha nulla di cristiano e di evangelico.

Quest’uomo non ha ancora capito di essere solo un uomo, nient’altro che un uomo, l’essere prete non gli dà niente di più e niente di meno di un qualsiasi uomo. Nessun uomo ha più l’autorità  di giudicare e condannare la scelta di una donna di abortire, né di stabilire quello che una donna deve o non deve fare. Anche i preti sono soggetti al riconoscimento d’autorità da parte delle donne, senza nascondersi dietro il divino, che non ha niente a che vedere con le loro scelte, i loro giudizi e pregiudizi.

Sono finiti i tempi in cui la parola maschile era autorità per una donna. L’autorità un uomo, se la vuole, se la deve conquistare nel rapporto e nella relazione, nel rispetto e nell’amore.

Quando, gli uomini di chiesa, come don Emilio, si convinceranno di essere uomini, nient’altro che uomini?

Quando abbandoneranno arroganza e supponenza nel parlare di cose che non conoscono e non capiscono, rifugiandosi dietro ideologie che generano violenza?

La storia è piena della violenza ideologica. Usare le campane di una chiesa per annunciare a tutti che da qualche parte una donna ha abortito, non è certamente segno di amore cristiano. Fare la guerra alle donne non è certamente segno di pace, per chi predica la pace. Quel suono di campane non è meno violento della distruzione,  da parte di giovani uomini violenti, della statua della Madonna a Roma il 15 ottobre. Calpestare la dignità e la libertà di una donna ed esporla a pubblico ludibrio non è meno violento di quel gesto iconoclasta che, ne sono certa, anche don Emilio ha condannato. Ma quei violenti saranno pure figli di qualcuno?

Il suono di quelle campane non è altro che una delle troppe manifestazioni di miseria maschile di cui siamo testimoni in quest’epoca. Non ci sono parole che possano giustificare la violenza, come ogni altra, di quelle campane. Di fronte al suono a morto di quelle campane  ogni altro sentimento, che non sia di sdegno e di rabbia, ammutolisce e la violenza ha il sopravvento. Non mi sembra il massimo per chi dovrebbe praticare e non solo predicare la nonviolenza.

Tacciano le campane e si lasci parlare la lingua dell’amore. Ma non credo che quel prete, nel suo furore ideologico, voglia questo. Così non credo che, in questa occasione, serva argomentare quanto noi donne scriviamo da anni sull’aborto, che è uno scacco, una violenza che subiamo sul nostro corpo, e non un diritto, sulla legge 194 che tutela la salute della donna solo negli ospedali pubblici, lasciando il reato di aborto fuori da quelle strutture, sulla libertà di ogni donna di scegliere se, quando, come e con chi diventare madre.

Quando un prete fa suonare le campane a morto contro una donna, il suo gesto parla da sé e mostra tutta la miseria umana e spirituale di cui è capace. Quel prete non si accorge che, in realtà, sta annunciando la morte della sua chiesa.

Franca Fortunato        (articolo sul Quotidiano della Calabria, 20/10/2011)

*** 

Non c’è limite alla fantasia punitiva. Una volta le donne ritenute capaci di maleficio venivano bruciate vive nelle pubbliche piazze. Oggi additate al pubblico disprezzo dalle campane se sofferenti di un disagio che è e deve rimanere privatissimo, nell’intimo segreto del proprio corpo (e della propria cartella clinica). Nella dis-logica opposta il parroco dovrebbe andare in giro e intercettare … chi ha concepito, per suonare le campane a festa. Non è nuovo a scampanate fuori ordinanza. Nel 2005 vi fu una certa eco sulla stampa, don Salatino tuonò dal pulpito contro il diavolo venuto da Torino. Fu durante la campagna elettorale comunale, il filosofo Gianni Vattimo (torinese di nascita, da piccolo botte dai compagni perché parlava calabrese, padre originario di Cetraro) era stato proposto come candidato a sindaco di San Giovanni in Fiore dal gruppo di intellettuali intorno alla Voce di Fiore, agguerrito giornale locale on-line.  

 

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Racconto da Lampedusa

(foto Giornale di Puglia) 

Da LAMPEDUSA , “PORTA DELLA VITA”

di Franca Fortunato

Questa estate, dal 20 al 27 agosto, otto donne della rete de “Le Città Vicine”, provenienti da Mestre, Verona, Catania e Catanzaro, donne legate politicamente dall’amore per i luoghi e le città, abbiamo scelto l’isola di Lampedusa per la nostra annuale vacanza politica, spinte dal desiderio di conoscere questo lembo di terra, reso tristemente famoso quest’inverno dall’ “emergenza” degli immigrati tunisini, e desiderose di incontrare chi ci vive e lavora per amore di questa terra.

La bellezza paesaggistica ed ambientale di Lampedusa, è ciò che ci ha colpite da subito. Un mare limpido e azzurro, bianche spiagge, scogliere a strapiombo sul mare, un terreno arido e spoglio, tramonti mozzafiato, ci hanno fatto innamorare  di questa che, tradizionalmente, è l’isola “della vita”, non solo per la tanta umanità dolente che vi approda da sempre, con la speranza di poter andare altrove e trovare una vita migliore per sé e i propri figli, ma anche  per  le tartarughe marine, specie protetta, che vi approdano sulla spiaggia per nidificare.

Durante la nostra vacanza, gli sbarchi di immigrate/i continuavano, eppure non  ci è mai capitato di incontrare per l’isola qualcuna/o di loro, né ci è stato concesso di avvicinarci al Centro di identificazione ed espulsione, difeso dal ferro spinato e guardato a vista dalle forze dell’ordine. L’unica traccia del loro passaggio, alcuni barconi, ammassati sul porto e sorvegliati  da due militari. La stessa popolazione evitava di parlare degli sbarchi. Che cosa era dunque successo su quell’isola?

Per capirlo abbiamo incontrato, grazie alla mediazione di Giusy Milazzo, responsabile della Cgil di Catania, in vacanza con noi,  la responsabile della Legambiente Giusy Nicolini. Lei ci ha fatto capire come a Lampedusa, nei tre mesi dell’emergenza,  è stato “massacrato” un modello di accoglienza, “una vocazione naturale” di  “isola di accoglienza”, “terra che ti salva la vita”, “ponte del Mediterraneo”, ed è stata trasformata in “isola carcere”. Nei mesi dell’emergenza, infatti, il Ministro Maroni e il sindaco di Lampedusa, De Rubeis, denunciato, come il suo collega di Treviso, per istigazione al razzismo, hanno scelto deliberatamente di abbandonare quella gente alla fame e al freddo, per creare il sovraffollamento e fare scoppiare il “caso Lampedusa”.

Non è vero che l’isola non era in grado di gestire gli arrivi. In tutta la fase dell’emergenza sono passati 24/25 mila migranti (non più di quelli del 2008), in un’isola che ogni anno è in grado di  accogliere oltre 120/130 mila turisti nella sola stagione estiva. Gran parte della popolazione, più donne che uomini, da parte sua, ha fatto quello che poteva. “C’era chi dava loro da mangiare, chi faceva fare a qualcuno la doccia a casa, chi, con coraggio, distribuiva cibo, medicine, abiti e soprattutto scarpe, visto che quelle in donazione erano di pezza con il teschio bianco su sfondo nero e viceversa”. Non è vero che gli albergatori hanno avuto un danno, anzi per molti, la presenza delle forze dell’ordine, è stato un business. Se il turismo estivo, per coloro che hanno la seconda casa, abusiva, ha avuto qualche calo, è per via della crisi economica e non per gli immigrati.

Giusy, dopo averci parlato del problema dello smaltimento dei rifiuti e dei liquami, della necessità di distruggere i barconi, chiudendo le discariche, nocive all’ambiente e alla salute, ci ha lasciate dicendo: < Se Lampedusa rimane per i migranti una meta di passaggio, l’impatto si può gestire e controllare, se i governanti invece continueranno a creare situazioni di squilibrio ne vedremo delle belle>.

E delle belle ne abbiamo viste a settembre, con gli immigrati, più uomini che donne,  in rivolta, che hanno incendiato il Centro, divenuto luogo di detenzione per adulti e minori, e sono stati, tra le minacce del sindaco, trasferiti agli arresti domiciliari sulle navi, in attesa di conoscere il loro destino. Giusy ci ha fatto capire il senso della  lotta che lei, Paola, la sua amica, e altre donne e uomini portano avanti a Lampedusa. Lottano perché l’isola resti “porta della vita”, come un giovane migrante tunisino nel 2009, le disse al suo approdo.

