Museo della Magna Grecia Reggio Calabria – Conferenza dei Servizi per l’ampliamento

aggiornamento aprile 2014

Dopo il blocco del Ministro Bray sull’intervento invasivo Museo-Piazza De Nava e le pronte indicazioni metodologiche offerte dalle Associazioni, nessun seguito da parte delle Istituzioni.

aggiornamento dicembre  2013

Linee metodologiche proposte dopo l’incontro col governatore della Regione

aggiornamento 25-26 settembre 2013

3ᵃ Conferenza dei Servizi “Museo Archeologico Nazionale / Ampliamento e nuovo ingresso da Piazza De Nava” indetta da Direzione Reg. BCP Calabria:

Punti nodali:

1)     trasparenza

Trascurando l’iter amministrativo pur molto discutibile, c’è da aggiungere a quanto già espresso nella precedente Conferenza, una riflessione sul termine “sistemazione” utilizzato nell’intestazione del progetto in discussione. Il termine  stando alla lingua italiana significa riordino e riorganizzazione di un assetto perduto o stravolto o rovinato. Fa pensare nel caso in questione che verranno magari ridisegnate le aiole, sostituita la pavimentazione malandata, riparato qualche angolo sberciato, l’illuminazione…

continua  a leggere  Relazione-udirc-museo-3a-conferenza-servizi1

2-piazza denava-dallalto

Museo Nazionale della Magna Grecia e Piazza De Nava, a sinistra il Roof Garden – Reggio Calabria

Conferenza dei Servizi cui partecipa UDIrc come soggetto portatore di “interesse diffuso” (art. 9 L. 241/90) 

Si è svolta il 7 agosto scorso, all’interno del Museo Nazionale della Magna Grecia, la seconda Conferenza dei Servizi decisoria (la precedente si era tenuta il 26 giugno) per una discussione allargata sul progetto di ampliamento del Museo Archeologico Nazionale, più comunemente detto della Magna Grecia, che coinvolge Piazza De Nava e il tratto incluso del Corso Garibaldi, sia in superficie che nel sottosuolo, su cui prospetta la facciata del Museo progettato da Marcello Piacentini, in seguito alle critiche mosse da diversi fronti e alla mobilitazione promossa dagli Amici del Museo.

Nel nuovo ambiente del museo coperto da lucernario, ricavato dal vecchio cortile interno, erano presenti la Direzione Regionale dei Beni Culturali e Paesaggistici, le Soprintendenze per i Beni Archeologici e per i Beni Architettonici e Paesaggistici, rappresentanti del Comune e Associazioni cittadine, tra cui gli Amici del Museo, Italia Nostra, Kronos, UDIrc.

Durante la seduta il Direttore Reg. BCP arch. Francesco Prosperetti traccia il percorso istituzionale e le finalità generali dell’intervento architettonico, e l’arch. Nicola Di Battista, autore del progetto, ne espone i caratteri e le particolarità attraverso gli elaborati geometrici, piante, sezioni, viste d’insieme. Il dibattito porta subito ai nodi oggetto di critiche anche aspre, sia per l’iter del bando di concorso, emesso per inviti dalla Direzione Regionale BCP, sia per la soluzione progettuale prescelta.

DSCN2689aIl Museo, da Piazza De Nava (foto Udirc)

L’intervento di UDIrc è estratto dal testo seguente, una sintesi resterà agli atti.

Motivazioni di un dissenso.

Una premessa con un breve pensiero di Renzo Piano:

Tradire il senso del luogo è un peccato gravissimo. I luoghi parlano anche se con voce sottile. E gli architetti non li ascoltano. In epoca antica non c’era tempio che non venisse costruito ascoltando la voce del luogo.

Le parole di Renzo Piano sono molto critiche, forse anche nei confronti di se stesso.

Nessun tempio greco o teatro è mai sorto in un luogo di risulta e tanto meno in un sotterraneo, ma di regola nelle aree più panoramiche della polis e tali da interpretare la sacralità. E non c’è centro storico che non si sia formato assecondando e interpretando la naturale conformazione che chiamiamo vocazione dei luoghi.

