Girotondo intorno all’ottomarzo

ratto(Pinax fittile da Locri – Scena di ratto – Reggio Calabria. Museo Archeologico Nazionale. 470-460 a.C.)

Io rifletto, tu rifletti, egli riflette, noi riflettiamo. voi riflettete, essi riflettono.

Così in questo infinito gioco di specchi senza profilassi, di matriosche incantate, l’incendio immaginario collegato alla data si perpetua, la mimosa dall’UDI sbarca in America. E l’otto marzo si abbaia e si scondinzola.

Da fb, un certo Gabriele:

l’8 marzo è la festa delle donne…ma non una festa da serate sciocche come dice la poesia o regalini stupidi e inutili come affermo io ma ha origini se non erro nella rivoluzione industriale, dove le donne che lavoravano (probabilmente in una fabbrica tessile) senza diritti e sotto sfruttamento…un giorno queste operaie si ribellarono chiudendosi nella fabbrica,allora il padrone dell’impianto appicco un incendio per fare in modo che queste uscissero forzatamente ma successe che restarono bloccate dentro morendo arse vive…questa strage successe l’8 marzo e questa festa si celebra con le mimose poichè nei pressi di codesta fabbrica c’erano presenti questa varietà di alberi.ecco adesso conoscete donne o uomini le origini di questa festa!!!! )))VIVA LE DONNE SIETE TUTTO PER NOI UOMINI(((

[sic]

Altro, molto copincollato da un sito all’altro.

“Non ti regalerò mimose. Non ti farò nemmeno gli auguri. Non mi piace l’idea di dedicarti un giorno, di apprezzarti per convenzione, di celebrarti perchè me lo dice il calendario. Mi hai dato la vita, vestita da madre.Hai avuto i volti di amori, poesie, canzoni, gioie, dolori. Hai fatto sussultare la mia anima, esplodere sorrisi, sorgere lacrime, sei stata aurora e tramonto, luce e buio, rinascita e a tratti morte. L’8 marzo lascialo alle cagne che scodinzolano a comando. Tu sei di più. Tu sei tu. Da sempre, il lato più bello di questa medaglia chiamata mondo. Grazie di esistere. DONNA.”
Roberto Arduini

***

–  Grazie di esistere. Donna –

– Prego!  Ma sei fuori registro  –

Non è il caso di fare gli auguri perché non è un compleanno o un onomastico (ammesso che io ci tenga).

Anzi l’idea ti disturba perché resta, e percepisci, solo una festa. Puoi semplicemente ricordare a te stesso, se ne hai bisogno, e alla collettività che qualcosa non funziona, quotidianamente e sotto tutte le latitudini, tra uomini e donne. L’Otto Marzo.

Non voglio mimose, in questo periodo l’albero è in fiore e privarlo di tutti i suoi rami fioriti lo danneggia, come una drastica potatura fuori tempo. Può restare solo il colore. Giallo è bello. Tante piccole cose personali sono dolci, innocenti, ti danno libertà, ma moltiplicate per un miliardo, cento miliardi danneggiano qualcosa. Gli animali lo sanno d’istinto. Se è per questo hai ragione. Una infinità di altri rituali collettivi potresti  detestare.

Non ti piace l’idea di dedicarmi un giorno perché in realtà non me ne dedichi nessuno. Altrimenti diresti: lo faccio già, quanti giorni ti ho dedicato e ti dedico, anzi tutti i giorni ti dedico qualcosa…  Anche alle cagne.

Quando sono madre non mi vesto da madre, non è un vestito. E’ una cosa profonda non paragonabile a nessuna buccia protettiva esterna. Tu non puoi sapere cos’è. Per questo per connotare ricorri all’immagine di un vestito “da madre”.  Da un vestito distinguiamo lo status: il prete, la suora, un impiegato con la cravatta, l’invitata a un matrimonio.