Riceviamo da Franca Fortunato, giornalista e scrittrice, che ringraziamo. Articolo pubblicato da il PENSIERO del mese di ottobre. Altri articoli di Franca su Donne e conoscenza storica (vedi anche nostra iniziativa / post 15 nov. e in particolare 1 dic. 2010).

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Parità e linguaggio

Riceviamo e pubblichiamo.

 

Parità e linguaggio

Perché parlare oggi del problema della parità donna-uomo? Dal momento che è opinione diffusa che “la questione” sia ormai superata? Le donne votano, hanno le stesse opportunità di studio e di lavoro degli uomini e, a livello giuridico, le loro pozioni sono equiparabili. Alcune discriminazioni, purtroppo per noi, però permangono; se ne trova traccia, ad esempio, nel nostro diritto di famiglia. La legislazione di per sé, d’altra parte, non è sempre sufficiente ad assicurare una uguaglianza effettiva. Le più “recenti” ricerche ci rivelano che le maggiori disparità si trovano nei luoghi di lavoro, dove le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, sono sottorappresentate nelle qualifiche professionali più elevate così come nella politica. La maternità costituisce ancora un freno per la carriera delle donne, nonostante le numerose riforme introdotte a livello legislativo. Dunque il progresso nella parità tra uomini e donne si scontra ancora con lo scoglio degli stereotipi che categorizzano le persone attribuendogli caratteristiche predeterminate a seconda del sesso a cui appartengono. I generi così devono rispondere a modelli artificiali a tutto svantaggio del sesso, o meglio del genere femminile, che dovrebbe occuparsi della cura della famiglia e delle faccende domestiche mentre agli uomini si chiede di occuparsi delle faccende pubbliche e professionali. Per il raggiungimento di una piena parità, garanzia di giustizia e di equità sociale, sarebbe utile modificare questi schemi.

Un intervento importante dovrebbe essere fatto sui principali agenti di socializzazione come la famiglia, la scuola e, soprattutto, i mezzi di comunicazione, dove gli stereotipi continuano ad essere trasmessi. La reiterazione di immagini e messaggi in tutti questi ambiti cristallizza infatti i pregiudizi che incidono sul comportamento sociale e sul trattamento quotidiano delle donne e degli uomini. Per superare questo stato di cose e eliminare gli stereotipi (o quanto meno limitare i danni che il loro uso improprio può provocare) appare fondamentale agire dove nascono e dove poi si diffondono: bisogna offrire un nuovo modo di vedere e di interpretare il mondo e non prescindere più dall’ottica di genere; usare nuovi modi per riportare una notizia, scrivere un articolo, fare un film o un programma -televisivo o radiofonico- un annuncio pubblicitario.

Per fare questo però, bisogna acquisire una nuova consapevolezza sia della lingua che dei linguaggi utilizzati. La nostra non può che essere il riflesso di una data cultura, e, contemporaneamente anche lo strumento di riproduzione di quella cultura. L’italiano, nato all’interno di un ordine simbolico e sociale caratterizzato dal dominio dell’uomo sulla donna, porta i segni di quella cultura sessista e misogina che cancella, subordina o al massimo, secondo il paradigma della parità, omologa la donna all’uomo. Noi siamo la lingua che parliamo: oppresse, libere, emancipate, omologate; perché soltanto ciò che si dice esiste.

E’ ora che la lingua italiana prenda atto delle differenze di genere e che certe abitudini vengano cambiate. È indubbio che occorre aumentare il numero di donne nei ruoli direttivi, ma finché continueremo a chiamarle con appellativi maschili esse saranno sempre considerate bizzarre eccezioni. Non è solo un problema di political correctness, ma di chiarezza. La lingua non è neutra, né asessuata; in essa si rispecchia la cultura patriarcale, che inferiorizza e subordina le donne agli uomini. Svelare questo meccanismo simbolico e sessuare il linguaggio è azione politica e dunque culturale.

Le parole non sono separate dalle donne che le dicono, e ogni donna parla la lingua che è, rispecchiando la categoria di interpretazione di se stessa e del mondo. La lingua cambia insieme alle parlanti per cui essa richiede una presa di coscienza della propria differenza. La lingua non è immutabile, cambiarla si può e si deve; io nel mio piccolo cerco sempre di farlo: credo ne vada della mia libertà e diritto.

Elisa Natale

Elisa ha ventotto anni, è pisana di nascita ma romana d’adozione.
Ama la lettura e dunque scrive!
Laureatasi in Scienze politiche alla Sapienza di Roma e conseguito un Master in studi di genere, si chiede spesso cosa ne sarà del suo futuro. Lavora saltuariamente nei più disparati settori, tentando comunque di dare un senso all’inspiegabile realtà che la circonda. A volte però, intuisce che è meglio… (continua)

Vedi anche nostre iniziative ai post 15 novembre e 1 dicembre 2010

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Senza tacchi per favore, grazie!

di ner*

Vedi Gianpaolo – trascrizione del quotidiano la Repubblica estratta dagli atti dell’inchiesta – ora al massimo dovremmo averne due a testa. Perché ora voglio che anche tu abbia le tue, se no io mi sento sempre in debito. Tu porta per te e io porto le mie. Poi ce le prestiamo. Insomma, la patonza deve girare“.

Già, la patonza è quella cosa lì. E deve girare.

Cioè la carne-moneta di femmina.

Un ministero della patonza non è male. Perché è muto o perlomeno silenzioso, si fanno solo fatti.

Donne a metri cubi, promosse a merce di stato, e senza tacchi per favore.

Governate e scelte a tempo perso dalla satiriasi di stato, dalla filiera della patonza.

-Pass prego!

-Patonza di stato!

-Si accomodi!

 

Sulla riva del fiume stiamo aspettando il cadavere (politico, please) dell’erettopode.

Non avendo avuto il coraggio di una rivolta per tempo, non armata.

Il corpo politico è in cancrena. Il corpo sociale è sfregiato. Quello istituzionale in mano alle gang e ai prenditori. Quello delle donne è mio e lo gestisco io.

Sì, però ce lo passiamo.

Chi non vuole va depennata, menata, al limite proprio eliminata (ogni due giorni e mezzo, una).

 

Gheddafi sta per essere eliminato da una rivolta armata ormai difficile da fermare.

Berlusconi dalle metastasi socio-politiche-affaristiche da lui stesso inventate.

Belusconi assediato da se stesso.

Gheddafi assediato e basta.

L’uno ha bungato l’altro

Berlusconi: non mi dimetto. Non mi vergogno.

Gheddafi: non  mi arrendo.

E non si è mai vergognato.

L’uno ha qualcosa di strano in testa.

L’altro pure.

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Donne in treno, destinazione Costituzione

L’appuntamento per la Manifestazione è alle ore 11, quando un treno proveniente dal Nord, e un altro proveniente dal Sud si incroceranno a Roma.

Destinazione: Piazza Montecitorio. Obiettivo: circondare il Parlamento,

Motivo: Difendere la Costituzione!

Di pomeriggio a Piazza Navona gli interventi inizieranno con la partecipazione di noti costituzionalisti, e l’intervento di Silvia Calamandrei, nipote del padre della Costituzione italiana, Presidente dell’archivio Piero Calamandrei.

Il Treno delle donne per la Costituzione

Info su prenotazioni di treni per Roma ed autobus per proseguire il giorno dopo con la Marcia della Pace Perugia-Assisi: consultate la pagina PROGRAMMA del sito.

Contattate le Referenti di ogni zona

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Dimissioni Sacconi

               

E’ passato qualche giorno dalla triste, infelice, barzelletta sulle donne-suore violentate meno una, detta da Sacconi, ministro della Repubblica, quello dei bastardi anni 70, chi è quel cretino che mi dà del fascista.

Doveva essere un argomento tecnico per giustificare i rappezzi della finanziaria.

Ma su, era solo ironia!

Ironia sulle donne-suore stuprate? Nel senso che a tutte è piaciuto, meno una che ha detto no e quindi è stata rispettata.

Senza parole, con un tuffo al cuore.

Ad oggi nel 2011 le vittime donne  sono 101, una ogni 2,47 giorni. La violenza sulle donne, che culmina nel femmicidio (suore o meno è ininfluente), è una cosa troppo seria, troppo grave per poter tollerare una qualsiasi frivola battuta sull’argomento. Ma qui non è soltanto questione di frivolezza, vi è l’abstract di una scuola di pensiero ben impartita e imparata che si è fatta sistema di governo e di affari con transazioni di corpi femminili. Ostentata, difesa ad oltranza dai giullari di corte, fatta passare per normalità perché l’italiano è così.

