Donne sopravvissute ai lager

(Auschwitz – il campo liberato)

Un piccolo estratto dalle conversazioni che Daniela Padoan tenne con tre donne sopravvissute alle deportazioni naziste e raccolte nel volume: Come una rana d’inverno, conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Bompiani, 2004. Daniela Padoan, oltre a ricostruire le storie delle donne deportate nei lagher nazisti, ha raccontato anche l’opposizione e la resistenza delle donne alle dittature, in libri, articoli, documentari.

Le particolarità della sofferenza e della sopravvivenza, le diversità dei comportamenti femminili rispetto a quelli maschili sono raccontate in prima persona senza teorizzazioni o enfasi. L’offesa alla corporeità è l’obiettivo primario di ogni repressione e violenza, ma per le donne ha una valenza distruttiva moltiplicata, anche per la sola nudità. Perché inflitta dagli uomini quasi per una vendetta primordiale, una resa dei conti per una disparità per loro misteriosa e incomprensibile, disturbante perché nel profondo avvertita non domabile malgrado la millenaria soggezione. La rete di solidarietà silenziosa fra le donne nella tragedia del lagher è quella antichissima delle comunità naturali delle madri, quando ancora gli uomini non avevano perpetrato l’atto di forza di acquisirle in proprietà insieme ad animali e territorio.

E quando la violenza è inflitta dalle donne, pur prigioniere o kapò o SS, alle donne sottoposte, assurge a efferatezze più straordinarie, rileva Liliana Segre. E’ lo scatenarsi di forze fra rivali quando perduta o rigettata la solidarietà si approda allo stesso ordine di superiorità del carceriere.

La loro emozione nel raccontare non può non soggiogarci nel leggere o nel sentire nel silenzio della mente. E non occorrono troppe parole, ma determinazione perché nulla si ripeta e nulla si dimentichi e tutto si trasmetta.

Liliana Segre

… Mettere nudo un uomo davanti a un altro uomo è senz’altro una cosa umiliante e terribile. L’uno è vestito, magari in divisa, con le armi; l’altro è nudo, inerme, in stato di completa debolezza. Eppure mi pare che la donna nuda davanti all’uomo armato sia sottoposta a un oltraggio ancora maggiore. Ti insegnano a stare sempre composta, a vestire accollata, a provare pudore del corpo. Poi, di colpo, nello stesso giorno in cui ti strappano ai tuoi familiari, nello stesso giorno in cui scendi da un treno della deportazione e arrivi in un posto che non conosci, che non sai nemmeno collocare geograficamente su una cartina, ti ritrovi nuda insieme ad altre disgraziate che, come te, non capiscono niente di quello che sta succedendo. Non c’è nulla, lì attorno, che non faccia paura. Sei terrorizzata, e intanto i soldati passano sghignazzando, oppure si mettono in un angolo discosto a osservare la scena di queste donne che vengono rasate, tatuate, già umiliate, torturate per il solo fatto di essere lì, nude.

… Quando c’erano le selezioni, le donne sfilavano per essere lasciate in vita o per essere messe a morte, sempre nude, tra i soldati in divisa. Era una persecuzione talmente grave, talmente umiliante, che per me è rimasta indimenticabile tra i milioni di cose che non ho mai dimenticato

… Ma era questo sprezzo a essere intollerabile, questo ridere di noi, questo punire ogni minima disobbedienza facendoci stare inginocchiate nude per delle ore. La nudità è stata una costante e io l’ho vissuta come una grande persecuzione morale, aggiunta a una situazione che era già di per sé terribile.

… Io soffrivo parecchio per le mestruazioni e ricordo che uno dei primi pensieri arrivando lì dentro era stato: e quando arriveranno le mestruazioni come farò? Non c’è stato questo problema perché, vuoi per lo spavento, vuoi per l’assoluta mancanza di cibo, vuoi perché nell’orribile zuppa mettevano, come si diceva, del bismuto, a quasi nessuna vennero più le mestruazioni, man mano che il corpo perdeva le sue forme originali e si trasformava in uno scheletro di vecchia. D’un tratto, là dove c’era il seno non c’è più niente o, in certe donne, solo un po’ di pelle cascante. Le ossa delle anche ti bucano la pelle, premendo come spunzoni sul tavolaccio dove sei costretta a dormire senza poterti voltare, incuneata nei corpi delle altre. Ti guardi le gambe e ti sembra impossibile che ti possano sorreggere. Hai la testa rasata, non hai uno specchio, non hai nulla. Sei una persona che non ha più nulla. Non possiedi altro che quei pochi stracci che ti metti addosso. Ricordo che avevo una giacca con la fodera mezzo strappata, e quella fodera l’ho usata tutta per andare in gabinetto. Anche queste cose, giorno dopo giorno, vanno tutte a scapito della tua femminilità, del tuo essere una donna che lotta per non abbrutirsi completamente. Quando non hai un fazzoletto, come fai a soffiarti il naso? Erano tutti passaggi che portavano via un pezzo di te.

