Pescecani in incognito

L’agente Betulla è un giornalista: Renato Farina. O meglio, il giornalista Farina è anche agente dei Servizi Segreti. Fornisce informazioni e notizie manipolate o false per fini eterodiretti. Più volte scoperto, processato, riconosciuto colpevole: [ha] irrimediabilmente compromesso il decoro e la dignità professionale… arrecato danno alla dignità dell’Ordine professionale, recita una sentenza (diversi infatti i procedimenti giudiziari per vari casi).

Radiato dall’Albo (anche se si dimette poco prima), non può scrivere come professionista, ma gli viene lanciata una ciambella di salvataggio e come opinionista può continuare a scrivere. Si firma Dreyfus. L’allusione al caso del celebre capitano francese è plateale: condannato ingiustamente per spionaggio, fu degradato con cerimonia di rito: strappati i gradi, spezzata la spada, ma riabilitato poi faticosamente.

Per Betulla, condannato e degradato – fuori dall’Albo, la penna spezzata – i suoi solidali si adoperano immediatamente e facilmente, di fatto, per un risarcimento e una riabilitazione: al Miting di Rimini lo applaudono come salvatore della patria (Betulla al processo per il rapimento dell’imam di Milano dichiara di aver agito secondo l’art. 52 della Costituzione: difendere la Patria è sacro dovere del cittadino), proposto dal Pdl per l’Ambrogino d’oro, Berlusconi lo candida in parlamento, il direttore Vittorio Feltri del giornale Libero, per cui scriveva, continua a tenerlo. E ugualmente il successivo direttore Sandro Sallusti, adottando la tecnica storica, in contromossa, della santificazione o istituzionalizzazione o promozione immediata.

E’ da presumere che Dreyfus-Betulla scriva dunque sotto un esaltato quanto beffardo impulso-proclama d’innocenza.

La linea continua tanto da essere incriminato un suo (oggi sappiamo) articolo per falso e diffamazione su querela. Si celebrano i tre gradi di processo, esito 14 mesi di carcere ma comminati a Sallusti come direttore.

In parlamento il deputato Farina confessa, è lui Dreyfus, dopo che Feltri ne aveva rivelato l’identità: Quel testo è mio, me ne assumo la responsabilità morale e giuridica. Chiedo scusa al magistrato: le notizie di quel commento erano sbagliate.

Ora è troppo tardi, infame! – commenta Mentana. Infatti l’articolo è del 2007, la sentenza è ormai in giudicato con pronuncia della Cassazione e nota della Corte: “Condanna non per opinione ma per pubblicazione di notizia palesemente falsa”. Dreyfus era rimasto in incognito.

Cosa vi era di falso nell’articolo e non dunque solo un’opinione che ha offeso e diffamato, secondo la Corte?

Parole gesti comportamenti letteralmente inventati, giusto per creare una fiction emozionale, per aizzare fino allo sdegno da pena di morte.

Una ragazza minorenne rimane incinta e l’opinionista Dreyfus così la descrive, alle prime battute: … Costretta dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata. Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione del cuore infallibile di una madre.

Deduciamo che Dreyfus era presente, ha visto e sentito… la ragazza non voleva, si divincolava (non l’avrà il ginecologo legata a un letto di contenzione)… non sentiva ragioni per avere già il cuore infallibile di madre (fa pensare a… un cuore ex cathedra). La terminologia è ancorata a quel repertorio sulla ferrea affermazione della proprietà sociale e confessionale del corpo della donna. I termini, le loro sfumature emozionali, gli impliciti, e i personaggi: madre e padre, ginecologo, giudice subiscono un riadattamento per l’esigenza rappresentativa dell’assunto della fiction, ignorando come le cose siano andate in realtà. Il tratto fondamentale è la loro criminalizzazione.

I genitori hanno pensato: «È immatura, si guasterà tutta la vita con un impiccio tra i piedi»Capiamo che Betulla è riuscito a infiltrarsi anche nei pensieri dei genitori. E continua ad arpeggiare parole lacrimevoli e irrispettose (… strappare in fretta quel grumo dal ventre… quell’altro … rompiballe urlante) per suscitare disprezzo, anzi odio sociale nei loro confronti attraverso i pensieri attribuiti.

Entra in scena nel pezzo-fiction il magistrato: … allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto – il diritto! – decretando: aborto coattivo … Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale. Betulla per la precisione dei termini adottati è presente, vede è sente – noi capiamo. Coattivo significa coattivo, pazza significa pazza, pazzia il sostegno psicofisico necessario… Ma è il comportamento attribuito al giudice che farà scattare la querela, il giudice non può aver agito come viene riferito nell’articolo.