A partire da una iniziativa di Monica Lanfranco, le donne di puntoG 2011 propongono una mail bomging all’indirizzo di Sacconi:

segreteriaMinistroSacconi@lavoro.gov.it

con il seguente testo o personale:

CHIEDIAMO A GRAN VOCE E SENZA APPELLO NE’ SCUSE LE DIMISSIONI DI SACCONI DA UN MINISTERO DOVE NON CI RAPPRESENTA COME DONNE E COME LAVORATRICI.

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Una rivolta a S. Severo, donne in carcere a Lucera, i Treni della felicità

videopresentazione di Giovanni Rinaldi

Primi decenni del dopoguerra. In un’Italia unificata purtroppo da miseria e guerra avvengono episodi commoventi di generosa solidarietà tra nord e sud, tra poveri e poveri, che quella parte di Italietta incattivita di oggi neppure si sogna.

Mia madre mi raccontava che negli anni ‘50 (*) i nostri contadini hanno accolto in casa i figli dei braccianti del sud, si sono letteralmente tolti il pane dalla bocca per sfamarli e mandarli a scuola e non credo che, per i miei nonni, quei ragazzi venuti dal Sud e dal sole sembrassero molto diversi dai giovani tunisini sbarcati a Lampedusa. Allora cosa è successo? Non siamo più umani? Cosa siamo diventati? Qualcuno già pensa di fare dell’onda che affonda i barconi, un simbolo leghista. Da “Forza Etna!” a “Forza onda!  Mi torna sempre in mente quella scritta sul muro “Immigrati non lasciateci soli con gli italiani”.

Così Arturo Ghinelli su il manifesto rifletteva pochi giorni dopo il naufragio di Lampedusa (6 aprile, 250 morti) e con l’asterisco citava, in appoggio al racconto di sua madre, una ricerca di Giovanni Rinaldi. I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie. (Ediesse, 2009).

La ricerca in un quadro più ampio parte dal 2002 condotta da Giovanni Rinaldi, studioso di culture orali e altro, e Alessandro Piva, regista (Henry, La CapaGira, premi Pubblico e Donatello). Il materiale raccolto tra Puglia, Marche, Toscana, Emilia Romagna in parte è scritto nel libro di Rinaldi appena citato, con la prefazione scritta da Miram Mafai, in parte per il materiale iconografico e dei luoghi diventa visivo in un cortometraggio, Pasta nera (2010), di Alessandro Piva col sostegno della Casa Di Vittorio (vedi anche M. Mafai su Venerdì di Repubblica, 26 agosto). Sarà proiettato alla 68ª Mostra cinematografica di Venezia, tra i documentari di Controcampo Italiano, il 6 settembre prossimo alla Sala Grande del Lido.

Il lavoro dei due ricercatori è per noi ancora più prezioso perché racconta anche dei compiti che si assunse l’UDI nel primo decennio dopoguerra.

Italia, 1950.

(dal catalogo della mostra I treni della felicità di G. Rinaldi)

Essere solidali in quegli anni non era facile: il pane aveva un diverso valore, punto di confine tra il vivere e il sopravvivere. Lo stesso pane in alcuni casi era un lusso, e quello “bianco” in particolare un sogno. Nel Tavoliere di Puglia come nella Romagna o nell’Emilia.

A San Severo, nel Tavoliere di Puglia

Teresa - Proprio il 23 marzo da noi c’era un cozzetto di pane, l’avevo conservato per mio fratello piccolo. C’era mio padre, viene un amico suo…

Ada - … un amico, è venuto un compagno, ha bussato alla porta “Cumbà Lui’ vieni un poco, esci un poco„… Ha detto mio padre “Di’, ch’è successe? Quisse so’ i figghje mje… [parla pure]„, “M’a da’ nu cuzzette de pane che tenghe feme„… Questo cozzetto di pane, che noi avevamo conservato per tutti e due i miei fratelli piccoli, mio padre l’ha tolto di bocca ai figli e l’ha dato a quell’uomo che stava senza mangiare.

Nella Romagna

Ida - … prendevamo il pane dalla bocca – ne avevamo poco – [e lo davamo agli altri]. Io la definirei la miseria che aiutava l’altra miseria.

Irma - Avevo fatto un favore a un contadino e lui per ricompensarmi mi porta una cesta di pane. Insomma mi era venuto proprio… una roba proprio fuori dal mondo, avrei cominciato ad addentarlo subito, ma non potevo, lo dovevo portare a casa, lo dovevo condividere con i miei. Insomma ho provato un piacere che non l’ho provato mai più per nessuna cosa al mondo, un piacere così grande nel mangiare questo pezzo di pane, bianco. 

La videopresentazione sopra acclusa di Giovanni Rinaldi, I figli della rivolta (musiche di Eugenio Bennato, Afro Celt Sound System, Louis Clavis), ricorda la ribellione dei braccianti di San Severo che al grido pane e lavoro! il 23 marzo 1950 sfidarono la polizia del famigerato Scelba e contrapposero i carretti agricoli per ripararsi contro i carri armati inviati ad occupare la cittadina. Parecchie persone ferite, un giovane di 33 anni ucciso, 180 gli arresti con moltissime donne.

carretti di traverso per le strade di S. Severo (foto dal catalogo della mostra di Giovanni Rinaldi) 

Correva l’anno 1950, io studentessa del quinto Liceo Scientifico, il giorno 23 Marzo (giornata di sole primaverile) mi recavo a scuola. Ero a pochi passi dalla scuola quando sentii degli spari, mi fermai di botto e poi d’istinto mi diressi verso piazza Municipio. La scena che mi si presentò davanti agli occhi fu sconvolgente. Gli Scelbini si erano impadroniti della piazza e coi fucili spianati intimavano la gente ad allontanarsi.

Da ragazza incosciente, per strade secondarie, riuscii ad arrivare presso piazza Castello per cercare mio padre ma non lo trovai, vidi, invece non le barricate (come hanno riportato i giornali il giorno dopo) ma carretti sgangherati, messi in senso trasversale che facevano da riparo agli scioperanti. Tenevano dura la situazione ed inneggiavano cartelli con la scritta “vogliamo pane e lavoro“.

Di corsa attraversai le strade per giungere a casa, la situazione in famiglia era preoccupante per le scarse e confuse notizie, man mano che passavano le ore la tensione cresceva sempre di più. 

Verso le quattordici si sentì il sibilo di una sirena, molti uscirono di casa gridando “si sono arresi, si sono arresi!”.

Due anni di carcere duro, di privazioni, di sofferenze ed umiliazioni furono il prezzo pagato dai manifestanti.

Forse pochi ricordano quel 23 marzo del 1950! Molti, infatti lo hanno già dimenticato.

(Testimonianza di Antonella Pirro)

Due anni di detenzione, con l’imputazione di insurrezione armata contro lo Stato, difensore al processo Lelio Basso a capo di un collegio. Alla fine proscioglimento e assoluzione generale. 

Le donne, trasferite insieme agli altri arrestati nel carcere di Lucera, riescono coralmente a comporre anche una canzone (video sopra a 4′:26”)

Rubammo un pezzo di gesso dalla scuola del carcere, andavamo a un gabinetto che c’era, stava un paravento che si chiudeva e si apriva. Noi mentre che facevamo quel servizio, piglia e facevamo [scrivevamo] “Il 23 di marzo…”. Veniva un’altra “…che giornata di coraggio…” e abbiamo composto la canzone:

Il ventitre di marzo

Successe ‘n’arruina pe’ ddu belle San Sevjire

Nnand’a la Cammera del lavoro

Vulevene eccìde a li lavoratour’

U commessarie Fratelle

Ne pers’ li cerevelle andù ‘rriga’ li femenelle

Avevane deic’ come diceve jsse

Pe’ ‘rrista’ li comunist’

Alleghete è jut’a Rouma

Purtete i connutete de li povere carcirete

Ha pigghiete la parola

Cacciete four’ li lavoratour’

Ha pigghiete la parola

L’aveite misse jind’ pe’ pane e lavour’

 donne di S. Severo escono dal tribunale di Lucera scortate verso il carcere  (foto dal catalogo della mostra di Giovanni Rinaldi) 

Per due anni i figli e le figlie con madri e padri agli arresti hanno vissuto da orfani. Ma qui scattava la stupenda operazione solidale: i circa 70 tra bambine e bambini venivano accolti da altre famiglie di Toscana, Marche, Emilia-Romagna.