Il centro storico ha quindi troppa storia alle spalle perché si possa eludere la sua voce, e la sua valenza è paragonabile a quella di un’opera d’arte compiuta. E come una statua, un dipinto non sono modificabili, così il centro storico quando integro e non disturbato va custodito il più possibile nella sua integrità, come il testo di un’opera scritta, nel suo immaginario e nella sua qualità costitutiva.

Nella pianificazione contemporanea certi sventramenti non hanno avuto rispetto per i centri storici in nome di una architettura e un paesaggio urbano trionfalistico e monumentale, avulso dal territorio profondo, luogo di vita vissuta. Lo stesso Piacentini porta la macchia della Spina di Borgo, a Roma, dissolta per tracciare Via della Conciliazione. E Leonardo Benevolo vorrebbe ricostituire la Spina per far rivivere l’intuizione, il colpo di scena spaziale del Bernini, contro la grossolana e tronfia rappresentanza della via ricavata. Sempre più agli architetti viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, spesso compiuta dietro una presunta istanza di riqualificazione o artisticità (grandi kermesse Olimpiadi, Expo, grandi aree commerciali e turistiche, centri direzionali, residenziali…). Ci si prende la libertà di vetrinizzare la città come se fosse solo un piacere ludico-formale e per di più innocuo, e si scavalca la responsabilità sociale politica e civile connessa con la progettazione. La grande architettura è sempre più lontana dalla vita della gente e dall’interesse pubblico, peggiora a volte le condizioni dell’abitare.

Il paesaggio viene vissuto e percepito fisicamente ma soprattutto con la mente e con l’immaginario. Vivere nella valle, sulla montagna, al mare, presso il fiume, il lago, nell’isola, in città, nella pianura sterminata, nel deserto… sono condizioni che influenzano il nostro profondo. Lo stesso linguaggio verbale è fortemente influenzato da riferimenti spaziali. E il più delle volte non ne siamo consapevoli. La deprivazione dei luoghi corrisponde ad una deprivazione della mente. L’amministrazione burocratica moderna del territorio sottesa ai modelli di vita correnti ha sottratto i luoghi, la strada, la piazza … alla conformazione diretta e creativa degli spazi. Spazietti come cubetti di ghiaccio. Cellule senza corpo. Luoghi decontestualizzati senza storia e senza affetti, abitati con segreta malinconia. La sottrazione, il disturbo, la distruzione del luogo, la profanazione, riguardano il vissuto emozionale, il profondo della propria persona, che tocca la memoria e il futuro. La reazione contro chi sottrae qualcosa al luogo con cui abbiamo stabilito una relazione affettiva profonda è inevitabile.

Adolf Loos scriveva che gli architetti buoni o cattivi che fossero finiscono per deturpare i luoghi, il contadino con la sua millenaria mente locale ha prodotto i paesaggi, i borghi, le case, belle come sono belle la rosa e il cardo… (Franco La Cecla, 1995) 

Questo oggi è assurto a largo dibattito nelle conferenze di urbanistica e architettura, e la tendenza è di riflettere sul fatto che le città rischiano di diventare brutte, invivibili e tutte uguali fra di loro.

Grazie alle decisioni di amministrazioni più orientate verso attrazioni economiche e all’opera di architetti che hanno formato una sorta di star system dell’architettura, dimenticando la dimensione umana e storica della progettazione, abbiamo fatto diventare tutte le periferie di tutte le città del mondo assolutamente uguali, oltre che amorfe, e allo stesso modo stiamo favorendo l’omologazione di parti delle città storiche a quello che è diventato un unico modello del futuro: la città dei petrolieri alla Dubai, un sogno privo di cultura storica e antropologica, dove le estreme strutture pinnacolari o veleggianti sono il nuovo status della città supertecnologica, di alta griffe.

Entrando nel merito del progetto. Sull’ipogeo:

Al centro del cortile del Louvre a Parigi è ben nota la grande piramide in vetro che copre uno spazio sotterraneo con le stesse funzioni del progetto in discussione. Questo ipogeo può essere in accordo con una città nebbiosa che vive delle sue grigie atmosfere, dei suoi grigi palazzi, della sua vita underground. Una rilevanza non dispregiativa.