… Dopo quindici giorni mi scelgono per lavorare nella fabbrica Union, e intanto la testa mi prudeva sempre di più. Erano due o tre giorni che andavo in fabbrica, e mi grattavo mentre ero al tavolo – mi avevano appena insegnato che cosa dovevo fare con certi pezzi di munizioni – quando mi sento camminare qualcosa sulla faccia, proprio sulla guancia. Tocco, prendo in mano, è un pidocchio, quell’immondo insetto che è il pidocchio e che io non avevo mai visto nella mia vita. La prigioniera vicino a me – non era italiana, non so chi fosse – rapata, come ha visto il pidocchio ha chiamato la kapò e questa mi ha fatto subito uscire, prendendomi il numero. Non sapevo che cosa mi sarebbe successo. La mattina dopo mi hanno mandato in una baracca che si chiamava la Sauna, dove mi hanno rapato a zero. La mia testa completamente glabra era tremenda solo da toccare. Sono stata lì tutto il giorno. Non so se posso dire che sia stato il giorno più brutto della mia vita, perché ce ne sono stati tanti, ma certamente uno dei peggiori. Sono rimasta da sola per ore, nuda, aggrappata a una piccola stufa in quella stanza gelida, enorme, con una finestra rotta. Fuori c’era una tormenta di neve. Era febbraio. Non c’era da sedersi, non c’era da mangiare, nessuno che mi dicesse una parola. Ero veramente a un punto di non ritorno psichico quando è entrata un’altra ragazza, anche lei nella mia stessa situazione, appena rapata, in attesa che le disinfestassero i vestiti.

… Invece nel Lager femminile di Birkenau, dove erano rinchiuse sessantamila donne, c’erano tutte le gerarchie femminili. Per me è stato terribile vedere che le efferatezze più straordinarie venivano compiute da donne su altre donne. Erano forse peggio degli uomini, per quello che ho visto. Non per nulla alcune SS donne sono state condannate a morte dopo la guerra. Qualcuna di loro me la ricordavo perché l’avevo vista ad Auschwitz. Eravamo le pariah del campo, noi triangoli gialli. Le altre categorie di prigioniere – delinquenti comuni, prostitute, non parliamo delle politiche – avevano qualunque diritto su di noi, potevano farci qualsiasi cosa. Le kapò erano prese tra le assassine delle carceri, tra quelle che avevano fatto le cose più atroci, in modo che potessero tranquillamente bastonare a morte una prigioniera che non obbedisse ciecamente agli ordini. Al di sopra delle kapò c’erano le SS donne, che avevano stivaloni con un puntale di ferro, ufficialmente per non consumare la suola, ma in realtà per sferrare calci più violenti.

Goti Bauer

… Per quello che si riferisce al dramma specifico delle donne, ricordo che c’erano donne arrivate ad Auschwitz in stato interessante, senza che i carnefici se ne accorgessero, e che hanno vissuto la gravidanza lì dentro tra paure ancora maggiori delle nostre. In quello stato, hanno sopportato le sofferenze indicibili dovute alla fame, alla fatica e a tutto quello che la deportazione comportava. Mi ricordo di una donna che ha partorito nella baracca dove ero io. Le è stato immediatamente portato via il bambino. Di lei non ricordo cosa sia successo, se l’abbiano mandata subito al gas oppure se sia morta lì. Altro non posso dirle. Per quanto riguarda la femminilità, in quel momento abbiamo vissuto la perdita delle mestruazioni come una liberazione, perché era drammatico non avere niente con cui proteggersi, con cui affrontare la situazione ogni volta che si presentava.

… Devo dire una cosa che sicuramente le avrà detto anche Liliana, e cioè che, nonostante quello che si crede, noi non abbiamo subìto violenza fisica. Violenza era tutto, lì dentro – la maniera in cui eravamo trattate, le botte, le minacce – ma violenza sessuale non ce n’era. Non per rispetto a noi, ma perché a loro era proibito avere rapporti con chi era considerato di razza inferiore, visto che non volevano inquinare la loro purezza ariana. I rari casi in cui è successo costituiscono le eccezioni che confermano la regola.

… A un certo punto ci si rassegna. Capitava ogni volta che si veniva portati alla disinfezione, alla doccia, o anche alle selezioni all’interno del campo, che erano molto frequenti. Spesso, dopo il lavoro, venivano chiuse le baracche, ci si doveva spogliare e subire un’ispezione. Tutte quelle che erano considerate tanto debilitate o sofferenti da non poter più continuare il lavoro venivano eliminate subito e sostituite da nuove arrivate più in forze. Questo essere spogliate, scrutate, osservate dalla commissione di medici incaricata del controllo, era talmente frequente che non gli si dava più importanza. O meglio, io la vivevo come più offensiva per chi la compiva piuttosto che per chi la subiva. Mi creda, di fronte a un camino da cui viene fuori in continuazione una fiamma che sparge attorno un odore acre di carne umana bruciata, che ti invade l’animo prima che le narici, niente più ha importanza; non un’umiliazione di questo tipo, non le botte, non la sofferenza fisica. L’immagine del camino che arde rappresenta la totalità delle emozioni che si possono vivere, superata forse soltanto dalla paura che possa toccare a te. Perché in ogni momento poteva toccare a te. Tutto il resto, nei miei ricordi, era secondario.