Non era un episodio dietro la commozione del momento. Operava fin dal 1946 su tutto il territorio nazionale una rete di Comitati di solidarietà democratica, organizzati dal fronte della sinistra di allora: PCI come componente più forte e soprattutto l’Unione Donne Italiane (oggi Unione Donne in Italia) che si assunse con particolare impegno il compito di protezione dell’infanzia disagiata (assistenza e aiuti, sostegno alla maternità, colonie estive, ecc.).

Così furono chiamati Treni della felicità quelli che portarono, prevalentemente da sud presso famiglie ospiti al Centro-Nord, l’infanzia ferocemente colpita da bombe, fame e povertà, disagio sociale. Dal ‘46 al ‘52 furono circa 70.000 le bambine e i bambini in affidamento umanitario. Una grande operazione nata da un forte senso di etica sociale e politica condiviso, questa la vera unificazione, dove le donne hanno svolto un compito primario e con passione. Le donne dell’UDI in particolare, motivo di orgoglio per noi.

Pasta nera, di Alessandro Piva in proiezione a Venezia, tutto questo racconta.

i Treni della felicità (foto dal catalogo della mostra di Giovanni Rinaldi) 

Stefania Cantatore di UDI Napoli tramite una mail di Lucia Coletta ci segnala la proiezione di Pasta  nera e annota:

Molte donne, negli ultimissimi anni, si sono rivolte a noi per avere notizie di questa pratica solidale nel dopoguerra del nostro paese, detta i Treni della Felicità.
La documentazione, poca e frammentaria, del lavoro fatto dall’UDI è nei vari archivi, ma soprattutto nella memoria di donne come Elvira de Vincenzo (Udi di Portici).

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Prendere il treno per LA COSTITUZIONE

Il treno delle Donne attraverserà l’Italia il 23 e 24 settembre. Il punto di arrivo è Roma. L’Obiettivo è di circondare il Parlamento. L’istanza è rivolta al Presidente della Repubblica quale Garante della Costituzione.

***

Comunicato STAMPA

“Treno delle Donne per salvare la Costituzione”

Il 24 settembre manifestazione a Roma per circondare il Parlamento

Roma, 24 agosto  –  Un treno carico di donne provenienti dal nord d’Italia, e l’altro partito dalla Sicilia si congiungeranno a Roma il 24 settembre per manifestare in Difesa della Costituzione repubblicana circondando il Parlamento.

Davanti alla proposta di Legge, presentata di recente alla Camera, per modificare l’Articolo 1 della Costituzione, le Donne della società civile si sono immediatamente mobilitate in un’ iniziativa, che ha trovato la pronta adesione di numerose associazioni e gruppi organizzati (dalla Rete Viola all’Onerpo, dal Forum Ambientalista all’Aidos, dall’Udi all’Arcidonna, dai Centri Antiviolenza all’Associazione per la Democrazia Costituzionale).

Giungeranno a Roma le cittadine e i cittadini di questo Paese che condividono l’obiettivo di questa battaglia in difesa di valori irrinunciabili per ogni essere umano, unendo in un unico “Treno per la Costituzione” le donne d’ Italia, per ribadire così, in modo tangibile, la volontà di agire a tutti i livelli, per un’Italia unita, democratica, repubblicana, che trovi nelle donne la forza viva, creativa e propositiva per un concreto e ormai inderogabile cambiamento.

Un cambiamento che deve partire proprio dall’attuazione totale della prima parte dall’articolo 1 della Costituzione che afferma che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, per far sì che tanti giovani disoccupati siano messi in grado di concorrere alla vita della società e di dare il loro migliore contributo, e dalla reale applicazione degli articoli 41 sull’iniziativa privata che non contrasti con il bene sociale, il 51 sulle pari opportunità, e l’articolo 11 sul ripudio della guerra.

Per questo, oltre a stringere il Parlamento in un cerchio umano a difesa dei fondamenti costituzionali, le Donne si recheranno al Quirinale, sede del Capo dello Stato, istituzione massima che per legge deve garantire il rispetto della Costituzione e la sua inviolabilità.

La manifestazione proseguirà con la partecipazione alla Marcia per la Pace di Assisi del giorno dopo, il 25 settembre.

Nella Toscano per  Il Comitato promotore

(vedi volantino dell’iniziativa / per info e dettagli al sito TDC

 

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Appello delle Donne Tunisine

Da UDI Catania.

Edizione straordinaria di MEDITERRANEA, agosto 2011.

Carissime,

abbiamo tradotto per MEDITERRANEA un documento del 13 agosto che a noi sembra significativo, è l’appello delle donne tunisine che contribuisce con contenuti di libertà e modernizzazione al processo in corso nel paese, che andrà all’approvazione della nuova Costituzione, verso la quale non mancano attacchi e pericoli di passi indietro.

Abbiamo voluto un’uscita straordinaria (agosto) di Mediterranea, per diffondere il documento e vedere cosa riusciamo a coagulare – le nostre amiche tunisine sono tutte dentro la mobilitazione, parleremo con loro per concretizzare un’iniziativa in Sicilia prima di ottobre.

Affettuosi saluti,
Carla Pecis per MEDITERRANEA dell’UDI Catania

Numeri precedenti di MEDITERRANEA

maggio-giugno

giugno-luglio

luglio

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SNOQ Reggio Calabria

Riceviamo da SNOQ di Reggio Calabria.

ciao a tutti

questo è il volantino che abbiamo preparato… stasera sul lungomare Falcomatà alle 19.00 ci ritroveremo per dare un piccolo segno della nostra lotta che continua… non ci fermerà di certo l’estate… il movimento non va in vacanza!!!!
MI RACCOMANDO TUTTI SUL LUNGOMARE ACCANTO AL PALCO DELLE MISS ALLE 19.00 ESATTE.. NON MANCATE!!!!!!!!!!!!
DOMENICA 31 LUGLIO 2011 ore 19.00

A REGGIO CALABRIA – LUNGOMARE FALCOMATA’

la SFILATA DELL’INDIGNAZIONE

Stasera abbiamo voluto cambiare !!!
Abbiamo voluto partecipare pure noi, donne normali, donne professioniste, madri,
sorelle, spose, attiviste, lavoratrici, coscienti e responsabili, cittadine e
persone… Abbiamo voluto sfilare nel luogo pubblico per eccellenza della nostra
città, divenuto palcoscenico di Balletti, Feste e Eventi TV dove solo MISS
internazionali e MISS mediterranee rappresentano la città nel suo Modello Reggio
!!!

Ma è la sfilata dell’indignazione che
rappresentiamo da cittadine di Reggio Calabria e per farlo non spendiamo né i
soldi della Regione amica né quella di cofinanziamenti europei per la cultura
Mediterranea!

Di questo Mediterraneo
vorremmo godere da una città civile, sobria e impegnata a rialzare la testa
prima che scoprire le sue gambe!

Ci sentiamo offese ancora di più sapendoci donne del Sud , che soffrono
per il 40% della loro inoccupazione, che non possono garantire il futuro ai
propri figli in una terra dimenticata, che non hanno i minimi servizi di qualità
della vita nel quotidiano in questa città di nessuno e dei soliti furbi che occupano
la politica come se fosse casa propria.

Non siamo Miss Simpatia né Miss Italia all’Estero, né Miss Diana,

siamo “SIGNORE” troppo attente per farsi
sfuggire che questa nostra città non si occupa dei nostri bisogni quotidiani,
della sicurezza sociale nell’igiene e nel decoro della città al centro come
nelle periferie, del riconoscimento e delle tutela dei bambini, dei giovani in
strutture pubbliche, asili, scuole, luoghi di aggregazioni capaci di rispondere
da paese civile; della dignità del lavoro e delle competenze nel merito, della
politica del welfare e del disagio

senza i vecchi trucchi di palazzo !

Delle Miss la nostra città non ha
alcun bisogno prioritario, quelle risorse e regalìe del Governo Regionale le
avremmo gradite in altri capitoli di spesa del bilancio. Sfilare a 150 cm da
terra su palchi dopo salotti e kermesse è offensivo per una città come

Reggio Calabria che vive la sua peggiore
stagione civile e legale.

Noi donne di SNOQ di Reggio Calabria
sfiliamo “con i piedi per terra”, lo facciamo con “le fasce delle priorità “
sperando che l’indignazione aggreghi la voglia di dire BASTA, questa è la nostra città!