Al contrario Reggio è una città solare, ariosa, i suoi spazi aperti sullo stretto condurrebbero naturalmente ad interventi che interpretino questi caratteri. Reggio vive della totalità della luce solare e dell’acqua, la sua realtà storica pur ferita e ridisegnata di cui va comunque salvaguardata la memoria, e la bellezza paesaggistica non spingono verso la necessità di funzioni ricreative e culturali importanti sotterranee. Sarebbero come frasi fuori sintassi nel discorso. Piacentini, con calibrata intuizione in questo caso, non poté infatti rinunciare a prevedere corpi aperti terrazzati, anche se poi non realizzati, che permettevano l’immersione in questa straordinaria spazialità.

Sulla piattaforma sopralzata.

Viene detto che il bando richiedeva espressamente un intervento integrato con la città. La soluzione progettuale proposta impone invece con tutta evidenza delle cesure nette, delle barriere percettive, sia lungo l’asse del corso Garibaldi, sia all’interno degli spazi della stessa piazza De Nava. La cesura sull’asse longitudinale di corso Garibaldi è una barriera fisica non solo percettiva. Un dosso.

Mai si penserebbe, per es., di interrompere la storica Spaccanapoli che collega il Vomero a Forcella con l’annessione di una piazzetta sopraelevata da parte di un edificio. Nessun architetto, ente ecclesiastico o nobile per quanto carico d’investitura o di potere ha mai pensato di annettere spazio fisico antistante alla costruzione prediletta, sottraendolo fisicamente alla fluidità lineare dell’antica plateia. Né per mezzo di piattaforme, sagrati, gradini, né per mezzo di occlusioni o corpi posticci. Le piazze, gli spazi di rispetto, gli slarghi a completamento delle cortine costruite restano una delimitazione percettiva dell’immaginario, ma non ricavate con intagli in rilevato o in scavo, tramite cesure. Una strada ha un flusso di energia potentissimo. Spaccanapoli è un immaginario e come tale nessuno si sogna di modificarlo. Conservazione? No, memoria, quando antropologicamente il segno è troppo forte.

Ma un altro enorme segno, vivente, dalla connotazione antropologica fortissima, due volte l’anno penetra lo spazio tra la piazza e il museo. Un magma brulicante, oggi fino a 120.000 persone, scorre lungo un percorso che ha il suo segnapunto spaziale proprio su Piazza De Nava. La grande processione annuale di settembre qui imbocca il rettilineo di arrivo quando in discesa dal Santuario segue la Vara verso la Cattedrale. E da qui ripassa quando a novembre la Vara viene riportata in risalita verso il Santuario dove è custodita tutto l’anno. Da oltre quattro secoli. Qui persone, luoghi, percorsi, orientamenti, pratiche di culto, rituali sono intrecciati in una dimensione spazio-temporale difficile da spezzettare. Eliminando un fattore ne risente fortemente tutto l’assetto societario per una perdita che tocca le forme, le modalità, l’identità dell’espressività collettiva.

plateau

La piattaforma-cesura longitudinale innalzata sul nastro stradale di Corso Garibaldi. Sulla sinistra l’accenno della facciata del museo, sulla destra il grande corpo vetrato che impatta contro la piazza De Nava (prog. Di Battista)

corpo vetrato

Il grande corpo vetrato-cesura trasversale sopra la piattaforma (sovrastante l’ambiente ricavato sotto il piano stradale del Corso Garibaldi) che taglia visivamente l’en plein di piazza De Nava  (prog. Di Battista)

Sul corpo vetrato-lanterna

La facciata del progetto piacentiniano parla alla piazza, e la piazza ascolta, nel presupposto progettuale originario, in un gioco di reciprocità spaziale, di pieno-vuoto senza intrusioni o corpi estranei. Ma la piazza non potrebbe essere più fruita nella sua interezza.

