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La replica di Lea Melandri a Susanna Tamaro

Ultimamente Susanna Tamaro dà dimostrazione di scarsa profondità analitica in tema di “questione femminile” e auspica, avvalendosi di strumenti argomentativi quali luoghi comuni, cliché, stereotipi, semplificazioni, un ritorno alla “donna del focolare domestico”. Purtroppo il nome “Tamaro” suscita presso i più credibilità e generica autorevolezza. Il timore è che la penna di una scrittrice nota contribuisca a legittimare retaggi culturali patriarcali dei quali le scrittrici e le pensatrici dovrebbero per prime denunciare le insidie, anche retoriche, anziché promuoverle.

Segue l’articolo di replica di Lea Melandri, che condividiamo profondamente:

Madri killer e trionfo della pornografia

Lea Melandri interviene nel dibattito nato dall’articolo di Susanna Tamaro sulle donne che uccidono i propri figli

Caro Direttore,
non ho potuto fare a meno, leggendo il Corriere della Sera del 14.06.10, di accostare due pagine in cui era affrontato da angolature diverse e con argomentazioni opposte lo stesso tema: l’amore, la cura dei bambini, la responsabilità della loro crescita. Mi riferisco ai servizi di cronaca sui disegni di legge riguardanti il congedo di paternità obbligatorio, in discussione in questi giorni alla Camera, e all’articolo di Susanna Tamaro sulle “donne che uccidono i figli”. Pur essendo una sentimentale, nutro una ragionevole diffidenza sulla bontà delle rotte su cui ci spinge talvolta il cuore, e l’impeto con cui Tamaro si accanisce per la seconda volta (v. Corriere della Sera 17.04.10) su quelli che considera gli esiti nefasti della “rivoluzione” femminista degli anni ’70, me lo conferma. L’attenzione cade di nuovo, insistente e senza riserve, sulle generazioni che negli ultimi quarant’anni, anziché beneficiare di un “mondo più giusto”, si sarebbero trovate impoverite, travolte dall'”onda nera” che ha spazzato via la loro “natura più profonda”: l’istinto materno nella femmina, quello paterno e virile nel maschio.

La promiscuità obbligatoria e il consumismo li avrebbero ibridati al punto da appiattire l’una sugli aspetti peggiori dell’altro, e viceversa: uomini effeminati, donne licenziose, ossessionate dal sesso, incapaci di amore e dedizione materna, portate a sbarazzarsi dei figli e persino di se stesse. Avendo preso parte attiva al movimento delle donne che negli anni ’70 ha messo in discussione il rapporto di potere tra i sessi proprio a partire dall’identificazione della donna con la madre – la sessualità femminile cancellata come tale, ridotta a sessualità di servizio e obbligo procreativo -, non posso fare a meno di pormi alcune domande. Se non si è trattato di una “presa di coscienza” del dominio storico di un sesso sull’altro, una delle cui ricadute più violente e più durature è proprio la divisione dei ruoli sessuali, che ha assegnato l’uomo alla storia e la donna alla natura, in che cosa sarebbe consistito il “cambiamento”? Come avrebbero potuto le donne diventare “protagoniste piene della realtà” restando là dove sono state messe per destino biologico o volontà divina – madri di, mogli di, sorelle di -, espropriate della loro esistenza ed escluse dal contratto sociale? Non vedo molta differenza tra la definizione dello “spirito materno” che dà Susanna Tamaro – “una ragione per vivere”, “la forza di abbattere ostacoli”, “accogliere e far crescere la vita” – e quella che ne davano nell’800 Michelet, Mantegazza, Bachofen: «Deve amare e partorire, è questo il suo sacro dovere. Se non è sposa e madre, sarà educatrice, dunque non sarà meno madre per questo, e partorirà spiritualmente». Come dimenticare poi che già agli inizi del ‘900, nel suo celebre romanzo Una donna (1905), Sibilla Aleramo si chiedeva: «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?».

Forse a spingere le donne all’infanticidio è ancora, almeno in parte, la drammaticità oggi più acuta che in passato di quella alternativa: la donna e la madre, l’individualità femminile che comincia a legittimarsi sogni e desideri propri e la responsabilità che da millenni ancora pesa materialmente e psicologicamente sulla donna come continuatrice della specie, chiamata ad accogliere e ad accudire, purtroppo non solo piccole creature “fragili” e “bisognose di protezione”, ma adulti forti e in perfetta salute. Se non fosse impietoso di per sé parlare della madri che uccidono i figli rimuovendo le angosce profonde, le sofferenze, le solitudini che spingono a un tale gesto, e del tutto arbitrario il collegamento con quella che Tamaro chiama “la pornografizzazione della società”, basterebbero le poche, realistiche considerazioni che Maria Luisa Agnese fa, su altre pagine del Corriere, a proposito della “madri tuttofare”, dell’enorme mole di ore di lavoro (gratuito) che le donne fanno ogni giorno più degli uomini, della necessità che i padri imparino «a capire cosa vuol dire accudire un bambino e ad acclimatarsi con le acrobazie quotidiane cui sono costrette da subito le mamme con la nuova creatura».

Lea Melandri
(docente presso la Libera Università delle Donne di Milano)
15 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

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