Se non ora quando?

SNOQ REGGIO
CALABRIA

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Contro la de-Costituzione, il treno

da: TDC

IL TRENO DELLE DONNE PER LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE

E’ chiaro a tutti che con la proposta di modifica dell’art. 1 della nostra Costituzione in Italia si prospetta un pericolo concreto di dittatura, poiché tale sarebbe un Parlamento che sovrasta tutti gli altri organi Costituzionali.
Noi donne non possiamo permettere che un simile scempio si consumi!
E’ arrivato il momento di fare sentire chiara e forte la nostra voce, e per questo motivo dobbiamo chiedere al Presidente della Repubblica di ascoltare anche la nostra opinione!
Le donne sono la maggioranza in questo Paese e nessuno può permettersi di ignorare il nostro pensiero, le nostre preoccupazioni, la nostra presenza.

Promotrici

siciliane3 res

MANIFESTO DEL TRENO DELLE DONNE PER LA COSTITUZIONE

L’Idea del Treno delle donne per la Costituzione alla volta di Roma per presidiare il Parlamento a difesa della Costituzione è nata, dopo l’annunciata modifica dell’art. 1 della Carta costituzionale, dal confronto tra le donne della Rete delle Donne Siciliane Per la Rivoluzione Gentile, che ne è la Promotrice.

Nessuno si era ancora spinto al punto di chiedere la modifica della prima parte della nostra Costituzione e questo per noi rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare che ci ha portate di getto a lanciare questa importante iniziativa.
Noi donne, oggi più che mai, avvertiamo l’obbligo di accompagnare la società verso un futuro diverso. Riteniamo, infatti, che la nostra presenza e la nostra partecipazione attiva potranno restituire tutto quanto fino a oggi è mancato alla cultura politica del Paese.
Siamo numericamente la maggioranza in Italia e nessuno deve pensare di poter modificare la Costituzione senza la nostra compartecipazione.
Vogliamo essere portatrici di legalità, giustizia e laicità e questo ci impegna a difendere la nostra Carta costituzionale che è garanzia imprescindibile per l’affermazione di questi principi.
Questa battaglia vogliamo farla insieme a uomini e donne, ed a quanti hanno a cuore la difesa della Costituzione repubblicana.
Un treno dal Nord ed un treno dal Sud porterà a confluire a Roma le cittadine di questo Paese, e i cittadini che condividono questa battaglia, per unire le donne del Nord e Del Sud, per ribadire la volontà di pensare all’Italia unita, democratica, Repubblicana.
Le donne sentono vitale ed imprescindibile questa battaglia. Con la loro forza viva, creativa, fonte di cambiamento, andranno a presidiare il Parlamento Italiano a cui va lanciato un messaggio forte e chiaro:
“La Costituzione è di tutte le italiane e gli italiani, e senza la condivisione paritaria nessuno ha il diritto di modificarla. Soprattutto l’art. 1 dei principi fondamentali non si tocca!”.

Gli Italiani hanno già bocciato a maggioranza, con il Referendum del 25 e 26 giugno 2006, le riforme che cambiavano l’assetto istituzionale nazionale della seconda parte della Costituzione. Oggi non si può far finta che ciò non sia successo e tornare allegramente a stravolgerla!
Per realizzare il presidio si è costituito il Comitato promotore:

COSTITUISCONO IL COMITATO PROMOTORE

RETE DELLE DONNE SICILIANE PER LA RIVOLUZIONE GENTILE / GRUPPO VENETO RETE RIVOLUZIONE GENTILE / MOVIMENTI CIVICI / RADIO CENTO PASSI / CONSULTA DELLE DONNE / ONERPO / FORUM AMBIENTALISTA / RETE VIOLA / NOCOKE / VESPRI SICILIANI

Aderiscono: GRUPPO TOSCANO RETE RIVOLUZIONE GENTILE / UDI (UNIONE DONNE IN ITALIA) / CITTADINI ATTIVI AIDOS (ASSOCIAZIONE ITALIANA DONNE PER LO SVILUPPO) / UDI MONTEVERDE / UDI CATANIA /ARCIDONNA / RETE SPORTELLO DONNA / RETE CENTRI ANTIVIOLENZA DONNE SICILIANE CONTRO LA VIOLENZA e CENTRI ANTIVIOLENZA di SIRACUSA / UDI LA SPEZIA – TELEFONO DONNA / UDI REGGIO CALABRIA …

donne_bn

adesioni:

http://www.trenodelledonneperlacostituzione.it/aderisci.html

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Archiviato sotto Iniziative, Partecipazione

Rischio chiusura del Centro Antiviolenza Erinna di Viterbo

Come per il Centro Lanzino di Cosenza un altro grave rishio di chiusura incombe sul Centro Antiviolenza Erinna di Viterbo.

Ecco gli indirizzi per action mail alla Presidenza e alle Pari Opportunita della Provincia di Viterbo:

presidente@provincia.vt.it

serep@pariopportunita.gov.it

Antiviolenza / Comitato provinciale di Viterbo SE NON ORA QUANDO – SNOQ

Dopo Siena il movimento Se non ora quando riparte da Viterbo per sostenere il Centro Antiviolenza Erinna. La provincia di Viterbo ha deciso di recedere dalla convenzione con l’associazione Erinna prima della scadenza naturale, viene meno, così, la possibilità di continuare a gestire il centro antiviolenza con la conseguenza di non poter più sostenere le donne maltrattate, che provengono dalla provincia di Viterbo e dalle regioni confinanti. L’Associazione Erinna è un’associazione di volontarie che coordina il centro da anni; è l’unico centro contro la violenza alle donne presente nel territorio viterbese che adotta la metodologia di accoglienza secondo le indicazioni europee e internazionali.

In seguito a questa decisione si sono manifestate numerose proteste che anche su Facebook hanno visto aderire più di 2000 persone. Nella riunione del 15 luglio numerose cittadine e cittadini hanno espresso la volontà di far scendere la protesta da facebook in piazza per il diritto delle donne ad avere un luogo di riferimento dove la cultura di genere restituisce dignità e autodeterminazione.
La manifestazione di piazza si terrà a Viterbo il 28 luglio.

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Mostruoso, folle, lucido.

essenza della nostra lotta

fase 1. Lanceremo campagne di informazione per creare consapevolezza utilizzando qualsiasi mezzo necessario, compresa la distribuzione dei nostri messaggi usando attacchi-shock letali contro le concentrazioni dei traditori di classe A e B in un pan-Contesto europeo. L’obiettivo primario degli attacchi d’urto non è l’immediata manifestazione fisica dell’attacco (distruggendo alcuni edifici, uccidendo un centinaio di traditori), ma piuttosto gli effetti indiretti. Attacchi-shock avranno la potenza di penetrare il rigoroso regime di censura dei marxisti culturali/multiculturalisti. Ogni sostanziale attacco-shock avrà dunque il potenziale per fare enormi danni ideologici sull’ideologia multiculturale e sui suoi propagatori in vari modi (come il sogno multiculturale diventerà mai così distante) …

***

1. Prendiamo il nemico di sorpresa.
2. Conosciamo il terreno dello scontro.
3. Abbiamo una maggiore mobilità e velocità rispetto alla polizia.
4. Siamo al comando della situazione e dimostriamo grande decisione, ciò comporta che il nostro nemico è stordito e incapace di agire.                  5. Siamo pronti a morire per portare a termine i nostri obiettivi.

***

1. Finanziamento dalla tua operazione
2. Ricerca e raccolta di informazioni sicure
3. Acquisizione di armi, giubbotti antiproiettile e altre attrezzature
4. Trasporti (con un’auto / scooter disponibile o contare su un’espropriazione)
5. Stoccaggio sicuro in cache remota (eliminazione di elementi di prova)
6. Ricognizione o esplorazione del terreno
7. Studio e cronometraggio dei percorsi
8. Simulare l’operazione più e più volte (studio e pratica)
9. successo

***

Sono estratti dal documento farneticante di 1550 pagine, pubblicato sul web (un anno di lavoro) dove l’attentatore di Oslo teorizza la Rivoluzione d’Europa entro il 2083 contro i traditori, i sostenitori del multiculturalismo. Una crociata militare permanente anti-islamica e contro tutti i soggetti che sporcano l’Europa templare bianca e cristiana. Neppure il Papa ne è esente.