Volevi dire il pancione e il seno col latte e poi qualcosa che ci trasforma nel profondo. Ma non è un vestito, credimi. Qui la tua potenza poetica riceverebbe un segno del fu Pazzaglia per indicare un andamento grafico verso il basso.

Attento, le parole riescono a tradirti. La prima immagine che richiami è la madre. Capisco. E’ il primo grande imprinting che un bel giorno si sdoppia, di qua l’angelo del focolare, di là magari le cagne.

E’ vero ho avuto tanti volti, ma sono volti che per la maggior parte mi hai attribuito. Amori poesie canzoni gioie dolori, in un tuo soliloquio. Vostro soliloquio. Intimista e crepuscolare o di focosa passione. Mi dici che ho fatto sussultare la tua anima, che sono luce e buio rinascita, e a tratti morte. E’ implicito che ti riferisci a una donna tuo soggetto estetico passionale e di sentimento. Prevalentemente e possibilmente notturno. Sei innamorato del tuo immaginario che hai creato per te stesso (voi stessi), a cui non ho partecipato, libera. Sei tu che ti ami in me. Dunque non mi conosci. Mi hai esclusa o cacciata sottraendomi tutti gli spazi tranne quelli domestici. Tutta la storia dell’arte maschile d’altra parte lo celebra. Non parliamo poi della pubblicità, oggi.

Mi devi un risarcimento di millenni, un otto marzo non dovrebbe disturbarti per convenzione.

Eppure mi dici: l’otto marzo lascialo alle cagne che scodinzolano a comando.

Feroce, insultante. Chi sono le cagne? Le borghesi e liberali che in America e in Europa da metà Ottocento in poi si fecero malmenare e imprigionare per chiedere il diritto al voto? Le contadine, le operaie che nell’impero prussiano e nella Russia zarista scendevano in massa contro la guerra, la fame, la repressione per chiedere dignità, diritti, uguaglianza? L’UDI che nell’immediato dopoguerra e fino al ’52 salvò circa settantamila bambine e bambini dalla fame e dal degrado coi treni della felicità? I movimenti delle donne che dal dopoguerra e fino agli anni ’70-’80 lottarono e lottano ancora oggi per consultori, maternità, salario, e contro le discriminazioni? Le precarie di oggi che protestano, in quello che resta dell’industria, della scuola, sul lavoro come lusso?

O forse le donne che ormai non molto consapevoli della simbologia e del significato storico e sociale vanno al cinema, al pub a farsi una pizza godendosi la giornata comunque come una festa? In ogni caso incontrandosi.

Detesti l’otto marzo. Allora parlami di un’altra cosa, di un altro segnale convenuto, per ricordare al mondo che ho dei diritti come persona che mi vengono calpestati, sottratti, fino all’eliminazione fisica. Una storia lunga millenni. Questo lo devo comunicare in qualsiasi modo fino a quando sarà necessario.

Oppure vite umane, vite di donne in cambio di lavoro e status quo?

Mi dici che sono di più, anzi molto di più, perché io sono io (evidente che alludi più al corpo di piacere). Anche le donne immigrate? Le donne che lavorano col sesso? Le donne che si innamorano di donne? Le donne che non sentono come proprio il loro corpo? Suppongo che la tua fascia di riferimento convenzionale sia dai diciotto ai quaranta-cinquanta.

Ti immagino incantato davanti  a un enorme cartellone pubblicitario.

Il lato più bello di una medaglia, dici. Ancora ricadi sull’estetica e non ti ricordi che sono struttura viva, società non riconosciuta, soffocata, respiro del mondo (come il tuo). E non il tondo piatto di una medaglia, o un cammeo ornamentale, o una medaglietta religiosa.

Mi dici grazie di essere donna. Ma a patto di non essere brutta sporca e cattiva o anziana, omosessuale, transgender, lavoratrice sessuale… Di non essere cagna e di non scodinzolare a comando.

Insomma desiderabile.

Questo racconta l’otto marzo.

DONNA

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