Passando da un lato del corpo vetrato, ingombrante per tutta la lunghezza del prospetto e alto oltre quattro metri, non si percepisce la spazialità della piazza; e passando nella strettoia tra il corpo vetrato e la piazza non si percepisce la volumetria del museo. E’ come vedere frammenti al disopra di una palizzata, o come se una testa ci ostacolasse la visione al cinema. Un tir di vetro, vetro come male minore (la foto più sotto con l’autobus ne dà un’idea azzardata e scherzosa).

Per capire quanto si ponga come diaframma tra la piazza e il Museo, la cosiddetta lanterna, malgrado le integrazioni raccomandate dal bando, basta guardare Piazza De Nava dall’interno del Museo, al di qua dell’ingresso vetrato. Quella che ci appare in un pomeriggio di sole è una scenografia mozzafiato con un asse di profondità leggermente asimmetrico e un orizzonte che si interrelaziona con il Museo e vi penetra con il gruppo statuario e gli alberi, i colori e la luce, grazie all’espediente del piano del pavimento della stessa piazza in lieve pendenza, una vera pedana di palcoscenico. Un’opera d’arte spaziale realizzata con una semplicità disarmante.

Proporre di alterare il profilo altimetrico della piazza spianandola e quindi infossandola, come è stato proposto da Italia Nostra, significa sconvolgere gravemente le proporzioni, i rapporti, le reciproche armonie geometriche e visive delle unità di tutto lo spazio visivo che hanno il loro focus organizzatore proprio nel gruppo marmoreo integrato nel complemento planivolumetrico descritto.

DSCN2675aVista dall’interno del Museo (foto UDIrc)

DSCN2683aPiazza De Nava vista dall’ingresso del Museo (foto UDIrc)

DSCN2680a (foto UDIrc)

Reggio che doveva essere una splendida città magnogreca, per le distruzioni subite mantiene poche configurazioni significative dal punto di vista architettonico e urbanistico e queste non dovrebbero essere stravolte, piuttosto manutenute e eventualmente anche riqualificate, ma nel caso, con appropriata discrezione.

Inoltre quella maglia stradale di Reggio, di cui il Corso Garibaldi fa parte, presenta un sistema di assi paralleli al mare che la percorrono da Nord a Sud con una continuità e geometria regolare, tipica e ormai storica. La sopraelevazione della piattaforma con le doppie gradinate seziona l’arteria principale della città, micronizza la sua fluida continuità periferizzando idealmente, più oltre, un’area che accoglie pregevoli architetture residenziali e il grande complesso delle architetture razionaliste con annessa Piazza del Popolo.

La funzione urbanistica di questo asse nella sua interezza è primaria. E’ infatti una demarcazione, che regola e ordina in senso parallelo l’allineamento del tessuto urbano verso monte, mentre verso mare accoglie le confluenze stradali e segna il mutare di orientamento della maglia urbana che per seguire la curva del litorale si piega su un angolo di circa 30°. Porre un blocco, un fermo, un chiavistello in questo episodio è operazione architettonicamente un po’ autoritaria e urbanisticamente non molto considerata. Una marcata compattazione museo-piattaforma-piazza fa pensare ad una anchilosi dove tre vertebre si sono rinsaldate e non si ha più la flessibilità del bacino.

Basta guardare le bellissime immagini satellitari.

Dunque si crea una netta doppia cesura ad assi ortogonali ingiustificata, non una integrazione con gli elementi preesistenti.

 asse-cesure-piazzeL’asse viario rettilineo spezzato, Piazza De Nava, Piazza del Popolo

Il problema non è costruire ancora con archi capitelli e colonne, o essere ottusamente contrari all’innovazione, ma creare la continuità del logos visivo e simbolico con passaggi rispettosi della memoria e del costume territoriale. Perché ogni unità spaziale con cui siamo entrati in rapporto ci porta a una semiologia dove la metafora si fa vissuto personale-collettivo e il vissuto si fa metafora. Se passeggiando arrivo al museo i gradini della piattaforma mi dicono che ho finito la mia vasca e devo tornare indietro, sento più ostentato il concetto del percorso di rappresentanza, se proseguo la passeggiata o il mio percorso, magari di fretta, devo superare un dosso con salto di quota, una barriera, cioè un ostacolo estraneo alla fluidità naturale planare della mia deambulazione.