La strage di Oslo ci ricorda e ci sbatte sotto gli occhi molte cose disgraziate.

Per prima cosa quella parte di giornalismo codardo che non affronta la notizia ma la mistifica in mala fede o trova sempre il modo di infilare cose care. O quel giornalismo lumaca che diventa gazzella, ma sempre un passo indietro (sulla verità) o avanti (sul cicaleccio), quando l’evidenza della realtà esplode. Le testate più accorte in Europa (ma anche in Italia) erano state molto caute o avevano abbandonato la pista islamica venerdì a tarda sera a chiusura delle edizioni, ma i portabandiera a servizio nostrani hanno voluto insistere con la pista islamica ricominciando da Adamo ed Eva con tanto di esperti. Ridicola disonorevole marcia indietro del giorno dopo. Le edizioni televisive realtime non hanno nemmeno brillato.

Il mostro è nel nostro armadio. Anders Behrin Breivik.

L’esecutore della strage mostra un profilo che ha delle concatenazioni obbligate. Passione per i giochi di guerra. Dunque ama le armi, la caccia, la guerra, le divise, la pulizia etnica. Estrema destra politica. Odia il mondo islamico con quella commistione ecstasy di templarismo, cristianesimo, cavalieri-fantasy del bene contro il male assoluti. E non poteva che odiare anche le donne. Il circolo di questo profilo si chiude. Ce lo conferma un particolare.

Aveva pubblicato un video De Laude novae militiae, prendendo il titolo del libro del monaco Bernardo di Chiaravalle, con l’asse ideologico ben elaborato in titolazione:

Cavalieri templari d’Europa

Unità non diversità

Monoculturalismo non multiculturalismo

Patriarcato non matriarcato

Isolazionismo europeo non imperialismo europeo.

In questo atroce miscuglio di arcaismi che nega il mondo, spacciato come radici culturali, la donna non può osare di sottrarsi all’assoggettamento millenario, fisico psicologico e sociale. Lo esclude la struttura gerarchica e del comando monoculturale appunto, maschilista, patriarcale. Qualcosa sottocenere brucia nei paesi felici del nord Europa, ai primi posti per stupro. [...] [...]

Dopo la caduta del muro di Berlino le realtà scandinave vanno mutando profondamente. Il pericolo più grosso è la mafia russa, molto infiltrata, che ha trovato pascoli facili e vicini. Curioso indicatore: il 60% dei libri che si comprano a Stoccolma, Copenaghen, Oslo sono gialli.

Il tradizionale Stato sociale e dei servizi e della buona politica estera mediatrice si va appannando. Crisi economica. Immigrazione più o meno intorno al 10% in Svezia, Norvegia, Danimarca. Le destre xenofobe cominciano ad essere consistenti, anche se un po’ meno in Norvegia. E quasi metà dei paesi europei hanno mandato almeno un loro rappresentante di estrema destra al Parlamento europeo.

II potere della razza ariana bianca era il tema su cui 22.000 iscritti e iscritte (purtroppo anche donne)  discutevano nel 2009 su Nordisk, un forum neo-nazi  sul web a cui Breivik era approdato. Lo aveva poi lasciato perché troppo moderato.

Tra le annotazioni scritte della sua tragica spazzatura mentale aveva stabilito, prima del martirio (il suo, non avvenuto) e della strage, di festeggiare con vino rosso pregiato e due prostitute di alto bordo. Un classico del decadentismo della vigilia di morte. Eros (impossibile o pagato) e thanatos (facile, basta premere un grilletto).

Il fenomeno delle formazioni neo-nazi (e misogine-maschiliste) è preoccupante nel senso che dispongono ora di un comodo e facile strumento di comunicazione e aggregazione: il web. Creano reti, scambiano, si incontrano in raduni segreti. Altro mezzo di attrazione per veicolare messaggi e per fare adepti e adepte sono i concerti, white power music. (La Stampa 24/7/2011)

Una metamorfosi: negli anni passati il look, ostentato, era riconoscibile dalle teste rasate, anfibi, borchie, nero e altri dettagli ricorrenti. Oggi il mimetico delle tute, che pure amano, è passato allo stesso look: capi di abbigliamento di tendenza senza particolari segnali di gruppo codificato. La mimetica sociale facilita i rapporti e non allarma.

Ma il mezzo più pericoloso è l’uso delle donne. Utilizzarle come piattaforma di consenso e come veicolo virale per l’infezione ideologica della società. Una tecnica ben riscontrata ormai, ma poco conosciuta dalla maggior parte su fb. I gruppi maschilisti o segnatamente antifemministi (mariti e padri separati che la devono far pagare cara o semplici odiatori di donne, della loro libertà e autonomia) creano account-cloni o fake con profili di donna o fantomatiche associazioni contro la violenza sulle donne. O siti sulla QM, questione maschile. In uno di questi, il problema posto era: quali motivi hanno tutti i mariti a cui la moglie rovina la vita per sempre, per non ammazzarla?

Marcel Gleffe

In ultimo un po’ di commozione e gioia. Marcel Gleffe è un tedesco, da qualche anno fa il riparatore di tetti in Norvegia. Venerdì si trovava in campeggio davanti all’isola di Utoya, luogo dell’eccidio. Ai primi spari guarda col binocolo, intuisce la carneficina e con grande rapidità fa la spola con una barca recuperando i ragazzi e le ragazze ancora in vita, in fuga a nuoto  per scampare agli spari. Forse una trentina ne è riuscito a portare fuori tiro. E tutte le persone in campeggio hanno collaborato. Intorno a 150 le giovani vite salve.

La maggioranza della specie avrà pure questo istinto, ma basta un solo folle per produrre danni irreparabili alla specie stessa e questa non sempre si accorge e previene. Spesso perde la memoria.

Un centinaio le vittime del massacro tra la sparatoria a Utoya e l’eplosione preparata a Oslo. Breivik ha chiesto di presentarsi a un processo pubblico e in divisa.

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XV Congresso Nazionale UDI, Bologna 21/22/23 Ottobre 2011

 

Una immagine per il Congresso

2 donne, lavoro di Silvia Brizi selezionato dalla giuria del Concorso, il Gruppo Congressuale interno, per locandina e manifesto del XV Congresso Nazionale UDI che si terrà a Bologna il 21/22/23 di ottobre prossimo.

Manifesto Locandina Congresso PDF

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Punto G, Genova 2011

La terra siamo noi.

Si è tenuto a Genova dal 25 al 26 giugno il meeting internazionale “Punto G: Genere e Globalizzazione”.

E’ stata un’esperienza energizzante soprattutto per il vivace scambio generazionale che ha caratterizzato il dibattito; interessanti in questo senso gli interventi di Eleonora Cirant, Susanna Camusso e Dacia Maraini. La presenza di giovani donne e di femministe di antica data ha consentito di mescolare esperienze e di sperimentare nuovi percorsi. Produzione e riproduzione, lavoro e maternità, da sempre al centro del dibattito, si sono incrociati con i temi del rispetto dell’ambiente e della convivenza civile. A 10 anni dal Genova Social Forum e dal Punto G del 2001 che raccolse 1000 donne, 140 gruppi femministi nazionali ed internazionali, a rileggere i documenti e le elaborazioni prodotte allora si raccolgono indicazioni ancora preziose e profetiche: per l’allargamento del fenomeno sessista e razzista, per la riduzione complessiva delle libertà, per l’inquinamento del pianeta.

E proprio su quest’ultimo aspetto si sono concentrati i lavori del laboratorio: la terra siamo noi. Tema affascinante, scelto da Monica Lanfranco e dalle sue amiche per uno dei laboratori del meeting.

La terra siamo noi sintetizza in maniera molto efficace un percorso millenario avviato dalle donne già dal Paleolitico e che arriva fino ai giorni nostri. Di questo lunghissimo percorso, nel tempo, si sono cancellate le tracce; la cultura patriarcale, in questo senso, è stata molto pervasiva e devastante, quasi quanto il fondamentalismo cattolico che ha provveduto a sbiancare le madonne nere e a coprire i seni nudi delle grandi madri, a dimagrire progressivamente i fianchi larghi della madre terra, fino a farla diventare minuta e vestita da suora.

Queste due culture come le lame affilate di una stessa forbice hanno provveduto nei secoli, nei millenni a tagliare, rimuovere il culto della madre terra, e con essa hanno rimosso i valori di speranza e trasformazione, di pace e rigenerazione, di accoglienza e compassione.

Ma nonostante questo lavoro costante e sistematico di cancellazione, è possibile rinvenire qua e là tracce, reperti archeologici significativi.