Le disposizioni in merito non conferiscono al giudice poteri giudiziali-discrezionali, ma di tutela e verifica di fronte a una richiesta di interruzione volontaria di gravidanza da parte della donna minorenne, con l’assenso di padre e madre e con l’ausilio dei servizi di assistenza sociale.

Se manca l’assenso delle parti genitoriali, o di una, interviene il giudice che verifica le condizioni e la volontà di procedere alla IVG. In tal caso ricorre alle valutazioni delle strutture esterne: … il consultorio o la struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, espleta i compiti e le procedure di cui all’articolo 5 e rimette entro sette giorni dalla richiesta una relazione, corredata del proprio parere, al giudice tutelare del luogo in cui esso opera. Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna, con atto non soggetto a reclamo, a decidere la interruzione della gravidanza (art 12,  L. 194).

Non applica dunque giurisprudenza, non emette sentenza, ma autorizza con un nihl obstat a dar corso alla volontà della donna, nella traccia di quanto prescrive la 194.

Dunque perfettamente legittima la querela di Giuseppe Cocilovo, il giudice tutelare del caso, contro Dreyfus e di conseguenza contro il direttore Sallusti che ha ospitato un articolo che riferisce comportamenti attribuiti non veritieri e diffamatori.

Fosca Binker su Libero fa la cronistoria di come Dreyfus non poteva non scrivere così. Riferisce che tutto parte da un articolo della Stampa di Torino: «Obbligata ad abortire a 13 anni» con occhiello e altre notizie (che si riveleranno non vere).

Boccone ghiotto per Dreyfus che ricuce a tavolino l’elzeviro (18/02/’07/ e senza avere conoscenza diretta e verifica dei fatti, soprattutto il sospetto sulla procedura abnorme.

Diverse le smentite e le rettifiche che si susseguiranno sulle notizie false, ma a Libero non arrivano, perché – scrive Binker –  … Libero … non è abbonato all’Ansa… 

Rettifiche e smentite: «Tredicenne in psichiatria dopo l’aborto. “Costretta dai genitori”. “No, non è vero”. / «Aborto tredicenne: nessun intervento giudici tutelari» / «Non c’è stata alcuna costrizione del giudice». / Il giudice Giuseppe Cocilovo «le ha dato il permesso di prendere autonomamente una decisione».

Binker: Si va avanti così per giorni. Solo il 21 [2007] marzo su La Stampa appare bella nascosta nella rubrica delle lettere la rettifica firmata dal presidente del Tribunale di Torino, Mario Barbato. Titolo: «Ma il giudice non “ ordina” l’aborto». L’avesse mandata anche a Libero, sarebbe stata pubblicata. Ma questo non è avvenuto. Mai una rettifica diretta, solo la querela rivolta esclusivamente a Libero (nessuna citazione a La Stampa). Così per un’opinione espressa su una notizia pubblicata da un altro giornale oggi va in carcere Sallusti. Per restarci 14 mesi.

Le parole sono macigni e i danni sociali di una comunicazione lesiva sono incalcolabili. L’apparato di forza di Dreyfus fa parte del piano sinergico, ogni volta che se ne presenta l’occasione, per avversare l’autonomia e il diritto all’auto-determinazione delle donne, per contenerle nell’ovile di sempre.

Negare questo diritto alimenta umori di avversione e sfocia nella violenza anche fisica su di loro. Il fondamentalismo finto-etico mira a creare uno steccato di biasimo pubblico contro una determinazione individuale consapevole che investe la dimensione profonda della donna, nel suo corpo e nella sua mente. Offensiva la presunzione di incapacità ad esercitare una scelta consapevole sul proprio corpo, offensivo il divieto nello stesso senso. Offensivo un giudizio additante che ha una valenza e un riscontro di tipo sociale.

Giacché il senso dell’articolo, pur difendendo la presunta determinazione della ragazza di mantenere la gravidanza, è quello di demolire la 194 e di denigrare, demonizzare i suoi operatori sia che la applichino legittimamente sia attribuendo loro la volontà di applicarla a tutti i costi e con abuso, come riferisce Dreyfus.

E’ puro terrorismo scrivere: … se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice. Quattro adulti contro due bambini. Uno assassinato, l’altro (l’altra, in realtà) costretto alla follia.

E le successive smitragliate con Virgilio, l’Eneide, l’uccisione del figlioletto di Priamo, lager, gulag, il costringere una madre a veder uccidere il figlioletto davanti ai suoi occhi, sono la truce incastellatura sul corpo della ragazza nel presupposto che il giudice abbia ordinato l’aborto … far fuori un piccolino e a straziare una ragazzina in nome della legge e del bene.

Semplicemente il giudice non poteva farlo. E Dreyfus doveva saperlo, se non altro come agente Betulla.

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Archiviato in Aborto, autodeterminazione delle donne, Maternità

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