… Quando stavamo all’appello per ore e ore, di mattina e di sera, di fronte alla baracca e vedevamo la rampa di arrivo sulla quale continuavano a fermarsi nuovi convogli. La gente in fila per la selezione, il mio senso di impotenza, il non poter aiutare, il non poter salvare i bambini…

giuliana tedeschi

Giuliana Tedeschi

… C’era una baracca al cui interno si trovava un reparto dove venivano eseguiti esperimenti sulle prigioniere. La chiamavano il blocco delle esperienze. Lì dentro venivano eseguiti esperimenti soprattutto nelle parti genitali, anche se mi risulta che venissero studiate pure altre situazioni che non avevano un particolare nesso con la riproduzione. Le greche che erano già nel campo da mesi raccontavano di enormi cicatrici sui ventri, di asportazioni dell’apparato genitale, di misteriose iniezioni che forse servivano a indurre la sterilità. Per fortuna non ne ho avuta esperienza diretta, anche se ho corso il rischio di finire là dentro.

Un giorno la capoblocco venne nel settore dove eravamo stipate a passare la quarantena, fitte nelle cuccette come conigli nelle conigliere, e prese il numero di matricola tatuato sul braccio sinistro di quindici persone, tra cui c’ero anch’io. Ci condussero nell’ambulatorio, dove l’esame delle greche si protrasse per tutto il giorno: misurazioni, fotografie, dettagliate visite mediche. Dapprima non capivamo, ma quando qualcuna mi disse che avrebbero condotto su di noi degli esperimenti per indurre la sterilità, mi sentii invadere da una disperazione profonda. Mi sentivo impazzire, e d’improvviso un desiderio lancinante si impossessò di me: volevo un figlio, un altro figlio. Non potevano sottrarmi quella gioia! Il ricordo della maternità, della sua infinita dolcezza, la sensazione di avere un bambino appena nato ancora legato al corpo eppure già indipendente, mi invadeva in ogni fibra.

… C’erano dei blocchi di nuova costruzione destinati alle donne. Non baracche, ma grandi edifici a due piani, con ampi dormitori provvisti di lavatoi e di gabinetti. Gabinetti veri, con il water e lo sciacquone. Continuavamo a tirarlo, per la felicità di sentire che veniva giù l’acqua!

… La mescolanza di ebree, non ebree, politiche, prostitute, è stato un ulteriore modo per perseguitarci, perché faceva sì che l’antisemitismo attecchisse all’interno del Lager. C’erano le russe, le polacche, le donne provenienti da tutto il Nord, le tedesche stesse – le criminali, quelle che portavano il triangolo verde – e poi quelle che portavano il triangolo nero, cioè le asociali, le prostitute. Questa mescolanza di ceti, di culture e di nazionalità era studiatissima, creata apposta perché fossimo perseguitate dalle nostre stesse compagne. Le migliori di tutte erano le prostitute, perché non avevano perso il senso della solidarietà femminile.

… Trovare solidarietà là dentro era pressoché impossibile. Se rimanevi persa in quel fantasmagorico universo, era finita… una cosa che bisogna tenere molto presente è che le donne, in confronto agli uomini, si sono sempre aiutate. Gli uomini no. Non ho mai letto uno scritto di un uomo che abbia insistito sulla solidarietà. Mai. Nella letteratura non si trova mai uno che dica, mi sono salvato grazie alla relazione, allo scambio con l’altro. Tranne forse l’ultimo periodo di Primo Levi, quando rimane con quei due francesi nel campo ormai evacuato. Allora comincia la solidarietà, ma prima non troverà una parola in tutto il libro.

…Le donne sono maglie, se una si perde, si perdono tutte. Là dentro, almeno, era così; ci sentivamo unite da uno stesso filo di vita, che non doveva recidersi. Forse è perché le donne portano di più il proprio mondo dentro di sé e hanno un maggior desiderio di trovare corrispondenza con l’altro. Credo che questo abbia in qualche modo a che fare con la cura materna. In fondo l’uomo è più isolato, si costruisce lui stesso questo isolamento. Generalmente gli uomini sono chiusi, mentre le donne si raccontano anche particolari minuti, ricordi apparentemente privi di importanza.

…E poi c’è la solidarietà più spicciola, ma non meno importante. Noi, per esempio, ci aiutavamo a eliminare i pidocchi… Se durante le ispezioni ti trovavano qualche uovo in testa, finivi in crematorio. Era molto importante avere un’amica che ti aiutasse. La domenica, quando non si lavorava, io controllavo i capelli di Olga o di un’altra amica, alla ricerca anche di un solo uovo, e lei faceva lo stesso con me.

E’ una forma di solidarietà anche questa. E poi c’era il legame di tutti i giorni, lo sguardo muto che ti esortava a resistere quando credevi di non farcela più, il dono di una parte della razione quando l’altra ne aveva più bisogno di te… Ho molti ricordi di questo genere, perché sapevamo, quasi d’istinto, che la nostra vita era come una maglia dai punti strettamente intrecciati; una volta reciso un punto, il filo si snoda, si perde.

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