In Puglia vicino ad Ostuni è possibile visitare, prenotandosi, la grotta di S. Maria di Agnano dove, accanto ai resti di una giovane madre in attesa di epoca paleolitica, possiamo ammirare un dipinto del ‘700 di una Madonna con bambino.

Questa grotta spiega quasi didatticamente la trasformazione del culto millenario della dea-madre nella venerazione della madonna.

E’ possibile trovare tracce, se solo lo desideriamo e abbiamo occhi per vedere, rinvenire reperti, documenti, esperienze di vita quotidiana che testimoniano la persistenza del culto della madre terra, e di un particolare modo di concepire la propria esistenza e il proprio posizionamento nel mondo, dell’ io e del noi sulla terra … nella continua ricerca di armonia con i suoi elementi e con i suoi abitanti.

E’ possibile osservare tracce archeologiche e testimonianze quotidiane della persistenza del culto della madre terra in tutto il mondo. Esistono studi multidisciplinari ormai accreditati in ambito accademico (dal genetista Luca Cavalli Sforza a Marija Gimbutas, da Heide Göttner-Abendroth a Lucia Chiavola Birnbaum), sono tante, inoltre, le esperienze di movimento che si richiamano al rispetto della terra madre; entrambi i percorsi sono rintracciabili, se solo abbiamo la curiosità di approfondire questo tema che è una sorta di motivo di fondo che accompagna da sempre la nostra esistenza.

Allora scopriamo che c’è qualcosa di profondo, direi quasi di ancestrale, che risveglia le coscienze intorpidite da un quotidiano che nega sistematicamente i diritti, i doveri, che ci mostra un mondo in cui i più furbi hanno la meglio e l’intelligenza profonda viene messa ai margini. Uno dei video realizzati per il Punto G ci mostra che la crisi economica in atto era stata ampiamente prevista, i segnali dal mondo erano già piuttosto evidenti dieci anni fa ma non c’erano occhi per vedere, orecchie per sentire.

Ma c’è qualcosa che ad un certo punto squarcia il velo di bugie, che rimette insieme i pezzi di una realtà distorta, che fa decidere a Lorella Zanardo di girare il video sul corpo delle donne, che fa esultare Alex Zanotelli per la vittoria dei sì per l’acqua, e affermare che è la terra che ha vinto …. è la madre!

Quando i veleni, sia quelli che inquinano la terra e le acque, sia quelli quotidiani che inquinano la democrazia raggiungono livelli di non ritorno, accade che … il 13 febbraio si scenda tutte-i in piazza per la DIGNITA’ delle donne, tutti insieme più di un milione di persone per strada donne, uomini, anziani, bambini.

Accade che in Calabria si raccolgano migliaia di firme per fare luce sulle navi dei veleni della ‘ndrangheta e degli affaristi senza scrupoli del nord.

Quando i calabresi hanno avuto la consapevolezza che veniva messa in discussione l’esistenza stessa, la vita dei loro figli e dei loro futuri nipoti non ci sono stati tavolini e braccia sufficienti per raccogliere le firme e l’indignazione delle persone. E’ così che i referendum diventano incredibilmente chiari a tutti e consentono il raggiungimento del quorum … cosa che non avveniva da anni. L’acqua, le centrali nucleari, il legittimo impedimento potevano diventare punti di non ritorno, ma non è stato così.

E’ la terra, la madre terra rigeneratrice che è dentro di ciascuno di noi che ci chiama, che ci fa dire ora BASTA, che ci fa dire SE NON ORA QUANDO? che ci fa prendere treni, auto con il caldo e che ci ha portate ancora a Genova, donne del sud, dell’area mediterranea, del nord, tutte insieme.

Dieci anni fa mentre erano in atto i preparativi per il Genova Social Forum, mi stavo organizzando anch’io per partire, ero al quinto mese di gravidanza e mi sentivo in gran forma, ma ad un certo punto dal tenore dei messaggi che giravano sulla rete ho capito che non sarebbe stata una passeggiata e neppure una festa ed ho deciso di non partecipare, proteggendo mia figlia Gaia che placidamente cresceva e prendeva forma. Sono però ritornata lo scorso anno con lei nel febbraio 2010 per una iniziativa sull’eco femminismo organizzata da Monica Lanfranco e dalla rivista Marea, un trimestrale di attualità e riflessioni, critica e informazione per dire lo stare al mondo delle donne.

Marea … e proprio pensando alle maree che oggi mi sento di dire che dobbiamo evitare le risacche, dobbiamo porci il problema di come facciamo a trasmettere i nostri saperi, a mettere in campo politiche efficaci per far cambiare realmente il vento e spazzare via gonnelline leziose su gambette incerte. Abbiamo elaborato negli ultimi quarant’anni saperi di genere sofisticatissimi, abbiamo istituito Centri di Women’s studies nelle università, Torino e l’Università della Calabria sono state tra le prime, abbiamo creato centri di documentazione autorevoli, realizzato strumenti di comunicazione, utilizzato tecnologie dell’informazione …

Ma in che modo abbiamo cambiato le nostre vite e quelle delle nostre figlie, delle nostre compagne di viaggio?

Allora mi sembra che al primo punto in agenda ci sia la questione dell’efficacia, e su questo aspetto credo che sia necessario partire da una sorta di A, B, C della comunicazione e della strategia politica.

Come facciamo per fare in modo che le ragazze più preparate dei loro compagni abbiano pari e dignitose opportunità di lavoro, come facciamo per evitare discriminazioni?

Come facciamo a trasmettere i nostri saperi alle bambine, ai bambini, alle ragazze ed ai ragazzi?

Come facciamo a progettare moduli specifici per le scuole? Poiché uno dei nodi è proprio l’efficacia della trasmissione dei saperi ed abbiamo la consapevolezza che su questo terreno, in passato, i nostri femminismi hanno fallito.

Come facciamo per proporre bilanci partecipati e di genere alle amministrazioni pubbliche? E come controlliamo che siano realmente partecipati?

Come facciamo a vivere in armonia con la terra e i suoi abitanti?

I punti di non ritorno sono stati superati, l’indignazione si è resa palese, è tempo di evitare le risacche, sempre in agguato, e procedere spedite.

Mi rendo conto che in poche righe è difficile tenere insieme tanti temi, ma c’è bisogno di esercizi di equilibrismo per tenerci tutte insieme nelle nostre differenze culturali, generazionali. Siamo confortate da studi e ricerche compiute negli anni da donne autorevoli e da esperienze di vita quotidiana di movimento. E come sempre intrecciare teorie e pratiche politiche può servirci per avere indicazioni sulla rotta.

Quello che non ci serve è un banale spiritualismo fai da te.

Nadia Gambilongo

appof: puntoggenova2011

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Centro Roberta Lanzino su condanna all’ex frate Bisceglia

Riceviamo dal Centro Roberta Lanzino di Cosenza e pubblichiamo.

COMUNICATO STAMPA

E’ con l’immagine di Francesco Bisceglia con la bianca veste, sulle scale del Tribunale di Cosenza che urla rivolgendosi minacciosamente alle suore, esortandole a vergognarsi e a pentirsi, che oggi 6 Luglio 2011 alle ore 14 vogliamo commentare la sentenza.

Con la soddisfazione di chi ha creduto nelle verità denunciate dalla suora affermiamo che è stata resa giustizia e la sentenza di condanna a 9 anni e 3 mesi a Francesco  Bisceglia e 6 anni e tre mesi ad Antonio Gaudio deve necessariamente contribuire a restituire equilibrio e misura ad una città tutta che durante questi lunghi 5 anni troppe volte ha abusato della dignità della religiosa e di quanti a lei si sono affiancati per sostenerla.

In primo luogo noi, donne del Centro antiviolenza “Roberta Lanzino”, che abbiamo vissuto il difficile percorso giudiziario al suo fianco subendo l’onta dei media e di una comunità ancorata alla figura istrionica e narcisistica di un uomo che ancora oggi, a sentenza emessa, ha continuato ad offendere. Su questo continueremo a vigilare attente a che ad altre donne non accada quello che è già accaduto, pronte a prevenire e a denunciare qualsiasi altro atto lesivo della nostra dignità.

Oggi si scrive una pagina importante per la giustizia italiana: il Tribunale di Cosenza ha aperto una fase nuova che impone ad una città arroccata, durante questi anni, a facili giudizi assolutori in nome della virtuosità e dell’opera meritoria a sostegno dei più deboli,  che di certo non riducono né scalfiscono la gravità dei fatti per i quali Bisceglia è stato condannato.