Enorme interrogativo con tale soluzione suscita inoltre il grande scavo di circa dieci metri di profondità, per tutto il fronte-museo e per tutta la sezione strada, in relazione alle sicure consistenze archeologiche presenti nel sottosuolo.

Riteniamo che, proposta peraltro non nuova, una procedura amministrativa mirata avrebbe potuto acquisire ottimamente il fatiscente immobile detto Roof Garden, in una posizione spaziale felicissima in relazione al Museo, risolvendo due problemi in uno: acquisire gli spazi di servizio senza gravi sacrifici urbanistici (e probabilmente archeologici) e il risanamento di quello spazio-volume che per privata incuria danneggia la città in un nodo funzionale e visuale nevralgico, Piazza Indipendenza. Potrebbe essere annesso al Museo tramite opportuni interventi progettuali, non escluso quello aereo come perfino Piacentini aveva previsto verso mare in una versione del suo progetto originario. Operazione che richiederebbe un deciso atto di acquisizione che qualsiasi Comune avrebbe già fatto per pubblica utilità, ma definita e ritenuta impraticabile.

[UDIrc in proposito durante la Conferenza dei Servizi fa ripetutamente una interrogazione ai rappresentanti delle Istituzioni presenti per conoscere i motivi della sua impraticabilità, ma senza esito soddisfacente. E dunque UDIrc fa espressa richiesta di messa a verbale dell’interrogazione].

DSCN2692aProspetto del Museo verso mare prospiciente al Roof Garden (foto UDIrc)

 DSCN2696aRoof e prospetto Museo verso mare visti da Piazza Indipendenza (fotoUDIrc)

Infine il vasto intervento denominato Regium Waterfront di Zaha Hadid e Patrick Schumacher prevede un mega spazio museale con centri polifunzionali dagli accenti ipertecnologici-international style e con l’interessamento delle stesse aree litorali adiacenti al Museo della Magna Grecia di cui anche il progetto Di Battista si occupa. Estrapolazioni progettuali che sembrano al di fuori di un’organica pianificazione di tutto il bene ambientale litoraneo di altissimo valore storico e paesaggistico.  Ci si chiede in quale correlazione i due poli museali e annessi spazi serventi vengano a trovarsi, poiché potrebbero ignorarsi, duplicarsi, sovrastarsi o declassarsi, dal momento che i Bronzi prenderebbero il via verso il museo dalla cifra internazionale. Forse la mano sinistra potrebbe non sapere cosa fa la mano destra.

L’augurio è che in prima istanza si possano riconsiderare le alternative di pubblica utilità o che il progetto possa essere modificato alla luce delle riflessioni esposte, o infine una diversa impostazione di bando pubblico. E che si possa stabilire una relazione di funzione con il mega Regium Waterfront, per non avere alla fine un patchwork irreversibile.

Il  Museo del Mediterraneo nel mega progetto Regium Waterfront

Che cosa c’entra un’associazione di donne in questa materia?

Una Associazione di donne non solo ha titolo civico di intervento ed eventualmente di critica riguardo l’uso della città, di cui gli spazi pubblici sono a sovranità popolare, ma invita a riflettere sul dato ormai riconosciuto che le piccole o grandi trasformazioni urbane – la res publica territoriale –  sono state appannaggio del pensiero e della tradizione culturale maschile. Le città funzionano diversamente per i due generi, e di questo la mente maschile non ha mai tenuto conto. Se diverse sono le sensibilità per quanto riguarda pensiero, tradizione, esigenze tra mondo maschile e femminile come soggetti, diversi potranno essere gli orientamenti nelle soluzioni, in questo caso progettuali, necessariamente da maturare con una mediazione-condivisione. Oggi c’è bisogno che in ogni decisione politica istituzionale e sociale si tenga conto dei punti di vista di genere con una gestione più oculata e totalmente condivisa del territorio anche perché le città soffrono di un malfunzionamento progressivo, e la terra con le ormai poche risorse sta mostrando la sua fragilità.

UDIrc

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