Accogliendo con soddisfazione la sentenza non ci esimiamo dal riflettere sul fatto che la ricerca di legalità sia emersa all’interno di un’aula di Tribunale più di quanto non abbia saputo esprimere la società civile cosentina e la stampa.

Cosenza, 6 Luglio 2011                         Centro antiviolenza “Roberta Lanzino”

***

Vergognatevi tutti, magistrati, suore e preti, perché è stato condannato un innocente. Avete infangato un sacerdote onesto. È la pagina più dolorosa mai scritta dalla magistratura di Cosenza.

Nei miei confronti è stata commessa un’enorme ingiustizia. Tutti dovranno pentirsi un giorno per quanto mi è stato fatto. Hanno trionfato la menzogna e la calunnia. Pentitevi tutti perchè per tutti voi un giorno, per il male che mi avete fatto, si spalancheranno le porte dell’inferno. Non è giusto condannare un innocente.

E’ quanto aveva gridato dopo la sentenza, malgrado testimonianze e riscontri (vedi dossier), l’ex frate dei Minimi Francesco Bisceglia, conosciuto come padre Fedele. 

La suora vittima della violenza sessuale, dal canto suo ha solo commentato: Grazie, attendevo questo momento da anni.

La condanna riguarda cinque atti di violenza sessuale nei confronti di una suora e altre donne, compiuti individualmente e in gruppo. 

[fonti: Corsera 7/7/'11  - 25/1/'06Dossier]

 

 

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Bavaglio

 Agcom: non censurare internet!

 
195,572 hanno mandato un messaggio. Abbiamo superato i 100.000! Aiutaci ad arrivare a 200,000
L’Autorità per le comunicazioni, un organo di nomina politica, sta per votare un meccanismo che potrebbe perfino portare alla chiusura di qualunque sito internet straniero – da Wikileaks a Youtube ad Avaaz! – in modo arbitrario e senza alcun controllo giudiziario. Gli esperti hanno già denunciato l’incostituzionalità della regolamentazione, ma soltanto una valanga di proteste dell’opinione pubblica può fermare questo nuovo assalto alle nostre libertà democratiche.

Inondiamo i membri dell’Autorità di messaggi per chiedere di respingere la regolamentazione e preservare così il nostro diritto ad accedere all’informazione su internet. Agisci ora e inoltra l’appello a tutti!
 
di corsa su:
AVAAZ.org: The World in Action

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Ma le gambe-mbe

 Businessman in action

female legs 

Tra le mille e una possibilità di invenzioni creative per un messaggio sulla comunicazione politico-sociale riguardante il PD cosa ti scelgono?

Una cravatta sollevata dal vento sulla camicia di un young businessman. Senza testa.

Un paio di gambe di donna che il vento scopre sollevando i lembi di un vestitino rosa fuxia.

Che noia ancora una volta osservare tanta piattezza, vedere ridotto a un meccanismo, a un dispositivo come fosse una leva, un tema di comunicazione politica, leggero e robusto insieme, come vento e cambiamento. I distributori automatici di bibite si impegnano di più.

Noia di doversi ripetere ogni volta, noia di sentire voci arrabbiate, noia di sentire voci plaudenti persino dei versanti opposti al PD: viva le minigonne al vento. Ferrara docet.

Non c’entra Marylin Monroe della moglie in vacanza, non c’entra Kelly LeBrock della signora in rosso. Non c’entra fischia il vento, infuria la bufera… Celebri icone invocate a difesa, come  citazioni. Qualcuno ha detto ma non vedete che sono gambe maschili …

Molto molto più semplice.

Scrivete su un database da cui i pubblicitari comprano le foto, per esempio istockphoto (imput di Giovanna Cosenza), due sole keywords: vento+cravatta.

Al primo click, alla prima pagina, in quarta/sesta posizione, trovate un  

young businessman smiling at camera with blowing necktie. Good business in action!

Il pubblicitario compone. Tramite l’opzione rifletti di photoshop ruota la figura sul suo asse verticale e quindi la cravatta verso destra, fa salire il busto e taglia la testa al povero young businessman (se dovesse ricordare camicia e cravatta di Bersani…). Il fondo è già bianco, non c’è problema. Seguono simbolo PD e scritte su claim Cambia il vento. Fatto!

Desolante.

Ora scrivete, visto che vi trovate, sullo stesso stock photo search altre due keywords (precise però): vento+gambe.

Anche qui, al primo click, alla prima pagina, in quarantesima posizione trovate delle

sexy girl’s legs with pink skirt that’s blowing in the wind. Solo le gambe, ballerine fuxia ai piedi, stessa tinta del vestitino che due mani trattengono perché una folata di vento lo solleva.

Per la verità entrando nel portfolio dell’autore della foto, alla prima pagina, troverete la figura intera della sexy girl: portrait of an attractive young woman in a bright dress in the wind. Non c’è però abbastanza vento e abbastanza gambe. Un posto più in là la stessa ragazza, brunette in the car, si volta a guardarci  seduta al volante. Non c’è proprio vento.

Il pubblicitario compone. Con lo stesso tool rifletti di photoshop ruota la mezza figura sull’asse verticale, e quindi le gambe verso sinistra. Non c’è bisogno di altro. Seguono simbolo PD e scritte: Cambia il vento.

Fatto! Desolante.

Ancora un oggetto da vendere. Con messaggio-clou attaccato preferibilmente a due gambe femminili visto che c’è vento e il vestitino per anemometro.

Quelle non sono mica gambe da velina ha specificato il responsabile comunicazione della Festa Democratica. 

Le fonti teoriche in realtà risalgono al 1938: Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, canta trio Lescano, poi Quartetto Cetra…:

… ma due gambe un po’ nervose
ti faranno innamorar.
Saran belli gli occhi neri,
saran belli gli occhi blu,
ma le gambe, ma le gambe
sono belle ancor di più …

 

        

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Manal e le altre

Io non ho paura di nessuno. Be’ con grandi protezioni alle spalle si può dire. Manal al Sharif ha sfidato, come donna, il potere non certo femminile in Arabia Saudita, senza salvaguardie di nessun genere. E con lei tutte le donne per una delle azioni più comuni: guidare l’auto, vietata per loro in quel paese.

Manal è una delle organizzatrici via web della campagna per l’abolizione del divieto di guida per le donne, campagna che data fin dal 1991, quando furono bloccate in massa, ad oggi senza alcun esito. E di nuovo in massa al volante, ma non concentrate, oggi 17 giugno le donne  saudite sfidano il regno con una protesta ufficiale. E’ pur sempre una sfida anche se con qualche precauzione: velate in modo rituale, preferibilmente accompagnate da un uomo per facilitare il rilascio se fermate, una bandierina nazionale ben esposta a lato cruscotto, una dichiarazione di fedeltà al regno per evitare accuse di sovversione e naturalmente il simbolo della Campagna.

Manal era stata trattenuta in arresto per nove giorni, perché attivista, per aver guidato e pubblicato il video, per aver invitato alla guida in massa alla data del 17 giugno. Al rilascio, in un comunicato sul giornale al Hayat, Manal riconosce però di aver fatto un errore, dichiara di rinunciare agli obiettivi della campagna e si dice impegnata ad ascoltare solo Allah e il suo paese. E’ facile immaginare con quali argomenti o sistemi di persuasione minacciati o addirittura attuati da parte degli addetti ai lavori.

Nel regno saudita di re Abdullah le donne possono essere solo accompagnate in auto da uomini, parenti o amici, o avere l’autista. E così che una donna manager viene violentata dal suo autista dopo essersi diretto in una zona industriale isolata della città santa di Medina e averla minacciata con la pistola ().    

Il vento del web è inarrestabile dal nord-Africa per le rivoluzioni, all’Italia per acqua e nucleare, all’Arabia Saudita per la patente alle donne …

Innumerevoli i canali sul web dedicati o a sostegno dell’iniziativa per Manal al Sharif: HonkforSaudiWomen, Io guido con Manal, I drive with ManalSaudi Women Revolution 

NON LASCIAMOLE SOLE!

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Il potere delle donne?

Da D  La  Repubblica del 15/6/2011

Nell’industria cinematografica e nell’editoria americana, solo il 3% delle decisioni è preso dal gentil sesso. Sono i risultati della ricerca sul sito di Forbes per il 2010. Ecco tutti i dettagli.

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